rossanda – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ritratti di un secolo senza pentimenti né redenzioni https://www.carmillaonline.com/2023/08/29/ritratti-di-un-secolo-senza-pentimenti-ne-redenzioni/ Mon, 28 Aug 2023 22:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78593 di Alessandro Barile

Rossana Rossanda, Volti di un secolo. Il Novecento in 52 ritratti, a cura di Franco Moretti, Einaudi 2023, 245 pp., 18 euro

Chissà perché, di Rossanda, viene magnificata la sua “vita postuma” e celata la sua “vita activa”. Le ormai numerose raccolte di suoi scritti vivisezionano la sua opera giornalistica, esaltano la sua voce critica, la sua cultura “cosmopolita”, così diversa dalla palude storicista e quindi, in fondo, diversamente comunista. Una Rossanda “vittoriniana”, si potrebbe dire, e d’altronde il Politecnico non era il dazebao della Casa della cultura, così [...]]]> di Alessandro Barile

Rossana Rossanda, Volti di un secolo. Il Novecento in 52 ritratti, a cura di Franco Moretti, Einaudi 2023, 245 pp., 18 euro

Chissà perché, di Rossanda, viene magnificata la sua “vita postuma” e celata la sua “vita activa”. Le ormai numerose raccolte di suoi scritti vivisezionano la sua opera giornalistica, esaltano la sua voce critica, la sua cultura “cosmopolita”, così diversa dalla palude storicista e quindi, in fondo, diversamente comunista. Una Rossanda “vittoriniana”, si potrebbe dire, e d’altronde il Politecnico non era il dazebao della Casa della cultura, così come questa si pensava come il “Politecnico parlato”? Solo per una serie di fortuite circostanze, sembra leggersi tra le righe, il destino di Rossanda non si è accodato a quello dei Vittorini e dei Calvino e dei Giolitti, per ricongiungersi idealmente, e finalmente, con la radiazione del 1969. Un modo in più, questo, per continuare a fraintendere Rossanda e il comunismo del Novecento. Il comunismo cominternista, grande e tragico; ma anche quello togliattiano, un dramma senza vera tragedia.

Non è responsabilità, ovviamente, dell’ottima selezione di “ritratti del Novecento” composta da Franco Moretti. Ma è lo spirito dei tempi che si rafforza continuamente, che rimastica e rimuove la tensione del Novecento e la adatta all’intellegibilità dei tempi che corrono, al suo intrattenimento culturale eticamente irreprensibile. Eppure abbondano gli scritti della Rossanda comunista, problematica e intollerante. E abbondano anche i ricordi umani, i “ritratti”, se vogliamo: cos’è quello di Togliatti, scritto nell’agosto del 1965 in occasione del primo anniversario dalla scomparsa del segretario comunista, se non una riflessione che attraverso Togliatti valuta un’intera vicenda storica, i suoi successi, i suoi limiti e i suoi errori? Cos’è questa “libertà” che si va cercando fuori dalla ragione di partito, una “libertà” che Rossanda non ha mai voluto né preteso, che ha sempre rifiutato anche e soprattutto quando le ragioni del partito e le sue divergevano drammaticamente, dal 1956 al 1968? Non è così, con ogni evidenza, che si restituisce la grandezza della sua sofferenza, che non è una sofferenza culturale o esistenziale, ma tutta politica, che rimanda a un’urgenza e tale resta anche quando si è forzatamente “a riposo” nei placidi lidi del “giornalismo” e del “lavoro culturale”.

