SISMI – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le tre sepolture di Giulio Regeni https://www.carmillaonline.com/2016/03/01/le-tre-sepolture-di-giulio-regeni/ Mon, 29 Feb 2016 23:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28772 di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso. La prima è stata rappresentata dai servizi [...]]]> di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso.
La prima è stata rappresentata dai servizi egiziani fin dal primo momento della sua scomparsa e delle prime ricerche messe in atto per ritrovarlo. Secondo quanto riferito in un’intervista rilasciata al quotidiano filo governativo egiziano AlYoum7, il titolare delle indagini, il generale Khaled Shalabi, ha parlato di un incidente stradale sostenendo che la polizia avrebbe ritrovato il cadavere dopo la segnalazione di un passante.

Ma sul luogo dove la polizia aveva sostenuto di aver ritrovato il cadavere di Giulio Regeni nove giorni dopo la sua sparizione, sulla parte superiore di un cavalcavia dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto, non ci sono mai state tracce “né di brusche frenate, né di vetri, né di sangue, né di ripulitura nello spesso strato di polvere mista a rifiuti che ricopre tutto”.1 In compenso come altri hanno già riportato vi sono significative tracce di pratica di torture messe in atto dal generale Khaled Shalabi, che “venne condannato nel 2003 per aver falsificato rapporti di polizia e per aver torturato – fino a ucciderlo – un uomo, insieme ad altri due poliziotti”,2 anche se la sentenza fu poi sospesa.

La terza ed ultima sepoltura però, ed anche la più blasfema, è quella messa in atto dalle autorità governative e da vari media italiani che, pur fingendo di voler ottenere giustizia e pur facendo, come al solito e così come piace al nostro Presidente del Consiglio, la voce grossa, in realtà tardano a denunciare con certezza e sicurezza che gli autori del barbaro assassinio potranno essere soltanto individuati tra gli agenti dei servizi, nemmeno tanto segreti, del sanguinario regime di Al Sisi.

Così si sta letteralmente prendendo e perdendo tempo, in attesa che lo scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi finisca con il fare levigare la memoria dell’omicidio politico dalle sabbie millenarie del deserto egiziano. Fino a farne scomparire ogni traccia, quasi si trattasse del naso della Sfinge o di qualche altra decorazione delle antiche piramidi ormai erose dal vento e svuotate più dai tombaroli secolari che non dagli archeologi.

Un autentico sepolcro di menzogne e depistaggi, dalla diffusione di notizie riguardanti una presunta collaborazione di Giulio con agenzie di intelligence oppure un rapimento dovuto ai Fratelli Mussulmani3 fino all’ipotesi di una vendetta personale avvallata negli ultimi giorni dalle autorità egiziane,4 viene ormai quotidianamente costruito al fine di ostruire ogni possibile accesso alla più semplice delle verità. Anzi la sponda che l’informazione nazionale presta, in gran parte, alle notizie rilanciate dai giornali filo-governativi egiziani, come il sopracitato AlYoum7 oppure Al Ahram, permette al regime di Al Sisi di presentarsi come vittima di un possibile complotto.

Così, mentre il macellaio si traveste da agnello, le indagini brancolano in un buio, più che voluto, desiderato. Soprattutto dalle stesse autorità italiane che, denunciando la scarsa collaborazione di quelle egiziane, sembrano non veder l’ora di poter archiviare il tutto come delitto irrisolto. Che volete che sia, in fondo, un ricercatore scomparso, magari di sinistra, ai margini di un deserto immenso in cui sono scomparse culture millenarie, faraoni, templi e armate?

Contro le illazioni su una sua possibile collaborazione con qualche forma di intelligence Oxford Analytica, il think tank britannico col quale aveva collaborato Giulio Regeni, ha fatto sapere “di non voler parlare in questo momento coi media italiani sulla vicenda del ricercatore ucciso in Egitto. Fonti in contatto col centro studi hanno riferito che si respira un’aria di irritazione fra i responsabili dell’organizzazione, che negano di essere legati a qualunque agenzia di intelligence e lamentano inesattezze sulle ricostruzioni della loro attività”.5 Mentre “invece, al Department of Politics and International Studies (Polis), l’istituto che Regeni frequentava nel campus di Sidwick Site, trapela un misto di dolore e irritazione. Glen Rangwala, un docente esperto di questioni mediorientali, si limita a dire di non voler fare commenti dopo “le inesattezze” – deplora – comparse su alcuni media italiani”.6

Un balletto così vergognoso quello inscenato tra Mukhabarat (la centrale dei servizi segreti egiziani7 ), governo e media italiani da spingere il mondo accademico inglese a formulare un appello “affinché il Parlamento britannico chieda e ottenga sulla morte di Regeni ‘un’indagine indipendente e imparziale’. Quale evidentemente non è ritenuta quella italo-egiziana”.8

Ma cosa spinge ad un comportamento tanto vile il nostro governo e buona parte dei nostri media? Soltanto gli interessi economici oppure anche qualcosa d’altro? “Non fosse altro perché sul tavolo delle relazioni tra i due Paesi, oltre al cruciale ruolo strategico svolto dal Cairo in chiave antiterrorismo, ci sono commesse per 10 miliardi di dollari (7 soltanto dell’Eni per lo sfruttamento del giacimento di gas Zohr, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo9 ). Può il destino di un ventottenne “comunista” valere di più di quel fiume di denaro?10 E già soltanto su questo il regime di Al Sisi potrebbe ampiamente scommettere che l’Italia non vorrà fare di questo assassinio una questione capitale.

abu omarMa anche un’altra risposta è arrivata in questi giorni proprio da Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani ha infatti condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 con la decisiva collaborazione del Sismi, servizio segreto militare. Collaborazione, guarda caso con la CIA e i servizi segreti egiziani. “Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima di un’operazione di ‘extraordinary rendition’ cominciata con il suo rapimento in Italia e continuata con il suo trasferimento all’estero“, afferma la Corte di Strasburgo e prosegue: “L’Italia ha applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar non dovessero rispondere delle loro azioni”. Concludendo poi che: “nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo”.11

Ci sono segreti, e la storia d’Italia almeno da piazza Fontana in avanti lo dimostra tristemente, che non possono essere rivelati. A qualsiasi costo. Perché ne nascondono altri. Asservimenti che non possono essere rifiutati, come le rivelazioni degli ultimi giorni, a proposito dei controlli esercitati dai servizi di sicurezza americani sui governi “amici” e anche su quello italiano, ben dimostrano. Al massimo possono produrre un abbaiare di cani, come quando di notte siamo risvegliati da un breve latrato che, una volta interrotto, ci lascia tornare ai nostri sogni.

Le proteste di alcuni membri del governo e le indagini di questi giorni sembrano infatti ricordare l’abbaiar dei cani, spesso inutile e soltanto molesto. Perché mentre la guerra si delinea sempre più come unico orizzonte possibile, gli alleati possono chiedere ed ottenere dal governo italiano tutto ciò che vogliono. E falsificare la verità di un delitto non sarà certo la sola richiesta o la peggiore.

sepoltura 2 Il governo del pifferaio magico ci aveva garantito, qualche giorno fa, che i droni americani della base di Sigonella sarebbero stati usati soltanto per azioni di risposta a pericoli immediati e che, in sé, non avrebbero rappresentato un preludio ad una escalation militare. Peccato che, successivamente, sia stato riunito il Consiglio supremo di Difesa che “ha valutato ‘la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto’“.12 Mentre è stata rivelata, ad esempio dal quotidiano Le Monde, la presenza di truppe francesi in Libia, così come quella di corpi speciali americani e britannici.

Così sebbene lo si neghi, si è discusso del fatto che “Gli specialisti del Cosubin e del Col Moschin ma anche i parà della Folgore potranno agire grazie alle stesse garanzie funzionali degli 007 che la legge ha concesso loro con il provvedimento varato larga maggioranza proprio in previsione di un possibile intervento in Libia“. Potrebbero essere circa 3000 i soldati italiani “impiegati a protezione dei siti sensibili come gli impianti energetici, i giacimenti, gli oleodotti13 che ancora forniscono l’ENI, mentre “la macchina dei raid è già in azione. C’è una ricognizione aerea continua, condotta dai droni americani e italiani che decollano da Sigonella; da quelli francesi che perlustrano l’area desertica del Fezzan e da quelli britannici che partono da Cipro. Altri velivoli spia, inclusi i nostri Amx schierati a Trapani, scattano foto e monitorano le comunicazioni radio grazie ad apparati a lungo raggio, che gli permettono di restare fuori dallo spazio aereo libico. Una sorveglianza che avrebbe permesso di selezionare circa duecento potenziali bersagli […] Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno” […] l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk, ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati14.

Un balzo indietro di oltre cento anni senza consultare, nemmeno per conoscenza, i libri di storia […] un “piano B” per la Libia che troppo assomiglia a vecchi progetti coloniali europei”.15 Confermato dallo odierne dichiarazioni del Segretario alla Difesa statunitense Ash Carter che ha dichiarato: “L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza16

Piano, ormai tutt’altro che “segreto”, che va in direzione totalmente contraria al comunicato congiunto pubblicato dopo la riunione ministeriale per la Libia del 13 dicembre 2015 in cui veniva affermato “il nostro pieno appoggio al popolo libico per il mantenimento dell’unità della Libia e delle sue istituzioni che operano per il bene del paese“.

