Roberto Bolaño – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’intervista impossibile di Basaglia a Bolaño https://www.carmillaonline.com/2019/04/27/lintervista-impossibile-di-basaglia-a-bolano/ Fri, 26 Apr 2019 22:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52166 di Piero Cipriano

Tra poco Roberto Bolaño fa 66 anni. L’autore di 2666 il 28 aprile 2019 fa 66 anni. E’ morto e dunque? Non può compiere gli anni un morto? Non lo so se è proprio morto, prova ne sia questa intervista, o meglio, questo sogno. Il sogno l’ho fatto io. L’intervista è mia. La posso pubblicare senza timore che né gli eredi di Basaglia (ah sì, c’era pure lui nel sogno) né quelli di Bolaño possano pretendere royalties o altri risarcimenti. Per maggior precisione, ciò che Bolaño dice nel sogno, ripeto nel mio sogno, l’ho reso più esatto riportando [...]]]> di Piero Cipriano

Tra poco Roberto Bolaño fa 66 anni. L’autore di 2666 il 28 aprile 2019 fa 66 anni. E’ morto e dunque? Non può compiere gli anni un morto? Non lo so se è proprio morto, prova ne sia questa intervista, o meglio, questo sogno. Il sogno l’ho fatto io. L’intervista è mia. La posso pubblicare senza timore che né gli eredi di Basaglia (ah sì, c’era pure lui nel sogno) né quelli di Bolaño possano pretendere royalties o altri risarcimenti. Per maggior precisione, ciò che Bolaño dice nel sogno, ripeto nel mio sogno, l’ho reso più esatto riportando quasi fedelmente brani delle sue opere.

Era una specie di inferno dove però si viveva, viveva nel senso che si passava il tempo, o meglio, il tempo era fermo ma sembrava scorresse lo stesso, si capiva che entrambi non erano finiti in un Eden e le motivazioni di questo smacco ultraterreno nel sogno non venivano chiarite, però quest’inferno, o più probabilmente purgatorio, dove scontavano la loro pena, la loro condanna, non era poi così male, un luogo ameno, dove non era estate ma quantomeno non pioveva mai, una specie di paese morto ai confini tra Messico e Texas con pochi cristiani, quei pochi formicolavano come zombie, gli unici riconoscibili erano loro due. Il setting era un bar, il bar si chiamava El destino, Bolaño era da una parte del bancone Basaglia dall’altra. Io ero una specie di cliente in missione speciale, ecco, un inviato dal nostro mondo, dal mondo dei vivi voglio dire, una specie di agente dell’FBI incaricato di controllare che fine avessero fatto questi due, come si trovavano in quel posto infernale, se si erano rassegnati, se si stavano pentendo delle loro malefatte – ma quali erano queste malefatte?, pensai, di certo uno aveva cacciato via dal loro paradiso i fuori di testa per ri-gettarli nel mondo, l’altro li aveva narrati, i pazzi voglio dire, come fossero degli eroi, aveva reso eroica la follia – o invece anche lì complottavano contro il sistema. Perché ero stato incaricato proprio io? Ma perché erano i miei eroi, e di mestiere facevo lo psico-poliziotto selvaggio, dunque ero il candidato perfetto.

Mi metto a un tavolino distante, senza dare nell’occhio, ascolto. Premetto che in questo inferno attenuato i giorni si ripetono sempre uguali, il tempo nell’aldilà, o meglio all’inferno dei morti è fermo, fermo come in manicomio d’altra parte, che è l’inferno dei vivi. Per cui questa scena che ho visto si ripete ogni tanto almeno dal 2003, cioè da quando Bolaño è morto e è finito a El destino a fare il barista.

Sei nuovo?

Comincio oggi, sei il mio primo cliente.

Allora vorrei un caffè. Per favore.

Pensavo mi chiedessi una birra.

Non bevo birra.

Meglio. Io nemmeno. Sono dieci anni che non bevo. Sai, sono appena morto di cirrosi. Un fegato a pezzi.

La combinazione, delle volte. Io sono morto di cancro al cervello. Ma molto tempo fa. Saranno passati vent’anni.

Ah che brutta morte, non sarei voluto stare nei tuoi panni. Immagino che a un certo punto il tuo cervello sarà andato in tilt, non ci hai capito più niente.

Un pazzo. Ero diventato un pazzo.
Da legare.

Sì, proprio. E pensa, sono stato direttore di manicomio, io, sai?

Ma non mi dire. Ci ho vissuto in manicomio, io. L’America latina è un immenso manicomio. Me ne intendo di manicomi. So tutto del manicomio. Ecco il caffè. Fai piano che scotta. E non ci devi essere abituato. Sarà il primo caffè che bevi. Mica a uno con un cancro che gli mangia il cervello gli danno il caffè.

Fa caldo qui. Almeno un ventilatore.

Poi ti abitui. E poi sappi, il mio motto non è Et in Arcadia ego, ma in Sparta ego.

Ah quand’è così. E dimmi… che ne sai tu di manicomio.

