Watchmen – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Illuminations, i racconti dell’immaginario di Alan Moore https://www.carmillaonline.com/2025/01/22/illuminations-i-racconti-dellimmaginario-di-alan-moore/ Wed, 22 Jan 2025 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86452 di Fosca Gallesio

Alan Moore (Northampton 1953) è uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti di sempre: è conosciuto per le sue opere anticonvenzionali e dal marcato tono politico. Tra le sue graphic novel più famose c’è V per Vendetta (1982), una distopia che racconta di una Londra oppressa da un regime totalitario di sorveglianza e controllo dei cittadini, cui si oppone il rivoluzionario V, eroe mascherato con la faccia di Guy Fawkes (assurto a icona del movimento occupy di qualche anno fa). Ma anche la saga degli Watchmen (1987), rivisitazione del mito del supereroe in chiave iperrealistica e critica, [...]]]> di Fosca Gallesio

Alan Moore (Northampton 1953) è uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti di sempre: è conosciuto per le sue opere anticonvenzionali e dal marcato tono politico. Tra le sue graphic novel più famose c’è V per Vendetta (1982), una distopia che racconta di una Londra oppressa da un regime totalitario di sorveglianza e controllo dei cittadini, cui si oppone il rivoluzionario V, eroe mascherato con la faccia di Guy Fawkes (assurto a icona del movimento occupy di qualche anno fa). Ma anche la saga degli Watchmen (1987), rivisitazione del mito del supereroe in chiave iperrealistica e critica, dove gli “eroi” sono personalità borderline affette da delirio di onnipotenza e dalla dubbia moralità, spesso usati come braccio armato al servizio della politica imperialista USA; il titolo fa riferimento alla frase di Giovenale “Quis custodiet ipsos custodes” (in inglese appunto, “Who watch the watchmen”), cioè chi controlla i controllori, che fa riferimento ai rischi di degenerazione e abuso del potere. Le istanze politiche emergono anche in From Hell (1989-98), affresco della Londra vittoriana che esplora le vicende che ruotano attorno agli assassini attribuiti a Jack lo squartatore, visti come prodotto sociale e culturale dell’epoca.

Le storie di Moore sono delle incursioni nell’immaginario collettivo, capaci di sovvertire il senso comune, smascherare le ipocrisie della società e risvegliare la coscienza politica, portando il lettore a porsi domande su di sé, sul mondo e sul modo in cui vive. Moore si definisce un anarchico, non intendendo con questo una semplice repulsione di ogni regola, ma una severa critica e opposizione al potere costituito e alle logiche di oppressione che dominano la società capitalista. Moore è sempre stato insofferente ai dettami del mercato mainstream, al punto da rifiutarsi sempre di mettere il proprio nome nei numerosi film tratti dalle sue opere (i cui diritti erano stati già ceduti dalle società editoriali che le avevano pubblicate), criticando aspramente l’equivalenza che spesso viene fatta tra film e fumetto, affermando che se il fumetto fosse visto solo come linguaggio intermedio verso il cinema, sarebbe solo un film senza movimento, mentre il fumetto ha una sua specificità artistica e linguistica del tutto unica e inadattabile, data dall’unione della parola scritta all’immagine disegnata.

Moore, dopo aver scritto fumetti per più di trent’anni, nel 2019 dichiara di abbandonare il medium per dedicarsi alla narrativa. Stanco delle logiche dell’industria editoriale del fumetto mainstream, che già lo avevano portato a cercare di lavorare solo per editori indipendenti, lo scrittore abbandona il suo medium preferito per dedicarsi alla scrittura letteraria. Così dopo aver già pubblicato un primo romanzo, La voce del fuoco, nel 1996, nel 2016 pubblica Jerusalem, un’imponente opera fiume, un’affresco storico-mitologico della cittadina natale di Northampton, che spazia attraverso i secoli. Per chi fosse curioso dello stile letterario di Moore è però sicuramente più agevole la lettura della raccolta di racconti Illuminations, pubblicata nel 2022 (in italiano l’anno successivo per Fanucci), che contiene nove storie brevi di carattere surreale e fantastico e un racconto lungo che ripercorre la storia del fumetto americano dagli anni ’50 del secolo scorso ai giorni della pandemia, utilizzando alter ego e nomi di fantasia per parodiare quelli reali di autori e personaggi, dando vita a un affresco cinico e spietato dell’industria odiata da Moore di un medium che invece adora, il fumetto.

Prima di esaminare le short stories di Moore è però utile prendere in esame alcuni aspetti cruciali della sua poetica, che danno una forma del tutto originale al suo stile e ai suoi temi. Dall’inizio degli anni ’90 Alan Moore è diventato un mago rituale, dedicandosi a pratiche occultistiche che risalgono all’antica tradizione ermetica. L’ispirazione è venuta mentre scriveva From Hell: “In una battuta un personaggio dice: L’unico posto dove Dio senza dubbio esiste è nella mente umana. Dopo averlo scritto ho capito di aver accidentalmente detto qualcosa di vero, e ora dovevo riorganizzare la mia vita su questo. L’unica cosa che sembrava davvero appropriata era diventare un mago.” La magia per Moore è uno strumento che svolge una parte fondamentale nella sua ricerca artistica e nella pratica di scrittura.

“Credo che la magia sia arte e che l’arte, che sia musica, scrittura, scultura o ogni altra forma d’arte, sia letteralmente magica. L’arte è, come la magia, la scienza di manipolazione di simboli, parole o immagini, per raggiungere dei mutamenti nella coscienza. In effetti lanciare un incantesimo (in inglese cast a spell) è semplicemente sillabare (to spell), manipolare parole, per cambiare la coscienza delle persone, e questo è il motivo per cui credo che un artista o uno scrittore in epoca contemporanea sia la cosa più vicina a uno sciamano.”

Moore afferma che nell’era contemporanea gli artisti hanno perso il loro status originario, hanno abbandonato il potere delle parole di cambiare il mondo e modificare le coscienze, per limitarsi a fornire mero intrattenimento. Il lavoro di un artista non è dare al pubblico quello che vuole, ma dare al pubblico quello di cui ha bisogno. Purtroppo al giorno d’oggi le persone che usano la magia delle parole per dare forma alla nostra cultura sono dei pubblicitari e il loro potere sciamanico è usato come un oppiaceo per anestetizzare le persone e renderle manipolabili.

“Direi che in qualche modo gli artisti, tutti gli artisti, si sono separati dalle proprie origini. Negli ultimi due secoli l’arte è sempre più stata vista come una semplice forma di intrattenimento, con nessun altro scopo che passare un paio d’ore di svago dalle nostre tristi vite. E questo non c’entra nulla con l’arte secondo me. L’arte ha una funzione vitale. Come diceva Brian Eno, bisogna guardare a come l’arte fosse una priorità per la vita umana per capire la sua ragione di esistere. Quando siamo scesi dagli alberi, abbiamo trovato qualcosa da mangiare, abbiamo trovato un posto dove dormire, abbiamo trovato un posto dove cagare e poi siamo andati a disegnare sui muri per spiegare come abbiamo trovato da mangiare, da dormire e dove cagare al caldo. L’arte riguarda una quarta priorità di sopravvivenza. E quindi si può presumere che abbia importanza.”

