Velia Titta – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Tempest Rap Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/10/25/tempest-rap-matteotti/ Thu, 24 Oct 2024 22:05:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84905 di Luca Baiada

Si è sentito rappare, qualche giorno fa in Toscana, nel Museo nazionale Casa Giusti. Proprio nella casa del poeta risorgimentale Giuseppe Giusti, quello della Terra dei morti, dello Stivale e dei versi famosi già prima del 1848. Quello di Sant’Ambrogio, con «Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina…».

È successo al convegno Giacomo Matteotti, martire e maestro. C’erano persone serie, strutture ammodo, rappresentanti di amministrazioni, scuole.

E allora. Rap? in un museo? davanti a studenti e studentesse? Ecco qui.

 

Un mondo di violenza è un mondo che è già morto.

[...]]]>
di Luca Baiada

Si è sentito rappare, qualche giorno fa in Toscana, nel Museo nazionale Casa Giusti. Proprio nella casa del poeta risorgimentale Giuseppe Giusti, quello della Terra dei morti, dello Stivale e dei versi famosi già prima del 1848. Quello di Sant’Ambrogio, con «Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina…».

È successo al convegno Giacomo Matteotti, martire e maestro. C’erano persone serie, strutture ammodo, rappresentanti di amministrazioni, scuole.

E allora. Rap? in un museo? davanti a studenti e studentesse? Ecco qui.

 

Un mondo di violenza è un mondo che è già morto.

A quelli che sonnecchiano, a quelli che ridacchiano,

a quelli che vivacchiano nel comodo sconforto,

non piace chi ha progetti e intanto cambia i fatti.

È meglio le riforme o la rivoluzione?

Se aspetti il tuo futuro facendoti domande,

il mondo a muso duro ti insegna la lezione,

e coi concetti astratti ti gratti le mutande.

Se guardi il tuo ombelico non cambi il tuo destino;

la storia non si annuncia, la vita non aspetta,

non puoi svuotare il mare usando il cucchiaino.

Ma a volte c’è qualcuno che guarda avanti e lotta.

 

È nato nel Polesine, Giacomo Matteotti,

è terra di lavoro, braccianti nei casotti,

casotti con la paglia, col fango e con le frasche,

si muore di pellagra, si vive fra le mosche.

Bruciava per lo sdegno, fremeva nell’impegno,

non si fermava mai, andava dritto ai guai,

per questo non dicevano «il nostro deputato»,

dicevano «il Tempesta»: Tempesta, l’incazzato.

Lui non faceva sconti, lui non voleva tonti;

lui controllava i conti, le regole e i contanti;

se uno poi sgarrava, Giacomo, stai sicuro,

appena lo scopriva tirava calci in culo.

 

Ragazzo timidone, sportivo con la gente,

amava le persone, però ragazze niente.

Ma un giorno è all’Abetone, vacanza di montagna,

ed ecco che conosce la Velia, la compagna.

Compagna della vita, la Velia fa poesia,

si scrivono per anni, prima che amore sia.

Ma poi è amore grosso, ma poi è amore vero,

e se lo porti addosso, lo senti, che è sincero.

L’amore di una vita non muore con la morte,

anche la malasorte, non è una vita vuota.

Soltanto se non ami, non sai che cosa sei;

lui scrive: «Cosa guardano, adesso, gli occhi tuoi?»

 

Tempesta studia legge all’università,

ma per il bene pubblico, contro la povertà.

Lo vogliono i colleghi, può fare il professore,

lui sceglie chi lavora con fame e con sudore.

Tempesta scrive e studia, di lingue ne sa quattro,

si attira tanta invidia, lavora come un matto.

Il mondo delle leggi è fatto a ragnatele,

il torto si fa dritto col trucco di parole.

Giacomo la sa lunga, lui sa le cose, è in gamba,

e dentro la sua scienza ha sveglia la coscienza;

per questo fa paura, per questo ha vita dura,

lo notano i padroni, preparano i bastoni.

 

Tempesta è socialista, si sa che cosa costa:

se non si resta uniti, un gesto e si è finiti.

Si sa che il tradimento è un pozzo senza fondo,

è aperto ogni momento, il buco dentro il mondo.

Lui nota un estremista che non muoveva un dito,

un falso, un egoista: lo chiamano Benito.

La Grande guerra arriva, il tritacarne grida,

è il ’15-’18 e il sangue copre tutto.

Tempesta è coerente, vuole salvare gente,

lo fanno soldatino, lo mandano al confino.

Invece Mussolini si vende agli assassini,

faceva il pacifista, adesso è interventista.

 

La guerra tutto sbrana, la terra tutta frana,

perché, sia dopo o prima, se muoiono persone,

la rima messa in croce è sempre guerra e terra,

e dice che la voce è quella del cannone.

Ma se tu vuoi la pace, se senti che ti piace,

attento, nell’oscuro c’è sempre un buco nero,

c’è sempre qualche verme per carognate eterne,

qualcuno fa le chiavi per fare tutti schiavi.

Tempesta è tutto tosto, è sempre in ogni posto,

sui campi, nei mercati, in mezzo ai sindacati,

a volte si traveste da donna, anche da prete,

lui sa che gli squadristi gli tendono la rete.

 

Tempesta è sui giornali, in piazza, in Parlamento,

denuncia tutti i mali e smaschera l’imbroglio.

Capisce che il fascismo è morte dell’Italia,

e vede l’affarismo di cricche e di petrolio.

Lui vuole pace e vita, lui vuole Europa unita,

non tace, alza la voce, sa che per lui è finita,

fa i conti anche allo Stato, si batte con lo slancio,

e sputa sui fascisti: è falso, quel bilancio!

Ci sono pochi anni, ci sono troppi inganni,

tra guerra e finta pace, tra fabbrica e arsenale.

I fasci hanno paura, detestano il Tempesta

e il grande socialista ci muore di pugnale.

 

È tanto, quel che resta di Giacomo, il Tempesta:

un cielo di giustizia, un velo di mestizia,

un volo di ottimismo, il vero pacifismo,

lo scritto che ti scotta, la forza della lotta.

Adesso che il pianeta diventa spazzatura,

chi specula avvelena, chi accumula devasta,

ma il libro della vita, la pagina futura,

ripete che ora basta, ci vuole più Tempesta.

