suicidi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 06:13:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La società dei devianti nell’epoca della prestazione https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/la-societa-dei-devianti-nellepoca-della-prestazione/ Tue, 27 Sep 2016 21:30:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32708 di Gioacchino Toni

la_società_dei_devianti_cipriano_coverPiero Cipriano, La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante), Elèuthera, Milano, 2016, 248 pagine, € 15,00

Cipriano ha fatto dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), ove lavora, il luogo da cui tentare di capire chi sembra non sapere “stare al mondo”, dunque il luogo da cui, osservandone “gli scarti”, comprendere il mondo stesso, quel mondo cinico e spietato che non solo espelle chi non si adegua, ma è riuscito a renderlo produttivo [...]]]> di Gioacchino Toni

la_società_dei_devianti_cipriano_coverPiero Cipriano, La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante), Elèuthera, Milano, 2016, 248 pagine, € 15,00

Cipriano ha fatto dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), ove lavora, il luogo da cui tentare di capire chi sembra non sapere “stare al mondo”, dunque il luogo da cui, osservandone “gli scarti”, comprendere il mondo stesso, quel mondo cinico e spietato che non solo espelle chi non si adegua, ma è riuscito a renderlo produttivo attraverso le cliniche e, soprattutto, attraverso la chimico-dipendenza spacciata attraverso diagnosi comandate dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM).

Franco Basaglia e Franca Ongaro (La maggioranza deviante, 1971) sostengono che la società considera “devianti” tutti coloro che risultano improduttivi ed al fine di farli comunque partecipare al ciclo produttivo, occorre designarli, quanto più possibile, come “malati”. In tal modo il sistema della produzione può creare le sue cliniche, i suoi ospedali, i suoi “imprenditori della cura e della follia”. Rispetto agli anni ’70, sostiene Cipriano, “l’imprenditoria della salute, della malattia e della follia” è diventata molto più sofisticata. Grazie all’industria del farmaco ai luoghi fisici si sono sostituti, od affiancati, nuovi metodi di internamento. «Dovremmo essere consapevoli, sostiene lo psichiatra inglese Derek Summerfield, che l’ordine politico-economico trae vantaggio quando le sofferenze e i disturbi, che probabilmente sono in rapporto con le sue pratiche o le sue scelte politiche, vengono spostati dallo spazio socio-politico, cioè pubblico e collettivo, a uno spazio mentale, ovvero a una dimensione privata e individuale. Da qui nasce l’ossessione, o la compulsione, o la pulsione, per la diagnosi che semplifica ogni cosa» (p. 14).

Si viene divorati dalla società produttivista non solo se, come afferma Basaglia, si fa parte della classe sbagliata, della famiglia sbagliata, della razza sbaragliata ecc., ma anche, aggiunge Cipriano, su uno si ritrova ad essere «più banalmente, troppo magro o anoressico, obeso, iperattivo, depresso, bipolare, borderline, schizofrenico, schizoide, hikikomori, psicopatico, ovvero nichilista, ovvero terrorista, zingaro che non si adatta, migrante, apolide, rifugiato e così via. A ognuna di queste etichette, spesso, corrisponde un farmaco, o una tecnica psicoterapeutica, o un luogo di rieducazione, identificazione, pena, espulsione, insomma tutti questi devianti riluttanti sono pane, sono guadagno per il mondo dei normali, di coloro che sanno lavorare» (pp. 14-15).

Dopo aver raccontato il manicomio fisico nel libro La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013) ed aver ricostruito ne Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla] i passaggi principali che hanno condotto all’era della psichiatria chimica in cui il paziente assume il manicomio un po’ alla volta, psicofarmaco dopo psicofarmaco, con La società dei devianti (Elèuthera, 2016) Cipriano, che ama definirsi “psichiatra riluttante”, racconta «cos’è questo nuovo manicomio illimitato, che è definitorio, diagnostico, categoriale, che rispecchia questo bisogno diffuso, ubiquitario e condiviso di trovare sempre un’etichetta a ognuno, sia esso disturbo o malattia, etichetta che diventa tatuaggio identitario di un individuo, diventa destino, da cui tutto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che potrà o non potrà fare nella vita» (p. 234).
In particolare, in questo terzo ed ultimo volume di quella che Cipriano definisce “trilogia della riluttanza”, si ricostruisce come la stanchezza esistenziale, sempre più diffusa in questa società votata alla prestazione, sia stata trasformata in “depressione” grazie all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ed al Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) e si lancia una campagna contro la contenzione tramite fasce, pratica molto più diffusa di quel che si pensi.

Non solo gli psichiatri trasformano spesso la tristezza in depressione ma, in generale, ormai chi è semplicemente colto da stanchezza, esaurimento o “mal di vivere”, si sente in dovere di rivendicarsi depresso e di pretendere la relativa cura (chimica). Si potrebbe dire che viviamo in una “società dei malati per forza”, in cui chi si trova in uno stato di sofferenza è pressoché costretto a dichiararsi malato e ad accettarne le conseguenze che il più delle volte si presentano sotto forma di farmaco. Non occorre individuare le cause che determinano uno stato di tristezza; questa viene facilmente trasformata in depressione e la depressione, di questi tempi, richiede farmaci antidepressivi. Non solo non interessano le cause del disagio, ma non interessano nemmeno gli effetti della cura sul lungo periodo: il DSM è la nuova bibbia e chiede solo di essere applicato, senza farsi troppe domande.

Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1948, la “salute” è «uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, non una mera assenza di malattia» (p. 44). Dunque, sostiene Cipriano, viene da pensare che «i poveri, i miserabili, non possano mai essere in buona salute, date le loro esigue risorse per raggiungere il pieno benessere psichico, fisico e sociale, e che la loro miseria sia già malattia. E che tutti gli africani che si imbarcano sulle carrette per attraversare il Mare Nostrum e raggiungere la fortezza Europa lo facciano per venire incontro al proprio benessere psichico, fisico e sociale, per raggiungere il paese della salute, e sfuggire al loro destino di malati. E noi, noi Stati europei, li respingiamo. Ecco che alcuni esseri umani vengono sottoposti ai Trattamenti Sanitari Obbligatori in nome della salute (psichica) che non hanno, e ad altri esseri umani i trattamenti sanitari vengono negati» (p. 44).

Sempre secondo l’OMS, la depressione è la seconda malattia più diffusa al mondo (la prima tra i 15 ed i 44 anni) ma, sostiene Cipriano, non esiste uno studio scientifico che spieghi cosa sia la depressione, quali siano le cause e che si tratti in effetti di una malattia. Fin dagli anni ’60 si sostiene che la depressione derivi da un basso livello di serotonina e noradrenalina nel sistema nervoso centrale e, ancora oggi, in mancanza di altre spiegazioni, ci si rifà a tale convinzione. Dagli anni ’50 si è imposta quella che è diventata la “bibbia diagnostica” degli psichiatri: il DSM, opera dell’American Psychiatric Association (APA) e con il DSM-III del 1980 si impone l’abbandono di diverse teorie psicologiche sui disturbi psichici in favore di «un manuale di pura descrizione di sintomi, nudi e crudi. Si compie […] la scelta ideologica di eliminare tutte le diverse teorie e interpretazioni dei disturbi psichici» (p. 45). Dunque, dal 1980, grazie al DSM-III, si è depressi se per un periodo di almeno due settimane si hanno almeno cinque sintomi tra: «umore depresso; diminuzione di interesse o piacere; perdita o aumento di peso; diminuzione o aumento dell’appetito; insonnia o iperinsonnia; agitazione o rallentamento psicomotorio; affaticamento o perdita di energia; sentimenti di autosvalutazione o colpa; diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi;pensieri di morte o di suicidio» (46). Perché cinque sintomi e non meno o di più e perché l’elenco prevede un massimo di nove sintomi non è dato a sapersi.