Ma è soprattutto il mercato dell’arte, o meglio dell’intrattenimento, che ha corrotto questa funzione originaria. Per la maggior parte degli artisti l’unica forma di successo è quella monetaria. Moore dice che è stato fatto un patto faustiano con il commercio: in cambio di un tetto sopra la testa e qualcosa da mangiare, l’artista tiene la bocca chiusa e continua a produrre solo intrattenimento. In Moore questo approccio alla magia e all’arte si traduce ovviamente in una particolare visione spirituale del mondo e in una metafisica mentale.

“Ovviamente se ci si espone al mondo della magia, si fa un passo oltre il perimetro del mondo razionale. La natura stessa della magia è connessa con l’irrazionale. Bisogna almeno affrancarsi dal regno convenzionale della sanità mentale. A un certo livello, per sua stessa definizione, la magia deve essere trans-razionale. Bisogna andare oltre la razionalità per fare il primo passo nella magia. Bisogna essere pazzi per essere dei maghi, ma bisogna essere pazzi in modo controllato. Bisogna esserlo in modo deliberato. Non diventare pazzi per caso! Allora sarebbe troppo tardi. Ma diventando pazzi apposta, in modo controllato, allora si può arrivare da qualche parte.”

Questo dislivello mentale permetterebbe un accesso a una visione del mondo in cui i simboli sono la chiave per la comprensione del significato profondo delle cose.

“Tendo a vedere la magia, in un certo senso, come una sorta di linguaggio. Penso che gli dei della magia siano dei del linguaggio. E la magia è una specie di linguaggio con cui leggere l’universo. È un linguaggio di simboli con cui si può estrarre un significato dalle cose più mondane. È questo l’aspetto della magia che mi attrae. Ma queste rivelazioni per me si collegano a un nuovo modo di vedere la vita nel mondo ordinario piuttosto che una fuga in qualche fantastico nuovo piano di esistenza. Si tratta di scoprire la rivelazione che è in ogni cosa.”

Con l’esplorazione di questa dimensione spirituale Moore approda a una specifica visione metafisica del mondo, che contempla l’esistenza di uno spazio composto dai concetti e dalle idee dell’umanità, un luogo che egli definisce Spazio-Idea.

“È lo spazio dove avvengono gli eventi mentali, uno spazio-idea che forse è universale. Le nostre coscienze individuali hanno accesso a questo vasto spazio universale, alla stessa maniera in cui abbiamo case individuali, ma le strade fuori dalla porta appartengono a tutti. È quasi come se le idee fossero forme preesistenti all’interno di questo spazio. In questo spazio esisterebbero dei continenti composti interamente da idee e concetti, invece di territori e isole ci sarebbero i grandi sistemi di conoscenza, le filosofie, il marxismo potrebbe essere uno, le religioni giudaico-cristiane un altro.”

Poiché l’essere umano ha accesso al reale attraverso le proprie percezioni e dà quindi alle cose una forma mentale, in ogni momento la nostra mente interagirebbe con lo spazio-idea, anche solo in modo limitato, per svolgere le attività quotidiane. Naturalmente gli artisti e gli intellettuali lavorano costantemente con lo spazio-idea, vi si immergono in profondità alla ricerca di connessioni e idee inedite e originali. Moore sente quindi la necessità di tracciare delle mappe cognitive per navigare lo spazio-idea. A questo scopo studia i sistemi magici dell’antichità: la kabbalah e i tarocchi, la mitologia greco-latina e l’ermetismo, sono dei sistemi di archetipi spirituali che costituiscono una mappa della condizione umana.

Ma ora veniamo alla raccolta di racconti Illuminations, nella quale la poetica di Alan Moore si delinea in una serie di quadri perlopiù di ispirazione fantastica, che mettono in luce la sua visione del mondo fatalistica e spirituale. Per Moore il racconto è una delle migliori forme della letteratura, lo definisce un mezzo attraverso cui imparare e mettere alla prova il proprio stile letterario. Sicuramente la brevità della narrazione gli permette di creare dei lampi di immaginario, delle parabole metafisiche caratterizzate da un’ironia malinconica.

Alan Moore critica il fantasy contemporaneo, accusandolo di un eccessivo escapismo e di riposare su tropi convenzionali: secondo lui i romanzi di questo genere creano mondi di fantasia che nulla hanno a che vedere con il mondo reale. Nei suoi racconti invece le fantasie prendono forma in un contatto con la dimensione quotidiana del mondo che conosciamo. Sono delle incursioni di una realtà parallela limitrofa alla nostra, che con il suo simbolismo ci rivela qualcosa di significativo sulla realtà. Il titolo della raccolta, Illuminations, è in questo senso significativo: ci sono degli squarci nel quotidiano che permettono di avere una visione oltre la soglia della normale percezione. Appare ovvio come questa visione della letteratura sia connessa con la chiave magica della filosofia di Moore: un modo per andare oltre la normale soglia delle percezioni e cogliere un senso del tutto.

Illuminations è una parola ambigua. Può significare molte cose. Nel racconto con quel titolo è la ghirlanda di lampadine sul lungomare. Il protagonista prova una collisione tra passato e presente in una cittadina sul mare. Ma è anche il suo momento di realizzazione. Un momento di illuminazione. E questo è presente anche in molti degli altri racconti. Un momento in cui si capisce che le cose non sono quello che sembravano. Questi momenti di illuminazione possono essere a volte molto positivi e a volte meno. Ma mi colpisce che probabilmente io sia un illuminista.”

Questi sprazzi di illuminazione cercano di cogliere un momento di coscienza superiore, in qualche modo magica, del senso del sé. I personaggi hanno una percezione che va oltre se stessi e la propria individualità; talvolta questa consapevolezza è lasciata più alla percezione del lettore, ma vi è sempre un profondo senso filosofico nelle storie di Moore. In questo scenario si distingue, per stile e argomento, il racconto più lungo della raccolta, Cosa ci è dato sapere su Thunderman, che è un’approfondita, e per certi versi spietata, disamina dell’industria americana dei fumetti dagli anni ’50 a oggi, in cui i fumettari sono delineati come soggetti marginali e alla deriva, schiacciati nel loro mondo di fantasie infantili e oppressi dalle dinamiche commerciali dell’industria editoriale. Questa illuminazione è più che altro uno sfogo di Moore contro tutte le dinamiche che viziano l’industria del fumetto, che assoggettano la creatività alle logiche del mercato e un omaggio alle vite schizzate da outsider degli autori di fumetti.

La prima storia Lucertola ipotetica è un racconto visionario abitato da personaggi magici e perturbanti. Ambientata in una casa di piacere chiamata “La casa senza orologi”, è il racconto di una conturbante relazione amorosa tra due attori attraverso il punto di vista di una ragazza che, a seguito di un’operazione cerebrale che ha reciso i legami tra i due emisferi del cervello, non è in grado di comunicare e per questo è stata resa la concubina perfetta per gli stregoni, che non possono permettersi di rivelare a nessuno i propri segreti. La giovane è dunque testimone silenziosa di una relazione in cui i due amanti si scambiano di posizione, in cui una dinamica di dominazione sostituisce il soggetto con l’oggetto, in un gioco fluido in cui le identità di genere maschile e femminile si confondono. La scrittura sofisticata e conturbante dà vita a un mondo languido di amore intellettuale e quasi filosofico, dove i corpi mutano in maniera imprevedibile, rispecchiando l’interiorità delle anime.