Menzogne, nient’altro che menzogne: la guerra al terrorismo, la difesa della democrazia, la fedeltà e l’affidabilità degli alleati, l’azione umanitaria a favore dei profughi, la collaborazione tra stati e polizie per stabilire la verità sul caso Regeni. Vittima, come noi tutti, i vivi e i morti, di una macchina di oppressione, violenza, sfruttamento e falsificazione che solo la lotta per la liberazione dell’umano che è ancora in noi potrà un giorno ribaltare e distruggere.
migranti


  1. http://www.corriere.it/video-articoli/2016/02/07/egitto-luogo-dove-stato-trovato-corpo-giulio-regeni/5049aef8-cdaa-11e5-9bb8-c57cba20e8ac.shtml?refresh_ce-cp  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/10/news/regeni_informativa_da_egitto_nessun_elemento_riconduce_a_rapina_-133135353/  

  3. http://www.panorama.it/news/esteri/morte-di-giulio-regeni-legitto-rifiuta-le-accuse/  

  4. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/regeni_egitto_non_escludiamo_nessuna_pista_-134137778/?ref=HREA-1  

  5. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  6. ancora http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  7. che si dividono rispettivamente in Gihāz al-Mukhābarāt al-ʿĀmma (Apparato d’informazioni generali), Idārat al-Mukhābarāt al-Harbiyya wa al-Istiṭlāʿ (Direzione dei servizi militari e d’indagine) e Gihāz Mabāḥith Amn al-Dawla (Apparato d’informazioni per la sicurezza dello Stato)  

  8. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/15/news/giulio_tradito_dai_suoi_report_sui_gruppi_di_opposizione_intercettati_dagli_apparati_-133450148/?ref=HREA-1  

  9. con riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di metano  

  10. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  11. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  12. http://www.huffingtonpost.it/2016/02/25/libia-_n_9318500.html?1456431239&utm_hp_ref=italy  

  13. Fiorenzo Sarzanini, Intervento in Libia. Ok a missioni segrete dei nostri corpi speciali, Corriere della sera, Venerdì 26 febbraio 2016  

  14. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/l_allarme_la_casa_bianca_agiremo_ogni_volta_che_verra_individuata_una_minaccia_diretta_renzi_roma_fara_la_sua_parte_-134100071/  

  15. libia-divisione-in-tre-sconfitta_n_9306502.html  

  16. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/?ref=HRER1-1  

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La guerra delle ombre di Obama https://www.carmillaonline.com/2014/09/18/guerra-delle-ombre-obama/ Wed, 17 Sep 2014 22:05:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17464 di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe. Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma [...]]]> di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe.
Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma tale politica, che funziona particolarmente bene soltanto quando gli imperi sono giovani oppure all’apice della loro potenza, sembra aver oggi raggiunto i suoi limiti di reale efficacia poiché le perplessità e le rivalità che l’attuale debolezza dell’impero americano fa sorgere, tra suoi alleati, ex-alleati e potenziali rivali, sembrano condurre sempre di più verso una catastrofe in direzione della quale le incertezze statunitensi sembrano, allo stesso tempo, spingere sia sul pedale dell’acceleratore che su quello del freno.

Mickey Mouse Obama si è trovato a dover gestire, con il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, quella che agli occhi di gran parte del mondo, soprattutto musulmano, ha avuto tutto il sapore di una sconfitta e, contemporaneamente, iniziative di carattere politico, economico e militare di alcuni alleati che, pur parzialmente concordate, hanno scatenato fattori di rischio che hanno incrinato ancora di più l’effettiva capacità di governance planetaria da parte di Washington.

Tutto ciò che da parte degli infaticabili “democratici” occidentali era stato esaltato nelle azioni e parole del leader americano (ritiro delle truppe, promessa di difesa e sviluppo della democrazia in Medio Oriente) è stato pertanto rapidamente e drasticamente modificato dalla crisi politica ed economica in atto e si è rivelato per quello che realmente era: un pensiero piuttosto vacuo, le cui affermazioni erano dettate soltanto dalla debolezza in cui si trovavano (e tuttora si trovano) il governo della superpotenza wasp (nonostante il presidente di colore) e la sua diplomazia che, nella dinamica della crisi attuale difficilmente riesce a far convivere bastone e carota.
Infatti il bastone non può essere troppo grande e la carota risulta di dimensioni troppo poco appetibili per molti degli attori chiamati in scena.

obama bush Le guerre, come ha ben dimostrato Paul Kennedy in un suo importante saggio (Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti 1989), costano, soprattutto per le potenze il cui corso sta volgendo verso il tramonto. Costano in termini politici, economici, militari e, soprattutto, di immagine. In particolare se non sono vinte rapidamente. E negli annali recenti della storia americana nessuna guerra è stata vinta brillantemente e, ancora meno, in tempi rapidi.

D’altra parte per un colosso come quello statunitense, da anni foraggiato da un sistema di dominio e sfruttamento basato sia sulla potenza finanziaria che su quella del proprio apparato militar-industriale, anche la pace ha un costo. Occorrerebbe, almeno ogni tanto, “saper perdere”. Ma Shel Shapiro e i Rokes non sono certo annoverati tra i consiglieri politici della Casa Bianca.
Anzi, sembra che ad ogni sconfitta segua un periodo di ulteriori involuzioni destinate soltanto a cercare un’ipotetica rivincita militare in altre aree.

Una logica politica più vicina alla mentalità del giocatore accanito che ad ogni perdita è costretto a chiedere prestiti sempre più difficili da rimborsare e destinati ad ingrandirne ulteriormente il debito.
Indirizzandolo verso puntate e giocate sempre più azzardate e rischiose.
E oggi, intorno allo stesso tavolo di casinò, si sono ammassati non solo gli Stati Uniti e il loro sistema economico ed imperiale, ma alcuni dei giocatori più azzardati e “indebitati” (politicamente, economicamente e diplomaticamente alias militarmente) del pianeta.

Pensare che tutto oggi stia seguendo una certa inderogabile logica oppure che tutti gli avvenimenti drammatici che stanno avvenendo tra la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Ucraina, passando per quella macelleria a cielo aperto costituita ormai da anni dai Territori palestinesi occupati o stretti d’assedio dagli israeliani, siano ferreamente governati dalla volontà statunitense è un grave errore. Perché non ci permette di cogliere la gravità e le possibili conseguenze dell’attuale momento dell’imperialismo mondiale.

Un’Europa in crisi economica, sociale politica ed identitaria; paesi del Golfo timorosi di finire le riserve petrolifere e di vedere modificati i propri arcaici assetti istituzionali; la Russia di Putin stretta tra delirio di grandezza imperiale e limiti di sviluppo ereditati dal passato; una Turchia avvolta in una spirale di ammodernamento economico e sociale e conservazione politica e religiosa tesi entrambi a garantire l’ordine interno e allo stesso tempo un diverso ruolo degli eredi dell’impero ottomano nella geopolitica planetaria; Israele sempre più schiacciata tra il desiderio di ampliare i propri confini all’infinito e la paura di perdere l’alleato americano: tutti questi fattori concorrono, insieme all’incertezza americana, a creare una miscela fortemente instabile ed altamente esplosiva. Cui, per paradosso attuale, non può nemmeno opporsi una significativa forza antagonista ancora troppo debole e divisa dal trionfo dei nazionalismi e delle identità etniche e religiose e dalle preoccupazioni di carattere economico ed occupazionale.

Lo Stato Islamico ed integralista installatosi a cavallo di Siria ed Iraq sembra, nonostante le atrocità ivi perpetrate, sempre più una parodia di regime del terrore; in cui le immagini delle azioni diffuse attraverso la rete e i network televisivi sembrano rispondere più a logiche dello spettacolo che politiche. E’ però proprio, e sempre di più, la regia di questo teatro del Grand Guignol ad essere nebulosa, evanescente e confusa.

Logiche che sì rispondono alla necessità americana di riaprire un fronte là dove si era appena chiuso, ma, allo stesso tempo, rischiano di riaprire anche questioni delicate ed indesiderate. Come quella curda (che vedrebbe Turchia ed Iran uniti dal comune rigetto di uno stato curdo indipendente), tanto per dirne una. Insieme alla questione dei finanziatori “occulti” del nuovo terrorismo “globale”.

Iniziamo dallo spettacolo in sé. Le immagini delle decapitazioni sono accompagnate, come risposta, dall’uso di aggettivi e sostantivi, indirizzati al fantomatico nemico o a “John l’Inglese”, come mostri, belve, tagliagole, etc. Oppure, ancora una volta, da dichiarazioni sulla nuova minaccia globale che, come ai bei tempi di Saddam, potrebbe ricorrere a terribili armi di distruzione di massa. Ovvero da tutta quella terminologia che serve, in questi casi, a riscaldare gli animi dei benpensanti e i motori dei caccia-bombardieri e dei carri armati.

In compenso le scene di guerra, viste in Tv, non sono adeguate allo sforzo: gente che spara per aria, qualche cadavere qua e là, qualche testimonianza tradotta direttamente nella lingua delle nazioni occidentali, qualche mezzo lanciato in corsa in aree desertiche, qualche altra di mezzi fatti esplodere dai droni o dai missili americani ( che potrebbe provenire da qualsiasi conflitto degli ultimi anni), qualche funerale. Poco, troppo poco per essere un vero kolossal come quello che media e governi ci vorrebbero propinare.

Sia ben chiaro: non si può provare alcuna simpatia o empatia con i militanti delle varie formazioni che si riuniscono intorno allo Stato islamico. Anche se è chiaro che quei militanti, pochi o tanti che siano (volontari delle mille guerre iniziate da quelle balcaniche in poi, sottoproletari delle periferie occidentali stufi della condizione di disagio in cui si trovano a vivere milioni di immigrati di prima, seconda o terza generazione, soldati del disciolto esercito irakeno, sunniti infiammati dalla predicazione di imām radicali in Europa e in Africa) provengono in gran parte da situazioni di disagio e disperazione che sono il risultato delle guerre degli ultimi vent’anni e il prodotto della spartizione imperialistica e capitalistica del globo e del prodotto sociale.

