Sarah Gainsforth – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un Nord Europa fuori dalle cartoline https://www.carmillaonline.com/2024/08/06/un-nord-europa-fuori-dalle-cartoline/ Tue, 06 Aug 2024 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83491 di Paolo Lago

Al giorno d’oggi, moltissimi luoghi del mondo vengono “brandizzati” e venduti dall’industria del turismo ai consumatori di tutto il mondo; si tratta di luoghi che vengono fatti apparire intrappolati in stereotipi creati dalla macchina spettacolare di quella stessa industria e sembrano ormai consolidati nell’immaginario collettivo. Ad esempio, possiamo pensare alle spiagge delle Maldive o a quelle di Miami Beach, tratteggiate come incontaminati luoghi di sogno, oppure alle immagini turistiche del Nord Europa e della Lapponia, in cui vediamo paesini fiabeschi coperti di neve. Eppure, anche le località fiabesche, incapsulate negli stereotipi creati dal turismo spettacolare, sono toccate da [...]]]> di Paolo Lago

Al giorno d’oggi, moltissimi luoghi del mondo vengono “brandizzati” e venduti dall’industria del turismo ai consumatori di tutto il mondo; si tratta di luoghi che vengono fatti apparire intrappolati in stereotipi creati dalla macchina spettacolare di quella stessa industria e sembrano ormai consolidati nell’immaginario collettivo. Ad esempio, possiamo pensare alle spiagge delle Maldive o a quelle di Miami Beach, tratteggiate come incontaminati luoghi di sogno, oppure alle immagini turistiche del Nord Europa e della Lapponia, in cui vediamo paesini fiabeschi coperti di neve. Eppure, anche le località fiabesche, incapsulate negli stereotipi creati dal turismo spettacolare, sono toccate da problemi ben reali, legati al cambiamento climatico, all’antropizzazione eccessiva, alla pervasiva industrializzazione che inquina e deturpa paesaggi. Infatti, come scrive Fabio Deotto in un interessante reportage sul tema del cambiamento climatico, steso attraverso diversi luoghi della Terra, “l’idea che ci siamo fatti del mondo in cui viviamo raramente si basa su esperienze in prima persona, il più delle volte è filtrata da un qualche tipo di schermo che può renderci ciechi alla sua degradazione”1 perché, in fin dei conti, “è come se stessimo guardando delle cartoline spedite da un luogo che ha smesso di esistere prima che arrivassero a noi”2. Le immagini che ci propina lo spettacolo del turismo sono delle “cartoline sbiadite” perché rappresentano dei luoghi falsi e falsificati: se vedessimo, ad esempio, delle immagini di Miami Beach con le sue bellissime spiagge penseremmo che quegli spazi siano racchiusi ancora entro uno splendore iconico mentre invece nel mondo reale la città è assediata dall’acqua alta e da alghe puzzolenti3.

Ci sono due recenti film che ci offrono una rappresentazione alquanto reale del Nord Europa – nella fattispecie la Lapponia svedese – lontano dagli stereotipi imposti dalle “cartoline sbiadite”. Si tratta di Abisso (The Abyss, 2023) del regista svedese Richard Holm e di La ragazza delle renne (Stöld, 2024) di Elle Máriá Eira. Il primo si ambienta in una città della Svezia del Nord, Kiruna, che sta sprofondando a causa del crollo delle miniere che lambiscono il centro abitato. Probabilmente anche perché si ispira a un fatto vero (il crollo della miniera di Kiruna, avvenuto nel 1961), il film offre uno spaccato della vita quotidiana nella città nordica (la più settentrionale della Svezia, a nord del circolo polare artico) assai vicino alla realtà. Frigga, la protagonista, responsabile della sicurezza nelle miniere, deve lottare per tenere unito il suo nucleo familiare attraversato da varie vicissitudini (la figlia che partecipa a proteste ambientaliste, un figlio scomparso nel crollo, un marito che non si rassegna alla separazione e un nuovo compagno vigile del fuoco giunto da Uppsala) e successivamente dovrà vedersela con un crollo che inghiotte lentamente la sua città. Il Nord Europa che ci mostra Abisso, nonostante la sua inclinazione un po’ allucinatoria verso il genere del disaster movie, è realistico e inserito in una quotidianità dura e ripetitiva, fino all’evento catastrofico finale. Il film riesce a materializzare di fronte all’occhio degli spettatori la vita che si svolge quotidianamente a Kiruna, rifuggendo qualsiasi visione estetica o edulcorata. Capiamo inoltre quanto sia invasiva, per quella stessa esistenza che tutti i giorni sempre uguale si ripete, la presenza di una creazione umana come la miniera che è fonte di guadagno e sviluppo ma anche foriera di distruzione. Come un boomerang, lo sviluppo si ritorce contro gli stessi cittadini invadendo gli spazi più intimi e privati delle loro vite fino a far mancare la terra sotto il parco giochi dei bambini nel giardino della scuola. Anche se il piccolo che stava precipitando nella buca viene salvato in extremis dalla sua maestra, la scena, emblematicamente, mostra l’abulicità dello stesso sviluppo capitalista che non esita a devastare e uccidere persino i bambini pur di espandersi a macchia d’olio.