Ci ho scritto, prima di fare il barista qui a El destino ho fatto tutti i mestieri, tra cui il pappone, ma quello che mi ha fatto diventare celebre – celebre per una decina d’anni, che tra cento anni nessuno si ricorderà di me, tra mille anni poi non ne parliamo, nessuno si ricorderà nemmeno di Shakespeare probabilmente, tra diecimila anni questo pianeta sarà estinto, tra mezzo milione di anni il sistema solare imploderà, tra un miliardo di anni la Via lattea collasserà, tra dieci miliardi di anni ci sarà un big bang inverso e tutto tornerà niente. Figurati tra dieci miliardi di anni chi si ricorderà di Basaglia e di Bolaño – il mestiere che mi ha reso celebre è stato scrivere romanzi.

Nel grande manicomio latino-americano ci sono nato. Il piccolo manicomio l’ho imparato andando a trovare uno. Che poi l’ho fatto diventare un personaggio del mio capolavoro. O meglio, del primo dei miei due capolavori. I detective selvaggi, intendo. L’altro ha per titolo un numero, 2666, che è anche una profezia, che io lo sapevo che il diavolo mi si pigliava e finivo qui, in questo inferno per due. Ho scritto due romanzi, che sono i miei romanzi, perché la letteratura americana si ispira o a Le avventure di Huckleberry Finn o a Moby Dick, allora io con Belano e Lima, che sono i poeti selvaggi dei Detective, ho ricreato Huckleberry Finn e Tom Sawyer, e con 2666 ho rifatto la caccia alla balena.

Quello internato era il padre di Maria Font, una mia amica, io passavo in autobus accanto a questo enorme manicomio di stato. Una reta metallica sormontata dal filo spinato impediva ai pazzi di uscire, e quelli vagavano dentro come nel film di Romero, hai presente La notte dei morti viventi?

Veramente, prima di finire nel manicomio statale – era pur sempre un architetto – l’avevano portato nella clinica di salute mentale El Reposo, nei dintorni di Città del Messico. Mentre era là dentro pensava di continuo a una certa Laura Dermian. Ci pensava quattro o cinque volte al giorno, ma non riusciva a misurare quanto durasse ogni capsula di ricordo perché i pazzi che erano là dentro gli avevano rubato l’orologio. Quello era un manicomio moderno, con tutte le comodità possibili, e con gli occhi degli infermieri che spiano e lì dentro c’erano i poveri matti del Messico che picchiano e che piangono ma che non sanno niente. Oddio, non proprio i poverissimi, si capisce.

Dopo però lo portarono all’ospedale psichiatrico La Fortalezza, sempre a Città del Messico. Lì sì che era circondato da pazzi poveri, e quasi nessuno lo andava più a trovare. Lì aveva uno psichiatra di nome José Manuel, che però non c’era quasi mai, e quando sua figlia andava a trovarlo, di solito il sabato o la domenica, lo psichiatra non c’era perché il fine settimana riposava. Gli diceva allo psichiatra: “Se vedessi mia figlia ti innamoreresti di lei”. Ma lui era distratto. Allora Joaquìn preferiva starsi zitto. I cortili di quella prigione erano più idonei per il silenzio. Una distesa grande come tre campi di calcio che confina con un via senza nome su cui passa l’autobus di Tlalnepantla, pieno di operai oziosi che guardano con avidità i pazzi vaganti per il cortile vestiti con l’uniforme di La Fortaleza o seminudi o vestiti coi loro poveri stracci di sempre quelli che sono arrivati da poco e non hanno ancora trovato un’uniforme per loro, non dico della loro misura perché qui pochi portano l’uniforme della taglia giusta. Quel cortile principale era il perimetro naturale del silenzio, anche se la prima volta che lo vidi pensai che lì il rumore e le grida dei pazzi avrebbero potuto essere insopportabili e ci misi un po’ a trovare il coraggio di passeggiare per quella steppa. Presto compresi però che se c’era un luogo in tutta La Fortaleza da cui il suono fuggiva come un coniglio terrorizzato, quel luogo era il grande cortile che alte inferriate proteggevano dal viale senza nome lungo il quale la gente di fuori passava rapida, protetta dentro i veicoli, perché di pedoni propriamente detti lì non se ne vedevano, anche se di tanto in tanto il parente disorientato di qualche pazzo o personaggi che preferivano non entrare dalla porta principale si fermavano vicino all’inferriata, solo per un momento, poi riprendevano il cammino.

Basaglia ascolta. Ha finito il caffè. Ha fumato pure due sigarette. Si stringe le spalle. Indossa quella sahariana grigia con cui portò in volo sopra Venezia i matti del manicomio di Trieste.

Joaquìn Font rimase dentro pure quando la terra tremò. Almeno, nel manicomio dei poveri hai il vantaggio che per risparmiare davano meno pillole, le pillole costano, per cui stavano dentro ok, ma meno rimbambiti confronto a un manicomio per ricchi. Vedi Basaglia, tu non lo puoi sapere perché sei morto prima, ma negli anni ottanta-novanta cogli psicofarmaci è stato un gran casino. Tu li avrai pure chiusi i manicomi in Italia, e in molti altri posti li hanno trasformati in posti piccoli belli e profumati, ma i farmaci, lo sai che dice uno di quelli che hai fregato? Sì, che hai fulminato sulla tua via insomma. Cipriano, quello che sta là in fondo che ci spia, non ti girare, pensa che non me ne sono accorto che ci sta a sentire, dice che gli psicofarmaci adesso sono il vero manicomio.