Nel ripercorrere la “storia della depressione”, Cipriano ricorda come Ippocrate distingua tra tristezza cum causa e tristezza sine causa, ove solo quest’ultima è da ritenersi patologica, dunque compie una distinzione tra una “malinconia esogena” (con causa) ed una endogena (priva di causa). Tale impostazione di fondo resta in vigore a lungo, tanto che diversi secoli dopo, lo stesso Sigmund Freud (Lutto e melanconia) sostiene che non si deve curare chi è triste, ad esempio, per un lutto in quanto si tratta di un “dolore normale” che necessita solo di tempo. «Insomma, per duemilacinquecento anni si è tenuta separata la tristezza normale, che ha una causa, dalla tristezza abnorme, che una causa non ce l’ha ma poi tutto cambia dal 1980, con la pubblicazione del DSM-III, il manuale ateoretico, che non vuole più basarsi su alcuna interpretazione (la differenza tra causa esterna o interna, in fondo, è un’interpretazione), ma solo sui sintomi osservabili. Addio alla millenaria differenza tra le due forme di tristezza, dal 1980 esiste una sola depressione: quella che dura più di due settimane e che presenta almeno cinque dei nove sintomi» (p. 47). Se il DSM-III del 1980 almeno specifica che è “normale” provare tristezza per un lutto, anche se si sente in dovere di quantificarne la durata ad un anno (oltre questa durata non si è in lutto ma depressi), con il DSM-IV del 1994 il periodo di “normalità” del lutto scende a due mesi e dal 2013, con il DSM-5, si giunge a due settimane di tristezza consentita. Insomma, sostiene Cipriano, dal 2013 il lutto è pressoché scomparso. È facile capire come grazie a tale logica la depressione si sia trasformata da patologia rara in pandemia.

il-manicomio-chimico-di-Piero-CiprianoDal momento che i manuali diagnostici hanno via via reso depressione ogni forma di tristezza e di stanchezza superiore alle due settimane, questi hanno posto fine alla distinzione millenaria tra malinconia endogena e tristezza esogena. Se il fine è quello di ottenere la salute attraverso la guerra alla stanchezza ed all’infelicità, lo stesso lutto deve essere regolamentato: due settimane devono bastare a tutti ed in ogni caso. Passate le due settimane occorre tornare ad essere felicemente produttivi. Alcuni decenni di chimica antidepressiva e la cinica riscrittura dei manuali diagnostici hanno portato ad una vera e propria pandemia di depressi. I dati riportati da Cipriano sono impressionanti: al mondo si contano 400 milioni di depressi e 60 milioni di bipolari, ove la tristezza si alterna all’eccitamento dell’umore. Se il disturbo bipolare risulta un fenomeno raro in epoca pre-psicofarmacologica, con la diffusione degli antidepressivi diviene la seconda patologia psichica più diffusa ed è stato esteso agli adolescenti.
La maggiore fonte di profitto delle case farmaceutiche deriva dagli antidepressivi (negli ultimi due decenni negli USA il ricorso ad antidepressivi è aumentato del 400%), chiaro allora, sostiene Cipriano, che alle aziende farmaceutiche è convenuto l’allargamento dei confini diagnostici della depressione voluto dagli psichiatri dell’American Psychiatric Association. Il dubbio che tale allargamento sia stato dettato dalle industrie farmaceutiche è del tutto legittimo e non sarà un caso se i finanziamenti per redigere il DSM-IV sono arrivati quasi per intero dalle case farmaceutiche e se metà dei redattori è direttamente legata ad esse.

Fino agli anni ’50 la malattia “giustificante la psichiatria” è la schizofrenia, malattia priva di definizione e basata su sintomi. Dopo che l’OMS ha trasformato la salute in benessere psicofisico e sociale, l’agire psichiatrico cambia; non occorre più curare una malattia mentale giudicata inguaribile (la schizofrenia) ma si deve mirare al raggiungimento del “completo benessere psicofisico”. Alla schizofrenia si sostituisce così la depressione. Probabilmente, sostiene Cipriano, l’American Psychiatric Association ha saputo approfittare di qualcosa che “era nell’aria” e la grande stanchezza esistenziale dei nostri tempi è stata tramutata in malattia: la depressione.

Visto che gli individui sembrano davvero essersi trasformati da oggetti di ubbidienza a soggetti di prestazione, lo “psichiatra riluttante” si chiede se l’esaurimento psicofisico e quello che i manuali diagnostici chiamano depressione non possa essere conseguenza dell’imperativo della prestazione. «Questo è il paradosso dell’uomo moderno, che per la prima volta nella storia si trova a essere padrone, sfruttatore, schiavista di se stesso […] la sua è solo un’apparente libertà. La sua è patologia della libertà. È una nuova società del lavoro, una società che sembra libera ma non lo è, perché è iperattiva, frenetica, schiava della sua stessa isteria di lavoro e iperproduzione. Una società che non contempla il riposo, e ancor meno l’ozio. Di qui la stanchezza […] che ora è diventata depressione» (pp. 49-50).

Nel libro viene riportata l’interessante ricostruzione di Mario Colucci, derivata da Ethan Watters (Crazy like us: the globalization of the American psyche), di come la depressione sia stata introdotta in Giappone al fine di poter inondare il paese di antidepressivi serotoninergici. In Giappone la personalità melanconica non ha tradizionalmente nulla di patologico, anzi, è sempre stata considerata sintomo di serietà, dunque, non facendo parte della cultura nipponica, la depressione deve essere introdotta ed è così che su quella cultura «negli anni Duemila, irrompe la nuova, moderna, scientifica, semplificata, omogenea narrazione proposta (o imposta) dal DSM […] E gli antidepressivi fanno il boom» (pp. 51-52).

Dagli USA arriva anche la “pillola dell’intelligenza”, si chiama Modafinil (“Moda”) ed il suo nome commerciale è “Provigil”, dunque, come suggerisce il nome, si preoccupa di favorire la vigilanza. Inizialmente «doveva servire come farmaco contro la narcolessia. Oggi viene proposta come smart drug, droga furba, cioè pillola dell’intelligenza. Infatti dovrebbe migliorare attenzione, memoria, concentrazione, e dunque intelligenza. Questa molecola sembra davvero l’equivalente del Ritalin dato ai piccoli scolari distratti, da distribuire a quegli adulti che, per stare in tiro, s’ingozzano di troppi caffè, o sono costretti a farsi la cocaina ogni tanto. Con la differenza farmacodinamica, però, che il metilfenidato (Ritalin) agisce solo aumentando la quantità di dopamina, il modafinil (Provigil) agisce anche riducendo il livello di acido gamma amino-butirrico (GABA), che è il principale neurotrasmettitore inibitorio del SNC» (pp. 80-81).

