U.R.S.S. – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 06:13:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 A proposito del Manifesto di Ventotene https://www.carmillaonline.com/2025/03/20/lanno-degli-anniversari-1941-2021-manifesto-di-ventotene/ Thu, 20 Mar 2025 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68587 di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento [...]]]> di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento ideale dell’attuale Unione Europea.
Peccato, però, che a leggerne anche soltanto alcune pagine, guarda caso poste proprio all’inizio dello stesso, la narrazione europeista autorizzata non regga.

Il Manifesto, il cui titolo completo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto”, fu infatti elaborato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’agosto del 1941, in piena seconda guerra mondiale, mentre i due antifascisti si trovavano confinati, insieme ad un migliaio di altri oppositori del regime, sull’isola di Ventotene, al largo di Formia.

L’autore principale fu Altiero Spinelli (1907-1986), che aveva iniziato la sua attività politica nelle file dell’allora Partito Comunista d’Italia e proprio per il suo ruolo di segretario giovanile dello stesso per l’Italia centrale era stato condannato nel 1927 a dieci anni di carcere e successivamente al confino, da cui fu liberato soltanto nel 1943 dopo la caduta “istituzionale” di Mussolini. Nel 1937, però, a seguito dei processi di Mosca e di una lunga riflessione sull’esperienza dello stato sovietico stalinizzato, era uscito da quello che era diventato il PCI.

Ernesto Rossi (1897-1967), che pure diede un importante contributo alla stesura del Manifesto, fu tra i fondatori e i principali animatori di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione e proprio attraverso gli scambi di idee con Spinelli, durante il periodo di confinamento forzato, divenne un sostenitore del federalismo europeo.

Idea di federalismo che, non dimentichiamolo, era nata e si era sviluppata proprio a seguito di quel secondo conflitto imperialista che stava macellando la gioventù europea e mondiale sui campi di battaglia ed era conseguenza non solo delle brame imperialiste delle potenze coinvolte, ma anche di un feroce nazionalismo che, in varie forme, aveva precedentemente finito con l’ingabbiare le stesse masse dei lavoratori.

Forse prendendo a prestito, almeno in parte, quell’idea di Stati Uniti d’Europa che Leone Trockij era andato sviluppando fin dal 19231, con l’intento di dar vita ad una federazione europea degli operai e dei contadini che desse una risposta concreta alle questioni più scottanti della rivoluzione europea, anche se nel 1915 lo stesso Lenin si era dichiarato contrario a tale parola d’ordine2, con argomentazioni che sarebbero poi in seguito state usate da Stalin per giustificare la teoria del “socialismo in un paese solo”.

Trockij, al contrario, era invece convinto che soltanto dall’unione tra le due parole d’ordine «governo operaio e contadino» e «Stati Uniti d’Europa» fosse possibile ingabbiare e controllare in chiave socialista quelle forze produttive capitaliste che superavano, già allora, il quadro nazionale degli Stati europei ed avevano costituito la vera forza motrice del Primo macello imperialista.

Proprio come la guerra rifletteva il bisogno di un ampio campo di sviluppo per le forze produttive compresse dalle barriere doganali, così l’occupazione della Ruhr, funesta per l’Europa e per l’umanità, riflette il bisogno di unire il ferro della Ruhr con il carbone della Lorena. L’Europa non può sviluppare la sua economia nelle frontiere doganali e statali che le sono state imposte dal trattato di Versailles. Essa deve abbattere queste frontiere, altrimenti è minacciata da una completa decadenza economica. Ma i metodi impiegati dalla borghesia dirigente per sopprimere le barriere che essa ha creato non fanno che aumentare il caos e accelerare la disorganizzazione.
L’incapacità della borghesia di risolvere i problemi fondamentali della ricostruzione economica dell’Europa si manifesta sempre più chiaramente di fronte alle masse lavoratrici. La parola d’ordine «governo operaio e contadino» va incontro a questa crescente aspirazione dei lavoratori a trovare una via di uscita con le loro forze. Ora, è necessario indicare in maniera più concreta questa via d’uscita: è la cooperazione più stretta tra i popoli d’Europa, l’unico mezzo per salvare il nostro continente dalla disgregazione economica e dall’asservimento al potente capitale americano3.