Al centro di Nemmeno leggenda c’è un essere magico con un talento del tutto particolare. È chiamato, per ignoti motivi, “Pete sussurrante” e la sua particolarità è che vive la sua vita all’incontrario, nascendo vecchio e viaggiando indietro nel tempo fino a quando sarà bambino. Le sue esperienze vengono quindi vissute all’incontrario rispetto a tutti gli altri: per lui il passato è futuro e viceversa, il primo incontro con un’amata è in realtà l’ultimo e ogni sera legge una pagina del suo diario per sapere quel che gli succederà in un ieri che per lui è domani. Questo racconto mostra un’esperienza del tempo vissuta in direzione inversa a quella normale, non è come nel caso de Il curioso caso di Benjamin Button, un processo di invecchiamento al contrario, ma una vita a ritroso nel tempo, in un flusso contrario a quello di tutte le altre persone. Questo paradosso veicola la particolare idea della temporalità di Alan Moore, che prende le mosse dal concetto di Einstein di un universo-blocco che comprende presente, passato, futuro. Sarebbe la nostra coscienza a muoversi in modo lineare e progressivo attraverso il blocco immutabile ed eterno dello spazio-tempo. Per Moore questa è una visione confortante, che si sposa con il suo senso fatalistico dell’esistenza come qualcosa che è già lì e che siamo destinati a rivivere ancora e ancora.

Posizione, posizione, posizione racconta con stile sardonico e brillante una possibile apocalisse che avviene sullo sfondo di una cittadina inglese mentre l’ultima persona sulla terra, una donna agente immobiliare, porta il suo ultime cliente a visitare una casa. Il cliente è Gesù Cristo, patito di serie tv e dipendente dalla sigaretta elettronica, che non esita a concedersi una sveltina con il suo agente immobiliare. Moore unisce scabrosamente gli scenari epici dell’apocalisse, con angeli di fuoco, mostruose creature demoniache e gigantesche amazzoni che si danno battaglia nel cielo, all’episodio ordinario, ma surreale, di una visita immobiliare improbabile di Gesù (detto Cris) che sta cercando una sistemazione nella tranquilla campagna inglese. L’effetto è ironico e spiazzante, una demistificazione della religione e un ritratto implacabile della natura umana.

Lettura a freddo è invece una divertente parabola su un sedicente medium che riceve la visita di un cliente che vuole mettersi in contatto con il defunto fratello, seppure quest’ultimo fosse una persona estremamente razionale che condannava lo spiritismo. Moore qui vuole mettere a confronto il mondo delle sedute spiritiche, condannandone l’artificiosità, con quello dei razionalisti, condannandone i limiti mentali. Il finale a sorpresa può risultare ovvio, ma coglie nel segno con paradossale ironia.

Il racconto intitolato L’improbabile complessità dello stato dell’alta energia gioca con il paradosso della fisica del cervello di Boltzmann, un’ipotetica entità consapevole di sé nata a causa di fluttuazioni quantistiche da uno stato di caos. Mi perdonerete se, date le mie scarse conoscenze di fisica, prendo la definizione da wikipedia, mentre nella storia Moore sa illustrare molto bene come in un universo in formazione si sviluppa il primo essere senziente, un cervello per l’appunto, di cui il racconto è una tragicomica biografia. Il cervello viene al mondo e si scopre dotato della coscienza di sé e come prima cosa riesce a sviluppare una protuberanza sensoria che gli permette di fare esperienza del mondo e un peduncolo motorio che gli permette di muoversi. Chiama se stesso Il Panperule e piano a piano cataloga tutti i fenomeni emotivi e cognitivi della propria esperienza. Fino a che non incontra un altro cervello appena formato, ma ancora privo degli organi di senso. Il Panperule osserva il suo simile con disappunto e avendo perso la sua unicità, decide, per rivalsa, di imporre sul nuovo cervello il dominio della propria volontà. Il Panperule aiuta il nuovo cervello a sviluppare le proprie appendici sensorie e motorie e, quando il nuovo cervello può comunicare, gli si presente come il creatore di tutto l’universo, come dio. Tra le due uniche entità del cosmo si stabilisce immediatamente una relazione di dominazione e controllo, in cui il più anziano e saggio Il Panperule impone tutte le sue conoscenze al nuovo cervello, dandogli perfino il nome di Glynne, naturalmente senza articolo. La supremazia de Il Panperule su Glynne è quasi spietata e riproduce le dinamiche della dialettica servo/padrone, fino agli estremi più perversi, fino al momento inevitabile in cui i due cervelli scoprono l’accoppiamento. Anche il sesso è sempre visto come una forma di dominazione e il piacere che ne ricava porta Il Panperule a trascurare tutto il resto. Ma a questo punto Glynne inizia a porsi delle domande e a mettere in discussione le affermazioni del suo maestro e padrone. La situazione degenera quando si vengono a formare decine di altri cervelli, che vengono piano piano istruiti alla coscienza da Il Panperule, con l’aiuto di Glynne, e anche loro instradati all’obbedienza. Il modo in cui Moore riesce a dare forma a questa esperienza paradossale e infondere in essa tutte le distorsioni e le perversioni della società umana, è sorprendente. L’avventura dei cervelli di Boltzmann è straordinariamente comica e contemporaneamente tragica nel mostrare come le logiche di potere e dominio siano insite nello stesso stato di coscienza. Ma allo stesso tempo queste coscienze riescono a sviluppare anche l’opposizione e la capacità rivoluzionaria, anche se lo scontro delle due istanze conduce inevitabilmente a uno stato di caos.

Vale la pena di spendere qualche parola in più per Cosa ci è dato sapere su Thunderman, il racconto lungo più di duecento pagine in cui Moore fa un affresco della storia dell’industria del fumetto americana. Vengono raccontati i dirigenti senza scrupoli delle case editrici, con la loro brama di compiacere il pubblico, dominarne il pensiero critico e soprattutto sfruttare i creativi alle loro dipendenze. Ma i veri protagonisti sono proprio i creativi, sceneggiatori per lo più, ma anche illustratori: Moore tratteggia le loro vite dall’infanzia nostalgica in cui li vediamo affamati lettori di fumetti dell’epoca d’oro degli anni ’50 e ’60, all’inizio delle loro carriere professionali, attraverso le assurde gozzoviglie delle convention di settore, fino all’inevitabile crisi contemporanea, con il crollo delle vendite, la carenza di idee, questi autori sono schiacciati dal cinismo dell’industria, ormai disillusi e apatici spettatori delle loro stesse vite alla deriva. Il ritratto di Moore certo non fa sconti e nel dipingere questi eterni ragazzini sognanti, alle prese con il loro lavoro ideale, li fa scontrare con la dura realtà, raccontandoli come personalità ai margini, in qualche modo disadattati funzionali, protagonisti dei più assurdi aneddoti. Scrive: «Quell’ambiente disumanizzava le persone che ci lavoravano e le risucchiava in una realtà alternativa assurda, dove non c’erano limiti o confini, in una specie di caduta libera psichiatrica che, forse giusto all’inizio, poteva dare la sensazione di volare.»