Il disastro che le miniere stanno lentamente provocando ha costretto la popolazione locale a trasferire l’antico centro storico in una zona più sicura, denominata “nuova Kiruna”. Anche questa situazione riflette quella reale, in cui il trasferimento della città vecchia in quella nuova è ormai quasi avvenuto (come si evince dalla voce “Kiruna” di Wikipedia). Si tratta di un fenomeno di delocalizzazione che non guarda in faccia a niente e a nessuno: in primo luogo alle abitudini quotidiane degli abitanti, che si vedono le vite stravolte e, in secondo luogo, anche agli edifici di rilevanza storica che, comunque, come leggiamo sempre nella voce di cui sopra, sono stati “trasferiti”. Si potrebbe pensare a quanto è avvenuto nel 1950 a Curon Venosta, in Alto Adige, quando l’antico paese venne allagato per costruire la diga della Montecatini, l’azienda chimica (la stessa che gestiva le miniere di Ribolla nel grossetano, sconvolte nel 1954 da un’esplosione che ha provocato la morte di quarantatré minatori) che poi si trasformerà in Montedison. Anche in questo caso gli abitanti del paese, per esigenze legate allo sviluppo industriale, furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Del vecchio insediamento resta il campanile che spunta dalle acque del lago di Resia, e che conferisce un fascino ambiguo e misterioso al luogo, tanto che vi è stata ambientata una serie TV che spazia dall’horror al mistero, Curon (2020).

Anche La ragazza delle renne mostra un Nord Europa fuori dagli schemi imposti dallo spettacolo dominante. Con piglio quasi da cinema antropologico, racconta infatti dell’esistenza quotidiana di un gruppo di Sami della Svezia settentrionale. È uno scorcio di Nord Europa del tutto estraneo al limbo incantato spacciato dall’industria del turismo. Come sempre scrive Deotto nella sua inchiesta attraverso il mondo che, tra l’altro, tocca anche Kiruna,

il viaggio in Lapponia viene venduto ai turisti come un passaggio in un mondo “altro”, un superamento della soglia che separa l’ordinario dallo straordinario, e per assolvere a questa promessa si è finito per consolidare un’immagine illusoria fatta di slitte trainate da husky, cerimonie di attraversamento del circolo polare artico e alberghi a forma di igloo, tutte cose che nulla hanno a che fare con la cultura tradizionale di questo posto e che per di più finiscono per obliterarne le reali vulnerabilità. Così, mentre Babbo Natale riceve ospiti nel suo studio fotografico, le sue renne stanno rischiando l’estinzione4.

I Sami del film devono vedersela con l’odio xenofobo degli svedesi, che uccidono le loro renne e compiono continui sabotaggi ai loro danni, mentre il cambiamento climatico rende sempre più difficile l’allevamento di questi animali. A causa della maggiore frequenza di piogge causata dall’innalzamento delle temperature, i pascoli sono spesso ricoperti di ghiaccio e inaccessibili alle renne. Come afferma Åsa Larsson Blind, presidente del Saami Council (un’organizzazione che si batte per i diritti del popolo Sami), in un’intervista rilasciata a Fabio Deotto, “per la prima volta nella nostra storia ci troviamo costretti a foraggiarle e a trasportarle in camion. Il punto è che i pascoli sono sempre più frammentati, colpa delle miniere, ma anche della ‘colonizzazione verde’. Vogliono salvare l’ambiente con dighe e pale eoliche, ma di fatto stanno deturpando ancora di più la nostra terra”5. I Sami del film vivono in condizioni molto dure ma, nonostante tutto, si battono per portare avanti l’attività tradizionale del loro popolo, l’allevamento delle renne. Di fronte all’occhio dei turisti, il loro popolo, i loro costumi e le loro usanze sembrano ancora incastonati in una “cartolina sbiadita”: una turista, infatti, chiederà ad Elsa, la giovane protagonista del film, di fotografarla nel suo costume tradizionale. Eppure, la ragazza, come la sua famiglia e il suo popolo, è pienamente inserita in una realtà dove bisogna lottare duramente per difendere i propri diritti, e lei non si tirerà indietro, nemmeno di fronte ai dolorosi suicidi che si abbatteranno sulla comunità giovanile dei Sami e nemmeno di fronte alla marginalizzazione a cui la sottoporrà il suo stesso popolo. La giovane Sami è l’emblema della resistenza di un’intera cultura di fronte all’avanzamento di una globalizzazione che sembra andare di pari passo con i disastri legati al cambiamento climatico: come afferma Larsson Blind nella citata intervista, il riscaldamento globale “sta minacciando la sopravvivenza di un’intera cultura, che invece avrebbe senso preservare proprio in quanto detentrice di una conoscenza specifica delle dinamiche naturali locali”6.