Insomma, tremò pure nel manicomio di Joaquìn Font e quando giorni dopo lo andò a trovare sua figlia gli chiese l’hai saputo del terremoto? Certo che l’ho saputo, fa lui. Sono morti in tanti? No, non tanti, fa la figlia, ma abbastanza. Sono morti amici miei? Che io sappia nessuno, fa la figlia. A volte penso che tu non sia pazzo, fa la figlia. Non sono pazzo, dice lui, sono solo confuso. Però la confusione ti dura da un bel po’, fa la figlia. Il tempo è un’illusione, fa lui. Se potessi ti farei uscire, fa la figlia. Non c’è fretta, dice lui. Fosse per me ti tirerei fuori oggi stesso. Non ti preoccupare, dice lui. Durante il terremoto i dolenti della Fortaleza erano tutti caduti dal letto, quelli che non erano legati, e non c’era nessuno a controllare i padiglioni perché gli infermieri erano usciti in strada e alcuni erano andati in città per sapere qualcosa delle loro famiglie. Per qualche ora i pazzi furono abbandonati a loro stessi. E cosa fecero?, chiese la figlia. Alcuni si misero a pregare, altri uscirono nei cortili, la maggior parte continuò a dormire, nei letti o per terra.

Pure il manicomio di Ancona, fa Basaglia, durante la seconda guerra mondiale lo bombardarono, gli infermieri e i medici fuggirono, i matti pure, quelli che non morirono legati intendo. Ricominciarono a vivere, là attorno. Alcuni si sposarono perfino. La bomba fu la loro libertà. Io decisi di mettere una bomba nei manicomi d’Italia. Qualcuno disse che sono stato una specie di anarchico bombarolo. Ma ne vado fiero, sai?

I pazzi della Fortalezza deambulavano come uccellini, serafini e cherubini con i capelli impiastrati di merda. Deambulavano come fiches di un gioco d’azzardo ancora più pazzo.

A un certo punto Joaquìn torna a casa. Lì era tutto cambiato. Sua moglie non abitava più lì e nella sua camera ci dormiva sua figlia. La prima notte dorme in salone. I rumori gli stessi di sempre. Ma qualcosa li rendeva diversi. Non riusciva a dormire. Dopo un po’ di giorni tornò in camera sua. Andava meglio. Però nel giro di tre giorni la stanza era completamente impregnata del suo odore, un odore di vecchio, di pazzo, e tutto tornò come prima. Si deprimeva, non sapeva cosa fare. Rimaneva immobile e lasciava che passassero le ore finché non tornava qualcuno. A volte suonava il telefono, lui rispondeva, ma nessuno più lo conosceva. Cominciò a fare passeggiate nel quartiere. Sempre più lontano. Due volte lo rapinarono. La seconda lo riempirono di botte. Ma lui ormai il dolore non lo sentiva più. Questa cosa, di non sentire il dolore, l’aveva imparata in manicomio. Non mi importava essere picchiato ogni tanto. Tutti i giorni mi sarebbe dispiaciuto, ma ogni tanto no. “Passò il tempo e iniziai a chiamare qualche vecchio amico. Nessuno si ricordava di me. Dicevano dove sei stato, da dove salti fuori, che hai fatto fino a ora. Ero stato all’estero, in giro per il Mediterraneo. Tra Italia e Istambul. Beato te, ma perché sei tornato? Il Messico sta andando a rotoli, lo sai no? Be’, è il mio paese, e ne sentivo la mancanza, guardavo quelle piccole barche a vela del Mediterraneo e mi veniva da piangere. Qualcuno diceva: ma non eri stato in manicomio? Dicevo sì, ma molti anni fa, poi ci sono stato davvero all’estero. Per una prescrizione medica. Dovevo svagarmi. I miei amici ridevano. Che sagoma. Poi trovai lavoro. Poi un giorno compresi che eravamo governati dal caso, e che in quella tempesta saremmo annegati tutti e solo i più astuti, non certamente io, si sarebbero tenuti a galla, ma non per molto”.

Accidenti, fa Basaglia al barista cileno che da vivo era riuscito per un momento a diventare il più grande narratore vivente, avevi ragione, sei davvero esperto di manicomi. La sai davvero lunga.

Te l’ho detto, noi latinoamericani siamo cresciuti in un continente manicomio. L’America Latina è stata il manicomio d’Europa, così come gli Stati Unitine sono la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio ne sono la mano d’opera.

Sai, prima che il cancro mi perforasse il cranio, dopo aver visto i manicomi d’Europa – Francia, Regno Unito, Germania – ho fatto in tempo a vedere pure i manicomi giganti dell’America Latina. Prima di vederli ero persuaso che tutti i manicomi si assomigliassero. Un medesimo inferno. Invece no. Hai ragione. I vostri sono ancora peggio. Era novembre del 1979, visitai alcuni manicomi brasiliani, quello di Barbacena aveva milleseicento internati trappolati in cortili lerci, seduti sulle proprie feci, nudi e legati, e il direttore di quel posto, peraltro mio collega, anche se io allora non ero già più direttore di manicomio, perché il mio manicomio lo avevo ucciso, lo avevo ucciso e lui si era vendicato uccidendo me, il direttore di Barbacena disse che quei malati senza speranza non c’era altro da fare che tenerli legati in attesa di un neurochirurgo che li trasformasse in vegetali.