Attraverso 52 ritratti di uomini e donne del Novecento Rossanda ingaggia il fatidico corpo a corpo con una vicenda che esorbita il ricordo privato e si fa immediatamente riflessione storica, sul tempo che le è toccato in sorte, non dei peggiori come giustamente riconosce l’autrice. Figure gigantesche con cui Rossanda ha condiviso un tratto della sua strada, politica e biografica: da Lukács a Sartre, da Amendola a Fortini. Ne esce un ritratto del secolo attraverso i volti di quella «stirpe di signori» che sono stati i comunisti, per Rossanda, «signori» in quanto costitutivamente macchiati della colpa di aver agito e, nel farlo, di aver necessariamente oltrepassato e violato e a volte brutalizzato quei limiti morali in nome dei quali si è combattuto, si è vinto e poi si è perso. Il “realismo delle classi subalterne” non è cosa facile da digerire. Oggi qualche spericolato antiquario ne rimpiange la “grandezza”, la “forza”, con-fondendolo col cinismo dei rapporti politici che deride i rovelli dell’anima bella. Eppure trovarsi in mezzo allo “stalinismo” – intendendo con ciò un metodo di governo del partito – ha bruciato più generazioni di militanti, di compagni altrimenti validi. Rossanda lo ha attraversato, da comunista “anomala” – milanese alla scuola di Banfi e del neokantismo – e da donna, in un tempo in cui la questione femminile nel partito e nella società non era messa a tema. Sarebbe importante che qualcuno, prima o poi, affronti esplicitamente il rapporto tra Rossanda e il femminismo, di cui non c’è traccia nei primi cinquant’anni di vita della dirigente culturale milanese, per poi esplodere come problema per lei continuamente irrisolto e forse irrisolvibile a partire dalla metà degli anni Settanta. Troppo facilmente si parla di una Rossanda “femminista”, non cogliendo il dilemma che attraversa il serrato dialogo con la dimensione del privato contestuale al suo ritiro dalla militanza attiva. Il privato che diventa politico come rifugio di una scommessa andata male: il manifesto come punto d’incontro tra tradizione del movimento operaio e le ragioni della nuova contestazione.

Ma se questi volti restituiscono la coscienza infelice di Rossanda, si presentano anche come pezzi di bravura di un giornalismo oggi impensabile. Vi si scorge un’attitudine, quella di badare all’essenziale, andando al sodo di questioni sempre collegate a un orizzonte politico e ideologico. Le contraddizioni dell’«intellettuale comunista» ad esempio, una figura essenziale per capire il comunismo dai fronti popolari in avanti, il comunismo – come lei dice – dagli anni Trenta agli anni Settanta, su cui pure si dovrà fare la storia (e lo si è fatta, sempre più disincarnata, tecnicizzata, deprivata). Attraverso i ritratti di Picasso, di Sartre, di Aragon, ma anche di Pasolini, di Fortini, di Christa Wolf, si intuisce la grandezza del movimento operaio, in grado di far gravitare attorno a sé la parte migliore della borghesia colta, di colonizzare l’immaginario ideologico di un ceto altrimenti – lo vediamo oggi – asservito al più redditizio zeitgeist moralistico a buon mercato; ma traspare anche la miseria di un’intellettualità che rimane, in fin dei conti, aristocratica, fatte le dovute eccezioni (Lukács su tutti). Un’intellettualità che, man mano che scolorisce l’epica rivoluzionaria e poi resistenziale, “costringe” il partito ad inseguire i tormenti di un ceto indisponibile veramente ai vincoli della militanza, usando la platea messa a disposizione dalla forza del movimento operaio senza pagarne i correlati pegni. Un problema con cui si scontrerà direttamente la Rossanda dirigente culturale tra il 1962 e il 1966, uscendone alla fine battuta sia dal partito che da cinematografari e pittori romani.

Sono storie antiche, che Rossanda evoca continuamente alla morte di un qualche rappresentante qualificato del secolo breve. Alla fine, oltre la cortina della grande storia che attraversa e segna le singole vicende, ad emergere è anche una più privata sensibilità di fronte alle sofferenze che la accomunano ai protagonisti ricordati. Si potrebbero definire sofferenze “minori”, di un comunismo, come quello italiano e francese, pur nella sua asperità lontano dalle tragedie del socialismo realizzato nell’est. Ma ancora vive e brucianti per chi, come Rossanda, sognava la tranquillità borghese e si è ritrovata inaspettatamente scaraventata in una storia da cui pure non si è potuta sottrarre, pagando il prezzo che c’era da pagare, senza pentimenti né redenzioni.