Proprio il passaggio da appassionati di fumetti a professionisti del settore, enciclopedie viventi del passato dei supereroi, ma incapaci di creare storie e personaggi originali, è ciò che segna inevitabilmente il destino di tutti i personaggi, che risultano buffi e grotteschi, ma sempre profondamente malinconici. «Ogni aneddoto legato all’industria dei fumetti finiva inevitabilmente con un suicidio, un’insufficienza epatica, un crollo nervoso o un funerale a bara chiusa.»

Moore indica con crudezza la crisi contemporanea del fumetto, ormai diventato un medium arretrato, che non interessa il pubblico infantile e adolescenziale, attratto più dai videogiochi e da internet. Non c’è più ricambio generazionale e il fumetto sta declinando con l’invecchiamento del suo pubblico e dei suoi autori.

È evidente come il microcosmo del mondo del fumetto sia un microcosmo dell’America. I supereroi sono l’emblema della cultura americana, ne incarnano i valori e nella loro azione ne sintetizzano la politica violenta e imperialista. La critica dello scrittore britannico è esplicita e molto politica.

“Cosa hanno di tanto speciale i supereroi? Bé, sono un fenomeno tutto americano che altrove non ha mai preso veramente piede. Sono una cosa che emerge in modo naturale dalla nostra cultura. Penso che in parte derivino dal nostro diritto, garantito pure dalla Costituzione, alla furtività. Della serie, se fai una cosa che potrebbe ragionevolmente farti finire nei guai, allora è meglio farla con una maschera, o con un costume addosso, o con entrambe le cose. […] E poi c’è la nostra inclinazione alla violenza. Il nostro è un Paese dove nessuno si fida di nessuno, perciò dormiamo con un fucile sotto i cuscini dai tempi dei pionieri, e la soluzione ideale per risolvere un problema è sparare e tendere imboscate. Non amiamo i conflitti se non abbiamo un certo vantaggio strategico, quindi l’idea del supereroe come essere indistruttibile o munito di denti retrattili di acciaio è rassicurante. I supereroi sono quello che sogniamo di essere. Hanno una morale, aiutano gli oppressi e, con i loro poteri speciali, eccellono in qualcosa, tutte cose che noi non abbiamo e non facciamo. Sono il nostro negativo da un punto di vista etico e, allo stesso tempo, incarnano il Sogno americano come massima espressione del suprematismo bianco.”

Insomma Cosa ci è dato sapere su Thunderman è davvero il pezzo di valore dell’intera opera, un racconto dettagliato e illuminante che solo uno scrittore con lo stile e la visione di Alan Moore poteva proporre.

Per concludere rimangono altri tre racconti, che ho trovato meno incisivi, ma che vale la pena citare. Illuminazioni dà il titolo all’opera ed è un’elegante e soffusa elegia, dove un uomo in una cittadina in riva al mare rivive le memorie della propria infanzia, con un disvelamento del presente. Luce Americana: una valutazione critica è invece un poema di un immaginario autore della San Francisco della beat generation, corredato da una serie di note storico-biografiche che richiamano i personaggi del periodo, rievocandone il clima culturale anticonformista. Infine E, da ultimo, per chiudere con il silenzio è un dialogo surreale tra due personaggi in un imprecisato passato medioevale in Inghilterra. Non è chiaro se siano due prigionieri condannati a morte o già due fantasmi, la loro identità è misteriosa anche ai loro stessi occhi, ma sono destinati a camminare insieme verso il silenzio.

N. B.
Le citazioni di Alan Moore sono tratte dal documentario The Mindscape of Alan Moore, 2003, di Dez Vylenz, che potrete trovare su YouTube, e dai seguenti articoli:

Magic is Afoot: a conversation with Alan Moore about the arts and the occult, 2003, di Jay Babcock (qui)

Haunted Resonance: an interview with Alan Moore, 2022, di Miles Ellingham sul sito «The Quietus».

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Divine Divane Visioni (Cinema porno) – 79 https://www.carmillaonline.com/2018/01/18/divine-divane-visioni-cinema-porno-79/ Thu, 18 Jan 2018 22:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42820 di Dziga Cacace

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985 Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma [...]]]> di Dziga Cacace