Obama ha chiamato alla mobilitazione generale gli alleati e il dado sarebbe tratto se non che gli alleati, come molti commentatori tendono a sottolineare, sono piuttosto refrattari e recalcitranti ad assumersi decisamente i costi di una guerra che gli Stati Uniti, mai come questa volta, non vogliono affrontare da soli.

Durante il periplo mediorientale il segretario di Stato, John Kerry, ha raccolto l’aperta adesione di dieci paesi arabi favorevoli all’operazione tesa a “distruggere” lo Stato islamico. Questo non significa che siano tutti pronti a mandare la propria fanteria o a bombardare le province siriane e irachene controllate dai jihadisti del califfato autoproclamato da Al-Baghdadi” così scrive Bernardo Valli su La Repubblica del 15 settembre.1 Così alla conferenza di Parigi tenutasi il 15 settembre, dove dei 40 possibili alleati annunciati ne sono intervenuti 30 circa, la disponibilità dei vari governi a condividere i rischi del conflitto contro lo Stato islamico è stata diversa, ed incerta, da caso a caso.

Rischi che non sono soltanto di natura militare. Sul piano religioso o semplicemente emotivo l’alleanza con l’Occidente contro il califfato, sia pur poco credibile secondo le grandi istituzioni islamiche, può urtare la sensibilità di parte della popolazione araba2 In quanto ai dubbi, poi, la stessa Francia, così come altri paesi europei, si è dimostrata incerta sulla possibilità di estendere le incursioni aeree sulla Siria. Più prudenti altri europei che hanno studiato partecipazioni non troppo compromettenti, come il governo di Berlino che ha escluso ogni partecipazione diretta. Mentre la stessa Gran Bretagna ha visto, nei giorni precedenti la conferenza, il governo dividersi tra chi escludeva i bombardamenti in Siria e chi li appoggiava.

Eh sì, perché, guarda caso, un importante pomo della discordia continua ad essere costituito proprio dalla Siria e dal destino futuro del regime di Assad.3 Che, a quanto pare, gli Stati Uniti preferiscono ancora indebolire ed aggredire per fare un piacere all’Arabia Saudita e ad Israele per cercare di indebolire, allo stesso tempo, la presenza russa nel Mediterraneo.

mickey mouse 3 Provare, anche qui, qualsiasi empatia con le politiche di Assad o di Putin è assolutamente fuori luogo, ma, allo stesso tempo, è chiaro che l’ostinazione americana a voler colpire in Siria rivela una parte del gioco mediatico, militare e diplomatico attuale. Alla faccia degli ostaggi, dei cristiani perseguitati, delle minoranze etniche e religiose, delle violenze sulle donne e della salvaguardia della democrazia e della libertà. Ciò che conta continua ad essere contenere la Russia e prepararsi a fronteggiare l’Iran.

Già…gli ostaggi, verso cui sembra volersi estendere il divieto americano ed inglese di trattativa. Anche per quelli europei, francesi ed italiani. Così il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, dopo aver dichiarato in un’intervista a Sky Tg24, che “riporteremo a casa gli ostaggi, non importa come“, che qualche sito ha sintetizzato usando il termine “trattare”, ha dovuto immediata precisare che: “Non ho mai detto ‘non importa come’ a riguardo del modo di riportare a casa i nostri rapiti, né ho utilizzato il termine ‘trattare’. Ho detto invece che l’Italia farà di tutto per riportare a casa i 6 rapiti, perché la nostra politica è di non abbandonare nessuno e per raggiungere questo obiettivo studiamo tutti i mezzi possibili e leciti”.4

Gli ostaggi servono alla causa della guerra, soprattutto se morti o uccisi barbaramente, e questi distinguo non sono che la prova della tensione e dell’indecisione che si vive negli uffici dell’intelligence e nei palazzi del governo di fronte alla drastica richiesta di Obama. Purtroppo l’uccisione ad opera di “fuoco amico” di Nicola Calipari, il numero uno dell’antiterrorismo dell’allora SISMI, avvenuto a Baghdad nel 2005 in occasione della liberazione di Giuliana Sgrena ancora insegna.

L’Italia, persa ormai qualsiasi autonomia politica, incapace persino di dar seguito a quella strategia politica che uno dei maggiori rappresentanti della Democrazia Cristiana, Paolo Emilio Taviani, aveva sintetizzo nella formula “la moglie americana e l’amante libica”, finge di tenersi ai margini del conflitto fornendo soltanto armi ai Curdi, addestratori per gli eserciti mediorientali coinvolti e rifornimenti in volo per i cacciabombardieri alleati.

Mettendo così definitivamente a rischio le vite degli ostaggi e i fragili equilibri mediterranei un tempo raggiunti ed oggi denunciati come errori o peggio. Mentre il direttore del quotidiano “democratico” per eccellenza chiama alla difesa dell’Occidente e dei suoi “sacri” valori e alla vera e propria guerra, contro Putin e contro l’Is, con un linguaggio che non si vedeva dai tempi della guerra, almeno allora, fredda.5

Nel frattempo, però, non è escluso che la Russia possa porre un veto al Consiglio di Sicurezza sull’estensione del conflitto alla Siria. Mosca è alleata del regime siriano di Bashar Al Assad e quindi si oppone allo Stato islamico suo nemico, non esitando a offrire aiuti al governo di Bagdad. Ma il presidente russo è pronto, come dimostra l’ordine di mobilitazione e di “pronti al combattimento” dato alle truppe stanziate sul fronte orientale nei giorni scorsi,6 ad opporsi anche muscolarmente a qualsiasi ingerenza americana sul territorio siriano. In un confronto che dall’Ucraina al Mediterraneo si va facendo sempre meno “freddo”.

Che per alcuni “alleati” il vero obiettivo, poi, sia l’Iran non vi possono più essere dubbi. Israele e Arabia Saudita, in particolare, spingono con forza in quella direzione da tempo. Da quando, cioè, la disastrosa campagna irachena condotta dagli Stati Uniti ha rafforzato i governi di Teheran, regalando di fatto agli sciiti il controllo di una vasta parte dell’Iraq medesimo. Ed una delle “colpe” principali del governo di Al Maliki, sciita, è stata forse quella di favorire un riavvicinamento del paese a Russia e Cina ed un allontanamento dagli USA. Mentre il governo di Obama si trova in una posizione altalenante in cui, da una parte chiede alle milizie sciite presenti sul territorio iracheno di collaborare alla guerra contro lo Stato islamico e, dall’altra, rifiuta di far sedere l’Iran allo stesso tavolo di trattative militari e politiche cui siedono anche i suoi due principali nemici (ed alleati degli USA).

Un altro paese che ha opposto un netto rifiuto all’uso delle proprie basi per operazioni di ordine militare in Siria è la Turchia di Erdogan. La scusa ufficialmente addotta è, in questo caso, quella dei 46 ostaggi turchi in mano alle milizie integraliste, ma è chiaro che l’opposizione all’intervento militare nell’area è dettato dal timore della realizzazione di uno stato autonomo curdo in Iraq, che potrebbe portare ad una richiesta di distacco della regione curda dalla Turchia stessa, alla fine o durante il conflitto stesso. In questo Ankara si trova a condividere gli stessi timori regionali di Siria, Iran e Iraq e quindi a propendere più in direzione di accordi con due nazioni (Siria e Iran) che attualmente la politica americana vorrebbe escludere, forse definitivamente, dai giochi politico-economici dell’area.

In tutto questo c’è da chiedersi come il popolo curdo non si sia ancora stancato di dipendere dalle decisioni dei principali clan famigliari (ad esempio il clan Barzani) che si spartiscono il potere nella regione e che, negli ultimi decenni, hanno contribuito a coinvolgerlo in tutti i conflitti dell’area, solo e sempre a vantaggio dell’imperialismo statunitense e delle speranze di arricchimento di alcuni leader attraverso lo sfruttamento delle aree petrolifere presenti sul territorio kurdo. Così come c’è da chiedersi come dopo il tradimento di Abdullah Öcalan, messo in atto dal governo D’Alema nel 1999, il PKK possa ancor a sperare di raggiungere qualche soluzione vantaggiosa attraverso la collaborazione con gli imperi d’Occidente. Una situazione di confusione politica, religiosa e clanica che ha portato anche diversi giovani curdi ad arruolarsi nelle file dell’Isis in Siria fin dal 2012.7

Se il Kurdistan, a differenza di quanto affermano i media occidentali, non è solo abitato da peshmerga è altresì vero che dei circa 30 paesi intervenuti alla conferenza di Parigi quasi il 20% di questi ( Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar) non possono essere considerati pienamente affidabili, poiché tutte le indagini volte ad individuare i possibili finanziatori dell’Isis portano nella direzione degli stati del Golfo e dell’Arabia Saudita in particolare.

Già, perché gli eserciti del califfato islamico si muovono non solo sotto la bandiera nera che tutti abbiamo visto sventolare nelle immagini televisive. Soprattutto dal punto di vista finanziario.
La frottola che tali gruppi si finanzino principalmente con il “contrabbando” di petrolio, i rapimenti e le trattative per la liberazione degli ostaggi alla lunga non regge. Infatti il pagamento di 20 milioni di dollari al Fronte al-Nusra da parte del Qatar per il rilascio dei 45 caschi blu originari delle Isole Fiji rapiti sulle alture del Golan, puzza di bruciato lontano un miglio e ha tutta l’aria di un finanziamento diretto travestito da intervento umanitario. Nei confronti, oltre tutto, di un gruppo da sempre vicino ad Al Qaeda e all’Isis ed oggi ben accetto a Washington per la sua partecipazione al fronte anti-Assad.8

Un funzionario dell’intelligence degli Stati Uniti sostiene che le risorse dell’Is superano quelle di qualsiasi altro gruppo terroristico della storia.9 Ma tale ipotesi si accompagna al tentativo di negare che tali gruppi non si servano più dei finanziamenti dei ricchi sceiccati arabi. Ora, però, se anche tale ipotesi fosse vera, vorrebbe dire che in passato tali formazioni terroristiche sono state coltivate e cresciute dalle ricche casate petrolifere arabe ovvero dai “fedeli alleati degli USA”. Torniamo dunque in quel teatro di ombre che sempre di più assomiglia alla nota caverna di Platone in cui le ombre proiettate dall’esterno sulle pareti confondono le idee degli uomini. In particolare del bue borghese, come avrebbe detto Marx, ma, troppo spesso, anche di quello pseudo-antagonista.

