terre rare – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La guerra dei metalli rari https://www.carmillaonline.com/2024/10/01/la-guerra-dei-metalli-rari/ Tue, 01 Oct 2024 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84585 di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che [...]]]> di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che si accaparrano le risorse e si assicurano il dominio sulla tecnologia per gli anni a venire, speculatori privati che scommettono sulla penuria e responsabili politici che hanno deciso scientemente di non occuparsi del problema e scaricarlo sulle generazioni future».

A ciò si può aggiungere lo spettacolo indecoroso che, attorno al disastro ambientale ed umano a cui il modello di sviluppo egemone ha condotto, vede contrapporsi da un lato i cantori di una svolta green praticata sulla testa dei ceti meno abbienti e dall’altro chi si rifugia demagogicamente nel negare la gravità della crisi ambientale contemporanea proponendo, di fatto, di continuare a produrre, consumare, sfruttare, distruggere, uccidere e crepare come da tradizione. Classisti i primi, nel pretendere di far pagare ai più i disastri su cui si sono arricchiti i pochi (questi ultimi sì pronti, dovesse servire, a riconvertire tutto e tutti pur di non perdere il vizio del business), classisti i secondi, nel voler perpetuare un modello di sfruttamento e devastazione classista nel suo DNA. Per certi versi ancora più delirante è la posizione di alcune frange della sinistra che, per contrapporsi ai primi, fanno propri gli slogan dei secondi, negando di fatto l’urgenza del problema ambientale: del resto le opzioni populiste – al pari delle parenti complottiste – hanno il vecchio vizio di assomigliarsi a prescindere dall’etichetta con cui si presentano.

Steso originariamente nel 2018, La guerre des métaux rares di Guillaume Pitron ha necessitato di un corposo aggiornamento in quanto a pochi anni dalla sua uscita la situazione è mutata in diversi aspetti. Nel giro di un solo lustro è decisamente aumentata la richiesta di terre rare: l’obbligo imposto nel 2023 alle case automobilistiche di vendere, dal 2035, esclusivamente veicoli elettrici da parte del Parlamento europeo ha comportato un tale incremento della domanda di batterie per i veicoli elettrici da prevedere la necessità di mettere in funzione 400 nuove miniere da cui estrarre soprattutto grafite naturale, litio e nichel e di dare vita a una serie di partenariati con paesi minerari (Cile, Indonesia, Ghana ecc.).

Nonostante il Parlamento europeo abbia, nel giro di un solo anno, già iniziato a rivedere al ribasso la cosiddetta svolta green, resta il fatto che la richiesta di terre rare è decisamente aumentata rispetto ad alcuni anni fa. Rispetto all’epoca in cui è uscita la prima edizione, sono cambiati anche gli atteggiamenti delle popolazioni rispetto alle attività estrattive, si sono sviluppati dibattiti controversi ad esempio sulla possibilità di ricollocare una parte della produzione dei metalli in Occidente o a proposito dell’estrazione di noduli polimetallici dai fondali oceanici. Ad essere cambiato, eccome, è anche il contesto geopolitico; tra pandemie e conflitti è decisamente mutata la percezione diffusa della globalizzazione: «mentre la mano invisibile dei mercati doveva garantirci un accesso senza ostacoli alle risorse, eccola ora percepita come la causa di dipendenze economiche e fragilità strategiche». In particolare l’Europa è sembrata accorgersi improvvisamente della sua dipendenza da dispositivi medici e da risorse energetiche prodotti in contesti con una diversa agenda strategica.

La guerra dei metalli rari di Pitron evidenzia gli interessi, i conflitti e i rischi ambientali e sociali che gravitano attorno ai metalli rari necessari alle moderne tecnologie ed ai settori strategici dell’economia del futuro (robotica, internet del cose, intelligenza artificiale ecc.) che spesso si propongono come soluzioni alle problematiche ambientali. Prima di ricorrere alla definizione di “energia pulita”, suggerisce l’autore, occorrerebbe considerare l’intero ciclo di produzione prendendo dunque in esame i costi energetici e ambientali dell’accaparramento dei metalli rari necessari, così come servirebbe una certa cautela nel parlare dello smart working come se fosse a costo energetico ed inquinante zero ed altrettanta cautela servirebbe nel presentare la sostituzione del parco veicoli ancora funzionanti con la altri nuovi come se la costruzione di questi ultimi non impattasse a sua volta sull’ambiente. Non è possibile pensare alla transizione energetica astrattamente; occorre situarla in una realtà fatta di miniere, di esseri umani sfruttati in maniera ignobile, di territori devastati, di speculazioni capaci letteralmente di affamare intere popolazioni. Di tutto ciò non vi è traccia nell’eco-storytelling patinato o su carta riciclata propinato quotidianamente alla popolazione.