Tempeste, se lo vuoi, burrasche siamo noi.

La storia di domani l’abbiamo nelle mani,

la linfa nelle vene è fare il bene insieme,

il faro nella notte è fare ancora lotte.

 

Il testo è mio, le voci sono digitali e il beat è frutto di intelligenza artificiale generativa, aggeggiata e strapazzata.

Ho debiti. Per esempio, col Giorgio Caproni di Fatalità della rima (guerra / terra, morte / sorte), e con Paolo Pietrangeli per la canzone in cui dice: «Non ci s’impegola con, con chi si scaccola al bar, con chi si grogiola al sol, con chi si sbrufola il cul…» (più o meno, sono quelli che sonnecchiano e ridacchiano).

Alcune cose. Velia Titta, la moglie di Matteotti, era compagna di vita, non seguiva il marito in politica ma condivideva i rischi con lui.

Sulle motivazioni del delitto è ancora controverso il peso, oltre che di tutto l’impegno politico del socialista, della sua attenzione a specifiche ruberie fasciste sul commercio di petrolio.

La falsità del bilancio dello Stato fu denunciata da Matteotti il 5 giugno 1924, alla Camera. È più famosa la seduta del 30 maggio, considerata determinante nella decisione di ucciderlo e messa in apertura del film Il delitto Matteotti di Florestano Vancini. Le parole con cui Matteotti concluse, il 30 maggio, suonano proprio risorgimentali: «Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi [fascisti] volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità».

 

]]>
Una vita molteplice, quindi compiuta. Parola di Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/07/13/una-vita-molteplice-quindi-compiuta-parola-di-matteotti/ Fri, 12 Jul 2024 22:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83304 di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle [...]]]> di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle occasioni ufficiali». Ma per altri aspetti non ci siamo:

Con la dissoluzione della prima repubblica e dei partiti che l’avevano costruita, Giacomo Matteotti è uscito definitivamente dagli appiattimenti di parte, dalle contrapposizioni ideologiche, da gelosie e rivalità che erano sopravvissute alle divisioni del passato, ed è entrato definitivamente nella dimensione che gli è propria, quella della storia.

Le gelosie hanno solo perso il tratto da segreteria e da grisaglia, per diventare tic nervosi nei discorsi d’occasione. Le ideologie si sono spente ma Matteotti non ha ancora il posto che merita. Cosa significa?

Qualcosa di imbarazzante: non c’erano i fronteggiamenti ideologici, all’origine della messa tra parentesi. Il male è più profondo e si può capirlo solo sorbendo – ma fino all’ultima goccia amara – in politica Salvemini e Gobetti, in letteratura Sciascia. Il paese del papato e dell’inquisizione romana, delle corti e delle accademie respinse come un insetto molesto l’uomo dell’antiretorica, della prassi determinata, della certezza senza fanatismo. Gobetti, appunto, poco dopo il delitto, con la sincerità del morituro lo chiamò protestante. Romanato è realistico qui:

È uomo del postrisorgimento, estraneo alle mitologie dell’unificazione, ma estraneo anche alle rigidezze delle ideologie allora prevalenti: il positivismo, il marxismo, l’idealismo. Scontento, ribelle, inquieto, guardava al futuro, senza lasciarsi condizionare dal passato.

Sui rapporti fra Matteotti e marxismo, però, ci vorrebbero spiegazioni, anche tenendo conto del periodo: nasce poco dopo la morte di Garibaldi e poco prima della fondazione del Partito socialista. Di certo, fatta l’unità emergono problemi, insieme alla questione romana irrisolta – i fascisti la peggioreranno restituendo al papa uno Stato – e a molto altro.

Il commenti di un secolo fa riaprono ferite. Il giudizio dei comunisti fu e rimase duro, sino alla mancanza di umanità, vedendo nell’assassinio il suggello dell’errore. Riflesso automatico di fiducia nell’ineluttabilità della storia: chi cade, non può che aver torto. Gli alfieri della memoria del grande socialista si risparmiarono l’acredine, ma neanche loro furono mai all’altezza del caduto. Atroce, nel 1924, la partecipazione di una minoranza dei deputati del Psu al funerale del loro segretario; e assurde, nel dopoguerra, le commemorazioni alternate fra Psi e Psdi, per non mischiarsi mai.

Anche la confusione al monumento romano, oggi, con lapidi diverse che si contendono lo spazio, dice più disordine che insegnamento. Quell’aiuola assediata dal flusso di auto, sul lungotevere – un tempo ariosa passeggiata, adesso convulsa arteria di scorrimento – , parla da sé. Forse è un caso, ma è in un sottopassaggio, simile a uno di quelli scavati nei lungotevere per le Olimpiadi del 1960, che Fellini gira l’inizio di Otto e ½, col sogno del protagonista: nell’ingorgo, chiuso in una macchina, batte sui vetri e si divincola come Matteotti nella Lancia dei sicari, sino a che riesce a volare via.

La percezione dell’importanza del diritto nella sua posizione politica – «singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario» – è lucida:

[Per Matteotti] era il diritto, non il determinismo sociale, a creare la strada che conduce alla giustizia e all’uguaglianza. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare. Chi infrangeva le regole del gioco legittimava chi le violava, a sua volta, per legittima difesa.

I giuristi, però, non valorizzarono le sue ricerche e proposte. Più in generale, anche molti intellettuali furono inadeguati; il testo li ricorda ma vanno ridimensionati meglio. Per esempio:

Ivo Andrić, futuro premio Nobel per la letteratura, che allora era in servizio a Roma presso la legazione diplomatica del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, la futura Jugoslavia: «La crisi del fascismo è iniziata. A causa del delitto Matteotti. Un caso che è allo stesso tempo incredibile e terribile, semplice e banale. Incredibile e terribile è che in Europa, nel Paese che rivendica la paternità del diritto, nel centro di Roma a mezzogiorno sei mercenari possano rapire un deputato popolare inerme, segretario di un partito, portarlo fuori città e ucciderlo».