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Il posto di confine di Rossanda. Il problema della cultura (nella) politica https://www.carmillaonline.com/2023/05/03/il-posto-di-confine-di-rossanda-il-problema-della-cultura-nella-politica/ Tue, 02 May 2023 22:42:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77112 Di Jack Orlando

Alessandro Barile, Rossana Rossanda e il PCI. Dalla battaglia culturale alla sconfitta politica. 1956-1966, Carocci Editore, Roma, 2023, pp. 265, 32€

Al momento della sua scomparsa, ormai due anni e mezzo fa, Rossana Rossanda, come molti degli intellettuali della sua generazione, ha avuto la sua generosa dose di elogi postumi. Ritualità. Eppure, a differenza della maggioranza dei suoi omologhi, la fondatrice del Manifesto ed ex dirigente del PCI ha avuto la buona sorte di veder riconosciuta, o quanto meno solo leggermente mistificata, la propria identità storica. Di Rossanda in [...]]]> Di Jack Orlando

Alessandro Barile, Rossana Rossanda e il PCI. Dalla battaglia culturale alla sconfitta politica. 1956-1966, Carocci Editore, Roma, 2023, pp. 265, 32€

Al momento della sua scomparsa, ormai due anni e mezzo fa, Rossana Rossanda, come molti degli intellettuali della sua generazione, ha avuto la sua generosa dose di elogi postumi. Ritualità.
Eppure, a differenza della maggioranza dei suoi omologhi, la fondatrice del Manifesto ed ex dirigente del PCI ha avuto la buona sorte di veder riconosciuta, o quanto meno solo leggermente mistificata, la propria identità storica.
Di Rossanda in effetti, si son dovuti attenere più o meno tutti ad un riconoscimento inaggirabile: era una intellettuale comunista. Definizione magari generica, ma certamente non scontata per un paese ossessionato dal normalizzare, mistificare, occultare o estirpare, qualsiasi traccia di comunismo lo abbia attraversato.
Si vedano, non a caso, i santini di tutte quelle menti celebrate come classici della cultura nostrana, eccellenze del made in Italy culturale, le cui opere campeggiano in tutti i manuali di testo scolastici, o nelle collane di editoria economica, ma il cui impegno politico, le forme e le tracce di una militanza comunista, si perdono in una damnatio memoriae, i cui primi censori si trovano spesso proprio tra le fila dell’intellighenzia di centro-sinistra.
Probabilmente è la sua ingombrante biografia politica a rendere troppo difficile lo scavalco postumo della sua identità di militante animatrice per mezzo secolo del dibattito culturale delle sinistre di questo paese, posta su una difficile linea di confine .
Lo storico Alessandro Barile ne rende bene il senso, con una biografia politica che ripercorre le fasi dell’azione di Rossanda all’interno del PCI e specialmente nel suo periodo alla direzione della sezione culturale del partito, cogliendo il significato intrinseco alla battaglia che si consumò tra le stanze di Via delle Botteghe Oscure, che poi la vide sconfitta, ma la cui centralità politica eccedeva di gran lunga la dimensione della bega politica interna alla parrocchia.
Una storia il cui incipit viene fatto coincidere con quel traumatico 1956. Da un lato l’invasione sovietica dell’Ungheria salva (o meglio, ritarda) dalla dissoluzione il blocco orientale, ma apre per i comunisti occidentali una profonda crisi d’identità. Una ferita particolarmente dolorosa in un PCI ancora di stretta osservanza Togliattiana.
Dall’altro lato, il cementarsi di un neocapitalismo, tanto europeo che italiano, scompagina la realtà sociale portando ad emergere nuove figure e bisogni sociali, mettendo in crisi le istituzioni politico-culturali che hanno incardinato la dimensione collettiva della società.
La fabbrica va estendendo il proprio dominio sul resto della società, le migrazioni interne deformano il tessuto dei territori, il consumo di massa non solo muta i parametri culturali, ma mette in via di proletarizzazione i ceti intellettuali finora privilegiati, se non economicamente almeno come status.