Nel libro viene ricordato come già i militari americani siano costretti per contratto ad assumere farmaci che li rendono più resistenti alla fatica ed al sonno e più performanti in guerra. Dunque, sulla scorta di tale ricorso al potenziamento chimico, c’è chi propone di estenderlo a tutte le professioni impegnate in emergenze. Piloti d’aereo, chirurghi e medici del pronto soccorso, ad esempio, potrebbero presto essere tenuti ad assumere neurostimolatori per migliorare le loro prestazioni in situazioni d’emergenza. Gli studi sugli effetti di queste molecole, però, vengono effettuati sul breve periodo (poche settimane) esattamente come è accaduto per il Ritalin somministrato ai bambini definiti “iperattivi”, col risultato che ci si ritrova, a distanza di anni, di fronte ad individui ridotti a zombie. Un’eventuale estensione ad altre professioni, oltre all’ambito militare, aprirebbe nuove opportunità per il business della salute; si potrebbero avere futuri pazienti depressi o bipolari a cui somministrare farmaci stabilizzatori od antipsicotici. Insomma, si tratta di un perverso meccanismo in cui una pillola chiama l’altra.

Se da un lato è quantomeno inquietante pensare di salire su un aereo con al comando un pilota “rinforzato” da qualche neuro-stimolatore, o di sottoporsi al bisturi di un chirurgo impasticcato, ci preme sottolineare come, anche in questi casi, i lavoratori vengano “potenziati” per essere più “performanti” (produttivi) per un lasso di tempo sempre più breve, per poi essere “scartati” in quanto non più “sicuri” (non più produttivi). Si delinea un quadro in cui la “spremitura” del lavoratore avviene, anche grazie alla chimica, sempre più velocemente e, in un sistema lavorativo votato al mito dell’autoimprenditorialità, quel che è peggio è che sarà il lavoratore stesso a potenziarsi per migliorare la sua posizione sul mercato del lavoro. Sarà il lavoratore stesso a spremersi sempre più velocemente bruciandosi il corpo ed il cervello per poi divenire velocemente scarto, rifiuto improduttivo per sé ma non per il business della salute, capace, come stiamo vedendo, di trarre profitto anche dai “rifiuti umani”. Al pari del business per il trattamento dei rifiuti prodotti dal consumismo, esiste un business che ricava profitto dagli scarti umani.

Prendendo spunto dalla serie televisiva di successo Dr. House, Cipriano tratteggia alcune inquietanti caratteristiche della società contemporanea. Il Dr. House, medico a cui interessa la malattia ben più che il paziente, rappresenta davvero il «medico perfetto per questa società schizoide […] È un medico schizoide a cui non piace, o meglio teme, la relazione. Tant’è che per potersi permettere una sufficiente capacità relazionale si droga, si fa, si prende farmaci, ora non lo so cosa diavolo prenda lui di preciso, di certo antidolorifici, ma come lui moltissimi medici o terapeuti si prendono la cocaina o gli antidepressivi, per essere più socievoli e performativi, più terapeutici, perché proprio loro non ce la fanno, se no, a essere in sintonia con l’altro. Ecco il dramma, allora, di una società disconnessa, schizoide, nel senso di portata per l’autismo, arelazionale, che sempre più sta perdendo il contatto con il mondo, con gli altri, con il koinós kósmos (mondo comune) eracliteo, a favore dell’autistico ídios kósmos (mondo proprio). È una società, quella che acclama il paradigma del medico schizoide dottor House, che è essa stessa schizoide, perché manca di sintonia, di capacità di entrare in relazione affettiva con gli altri. E questo modo i porsi viene scambiato per apatia, o tristezza, e quindi depressione. Ma la depressione è un’altra cosa. La depressione, i moderni, mistificatori manuali americani, non lo sanno che cosa sia. Dunque apparentemente abbiamo un’epidemia di depressione. In realtà è, questa, l’epoca della schizoidia. L’epoca dei dottor House, e dei malati a lui speculari» (pp. 84-85).

Tra la depressione e la psicosi si colloca una nuova sindrome che i giapponesi definiscono “hikikomori”, letteralmente starsene in disparte, isolarsi dalla vita sociale. Dunque, ritirarsi dalla prestazione o, almeno, aggiungiamo noi, pensare di farlo, perché in questa società si diventa facilmente produttivi anche quando si pensa di non esserlo. L’hikikomori è spesso un adolescente che si isola socialmente, passa il tempo chiuso in casa costantemente davanti al computer a navigare in rete sopperendo così ad una solitudine reale con la convinzione, dettata dall’iperconnessione virtuale, di non esserlo. La studiosa Sherry Turkle (Reclaming Convesation), un tempo entusiasta delle incredibili potenzialità di affermazione della propria identità grazie ad internet, ed ora decisamente pessimista al riguardo, accusa i social network di aver condotto ad un’atrofia dell’empatia.

Grazie alla legge 180, per il solo fatto di soffrire di un disturbo psichico, non si fa più riferimento al malato definendolo “pericoloso per sé e per gli altri o di pubblico scandalo” (criterio d’internamento in manicomio della legge 36 del 1904) al fine di giustificare il ricovero coatto. La 180 per il trattamento dei disturbi psichici prevede la volontarietà del paziente e solo eccezionalmente si può agire in maniera impositiva. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio può darsi solo se: «1. esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici; 2. gli stessi non vengono accettati dal paziente; 3. non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive e idonee misure sanitarie extraospedaliere» (p. 148). L’obbligo della cura (TSO) non avviene più per “tutelare la società” ma per “dovere etico di cura”; si è passati da una questione di pubblica sicurezza ad una terapeutica. I dati dimostrano come più un servizio territoriale è debole, maggiore è il ricorso ai TSO e, nonostante la 180, secondo Cipriano, la psichiatria italiana non solo non si è liberata dal manicomio ma sembra sempre più farvi ritorno: «nessuna prevenzione, nessuna presa in carico, prevalente intervento sull’emergenza con trattamenti coatti gestiti con modalità poliziesche, ricoveri ad infinitum con aggressive terapie farmacologiche e contenzione al letto» (p. 150).

Cipriano si dice convinto che TSO e contenzione siano strettamente collegati. «La contenzione, il legare le persone, sovente inizia già per strada, la iniziano poliziotti o carabinieri, e gli psichiatri che si trovano recapitate persone già ammanettate, nei pronto soccorso, non fanno altro che togliere le manette e mettere le fasce» (p. 152). Dunque sussiste la necessità e l’urgenza di promuovere una campagna per l’abolizione delle fasce di contenzione: legare una persona ad un letto di ospedale è l’ultimo atto violento di una lunga serie che magari inizia con le manette, poi continua con la perquisizione, l’essere spogliati di tutti gli effetti personali e la scansione temporale ferrea degli orari in cui mangiare, dormire, fumare, assumere farmaci ed avere colloqui. Di fronte a tutto ciò Cipriano si chiede quanto possa sorprendere un’eventuale reazione rabbiosa da parte del ricoverato. «Il folle è violento perché è malato. Questo si pensa di solito. E se invece la sua violenza fosse una risposta alla violenza delle istituzioni della follia? E se la violenza dell’internato (ieri) dei manicomi, o del trattamento provvisorio (oggi) nei SPDC, fosse un moto di rivolta contro l’istituzione che lo mortifica, che sancisce al trasformazione del suo corpo malato in un corpo istituzionale, in un suppellettile da sorvegliare e controllare alla stregua di una porta, di una serratura, di una finestra?» (p. 161).