Se è enorme la distanza fisica che separa i luoghi di produzione da quelli di consumo, non è da meno la distanza cognitiva che separa ciò che si guarda e conosce dei beni e servizi che si utilizzano quotidianamente e ciò che sta dietro alla loro produzione. Come se il “sapere d’acquisto”, scrive Pitron, avesse ormai definitivamente abdicato al “potere d’ acquisto”. «È proprio la scarsa trasparenza della filiera a trasmetterci l’illusione che la rivoluzione energetica e digitale sia universale e democratica», scrive Liberti nella Prefazione al volume. Occorrerebbe domandarsi chi stia pagando il prezzo a “buon mercato” dei dispositivi a cui ricorriamo e che, in alcuni casi, ci fanno persino pensare di essere green solo per il fatto di utilizzarli .

Se l’Occidente non è particolarmente propenso a cercare le terre rare in casa propria, secondo l’autore è anche perché la loro estrazione richiederebbe standard lavorativi, sanitari ed ambientali che le grandi corporation non intendono affrontare. Buona parte delle terre rare è oggi estratta in Cina. Così come la civiltà del carbone ha avuto un epicentro inglese e quella del petrolio statunitense, la civiltà delle terre rare pare destinata ad avere un epicentro cinese.

Se l’energia verde proveniente dal sole e dal vento è rinnovabile e, virtualmente, inesauribile, sarebbe bene tenere presente che altrettanto non avviene per le risorse di metalli indispensabili alla sua produzione. E la penuria di ciò che è ritenuto indispensabile, come la storia insegna, comporta situazioni conflittuali che mal si conciliano con le magnifiche sorti e progressive del green propagandate da chi non ha interesse a mettere davvero in discussione il sistema egemone.

Indagare e rendere pubblico il “lato oscuro” della transizione energetica, sottolinea più volte l’autore, non significa voler limitare la transizione energetica, bensì cercare di pensarla in modo tale che i suoi effetti negativi siano il più possibile attenuati. Far finta che i problemi ambientali e sociali non ci siano non aiuta di certo a risolvere le cose. Come ripartire costi e benefici della transizione energetica quando Paesi in via di sviluppo si trovano a farsi carico dell’impatto ecologico estrattivo delle terre rare per permettere agli occidentali di viaggiare con le loro auto elettriche? Come conciliare le necessità di aprire nuove miniere di litio e terre rare con la contrarietà degli abitanti della zona? Quanto gli occidentali saranno disposti a diminuire i livelli di consumo con cui sono cresciuti sin qua?

A dare l’idea dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo-consumo e di quanto quanto questo dovrebbe cambiare per rendersi compatibile con le esigenze ambientali, dunque anche umane, basta un dato: si stima che «per soddisfare le necessità di un solo europeo vanno estratte dal sottosuolo 20 tonnellate di materie l’anno». Un dato come questo può aiutare ad immaginare con che occhi il Sud del mondo possa guardare gli occidentali e senza stare a fare troppe distinzioni di censo.

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Culture e pratiche di sorveglianza. Il lato materiale ed incarnato dell’Intelligenza artificiale https://www.carmillaonline.com/2022/02/01/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-il-lato-materiale-ed-incarnato-dellintelligenza-artificiale/ Tue, 01 Feb 2022 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70360 di Gioacchino Toni

L’intelligenza artificiale può sembrare una forza spettrale, come un calcolo disincarnato, ma questi sistemi sono tutt’altro che astratti. Sono infrastrutture fisiche che stanno rimodellando la Terra, modificando contemporaneamente il modo in cui vediamo e comprendiamo il mondo (Kate Crawford)

Solitamente quando si parla di IA ci si concentra sul suo aspetto tecnico, sugli algoritmi e sulle sue potenzialità in termini prestazionali, eventualmente, se proprio non si tratta di narrazioni apologetiche, si pone l’accento sul suo esercitare un dominio di natura tecnica. C’è però un altro lato dell’IA che viene solitamente rimosso, una sorta di dark side tenuto nell’ombra [...]]]> di Gioacchino Toni