Non è tanto il Partito Comunista a venire investito da questo processo, quanto proprio il sistema dei partiti di massa ad entrare in crisi rispetto alla loro dialettica con il soggetto sociale, rispetto alla loro capacità di interpretare ed agire sui fenomeni, di produrre una propria dimensione culturale egemonica che vada a costruire il profilo della propria base.
Semmai, per il PCI, si apre l’esigenza di confrontarsi con una realtà mutata che porta il paese ad una inedita dimensione di capitalismo avanzato e, in questo, a relazionarsi con una deflagrazione del partito storico, il cui corrispettivo formale non è pronto a recepirne i balzi in avanti.
Dal marxismo ai marxismi. Dalla sociologia del potere di matrice francofortiana all’operaismo nascente che farà da terreno di coltura per tutti gli esperimenti della sinistra extra parlamentare del Lungo Sessantotto, fino alla frattura insanabile dei Settanta, si moltiplicano le linee di tendenza che pongono l’urgenza della frattura rivoluzionaria, rispetto alla via italiana al socialismo come processo di lunga durata da attuarsi dentro le riforme del sistema.
Una via il cui orizzonte si fa sempre più fumoso, mentre la prassi scivola costantemente dalla trasformazione all’amministrazione dell’esistente
Rossanda, formazione ortodossa e prassi laica, incarna il tentativo di liberare la propria struttura dai legacci di uno stroricismo gramsciano che si fa più gabbia che griglia interpretativa, ancora di più, tenta di mettere a tema la critica di questa italian way of socialism. Un sistema capitalista che va ammodernandosi da sé e va assorbendo il conflitto come forma di bilanciamento delle tensioni, impone la necessità di un cambio di passo per un’azione che si dica rivoluzionaria; in questo rientrano le aperture al dialogo con le nuove forme della mobilitazione politica e con quell’intellettualità che tende a sganciarsi dal partito ma a ricercare un ruolo di centralità politica nei nuovi fermenti.
Se la battaglia si concentra sulla dimensione della cultura, ovvero dei suoi contenuti e contenitori, delle sue regole d’ingaggio e della sua dialettica con la dimensione del politico; la centralità sta tutta in quest’ultimo termine. Resta dirimente, cioè, definire le forme di intervento intellettuale di una forza politica per stabilire le sue prassi strategiche e i suoi ambiti di azione.
Non si tratta di codificare un dato canone artistico, quanto di elaborare metodi di trasformazione del reale.
Un tentativo che troverà una strada sbarrata, che pagherà con l’espulsione dal suo ruolo dirigenziale e le cui domande rimarranno ineluse.
Che poi pratiche e teorizzazioni del PCI e della galassia extraparlamentare prenderanno strade differenti, incompatibili ed ostili tra loro è cosa nota.
Partito di governo contro movimento dell’urgenza rivoluzionaria.
Il dibattito interno, le crisi e gli strappi che si sono vissuti all’interno di questa vicenda parlano di una parentesi inattuale a sessant’anni dalla sua conclusione e con un contesto ormai mutato in profondità.
Eppure ci sono domande di fondo che rimangono invariate e che ogni soggetto che tenda seriamente alla trasformazione del reale si trova prima o poi a doversi porre.
Specialmente oggi, in cui le condizioni oggettive sembrerebbero indicare un terreno più favorevole per smottamenti sociali, senza però trovare condizioni soggettive ben disposte. Né strutture politiche in grado di buttare benzina sul fuoco.
Si è davanti oggi alla necessità oggi, più urgente che mai, di dotarsi di potenti schemi di ragionamento ed interpretazione della realtà, di capacità intellettuali di costruzione di immaginari e strategie capaci di scardinare le porte di questa gabbia d’acciaio. Perché ragionare di cultura è molto poco un vezzo da salotto, almeno per noi militanti, ed è invece elemento costitutivo ed imprescindibile del politico.
Fuori da questa dialettica tra politica e cultura, non c’è davvero prassi, c’è solo un cieco incedere in una notte già di per sé troppo buia.

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