Come disobbedire da psichiatri alla consuetudine di legare? Secondo Cipriano si può disobbedire trovando altri modi per contenere la rabbia, la furia e la violenza del paziente e rendere pubblica la disobbedienza, raccontando, scrivendo, facendosi delatori, svelando che legare le persone al letto è una pratica diffusa. «Per vincere, e sconfiggere questo spettro, lo spettro delle fasce, e il fascismo subdolo che il loro uso comporta, c’è bisogno di persone (operatori) etiche e disubbidienti, che sappiano opporsi a questa prassi, che sappiano disubbidire all’assurdità di questa consuetudine, all’assurdità dei protocolli e delle linee guida, che sappiano sottrarsi alla banalità del male di una medicina e di una psichiatria che per curare esercita forza e violenza» (pp. 164-165). Dunque, insiste lo “psichiatra riluttante”, occorre convincere la società civile e gli operatori che ricorrono alle fasce, occorre far capire che con quelle fasce gli operatori legano tanto i pazienti quanto loro stessi, si umiliano, in modo diverso, entrambi.
Gli attacchi di Cipriano prendono di mira anche la psicoterapia che, a suo avviso, può avere senso soltanto se poco interpretativa e molto narrativa, perché il suo scopo non è guarire ma conoscersi attraverso il racconto della propria esistenza. Intanto gli operatori possono nella pratica quotidiana provare ad abolire l’ottocentesco giro di visita giornaliero in favore di un colloquio continuo, portare fuori i ricoverati, revocare i TSO, sciogliere i legati costi quel che costi e ridurre i farmaci. Almeno, suggerisce lo “psichiatra riluttante”, sarebbe utile riuscire a convincere i giovani operatori del settore, i pazienti ed i loro famigliari che «un altro modo per curare i disturbi dell’anima è possibile» (p. 26).

CIPRIANO_Fabbrica_Cura_MentaleAi nostri giorni si ricorre frequentemente al termine “schizofrenia”; tutti credono di sapere cosa essa sia mentre in realtà non è così. Nel saggio viene ricostruito, seppur per sommi capi, il processo storico che ha costruito tale diagnosi a partire da Emil Kraepelin (1856-1926) che, a fine ‘800, classifica i disturbi psichici osservando la loro evoluzione nel tempo. La sua fiducia sulla genesi organica della follia lo porta a distinguere la dementia praecox (una serie di forme morbose che si manifestano già prima dei 30 anni di età e che sfociano in demenza) dalla follia maniaco-depressiva (che ritorna alla normalità). Nel suo approccio i giudizi di valore hanno la meglio su quelli clinici e, pur senza ammetterlo, molti psichiatri ai giorni nostri sono intimamente e nichilisticamente kraepeliniani al pari del famigerato DSM-5. È chiaro, sottolinea Cipriano, come la visione pessimistica semplifichi il lavoro dello psichiatra: lo deresponsabilizza. L’incurabilità è comoda per i medici ma significa condanna certa per i pazienti.

Eugen Bleuler (1857-1939) sostiene, invece, che l’esito demenziale è raro e non la regola in questo disturbo, dunque introduce il termine “schizofrenia” provando a concedere ad essa una speranza terapeutica. Nonostante ciò la nozione di schizofrenia si è rivelata “una nuova prigione” perché molti psichiatri continuano a curare gli schizofrenici come dementi precoci. Bleuler distingue tra sintomi fondamentali ed accessori ed indica nella frammentazione delle funzioni psichiche il nucleo della malattia da cui derivano alterazioni dell’affettività, ambivalenza e tendenza ad isolarsi dalla realtà. Bleuer, sostiene Cipriano, pur soffermandosi eccessivamente sui sintomi accessori a discapito di quelli da lui stesso indicati come fondamentali, ha il merito, almeno sul piano teorico, di riportare «il più grave disturbo psichico dal territorio dell’incomprensibile e del non curabile a quello della comprensibilità e della curabilità» (p. 207).

Eugéne Minkowski (1885-1972), riprendendo i disturbi individuati come fondamentali nella schizofrenia da Bleur restringe ulteriormente il campo e si concentra in particolare sull’autismo considerato dallo studioso come perdita del senso della realtà. Cipriano pone l’accento sull’influenza esercitata dalla filosofia di Henri Bergson su Minkowski: «la nozione di intuizione (suggestione bergsoniana) diventa per Minkowski la chiave di volta per un metodo, un modo, una possibilità di incontrare la persona schizofrenica» (p. 210). Diviene così più importante cogliere le confidenze dei malati rispetto al mero elenco dei sintomi. Nel libro Schizofrenia (1927) Minkowski sottolinea come etichettare nosograficamente un essere umano significhi marchiarlo per sempre precludendosi la possibilità di comprenderlo. «È per questo che, sulla scorta del pensiero di Bergson, si è fatto promotore della cosiddetta diagnosi per penetrazione, cioè di una diagnosi intuitiva, non intellettiva, una diagnosi per sentimento, una diagnosi che sente, una gefüldiagnose, una diagnosi che ha bisogno di un modo particolare dello psichiatra di stare con quella persona, attento, interessato a lui e non ai suoi sintomi caldo e non freddo, affettivo e non staccato. Ecco che, in questo modo, diagnosi, comprensione, relazione e terapia sono un tutt’uno, diventano inestricabili» (p. 211). Nel libro viene ricostruita l’idea minkowskiana di schizofrenia ponendo l’accento sulla centralità della nozione di curabilità in psichiatria; partire dall’idea di incurabilità significa condannare a priori le persone. Purtroppo, continua Cipriano, oggi ad avere la meglio è la linea kraepleiniana rispetto a quella minkowskiana e dire schizofrenia significa dire incurabilità.

La messa in discussione di manicomi inizia a darsi soltanto negli anni ’60 di pari passo con il trattamento farmacologico a cui fanno ricorso anche gli psichiatri anti-istituzionali. Per certi versi si passa dalla camicia di forza al manicomio chimico ma, probabilmente, sostiene Cipriano, si tratta di una sorta di passaggio obbligato utile a porre fine al manicomio tradizionale, inoltre, nel breve periodo, gli antipsicotici risultano efficaci sui sintomi più eclatanti. «I sintomi cosiddetti floridi, nel giro di settimane o mesi, di solito si spengono. Lasciando il posto, per lo più, ad altri vissuti. Per esempio a uno stato di introflessione, di chiusura, di asocialità, insomma di schizoidia esasperata, di contatto vitale con il mondo ormai perduto, anche se i deliri o le allucinazioni magari non ci sono più» (pp. 223-224). Come mai gli psichiatri si concentrano su tali sintomi accessori trascurando «il vero disturbo generatore della schizofrenia, che è l’autismo, inteso come perdita del contatto vitale con la realtà?» (p. 224).