L’intelligenza artificiale può sembrare una forza spettrale, come un calcolo disincarnato, ma questi sistemi sono tutt’altro che astratti. Sono infrastrutture fisiche che stanno rimodellando la Terra, modificando contemporaneamente il modo in cui vediamo e comprendiamo il mondo (Kate Crawford)

Solitamente quando si parla di IA ci si concentra sul suo aspetto tecnico, sugli algoritmi e sulle sue potenzialità in termini prestazionali, eventualmente, se proprio non si tratta di narrazioni apologetiche, si pone l’accento sul suo esercitare un dominio di natura tecnica. C’è però un altro lato dell’IA che viene solitamente rimosso, una sorta di dark side tenuto nell’ombra che ha a che fare con le risorse naturali, i combustibili, il lavoro umano, le infrastrutture, la logistica, la produzione dell’IA e le forze economiche, politiche e culturali che la modellano.

Nonostante lo storytelling dominante insista nel presentare l’IA ricorrendo a immagini bluastre con codici binari e cervelli luminosi fluttuanti in una sorta di spazio inconsistente, dunque come a qualcosa di immateriale, non mancano analisi che la riconducono alla cruda materialità dell’approvvigionamento e dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie e del lavoro umano.

Ad esempio, Antonio A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? (Feltrinelli, 2020) e Phil Jones, Work Without the Worker. Labour in the Age of Platform Capitalism (Verso Books, 2021), piuttosto che guardare all’IA come a un sostituto della forza lavoro umana preferiscono sottolineare come in realtà il ricorso a quest’ultima non venga affatto meno, come si deduce verificando le modalità con cui l’accumulazione dei dati si converte non solo in una forma di lavoro sottopagato – come nel caso di chi è impiegato nelle grandi piattaforme digitali nel passare in rassegna i commenti degli utenti, classificare l’informazione e preparare i dati utili agli algoritmi – ma persino non retribuito, quando a compierlo sono gli utenti/consumatori stessi.

Altri studiosi si sono concentrati soprattutto sull’approvvigionamento e sullo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie messo in atto dal sistema IA. Testi importanti in tale senso sono stati realizzati da Jussi Parikka, A Geology of Media, (‎University of Minnesota Press 2015), e da Kate Crawford, Né artificiale né intelligente. Il lato oscuro dell’IA (Il Mulino, 2021), che a proposito di IA scrive:

L’intelligenza artificiale non è una tecnica computazionale oggettiva, universale o neutrale che prende decisioni in assenza di istruzioni umane. I suoi sistemi sono incorporati nel mondo sociale, politico, culturale ed economico, plasmati da esseri umani, da istituzioni e da imperativi che determinano ciò che gli uomini fanno e come lo fanno. Sono progettati per discriminare, amplificare le gerarchie e codificare classificazioni rigorose […] possono riprodurre, ottimizzare e amplificare le diseguaglianze strutturalmente esistenti [I sistemi IA] sono espressioni di potere che discendono da forze economiche e politiche più ampie, creati per aumentare i profitti e centralizzare il controllo nelle mani di coloro che li detengono. Ma non è così che di solito viene raccontata la storia dell’intelligenza artificiale (p. 243).

Il volume della Crawford prende il via dalle miniere di litio del Nevada per affrontare la politica estrattiva dell’IA, la sua domanda di terre rare, di energia in quantità ricavata soprattutto da petrolio e carbone. «I minerali sono la spina dorsale dell’IA, ma la sua linfa vitale rimane l’energia elettrica» (p. 49); non a caso i data center sono tra i maggiori consumatori di energia elettrica. Se si pensa che l’industria cinese dei data center ricava attualmente oltre il 70% della sua energia dal carbone, non è difficile immaginare l’impatto ambientale che ne deriva. Tenendo conto che si prevede nel giro di pochi anni un incremento di circa due terzi  del fabbisogno energetico dell’infrastruttura cinese dei data center, ci si rende conto dell’impatto ecologico che andrà ad avere quello che viene solitamente descritto come un sistema dematerializzato.

L’infrastruttura su cui opera e di cui necessita l’IA si intreccia con la logistica, settore dall’elevato livello di sfruttamento lavorativo, e con il trasporto operato dalle navi mercantili, responsabili di oltre il 3% delle emissioni globali di anidride carbonica annue. Come non bastasse, ogni anno, ricorda la studiosa, migliaia di container, non di rado contenenti sostanze tossiche, sprofondano negli oceani o si perdono alla deriva.