I due film in questione hanno perciò il merito di presentarci uno spaccato di vita dei paesi del Nord Europa fuori dalle trappole delle “cartoline sbiadite”, per utilizzare ancora l’efficace espressione di Deotto. Un processo di ‘cartolinizzazione’ – si potrebbe azzardare – e di ‘vetrinizzazione’ dei territori a uso e consumo dell’industria del turismo: anche gli spazi naturali di tutto il mondo, come le città, sembrano infatti sottoposti a un continuo processo di gentrificazione7. Ma sotto la fragile membrana della vetrina c’è sempre e comunque la realtà, dura, mai rigida e scontata, mai facile, con tutte le sue contraddizioni che, oggi, anche in seguito alla globalizzazione galoppante e al surriscaldamento climatico, stanno diventando sempre più ciniche e violente.


  1. F. Deotto, L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia, Bompiani, Milano, 2021, p. 15. 

  2. Ibid

  3. cfr. ibid

  4. ivi, p. 169. 

  5. ivi, p. 179. 

  6. ivi, p. 180. 

  7. Cfr. G. Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?, Il Mulino, Bologna, 2015 e S. Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma, 2019. 

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Estetiche inquiete. Espressioni urbane sui muri e conflittualità metropolitane https://www.carmillaonline.com/2022/08/02/estetiche-inquiete-espressioni-urbane-sui-muri-e-conflittualita-metropolitane/ Tue, 02 Aug 2022 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72915 di Gioacchino Toni

Non accontentandosi dei regimi discorsivi egemoni, tendenti a mantenere la rappresentazione della città nel campo delle politiche securitarie e delle strategie di estrazione del valore, il volume di Pierpaolo Ascari, Pietro Rivasi (a cura di), Espressioni urbane. Muri sconciati, writing e street art (Mimesis 2022), derivato dal Convegno “L’arte urbana ed i suoi processi culturali in Emilia-Romagna” (Modena, novembre 2020), affronta le espressioni estetiche metropolitane nelle loro molteplici sfaccettature attraverso punti di vista e approcci differenti comprendenti gli studi culturali, la storia dell’arte, l’analisi degli stili, il diritto, la criminologia [...]]]> di Gioacchino Toni

Non accontentandosi dei regimi discorsivi egemoni, tendenti a mantenere la rappresentazione della città nel campo delle politiche securitarie e delle strategie di estrazione del valore, il volume di Pierpaolo Ascari, Pietro Rivasi (a cura di), Espressioni urbane. Muri sconciati, writing e street art (Mimesis 2022), derivato dal Convegno “L’arte urbana ed i suoi processi culturali in Emilia-Romagna” (Modena, novembre 2020), affronta le espressioni estetiche metropolitane nelle loro molteplici sfaccettature attraverso punti di vista e approcci differenti comprendenti gli studi culturali, la storia dell’arte, l’analisi degli stili, il diritto, la criminologia critica, l’antropologia e l’educativa di strada.

Come hanno avuto modo di evidenziare Alessandro Dal Lago e Serena Giordano (Graffiti. Arte e ordine pubblico, Il Mulino 2016) attraverso un’analisi estetica, sociale e culturale, gli spazi urbani costituiscono un’arena di conflitti. Esaminato tanto le motivazioni che muovono i graffitisti ad intervenire, nell’illegalità, sulle mura delle città, quanto quelle che mobilitano il fronte antigraffiti, i due studiosi hanno evidenziato alcune contraddizioni che attraversano gli opposti schieramenti.

Suscitando probabilmente qualche malumore negli ambienti creativi underground, Dal Lago e Giordano hanno posto l’accento su come l’ostilità di molti cittadini nei confronti dei graffiti che ricoprono le mura del quartiere in cui vivono derivi anche dal senso di impotenza provato nel subire una modifica estetica del contesto urbano in cui si trovano a vivere senza essere stati minimamente contemplati, come del resto avviene con la comparsa di insegne e cartelloni pubblicitari o, più in generale, come le trasformazioni urbanistiche calate dall’alto [su Carmilla].