Andrić non ha capito. Proprio perché siamo nella culla del diritto, lo stragismo portato dalla guerra, con una massa di reduci storditi e incarogniti, e col padronato che non vuole mantenere le promesse – pace perpetua, giustizia, lavoro – , apre al fascismo. Esso è anche il passaggio dal massacro indiscriminato, in guerra, al massacro selettivo, in pace. L’assassinio di Matteotti, giurista e per questo più scomodo, è il segno di un’epoca. La civile Europa, nel paese della paternità del diritto, ha covato un patrigno in camicia nera: presto avrà molti figliastri. La Roma mussoliniana – in questo terribilmente moderna – con le borgate di deportati dal centro per gli sventramenti, con le scenografie di cartapesta per le parate, con le burocrazie labirintiche, diventa insieme culla e bara. Già nel 1934 il groviglio umano dell’Urbe è colto in un romanzo di Marguerite Yourcenar, con un cenno al delitto di dieci anni prima[1].

Un italiano diverso presenta il socialista senza encomi prevedibili:

Un personaggio duro, intransigente, mai disponibile al compromesso, talora anche sgradevole. […] Un uomo di parte, spesso settario, che non dava confidenza e non faceva sconti a nessuno. […] Ante mortem Matteotti fu un uomo profondamente divisivo. Il ritratto che ne scrisse Piero Gobetti a ridosso dell’assassinio, centrato sul tema della solitudine, a mio parere, rimane pur con qualche forzatura, l’interpretazione più penetrante che ne sia stata proposta.

Il punto di vista gobettiano è stato criticato da chi vuole interpretazioni concilianti; ma se forzatura c’è, in Gobetti, è perché quel testo era costretto a una densità alchemica[2].

Un elemento critico. Si insiste sul fatto che il padre di Matteotti avesse prestato denaro a usura:

Le fonti che ne parlano sono numerose e circostanziate. […] Non è fuori luogo ipotizzare che i rancori accumulati per questo motivo contro di lui possano essere arrivati a lambire anche le motivazioni del delitto, considerando il ruolo che in esso ebbero […] due fascisti polesani che conoscevano Matteotti fin dagli anni di scuola: Giovanni Marinelli e (ma in questo caso il coinvolgimento è molto meno sicuro) Aldo Finzi.

La questione è contraddittoria: gli immobili della famiglia erano sparpagliati perché erano frutto di acquisti occasionati dalla fretta dei venditori, all’epoca dell’emigrazione postunitaria; ma questo – felix culpa – permise a due figli, Matteo e Giacomo, di candidarsi in più comuni (all’epoca ogni proprietà dava diritto al voto nel suo comune). Che i rancori locali abbiano contribuito al delitto non è dimostrato, ma di certo l’assassinio fu anche una vendetta castale: come altri – i fratelli Rosselli, per esempio, poi Giangiacomo Feltrinelli e Pier Paolo Pasolini – Matteotti è un traditore della sua classe. Mentre Romanato offre pagine e pagine sullo strozzinaggio del padre, proviamo a chiederci: e se proprio quella provenienza della ricchezza fosse stata determinante nella scelta di far del bene, di schierarsi con gli sfruttati e contro gli sfruttatori?

Dell’epistolario fra Giacomo e Velia si dimostra frequentazione ma non altrettanta comprensione:

C’è più ragionamento che attrazione, sia prima sia dopo il matrimonio, anche quando la lontananza fisica […] rende forte ed esplicito il desiderio reciproco, il bisogno di rivedersi, di toccarsi, di baciarsi. […] Chi leggesse queste lettere pensando di trovarvi riferimenti erotici rimarrebbe deluso. E non soltanto perché il linguaggio del tempo era molto più riservato del nostro, ma perché nel rapporto fra questi due giovani la fisicità è sopraffatta dal ragionamento.

Nella commemorazione alla Camera, il 30 maggio – brutta nel suo lato spettacolare e ingannevole in quello politico – , anche Bruno Vespa ha escluso l’erotismo di quello che invece è un palpitante documento amoroso; questo libro ha un’altra statura, eppure si sente una mentalità che non si accorge dell’eros se non sobbalzano carni. Così sono fraintese in senso negativo le schermaglie, le sofferenze e le ammissioni reciproche di scoramento, che fanno parte di quell’unione. Il fatto che i due si scrivessero anche mentre erano nella stessa città è una «bizzarria»; e pensare che Victor Hugo e Juliette Drouet si scrivevano anche mentre vivevano insieme.

Altri malintesi. Si legge che in Matteotti c’era «l’ansia di fare, e anche di strafare», perché scrisse: «Il desiderio di una vita molteplice, e quindi allora soltanto compiuta, sta diventando una mia ossessione». Questa è l’eco di una profonda inquietudine, di stampo ottocentesco, come quella che fremeva in Arthur Rimbaud. In Une saison en enfer il poeta aveva scritto: «A chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues»; e infatti Matteotti: «Vorrei avere dieci vite». La competenza giuridica, amministrativa e contabile del polesano ha oscurato la creatività; ma a modo suo, anch’egli fu ladro di fuoco e veggente.

Quando si ricorda che per Matteotti l’amore per la propria patria non deve portare a sopraffare le altre – lo scrive a proposito di suo figlio e di un bambino abbandonato di cui si prende cura – non si deve tacere che quel principio e quel senso di umanità vengono da Giuseppe Mazzini. Il Polesine è terra di lotta di classe, sì, ma prima di Risorgimento. E poi. Romanato vede nell’attenzione di Matteotti per l’educazione un’anticipazione di Lorenzo Milani, ma è più immediato pensare a un seguito di Alberto Mario, polesano di Lendinara, piccolo centro che gli ha dedicato un monumento gagliardo. L’autore, che conosce il patriota perché accenna agli studi sull’Italia postunitaria della moglie, Jessie White, non ricorda l’impegno di Mario per i ragazzi da garibaldino.