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985
Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma bello, beh… no. Ma neanche discreto, passabile, accettabile… proprio no: è una vera merdaccia di film come raramente mi è capitato di vedere, il grado ultimo della fecalità su pellicola, vi assicuro. Ma prendiamola larga: il regista è Shin Sang-ok, un coreano sbagliato, del Sud, che al paese suo godeva di gran fama (era detto l’“Orson Welles sudcoreano”…) ma doveva anche sfangarla continuamente con censura e problemi produttivi. Mai saprò dell’effettivo valore del cineasta perché se pensa, come ha detto, che Pulgasari sia il suo miglior esito posso immaginare quali badilate di letame siano gli altri suoi film. Kim Jong-il – morto l’anno passato – voleva adeguare la cinematografia del suo paese a quella prodotta su scala mondiale che tanto ammirava. Dall’alto della sua pratica cineteca con 15mila titoli, il figlio di Kim Il Sung scrisse poderosi saggi di cinema e, di fronte alla cronica latitanza di talenti e capacità produttive a nord del 54° parallelo, decise per le maniere forti: fece rapire Shin Sang-ok (come del resto l’ex moglie e attrice Choi Eun-hee) e, dopo opportuna rieducazione, gli diede carta bianca. Shin girò diversi film fino a questo Pulgasari dopo il quale, complice una trasferta a Vienna, riuscì a imbucarsi nell’ambasciata USA con dei nastri registrati da donna Choi che provavano come i due fossero sotto ricatto e non volontariamente in esilio come sempre sbandierato dal regime nordcoreano.
Pulgasari dura un’ora e mezza ma vi assicuro che il tempo percepito è di circa una settimana. È un kaiju eiga, cioè un film di mostri o qualunque cosa significhi. Siamo nella Corea dell’epoca feudale (1400, quasi 1500, boh) e la vita, alle pendici delle montagne, è grama, sotto il giogo di una monarchia insensibile. Inde è il capo dei ribelli: esibisce una rambesca bandana e, pur sembrando Drupi, gode dell’amore della virginale Ami. Tanto per cambiare è in atto una carestia e il governatore pretende armi e metallo e confisca tutti i beni del villaggio dove vive Inde. Ci scappano calci e pugni e pure il morto: tragedia! Inde e il padre di Ami, fabbro, vengono imprigionati e rifiutano orgogliosamente il cibo, al punto che il vecchio, prima di schiattare, usa una polpetta di riso per sagomare una figurina antropomorfa cui chiede di salvare il mondo. Dolore e stridore di denti, anche per le scelte registiche ributtanti: è quasi tutto girato in studio, con luci alla cazzo di cane, montaggio prescolastico e una musica infestata di synth atroci. Ami, ad ogni modo, recupera il pupazzetto che finisce tra i suoi attrezzi da cucito. La ragazza si punge e una goccia di sangue finisce sulla figurina che, voilà, prende vita e comincia a nutrirsi di metallo. La cosa non smuove minimamente nessuno: “È carino!”. Risate e si va a dormire, ma il mostricciattolo fugge e cresce a vista d’occhio, mangiandosi tutto quanto sia metallico: maniglie, lucchetti e serrature. E pure la spada del boia che avrebbe dovuto decapitare Inde, così come le sue manette, tutto sgranocchiato come appetitosi snack. Il mostro, sempre più grosso, viene battezzato Pulgasari, l’immortale, e diventa l’arma che consente ai ribelli di opporsi finalmente al brutale tiranno.
Da qui parte una sequela eterna di combattimenti tra ribelli e potere centrale. Il canovaccio è sempre lo stesso: i rivoltosi rischiano grosso, poi arriva Pulgasari e si vince. Il tutto tra scene di massa drammatiche (come impeto e come effetto sullo spettatore), con armi risibili come letali pietre di polistirolo o fischioni e altri fuochi d’artificio spacciati per prodigi bellici pirotecnici. Un cacamento di cazzo eterno e dolente, non potete immaginare, con questo Pulgasari che è un panzone mangiametalli con la faccia da coglione, mezzo toro e mezzo maiale, e che si ha il coraggio di definire pure “molto intelligente”. Tra l’altro si vede chiaramente il povero attore che si agita sotto il costumone in gommapiuma con la cucitura sulla schiena, un sarcofago che deve averlo fatto sudare come in un bagno turco.
Il re capisce che la chiave per incastrare il mostro è Ami: la cattura e attira Pulgasari in trappola, in una gabbia a cui si da fuoco. E secondo voi che fa il nostro eroe? Si libera e si riparte. Dal punto di vista drammaturgico siamo a livelli infantili. Le scene di battaglia sono girate in modo dilettantesco, con sganassoni e capriole alla Bud Spencer e Terence Hill, ed è tutto avvincente come una partita di shangai. All’ennesimo confronto una freccia propulsa da polvere pirica piglia Pulgasari in un occhio: comprensibilmente il mostro s’incazza vieppiù e sgomina l’esercito per l’ennesima volta. Allora si fa ricorso a una fattucchiera in deliquio che lo strega e lo fa cascare in un orrido (orrido, sì, ma non quanto il film) dove lo sotterrano con delle pietre. L’esercito attacca i ribelli e, con mio sommo godimento borghese, Inde viene impiccato coi capelli sciolti al vento come Geronimo: devono avere qualche problema di parrucchieria da quelle parti, comunque. Vabbeh. I governativi festeggiano e Ami, che s’è finta prostituta, va a versare il suo sangue nell’orrido e Pulgasari riemerge dalla terra. I contadini attaccano la capitale, ma il re ha l’arma totale: una specie di involtino primavera pieno di esplosivo che finisce in gola a Pulgasari che repente lo risputa, sfasciando tutto. Roba da non credersi, con un’effettistica (a cura della Toho, quella dei vari Godzilla) che sarebbe parsa infelice in un telefilm come Megaloman, per dire, e un sonoro di una povertà clamorosa, con il clangore delle spade che neanche in un videogioco del Commodore 64. A questo punto i ribelli entrano in trionfo nel palazzo reale ma Pulgasari ha fame e – Franza o Spagna, purché se magna – diventa intrattabile, pretendendo altro metallo. La pazientissima Ami realizza che qui si rischia la fine dell’umanità e allora si nasconde in una campana e si fa mangiare, implorando il mostro, col suo sacrificio, di annientarsi per il bene della Terra. E Pulgasari sgrana gli occhi e si sgretola: dai detriti riemerge un Pulgasari cucciolo che si smaterializza ricongiungendosi col corpo esanime di Ami. E io: BOH.
Pulgasari sembra aver conosciuto incassi record alla sua uscita in Corea del Nord (beh, immagino che fosse imposto in sala tipo I soliti idioti quest’inverno qui da noi). In Giappone arrivò nel 1998, non ho capito con quale accoglienza, e poi venne distribuito anche in Corea del sud e pure negli USA, immagino per riderne di gusto o per compiacere qualche coprofago.
È una metafora del Capitalismo, con la sua fame inarrestabile? Oppure l’irriconoscente regista Shin ha voluto rappresentare con Pulgasari Kim Il Sung, padre della rivoluzione e Grande Leader ormai ingestibile come presenza? O ancora – e qui saremmo al top – ci sta dicendo che la Rivoluzione mangia se stessa? E CHI CAZZO LO SA?! È tutto confuso ideologicamente e non vedo come il regista possa aver voluto dare una qualche lettura sovversiva a ‘sta cacata. Potete attribuire tutto quello che volete, a questa clamorosa puttanata, anche che sia una satira delle diete carnivore, ricche di ferro e povere di verdura. Io non azzardo interpretazioni, valuto solo i risultati: non ho mai visto un film così orrendo. (29/2/12)

919 – The Artist di Michel Hazanavicious, Francia 2011
Fresco vincitore di una carrettata di Oscar, eccovi il film amato dai critici e dal pubblico più snob. Rientro perfettamente nella seconda categoria e ammetto il divertimento: l’opera di Hazanavicious è un intelligente e riuscito omaggio al bel cinema di un tempo, quello di circa 80 anni fa, che tracopia mimeticamente e in maniera scintillante. Muto, in bianco e nero, in formato 4/3, con tutti i temi cari alla cinematografia di quel periodo: la commedia passionale e patetica, con rovinose cadute di carriera come incredibili ascese rags to riches. Mettiamoci poi il gioco metacinematografico, l’uso dissimulato e intelligente del sonoro, diversi attori splendenti che non fan rimpiangere alcun dialogo (compreso un superbo cagnolino), musiche enfatiche anche riprese da altri film, un buon ritmo e l’immancabile happy ending, dopo il classico suicidio sventato. Un’opera così non può che far godere i critici che sui testi sacri del muto hanno studiato e che qui ritrovano in ammiccante filigrana. Il pubblico snob – che magari queste cose le ha già viste, ma è molto più probabile che no – ha un comprensibile compiacimento da scoperta. Saremmo nel midcult se The Artist fosse più facilino o facilone, ma Hazanavicious mi pare più intelligente che furbo e alla fine, Oscar o meno, il film l’han visto mica in così tanti. Un giocattolo carino, molto, che fa tenerezza. E una recensione borghesissima, lo ammetto. (Dvd; 4/3/12)