Con riferimento alla scena urbana, di conflittualità si può parlare anche a proposito dei rapporti tra l’universo della street art ed il circuito artistico ufficiale. Nel suo contributo al volume Espressioni Urbane, Pietro Rivasi, ad esempio, soffermandosi sul rapporto tra arte urbana spontanea e istituzioni, nell’auspicare il superamento della logica che vuole i due ambiti per forza di cose conflittuali, ritiene necessario che il sistema dell’arte manistream si interroghi circa l’applicabilità al writing ed alla street art di criteri che si sono sedimentati nel tempo nella storia e nella critica d’arte accademica.

Nelle gallerie molte mostre che intendono dar conto del variegato universo dei graffiti urbani ricorrono a «lavori che riproducono su tela o su carta soltanto l’estetica di ciò che viene realizzato in strada. In questo modo le opere risultano prive delle qualità legate agli aspetti sito-specifici, performativi e caratterizzanti che entrano in gioco quando le opere vengono realizzate senza autorizzazione nello spazio pubblico» (p. 36). Il writing urbano, sostiene Rivasi, ha peculiarità che lo differenziano da molta pittura tradizionale; non è nell’aspetto tecnico e formale che andrebbero ricercate le sue caratteristiche artistiche e culturali più rilevanti.

Fabiola Naldi (Tracce di Blu, Postmedia books 2020), riprendendo le riflessioni di Miwon Know (One Place After Another: Site-specific Art and Locational Identity, MIT Press 2002) ha evidenziato come tanto gli studiosi quanto gli spettatori casuali contemporanei debbano saper contestualizzare l’intervento estetico al suo contesto di riferimento, altrimenti ne ricavano una lettura non solo superficiale ma anche “addomesticata” [su Carmilla].

Allargando il discorso, in un suo scritto Lorenzo Misuraca (Street art come il trompe l’oeil dello stato sociale. I rischi della “muralizzazione” delle periferie, “Il lavoro culturale” 13 Maggio 2015) invita a prendere atto di come i murales stiano cambiando la propria funzione all’interno della comunicazione pubblica trasformandosi, in diverse occasioni, da “luogo di critica” a “luogo di ratifica del potere” [su Carmilla]. Sono ormai frequenti i casi in cui le istituzioni ricorrono alle produzioni di street art esistenti, o a quelle da loro commissionate, per riqualificare l’immagine – e spesso solo quella – delle periferie.

Nel volume Espressioni urbane a soffermarsi su tale questione è in particolare Sarah Gainsforth, studiosa che ha approfondito i processi di gentrificazione urbana ed il ruolo assunto dal turismo nella produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce (Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, 2019; Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Eris, 2020) [su Carmilla].

Nel suo contributo al volume Espressioni urbane, Gainsforth riprende alcuni episodi avvenuti nella città di Roma esemplificativi di come anche il contesto estetico urbano sia un terreno di conflittualità, dunque, a maggior ragione, come all’arte urbana si debba per forza guardare a partire dai suoi aspetti sito-specifici.

In occasione della visita guidata all’interno del quartiere romano San Lorenzo – “Street Art e Identità” –, organizzata dall’associazione Muri Sicuri nell’ottobre del 2019, che prevedeva una tappa in via dei Volsci per visionare alcuni murales sui palazzi in cui avevano sede strutture della sinistra antagonista romana, i visitatori furono preceduti dalla cancellazione delle opere da parte dei volontari del gruppo Retake nell’ambito dell’iniziativa “Magnifica San Lorenzo” organizzata dal Comune di Roma e finanziata da Unicredit. «La cancellazione dei murales, i cui temi erano politici, è avvenuta senza consultatore il territorio; probabilmente sono stati consultati i proprietari delle case in questi edifici, ma non il quartiere. In questa visione San Lorenzo, e Roma, non sono una comunità, ma un condominio» (p. 54).

Altro caso riportato dalla studiosa riguarda i murales sulle pareti di edifici bombardati nel corso della seconda guerra mondale all’incrocio di via dei Sabelli, in questo caso commissionati direttamente dal Comune di Roma e finanziati da una società immobiliare. Curiosamente il murale è stato intitolato “Kidz are the future” richiamando in maniera evidente il gruppo di artisti “Kidz” attivi un paio di decenni fa in San Lorenzo autori di un enorme murale rappresentante il quartiere stresso raffigurato nei suoi aspetti diurni e notturni. Il nuovo murale sorge proprio ove aveva campeggiato a lungo la scritta KIDZ sostituendola, nei fatti, con un’opera del tutto estranea al quartiere.