In un recente articolo, pubblicato sull’Huffington Post, Alastair Crooke , agente ed esperto di cose mediorientali per conto del britannico M-6, ha affermato: ” Con l’avvento della manna petrolifera gli obiettivi dei sauditi erano diventati quelli di “espandersi, diffondendo il wahhabismo10 in tutto il mondo musulmano”… di ‘wahhabizzare’ l’Islam, riducendo così “la pluralità delle voci all’interno di questa religione” in un “unico credo” — un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali. Miliardi di dollari furono – e continuano tutt’ora – ad essere investiti in questa manifestazione di soft power.Fu quest’esaltante combinazione di miliardi di dollari d’investimento nell’esercizio di soft power – e la disponibilità manifestata dai sauditi a orientare l’Islam sunnita secondo gli interessi americani, pur innestandovi il Wahhabismo attraverso le istituzioni scolastiche, la società e la cultura in tutti i paesi musulmani – che generò la politica occidentale di dipendenza dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura già dall’incontro di Abd-al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla Conferenza di Yalta) fino ad oggi […]Dopotutto, i movimenti islamisti più radicali venivano visti dai servizi segreti occidentali come strumenti utili per abbattere l’URSS in Afghanistan – e combattere leader e stati mediorientali che non godevano più del loro favore.

Perché sentirsi così sorpresi, allora, se dal mandato saudita-occidentale del Principe Bandar di gestire l’insorgenza siriana contro il Presidente Assad sia poi emerso un tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso: l’ISIS? E perché mai dovremmo sentirci tanto sorpresi – sapendone un po’ sul Wahhabismo – del fatto che gli insorgenti siriani “moderati” siano finiti col diventare più rari del mitico unicorno? Perché mai avremmo dovuto immaginare che il wahhabismo avrebbe generato dei moderati? Oppure, perché mai avremmo dovuto immaginare che la dottrina di “Un Leader, Un’Autorità, Una Moschea: sottomettetevi o morirete” potesse mai in ultima istanza condurre alla moderazione o alla tolleranza?
Oppure, forse, non ci siamo mai sforzati d’immaginare
11 Ma qui occorre per ora fermarsi.

mickey mouse 4 L’Is o, meglio, le varie milizie jihadiste costituiscono, inoltre, un mosaico molto composito in cui si manifestano anche i differenti interessi dei vari paesi del Golfo che, in alcuni, casi (Arabia Saudita e Qatar) hanno spesso interessi contrapposti in Siria e in Egitto. Quando, addirittura, non arrivano ad avere posizioni differenti a seconda che agiscano in Siria o in Iraq. Come il già citato Fronte al-Nusra.

L’unica cosa certa per ora è che si sta andando verso una guerra, i cui contorni, obiettivi e limiti, se ne avrà, non sono ancora ben definiti. Obama non sembra avere una road map che vada oltre il momento12 e la necessità di mantenere in vita lo sfiancatissimo cavallo imperiale statunitense. A qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Per ora con scarso impegno militare sul terreno, qualche bombardamento e il tentativo di costringere tutti gli attori regionali e occidentali a dichiararsi o a stringersi in un blocco sostanzialmente anti-russo ( a partire dalle sparate retoriche sull’indipendenza ucraina) e anti-iraniano. Tutto ciò mentre gli europei sono scoordinati, divisi e confusi e una parte significativa dei giocatori seduti al tavolo sta evidentemente barando.

Per di più, all’ombra di questo gioco e sulla pelle di centinaia di migliaia di civili, Israele sta tranquillamente preparando un’ennesima aggressione al Libano, paventando la pericolosità di Hezbollah (che in realtà ha sempre combattuto contro le forze integraliste sunnite); l’Egitto può continuare nella sua politica di normalizzazione dei beduini del Sinai, accampando la scusa di una presenza tra le varie tribù di una componente jihadista, e di messa al bando dei Fratelli Musulmani e gli Stati Uniti arrivano a lanciare l’allarme per una pericolosa presenza dell’Is anche in Estremo Oriente, preparandosi ad ammassare truppe in quel quadrante in funzione anti-cinese. Cosa cui non è rimasta indifferente la Cina che si è schierata con la Russia sulla questione dei possibili bombardamenti americani in Siria.

ombre di guerra1 Ma la cosa più grave, da un punto di vista anti-imperialista e anti-militarista, non è nemmeno costituita tanto dall’assenza di un qualsiasi movimento contrario alla guerra di qualche peso, quanto piuttosto dal fatto che, nel disastro generale, i disperati, i giovani proletari e i sotto proletari delle aree coinvolte dai massacri e delle periferie dell’impero siano diventati succubi dei nazionalismi e del fanatismo religioso oppure dei vacui discorsi democratici e progressisti; insomma di tutte le trappole ideologiche di cui si sono serviti gli imperialismi, potenti o straccioni non importa che siano, per affermare le loro logiche di dominio a partire dai due conflitti mondiali. Tutto ciò grazie anche al totale abbandono di qualsiasi riferimento alla lotta di classe da parte delle sedicenti sinistre occidentali. Che, in ultima istanza, nascoste dietro alla fasulla maschera dell’umanitarismo e della non violenza hanno abbandonato al proprio destino proprio coloro che tale stato di cose (i lavoratori, i giovani, gli sfruttati di ogni sesso e nazionalità) avrebbero potuto rovesciare, tanto in Occidente quanto in Oriente.


  1. Bernardo Valli, Raid contro l’Is, sì dei paesi arabi. A Obama l’appoggio degli “alleati riluttanti”  

  2. Bernardo Valli, art. cit.  

  3. Definito, ancora su La Stampa, “macellaio”. Domenico Quirico, Fra i tagliagole e il macellaio Assad in Siria non c’è più posto per i buoni, 15 settembre 2014  

  4. Claudia Fusani, Terrorismo, l’Italia ha ancora sei ostaggi. Barack Obama chiede agli alleati di non trattare, L’Huffington Post 14 settembre 2014  

  5. Ma nel momento in cui due parti del mondo lo designano contemporaneamente come il nemico finale e l’avversario eterno, l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida? Ha almeno la consapevolezza che quel pugnale islamista è puntato alla sua gola, mentre Putin sta rialzando un muro politico e diplomatico che fermi l’America, delimiti l’Europa e blocchi la libertà di destino dei popoli?[…]Per tutto il breve spazio “di pace” che va dalla caduta del Muro all’11 settembre abbiamo lasciato deperire nelle nostre stesse mani il concetto di Occidente, mentre altri lavoravano per costruirlo come bersaglio immobile. Lo abbiamo svalutato come un reperto della guerra fredda e non come un elemento della nostra identità culturale, istituzionale e politica, quasi che fossimo definiti soltanto dall’avversario sovietico, e solo per lo spazio della sua durata.[…]Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l’11 settembre) che non è l’America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti. E contemporaneamente, certo, di nostre inadeguatezze, miserie, errori, abusi e violenze, perché siamo umani e perché la tentazione del potere è l’abuso della forza. Ma la differenza della democrazia è l’oggetto dell’attacco, il potenziale di liberazione e di dignità e di uguaglianza che porta in sé anche coi nostri tradimenti, e proprio per questo il suo carattere universale, che può parlare ad ogni latitudine ogni volta che siamo capaci di comporre le nostre verità con quelle degli altri rinunciando a pretese di assoluto, ogni volta che dividiamo le fedi dallo Stato, ogni volta che dubitiamo del potere – sia pur riconoscendo la sua legittimità – e coltiviamo la libertà del dubbio.
    Hanno il terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l’Is. Ma noi, siamo in grado di difendere questi nostri principi e di credere alla loro universalità almeno potenziale, oppure siamo disponibili ad ammettere che per realpolitik diritti e libertà devono essere proclamati universali in questa parte del mondo, ma possono essere banditi come relativi altrove? In sostanza, siamo disposti a difendere davvero la democrazia sotto attacco?
    ” in Ezio Mauro, L’Occidente da difendere, La Repubblica 5 settembre 2014  