Secondo Cipriano qualche responsabilità deve essere imputata a Kurt Schneider (Psicopatologia clinica), psichiatra che a metà degli anni ’50 descrive lo schizofrenico molto diversamente da come viene indicato precedentemente da Minkowski. Se in quest’ultimo «dominava la visione di uno schizofrenico arroccato nel suo autismo, isolato, staccato […] In Schneider prevale la sensazione di una persona esposta al mondo esterno, che quasi ha perduto la sua pelle, senza più intimità, alla mercé degli altri» (p. 225). Nella visione schneideriana pare dominare l’idea di perdita dei confini dell’io (la perdita della meità) e da tale visione pare prendere il via «il filone più tipicamente clinico-nosografico della schizofrenia, che disinteressandosi del disturbo generatore, ma interessandosi dei sintomi patognomonici, condizionerà fortemente la nosografia di questo disturbo, e dunque il manuale americano che dagli anni Cinquanta si è venuto ad affermare, manuale che schneiderianamente si professa ateoretico, disinteressato alle cause dei disturbi ma attento ai sintomi» (p. 225). Arriviamo così a quell’elenco burocratico dei sintomi delle schizofrenia del DSM-5 del 2013 che gli operatori del settore debbono considerare per «formulare una diagnosi così tanto grave, diagnosi che ancora non sappiamo se è un destino o una malattia: – due o più di questi sintomi, durante più di un mese, tra deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento disorganizzato o catatonico, sintomi negativi (appiattimento affettivo, alogia, abulia); – disfunzione sociale o lavorativa; – durata del disturbo per più di sei mesi; – esclusione di disturbi dell’umore o disturbo schizoaffettivo; – esclusione dell’uso di sostanze o patologie mediche» (p. 226).

]]>
Il provvedimento di indulto/amnistia e il divenire-zombie della politica https://www.carmillaonline.com/2013/10/29/il-provvedimento-indultoamnistia-il-divenire-zombie-della-politica/ Tue, 29 Oct 2013 22:52:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10235 di Girolamo De Michelemano_galera

È bastata una coincidenza apparsa sospetta tra l’intervento di Napolitano in favore di un provvedimento di amnistia o indulto e le vicende giudiziarie di Berlusconi (ma quando qualcosa non coincide con lo stato di eccezione giuridica permanente di Berlusconi?), e una battaglia di civiltà – dunque politica, oltreché etica – fino a ieri trasversale (con qualche sorprendente voltafaccia, come vedremo), avanzata da almeno due anni, è ricaduta all’interno dell’ordine del discorso politico attuale. E, in qualche modo, nella sua caduta ha messo in mostra quello che chiamerò “il divenire-zombie della politica italiana”.

Voglio provare a ribaltare il [...]]]> di Girolamo De Michelemano_galera

È bastata una coincidenza apparsa sospetta tra l’intervento di Napolitano in favore di un provvedimento di amnistia o indulto e le vicende giudiziarie di Berlusconi (ma quando qualcosa non coincide con lo stato di eccezione giuridica permanente di Berlusconi?), e una battaglia di civiltà – dunque politica, oltreché etica – fino a ieri trasversale (con qualche sorprendente voltafaccia, come vedremo), avanzata da almeno due anni, è ricaduta all’interno dell’ordine del discorso politico attuale. E, in qualche modo, nella sua caduta ha messo in mostra quello che chiamerò “il divenire-zombie della politica italiana”.

Voglio provare a ribaltare il discorso corrente e le sue logiche, mostrando, attraverso la debolezza degli argomenti contro un provvedimento di amnistia (e l’ipocrisia del messaggio alle camere di Napolitano), come in realtà il discorso sull’amnistia sia indirizzato verso la prosecuzione del discorso sicuritario. Voglio essere chiaro: non ho alcuna speranza di incidere sulla questione, né ho speranza che venga varato un provvedimento in qualche modo “svuotacarceri”. Credo che il governo si laverà la coscienza dichiarando di averci provato e che nel PD ci sarà un gioco delle parti già stabilito a tavolino tra “buonisti” e “manettari”. Mi interessa lavorare, spero con qualche utilità, sull’ordine del discorso sicuritario, per mostrare come esso si annidi anche in angoli insospettabili. E, in ogni caso, di fare un po’ di chiarezza su quei numeri e quelle percentuali dietro cui ci sono vite umane – e talvolta morti di carcere.
Perché, mentre a Sagunto si blatera, in galera si crepa.

1. Di cosa stiamo parlando, in ogni caso?

[Fonti: Dossier Morire di carcere“; Osservatorio permanente sulle morti in carcere“; Ministero della Giustizia,  www.giustizia.it, sez. Statistiche; ISTAT, I detenuti nelle carceri italiane, anno 2011]

L’attuale popolazione carceraria (al 30 settembre 2013) è di 64.758 reclusi, dei quali solo 38.845 condannati definitivamente. Circa 24.600 detenuti sono o in attesa del processo di primo grado, o in attesa di appello o ricorso. È bene ricordare che, statisticamente, la metà di loro sarà assolta, e farà causa per il dovuto risarcimento dell’ingiusta detenzione: nel 2011 lo Stato ha speso 46 milioni in risarcimenti [fonte: Relazione del guardasigilli sull’amministrazione della Giustizia nell’anno 2011]. A fronte di questa popolazione carceraria, la capienza regolamentare delle carceri è di 47.615 posti. Le celle, anche questo va ricordato, sono  dimensionate ancora in base al Regolamento di Igiene Edilizia delle Strutture ad Uso Collettivo (del 1947!), misurano 8mq + 4 di bagno annesso, ma oggi sono sovraffollate da 2, 3 e più detenuti per cella. Per dire: a norma di legge (art. 22 del Codice Penale), i condannati all’ergastolo avrebbero diritto a trascorrere la notte in una cella singola – ma col sovraffollamento non succede. Il che ha comportato condanne all’Italia da parte della Corte dei Diritti Umani di Strasburgo: al netto dei circa 100.000 € di risarcimento da versare ai sette detenuti ricorrenti (e della prossima multa comminata all’Italia dalla Commissione Europea per inadempienza), questa sentenza apre la strada a ulteriori futuri ricorsi.

– Ah! Quindi pensi che sia una questione economica, alla fin fine?
– No. Ma molti manettari hanno il cuore a forma di salvadanaio, e allora è bene che sappiano anche questo.

I tagli al bilancio della giustizia riducono ogni anno del 10-15% i fondi per la gestione delle carceri. Basta leggere le voci di bilancio oggetto di tagli per capire di cosa stiamo parlando: vitto, acquisto libri, manutenzione e riparazione di mobili e arredi, attività culturali e ricreative per i detenuti, asili nido per i figli delle detenute madri, trattamento tossicodipendenze, e infine la mercede (cioè lo stipendio) per i detenuti lavoranti. Per legge (Ordinamento Penitenziario, L. 354/75, art. 20), ogni detenuto condannato in via definitiva dovrebbe lavorare. Invece a poterlo fare sono solo il 20%, e di questi solo poco più di 2.000 all’esterno.