I due episodi, sottolinea la studiosa, si inseriscono all’interno di un processo di forzata ristrutturazione che sta subendo il quartiere romano di San Lorenzo rendendo evidente «un cortocircuito che negli ultimi anni si è creato sul tema dell’Arte urbana e della Street Art, la confusione e le contraddizioni insite nei concetti con cui ruota oggi il discorso sulla città: decoro e degrado, legalità e illegalità, i temi dell’Arte pubblica e della sua funzione, e quindi il macro-tema della rigenerazione urbana, e in particolare di quella cosiddetta culture-led ovvero di matrice culturale» (p. 58).

Tali contraddizioni, continua Gainsforth, sono esplose a Roma soprattutto in tre quartieri storicamente popolari – San Lorenzo, Ostiense e Pigneto – in cui si scontrano tentativi di “bonifica urbana” «voluti dai privati e dai nuovi abitanti» e «tentativi delle controculture di riappropriarsi e di definire il valore d’uso degli spazi e della città». Si tratta pertanto di «luoghi di conflitto sull’uso dello spazio. Il decoro, che viene sempre indicato come obiettivo della riqualificazione di città, non è un obiettivo ma uno strumento – di tipo estetico – per definire un uso – più esclusivo – della città a partire dall’estrazione di rendita urbana» (p. 58).

Si tratta dunque di un uso dell’Arte Urbana, a Roma come altrove, volto a «rendere attrattivi i quartieri da rigenerare in chiave economica, prima che sociali. Il che, semplificando, significa, attrarre utenti e abitanti facoltosi da fuori anziché migliorare le condizioni di chi vi abita» (p. 59).

Gli interventi estetici soprattutto commissionati, ma a volte anche quelli realizzati spontaneamente, nelle mura dei quartieri, contribuiscono «all’elaborazione di retoriche e narrazioni, alla produzione di contenuti immateriali su cui si costruisce l’immagine della città attrattiva, dinamica, da vendere a turisti, investitori, e nuovi residenti. I quartieri rigenerati sono descritti come “rinati”, “vivaci” e “creativi”» (p. 59).

Trattandosi di una narrazione che, sottolinea Gainsforth, presuppone uno stato di degrado antecedente la rinascita, occorrerebbe chiedere conto delle responsabilità del degrado di tali quartieri. «Conoscendoli, direi, che in parte è inventato, in parte è dovuto proprio all’impoverimento del tessuto sociale ed economico che la trasformazione porta, alla carenza di servizi, di luoghi di socialità e cultura, di luoghi che non siano di consumo» (p. 59).

La muralizzazione delle periferie sempre più commissionata e finanziata dal connubio istituzioni-società immobiliari si sta rivelando un buon “cavallo di Troia” per sottrarre i quartieri popolari alle comunità che li hanno a lungo abitati e ciò è stato reso possibile grazie allo sfilacciamento del tessuto sociale che non si è di certo dato motu proprio.

Insomma, nell’arena di conflitti che sono gli spazi urbani, anche i colori sulle pareti si rivelano armi contese. Non è nelle gallerie d’arte che si combatte questa guerra, è nelle nelle strade, un metro alla volta, mattone dopo mattone.


Indice dei contributi presenti nel volume Espressioni urbane. Muri sconciati, writing e street art: Pierpaolo Ascari, Tensioni a Cyburbia. La città postfordista tra canoni e stili di espressione; Pietro Rivasi, Sul rapporto tra arte urbana spontanea ed istituzioni; Sarah Gainsforth, Addomesticare la città: consumo visuale e produzione di spazio; Tamar Pitch, Sicurezza, decoro e pandemia; Giorgia Silvestri, Lo scandalo dell’adolescenza nella città degli adulti; Francesco Spagna, Ho fatto della mia casa il mondo. Street art, comunicazione, controcultura; Claudio Musso, Rovesciare la prospettiva. Arti visive e cultura visuale nel Writing e nella Street Art; Fabiola Naldi, Per una responsabilità “illegale” dell’artista; Stefano Ascari, Parole, immagini e muri. Il fumetto come scrittura dello spazio urbano; Enrico Bonadio, Profili di diritto d’autore nel graffiti writing; François Chastanet, Sei scritture metropolitane; Luca Borriello, Per fare un Tavolo. Competenze e municipalizzazione della creatività urbana in Italia.