Crawford si sofferma sui lavoratori digitali sottopagati, passando dai magazzini di Amazon, in cui la forza lavoro è costretta a tenere il tempo dettato dagli algoritmi che gestiscono l’architettura logistica del colosso, e dalle linee di macellazione di Chicago ove l’IA è utilizzata per incrementare il livello di sorveglianza e controllo di chi vi lavora. Se un interrogativo ricorrente circa l’IA riguarda l’entità della sostituzione del lavoro umano con robot, Crawford preferisce indagare su «come gli esseri umani vengano sempre più trattati dai robot e su cosa questo significhi per il ruolo del lavoro» (p. 68).

Poco si parla dei bassissimi compensi elargiti nell’ambito della costruzione, del mantenimento e delle operazioni volte a testare il funzionamento dell’IA.

Questo lavoro invisibile assume molte forme: lavoro nella catena di approvvigionamento, lavoro on-demand e tradizionali mansioni del settore dei servizi. Esistono forme di sfruttamento in tutte le fasi del processo dell’IA, dal settore minerario, dove le risorse vengono estratte e trasportate per creare l’infrastruttura centrale dei sistemi di IA, al software, dove la forza lavoro distribuita viene pagata pochi spiccioli per unità di lavoro o microtask. [Si pensi inoltre ai] compiti digitali ripetitivi alla base dei sistemi di intelligenza artificiale, come l’etichettatura di migliaia di ore di dati di training e la revisione di contenuti sospetti o dannosi (p. 75).

Tutto questo lavoro è pagato pochissimo, così come è bassa la paga di chi deve moderare i contenuti postati dagli utenti sulle piattaforme online, mansione che, secondo diversi studi, può causare traumi psicologici profondi e duraturi.

Dopo aver preso in esame i dati e le pratiche di classificazione, che tendenzialmente rafforzano gerarchie e iniquità, utilizzate dai sistemi IA, la studiosa ricostruisce puntualmente la genesi del controverso modello elaborato dallo psicologo statunitense Paul Ekman, il “Facial Action Coding System”, con cui pretenderebbe di poter individuare un ristretto insieme di stati emotivi universali leggibili sul volto umano. Si tratta di studi che se hanno da un lato destato grandi perplessità in ambito scientifico, hanno invece prontamente incontrato l’interesse delle agenzie antiterrorismo operanti negli aeroporti statunitensi ed hanno ispirato la serie televisiva Lie to Me (Fox 2009-2011) la cui supervisione scientifica è stata affidata allo stesso Ekman. [su Carmilla]

Una volta analizzate le modalità con cui, a partire dalle interconnessioni tra il settore tecnologico e quello militare, i sistemi IA vengono utilizzati come strumento del potere statale, la studiosa si sofferma su come l’IA operi come struttura di potere in cui si intrecciano elementi infrastrutturali, capitale e lavoro. Dalla gestione degli autisti di Uber, alla caccia all’immigrato irregolare, fino al riconoscimento facciale nei quartieri popolari, emerge come i sistemi IA siano strutturati con le logiche del capitale, della polizia e della militarizzazione, una combinazione che incrementa ulteriormente le asimmetrie di potere esistenti.

Di fronte a un quadro così desolante, resta la convinzione in Crawfrod che tali logiche possono comunque essere messe in discussione così come possono essere contrastati i sistemi che perpetuano l’oppressione.


Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza

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Oltre i limiti dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2017/09/28/oltre-limiti-delloccidente/ Wed, 27 Sep 2017 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40663 di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto dalle potenze coloniali attraverso le quali si sono imposti, in patria e all’estero, non solo i principi economici del nascente e del successivo tardo-capitalismo, ma una visione del mondo e dei destini dell’uomo che ha fatto dell’Occidente il centro di irradiazione di civiltà, saggezza, giustizia, libertà e sviluppo economico.

Una visione deformata della storia degli ultimi cinque millenni che è servita sostanzialmente a giustificare il predominio prima europeo e poi statunitense sul mondo intero, di cui il white man burden ha costituito uno dei tanti corollari razzisti ed ipocriti; dimostrando così come le odierne “narrazioni tossiche” abbiano radici piuttosto lontane.

Da qualche tempo, però, l’ascesa di nuove potenze mondiali come la Cina e l’India (solo per citare le due più importanti) ha costretto anche la storiografia occidentale, ed in particolare anglo-sassone, a fare i conti con le nuove realtà emergenti e con le fasulle verità propinate nei corsi scolastici ed universitari per così tanto tempo.