– Lavoro esterno? Così escono e poi evadono, vero?
– Lo sai qual è la percentuale di detenuti in lavoro esterno che non rientrano? Lo 0.22%.
– Ah… quindi ho detto una stronzata?
– L’hai detta!

In aggiunta, i tagli alle ASL locali hanno comportato il peggioramento dei livelli di assistenza per i detenuti ammalati.

– Beh, in definitiva è quello che dice da tempo il presidente Napolitano: allora sei d’accordo con lui?
– Tempo al tempo.
– Ma almeno con Emma Bonino, che come radicale si batte da anni per queste cose, sarai d’accordo?
– Tempo al tempo.

riabilitazione_sospesaLa conseguenza più drammatica di queste condizioni di vita è un impressionante numero di suicidi: oltre 60 detenuti e 10 agenti ogni anno, con una percentuale, rispetto alla totalità delle morti in carcere, superiore di 20 volte alla media dei suicidi nella società.

– Beh, sono ambienti in cui può succedere. L’ex ministro La Russa aveva detto: «Non è che se gli mettiamo il frigobar, otto ore di aria e la musica soffusa non ci sarà neanche un suicidio…»
– Pensa se qualcuno, davanti al suicidio di un imprenditore per la crisi, dicesse: «Non è che se gli regaliamo un viaggio premio alle Seychelles quando la loro azienda fallisce non ci sarà neanche un suicidio»…

In ogni caso, i nudi dati dimostrano che l’aumento di suicidi è correlato al peggioramento delle condizioni di detenzione.

Per concludere: per il corrente anno, la cd. legge di stabilità, con ampio uso di termini quali “rimodulazione”, “contenimento”, “razionalizzazione” di spese e acquisti, fissa in 16 milioni € l’ammontare di un fondo unico con cui far fronte alle voci di spesa che indicavo sopra, che nel 2010 era di oltre 23 milioni, e di 20 nel 2011. Nella stessa legge è previsto uno sconto di circa 100 milioni € per la sanatoria delle concessionarie di slot machine che hanno evaso 98 miliardi.

– Quale legge di stabilità?
– La 228/2012. Quella approvata la vigilia di Natale dal consiglio dei ministri nel quale c’è anche Emma Bonino.
– Ah…
– Quella difesa da Giorgio Napolitano.
– Ah…
– Ah!

2.1. Cosa dicono, in generale, i contrari a un provvedimento di amnistia?

Gli argomenti dei contrari a un provvedimento di amnistia/indulto si riassumono così:

  • è un tentativo mascherato di fornire un salvacondotto a Berlusconi;
  • non si può violare periodicamente il principio di legalità e si vanifica la certezza della pena: si rischia di far passare il messaggio che si può delinquere, tanto poi arriva all’indulto, e comunque…
  • …i diritti dei detenuti non possono prevalere sul diritto alla sicurezza dei cittadini;
  • è un provvedimento inutile: nel 2006 ci fu l’indulto, e dopo pochi mesi (in realtà in due anni) il numero di detenuti ritornò quello ante indulto;
  • è un autogol politico: gli italiani sono contrari a provvedimenti di questo tipo.

I nomi da appiccicare a queste affermazioni, per il momento, lasciamoli stare.

2.2. Perché gli argomenti contro l’amnistia non tengono

Che qualcuno cerchi, in ogni modo, di fornire salvacondotti di vario genere a Berlusconi è fuor di dubbio. Ed è vero che con l’indulto del 2006 Berlusconi ha beneficiato di una riduzione della pena detentiva: ma non sulle pene accessorie, cioè la famosa interdizione dai pubblici uffici (e la conseguente deadenza dal Senato, tutt’ora in discussione). Ma è un fatto che B. non andrà in carcere (perché ha più di 70 anni), e che ciò che dovrebbe essere amnistiato o indultato non è un automatismo: lo decide il parlamento. Sarebbe bastata una ferma e pacata affermazione del tipo “vigilerò Io affinché questo provvedimento non sia un favore a B.” e rendere pubblici, cioè evidenti alla pubblica opinione, i reati esclusi dal provvedimento. Ma questa argomentazione è, per  me, poco rilevante: qualunque cosa si pensi di  B., il malcelato desiderio di vedere un ultresettantenne in galera ha meno a che fare con la giustizia, e più col rancore come passione sociale prevalente.

Il principio di legalità e la certezza della pena. A voler essere garantisti…

– Quindi sei un garantista?
– No: è un punto di vista che assumo solo come strumento retorico.

A voler essere garantisti è l’attuale situazione delle carceri a violare legalità, certezza della pena e, soprattutto, Costituzione, che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 c. 3) e “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (art. 13 c. 4). La certezza della pena, e le modalità della detenzione che comporta, non possono eccedere i limiti stabiliti dalla legge.
Punto.
E non ci sarebbe bisogno neanche della sanzione delle istituzioni europee per affermarlo: in questo caso, l’aspetto giuridico-formale e quello etico coincidono perfettamente. Aggiungo: in punta di diritto e di Costituzione, lo Stato non può esimersi dai propri doveri ipotizzando una qualche gerarchia tra i diritti: i diritti sono universali, riguardano tutti, quale che sia la loro condizione, e non possono essere negati o sospesi a Tizio o Caio (quale che sia la condizione di Tizio o Caio) senza ledere la natura stessa dei diritti.
E il diritto alla sicurezza?
Il diritto alla sicurezza, nella Costituzione, non c’è. La sicurezza è nominata come una delle condizioni che fanno parte della totalità della persona umana: e – attenzione! – costituisce un vincolo paragonabile a un diritto inalienabile solo nell’art. 41, laddove si afferma che l’iniziativa economica, pur libera, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Pretendere che esista un diritto alla sicurezza in quanto tale, significa introdurre la possibilità di limitare altri aspetti della persona umana in una sorta di scambio – ad es. sicurezza in cambio di meno libertà, o meno democrazia. Sicurezza, libertà e dignità sono un tutt’uno, e riguardano tutti, perché i diritti o sono inalienabili o, semplicemente, non sono.

– Come se la Costituzione non fosse regolarmente violata in molti punti, a cominciare dal comma che citi…
– Appunto. Ma ne parliamo tra un po’…

Infine (per ora): l’argomento dell’inutilità dell’indulto a fronte del successivo riempimento delle carceri avrebbe valore se, e solo se, a riempire le carceri dopo l’indulto fossero stati gli stessi detenuti liberati ope legis. Ma così non è.
Tra i detenuti usciti con l’indulto nel 2006, la percentuale di quelli che sono tornati in carcere è del 30.3%, contro il 68.45% della media. In altre parole, la percentuale di detenuti che, dopo aver scontato la pena in condizioni disumane, tornano a commettere reati è più che doppia rispetto a quelli che sentono di aver scontato il giusto perché il minor periodo di detenzione è controbilanciato dalle condizioni carcerarie patite. Tra gli stranieri, poi, la percentuale scende addirittura al 21.36%. Insomma, l’indulto del 2006 ha fatto bene sia al carcere che alla società.

– Ma ti pare possibile questo dato sugli stranieri, visto che sono circa un terzo dell’intera popolazione detenuta?
– Si: tra breve citerò altri dati coerenti con questo.
– Resta che dopo l’indulto le carceri si sono riempite: vorrà pur dire che l’emergenza-sicurezza esiste davvero, no?
– Dici?