Messe da parte alcune considerazioni forse oggi superate sul tema delle “foze produttive” e del loro inarrestabile sviluppo, va qui compreso come in quelle poche righe già il leader bolscevico prefigurasse quelle che sarebbero state le conseguenze del trattato di Versailles prima e del secondo conflitto mondiale in seguito.

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovarono invece a scrivere in un periodo in cui erano fallite le speranze di un governo operaio e contadino europeo oppure di una federazione di governi di tal fatta, mentre Stalin si accaniva nella costruzione forzosa di un nuovo e potente capitalismo di Stato, non troppo diverso da quello rimesso in piedi da alleati ed avversari nel corso di quel devastante conflitto. Forse, fu proprio a partire da questa constatazione che, nella terza parte del Manifesto, Compiti del dopoguerra – La riforma della società, i due poterono affermare:

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia4.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica “routinière” per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachanovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a) non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (Es.: industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E’ questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

b) le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl’istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.;

c) i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

d) la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

e) la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali 5.

E’ evidente che numerose affermazioni qui contenute potrebbero, oggi, essere ampiamente riviste, ma ciò non toglie che la domanda da porsi sia: cosa c’entrano il contenuto del Manifesto e le idee dei suoi estensori con l’Europa di Draghi (e oggi di Ursula von der Leyen), della guerra, del capitale finanziario e della BCE oggi celebrata proprio attraverso le sue pagine? Visto che l’Europa unita sognata all’epoca dai due estensori e, prima, forse anche da Trockij andava in una ben diversa direzione.

La prima domanda, però, deve essere accompagnata anche da un’altra: cosa c’entrano gli attuali difensori dello Stato-nazione e dei suoi sacri confini, in un contesto di capitalismo avanzato, col socialismo, il comunismo e la rivoluzione?


  1. Si veda L.Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, ora in L. D. Trockij. Europa e America (a cura di David Bidussa), Celuc Libri, Milano 1980  

  2. Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, «Sotsial-Demokrat» n. 44, 23 agosto 1915  

  3. L. Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, in op. cit., p. 100  

  4. Per i lettori che dovessero strabuzzare gli occhi davanti a tali affermazioni, occorre qui ricordare che tale principio era in linea con la Nep, la Nuova politica economica, con cui Lenin aveva cercato di rivitalizzare l’economia dell’U.R.S.S. al termine della devastante guerra civile del 1919- 1921, mentre la statalizzazione assoluta di ogni attività economica e proprietà fu alla base delle politiche staliniane di industrializzazione forzata e competizione economica sul mercato mondiale. – N. d. R. 

  5. Altiero Spinelli, Enesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Celid per conto del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 2001, Parte Terza: Compiti del dopoguerra- La riforma della società, pp. 24 – 26  

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Dall’organizzazione libertaria al partito di classe https://www.carmillaonline.com/2018/11/21/dallorganizzazione-libertaria-al-partito-di-classe/ Wed, 21 Nov 2018 20:31:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49530 di Sandro Moiso

Franco Bertolucci (a cura di), Gruppi anarchici d’azione proletaria. Le idee, i militanti, l’organizzazione. Vol. 2 Dalla rivolta di Berlino all’insurrezione di Budapest: dall’organizzazione libertaria al partito di classe, Quaderni della rivista storica dell’anarchismo 8/2018, BFS, Pisa 2018 – Pantarei, Milano 2018, pp. 784, euro 40,00

Con questo secondo volume, di fatto, si conclude la monumentale opera, curata da Franco Bertolucci, dedicata alla ricostruzione della breve ma intensa esperienza dei GAAP (Gruppi anarchici di azione proletaria) che, tra il 1949 e il 1956, vide alcuni importanti esponenti dell’anarchismo e del comunismo estraneo alla tradizione stalinista e togliattiana [...]]]> di Sandro Moiso

Franco Bertolucci (a cura di), Gruppi anarchici d’azione proletaria. Le idee, i militanti, l’organizzazione. Vol. 2 Dalla rivolta di Berlino all’insurrezione di Budapest: dall’organizzazione libertaria al partito di classe, Quaderni della rivista storica dell’anarchismo 8/2018, BFS, Pisa 2018 – Pantarei, Milano 2018, pp. 784, euro 40,00