Estetiche inquiete serie completa su Carmilla

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Il turismo come pratica di consumismo di massa https://www.carmillaonline.com/2021/01/14/il-turismo-come-pratica-di-consumismo-di-massa/ Thu, 14 Jan 2021 22:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64446 di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Eris, Torino 2020, pp. 64, € 6,00

«Dal canto suo il turismo è eterotopico: genera i propri luoghi, che adatta ai propri fini […] Per diventare turisticamente compatibile, una realtà deve prima estirpare i modi di vita tradizionali in cui affonda le proprie radici» (Rodolphe Christin)

Nel corso degli ultimi decenni sono diverse le città e le zone paesaggistiche che in ogni parte del mondo sono soggette a processi di trasformazione profonda determinati dal turismo di massa. Espulsione dai centri storici [...]]]> di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Eris, Torino 2020, pp. 64, € 6,00

«Dal canto suo il turismo è eterotopico: genera i propri luoghi, che adatta ai propri fini […] Per diventare turisticamente compatibile, una realtà deve prima estirpare i modi di vita tradizionali in cui affonda le proprie radici» (Rodolphe Christin)

Nel corso degli ultimi decenni sono diverse le città e le zone paesaggistiche che in ogni parte del mondo sono soggette a processi di trasformazione profonda determinati dal turismo di massa. Espulsione dai centri storici degli abitanti economicamente più svantaggiati e delle attività commerciali tradizionali sostituiti rispettivamente da ondate di turisti a cui vengono destinati gli alloggi e da infrastrutture commerciali ad essi dedicate, abnorme concentrazione di popolazione in spazi ridotti (overtourism), aumento dell’inquinamento, edificazione di opere di forte impatto urbanistico-ambientale realizzate al solo scopo di attrarre visitatori ad eventi di breve durata, cancellazione di quell’identità storica, culturale e paesaggistica che erano alla base dell’attrattività delle località. Insomma, il turismo di massa sta letteralmente distruggendo l’ecosistema urbano e naturale di molte zone del pianeta.

Un esempio su tutti. In seguito alla fortunata serie televisiva Game of Thrones, la città di Dubrovnik (Kings Landing, nella fiction) si è vista letteralmente invadere dai turisti: l’80% del milione di visitatori giunti in città nel 2016 è arrivato sul posto con enormi navi da crociera a gruppi di migliaia di passeggeri per volta. Se si sta diffondendo una certa sensibilizzazione – si pensi a Venezia – circa l’impatto delle grandi navi sull’ecosistema, non deve essere sottostimato l’impatto provocato sulle località dallo sbarco della marea umana da esse trasportata. Anche i voli low cost contribuiscono all’overtourism e in alcuni casi nei confronti dei medesimi luoghi messi a dura prova dalle grandi navi.

Dopo aver analizzato il fenomeno Airbnb, vera e propria piattaforma di gentrificazione digitale che sta riplasmando il volto delle città turisticamente più attrattive1 [su Carmilla], con un suo recente libro, la ricercatrice indipendente e giornalista freelance Sarah Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile? (Eris, 2020), affronta di petto gli effetti del turismo di massa contemporaneo sulle città e sull’ambiente naturale.

Dopo aver ricostruito quella trasformazione del viaggio per pochi in turismo di massa che Rodolphe Christin2 [su Carmilla] ha sintetizzato in maniera efficace affermando che il turista, nato come sperimentatore esistenziale, si è via via convertito in un consumatore del mondo, Gainsforth si preoccupa di evidenziare l’incidenza che su tale processo hanno avuto lo sviluppo dell’economia, le politiche urbanistiche e la cultura, per poi terminare il volume con una riflessione sulla distruttività di questo sistema turistico giungendo a chiedendosi se un altro turismo, sostenibile, sia, oltre che auspicabile, possibile.

Per quanto riguarda il turismo urbano, Gainsforth ricorda come questo sia cresciuto velocemente e in maniera spropositata anche a causa dell’incremento dell’offerta di alloggi turistici a prezzi (inizialmente) convenienti proposta da alcune piattaforme digitali che nel giro di pochi anni hanno trasformato la pratica di condivisione degli alloggi in un business che sottrae le abitazioni ai residenti stabili in favore di turisti di passaggio.

Il turismo di massa ha inoltre contribuito enormemente a rendere le città un po’ tutte uguali; essendosi l’economia locale specializzata in un unico settore, quello turistico, sono state le città ad adeguarsi ai turisti e non l’inverso. Per tentare di arginare l’overtourism si sono mosse alcune amministrazioni comunali attivando meccanismi di regolamentazione del mercato degli affitti di breve durata e si sono sviluppate mobilitazioni dal basso (come nel caso di Barcellona).

Se fenomeni come l’overtourism e la turistificazione dei centri storici sono fenomeni recenti, questi si sono però innestati su processi già in corso da tempo in diverse città e per comprendere come ciò sia potuto avvenire è indispensabile, sostiene Gainsforth, ricostruire i motivi per cui il turismo è diventato un settore portante dell’economia urbana in diverse città.