  6. L’ordine di verificare le capacità combattive delle truppe russe sembrerebbe essere legato all’imminente avvio della campagna americana contro l’Is in Iraq e in Siria. Il ministero della Difesa russo, infatti, ha ribadito oggi che qualunque azione aerea delle forze armate americane sul territorio siriano senza un preciso mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sarà interpretato dalla Russia come un atto di aggressione unilaterale” in Putin ordina alle Forze armate russe: “Pronti al combattimento in Oriente”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  7. i focolai jihadisti non sono una realtà nuova per il Kurdistan iracheno. Basti pensare che il 23 maggio scorso è stato sventato un attacco terroristico a Suleimani ordito ai danni di esponenti governativi dell’Unione patriottica del Kurdistan da parte di Aram Ozair, ventenne originario di Halabja che era tornato in Kurdistan dopo aver combattuto per 8 mesi tra le file dell’Isis in Siria. Originari di Halabja erano pure i 9 ragazzi curdi che nel novembre 2013 sono morti in Siria durante feroci scontri tra i miliziani dell’Isis e l’esercito di Asad. I giovani, tutti di età compresa tra i 17 e i 24 anni, erano stati assoldati dalle milizie dell’Isis nel 2011 e si erano uniti alla guerriglia jihadista in Siria. […]Secondo Mariwan Naqshbandi, ministro degli Affari religiosi del Kurdistan iracheno, molti uomini che si sono uniti all’Isis e combattono oggi in Siria sono stati membri attivi dell’organizzazione salafita curda Ansar al Islam. Questo gruppo terroristico ha cominciato a operare in tutto il Kurdistan iracheno a partire dal 2001; tra le azioni più note, si ricorda l’assassinio nel febbraio 2002 di Franso Hariri, governatore di Erbil. Nel 2003, Ansar al-Islam fu bombardata durante un’azione militare congiunta tra peshmerga e Forze speciali americane. L’organizzazione si è sfaldata in più fazioni, la principale delle quali è Ansar al-Sunna, autrice di decine di attacchi suicidi, di cui il più clamoroso è stato quello all’interno della mensa di una base americana a Mosul il 21 dicembre 2004 che causò la morte di 14 militari americani.
    Alcuni giovani curdi di Halabja si sono arruolati tra le file dell’Isisper per via dell’alto tasso di disoccupazione giovanile (7,7% nel 2012) e dell’analfabetismo (20,8% dei residenti sopra i 10 anni). Anche l’eredità ideologica di Ansar al-Islam e la glorificazione del jihad da parte di mullah curdi che avverrebbe tramite i canali televisivi locali sono ottimi volani per il reclutamento. Non vi è competizione con altre ideologie, perché non convincono in un Kurdistan in cui la tradizione curda, per certi versi più secolare rispetto all’islam saudita, resta comunque ancorata a valori predefiniti che lasciano poco spazio a iniziative autonome individuali.
    La pressione ideologica nelle scuole e nelle università è forte e volta alla formazione di personalità standardizzate. Per questo i non pochi religiosi curdi che incoraggiano il jihad in Siria presentandolo come un valore coranico raccolgono proseliti. Salim Shushkay, esponente di spicco dell’islam curdo, è stato recentemente accusato dai servizi segreti del Kurdistan di aver spinto ragazzi curdi ad arruolarsi tra le fila dell’Isis in Siria, accuse respinte fermamente. L’intelligence curda continua a indagare tra le moschee soprattutto della provincia di Halabja, che è considerata l’hub principale del fondamentalismo religioso in Kurdistan. È vero però che, tra i rifugiati siriani, alcuni giovani uomini che si sono trasferiti nel Kurdistan iracheno perché disertori o obiettori di coscienza vengono reclutati e addestrati in campi militari nella regione già dal 2012. La differenza sta non nella finalità ma nella mentalità
    ”, in Emanuela C. Del Re, Guerra a Isis, tregua con Baghdad: la strategia dei curdi d’Iraq, Limes Oggi on Line del 24 giugno 2014  

  8. Opposizione siriana, Qatar ha pagato riscatto di 20 milioni di dollari per rilascio caschi blu da al-Nusra”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  9. Petrolio, tratta, rapimenti: Is è il gruppo terroristico più ricco della storia”, La Repubblica 14 settembre 2014  

  10. una forma di puritanesimo islamico radicale ed esclusionista – N.d. A.  

  11. Alastair Crooke, Non si può capire l’ISIS senza conoscere la storia del Wahhabismo in Arabia Saudita, traduzione di Stefano Pitrelli, Huffington Post 3 settembre 2014  

  12. Massimo Gaggi, “Ma Obama non ha una road map per quando il Califfato sarà sconfitto”, Corriere della sera 15 settembre 2015  

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World War Zombie https://www.carmillaonline.com/2014/08/22/world-war-zombie/ Thu, 21 Aug 2014 22:04:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16855 di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

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di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

Le recenti esternazioni di Papa Francesco pertanto non mi hanno colpito più del dovuto, anche se, a dire il vero, il papa argentino ha avuto il pregio di anticipare almeno una parziale verità, costantemente rimossa dai governi e dai media, soprattutto a casa nostra: la Terza guerra mondiale si avvicina a passi da gigante. Nella più completa incoscienza dei politici, dei popoli e anche, bisogna dirlo forte e chiaro, di vasti settori dell’antagonismo sociale occidentale.

Ora, Papa Francesco non ha fatto una gran scoperta e non è uscito nemmeno troppo dal canone vaticano perché, se proprio si vuol guardare alla situazione internazionale senza preclusioni o bende ideologiche sugli occhi, dentro ai prodromi di un nuovo conflitto mondiale ci stiamo almeno fin dai tempi della prima guerra del Golfo. Dal 1991, da ventitre anni. Eppure, eppure…

Poiché la scuola ha insegnato a tutti che la Seconda Guerra Mondiale si è svolta dal 1939 al 1945, quasi nessuno osa pensare che le campagne africane del Duce, l’espansione giapponese in Estremo Oriente, le annessioni territoriali tedesche, la guerra civile spagnola, le politiche economiche degli stati dopo la Grande Crisi fossero già, di fatto, guerra mondiale. Così come oggi nessuno sembra voler intendere che dalla riunificazione tedesca in avanti, e non soltanto per colpa della Germania, le guerre prima già ampiamente diffuse nel mondo si sono riavvicinate sempre più pericolosamente a quello che era, e per certi fatti rimane, il cuore del capitalismo e, soprattutto, alle aree e alle situazioni irrisolte dei due precedenti conflitti globali.

Oltre a ciò va sottolineato che, da un punto di vista generale, soltanto una certa scarsa conoscenza della storia e dei processi economici reali può far sì che ancora si creda in alcuni ambienti che siano state le manovre keynesiane di intervento statale a far uscire il capitalismo dalla grande crisi degli anni ’30 e non, al contrario, le distruzioni, i massacri e l’intensificazione dello sforzo bellico-economico che lo accompagnò, insieme allo sfruttamento più che intensivo della manodopera dell’industria, coatta e/o schiava durante il conflitto e oltre. Per esempio durante i “gloriosi anni della Ricostruzione” (oggi assai più santificata della Resistenza anti-fascista). guerra_morte

La guerra oggi riparte esattamente da lì, dove il secondo conflitto mondiale l’aveva lasciata. Dai problemi irrisolti di allora (la spartizione territoriale dell’area centro-europea e del Medio Oriente), dalla necessaria ed inevitabile ridistribuzione in ambito imperialista dei ruoli economici e politici oltre che dei mercati (finanziari e commerciali) e delle materie prime (prima tra tutte, come allora, il petrolio). Con alcune aggravanti dovute all’indebolimento storico degli attori principali di allora (USA, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia) e al sorgere di nuovi ed agguerriti competitori economico-militari e diplomatici che al tempo contarono,invece, ben poco (prima di tutto la Cina, seguita però dall’India, dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia, dall’Iran e da un sempre più agguerrito, seppur apparentemente defilato, Sud Africa, solo per citarne alcuni).

Ripercorrere ancora una volta, qui, tutti i motivi di conflitto locale dal Nord Africa all’Ucraina sarebbe soltanto un noioso e ripetitivo esercizio scolastico, ma il viaggio del nostro Pinocchio fiorentino in Iraq rende obbligatorie alcune considerazioni legate nello specifico, ancora una volta, al Medio Oriente e al Nord Africa.
E proprio qui su Carmilla si è già accennato in tempi recenti ad un prevedibile e farsesco, oltre che pericoloso, esercizio muscolare di stampo mussoliniano che il governo degli incapaci avrebbe dovuto mettere in atto per far vedere all’Europa e al mondo (oltre che al tremebondo elettorato interno) le proprie capacità di iniziativa.

D’altra parte, dovremmo saperlo bene tutti, le guerre sono spesso state anche delle momentanee uscite di sicurezza per regimi e governi in difficoltà. Naturalmente la nostra genia di incapaci (con una Ministra della Difesa che afferma che uno scontro tra due caccia-bombardieri Tornado in volo si è svolto tutto “rispettando gli standard di sicurezza” e una ministra degli Esteri che parla alle Camere più per convincere se stessa di essere una candidata accettabile per una poltrona europea più che per esporre fatti e propositi dotati di un minimo di coerenza) non poteva far altro che infilarsi, a caccia di onori e gloria, in uno dei peggiori gineprai del pianeta. Quello siro-curdo-iracheno con contorno di jihad islamica finanziata dalle monarchie del Golfo e dall’Arabia Saudita.

Roba che fino ad ora ha fatto tremare i polsi a gente poco pratica di guerra come americani, francesi, inglesi; incapaci di decidere quale scelta possa essere la meno costosa ed errata per l’imperialismo occidentale dopo i clamorosi passi falsi fatti nel corso degli ultimi anni dalla Libia alla Siria ( come ha dovuto velatamente ammettere pochi giorni or sono lo stesso David Cameron).
Continuare a chiudere un occhio sull’invasiva presenza saudita dalla Libia all’Iraq oppure mandare a carte quarantotto gli equilibri raggiunti in quell’area grazie, anche alla spartizione del Kurdistan tra Turchia, Siria, Iraq?
Continuare a trattare come demone l’Iran oppure cogliere l’occasione di attrarlo nei giochi occidentali inimicandosi, però, Israele e Arabia Saudita? E, soprattutto, aprendo una diversa trattativa sul nucleare di Teheran?1
Inviare armi, soldati e ulteriori “aiuti” economici nell’area ( e a fianco di chi poi, visto che fino a qualche mese fa il principale nemico era il regime di Assad in Siria) oppure astenersi pilatescamente ed aspettare di vedere chi potrebbe essere il candidato più forte a cui affidare il governo di una delle aree del pianeta più ricche di petrolio?

Ma, come nella classica barzelletta in cui all’idiota di turno viene detto: “Vai avanti tu che a me vien da ridere”, il Sindaco d’Italia si è fatto perniciosamente avanti e, come per altre mille questioni irrisolte o aggravate dai perentori interventi del suo esecutivo, ha deciso che avrebbe smosso le acque…bisogna fare in fretta! L’Italia, l’Europa, il Mondo ce lo chiedono!!