Con questo secondo volume, di fatto, si conclude la monumentale opera, curata da Franco Bertolucci, dedicata alla ricostruzione della breve ma intensa esperienza dei GAAP (Gruppi anarchici di azione proletaria) che, tra il 1949 e il 1956, vide alcuni importanti esponenti dell’anarchismo e del comunismo estraneo alla tradizione stalinista e togliattiana impegnati nel tentativo di dare vita ad un’organizzazione politica di classe che convogliasse tra le propria fila e nel proprio programma gli aspetti migliori di una militanza proletaria e di una teoria che fossero avulse dall’ormai evidente tradimento della causa rivoluzionaria messo in atto da formazioni ed organizzazioni che formalmente si richiamavano ancora al marxismo e agli interessi del proletariato in quanto classe ben distinta, sia a livello nazionale che internazionale, tanto da quella imprenditoriale legata al capitale privato che da quella che, ammantandosi di socialismo farlocco, rappresentava ormai soltanto più gli interessi di un capitalismo di Stato travestito da patria del proletariato.

Una stagione durissima per la militanza proletaria, che seguiva una stagione in cui le dittature dell’Occidente (nazionalsocialismo e fascismo) e quella che reggeva l’U.R.S.S. avevano in egual modo contribuito alla distruzione delle autonome organizzazioni di classe, riuscendo a coinvolgere il proletariato mondiale in uno scontro militare che aveva avuto come unico esito quello di dar vita a due super potenze che si erano spartite il pianeta e le sue risorse in nome di posizioni ideologiche apparentemente divergenti, ma in realtà convergenti nel ristabilimento di un ordine gerarchico e politico destinato a tarpare le ali a qualsiasi tentativo di rivolgimento proletario nei territori da esse direttamente occupati militarmente oppure amministrati da partiti “fratelli” o amministrazioni fedeli alle alleanze militari (NATO e Patto di Varsavia) create ad hoc. Più per controllare le insorgenze dal basso che per far fronte a reali conflitti militari tra le stesse.

Autentiche sante alleanze che in nome della libertà capitalistica oppure del socialismo nazionale di Stato contribuirono a mantenere l’ordine non solo a Berlino, come era avvenuto nel 1953 durante l’insurrezione operaia della parte orientale della città, ma anche là dove ancora l’insorgenza di classe tardava a venire a causa del controllo esercitato sulla forza lavoro dai sindacati, ereditati dalla tradizione di concertazione degli interessi nazionali di stampo fascista, e dai partiti sedicenti di sinistra ma già pienamente inseriti nel gioco delle parti del parlamentarismo autoritario dietro il quale si trinceravano gli interessi della borghesia e del capitale, sia industriale che finanziario.

L’attuale volume sulla storia dei GAAP, che giungerà a conclusione con un terzo volume già pronto per la stampa dedicato alle biografie dei militanti anarchici e comunisti che parteciparono a quell’esperienza, riparte proprio da dove si era concluso il primo ovvero da quel 1953 che si era dimostrato foriero di tempeste proprio per quei regimi che nell’Europa dell’Est rappresentavano la presenza e l’esistenza di un imperialismo sovietico che più che appoggiarsi su piani di sostegno economico e promesse di sviluppo dei consumi, come era avvenuto all’Ovest con il Piano Marshall, si appoggiavano sulla presenza militare diretta delle truppe sovietiche sui territori compresi tra la Germania dell’Est e i confini dell’U.R.S.S.

In entrambi i casi i due imperialismi avevano fatto affidamento, oltre che sul denaro o sulle armi e se necessario su tutti e due gli elementi contemporaneamente, alla presenza negli stati interessati di partiti strettamente legati a Washington o a Mosca, oppure, come era successo in Italia, a un partito che pur rivendicando la fedeltà alla Moscovia avrebbe continuato a servire fedelmente gli interessi della patria e della Chiesa, teorizzando attraverso il suo leader Togliatti una sorta di via italiana al socialismo che tutto ammetteva tranne l’uso del sovvertimento rivoluzionario delle strutture di classe.