Secondo la studiosa uno spartiacque importante in tal senso è rappresentato dalla fine degli anni Settanta, quando il consolidato legame tra industrializzazione e urbanizzazione è entrato in crisi e la città si è avviata a trasformarsi da luogo di produzione a centro di servizi. A partire da allora diverse città hanno investito il loro futuro economico sull’innovazione tecnologica e culturale mentre in contemporanea si provvedeva a smantellare il welfare sull’onda della riduzione della pressione fiscale su profitti e rendite, della deregolamentazione dei flussi di capitale e della liberalizzazione del commercio. In tale contesto il settore pubblico ha via via abbandonato il suo storico ruolo di erogatore di servizi trasformandosi in committente di servizi erogati da privati.

Il passaggio da un’economia industriale a una del terziario ha comportato l’abbandono di numerose aree urbane che, da qualche tempo a questa parte, sono state destinate ai nuovi settori economici trainanti, tra cui la stessa produzione culturale: eccoci allora alla stagione dei grandi eventi, dagli Expo ai mega-eventi sportivi, con annessi fenomeni di gentrificazione e trasformazioni urbanistiche in nome del turismo come risorsa, moltiplicatore di lavoro e di ricchezza.

La contraddizione è questa: se le politiche urbane contemporanee sarebbero chiamate a sanare le diseguaglianze e ridurre le dinamiche di esclusione sociale prodotte da un’economia finanziaria, della rendita, i progetti di rigenerazione urbana sono inscritti nello stesso sistema economico che dovrebbero correggere. Per questo il termine “rigenerazione urbana” si riduce spesso a un’etichetta “etica” appiccicata a speculazioni immobiliari private, e il termine “valorizzazione”, tanto ricorrente in queste operazioni, indica non un generico miglioramento di un immobile o di un quartiere, ma la creazione di una rendita. Il turismo è una delle principali strategie di promozione di quartieri, luoghi trattati come prodotti, come brand per attirare capitali privati ed è il pretesto che giustifica la “valorizzazione” immobiliare e finanziaria della città. (p. 17)

Oltre a mostrare i disastri determinati dal turismo come pratica di consumismo di massa, il volume di Sarah Gainsforth ha il merito di invitare a ripensare il turismo a partire da una nuova prospettiva, da un’ecologia popolare.


  1. Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019. 

  2. Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, Elèuthera, Milano 2019. 

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Piattaforme di gentrificazione digitale https://www.carmillaonline.com/2020/11/19/piattaforme-di-gentrificazione-digitale/ Thu, 19 Nov 2020 22:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63329 di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 192, € 18,00

«Cerchi una casa sull’albero per il weekend o un’intera casa per tutta la famiglia? Qualunque sia la tua destinazione, ti aspetta un caloroso benvenuto. Dietro ogni soggiorno c’è un host, una persona reale pronta a offrirti le informazioni di cui hai bisogno per effettuare il check-in e sentirti a casa». Così il portale Airbnb italiano accoglie il visitatore. Airbnb, spiega Wikipedia, «è un portale online che mette in contatto persone in cerca [...]]]> di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 192, € 18,00

«Cerchi una casa sull’albero per il weekend o un’intera casa per tutta la famiglia? Qualunque sia la tua destinazione, ti aspetta un caloroso benvenuto. Dietro ogni soggiorno c’è un host, una persona reale pronta a offrirti le informazioni di cui hai bisogno per effettuare il check-in e sentirti a casa». Così il portale Airbnb italiano accoglie il visitatore. Airbnb, spiega Wikipedia, «è un portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati». Inoltre, riporta che il sito, attivato nel 2007, «al giugno 2012 contava alloggi in oltre 26.000 città in 192 paesi e raggiunse 10 milioni di notti prenotate in tutto il mondo. Gli annunci includono sistemazioni quali stanze private, interi appartamenti, castelli e ville, ma anche barche, baite, case sugli alberi, igloo, isole private e qualsiasi altro tipo di alloggio».

Insomma, un esempio di “sharing economy” di successo che però, con i suoi annunci accattivanti, sottrae unità residenziali dagli affitti a lungo termine. In Italia la percentuale delle unità immobiliari presenti sulla piattaforma è pari al 25% di quelle presenti nel centro storico della città di Firenze. Non solo la diminuzione della disponibilità abitativa per gli affitti a lungo termine ha fatto aumentare questi ultimi in maniera vertiginosa, ma anche contribuito a determinare una vera e propria fuga dalla città. Si calcola che in alcuni quartieri romani del centro la popolazione residente si sia ridotta del 30-40% nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018. Nella parte antica della città di Venezia, poi, si è giunti alla parità: il numero di posti letto per turisti corrisponde ormai a quello dei residenti con inevitabili ricadute anche sul commercio di vicinato sempre più rimpiazzato da servizi per turisti1.