Mancano solo i milioni di baionette promesse da Mussolini, sostituite però dalle migliaia di kalashnikov sequestrati ad una nave ucraina durante le guerre balcaniche. Come dire: poca spesa, molta resa! annuncio_guerra
E infatti c’è da chiedersi quale sarà la “rendita” a cui mira l’improvvida ed avventuristica uscita del nostro presidente del consiglio. Recuperare in Iraq le forniture di petrolio perse con l’affaire libico? Affermare che la diplomazia italiana, e quindi la Mogherini, è degna di rappresentare gli interessi europei su scala internazionale? Ma, quali sono gli interessi europei? Siamo proprio sicuri che dalla Germania al Regno Unito passando per la Francia gli interessi siano davvero comuni?

Oppure solamente aprire la strada ad un intervento occidentale che, per ragioni di equilibrio interno ed internazionale, Obama può soltanto indicare ma non garantire e definire di più?
Basta guardare ad alcuni dei principali quotidiani nazionali degli ultimi giorni per capire la confusione in cui versa tutta l’iniziativa politica italiana. La Stampa, come al solito filo-israeliana ed imbeccata dai servizi del Mossad, indica nel Qatar il principale finanziatore dello Stato Islamico e per fare ciò ricollega questo sia ai Fratelli Musulmani che ad Hamas, nel tentativo di suggerire una fragile equazione in cui il progetto dei jihadisti siriaco-iracheni è parallelo a quello di Hamas e quindi, quest’ultima formazione politica deve essere bombardata ed annichilita insieme a tutti i Palestinesi, nemici di Israele.2

Posizione il cui primo risultato sembra essere quello delle rivelazioni derivanti dalla desecretazione dei documenti riguardanti i legami e i patti intercorsi tra l’OLP di Arafat, il Sismi e la Dc.3 Una “tempestiva” iniziativa che rompe definitivamente con la tradizione politica seguita per decenni nell’area mediorientale e mediterranea dai governi italiani e che consegna definitivamente ogni iniziativa politica di Roma nelle mani dei servizi anglo-americani ed israeliani.

La Repubblica, invece, tende a cogliere nel coacervo di rivalità e mire espansionistiche, almeno dal punto di vista finanziario, petrolifero ed anti-iraniano, presenti tra gli stati del Golfo (Arabia Saudita e Kuwait in testa) l’origine dell’attuale situazione in Medio Oriente e in Nord Africa ed indica nell’Egitto uno degli “attrattori fatali” degli attuali contrasti. Ma ha almeno il buon gusto di far risalire l’attuale groviglio medio orientale all’arroganza coloniale espressa, dopo il primo conflitto mondiale, dall’Asia Minor Agreement firmato e voluto dal francese Francois Georges-Picot e dall’inglese Mark Sykes che ridisegnò i confini dei territori dell’ex-impero ottomano.4 Mentre uno strano incidente, verificatosi a Parigi nei giorni scorsi e riferito da Repubblica il 18 agosto, sembra avvallare una certa attenzione dei servizi segreti di varie nazioni nei confronti di possibili trame saudite. Infatti un corteo di automobili di un principe saudita è stato attaccato da un commando armato di kalashnikov a Parigi. Non vi sono vittime, ma sono stati rubati almeno 250.000 euro in contanti e documenti definiti “sensibili” dalla polizia francese. Il corteo aveva lasciato l’ambasciata saudita e si stava dirigendo verso l’aeroporto di Le Bourget. Si è trattato, ha riferito una fonte della polizia, di “un modo di agire inusuale e raro. Sicuramente erano ben informati” sulla composizione del corteo e sul contenuto stipato nelle auto che lo formavano.

L’unica cosa certa è che la questione non si risolverà troppo in fretta, che non sarà poco costosa e che chi si sta attualmente precipitando disordinatamente nel centro dell’arena rischia soltanto di anticipare i tempi di apertura delle porte dell’inferno. Sembra rendersene conto perfino Lucia Annunziata che in un recente articolo sull’Huffington Post afferma: “Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli[…] Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia,dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente […] Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo“.5

Gli appelli a salvare cristiani e yazidi nascondono soltanto le mire imperialistiche diverse dei vari attori. I civili, ci dispiace ancora una volta per tutte le anime belle che, dalla Serbia all’Afghanistan al Kurdistan di oggi, hanno sempre giustificato come “umanitari” i bombardamenti e gli interventi militari occidentali, non interessano realmente a nessuno. Dalla striscia di Gaza a Mosul, passando attraverso tutta la storia delle guerre del XX e del XXI secolo, nessuno si preoccupa realmente di loro o della loro sorte. Tutti potenziali ostaggi della guerra, degli imperi e degli scoop mediatici.
Perché, oggi, la crisi economica e politica internazionale grida: “Guerra!”
Mentre i nostri politici irresponsabili sanno soltanto rispondere: “E così sia”.

ROUSSEAU - La guerraLa guerra si avvicina a passi da gigante.
Il capitale deve rigenerarsi come un vampiro attraverso le distruzioni, i massacri e le ricostruzioni in grande scala, ma
l’antagonismo di classe non può che avere una posizione anti-imperialista e anti-bellicista.
Ma se ho parlato a lungo delle irresponsabili scelte italiane è soltanto perché il nostro vero nemico è, prima di tutto, qui. In casa.

Una classe dirigente acefala, in grado soltanto di straparlare tenendo le mani in tasca e di cercare di trarre profitto dalle sofferenze altrui, sia che si tratti di lavoratori, giovani e pensionati italiani soffocati dalla crisi, sia che si tratti dei palestinesi o dei popoli soffocati dalle guerre, dai nazionalismi e dalle religioni in ogni parte del mondo.

La guerra potrebbe servire a prolungare ancora una volta (altro che keynesismo!) la vita di un morto vivente chiamato capitale. Trasformiamola, con le nostre lotte, in una guerra contro gli zombie del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di una classe su un’altra e di alcune nazioni (qualsiasi esse siano) su tutte le altre. Fino alla loro definitiva scomparsa dagli orizzonti futuri della specie.


  1. cfr.Iraq, Iran: “Pronti ad agire contro Isis in cambio di progressi sul nucleare”, Huffington Post 21 agosto 2014  

  2. Maurizio Molinari, Ecco chi finanzia il califfato del terrore, La Stampa 21 agosto 2014  

  3. Andrea Palladino, Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi, L’Espresso 21 agosto 2014  

  4. Bernardo Valli, L’inganno feroce del califfato, La Repubblica 21 agosto 2014  

  5. Lucia Annunziata, Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia, Huffington Post 19 agosto 2014  

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Uomini che sapevano tutto. Vite parallele di Giulio Andreotti e Elio Ciolini https://www.carmillaonline.com/2013/06/17/uomini-che-sapevano-tutto-vite-parallele-di-giulio-andreotti-e-elio-ciolini/ Mon, 17 Jun 2013 21:55:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6339 di Girolamo De Michele papa_nero A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e [...]]]> di Girolamo De Michele papa_nero

A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini”[Aldo Moro, 1978]

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce” [Keiser Soze, I soliti sospetti]

 

La morte di Giulio Andreotti è caduta a brevissima distanza tra la pubblicazione di due libri resi ancor più emblematici dal decesso del Divo: l’antibiografia dello stesso Andreotti ad opera di Michele Gambino, e la ricostruzione, col consueto taglio controinformativo e un’attentissima lettura delle fonti, di Elio Ciolini, uno dei più inquietanti inquilini del “Residence Faccendieri” in cui abita il peggio della storia della repubblica (senza ordinali) da parte di Antonella Beccaria, che pochi mesi prima, assieme a Giacomo Pancini, aveva pubblicato una rilettura della storia della Repubblica attraverso la biografia politica del sette volte presidente del Consiglio.

Tanta ricchezza informativa fa da contraltare all’incredibile “leggerezza”, al limite dell’elogio servile, con la quale gran parte della stampa italiana ha delicatamente glissato sulle peggiori pagine della nostra storia nel momento in cui, morto Andreotti, sarebbe stato imperativo un bilancio non formale della sua carriera politica. C’è voluto “Il Post” di Luca Sofri perché venisse ripubblicata – con scarsa cura per i refusi – la durissima pagina del Memoriale in cui Aldo Moro, dalla galera brigatista, tracciava un ritratto a lettere di fuoco della statura politica e morale dell’ex amico di partito.