L’esperienza dei GAAP si trovò così affiancata ad altre esperienze maturate nell’ambiente anti-stalinista, bordighista e trotzchista che cercavano di riesumare l’internazionalismo proletario in nome di una rivoluzione mondiale destinata a rovesciare il modo di produzione dominante, sia all’Ovest che all’Est, basato sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, sul salario, sui profitti e sul consumo di merci. Che poi questo fosse giustificato attraverso la ‘ricostruzione’ in Italia oppure la costruzione del socialismo negli stati dell’Est poco cambiava nella sostanza.

Per comprendere appieno l’importanza dell’opera di ricostruzione storica della vicenda di un’organizzazione sviluppatasi grazie alla forte e determinata personalità di Pier Carlo Masini e di altri militanti, tra i quali un giovane Arrigo Cervetto, occorre ascoltare ciò che ha avuto modo di affermare lo stesso curatore:

questo secondo volume mi è costato molta fatica e sacrifici anche perché la storia che racconto in gran parte è totalmente inedita e riguarda la sinistra, soprattutto quella rivoluzionaria, in un periodo storico difficilissimo. Il messaggio che vorrei che passasse anche con aspetti critici è quello del recupero di quella parte della memoria e cultura politica, radicale, antistatalista, antiburocratica, antistalinista, diffidente verso ogni potere costituito che la sinistra “ufficiale” per tanti anni ha disprezzato ed emarginato. Oggi di questa cultura politica “antagonista” seria se ne sente molto la mancanza, in questi ultimi trent’anni con l’acqua sporca la “sinistra” ha buttato anche il “bambino” cioè l’utopia e l’ideale di una società egualitaria e libertaria!!
Inoltre, questa ricerca è stata portata avanti dalla nostra biblioteca in totale autonomia dall’accademia, anzi possiamo dire con una punta di orgoglio che siamo fieri della nostra ricerca – nonostante errori, refusi e qualche dimenticanza – proprio perché indipendente dalle logiche del “profitto culturale e carrieristico” di cui purtroppo oggi è piena una parte della nuova “gioventù” di storici che hanno un solo obiettivo quello di affermarsi nella gerarchia baronale delle università e nessuna “passione politica”.

Questa passione politica portò i militanti di allora ad essere tra i primi a comprendere l’evoluzione anti-imperialista delle lotte di liberazione dei paesi definiti all’epoca del “Terzo Mondo”. Territori in cui la cacciata dei vecchi imperialismi europei dai continenti extra-europei seguita alla Seconda Guerra Mondiale, più che aprire immediatamente le porte al dominio dei nuovi signori del pianeta, russi o americani che fossero, aveva spalancato orizzonti di indipendenza e libertà anche per le classi meno abbienti (contadini, proletari e sottoproletari) che si erano letteralmente lanciate a capofitto in un processo rivoluzionario assolutamente inaspettato.

La rivoluzione algerina, successiva alla sconfitta indocinese delle armate e del colonialismo francesi, che prese l’avvio negli anni di esistenza dei GAAP fu uno dei primi momenti di confronto/scontro tra le posizioni degli anarchici, degli anarco-comunisti e dei comunisti e quelle dei partiti che pur dichiarandosi di sinistra la osteggiavano, soprattutto in Francia, in nome degli interessi della Nazione. Così i rigurgiti di razzismo e di sovranismo dei nostri giorni dovrebbero essere rivisti e studiati anche alla luce delle esperienze e della formulazioni politiche dell’epoca, non sempre collocabili a “destra”.
Ma accanto alle nuove insorgenze proletarie e contadine provenienti dal Sud del mondo, andavano prendendo forma nuove problematiche inerenti alla crisi di un marxismo ridotto a mero feticcio e alla scoperta tardiva, e tutto fuorché disinteressata, dei “crimini di Stalin” nella stessa patria del socialismo reale, avvenuta nel corso del XX Congresso del PCUS nel febbraio del 1956 ad opera dell’allora segretario del partito Nikita Chruščëv.