Nel libro si sentono le insistenze sugli errori dei socialisti e la benevolenza verso il Partito popolare. Quanto agli effetti tremendi della violenza squadrista, vanno posti nel giusto rilievo; per esempio, bisogna sempre precisare che, negli enti locali, le dimissioni dei socialisti erano imposte dai fascisti e le autorità non proteggevano i rappresentanti eletti. L’autore cita come attendibile questa analisi, presa dal giornale dei popolari:

Tacerà il vento di follia quando gli onesti di ogni partito si adopereranno seriamente e fermamente a richiamare i propri aderenti alla legge. È giunto il momento di proclamare che tutti ebbero torto, che esiste per tutti, socialisti e fascisti, il dovere di rientrare per sempre nella legalità. La provincia domanda a tutti i partiti e a tutte le fedi di liberarsi dalle forme degenerative della loro attività.

Sembra l’«Osservatore romano» del marzo 1944, dopo le Fosse Ardeatine, quando chiede a tutti, nella Roma occupata dai nazisti, «serenità» e «calma», «al di fuori, al di sopra delle contese»[3].

Da queste premesse viene l’accusa che il socialismo abbia determinato l’avvento del fascismo; così Matteotti diventa un colpevole. Nel discorso ha un ruolo anche l’avversione alla guerra, ed ecco che il pacifismo diventa colpevole di guerra civile. Sono tesi superate, eppure l’autore, malgrado un bagaglio culturale raffinato, ne sente la fascinazione:

Anni decisivi, quelli del trionfo massimalista, dopo il congresso di Reggio Emilia del 1912 e l’affermazione di Mussolini. Questi poi prenderà tutt’altre strade, tuttavia dal virus dell’estremismo il socialismo italiano non guarirà più. La sconfitta storica di Turati, e della linea riformista, maturarono allora. Quando Mussolini, nel suo primo discorso parlamentare, disse cinicamente che la sinistra la conosceva bene – «io per primo ho infettato codesta gente» – diceva una incontestabile verità.

Invece no. Altro che incontestabile. L’estremismo non fu una prerogativa del socialismo, e comunque il fanatismo determinante fu quello della borghesia nel difendere privilegi di classe.

Affiorano cedimenti al complottismo. Quasi si avalla l’ipotesi che il socialista fosse austriacante, e quindi neutralista, per legami familiari. Si sottolinea che il vero motivo dell’assassinio non è ancora sicuro e si cita la pista petrolifera senza una riflessione di accompagnamento. Si fanno congetture sul movente con punti interrogativi, supposizioni, cenni: il petrolio, le case da gioco dei fascisti, la massoneria, i documenti nella borsa, un cenno nel diario di Ciano. Su Aldo Finzi, squadrista e fascista che morirà alle Ardeatine, scivola un dubbio:

Si volle chiudere in questo modo la bocca del maggior testimone del delitto Matteotti? È un’ipotesi che non ha mai avuto conferme, anche se è quasi certo che Mussolini, pure sollecitato, non intervenne per salvargli la vita.

Per Romanato, di Finzi non è ben sicuro il coinvolgimento ma Finzi è il maggior testimone? Di certo, Finzi l’occasione per aprire bocca la ebbe e non la usò. Quanto a Mussolini, c’è da stupirsi? Non intervenne neanche per salvare il genero dalla fucilazione.

Altre accuse. Si dà spazio a critiche di doppiezza: Matteotti estremista nel Polesine e moderato a Roma. Anche il banditismo veneto, con la repressione austriaca, e poi la rivolta nota come «La boje» contribuiscono alla colpevolizzazione del socialismo. Citando di tutto, anche Sturzo e Galli della Loggia, si addebita ai socialisti di non aver risolto le incertezze interne, con gravi conseguenze.

Come può salvarsi, Matteotti, da tante colpe? E infatti, per l’autore sono involontariamente profetiche le parole rivoltegli da un periodico cattolico:

Buffone e istrione! Tu continui a solleticare nelle folle lo spirito della rivolta. Parola di galantuomo: sarai il primo a pagare il fio di questa improntitudine da istrione. I Danton e i Robespierre furono le prime vittime della loro nefasta propaganda.

Profezia falsa: Matteotti fu assassinato per le doti di denuncia, critica e organizzazione, concretizzate su basi amministrative, legali e contabili. Cadde proprio perché non era un tagliatore di teste ma un tessitore di contatti e sindacalismo, cooperative e relazioni internazionali, persino nessi profondi fra teorie giuridiche e interessi sociali.

Si affaccia una tematica che sa di tempi meno lontani. Riguarda il progetto di un fronte antifascista e qui si può solo segnalarla:

[Matteotti] pensava nel suo intimo anche ai cattolici di Sturzo, che non appartenevano alla sinistra ma rappresentavano […] una forza popolare, benché estranea ai partiti di classe, che non poteva essere confusa con la borghesia italiana ormai fascistizzata. La speranza nella possibilità di quest’incontro divenne concreta soltanto dopo la sua morte, […] ma venne fermata da un intervento esterno alla politica italiana: il veto pontificio.

In queste vicinanze intime c’è da capire. Per un verso, può confermare quest’attenzione all’incontro la citazione di un articolo di Ernesto Buonaiuti, sacerdote perseguitato dalle autorità ecclesiastiche: uscito su un quotidiano di orientamento laico, commenta il discorso di Turati per Matteotti e paragona la morte del socialista al sacrificio di Cristo. Per un altro, viene naturale il paragone con un altro incontro, molti anni dopo; quello fra comunisti e democristiani, con un perno: Aldo Moro. Allora, subito un altro raffronto viene spontaneo: quello con la posizione del Vaticano mentre Moro era nelle mani delle Brigate rosse. Questo paragone costringerebbe a rileggere la lettera di Paolo VI che non provò per davvero a salvare il democristiano, anzi. Un altro veto pontificio.

Romanato scrive: «Ogni ricostruzione del passato non è mai tutto il passato. C’è sempre una zona che sfugge, o per mancanza di fonti, o per insufficienza dello storico, o per il velo di silenzio con il quale, spesso, l’animo umano cela i propri riposti intendimenti, che determinano i fatti più di quanto immaginiamo». Qui il libro si fa perdonare i difetti con l’onestà dell’autore. E a questo punto, se lui non dice i suoi intendimenti, sia il recensore a diradare il suo velo.