Di questa nuova attenzione per una diversa storia del mondo è testimone il testo di Peter Frankopan, docente di Storia bizantina all’Università di Oxford, senior research fellow al Worcester College e direttore dell’Oxford Centre for Byzantine Research, uscito in lingua originale nel 2015 e pubblicato recentemente in Italia da Mondadori. Attenzione che testimonia in maniera evidente come la storia, e soprattutto la sua interpretazione, sia tutt’altro che immutabile e sia invece piuttosto influenzata dal variare delle condizioni socio-economiche e cultural-politiche che sono alla base della sua produzione.

Come afferma l’autore, citando un testo dell’antropologo Eric Wolf sui popoli senza storia: “La storia della civiltà comunemente e pigramente accettata è una storia in cui «l’antica Grecia generò Roma, Roma generò l’Europa cristiana, l’Europa cristiana generò il Rinascimento, il Rinascimento l’Illuminismo. L’Illuminismo la democrazia politica e la rivoluzione industriale. L’industria, unita alla democrazia, a sua volta ha prodotto gli Stati Uniti, dando corpo ai diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.» Mi resi conto immediatamente che questa era proprio la versione che mi era stata raccontata: il mantra del trionfo politico, culturale e morale dell’Occidente. Ma questo resoconto era fallace; c’erano altri modi di guardare alla storia, modi che non implicavano di guardare al passato dal punto di vista dei vincitori della storia recente.”1

Il Mar Mediterraneo, con il suo significato di centro della Terra, e successivamente gli Oceani avevano finito col divenire il centro non solo dei traffici economici, ma anche dell’interpretazione della storia del mondo, fornendo così alle potenze talassocratiche 2 (Atene, Roma, Spagna, Olanda , Gran Bretagna e Stati Uniti) una giustificazione e un ruolo determinante nello sviluppo non delle, ma della civiltà.

In realtà il cuore del mondo, il Mediterraneo vero, era stato costituito per secoli dalle società e dalle civiltà che si erano sviluppate all’interno dell’enorme massa continentale costituita dal Vicino e Medio Oriente, dalla Russia, dall’altipiano iranico e dai territori desertici e/o montuosi che si estendevano dal Caucaso fino alla Cina e all’India, passando per l’Afghanistan e l’Himalaya.
Un’area emersa enorme che ancora oggi comprende quasi i due terzi della popolazione mondiale.

Ma che già millenni or sono aveva costituito il terreno sul quale si erano formate le prime civiltà urbane, i primi traffici internazionali con i conseguenti scambi non solo di merci e prodotti ma anche culturali e si erano incrociate le filosofie e le interpretazioni cosmologiche destinate a dar vita alle grandi religioni. Non solo monoteistiche.
Fu su questo ponte tra l’Est e l’Ovest che circa 5000 anni fa vennero fondate grandi metropoli, fu qui che le città di Harappa e Moenjo-daro, nella valle dell’Indo, fiorirono come meraviglie del mondo antico, con popolazioni che ammontavano a decine di migliaia di abitanti e strade che si connettevano in un sofisticato sistema fognario che non sarebbe stato uguagliato in Europa per migliaia di anni.3

E mentre oggi uno dei motivi che spingono a riflettere su quale sia stato per millenni il vero centro del mondo può essere una conseguenza della crescita economica cinese che rappresenta attualmente il 17% dell’economia mondiale, va ricordato che anche questa “recente scoperta” è semplicemente il frutto di una rimozione secolare del fatto che almeno fino agli albori del XVIII secolo proprio la Cina avesse costituito l’economia più importante del pianeta, rappresentando da sola, nel XV e XVI secolo, tra il 25 e il 30% dell’intera economia mondiale. Come è sintetizzato nella tabella pubblicata qui di seguito.

E’ chiaro che quell’economia, insieme a tutte le altre che la circondavano e ad essa erano correlate, aveva costituito il fondamento di traffici e aperture di via di terra che sarebbero poi andate sotto il nome di Via o vie della Seta,4 che per secoli avrebbero costituito il maggior canale di collegamento tra Est e Ovest.