920 – Rome di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2005
Sarà che ho appena finito di lavorare con Pippo Baudo (…) e tornando a casa – chissà perché – mi viene una voglia di antichità, di Storia, che tosto soddisfo col cofanetto di Rome comprato anni fa. La prima serie l’abbiamo già vista nell’edizione televisiva italica, mutilata di violenza e sesso per non turbare gli spettatori Rai, ci mancherebbe. Questa è quella uncut e decidiamo di ripartire dall’inizio, tanto la memoria della prima visione è pressoché scomparsa, annebbiata tra pannolini, pappe e sveglie notturne per l’allora piccolissima Sofia. Rome racconta la vicenda di Giulio Cesare (interpretato da un indiano che pare Paolo Calabresi, il Biascica di Boris) attraverso le storie di due poveri diavoli che son sempre a mezzo e, con abili sottigliezze narrative, si evince che i fatti scatenanti siano sempre dovuti a loro, micce loro malgrado della dinamite romana. Lucio Voreno (Boris Becker, uguale) e Tito Pullo (uno yankee che più non si può) sono ovunque, ad Alesia come a Farsalo (scampando in mezzo a 5000 vittime alla tempesta che ha annientato la flotta di Marco Antonio) come nel letto di quella drogata di Cleopatra. Lucio Voreno è diviso tra ambizione e dovere, mentre Tito Pullo è tutta minchia e il suo ideale è combattere, razziare, scopare, bere e fumare (dice proprio così… ma ai tempi dei romani si fumava? Scopro di sì: salvia, alloro, erbette… pazzesco!). Di contorno il futuro Augusto, Ottaviano, una piccola merda di eccezionale intelligenza politica, e Ottavia, una poverina indecisa sessualmente, sempre pedina di altri. Tra i vari colpi di scena della puntata finale, Cesare ci rimane comunque secco, anche se non pronuncia lo storico tu quoque. L’esperimento narrativo e produttivo è interessante, la messa in scena sontuosa, le inesattezze storiche a go-go (documentate con perfidia da Wikipedia) ma chi se ne frega. La cosa che più lascia perplessi, però, è la teoria di facce WASP o le inaspettate somiglianze, come Marco Antonio che sembra Teo Mammucari, furbetto, zozzetto e amatissimo dai suoi soldati. Il plot storico è adattato e non ci vedo niente di male e l’unica attendibilità che sembra rispettata in pieno è quella della realtà spicciola e quotidiana: pensa un po’, anche gli antichi romani trombavano, tradivano e facevano le scritte sui muri. Ringraziamo che ci vengano risparmiate le dita nel naso, le palline fatte con le caccole e le scoregge liberatorie. Molta attenzione è dedicata poi alla religiosità e alla superstizione, con il fato come arbitro dei destini: guai ad andare contro la Fortuna! (Cosa che salva Voreno e Pullo infinite volte da Cesare). C’è anche dell’ironia con il ciccione che al Foro romano fa il telegiornale e alla fine annuncia che le notizie sono state offerte dallo sponsor. Che dire, in conclusione? Serie magnifica che però va un po’ perdendo colpi e diventa progressivamente oscura e lenta, seguendo la caduta verso la tragedia del Divo Giulio, quello originale. (Dvd; marzo 2012)

921 – Il mondo esploso di Crumb di Terry Zwigoff, USA 1994
Se i fumetti di Robert Crumb vi sono sempre sembrati strani, dovreste conoscerne l’autore. E se lui vi parrà un tipo completamente fuori di coccio, allora non avete idea di come stiano messi i suoi fratelli. Questo il succo di un documentario notevole, costato nove anni di fatica e realizzato da un altro matto, un regista spiantato, amico di Crumb, capace di comprendere ciò che stava riprendendo, cioè il frutto doloroso della società americana: una famiglia che definire disfunzionale è fargli un grosso complimento. Repressione, consumismo, plastic people, cultura underground, depressione, perversione, sublimazione: in Crumb c’è tutto, sia nel documentario che nella vita e nelle opere dell’artista che, grazie al successo della sua “visione”, ha condotto un’esistenza più o meno normale. Due matrimoni, diverse storie, due figli. La sua vita artistica e sentimentale è raccontata attraverso le testimonianze, spesso scostanti e uncomfortable di chi gli è stato vicino. Diversamente Max e Charlie, i due fratelli, sono andati in malora. Il primo è ritirato a San Francisco dove dipinge quadri folli e bellissimi e medita su un tappeto di chiodi. Giuro. L’altro, Charlie, non esce di casa da anni, rinchiuso in camera sua. Anche lui un talento grafico eccezionale, lui più degli altri disperato di fronte alla vita, tanto che a un anno da fine riprese si suiciderà. Robert Crumb è famoso da noi per Fritz il gatto, ma è anche l’autore della copertina di Cheap Thrills, l’album che fece di Janis Joplin una star. Divenne popolare alla fine dei Sessanta, con le sue storie schizzate, perfette per l’epoca drogata e ribelle, e poi, man mano, cominciò a raccontare le sue ossessioni, passando attraverso il barbuto Mr. Natural o rievocando la sua adolescenza nel dopoguerra USA sessuofobico. Crumb disegna in modo incredibile, con pennino a china, pennello o rapidograph. È un commentatore satirico che non osserva soltanto, ma vive il disagio che rappresenta. Da artista vero, tormentato, bugiardo, misantropo (e “masturbatore compulsivo” secondo una ex, che ne ricorda anche il cazzo grossissimo), contento solo quando può ascoltare la sua collezione di dischi di jazz e blues delle origini, Crumb coglie le espressioni, la disperazione, i tic dell’americano medio assediato e represso dalla società. Assieme a lui – allampanato e con lenti spesse come fondi di bottiglia – ripercorriamo la sua storia girando per l’America e quel che viene fuori, appunto, è un documentario tradizionale nella forma ma dirompente nei contenuti. Non è un’agiografia, questa, e su Crumb è interessante ascoltare anche il punto di vista acuto di una femminista intransigente che lo bolla come pornografico, razzista e sessista (zero convincente invece il critico d’arte che lo esalta: un cialtrone che fa name dropping a caso per nascondere la sua ignoranza in materia). Documentario strepitoso, comunque. (Dvd; 31/3/12)

922 – Rome 2 la vendetta, di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2007
Porca Juno! Ma non si può a metà di una serie cambiare faccia a un protagonista, dai! Ottaviano, uno che hai visto per 14 puntate ragazzo, di punto in bianco diventa una specie di cyborg, con l’espressività di un capitello. Anche Lucio Voreno ha un evoluzione che dal punto di vista recitativo è tremenda, siccome è nervosetto diventa tutto oscuro, ringhia, ha sempre lo sguardo torvo, sembra Boris Becker dopo aver saputo che la donna che gli ha dato un figlio usando il seme ottenuto con un rapporto orale avrà piene tutele economiche (è successo, lo so: è incredibile). In contrapposizione si accentua il lato da compagnone del buon Tito Pullo, che però – data la sua natura primitiva – incorre anch’egli in diverse vaccate. Come sempre grande violenza, tradimenti schifosi, nessuno “buono”. Al limite si apprezza la schietta onestà di Marco Antonio. Per il resto son tutti calcolatori efferati o pusillanimi (come Bruto che si riscatta con la morte pressoché suicida, dopo aver visto morire anche Cassio – legame omoerotico solo sottilmente adombrato). Divertente, ad ogni modo, ma inferiore alla prima serie. (Dvd; marzo e aprile 2012)