3. Ah, la sicurezza sociale…

Diamo un’occhiata fuori dal carcere. Proprio nel 2006 la polizia di Stato  pubblicava un Rapporto sulla criminalità in Italia dal 1993 al 2006, dal quale emergeva un diffuso calo dei principali reati. Per dire: gli omicidi passano da 1441 a 621, gli scippi diminuiscono del 63%, i furti in appartamento del 41%. Negli anni seguenti, stando ai rapporti del Viminale il calo dei principali reati prosegue: e sono proprio gli anni in cui le carceri si svuotano, e poi si riempiono nuovamente. Dal 2010 al 2011 i piccoli reati tornano a salire per effetto della crisi, per assestarsi nel 2012: ma senza raggiungere i livelli degli anni precedenti. Dati alla mano, non c’è alcun elemento che possa sostenere una reale emergenza-criminalità.

– E allora perché la gente ha sempre più paura?
– Perché, ad esempio, mentre i reati diminuiscono, lo spazio della cronaca nera nei notiziari si quintuplica. E perché la crisi colpisce anche la psicologia delle persone. E soprattutto perché… ne parliamo tra un attimo.
– E allora in carcere?

Già… Chi c’è, in carcere? Il reato principale non è l’omicidio, né la rapina: è la violazione della legge Fini-Giovanardi del 2006 (occhio alla data!) che trasforma il possesso di droghe, anche leggere, in reato penale. Circa un terzo dei detenuti – al momento, 23.000 – sono in carcere per effetto di questa legge. Inoltre, la legge Bossi-Fini che trasforma in reato la condizione di immigrato: in teoria poco più di un migliaio di detenuti (cui andrebbero aggiunti le migliaia detenuti nei CIE). La condizione di clandestinità, come dimostra un rapporto della Fondazione Rodolfo Debenedetti, è criminogena, perché in realtà solo gli immigrati irregolari commettono più reati:

«”La condizione d’irregolarità – si legge nel rapporto – incrementa fortemente il rischio di coinvolgimento in attività criminali, in quanto preclude l’accesso a opportunità di guadagno lecite, aumentando la propensione a delinquere”. Non è un caso che gli irregolari rappresentino l’80% degli immigrati coinvolti in attività criminali, mentre la loro quota sul totale degli stranieri residenti è molto al di sotto del 20%. Insomma, la probabilità di commettere crimini per gli stranieri irregolari è pari a 16 volte quella dei regolari (che mostrano invece tassi di criminalità simili al resto della popolazione italiana)».

C’è un altro aspetto da considerare: molti dei circa 22.000 stranieri detenuti, proprio per la loro condizione di irregolarità – quindi prive di residenza e familiari fuori dal carcere – non hanno accesso alle misure di pena alternative.
In altri termini, ci sono leggi che creano figure di criminalità che prima non esistevano, o che incrementano la criminalità: che trasformano in reato una condizione o uno stile di vita. Le galere sono poi un moltiplicatore di queste condizioni: chi entra in carcere, anche per un reato minore – uno scippo o uno spinello – viene trasformato in un soggetto destinato, scontata la pena, a comportamenti che lo riporteranno in carcere. Anche perché la popolazione carceraria, nel corso del tempo, è profondamente mutata: è una popolazione composta nella gran parte da detenuti incarcerati per piccoli reati, quindi molto mobile e mutevole, priva di coesione sociale che consentirebbe di supportare e aiutare le situazioni umane e personali più fragili e borderline.
Senza un diretto intervento – il che vuol dire assistenti sociali, strutture adeguate, spazi di socializzazione, ecc. – la vita nelle carceri non può che essere al di sotto della soglia di dignità e di umanità. E se la volontà politica di attuare questi interventi non c’è, vuol dire che allo Stato sta bene la creazione di criminalità a mezzo legge, e produzione di carcere a mezzo carcere.

– Si potrebbero svuotare le carceri da quei detenuti, allora.
– Se lo scopo fosse solo quello di riportare le carceri a condizioni di civiltà minime, si potrebbe cominciare con l’intervenire sulla Bossi-Fini e sulla Fini-Giovanardi, che fu esclusa dall’indulto del 2006.
– Ma lo dicono anche Grillo e Renzi, che queste leggi vanno abolite!
– Grillo solo la Fini-Giovanardi, in verità. Ma appunto: se queste leggi sono sbagliate e dannose, come si può chiedere la loro abolizione e non sanare con un indulto la posizione di chi per via di queste leggi è finito in galera?
– Ora che mi ci fai pensare…

E si potrebbe ampliare la quota di detenuti che lavorano, soprattutto all’esterno. Negli Stati Uniti e  nella maggior parte dei Paesi Europei il numero dei condannati in misura alternativa è doppio rispetto al numero dei detenuti, in Italia è appena un quinto. Anche perché la percentuale di detenuti in misura alternativa che ha goduto dell’indulto ed è ritornata in galera è di circa il 21%.

Come si vede, basta sapere di cosa si parla, e quei provvedimenti legislativi che dovrebbero seguire all’indulto per una vera riforma della condizione carceraria vengono fuori senza fatica.

4. L’invenzione dell’emergenza-sicurezza

Tirando le somme:

  • si creano tipologie di reato come l’immigrazione clandestina, si approvano leggi criminogene, e si mantengono condizioni che sono anch’esse criminogene, e che porteranno due terzi dei reclusi alla recidiva;
  • si impediscono, o si ostacolano con forza, provvedimenti come l’indulto e le misure alternative che producono un drastico calo della recidiva e una effettiva diminuzione dei reati.

– E questo perché?
– Perché così si creano le condizioni per lanciare l’allarme-criminalità e per denunciare un’emergenza-sicurezza che in realtà non esistono.
– Questo l’ho capito. Non capisco perché dici di non essere un garantista.
– Perché il garantista è un’anima bella che si ferma alla superficie di questi fenomeni, magari crede che le leggi siano scritte da incompetenti, e non si interroga sul senso di questo allarme, sulla sua funzione, sui suoi scopi.

Spacchettando la situazione carceraria, abbiamo visto come l’emergenza di cui si sta trattando sia creata proprio da chi ha il potere di determinarne la prosecuzione o l’interruzione. E questo in coerenza con altre “emergenze” create a bella posta per rimpolpare un’altra emergenza, quella della sicurezza. A che serve riempire la società di paure, anche soltanto nulla facendo per prevenirne la formazione? A chi giova una società pervasa da panico, rancore, odio sociale da sfogare ora verso il carcerato, ora verso il migrante, ora verso i presunti responsabili della crisi economica, ora verso chi si ribella contro questa società?
femminicidio_no_tavIn primo luogo, la “politica della paura” (come la chiama il nostro amico Serge Quadruppani in un suo libro) serve a garantire consenso. Non è una storia recente, e non è una storia solo italiana: è una caratteristica delle società moderne. I governi non sono in grado di rispondere, se non in modalità provvisorie, alle richieste e alle proteste della società, ed esercitano la propria ridotta capacità di amministrazione (la cosiddetta “governance”) scegliendo le richieste a cui dare risposta. O meglio, creando queste richieste: come la richiesta di maggior sicurezza, che non è fondata su elementi reali, ma può essere creata e accresciuta, facendo leva sul panico sociale, attraverso l’uso dei mass media. Non a caso la risposta alle reali emergenze sociali – il razzismo dilagante, il femminicidio – è sempre in termini penali: si sciacquano la coscienza con leggi che non intervengono sulle cause, e propongono come soluzione la galera – che, di per sé, non risolve i problemi, ma li accresce.
E dentro questi pacchetti-sicurezza nascondono norme ancor più repressive: come quelle che aumentano le pene per chi protesta, cucite ad hoc sul movimento No Tav, nascoste dentro la legge sul femminicidio. Come quelle che rendono la protesta, a volte la semplice idea di protestare, un reato più grave della speculazione finanziaria.