Se Andreotti è persona nota, Elio Ciolini risulta invece ignoto ai più. E, come mostra il lavoro di Antonella Beccaria, resta ignoto anche a chi lo ha conosciuto.
Chi è davvero questo personaggio che sembrava saper tutto della strage del 2 agosto e della strategia stragista di Cosa Nostra nella primavera-estate del 1992? Un agente segreto infiltrato nell'”Organizzazione Terroristica” responsabile della strage alla Stazione di Bologna? E se sì, di quale servizio: italiano o francese? «Un guardaspalle di Gelli»? Un uomo talmente vicino a Stefano Delle Chiaie da condividerne alcuni segreti? «Un “delinquentello”, un po’ mitomane e megalomane, ma fondamentalmente onesto», iscritto alla Loggia Montecarlo? «Uno strano e pittoresco personaggio che andava gridando ai quattro venti: “So tutto della bomba” [della stazione di Bologna]»? «Un “pataccaro” che spaccia “patacche”»? (Faccendiere pp. 65, 92, 153, 197)

Forse tutte queste cose, forse nessuna. Sta di fatto che nel dicembre 1981 un presunto piccolo truffatore detenuto nel carcere di Champ-Dollon, in Svizzera, inviò al console italiano un primo memorandum sulla strage della Stazione, cui seguirono altre “rivelazioni” (il virgolettato è d’obbligo). In breve, esisteva, secondo Ciolini, un’organizzazione terroristica internazionale denominata OT, collegata alla Trilateral e diretta da una loggia massonica denominata “Loggia Riservata” che «non ha niente in comune con la loggia massonica “P2”, anzi è la vera P2». Al vertice di questa Loggia Riservata ci sarebbero stati i «fratelli fondatori»: Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi (allora presidente del Banco Ambrosiano), Attilio Monti, il “cavalier Artiglio” proprietario di giornali e petroliere, Umberto Ortolani e Licio Gelli, e Angelo Rizzoli (ancora proprietario del “Corriere della Sera”).
In questo contesto era maturata la decisione, presa da Gelli, di un eclatante attentato terroristico alla stazione di Bologna, la cui esecuzione era stata affidata a Stefano Delle Chiaie, per distrarre l’opinione pubblica dalla scalata finanziaria all’ENI.

faccendiereSi trattò di una raffinata operazione di depistaggio. Ciolini infatti falsificava il quadro complessivo mescolando elementi veri, verosimili e falsi, e lanciava al tempo stesso messaggi obliqui. La Loggia P2 veniva ridimensionata nel momento in cui era stato scoperto l’elenco dei suoi affiliati, ma al tempo stesso veniva ipotizzata l’esistenza di una più alta Loggia. La strage veniva attribuita ai fascisti, ma a quelli “sbagliati”, facendo il nome di Delle Chiaie, che con la strage non c’entrava, ma era impigliato in una fitta rete di sospetti (e aveva avuto per qualche tempo al suo fianco, in Sud America, lo stesso Ciolini, presentatosi come ufficiale dei carabinieri). E soprattutto: dagli accertamenti bancari non emerse alcuno spostamento significativo di fondi destinati alla presunta scalata all’ENI. Ma le indicazioni fornite da Ciolini sfioravano in modo allusivo quel “Conto Protezione” aperto nel 1978 da Silvano Larini presso l’Union Banques Suisses di Lugano, il “tesoro” del Partito Socialista di cui nel 1981 non si aveva notizia, e che sarebbe emerso solo nel 1993 con l’inchiesta “Mani Pulite”; un conto – il n. 633369 – sul quale erano transitati «in più tranche anche i soldi dell’ENI diretti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tangenti varie. Di esso si parlava a bassa voce nei corridoi del potere italiano, e la sua presunta esistenza, per quanto sussurrata, avrebbe potuto costituire un fattore usato per condizionare l’andamento della politica italiana nel decennio che precedette Tangentopoli» (Faccendiere, p. 74). Un conto sul quale, nel 1989, stavano indagando Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, al tempo dell’attentato all’Addaura.

Se le date hanno un significato, il memoriale-Ciolini compare a sette mesi di distanza da un celeberrimo editoriale vergato di proprio pugno da Bettino Craxi, nel quale il segretario socialista paragonava Gelli a «un attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti, intese, dossier, trappole e anche ricatti». Insomma, una specie di «grand commis dell’organizzazione, […] un uomo molto abile, una volpe, ma non un capo […]. Belfagor resta una specie di segretario generale di Belzebù. E se c’è Belzebù, ognuno se lo potrà immaginare come meglio crede, sforzandosi di dargli una fisionomia, una struttura, un nome» (Belfagor e Belzebù “Avanti!”, 31 maggio 1981; Divo Giulio, p. 139). Come se all’io so (l’identità di Belzebù) si volesse rispondere con un anch’io so (del conto aperto dal tuo uomo Larini a Lugano).
Anni dopo, alla domanda di Michele Gambino se ritenesse Andreotti essere Belzebù, Giovanni Falcone, con quella sua saggezza degna delle migliori creazioni letterarie di Leonardo Sciascia, rispondeva, con una battuta degna del Keiser Soze de  I soliti sospetti che «per quanto gli riguardava lui non poteva dire nemmeno se Belzebù, inteso come diavolo, esistesse o meno». Aggiungendo che «certe domande erano sbagliate, perché semplificavano argomenti complessi» (Papa Nero, pp. 75-76).

Ancor più interessante la vicenda della Loggia di Montecarlo, «un organismo super che la P2 al confronto deve considerarsi zero», dichiara Federico Federici, personaggio inestricabilmente legato a Ciolini, che si attribuisce la responsabilità («purtroppo», aggiunge) di averlo fatto entrare nella Loggia Riservata: «”al suo interno c’era anche ‘il grande babbo’ [che] è uno dei fondatori […], ma è tanto potente in Italia e all’estero che nessuno ha il coraggio di toccarlo”. Del resto, continuò ironico [Federici] alludendo chiaramente a Giulio Andreotti, “al grande babbo la gobba gli porta fortuna”» (Faccendiere, p. 99).
Una super-Loggia riservata? Bisognerà tenere a mente che personaggi come Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci hanno costituito il “vero” servizio segreto attraverso la loro “infiltrazione” nei servizi di Stato. L’esistenza di una super-Loggia implicherebbe allora l’esistenza di un servizio segreto di livello superiore, quantomeno come ipotesi logica. E infatti Licio Gelli lo ammise: «Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della P2? Per carità… Cossiga aveva Gladio, io la P2 e Andreotti l’Anello» (Divo Giulio, p. 260; Papa Nero, p. 162).
Ma di questo a suo tempo.
Torniamo a Ciolini.

Passano dieci anni, e Ciolini è di nuovo al centro dell’attenzione. Di nuovo dall’interno di un carcere – questa volta Sollicciano, condannato per calunnia e truffa ai danni dello Stato – il Faccendiere torna a scrivere dell’esistenza di una struttura internazionale anticomunista con legami con la Chiesa cattolica. E il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’assassinio di Salvo Lima, in una lettera al giudice di Bologna Grassi, intitolata «nuova strategia della tensione in Italia», preannuncia che:

Nel periodo marzo-luglio avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire persone “comuni” in luoghi pubblici
sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc
sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra e in Italia è intesa a un nuovo ordine “generale” con relativi vantaggi economico-finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine-deviato-massonico politico culturale, attualmente basato sulla comercializzazione degli stupefacenti! La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno delle strategie omicide… (Faccendiere, p. 179)

Di nuovo mescolando il vero, il verosimile e il falso, Ciolini fornisce anticipazioni impressionanti: tra marzo e luglio Cosa Nostra salda i conti con Salvo Lima, assassina i giudici Falcone e Borsellino, e di fatto crea le premesse perché la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica sia irrimediabilmente compromessa: «Il sette volte presidente del Consiglio ha sempre attribuito alla strage siciliana la perdita della partita per il Quirinale, e probabilmente non ha torto: i processi per mafia e omicidio erano ancora di là da venire, e tuttavia nell’Italia ferita dalla morte di uno dei suoi eroi, l’elezione a capo dello Stato del protettore della “famiglia politica più inquinata della Sicilia”, come diceva Dalla Chiesa, era un boccone troppo grosso per l’opinione pubblica» (Papa Nero, p. 201).

Il diavolo ci mise la coda, facendo fare ad Andreotti la stessa fine di Moro (quasi certo prossimo presidente della Repubblica al momento del rapimento, e al quale si fa riferimento in modo neanche troppo velato col «ritorno delle strategie omicide»), pur senza il «sequestro e “omicidio”». Sembra quasi sentire un’eco (voluta?) del “commiato” di Moro ad Andreotti, al termine del “Memoriale”: «Le auguro buon lavoro, on. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente, e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di presidenti del Consiglio in carica». A questa precisa sequenza temporale va aggiunta – dislocata nel tempo, con il tipico movimento depistante di nascondere il vero nel falso – la consapevolezza dell’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra del 1993.
All’elenco del Faccendiere manca solo l’appendice di settembre, l’uccisione di Ignazio Salvo: ma Ignazio Salvo era già, come si dice, “un morto che cammina”. Lima e Salvo erano i due “garanti” presenti, secondo il racconto dei pentiti, all’incontro tra Andreotti e Totò Riina, il 20 settembre 1987:

«Vero o falso, se questa storia fosse un film, l’incontro narrato dagli otto pentiti sembrerebbe quello che nel gergo degli sceneggiatori si chiama “punto di svolta”: il ministro incontra il mafioso per garantirgli un rinnovato interessamento ai guai giudiziari della cosca, alla presenza di due garanti. Il mafioso registra la promessa e la riferisce ai picciotti. Anni dopo, quando la promessa si rivelerà vuota, i due garanti presenti nella stanza con Riina e Andreotti – Salvo Lima e Ignazio Salvo – pagheranno con la vita la mancata promessa, secondo le regole di Cosa Nostra» (Papa Nero, p. 105).

Vero o falso (o verosimile) che sia l’incontro tra Andreotti e Riina, è un fatto che nel marzo 1992 un omicidio eccellente a Palermo era non solo possibile, ma atteso: si trattava solo di sapere se sarebbe toccato a Lima o a Mannino. E alla notizia dell’esecuzione di Lima, alcuni limiani provarono per qualche giorno l’esperienza – così comune tra i militanti della sinistra rivoluzionaria da piazza Fontana in poi – di non rientrare a casa, di dormire da qualche amico senza avvertire le famiglie, di rendersi irreperibili.