A quel punto Bolaño si è girato verso di me, eccolo ha detto, sta lì che scrive, prende nota, ha scritto tutto ciò che ci siamo detti, sta componendo un libro, un libro inutile che al massimo convincerà qualche altro illuso, com’è che vi chiamano adesso?, i basagliani. E crede che quel libro che sta scrivendo gli sopravvivrà, ma Borges gli direbbe che è un imbecille! Perché la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà… l’oblio è il destino comune di tutto, anche di questo bar, El destino, l’unico bar di questo paese all’inferno.

La cosa confesso mi ha infastidito, per cui ho pensato che non poteva finire così quest’intervista, pessimista oltre ogni ragionevole misura, ho guardato Basaglia e, senza proferir parola, ho pensato, cazzo, ma dov’è il tuo ottimismo, l’ottimismo gramsciano della volontà che sempre hai sbandierato nei tuoi vent’anni di guerra al manicomio, lui, nonostante non mi fossi espresso mi ha capito e dice a Bolaño: Roberto, gli dice, non mi pare il caso di essere così pessimista, in fondo qui ora non te la passi così male, e d’altra parte i critici – quelli vivi – sono con te, i lettori – quelli vivi – non ne parliamo, per un po’ sei salvo dall’oblio, su con la vita (dico per dire).

E Bolaño recita, paro paro, ricordandosi per filo e per segno quel che mette in bocca a Iñaki Echavarne, nei Detective: “Per un po’ la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio può essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono uno per uno e l’Opera va avanti da sola, sebbene un’altra Critica e altri Lettori a poco a poco comincino ad accompagnarla sulla sua rotta. Poi la Critica muore di nuovo e i Lettori muoiono di nuovo e su questa pista di ossa l’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine… ma un’altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’Immensità. E un giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estingueranno il sole e la terra e il sistema solare e la galassia e la più recondita memoria degli uomini. Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia”.

A questo punto Bolaño si rende conto di essere apparso nichilista tendente all’apocalittico, e siccome niente è più falso, giacché non c’è un solo Autore al mondo, vivente o morente, che possa pensare di essere più ottimista di Bolaño, ecco che recupera in calcio d’angolo la sua credibilità. Si appropria delle parole di Pere Ordòñez e dice: “Un tempo gli scrittori di Spagna (e dell’America Latina) facevano il loro ingresso sulla scena pubblica per trasgredirla, per riformarla, per bruciarla, per rivoluzionarla. Gli scrittori di Spagna (e dell’America Latina) provenivano generalmente da famiglie agiate, famiglie consolidate o con una certa posizione, e nel prendere la penna si rivoltavano o si ribellavano contro quella posizione: scrivere era rinunciare, era rinnegare, a volte era suicidarsi. Era andare contro la famiglia”. (“E’ quello che hai fatto tu, Basaglia, eri ricco, avevi una famiglia da rinnegare, e l’hai rinnegata rinnegando il tuo mestiere, eri il signore l’imperatore il dittatore del manicomio, l’hai fatto fuori il manicomio”). “Oggi gli scrittori di Spagna (e dell’America Latina) provengono in numero sempre più allarmante da famiglie delle classi inferiori, dal proletariato e dal sottoproletariato, e il loro esercizio più usuale della scrittura è un mezzo per dare la scalata alla piramide sociale, un modo per sistemarsi facendo ben attenzione a non trasgredire niente. Non dico che non siano colti. Sono colti tanto quanto quelli di prima. O quasi. Non dico che non siano lavoratori. Sono molto più lavoratori di quelli di prima! Però sono, anche, molto più volgari. E si comportano da manager o da gangster. E non rinnegano nulla o rinnegano solo quel che si può rinnegare e si preoccupano molto di non crearsi dei nemici o di sceglierseli tra i più inermi. Non si suicidano per un’idea bensì per pazzia o per rabbia. Le porte, implacabilmente, si spalancano al loro passaggio. E così la letteratura va come sta andando. Tutto quel che inizia come commedia finisce indefettibilmente in commedia”.

Mi guarda, poi guarda Basaglia, che ride, e strizza gli occhi contento, quel suo tic, e dice: “No”?


(Modificata da: P. Cipriano, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, Elèuthera, Milano, 2018)

]]>
IL CANONE DI BOLAÑO. Spirito e corpo della fantascienza https://www.carmillaonline.com/2018/09/18/il-canone-di-bolano-spirito-e-corpo-della-fantascienza/ Tue, 18 Sep 2018 02:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48579 di Alessandro Fambrini

 

Adelphi non è nuova in assoluto alla fantascienza: ricordiamo anni fa (1997) l’inclusione di un classico del genere scaturito dal serbatoio caotico e vitale del pulp, il romanzo Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, uno dei pochi passaggi della patinata casa editrice milanese a un regime proletario. E ancora prima: c’erano state le distopie di Guido Morselli e le fantasmagorie allucinate di Stelio Mattioni e J. Rodolfo Wilcock, la archeofantascienza del Viaggio sotterraneo di Niels Klim di Ludvig Holberg, la protofantascienza de La nube purpurea di Matthew P. Shiel e la parafantascienza della trilogia Lontano dal pianeta silenziosoPerelandra Quell’orribile forza di C. S. Lewis, e poi [...]]]> di Alessandro Fambrini

 