Anche le corporation del capitalismo delle start-up e delle piattaforme digitali hanno bisogno dei loro miti fondativi. Ne abbiamo sentite talmente tante di storie di successo che partono da piccoli laboratori in garage messi insieme da amici squattrinati che viene il dubbio si tratti di narrazioni utili a nascondere qualche verità scomoda o fatte circolare quasi per scusarsi di quel che queste romantiche attività sono nel frattempo diventate.

Nel suo Airbnb città merce, Sarah Gainsforth sottolinea come da questo punto di vista la piattaforma Airbnb non faccia eccezione. Al pari di altre piattaforme, anch’essa pare essersi costruita una genealogia immaginaria adeguata a una narrazione retorica abile nel ribaltare la natura parassitaria e ambivalente di tanta “sharing economy”. È anche grazie al ricorso di miti fondativi costruiti a tavolino che Airbnb ha potuto presentarsi come risposta a problemi che in realtà, come dimostra la studiosa, contribuisce a generare.

Il capitalismo delle piattaforme non è che una delle risposte che si è dato il vigente sistema economico egemone proteso nella sua incessante ricerca di nuove opportunità di profitto e da questo punto di vista, sostiene Gainsforth, Airbnb rappresenta, al momento, «la principale success story del capitalismo delle piattaforme e dell’ideologia neoliberale e startuppara, secondo cui ognuno è l’imprenditore di se stesso». Una retorica di lunga data che cela come le piattaforme digitali abbiano «trovato il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città».

Airbnb ha potuto svilupparsi sfruttando «un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale. Gli effetti della produzione dello spazio per utenti progressivamente più ricchi, ovvero del fenomeno della gentrificazione, una strategia di crescita economica urbana globale, produce effetti drammatici nei luoghi dove le piattaforme atterrano: le città».

In un contesto in cui il turismo è diventato «uno strumento di produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce», la natura individualista di Airbnb, celata ad arte da una patina di retorica comunitaria incentrata sul suo permette alle persone comuni di «arrotondare e restare nelle loro case», finisce per essere «uno strumento di accumulazione di profitti e di concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi proprietari assenti che affittano le case a turisti di passaggio, portando al rialzo i valori immobiliari e i canoni di locazione, alla contrazione dell’offerta di case in affitto, e dunque all’espulsione del ceto medio e basso dai centri urbani».

Sarah Gainsforth si propone pertanto di svelare la retorica fasulla di Airbnb liberando «il campo dalle mitologie che accompagnano e legittimano l’avanzata del capitalismo delle piattaforme, radicate nella mentalità americana, su cui la favola di Airbnb si innesta». All’interno di un contesto che continua imperterrito a propagandare i miti dell’american dream, del self-made man e del paese delle pari opportunità, il sogno di possedere una casa, per milioni di americani, ha dovuto fare i conti con le politiche neoliberiste e con il mantra ripetuto che vuole motiva l’aumento delle diseguaglianze con l’ideologia del merito individuale. «Il mito del pioniere alla conquista delle terre selvagge, che diviene il libero imprenditore alla scoperta della frontiera dello spazio digitale. Il mito del creativo, a cui l’ideologia dell’innovazione capitalista accredita molto più merito del dovuto per le immense ricchezze accumulate grazie alle imprese collettive di molti».

Se la favola di Airbnb, sostiene Gainsforth, parte da San Francisco, la sua vera origine va ricercata nei capitali di ventura della Silicon Valley, il cui ecosistema innovativo «alla base del successo delle piattaforme digitali, è il frutto di decenni di ricerche finanziate con fondi pubblici e del lavoro di milioni di lavoratori invisibili, quelli dell’industria tecnologica e dei settori dei servizi, che costituiscono l’infrastruttura fisica dove “l’innovazione” può avvenire, le città».

La concentrazione di ricchezza accumulata dal capitalismo del settore tecnologico ha creato negli Stati Uniti veri e propri monopoli digitali con «circoli chiusi di investitori che si tramandano ereditariamente la ricchezza [che] rendendo invivibili le città per coloro che le abitano e le mandano avanti». È proprio a San Francisco, città dagli affitti vertiginosi, che si è strutturata la resistenza ad Airbnb a partire dalle lotte delle organizzazioni per il diritto all’abitare ed è da quell’esperienza che l’autrice parte per raccontare alcuni casi esemplari di resistenza sociale contro la gentrificazione digitale delle città.


  1. Dati riportati nell’articolo di Stefano Galeotti, Airbnb, da Bologna a Napoli gli affitti brevi “sfrattano” famiglie e studenti. “Il padrone di casa triplica il canone, andiamo in periferia”, Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2020. 

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