Sono un giurista, lavoro con le regole anche quando non le condivido. Con Matteotti ho incontrato un modo coraggioso e concreto di vivere la condizione del giureconsulto: una tensione verso il bene che non cede né al formalismo né al fanatismo né al compromesso. Una cosa che il lavoro legale e giudiziario non insegna, anzi, fa di tutto per mortificare. Neanche di me, quindi, si fidi del tutto chi legge. La zona che sfugge riguarda anche il mio modo di vedere le cose. Matteotti, per tutti noi, in fondo è un monito severo.

 

[1] Marguerite Yourcenar, Denier du rêve, Grasset 1934; poi, in nuova versione, Plon 1959. La prima edizione italiana è Moneta del sogno, Bompiani 1984, traduzione di Oreste Del Buono.

[2] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924.

[3] «L’Osservatore romano», 26 marzo 1944, p. 1.

 

]]>
Ritratto di Giacomo Matteotti in piedi https://www.carmillaonline.com/2024/05/01/ritratto-di-giacomo-matteotti-in-piedi/ Tue, 30 Apr 2024 22:05:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82276 di Luca Baiada

Stefano Caretti e Maurizio Degl’Innocenti (a cura di / edited by), Giacomo Matteotti. Ritratto per immagini / Portrait by Images, Pisa University Press, Pisa 2023, pp. 188, euro 30.

 

Quattrocento immagini e alcuni commenti, in un volume frutto di ricerche in Italia e all’estero. Molto viene dall’archivio Matteotti, alla Fondazione Filippo Turati di Firenze. La mostra itinerante Giacomo Matteotti. Ritratto per immagini contiene quasi tutto il materiale nel volume, più altre fotografie, oggetti, un filmato e un audio di Turati. Chi perde la mostra può rifarsi col libro, ma non vive l’immersione nelle grandi foto e il [...]]]> di Luca Baiada

Stefano Caretti e Maurizio Degl’Innocenti (a cura di / edited by), Giacomo Matteotti. Ritratto per immagini / Portrait by Images, Pisa University Press, Pisa 2023, pp. 188, euro 30.

 

Quattrocento immagini e alcuni commenti, in un volume frutto di ricerche in Italia e all’estero. Molto viene dall’archivio Matteotti, alla Fondazione Filippo Turati di Firenze. La mostra itinerante Giacomo Matteotti. Ritratto per immagini contiene quasi tutto il materiale nel volume, più altre fotografie, oggetti, un filmato e un audio di Turati. Chi perde la mostra può rifarsi col libro, ma non vive l’immersione nelle grandi foto e il senso di profondità.

Toccanti, nella mostra, foto e girati coevi. Dopo il ritrovamento fuori Roma, la salma va in vagone merci da Monterotondo al Polesine e il governo cerca di impedire la presenza del popolo. I lavoratori in ginocchio, le donne col fazzolettone, gli uomini col cappello in mano hanno una forza straordinaria; sembrano presagire qualcosa, come animali che hanno fiutato il mattatoio, ma nei volti si legge l’oscura esigenza di una rivincita.

Le immagini nel volume accostano vita privata e pubblica. Più che di vita privata, però, su Matteotti dobbiamo dire vita affettiva, perché dagli scritti e dai fatti emerge un uomo che non si risparmia, che non distingue tra il suo vissuto e ciò che fa per gli altri. Il legame con la moglie, Velia Titta, è intellettuale e morale; insieme, certe lettere hanno una carica erotica travolgente, con pochi paragoni nel Novecento. Un’immagine di Velia, incantevole: ha gli occhi chiusi, sorride maliziosa sotto un largo cappello, l’abito è lungo ma il vento modella il corpo. Dietro, i ferri di un cancello rigano il futuro: vedovanza, persecuzioni per lei e per i figli, fine precoce. Ma qui, a vincere è l’amore.

Anche il legame col partito e coi lavoratori ha una convinzione sentimentale, senza astrazioni. In questa raccolta si legge:

La rilettura attraverso le immagini presenta non poche difficoltà, a cominciare dal rischio di riproporre una visione stereotipata fissata sul martirologio o addirittura sull’aristocratico isolamento del personaggio. A tal fine abbiamo voluto dare rilievo, oltre ai rigorosi studi di diritto penale, anche e soprattutto agli affetti familiari, agli interessi e alle attività nel tempo libero tanto di natura letteraria, artistica e teatrale, quanto sportiva.

Scopo raggiunto, tutto sommato, anche considerando che i curatori riferiscono la scarsità di materiale fotografico sull’impegno nelle leghe, nelle cooperative e negli enti locali. Si è rimediato con manifesti e altro: l’insieme funziona, anche se mette in ombra alcune cose. Per esempio il talento contabile, che nelle verifiche dei documenti preoccupava anche le amministrazioni di sinistra. Il socialista aveva funzioni in municipi diversi e tallonava tutti. Attualizzando: sarebbero bastate poche decine di Matteotti nei posti giusti, negli anni Settanta e Ottanta, a tagliare le unghie a Craxi e alla sua cricca, senza dover aspettare Mani pulite. I giuristi seri è bene ascoltarli prima che averne bisogno dopo, nelle aule giudiziarie, quando i demagoghi ne approfittano.

La contrarietà alla Grande guerra è anch’essa per immagini: foto e manifesti. Matteotti, esentato dal servizio, fu richiamato lo stesso. Si illusero, di fermarlo: in zona di guerra faceva politica. Trasferito in Sicilia (più retrovia di così…), alfabetizzava soldati e bambini. L’intuizione del politico, che era anche giurista ed economista, fu svelta: la guerra avrebbe spostato la ricchezza verso gli abbienti, contro le sudate conquiste del movimento socialista; poi avrebbe favorito le destre armate, e le dure condizioni imposte alla Germania avrebbero contribuito a nuovi conflitti. La consapevolezza che guerra chiama guerra smentiva il mito ingannevole: l’«ultima guerra», lo scontro per la giustizia sociale, la fine del militarismo, la pace perpetua. Matteotti:

[L’internazionale socialista dovrà] tentare o favorire ogni iniziativa che dirima i conflitti tra i popoli, li associ con vincoli pacifici, eviti o faccia cessare le opposte violenze e minacce. Dovrà favorire il formarsi di una vera Lega delle Nazioni, e più immediatamente degli Stati Uniti d’Europa, che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista in infiniti piccoli Stati turbolenti e rivali[1].