Adelphi non è nuova in assoluto alla fantascienza: ricordiamo anni fa (1997) l’inclusione di un classico del genere scaturito dal serbatoio caotico e vitale del pulp, il romanzo Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, uno dei pochi passaggi della patinata casa editrice milanese a un regime proletario. E ancora prima: c’erano state le distopie di Guido Morselli e le fantasmagorie allucinate di Stelio Mattioni e J. Rodolfo Wilcock, la archeofantascienza del Viaggio sotterraneo di Niels Klim di Ludvig Holberg, la protofantascienza de La nube purpurea di Matthew P. Shiel e la parafantascienza della trilogia Lontano dal pianeta silenziosoPerelandra Quell’orribile forza di C. S. Lewis, e poi le utopie di Samuel Butler e René Daumal, oltre a molto fantasy, anche incrociato con l’horror, da Tolkien a Mervyn Peake, da Shirley Jackson a Meyrink. Senza dimenticare che, risalendo alle origini dell’attività della casa editrice, al primo numero della “Biblioteca Adelphi”, ci s’imbatte in un classico del fantastico novecentesco, L’altra parte di Alfred Kubin.

Ora, tuttavia, esce Lo spirito della fantascienza di Roberto Bolaño, ed è la prima volta che il sostantivo “fantascienza” campeggia in copertina, e anzi è in assoluto una delle prime volte in Italia che il termine si presenta nel titolo stesso di un romanzo (ricordiamo, ormai quasi una ventina di anni fa, Il venditore di libri usati di fantascienza di Romolo Bugaro;  qualche anno prima c’era stato il metonimico Le copertine di Urania di Michele Mari, ma quello era solo un racconto), a sancirne non solo e non tanto l’appartenenza, quanto l’affermazione di uno statuto oggettivo, di una categoria della letteratura e della realtà, nonché a esprimere una volontà di riflessione sul genere, a dichiarare il suo incasellamento in una dimensione fondativa, costitutiva dello spirito. Lo spirito della fantascienza, appunto.

Tutto questo mentre “la parola fantascienza [è] ormai scomparsa da tempo dalle copertine dei libri” (http://www.fantascienza.com/18928/gli-oscar-riportano-la-fantascienza-in-libreria, 16 maggio 2014): ma il romanzo di Bolaño, che risale agli anni Ottanta e, rimasto per decenni tra le sue carte, è stato pubblicato solo nel 2016, non indica certo un’inversione di tendenza. Accenna, semmai, a una direzione utopica, o se non a quella di un’utopia almeno di un idillio, a un mondo di possibilità irrealizzate in cui la fantascienza è un’entità definita e il suo ampio paradigma ha consistenza di realtà, a differenza di oggi in cui i suoi stilemi sono diffusi ovunque e contaminano di sé un campo culturale molto ampio, fino a renderne vaga e irriconoscibile la matrice. In questo Bolaño, invece, la fantascienza è proprio fantascienza, fatta di scrittori targati, chiamati con il loro nome e anzi chiamati in causa direttamente, attraverso le lettere che Jan Schrella, personaggio un po’ dissociato e un po’ folle, proiezione dell’autore (e anzi alla fine del romanzo smascherato come suo alter ego) scrive loro, invitandoli a improbabili confronti, ad assunzioni di responsabilità, a chiamate in correo in cui la loro opera diviene specchio in cui si confrontano le sue azioni e la sua percezione del mondo.

La fantascienza di questo romanzo, in effetti, non è fantascienza (se non indirettamente, come riflesso di un riflesso: il riflesso dei racconti di fantascienza scritti da uno Jan ragazzino e che il suo professore di letteratura, “un uomo in buona fede, innamorato selvaggiamente di Scott Fitzgerald e in modo più tranquillo della Repubblica delle Lettere”, liquida con un’alzata di spalle, esclamando mestamente: “Caro Jan, spero che tu non stia fumando”), ma ciò che il titolo puntualizza: ancora una volta, lo spirito della fantascienza, il senso di una realtà fluida, soggetta a cambiamenti, pervasa da un dinamismo che mette in relazione le leggi della fisica con i moti della psiche umana. Il tutto innervato da una scrittura elettrica che alterna quadri narrativi tradizionali (dal punto di vista dell’amico e coinquilino di Jan, Remo, nell’appartamento che condividono a Città del Messico) a inserti dialogici, interviste, funambolismi visionari il cui riferimento concettuale è proprio quello del grande serbatoio fantastico-fantascientifico novecentesco. Fin dalle prime pagine: nei topi che Jan sente brulicare sopra o dentro il tetto della stanza in cui vive (“Allora […] disse che il soffitto della nostra stanza era infestato di topi mutanti, non li senti?, sussurrò con la mia mano sulla fronte e io gli dissi sì, è la prima volta che sento dei topi squittire sul soffitto di una stanza sul tetto a terrazza all’ottavo piano. Ah, disse Jan”) echeggia il Lovecraft dei Ratti nel muro, con un’ironia che smorza gli eccessi metafisici dello scrittore americano e al contempo ricostruisce l’orrore in dimensioni molto più accessibili e concrete, presenza tangibile nella realtà di bohémiens emarginati che vivono l’esperienza quotidiana come enigma insensato e straniante, su cui aleggia l’ombra di minacce tutt’altro che soprannaturali (il professore che disprezza la fantascienza finisce spazzato via mentre è intento a una passeggiata “alla luce di luna durante il coprifuoco”, nel Cile di Pinochet).