Ciolini voleva preannunciare o mettere in guardia? A chi lanciava segnali di così immediata decifrazione? Poter rispondere significherebbe poter rispondere alla domanda iniziale: chi è davvero Elio Ciolini? Resta che a distanza di vent’anni e dopo vicende giudiziarie e processuali non ancora concluse possiamo dire che le bombe – secondo il documenti-Ciolini già pianificate prima del 12 marzo, e non dopo la “reazione dello Stato” – «avevano uno scopo, recavano con sé un messaggio, “fare la guerra per fare la pace”, come disse Totò Riina […]. Ma il messaggio non era solo quello. Per usare un’espressione tributata ad altre stragi […], si voleva destabilizzare il paese per raggiungere un accordo che riportasse la calma» (Divo Giulio, p. 198-99). Un accordo che oggi è noto come “trattativa Stato-mafia”; una ben strana trattativa nella quale non è chiaro chi, e a che titolo, abbia rappresentato una delle due parti (per la mafia il delegato fu Vito Ciancimino): se a trattare non furono ministri o dirigenti delle forze dell’ordine, con chi avrà trattato Ciancimino? E soprattutto: di cosa e su cosa si trattava?

divo_giulioQuali che fossero le sue intenzioni, collegando Andreotti con i suoi referenti mafiosi, la mafia stragista e le lobby politico-massoniche, Ciolini forniva tutti gli elementi per ricordare l’intreccio Gelli-Sindona-Calvi-Andreotti ai tempi in cui Andreotti aveva «non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [=Cosa Nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» (sentenza 2001, Papa Nero, p. 121). Queste relazioni non si limitavano alla supervisione della corrente “Primavera” capeggiata da Salvo Lima, o agli incontri tra Andreotti e il capo della mafia Stefano Bontate, ma anche, come risulta dai documenti processuali, al sostegno alle candidature all’assemblea regionale di “uomini punciuti” quali Raffaele Bevilacqua (capo della famiglia di Barrafranca) e Giuseppe Gianmarino (inserito nei quadri di Cosa Nostra) (Divo Giulio, p. 198).

Sulla storia di Michele Sindona ormai sappiamo quasi tutto. Il “banchiere mandato dalla Provvidenza” ebbe accesso, grazie alla firma di Paolo VI, ai fondi vaticani, in particolare quelli dello IOR (Istituto Opere Religiose), con i quali mise in piedi un giro di scatole cinesi nelle quali entrarono anche le disponibilità liquide di Cosa Nostra provenienti dalla produzione e smercio di eroina. Con Cosa Nostra, peraltro, Sindona era in affari sin dai tempi del sacco di Palermo, all’indomani del famoso summit organizzato da Lucky Luciano all’Hotel delle Palme di Palermo nell’ottobre 1957, quando fu sancita la pax mafiosa tra le cosche palermitane, furono regolati i rapporti tra le famiglie americane e siciliane, regolamentato il traffico di eroina tra le due aree, e decisa l’eliminazione di Albert Anastasia a New York.

A Sindona, caduto in disgrazia, subentrerà Roberto Calvi, fino all’epilogo sotto il Ponte del Black Friars a Londra, al culmine di una vicenda nella quale chiunque fosse in possesso di informazioni moriva prematuramente: Boris Giuliano, le cui indagini avevano dapprima scalfito, e poi intersecato, Sindona; Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banca Privata Italiana di Sindona; l’ambiguo giornalista Pecorelli; gli stessi Sindona, avvelenato in carcere, e Calvi, impiccato a Londra; a cui si aggiunge Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, scampato al tentato omicidio da parte di uno dei capi della banda della Magliana Danilo Abbruciati; e Aldo Moro, che nel suo “Memoriale” ricorda il ruolo avuto da Andreotti nell’ascesa di Sindona:

«Che cosa ricordare di Lei [on. Andreotti]? […] Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli?».

Sindona consulente finanziario del Vaticano e della Mafia palermitana, dunque; mentre Gelli, secondo quanto riferito al pentito Mannoia da Stefano Bontate, era l’uomo dei corleonesi: «Come Gelli faceva investimenti per conto di [Pippo] Calò, [Totò] Riina, [Francesco] Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziati per conto di Bontate e Inzerillo» (Divo Giulio, p. 156).

Questo spiega perchè «la Chiesa ha sostenuto e protetto in molto modi l’uomo politico ad essa più fedele; in cambio Andreotti ha militato a tutti gli effetti nel mondo laico come un soldato della Chiesa, fin dall’inizio, quando da sottosegretario di De Gasperi faceva da ambasciatore tra il governo e la Santa Sede, e si occupava di censurare la produzione di Cinecittà e di polemizzare con i registi del neorealismo in nome della morale cattolica e del buoncostume». Come confermava Cossiga, Andreotti «è un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II… mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare» (Papa Nero, p. 199).

Ma c’è un altro filo che collega Andreotti a Vaticano, Cosa Nostra e Loggia P2: l’anticomunismo.

«Se guardiamo bene, tutti i rapporti inconfessabili con cui si è sporcato le mani il sette volte presidente del Consiglio hanno la matrice comune dell’anticomunismo: la mafia con cui Andreotti “dialoga” fino all’omicidio Mattarella è la stessa cui gli americani si sono appoggiati dopo lo sbarco in Sicilia, la stessa che da Portella delle Ginestre in poi ha stroncato le gambe al movimento contadino, e ha portato voti spesso decisivi alla Dc, sottraendoli ai partiti di sinistra. I generali golpisti cui Andreotti ha fatto da sponda e da copertura tramano contro le istituzioni e contro i cittadini in nome del pericolo anticomunista, così come il Noto servizio, sorto nell’ombra intorno ad Andreotti, è formato da reduci della Repubblica di Salò dal dente avvelenato; la P2 è una congrega di arrivisti e affaristi che hanno in comune la fede anticomunista, e infatti gode nei suoi primi anni di un imprimatur e di appoggi anche finanziari della destra americana. Anche i rapporti con Sindona e Calvi, hanno al fondo una matrice “politica”: Sindona si muove come un agente degli americani su un territorio nemico, stringe patti con la mafia, vagheggia avventure separatiste in Sicilia. Calvi subentra nel ruolo a Sindona e prima di morire simbolicamente impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri compie il miracolo di reinvestire i soldi dei corleonesi di Pippo Calò nell’appoggio alle dittature sudamericane minacciate dai movimenti di liberazione e nel finanziamento a Solidarnosc, il movimento anticomunista polacco di Lech Walesa che in prospettiva storica è la prima crepa nel blocco dei Paesi della Cortina di Ferro» (Papa Nero, pp. 199-200).

operazione-via-appiaEd eccoci all’ultimo punto: il “Noto Servizio”, o “Anello”, un servizio segreto al di sopra dei servizi, creato e diretto da Andreotti sin dalla fine della guerra, poi evolutosi in Ufficio Zone di Confine nella Venezia-Giulia, una struttura coperta di cui Andreotti era a capo, e poi tramutatosi in Servizio Speciale Riservato, secondo la dizione che lo stesso Andreotti gli dà in un libricino in forma di romanzo, Operazione via Appia, pubblicato nel 1998.

Ricapitolando, in Italia ci sono stati tre servizi segreti, dei quali uno – SIFAR, SID o SISMI, a seconda delle epoche – al di sopra degli altri, e attivamente impegnato in ogni operazione sporca, dall’approvvigionamento clandestino di armi alla schedatura di politici, sindacalisti, giornalisti riconducibili all’opposizione, fino all’appoggio – quantomeno di suoi alti esponenti -, in forma di fornitura di armi, copertura o depistaggio, delle stragi di Stato o delle manovre golpiste. All’interno di questo servizio, in particolare negli anni del governo Andreotti-Cossiga-Berlinguer, esisteva un organigramma non ufficiale, che ridisegnava le gerarchie in funzione dell’appartenenza alla Loggia P2. Al di sopra di questo, il Noto Servizio che afferiva a Giulio Andreotti.

Ha ancora senso chiedersi se Andreotti fosse Belzebù, il vero capo della P2, o se esistesse una Loggia Montecarlo al di sopra della Loggia P2? O non è più sensata l’osservazione di Giovanni Falcone: che certe domande erano e sono sbagliate, perché semplificano argomenti complessi?

Decostruire gli apparati dello Stato, portare la luce negli uffici e negli archivi è opera fondamentale per giornalisti, magistrati, e ovviamente investigatori: su questo non ci piove.
Ma al tempo stesso, fare di questa decostruzione il fine ultimo di un’analitica del potere rischia di ridurre tutto a una dimensione spionistica o thrilleristica di second’ordine. Perché quello di fondamentale che rischia di essere perso è la funzione che questi dispositivi di potere hanno avuto, al di là degli organigrammi e dei funzionigrammi. Come scrive Gambino in conclusione del suo libro,

«Sarebbe stupido addebitare a Giulio Andreotti i mali del Paese, ma di essi egli è la più perfetta cartina di tornasole, per aver guidato l’Italia più a lungo di tutti, e per essere stato, tra tutti i politici italiani, il più influente e il peggiore. Forse senza di lui la storia del Paese non sarebbe stata migliore, ma certo sarebbe stata una storia più ricca di speranza e meno avvelenata dal cinismo» (Papa Nero, pp. 209-210).

Il cinismo, la sistematica distruzione di ogni moralità, l’individualismo implicito nella scorciatoia dell’appoggio politico e della raccomandazione, la prevalenza dell’economico su ogni altro valore, la corruzione inoculata in ogni angolo della società: questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a quella degradazione antropologica degli italiani che Pasolini indicava come uno dei crimini per i quali Andreotti e almeno una dozzina di dirigenti democristiani avrebbero meritato di essere trascinati sul banco degli imputati in un pubblico processo penale, in assenza del quale era «inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» (Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, “il Mondo”, 28 agosto 1975; Perché il Processo, “Corriere della sera”, 28 settembre 1975). Questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a forgiare la coscienza dell’italiano medio attraverso la percezione d’impotenza di fronte ad apparati indecifrabili, coi quali conviene trovare un accordo o un modus vivendi

«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. [Lei] durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia», scriveva nell’ultima pagina del “Memoriale” Aldo Moro. Dimostrando di non aver compreso la vera natura del demonio, nel crederlo Persona.

Andreotti è passato, l’andreottismo no: la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce.

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