925 – Colpa mia, non di Lady Vendetta, di Park Chan-wook, Corea del Sud 2005
Barbara e io sbagliamo clamorosamente film, perché per un’opera del genere bisognerebbe essere freschi e cazzuti e invece quando ci accasciamo sul divano ci piomba sulla schiena tutta la fatica della settimana. Poi non vorrei sembrare razzista ma io ho confuso tutte le facce degli attori e per un bel po’ non ho capito chi fosse chi e cosa cazzo volesse dalla bella protagonista. Comunque trattasi di ennesima variazione sul tema della vendetta: lei (figuratevi se ricordo il nome) è stata 13 anni in carcere, accusata di aver ammazzato un bimbo di sei anni. Lì ha abbracciato la religione (cristiana) e s’è comportata da santa, difendendo o vendicando le compagne angariate. Poi uscita di prigione si dedica alla vendetta, perché lei non era assassina ma semplicemente complice inconsapevole e succube. Si fa aiutare dalle vecchie compagne di carcere (e di nuovo io non capivo una mazza) e fa un bel lavoretto pulito, in maniera non proprio prevedibile. Lady Vendetta è elegantissimo da un punto di vista formale, spezzettato in tantissime scene e trascinato per le lunghe al momento della vendetta vera e propria: l’ho sopportato e m’è parso inutilmente complicato tra diversi piani narrativi e temporali (prima del carcere, durante e dopo). Meno brillante e riuscito dei precedenti capitoli di Park, quindi? Mah! Ero troppo stanco per vederlo con la dovuta attenzione, però il cliente ha sempre ragione: non è che l’Auditel del venerdì sera sia ponderata mettendo in conto la settimana lavorativa, eh. Per cui, anche se so di sbagliarmi, giudizio non esaltato e – prima o poi – vendetta tremenda vendetta. (Dvd; 13/4/12)

926 – Una benedizione: Baraka di Ron Fricke, USA 1992
È come una legge non scritta: è il week end, arrivi più morto che vivo e nel mio caso è anche un week end lavorativo. Bene: le bimbe, ka-zam!, hanno tutte e due la febbre. Tanto per cominciare non si capisce perché in settimana, per portarle a scuola, la sveglia prima delle 8 sia un’operazione titanica, mentre il sabato siano belle arzille e rumorose già alle 7… E vabbeh. Fatto sta che verso le 11 cominciano le lamentazioni e le misurazioni, che con questi maledetti termometri elettronici sono un autentico terno al lotto. Ma siccome ho studiato Fisica all’università faccio diverse misurazioni, tolgo i risultati estremi e calcolo la media. Non c’è nulla da fare: hanno il febbrone. E Sofia, catatonica, subisce la mia imposizione: un film non narrativo, di pure immagini. Siccome Koyaanisqatsi le ha fatto un baffo, non si scompone quando faccio partire questo Baraka girato da Ron Fricke, direttore della fotografia dell’epocale film di Godfrey Reggio. Rispetto al capostipite qui c’è più ricerca formale e cromatica ma si sente la mancanza della musica di Philip Glass. E se alla fine, stringi stringi, il concetto è farci vedere la ricchezza e la diversità della Terra e dell’impatto dell’uomo su di essa, qui c’è più compassione (il titolo significa – in diverse lingue – “benedizione”), mentre Koyaanisqatsi era manifestamente critico, a partire dal titolo. Sono tante le immagine di devozione e preghiera (soprattutto all’inizio e nel finale) e a fianco della maestosità della natura si trovano anche tanti esempi grandiosi dell’inventività umana, artistica e tecnica. Se ne vedono anche gli effetti (in termini ambientali) e il costo (le fabbriche alveare o l’allucinante sequenza della selezione dei pulcini). E ancora una volta vediamo il traffico velocizzato che diventa un torrente di automobili o le masse di pendolari che scorrono come sangue nelle vene della metropolitana. Ma il film di Reggio aveva una natura più sperimentale e astratta, forse frutto anche dei diversi materiali confluiti durante gli anni. Baraka invece risponde a un disegno più preciso e ambizioso: la bellezza e l’orrore, cioè l’umanità, dal rapporto placido col creato (gli indios, gli aborigeni, le risaie terrazzate a Bali) a quello impazzito (i pozzi in fiamme in Iraq). Non stupefacente perché visto in casa e non in una sala, come previsto utilizzando la pellicola a 70 mm. Però bello, molto, e apprezzato anche dai 7 anni di Sofia. (Dvd; 14/4/12)

927 – La maledizione della prima luna di Gore Verbinski, Usa 2003
Altro film, ma stavolta sceglie Sofia, che si toglie una soddisfazione: in classe sua La maledizione della prima luna l’han visto tutti e soffre di complessi, la piccina che si vanta con nonchalance di Koyaanisqatsi. Tale e quale a suo padre. Purtroppo. Il film è divertente ed è evidentemente per bambini, ma siccome gli USA sono un grande paese l’han visto diverse milionate di adulti. Botte, botti, duelli e schermaglie anche verbali. La regia è molto ritmata, ricca di invenzioni cinematiche e in effetti non ci si annoia di fronte a questo aggiornamento che rubacchia qui e là, da Peter Pan al Corsaro Nero a Sandokan. Sforzo produttivo e cura realizzativa, appoggiandosi poi a un cast astuto: ci sono un lercio e autoironico Johnny Depp, una splendida Keira Knightley (non secca secca com’è adesso) e il belloccio Orlando Bloom. Di contorno quel Geoffrey Rush che mi sta sulle palle dai tempi del turpe Shine, ma che risulta effettivamente bravo. E poi è sempre un piacere rivedere Jonathan Pryce che non è invecchiato di un giorno dai tempi di Brazil. Film divertente, da pop corn e Coca Cola. Per pensare, rivolgersi ad altro (ma chi l’ha detto che io pensi, quando guardo un film?). (Dvd; 14/4/12)

928 – Esanime, Watchmen di Zack Snyder, USA 2009
Il week end di fuoco volge al termine e Barbara rifiuta in maniera odiosa qualunque cosa le proponga: la mia collezione di Dvd sovietici e di documentari in bianco e nero viene ufficialmente maledetta con un tremendo anatema. Allora facciamo ricorso a un film scaricato per mera curiosità e per stupido imitativo desiderio di possesso: se ce l’ho è quasi come se lo avessi già visto. Adesso però tocca vederlo sul serio. Barbara, orfana di Marco Antonio e di Rome, pensa che dei supereroi siano meglio che niente e allora ci imbarchiamo nell’avventura. Ed è una rottura di palle micidiale. Scritto (e disegnato) ancora durante la guerra fredda, Watchmen è la saga di un gruppo di ex supereroi messi da parte, alle prese con problemi esistenziali e la voglia di mettere fine all’equilibrio del terrore tra le due superpotenze. Ci riusciranno in maniera per nulla convincente (in termini narrativi), in un film lungo, noioso, calligrafico senza motivo, con protagonisti dei complessati cretini in costume. Mah! Me l’hanno consigliato Fabrizio e Max, ma forse la soddisfazione di Fabri partiva dalla riuscita trasposizione del fumetto (che mi ha consigliato per anni), mentre per Max si tratta di depressione, cosa di cui solitamente accusa me. Io apprezzo la messa in scena, al limite limite, ma poi, in fondo, delle vicende di questi odiosi tizi mascherati al servizio di una nazione infantile non me ne frega niente. Non riesco a fare il salto, ad avere compassione per i supereroi ridotti a vivere come normali cittadini e – lontani 25 anni dall’epoca dei fatti – anche le motivazioni pacifiste sembrano artificiose e pare tutto una parodia della parodia che era The Incredibles della Pixar. Film senza scintilla vitale: Snyder è quello di 300 e sotto la confezione c’è il vuoto. (Dvd; 15/4/12)