E poi le lettere, in cui Jan/Bolaño proietta un suo canone e una sua visione del genere. Già quella di apertura, ad Alice Sheldon, è una dichiarazione d’intenti, in cui la fantascienza va a occupare il campo che ne definisce le peculiarità, tra la miseria e il sublime:

“Cara Alice Sheldon, volevo solo dirle che l’ammiro profondamente… Ho letto i suoi libri con  devozione… Quando ho dovuto disfarmi della mia biblioteca non sono stato capace di regalare tutte le sue opere… Così conservo ancora La via delle stelle e a volte ne recito a memoria dei pezzi… Solo per me… […] E ho conosciuto anche uno scrittore di fantascienza… Secondo molti l’unico scrittore di fantascienza del mio paese… Ma io non credo… Remo mi racconta che sua madre ne ha conosciuto un altro più di dieci o quindici anni fa… Si chiamava González, o così sembra di ricordare al mio amico, ed era un funzionario dell’unità statistica dell’Ospedale di Valparaíso… Dava soldi alla madre di Remo e alle altre ragazze perché comprassero il suo romanzo… Pubblicato a sue spese […]. Naturalmente vendettero solo i libri che compravano le ragazze e i ragazzi dell’unità statistica… Remo ne ricorda i nomi: Maite, la signora Lucía, rabanales, Pereira… Ma non il titolo del libro… L’invasione dei marzianiViaggio nella nebulosa di AndromedaIl segreto delle Ande… Non riesco a immaginarlo… Forse un giorno ne troverò una copia… Dopo averlo letto glielo spedirò come modestissima ricompensa per le ore di gioia che lei mi ha dato”.

Oppure le due lettere a Ursula Le Guin, in cui attraverso la scrittrice americana si dischiudono orizzonti libertari e sterminati, l’unico modo di venire a patti con una realtà opprimente, e gli scrittori di fantascienza appaiono come sacerdoti nel piccolo pantheon di un culto trasgressivo: “Certo è dura. Cerco di imparare, studiare, osservare, ma torno sempre al punto di partenza: è dura e sono in America Latina, è dura e sono latinoamericano, è dura e per colmo di disgrazia sono nato in Cile, anche se Hugo Correa (le dice qualcosa?) potrebbe contraddirmi. Per quanto riguarda le lettere sono tutte rivolte a scrittori di fantascienza degli Stati Uniti; scrittori che suppongo ragionevolmente siano ancora vivie che mi piacciono come James Tiptree Jr., Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, R.A. Lafferty, Fritz Leiber, Alfred Bester. (Ah, se potessi mettermi in comunicazione con i morti scriverei a Philip K. Dick). Non credo che molte delle mie missive arrivino ai destinatari ma devo sperarlo con tutte le mie forze e continuare a spedirle”.

Così, alla fine, la fantascienza di Bolaño risulta essere la proiezione di uno slancio rivoluzionario ed eversivo (tra parentesi: ciò che ha avvicinato molti di noi alle sue pagine), il paradigma di un ribaltamento delle gerarchie, di quelle letterarie innanzitutto: un modello in cui si profilano mondi possibili dalle potenzialità infinite, dal quadrante trascurato di una letteratura considerata minore. Ciò che la fantascienza ha creato, attraverso i suoi protagonisti, è un universo condiviso, un serbatoio di alternative al reale che si profilano all’orizzonte e ci aiutano (ci aiutavano?) a tenere dritta la barra sulla rotta dell’utopia.

Bolaño tutto questo lo dice e lo dimostra con il suo modo di scrivere fatto di furore irrazional-matematico. La chiave delle sue equazioni è in un testo che non viene solo evocato, ma parafrasato in un dettagliato resoconto che Jan fa a Remo durante uno dei loro colloqui: si tratta del racconto Silhouette di Gene Wolfe, una storia spaziale che mescola i cliché del genere con la visione di un futuro distopico in cui il Terzo Reich ha vinto la seconda Guerra Mondiale e si è dilatato fino alle stelle, esportando nel cosmo profondo il proprio modello oscuro e malato. Lassù, l’incontro con l’Ombra – enigmatico alieno che occupa lo spazio fisico-non-fisico dell’ombra del protagonista – contribuirà a far emergere le contraddizioni dell’equipaggio dell’astronave terrestre e a farne dilagare i conflitti fino all’implodere del sistema su stesso.

Silhouette – un racconto non privo di speranza – è apparso nel 1975 in un’antologia curata da Robert Silverberg (un altro degli autori cui Jan Schrella si rivolge nel suo parossismo epistolare) e che comprende altri due testi: A Momentary Taste of Being di James Tiptree Jr. (la Alice Sheldon della prima lettera, e destinataria di una seconda lettera anche con questo suo pseudonimo) e The New Atlantis di Ursula Le Guin, una tra le novelle più note e profonde di questa profondissima scrittrice, e che dà il titolo all’intera raccolta. Ecco: lo spirito della fantascienza è la Nuova Atlantide. Un modello – non solo un miraggio – di perfezione paradossalmente imperfetta e proprio per questo possibile, per un’umanità che sia riuscita a venire a patti con la propria Ombra.

 

 

 

]]>
Il libro delle metamorfosi – Intervista a Piero Cipriano https://www.carmillaonline.com/2018/05/06/libro-delle-metamorfosi-intervista-piero-cipriano/ Sat, 05 May 2018 22:01:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45116 di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non [...]]]> di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non è possibile sfuggire. In attesa dell’uscita del libro ti chiediamo di anticiparci brevemente qualcosa a tal proposito.