Tra le fotografie c’è la copertina di Un anno di dominazione fascista, preparato nel 1923 e pubblicato nel 1924, poco prima della morte. In questo volume il prezioso libro non è valorizzato. Peccato.

Un anno di dominazione fascista spazia dal lavoro alla burocrazia, dalla giustizia al sistema tributario, dall’abuso dei decreti-legge alle autonomie locali, dalle forze armate alla contabilità dello Stato, dai lavori pubblici alla scuola, sempre con rilievi circostanziati. L’autore è preparatissimo, convincente. Denuncia anche il rischio di «una riforma costituzionale sul tipo del cancellierato prussiano», e oggi, con gli attacchi alla Carta costituzionale e con la devastante voglia di padrone, quel testo è doveroso.

Attenzione. Nell’edizione originale del 1924 le denunce delle malefatte fasciste (in campo legale, amministrativo, fiscale, militare, contabile eccetera) erano stampate prima, seguite dall’elenco delle azioni squadristiche; per lo più, nelle riedizioni l’ordine è stato ribaltato. Errore, forse inconsapevole complicità, infine conformismo. Ancora adesso l’assassinio, preceduto di qualche mese dalla pubblicazione di Un anno di dominazione fascista, e solo di giorni dal famoso discorso alla Camera, è troppo schiacciato sulla denuncia delle violenze, come se non fossero state già evidenti. Il fatto che i fascisti siano ladri, falsari, corrotti, sfruttatori, eversori, pessimi amministratori scivola in secondo piano. Quel libro del 1924 documenta la realtà così bene che Roberto Farinacci, difendendo uno dei sicari, lo mette fra le colpe di Matteotti, ricorda solo le denunce dei fatti di sangue e invoca per l’assassino l’attenuante della provocazione:

Pubblicò un opuscolo dove aveva elencato le più spudorate menzogne, per far sapere all’estero che il primo anno del governo fascista fu un anno di terrore e distruzione. Questo opuscolo venne tradotto e diffuso con un manifesto in cui il fascismo era rappresentato in un pugno che stringe un pugnale grondante di sangue[2].

Va aggiunto che Matteotti stava lavorando a un approfondimento specifico su affari indicibili, ad alto livello, legati al petrolio, con implicazioni all’estero e con lucro di Mussolini o suoi familiari[3]. Purtroppo Giacomo Matteotti. Ritratto per immagini non si distanzia dalla versione tralatizia. Il movente per eliminare il coraggioso socialista è stretto in queste parole: «Il 30 maggio 1924, nel celebre discorso alla Camera dei deputati, Matteotti denunciava i brogli e il clima intimidatorio che avevano contraddistinto la consultazione elettorale». Il rapporto col libro del 1924 è tutto qui: «Quando venne ucciso stava attendendo alla stesura della seconda edizione aggiornata, intitolata Un anno e mezzo di dominazione fascista».

Anche un libro per immagini ha i suoi doveri. Le serie causali, in ogni vicenda, sono il punto critico in cui si inseriscono sviamenti e distrazioni: nel delitto Matteotti il nesso fra da un lato denuncia di brogli elettorali e violenze, dall’altro assassinio, è una spiegazione limitata: bisogna inquadrare meglio l’accaduto e farne tesoro. Per combattere i nemici della democrazia bisogna coglierli nelle loro ruberie, nelle rapine contabili e salariali e finanziarie e previdenziali, ai danni dei lavoratori e dei piccoli risparmiatori, come nei loro compromessi spregiudicati. Oggi Matteotti non denuncerebbe smorfie e smanie di chi è al potere; troverebbe e spiegherebbe, per esempio, sia le prove dell’accordo fra la Lega e il partito di Putin, sia quelle della sudditanza alle peggiori scelte della Nato, nel governo e nell’opposizione. Proporrebbe, come dopo il 1918, una giustizia internazionale basata sugli interessi dei lavoratori, cioè una pace costruita sull’equa distribuzione delle risorse, che all’epoca era espressa dalla regolamentazione dei debiti e dei crediti, e che oggi vuole anche attenzione all’ambiente.

L’iconografia personale è varia. Una posa sportiva lo mostra composto ma civettuolo; è su una montagna innevata ma potrebbe essere in salotto o nella pausa di una riunione di lavoro. Nell’istantanea giovanile, in giardino, il ragazzone vuole già dirci la sua su molte cose, ma la convinzione deve trovare i mezzi per venir fuori, e Giacomo non sa dove mettere le mani. Voleva tanto mettersele in tasca, sta per stropicciarsele o per stuzzicarsi le unghie: in questo periodo si sta formando il giurista; la giacca ha qualcosa di sformato, mostra un alone di fatica: è una patina piegaticcia inconfondibile, quella che solo la frequenza di lezioni e biblioteche stinge su un divoratore di libri.

Esiste una fotografia con una consistenza fuori dal tempo, riprodotta su biglietti e manifestini dopo il delitto. È presente anche su un cartoncino indirizzato alla vedova, riportato nel volume. La foto parla di lui e dei compagni che la vollero come icona memoriale. L’uomo sembra intravedere il suo destino e guardare oltre, lontano, dietro chi lo osserva; non so se proprio per questo la fotografia sia stata scelta, dopo, o se invece la scelta abbia impresso sull’immagine un suggello. Leonardo Sciascia nota la particolarità di quel viso, in un altro biglietto, e lo guarda dallo slittamento della narrazione a una vicenda del 1937:

Era un’immagine che, tredici anni prima, giornali, manifesti e cartoline avevano come inchiodato nella memoria degli italiani che avevano memoria, nel sentimento degli italiani che avevano sentimento. Questa, proprio questa: un volto sereno e severo, ampia fronte, sguardo pensoso e con un che di accorato, di tragico; o forse con quel che di tragico aveva poi conferito alla sua immagine da vivo la tragica morte[4].

Il dubbio ci dice che i protagonisti dello scatto siamo noi, noi che guardiamo, perché solo noi possiamo porci questa domanda. L’immagine è insieme un ritratto d’autore, un testamento, il rovescio di una foto segnaletica e un atto di accusa.