– Un complotto, insomma?
– No: una precisa tecnica di governo della società. Ma non basta…

La Costituzione, ricordate? Quella che viene violata non solo negli articoli che determinano l’esecuzione della pena, ma in molti altri articoli – dal diritto all’istruzione alla rimozione degli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza attiva, dalla parità dei sessi al diritto ad una vita degna di essere vissuta. Mentre la carta costituzionale resta sempre lì, immobile come una statua, una fitta serie di provvedimenti amministrativi – decreti, ordinanze, regolamenti – improntati a criteri di “efficienza” e di “compatibilità economica” realizza giorno per giorno una costituzione di fatto che rende superata la Costituzione del 1948, e illusoria l’idea che la sua difesa possa essere il fondamento dell’opposizione a questo stato di cose. E su questi provvedimenti (come abbiamo visto nel caso della legge di stabilità) il presidente Napolitano non solo tace, ma volentieri acconsente, quando non promuove in prima persona. E lo stesso per i membri dell’attuale governo, che nel migliore dei casi fanno da foglia di fico per queste politiche: non per caso in molti abbiamo tifato e tifiamo asteroide. Anche questo, peraltro, non è un tratto unico dello Stato italiano, ma una caratteristica dello Stato moderno: e non a caso si parla, nella dottrina giuridica, di processo di decostituzionalizzazione.

– Stai dicendo che i problemi sono altri?
– No. Sto dicendo che la battaglia per l’amnistia è illusoria se non si ha presente lo sfondo generale sul quale si colloca la questione. E che battersi per l’amnistia può essere utile per modificare l’ordine del discorso sicuritario, per battere in breccia l’emergenza-sicurezza, e aprire spazi di lotta e di libertà: basta saperlo, e volerlo.

5. Il nuovo che avanza – ma davvero tutto ciò che avanza è “nuovo”?

Resta un ultimo punto da affrontare: l’opposizione all’amnistia da parte dei nuovi soggetti politici, ossia Renzi e Grillo. Che fino a ieri la richiesta di amnistia/indulto l’avevano appoggiata e sottoscritta.
Nel giugno 2011 Grillo scriveva sul suo blog: «Marco Pannella si sta battendo per una causa giusta, contro le morti in carcere, ogni anno più di 150, molte di queste oscure e riportate purtroppo con regolare cadenza su questo blog. Non ci vogliono più carceri, ma meno detenuti.»
Nel dicembre 2012 Renzi sottoscriveva una lettera aperta a Marco Pannella che diceva: «Le tue richieste sono giuste e legittime, nella loro immediatezza oltre che nel loro contenuto. […] Con grande apprensione e la piena solidarietà, da oggi introdurremo nelle nostre priorità istituzionali le necessarie misure affinché si possa limitare e riparare al collasso della giustizia e della sua appendice ultima delle “catacombe” carcerarie, luoghi di sofferenze atroci, di tortura e di morte quotidiana […] sperando, con forza e caparbietà, che il Parlamento italiano conceda un provvedimento di amnistia e si attivi con atti urgenti per porre rimedio all’emergenza carceraria, al vergognoso sovraffollamento delle nostre strutture penitenziarie, non come soluzione ma come punto di partenza per una riforma strutturale della giustizia, con misure alternative alla carcerazione, in primis per i tossicodipendenti».
Oggi si scagliano contro questa “giusta causa” con argomenti del tipo: è un autogol, perderemmo voti, gli italiani non la vogliono.

– Ma è vero che gli italiani non vogliono questo provvedimento.
– E chi lo dice? Quei sondaggi che sbagliano regolarmente le previsioni elettorali, ma quando serve diventano verità scientifiche?

Posto che sia vero: che l’opinione pubblica sia contraria, è l’effetto di quelle passioni tristi di cui parlavo prima. Ma, sempre fingendo di prendere per buona la politica: a cosa dovrebbero servire partiti e governi, soprattutto in una condizione di “larghe intese”, se non ad assumersi il coraggio di provvedimenti impopolari, seguiti da misure effettive che facciano mutare l’opinione degli elettori?
Il rischio di essere sanzionati alle elezioni non dovrebbe essere lo stimolo per attuare quella riforma generale della condizione carceraria prima delle elezioni?

– Lo scrivi, ma non sembri crederlo,
– Infatti non credo che lo faranno. E non solo perché, come ho già argomentato, questa situazione serve a produrre un consenso malsano e drogato. Piuttosto, hai presente gli zombie?
– Zombie? Cosa c’entrano gli zombie con la politica?
– C’entrano.

Con gli zombie funziona così: tu sei vivo, e loro sono morti – e questo fa la differenza. Però non sono del tutto morti: una parte del loro tronco encefalico (così, almeno, è in The Walking Dead) è ancora attiva. Quello che non hanno, è quella parte del cervello che sovrintende allo sviluppo della persona umana. In altri termini si muovono, si nutrono, sono in grado di agire di concerto – come branco o mandria, ma sempre un agire comune è – per soddisfare il bisogno primario di nutrirsi: sono utilitaristi, rispetto alle necessità biologiche. Ma non sono in grado di esercitare il discrimine critico tra bene/male, giusto/ingiusto, ecc.
Ora, il punto è che se lo zombie ti morde, tu diventi come lui, e la differenza tra lui e te cessa: fine della storia.
twd1La politica dei sondaggi, dell’utilitarismo, è una politica che – per supportare interessi classisti di ordine superiore – considera irrilevanti cose come valori, scrupoli morali, lotta all’ingiustizia, ecc. Magari sarà sempre stato così, ma Berlusconi ha reso palese questo atteggiamento, lo ha addirittura rivendicato e se ne è fatto vanto.
Ora che la sua barca affonda, avanzano dei figuri che si pretendono nuovi, e che ragionano esattamente come lui: sono stati morsi dallo zombie, e sono diventati zombie anch’essi (e una volta che sono zombie, a cosa serve aver mozzato la testa allo zombie n. 1?). Cambiano idea a seconda del sondaggio o della strategia di marketing; non gli interessa dire la verità, ma solo quello che serve (secondo loro) a ottenere percentuali di voto in più. È il divenire-zombie della politica, ed è molto pericoloso: si rischia di essere morsi.

– E cosa si può fare?
– Fuggire da loro. E nel fuggire, come diceva Deleuze citando George Jackson, cercare nuove armi.

]]>