[pc] I quarant’anni di una legge straordinaria ma tutto sommato per lo più tradita offrono l’occasione per fare il punto. Quella legge era fatta a misura del manicomio classico, quello che siamo abituati a pensare essere il manicomio, l’unico manicomio, il manicomio inventato da Pinel nel 1794, il manicomio lager che serviva per segregare i devianti affetti da un qualche elemento di follia, non per curarli e restituirli alla società ma per separarli per sempre da essa. Un luogo dove si compiva un’eutanasia sociale prossima a quella dei lager nazisti. Il luogo della definitiva sparizione degli esseri umani diversamente ragionanti. Diciamo che con la legge 180 si decretava, in Italia almeno, la fine di questi dispositivi di annientamento. Ma, è quel che sostengo in questo libro, il manicomio è un Proteo, è cangiante, e la psichiatria ha saputo sempre declinarsi in un manicomio; posto fuori legge il manicomio concentrazionario ecco ascendere, proprio a partire dal 1980, un manicomio fatto di etichette diagnostiche e psicofarmaci conseguenti, a vita, quel manicomio che ho definito chimico, il 2.0, diciamo. Ma questo manicomio invisibile si embrica con un ulteriore manicomio, trasparente, emanazione di questa società della trasparenza, la società digitale del web, della rete, dei social network, dove ognuno si denuda e mette in piazza la sua esistenza, dove il controllo è totale, come in un panottico dove, a differenza di quello benthamiano, i controllori sono gli stessi controllati, un controllo reciproco a 360 gradi, perfetto. Dirai ok, ma come questo si interseca con il manicomio chimico e quello concentrazionario? Ti faccio un esempio. La Food and Drug americana sta sperimentando un sistema detto Proteus (non per caso ispirato al Proteo mostro cangiante della mitologia) per rendere l’assunzione dei nuovi antipsicotici sicura, certa, assoluta. Il malato psichico del prossimo futuro digitale ingoia la pasticca, dotata di un sensore ingeribile che comunica con un sensore posto sulla pelle che a sua volta comunica col tablet dello psichiatra, il quale alla prima trasgressione provvederà al ricovero obbligatorio, in un reparto chiuso. Ecco che il manicomio chimico si embrica con quello digitale e con quello concentrazionario. L’uno non esclude l’altro ma si combinano. Poi mi sono perfino immaginato un povero paziente psichico digitale la cui assunzione o meno del farmaco con sensore sarà premiata con un like o biasimata con un dislike da parte dei suoi cosiddetti amici social-virtuali. E così via. Non ti racconto tutto…

[ght] Nel libro, ricostruendo la lunga lotta condotta da Basaglia contro il manicomio concentrazionario e il significato assunto dalla Legge 180 da essa derivata, insisti sulla necessità di una nuova rivoluzione anti-manicomiale. Ti chiediamo di fornirci qualche elemento utile a motivare l’urgenza di una nuova rivoluzione nell’ambito del disagio mentale.

[pc] La Legge 180 è stata una legge straordinaria, meglio di così non si poteva fare. Però è stata applicata solo in pochi luoghi, che peraltro dimostrano proprio il contrario di ciò che sostengono i detrattori, ovvero che sapendola attuare è una legge che fa quel che deve fare, ovvero elimina la manicomialità, e permette la cura delle persone nei luoghi di vita e non nelle cliniche, nei letti, nei luoghi a parte, nei tanti manicomietti e caravanserragli sparsi per il paese, che si chiamino SPDC che si chiamino casa di cura che si chiamino comunità terapeutica che si chiamino REMS. Una rivoluzione politica e scientifica che, come spesso succede, è stata in parte riassorbita, se non vanificata. La vicenda del suo ispiratore, Franco Basaglia, sulla cui figura imposto questo libro, assomiglia a quella del ginecologo viennese della metà dell’Ottocento, Filippo Ignazio Semmelweis. Il quale aveva intuito che la sepsi puerperale delle donne gravide dipendeva dalle mani dei medici, che non lavate, le infettavano a morte. Bastava lavarsi le mani, suggerì Semmelweis. Grandissima intuizione, politica e scientifica. Ebbene, fu necessario mezzo secolo perché Pasteur dimostrasse, con le scoperte microbiche, che Semmelweis aveva ragione. Nel frattempo i medici avevano ottusamente continuato a non lavarsi le mani. Nel nostro specifico sembra sia accaduta la stessa cosa. Basaglia come Semmelweis dice sono gli psichiatri che con i loro dispositivi internanti ovvero i manicomi uccidono, socialmente e fisicamente, le persone. Ancora una volta il motivo della malattia è iatrogeno. Lavatevi le mani. Eliminate i manicomi. Be’, siamo anche noi in attesa di un Pasteur della psichiatria che confermi l’intuizione di Basaglia e dica: i manicomi ammalano, non curano.

[ght] Nel libro concedi spazio ad autori come Paolo Virzì, Silvano Agosti, Nicola Lagioia e Pierpaolo Capovilla, accomunati dall’avere raccontato al grande pubblico il mondo della sofferenza mentale. Mi sembra sia importante raggiungere un pubblico diffuso perché quella rivoluzione anti-manicomiale di cui parli richiede una rivoluzione dell’immaginario collettivo e il ruolo del cinema, della musica, della narrativa e di altre forme di comunicazione è probabilmente fondamentale per il raggiungimento di questo scopo.