Preso in un esterno, il politico è consapevole del suo ruolo. Sta riflettendo su un programma, un’iniziativa, e la busta che porta con sé ribadisce la sua attenzione ai dati, alle prove. Non potranno coglierlo impreparato. Stringe le labbra, sa che c’è da gridare e che bisogna farlo al momento giusto. Non farà sconti a nessuno, non si risparmierà, sa bene cosa deve dire e come deve farlo. È talmente forte, determinante nella storia del paese, che qui ha finito per occupare tutto il campo: si intuisce che l’immagine viene da una foto più ampia, che non riesco a individuare. Il ritaglio è anch’esso un fatto espressivo.

Diverso il dipinto di Maria Vinca, delicato ma fuorviante: Matteotti prende un che di fanciullesco e quasi di distratto. L’opera è stata realizzata dopo l’assassinio, e l’insieme, appena velato di garbo e di distanza, coglie solo una parte della personalità del socialista, perché a prendere il sopravvento è un affetto elegante, sincero ma con alcune venature di raccolto intimismo.

Dopo quel ritratto, nel libro, Matteotti sparisce; si ripresenta più in là, trasfigurato. Qui è un eroe, l’aspetto è nobile e triste, lo sguardo è più quello di una vittima che quello di un combattente; i rami intorno sono d’olivo e di spine: pace e martirio.

Nell’ambito della mostra allestita a Pisa, al Museo della grafica, Palazzo Lanfranchi, a marzo c’è stato un incontro su Matteotti giurista, con accademici di alto profilo. L’attenzione alle sue qualità dottrinarie, però, ha trascurato la necessità di smascherare la gentaglia leguleia che avvelenò quegli anni, con conseguenze che si pagano ancora. Qui non colmo la lacuna ma segnalo qualcosa.

Anzitutto viene in aiuto Silvio Trentin, giurista d’eccezione: ha davanti una carriera accademica, ha famiglia, ma nel 1926 si dimette e va in Francia a fare il contadino e il manovale. Trentin è un eretico: rivoluzionario fra i liberali, uomo di legge fra i ribelli. Nel suo La crise du droit et de l’État, del 1935 ma pubblicato in Italia solo nel 2006, condanna i giuristi che chiama «adoratori dei testi»:

Si tratta di interpreti con i paraocchi, il cui campo visuale non oltrepassa mai i limiti arbitrari stabiliti dall’onnipotenza del legislatore di fatto; dei tecnici al servizio dell’ordine contingente che aborriscono l’idea stessa di un vuoto di legalità; degli specialisti fatti e finiti che rifiutano a priori al loro mestiere ogni autonomia anche virtuale, e che si preoccupano solo di non evadere dallo stretto recinto di un codice o di una formula giacché non compete loro discutere il fatto legislativo sottoposto alla loro analisi[5].

Trentin se la prende con un monumento, Santi Romano, e col suo L’ordinamento giuridico. Studi sul concetto, le fonti e il carattere del diritto, del 1918:

[Sono] aberrazioni alle quali un giurista può essere portato quando, disdegnando ogni controllo della realtà e collocandosi da un punto di vista puramente logico, pretende di spiegare il diritto come un susseguirsi incatenato di deduzioni necessarie. […] È difficile, credo, trovare nella letteratura giuridica un esempio più significativo, più eclatante, di cecità, di partito preso «positivista»[6].

Poi cita un altro barone accademico, il fascista Giorgio Del Vecchio, e conclude il capitolo: «Non esiste prigione in cui si possa rinchiudere lo spirito; non esistono potenza o patibolo che possano giustiziarlo»[7]. Trentin, però, non immagina finestre d’ingiustizia che possano schiudersi sui corpi: da una finestra dell’Università di Roma, facoltà di giurisprudenza, istituto di filosofia del diritto, fondato da Del Vecchio e con una biblioteca intitolata a lui, nel 1997 parte il colpo che uccide Marta Russo, e i due che saranno condannati sono in carriera universitaria, anche come giuristi. Dopo quel crimine, la parte peggiore del mondo giuridico dimentica la giustizia e reagisce al sangue con un groviglio di dottrina cervellotica, coscienza azzerata e cameratismo sottinteso. Proprio il veleno che Matteotti, Trentin e i migliori giuristi del Novecento hanno combattuto.

È un concentrato tossico Alfredo Rocco, presidente della Camera nell’ultima seduta con Matteotti, quella famosa; il socialista viene interrotto e minacciato, ma il servo di Mussolini non si vergogna di suggerirgli i suoi modi abituali, di invitarlo a inchinarsi:

Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.

Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente![8].

Più carogna, Vincenzo Manzini. Scrive un saggio sulla recidiva nel 1899; poi Matteotti ne scrive un altro (La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, 1910) e Manzini è cortese come un manganello: «Matteotti si limita a ruminare le idee dello Stoppato [un accademico] in tutto ciò che non costituisce pedestre indagine statistica»[9]. Manzini scende ancora più in basso, perché dopo il delitto scrive una prefazione al testo dell’arringa di Farinacci in difesa di uno degli assassini; vi si legge:

Queste stragi di disinteressati fautori di un’idea [si riferisce all’eliminazione di fascisti], in tempi di roventi lotte politiche, valevano bene l’uccisione d’un deputato, capo-partito, che della politica faceva professione esclusiva, ritraendone onori e vantaggi, e che da se stesso si era posto in condizione di vivere pericolosamente. Ma politica e malafede sono spesso la medesima cosa, e questo spiega il perché della frenetica speculazione sulla morte del Matteotti; morte che si volle considerare, non quale un incerto del mestiere di demagogo, ma addirittura come un attentato contro il popolo[10].

Così sono i giuristi peggiori: in vendita, o schematici, o pietrificati. Matteotti li ha già individuati da vivo e si è posto il problema in linea generale, risalendo la corrente in cerca della fonte torbida: chi è il giurista? come si forma? Domande che ancora adesso non hanno risposte convincenti. Lui va al cuore del problema, preoccupandosi della quantità, quando chiama i laureati in legge «esuberante sfornata annua di giurisperiti»[11], e soprattutto guardando alla qualità:

Quella enorme fabbrica di spostati, che è attualmente la facoltà di legge […], moltiplicata per tutta Italia in modo uniforme, fabbrica così i magistrati, come gli avvocati, come tutti gli impiegati statali, con una cultura che è tutta posticcia, formalistica, proceduristica, anziché cultura di amministrazione, di economia, di geografia, di tutto quello che occorre oggi nelle grandi amministrazioni pubbliche[12].