La storia di queste vie è tracciata da Frankopan attraverso venticinque intensi e densissimi capitoli, ognuno caratterizzato da un tema centrale indicato nel titolo: La Via delle Fedi, La Via della Rivoluzione, La Via dell’Argento, La Via dell’Oro nero, La Via del Grano, La Via della Guerra e così via, soltanto per citarne alcuni. Sottolineando come “per secoli, prima dell’era moderna, i centri intellettuali di eccellenza a livello mondiale, le Oxford e le Cambridge, le Harvard e le Yale, non si trovavano in Europa o in Occidente, ma a Baghdad e Balkh, a Bukhara e a Samarcanda. C’era una buona ragione perché le culture, le città e i popoli che vivevano lungo le Vie della Seta si sviluppassero e progredissero commerciando e scambiandosi le idee, imparavano e prendevano a prestito gli uni dagli altri, stimolando ulteriori avanzamenti […] Il progresso era essenziale, come sapeva anche troppo bene, più di 2000 anni fa, uno dei sovrani del Regno di Zhao, nella Cina nord-orientale, a un’estremità dell’Asia. «Avere talento nel seguire le strade di ieri» affermava re Wu-ling nel 307 a.C. «non è sufficiente a migliorare il mondo di oggi.»5

Osservando meglio i territori di cui si occupa il libro ci si accorgerà come essi appartengano in gran parte a quello che è stato definito Heartland,6 un concetto geopolitico di grande importanza e che ha visto come corollario quello di un Rimland, costituito dalla fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia, divisa in 3 zone: zona della costa europea; zona del Medio Oriente; zona asiatica.

Affinché una delle tre zone periferiche, quella rappresentata dall’Europa Occidentale, assumesse la rilevanza storica che le è stata successivamente attribuita occorse che , verso la fine del XV secolo, nell’arco di sei anni fossero gettate, a partire dal 1490 e grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo e Vasco da Gama, le basi di una radicale rottura del ritmo dei ben consolidati sistemi di scambio precedenti. “D’improvviso, da regione isolata e stagnante, l’Europa occidentale si trasformò nel fulcro di un sistema di comunicazione, trasporto e commercio in costante sviluppo, diventando il nuovo punto mediano tra Oriente e Occidente. L’ascesa dell’Europa scatenò un aspro scontro per il potere e il per il controllo del passato. Mentre i rivali si fronteggiavano, la storia fu riplasmata per dare risalto agli eventi, ai temi e alle idee che potevano essere utilizzati ei conflitti ideologici che divampavano di pari passo con la lotta per accaparrarsi le risorse e conquistare il dominio delle rotte marittime. […] La storia veniva distorta e manipolata per creare una martellante narrazione in cui l’ascesa dell’Occidente risultasse non soltanto naturale e inevitabile, ma la continuazione di ciò che era accaduto in precedenza.7

Questa lettura delle trasformazioni avvenute non solo a livello socio-economico, ma anche a livello di immaginario culturale suggerisce a chi legge anche un’altra osservazione: ossia che mentre sulla terra e sulle vie che occorre seguire per gli spostamenti sulla stessa si sono sempre dovute ricercare strategie destinate a rafforzare i legami tra gruppi, società ed individui affinché possano essere conseguiti risultati positivi e collettivi (l’altra ipotesi sarebbe quella della guerra permanente per modificare gli equilibri, ma questa impedirebbe lo sviluppo degli scambi e il miglioramento dei rapporti tra culture diverse e complementari), sul mare e sugli oceani finirà con l’affermarsi quel principio individualista ed egoistico di cui la guerra di corsa e la pirateria organizzati dagli stati, come già ben sapevano Adam Smith e Daniel De Foe, costituiranno la manifestazione più evidente e, allo stesso tempo insieme al traffico oceanico degli schiavi, la base per la rapina su cui si fonda la prima accumulazione capitalistica.
Proseguendo in tale riflessione si potrebbe, poi, aggiungere che il dominio dell’aria e dei cieli hanno infine portato all’estreme conseguenze tale distacco dai principi umani di condivisione e collaborazione, come i bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili, lontane e invisibili per l’occhio di chi uccide, e l’uso omicida dei droni ben dimostrano ancora e soprattutto oggi.

L’arco di parecchi millenni che il testo di Frankopan ricostruisce giunge fino ai nostri giorni e ai conflitti attuali e non evita di ricordare come la riflessione “storica” che ha dato il via allo studio sull’importanza passata delle vie della seta nasca proprio dalla crisi dell’Occidente e dal suo ruolo di dominio nel mondo. Giungendo a sottolineare come i conflitti attuali, che sconvolgono il pianeta e in particolare molti territori toccati dalle antiche vie, siano dovuti alla necessità di ridefinire chi governerà il futuro e le vie della seta che stanno tornando a tracciarlo.