930 – A me fanno schifo I Goonies di Richard Donner, USA 1985
Gruppo di bambini con facce da cazzo assortite si interrogano a ritmo letargico per oltre due ore su un mistero fasullo. Tesori nascosti, scheletri, schermaglie tra bande… bah. Sofia apprezza ma a me non m’è piaciuto per niente – sarò stato stanco, indisposto, irritabile, che ne so – e non avendolo visto da ragazzo non ne conservavo neanche un ricordo positivo alterato dalla nostalgia. Da un soggetto di Spielberg, regia di quello che ha anche firmato Ladyhawke, altro film che andrebbe un po’ ridimensionato, e il primo Superman (idem c.s.). All’attivo Richard Donner ha, per i miei gusti plebei, giusto il casinaro Arma letale. Per il resto son perplesso e vi chiedo: per voi I Goonies è “mitico”? E mi dispiace, allora: avete avuto un’infanzia più disagiata della mia, eh. (Dvd; 29/4/12)

931 – Semplicissimo Cattivissimo me di Chris Renaud e Pierre Coffin, USA 2010
Un cattivissimo misantropo cui basta affiancare dei bimbi perché diventi buonissimo e amorevole. Non c’è molto d’altro a livello di narrazione in questo Cattivissimo me, che però possiede alcune trovate, è disegnato benino da un team francese e si fa vedere soprattutto per la frenesia cogliona e liberatoria dei Minions, dei tombolotti gialli al servizio del protagonista che blaterano in una sorta di esperanto babelico. E tanto mi basta, dai. Poi, en passant, ho visto anche le deliranti scene stracult di Paganini Kinski, sconclusionata biografia eretica ed erotica del violinista genovese. Va detto che vedere Klaus Kinski emaciato che puccia la lingua nella peluria di una figurante sconosciuta non sia cosa da eccitare neanche un monaco in clausura da decenni. Nel delirio annoto anche le apparizioni psichedeliche di Donatella Rettore: era molto bella; purtroppo oggi – come previsto da Splendido Splendente – può dire: “Io sorrido eternamente grazie a un bisturi tagliente”. E comunque l’album Kamikaze Rock’n’roll Suicide era un’operina stramba ma piacevole, giuro. Vabbeh, ho divagato. (Dvd; 11/5/12)

932 – La realtà è un uccello: 9 Songs di Michael Winterbottom, Gran Bretagna 2004
Esasperato da troppo cinema per bambini mi schioppo un peccaminoso Winterbottom, eclatante esempio di cinema d’autore con scene di sesso non simulato. E uno si chiede: perché? Quella raccontata è una storia d’amore: serve l’esplicitazione per renderla più vera, più credibile? O si cercava un successo di scandalo? O cosa? Cacace non sa, non risponde. Perché questo 9 Songs non respinge, non indigna, non scandalizza (figuriamoci), ma lascia proprio con un interrogativo: perché? Mah. Matt e Lisa – lui inglese, climatologo, lei americana in Gran Bretagna per studiare – si conoscono a uno dei tanti concerti che punteggiano (attraverso nove canzoni) il film. Si vedono, si piacciono, scopano e poi dormono abbracciati, in intimità immediata, simple as that. Io a vent’anni tornavo dai concerti gonfio di pipì, con un principio di sciatica e sudato da far schifo. Devo aver sbagliato concerti, non so. Qui sono fatali i Black Rebel Motorcycle Club e poi via via ascoltiamo brani di Primal Scream, Franz Ferdinand e qualche altro british che ha caratterizzato gli anni Zero del rock (gli ultimi, purtroppo). Canzoni che sono inni alla giovinezza, alla frustrazione, alla voglia di esplodere. In effetti si sente il desiderio, quella pura energia dei corpi, delle menti, l’ansia positiva e la fame di futuro, di pelle, di baci, come a mangiarsi il corpo, dopo tanti morsi e leccate.
Tra una song e l’altra (e anche Michael Nyman al piano, nel concerto per i suoi 60 anni) strisce di cocaina, pianti, breakfast e cene, irritazioni e qualche parola che si vorrebbe emblematica, fine alla fine del rapporto: questi sono carucci, con la bellezza della gioventù, sodi, guizzanti, arrapati e con una confidenza corporea che ma io ho avuto né, ormai, avrò. La cinepresa digitale, impudica e addosso ai corpi, è come se partecipasse ma non c’è un vero crescendo psicologico e narrativo (se non forse in termini di provocazione visiva, arrivando – dopo cunnilinctus, footjob, dildo e altro – a un rapporto orale mostrato esplicitamente fino alle liquide conseguenze). Ma io vorrei un’emozione sincera non solo realistica, perché qui è tutto enunciato, dato, senza crescita vera. E alla fine, di fronte a questa cruda esposizione minimale, mi manca l’emozione, non trovo compassione autentica né partecipazione. E mi dispiace perché alla fine il film – coraggioso, curioso – mi pare riuscito solo nelle intenzioni. (13/5/12)

933 – Indigesto Ratatouille di Brad Bird, USA 2007
Storia noiosa all’inizio, protagonisti poco attraenti, finale evocativo con richiamo proustiano all’infanzia per riabilitare il tutto. Diverse accelerazioni (inseguimenti virtuosistici e concitati percorsi mirabolanti) rendono passabile la storia, ma non posso appassionarmi alle vicende di una pantegana pelosa e gastronoma: solo degli americani potevano concepire una cosa così. E tutta la poesia del cibo scompare ogni volta che vengono confuse spezie, erbe aromatiche e sapori (nonostante la coltissima citazione dello zafferano dell’Aquila). Oggetto bellissimo che non funziona, Ratatouille globalmente delude: i critici che lo hanno osannato per fare i gggiovani che hanno scoperto la Pixar, tanto per cambiare non han capito nulla. (Dvd, 15/5/12)

934 – La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera di Stefan Herek, USA/Gran Bretagna 1996
Barbara è partita e io ho le mie armi segrete per mandare le bimbe a letto presto: qualche pappa peccaminosa e soprattutto uno scintillante film nuovo, questo. Definito da Elena la Carica dei 101 umano, si fa vedere e ha ritmo e trovate sceniche: non segue pedissequamente l’originale (qui gli animali non parlano) ma lo aggiorna senza risultare fastidioso, accentuando il sentimento di vendetta: i cattivi sono mazzulati a più riprese, con gusto, con l’apice di Crudelia Demon cacciata nella melassa e poi anche nel letame. Glenn Close è bravissima e Jeff Daniels ha ormai la faccia da gran bollito, ma se la cava assieme a un’attrice che sembra una triglia. Uno dei due cattivi è il Dr. House, comunque. (Dvd; 20/5/12)

(Continua – 79)

È ancora in libreria per i tipi di Odoya Divine Divane Visioni – Guida non convenzionale al cinema, con la preazione di Mauro Gervasini (direttore di FilmTV) e la postfazione di Giorgio Gherarducci (Gialappa’s Band)

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