A proposito della prima, il Comitato nazionale dei Gruppi anarchici di azione proletaria, in un commento all’Indirizzo stilato nell’ottobre del 1953 dai membri del Partito comunista internazionalista dopo un incontro tenutosi a Genova-Sestri, aveva sostenuto che:

Oggi il «marxismo» come corpo di dottrina che è storicamente inscindibile da tutte le sue incrostazioni, da tutti i suoi sottoprodotti, da tutte le sue stesse contraffazioni, ha dato luogo ad una estenuante produzione di interpretazioni e di dispute dottrinarie, che in alcuni casi hanno rappresentato un contributo positivo alla formazione del pensiero rivoluzionario, ma molte altre volte hanno rappresentato una causa di sterilità, di dispersione, qualche volta di pieno e provato tradimento. Il «marxismo» nella sua più larga ed ormai irrestringibile accezione, si perde in illazioni di ordine politico, che i gruppi superstiti del proletariato rivoluzionario non possono accettare singolarmente prese e respingono nel loro stesso contraddittorio sviluppo, come un fenomeno di crisi.

Le sette sembravano infatti trionfare in assenza di una ripresa della lotta e di un’autonomia di classe in grado di determinare da sé quali fossero le proposizioni e le modalità di conduzione della lotta in grado di far fronte ad un capitalismo proteiforme e allo stesso tempo sempre uguale a se stesso. Il problema rimaneva sempre quello del che fare e di come indirizzare ed orientare le lotte future.

In un contesto in cui, poi, la denuncia dei “crimini di Stalin” e del culto della personalità era servita soprattutto a diffondere l’idea di una coesistenza pacifica tra sistemi diversi (socialismo e capitalismo) e che le forze del socialismo potessero affermarsi senza rivoluzioni, senza guerre civili, mediante processi parlamentari. Idee che se da un lato aggiornavano a livello internazionale le proposte già suggerite da Togliatti per il PCI e l’Italia, dall’altro non impedirono agli operai e ai giovani studenti e proletari ungheresi di impugnare le armi per dar vita nel 1956 a una repubblica dei consigli operai e a una rivolta di Budapest di breve durata, ma estremamente significativa e rivelatoria della vera essenza del socialismo che si prospettava all’Est.

Una rivolta per l’indipendenza dall’imperialismo sovietico, in seguito repressa nel sangue dal ‘pacifista’ Chruščëv e dalle truppe corazzate dell’U.R.S.S. destalinizzata, che riportava nel cuore dell’Europa i temi dell’anti-imperialismo solitamente usati per i paesi in via di decolonizzazione. Mentre gli USA, la Nato e le democrazie europee, fedeli ai trattati di spartizione del globo, stavano a guardare senza colpo ferire, come già avevano fatto con la rivolta di Berlino Est, e mentre Togliatti e il PCI condannavano come fascisti e sabotatori gli insorti. Come avrebbero poi fatto ancora in seguito i rappresentanti del “più grande partito comunista d’Occidente” negli anni Sessanta e Settanta nei confronti di qualsiasi insorgenza di classe e di qualunque manifestazione di autonomia dell’antagonismo sociale.

In tale magmatico contesto l’esperienza dei GAAP si concluse, senza riuscire a dar vita a quell’organizzazione politica così ambita dai suoi militanti e promotori. Anzi dall’iniziale prospettato incontro tra forze anarchiche e comuniste eretiche sarebbe poi emersa una formazione destinata trasformarsi da lì a poco in una delle più rigide formazioni basate sull’ortodossia leninista del partito. Ma tutto ciò, a distanza di più di sessant’anni, non ha più alcun valore se messo a confronto con l’immensa mole di scritti, pubblicazioni e riflessioni che l’opera, curata con impegno, passione e perseveranza da Franco Bertolucci e dalle compagne e dai compagni della Biblioteca F.Serantini, mette oggi a disposizione non solo degli studiosi, ma anche di coloro che ancora vogliano comprendere gli errori e le conclusioni, sempre e solo di valenza momentanea, di un percorso rivoluzionario che per vie pubbliche o clandestine, in situazioni di massa o di piccoli gruppi ristretti non ha mai cessato di esistere. E che non cesserà mai di esistere fino a quando esisterà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente e la specie intera in nome del profitto e della barbarie capitalistica.

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