Al di là infatti dell’autentico ciarpame ideologico che sembra motivare sia le iniziative dello Stato Islamico sia le altrettanto fasulle “guerre per la libertà e la democrazia” promosse dagli Stati Uniti in quell’area a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ciò che l’autore sottolinea è che: “Da molti punti di vista, la fine del XX secolo e l’inizio del XXI si sono rivelati disastrosi per gli Stati Uniti e l’Europa, impegnati nella loro fallimentare battaglia per mantenere la loro posizione nei territori di vitale importanza che collegano l’Est con l’Ovest. Ciò che è apparso evidente negli ultimi decenni è la mancanza di prospettiva dell’Occidente rispetto alla storia globale, ovvero rispetto al quadro complessivo, ai temi più vasti e agli schemi più ampi che sono in gioco nella regione. Nelle menti dei pianificatori, dei politici, dei diplomatici e dei generali, i problemi dell’Afghanistan, dell’Iran e dell’Iraq sembrano distinti, separati e soltanto vagamente connessi tra loro.8 Azzardando un paragone, si potrebbe dire che la “cura” occidentale per i problemi della regione riproduce l’approccio medico occidentale per la cura del corpo: curare la malattia oppure la singola parte malata senza preoccuparsi del resto del corpo e delle conseguenze che la cura potrebbe avere sullo stesso o su altre sue parti.

Ma c’è ben di più in gioco, al di là dei maldestri interventi occidentali in Iraq e in Afghanistan, o dei tentativi di esercitare pressioni in Ucraina, in Iran o altrove. Da est a ovest, stanno ancora una volta rinascendo le Vie della Seta […] Sono tutti segnali che indicano che il centro di gravità del mondo si sta spostando, per ritornare nel punto dove è stato per millenni.9
Per potere affermare ciò ci sono ragioni evidenti, al di là dello sviluppo economico cinese: prima di tutto le ricchezze naturali della regione. Per fare un unico e significativo esempio, basti pensare “che le riserve combinate di greggio sotto il mar Caspio ammontano, esse sole, quasi al doppio di quelle di tutti gli Stati Uniti.10

Ma ai giacimenti petroliferi di grandissima rilevanza che si estendono dal Kurdistan al Kazakistan e alla Russia, occorre aggiungere l’enorme bacino carbonifero del Dombass e la presenza diffusa di ingenti quantità di gas naturali, di cui soltanto il Turkmenistan controlla il quarto più grande giacimento del mondo: 20.000 miliardi di metri cubi stimati. Seguono poi i giacimenti auriferi.dell’Uzbekistan e del Kirghizistan, secondi soltanto al bacino del Witwatersrand in Sud Africa. Senza contare e senza stare ad elencare tutte le are ricche di materiali preziosi quali il berillio, il disprosio e tutte le altre “terre rare”, indispensabili per l’industria elettronica moderna, oltre all’uranio e al plutonio.

La terra riveste poi una grande importanza per l’agricoltura, in particolare nella steppa russa caratterizzata da una vasta presenza di chernozem (letteralmente “terra scura”), molto fertile e ricercata, che caratterizza, ad esempio, gran parte del suolo dell’Ucraina.
Le nuove Vie della Seta possono essere costituite anche dagli imponenti gasdotti ed oleodotti per il cui controllo già si combatte più o meno distintamente e che, in alcuni casi, sembrano seguire esattamente i percorsi degli antichi mercanti. Gasdotti ed oleodotti che non convergono più soltanto su un unico centro di sviluppo centrato ad Ovest, ma anche verso la Cina e l’India.

Proprio attraverso di essi “la Cina si garantisce forniture di gas per i prossimi trent’anni, per un valore di 400 miliardi di dollari per l’intera durata del contratto. Questa somma astronomica, da pagare parzialmente in anticipo, offre a Pechino la sicurezza energetica a cui ambisce, oltre che giustificare il costo del nuovo gasdotto stimato in 22 miliardi di dollari, e garantisce a Mosca libertà di manovra e ulteriore forza nei rapporti con vicini e rivali. Non sorprende, quindi, che la Cina sia stato l’unico stato membro del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite a non ammonire la Russia per le azioni intraprese durante la crisi ucraina del 2014; la fredda realtà del commercio reciprocamente vantaggioso è un argomento molto più convincente della politica del rischio calcolato dell’Occidente.11