Per sentire come si lavora per la società, guardando alla sostanza e unendo diritto, contabilità e amministrazione, ecco lui, alla Camera nel 1921:

Alla fine della guerra, quando tutta l’economia nazionale era sconvolta, e quando le entrate non coprivano più le spese, alle vostre amministrazioni moribonde [borghesi e regie] deste la facoltà di far debiti, cosicché tutto il peso ricadde sulle nuove elette. Or devono le amministrazioni socialiste provvedere a codesto sbilancio? E provvedono con tasse sui signori. Ma costoro preferiscono di armare il fascismo, poiché pagare non vogliono![13].

È chiaro. Il fascismo ha una sua coerenza: al padronato conviene pagare gli squadristi per non pagare le tasse. Da ricordare, adesso, se chi è al governo le paragona al pizzo.

Tornando al volume, le vignette sono imperdibili. Per esempio, Mussolini cerca carponi il colpevole e lo trova in uno specchio; oppure, lo spettro di Matteotti, sereno col pugnale nel petto, turba il sonno del dittatore. È riprodotto anche un murale di Diego Rivera; vi si riconosce il socialista in un addensamento che ha l’incalzare di George Grosz.

L’ironia più sferzante denuncia l’ingiustizia, il rovesciamento dei fatti e l’impunità, conseguenze della dittatura, delle manovre mussoliniane e del processo, addomesticato e celebrato lontano, a Chieti. La vignetta ci riporta ai giuristi e l’immagine è accompagnata da queste parole:

Presidente: Giacomo Matteotti?

Matteotti: Presente!

Presidente: Siete accusato di avere col vostro contegno convertita una beffa in una tragedia e di esservi nascosto, dopo il delitto, nella macchia della Quartarella causando grave pericolo al regime.

L’orrore espressionista inchioda i servi togati del potere alle loro responsabilità. Quanto al comportamento dei giuristi nel processo sul delitto Matteotti, comprese ipocrisie e vigliaccherie dei magistrati – ma qualcuno tenne la schiena dritta – , è stato approfondito dalle migliori ricerche[14].

Per spigolare nella formazione del socialista, la raccolta contiene dati sulle letture, e viene voglia di ripercorrerle. Ecco L’impero della morte di Vladimir Korolenko, La débâcle di Émile Zola e le opere di Romain Rolland, compreso il Jean Christophe caro agli antifascisti anche durante la Seconda guerra mondiale[15]. Poi il De rerum natura, e ancora le poesie di Shelley. Sulle letture esistono anche altre fonti, come l’intervento di Matteotti, a sue spese, per la biblioteca popolare di Fratta Polesine[16]. È un uomo profondo, con radici nella classicità e nella modernità. Non sappiamo come si crea una persona così, e le biblioteche non bastano a insegnarcelo. Sappiamo che Matteotti ci manca, e tanto.

 

 

[1] Massimo L. Salvadori, L’antifascista. Giacomo Matteotti, l’uomo del coraggio, cent’anni dopo (1924-2024), Donzelli, Roma 2023, pp. 119-120, che cita Giacomo Matteotti, Direttive del Partito socialista unitario, in «La Giustizia», 1923, in Giacomo Matteotti, Sul riformismo, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1992, pp. 362-79.

[2] Roberto Farinacci, Il processo Matteotti alle Assise di Chieti, Società Editoriale Cremona Nuova, stab. tipografico, 1926, p. 22.

[3] Fa riferimento al petrolio il memoriale di uno dei sicari, Amerigo Dumini, del 7 gennaio 1933, in Paolo Paoletti, Il memoriale Dumini, «Il Ponte», XLII n. 2 (marzo-aprile 1986), pp. 76-93.

[4] Leonardo Sciascia, Porte aperte, Adelphi, Milano 2009, pp. 14-15.

[5] Silvio Trentin, La crisi del diritto e dello Stato (tit. orig. La crise du droit et de l’État, L’Eglantine, Paris-Bruxelles 1935), Gangemi editore, Roma 2006, p. 59.

[6] Ivi, p. 6 e pp. 286-287.

[7] Ivi, p. 290.

[8] Giacomo Matteotti, Contro il fascismo, Garzanti, Milano 2019, p. 44.

[9] Giacomo Matteotti, Scritti giuridici, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 2003, p. 11, nota 17, che cita Vincenzo Manzini, in «La Giustizia Penale» XVI, 1910, pp. 1343-1344.

[10] Vincenzo Manzini, prefazione a Farinacci, Il processo Matteotti alle Assise di Chieti, cit., p. IV.

[11] Giacomo Matteotti, Sulla scuola, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1990, pp. 126-127, che cita Giacomo Matteotti, Spunti universitarii, paragrafo Troppi avvocati, in «Critica Sociale», XXIX, n. 11, 1-15 giugno 1919.

[12] Matteotti, Sulla scuola, cit., pp. 214-217, che cita un ordine del giorno, Camera dei deputati, XXVI legislatura, 1ª sessione, discussioni, 1ª tornata del 14 giugno 1922. L’ordine del giorno è approvato, ma in seguito il governo fascista istituisce altre università; Matteotti lo denuncia in Un anno di dominazione fascista.

[13] Intervento del 31 gennaio 1921, in Matteotti, Contro il fascismo, cit., p. 25.

[14] Per esempio, Costantino De Robbio, A margine del processo Matteotti: la coerenza di un magistrato in tempo di regime, in «www.giustiziainsieme.it», 6 aprile 2024.

[15] La lettera del cecoslovacco Kurt Beer, che pensa al Jean Christophe di Romain Rolland, è in Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, con prefazione di Thomas Mann, Einaudi, Torino 2017, p. 166.

[16] Matteotti, Sulla scuola, cit., p. 24, nota 25, che indica fra gli altri Flaubert, Daudet, Zola, Bourget, Ibsen, Turgheniev, Pirandello, Serra, De Amicis, Beltramelli, Oietti.

]]>