E poi, naturalmente, vengono i trasporti. “La rete dei trasporti, proprio come quella dei gasdotti, si è spaventosamente estesa negli ultimi tre decenni. Importanti investimenti nelle ferrovie transcontinentali hanno già aperto linee per il traffico merci lungo gli 11.000 chilometri della ferrovia Yuxinou, che collega la Cina con un grande centro di distribuzione nei pressi di Duisburg, in Germania […] Treni lunghi quasi un chilometro hanno cominciato a trasportare milioni di computer portatili, scarpe, vestiti e altre merci non deperibili in una direzione, ed elettronica, pezzi di ricambio ed apparecchiature mediche nell’altra, in un viaggio che dura sedici giorni, molto più veloce della rotta marittima dai porti cinesi sul Pacifico.12 Per questo motivo, oltre che per un minor costo del lavoro nelle sue province occidentali, la Cina ha iniziato a spostare importanti aziende in prossimità di quella che un tempo costituiva “la Porta di Zungaria, l’antica porta di ingresso all’Ovest del paese, dalla quale passano oggi i treni moderni.13

Fermiamoci un attimo e comprenderemo perché questo testo, così affascinante nella sua descrizione del passato, è così utile per la comprensione del presente. Anche per chi si vuole opporre al modo di produzione attuale e ai suoi principi, poiché il centro del mondo si sta spostando e il parto non sarà facile.
L’heartland sta trionfando sulle passate potenze marittime e lo dimostra anche il fatto che le merci possano oggi spostarsi più velocemente al suolo che non sui mari, così come è stato invece negli ultimi cinque secoli. Forse questo può aiutarci a comprendere anche l’attuale crisi delle grandi compagnie dedite ai trasporti marittimi di cui si è parlato recentemente anche su Carmilla.14

Così come il fatto che dalla Germania la ferrovia, di cui si è parlato sopra, proseguirà per la Francia e Parigi, senza dover superare barriere montagnose, ci spiega l’attuale indifferenza francese nel progetto dell’alta velocità in Val di Susa e del suo mefitico ed inutile tunnel di 57 chilometri. Chiarendo, altresì, perché la Germania, ancora una volta, tornerà obbligatoriamente ad oscillare come centro di interesse tra Occidente ed Oriente, tra Europa e Stati Uniti da una parte ed Eurasia dall’altra. Suggerendoci infine che tutte le interpretazioni puramente ideologiche, sia di destra che di sinistra, entrambe antiquate, sono perfettamente inutili per affrontare la tempesta che sta arrivando.

Come afferma lo stesso Frankopan: “L’era dell’Occidente è a un crocevia, se non al capolinea. […] Il mondo intorno a noi sta cambiando. Stiamo entrando in un’era in cui il dominio politico, militare ed economico dell’Occidente comincia ad essere messo in discussione, provocando un senso di incertezza inquietante15 e “Mentre le forze dell’ordine sono impegnate in un costante gioco del gatto col topo con chi sviluppa nuove tecnologie miranti al controllo del futuro, la battaglia per il passato sta ugualmente assumendo un’importanza decisiva nella nuova epoca in cui stiamo entrando.16 Con buona pace di Trump e dei suoi recenti e minacciosi discorsi alle Nazioni Unite, non certo rivolti soltanto alla Corea del Nord, che rivelano l’apprensione con cui la nazione padrona dei mari guarda allo sviluppo delle nuove vie della seta.


  1. Frankopan, pp.5-6  

  2. dal greco θαλασσα, mare, e κρατος, potere 

  3. pp.7-8  

  4. Come le avrebbe definite verso la fine del XIX secolo un importante geologo tedesco, Ferdinand von Richthofen: Seidenstraße, Vie della Seta.  

  5. pag.10  

  6. L’ideatore del concetto di Heartland fu un generale e geopolitologo britannico, Sir Halford Mackinder, che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Teoria che egli condensava in una singola frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Cfr: https://www.carmillaonline.com/2015/09/16/vae-victis-germania-1-sulla-loro-pelle/  

  7. pag.11  

  8. pag.581  

  9. pag.582  

  10. pag.582  

  11. pag.589  

  12. pp.589-590  

  13. pag.590  

  14. cfr. https://www.carmillaonline.com/2017/08/10/uno-tsunami-planetario/  

  15. pp.593-595  

  16. pp.591-592  

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