[pc] In effetti non l’ho detto ma lo dico ora: sono due libri, appunto. Nel primo libro, che rappresenta la prima parte, faccio una contro-storia della follia e dell’anti-follia ovvero la psichiatria, da Pinel a oggi, dove il fulcro è Basaglia. C’è insomma, io penso, nella storia della psichiatria, un prima e un dopo Basaglia. Un po’ come quell’altro, che non nomino. Nel secondo libro, appunto per capire con chi farla questa rivoluzione se di rivoluzione vogliamo parlare, oppure questa nuova 180 di cui c’è bisogno, do la parola ai nuovi tecnici, operatori, esperti della salute mentale. Capire da loro cos’hanno in testa. Cosa pensano di fare. Purtroppo erano tanti a cui ho dato la parola, e siccome il libro è fatto di pagine e di carta, ad alcuni di loro a malincuore ho dovuto toglierla, nel senso che troveranno spazio nella versione e-book, ma non nella forma cartacea, in cui saranno presenti solo cinque: uno psicologo che fa lo psicologo non nello studiolo dorato ma in un orto, una filosofa che fa le consulenze filosofiche, un giovane psichiatra che come me a trent’anni si sente un cane in chiesa, un’infermiera poco più che ventenne che vede le fasce come il fumo negli occhi, e un’economista nonché esperta di jazz che non ha neppure uno straccio di attestato che la abiliti alla cura eppure ha delle splendide idee di come una società dovrebbe prendersi cura di sé invece di ricorrere agli esperti.
Prima di arrivare a quelli famosi di cui mi chiedi, devo dirti che ho dato la parola anche agli esigenti, ovvero impazienti che hanno delle idee molto chiare su cosa vogliono e cosa non, hanno avuto un inciampo psichico ma non gli piace di essere maltrattati da operatori poco gentili. Sono una filosofa una poetessa e un narratore. Sono stupendi. Infine questi quattro grandi autori. Perché? Quando Basaglia prese la direzione del manicomio di Gorizia prima e di Trieste poi cosa fece? Per prima cosa li aprì, e dopo li distrusse. Per distruggerli però li dovette prima aprire. Aprire alla cittadinanza. Da lager diventarono nel giro di pochi anni luoghi di vita: concerti, spettacoli, teatro. Entrarono Dario Fo, De Gregori, gli Area, Battiato, molti altri. Nel momento in cui erano stati aperti, fu facile abolirli, a quel punto non avevano più senso come luoghi di internamento.
Per i nostri manicomi succedanei direi che è un po’ la stessa cosa. Abbiamo bisogno di farli conoscere. Ho individuato alcuni artisti che per un verso si sono già occupati a fondo di questi temi, per altri versi sono dei potenti amplificatori. Virzì veniva fuori dal film La pazza gioia dove racconta benissimo le contraddizioni della psichiatria italiana di questi anni. Mi venne a cercare nell’ospedale dove lavoro dopo aver letto Il manicomio chimico, a quei tempi era voracissimo di tutto ciò che ineriva il tema, sapeva tutto, ed era appassionato e direi decisamente schierato. Era con noi, con Basaglia, con Marco Cavallo, nel film denunciava le contenzioni, l’elettrochoc, la follia dei manicomi giudiziari, le pasticche facili, insomma, il suo film l’ho trovato molto più potente e immediato di molti saggi o documentari. Direi che è stato, per questo tema, ciò che negli anni Settanta era stato Silvano Agosti, autore di Matti da slegare e del documentario Il volo con cui filmava Basaglia e duecento internati in gita aerea su Venezia. Perciò ho voluto intervistare pure Agosti, testimone di quella rivoluzione. Nicola Lagioia, invece, apparentemente è il meno dentro alla questione manicomi, però è esperto di quel tipo di manicomio che sono le sostanze o gli psicofarmaci. In che senso. Nel senso che con lui i mediatori sono stati due narratori su cui lui è ferratissimo, e che, secondo me, sono stati i massimi esperti dei due manicomi di cui scrivo: Roberto Bolaño dei grandi manicomi concentrazionari dell’America latina, di cui parla nei Detective selvaggi e in 2666, e David Foster Wallace del manicomio chimico, essendo un dichiarato dipendente da antidepressivi, i nuovi psico-cosmetici che alimentano questa nostra contemporanea società della prestazione. Infine Pierpaolo Capovilla, è stato divertente intervistare un cantautore rock di cui, essendone diventato amico, pensavo di sapere già molte cose. Invece viene fuori ancora il fuoco, la passione civile che lo divora, e che ha messo a disposizione della causa dei perdenti. Dei soccombenti, voglio dire, in questa lotta cartesiana tra chi ha la ragione e chi no.


[Su Carmilla:Conversazione con Piero Cipriano, psichiatra riluttante” – P. Cipriano, “Le psichiatrie al lavoro” – P. Cipriano, “Il manicomio che non vuole morire” – P. Cipriano, “Lo specialista pericoloso” – P. Cipriano, “Metapsicologia dell’inanalizzabile” – P. Cipriano, “Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia” – Volumi di Piero Cipriano recensiti: P. Cipriano, La fabbrica della cura mentale (2013) – P. Cipriano, Il manicomio chimico (2015) – P. Cipriano, La società dei devianti (2016)]

]]>
Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia https://www.carmillaonline.com/2017/07/12/selvaggio-abrahams-bolano-basaglia/ Tue, 11 Jul 2017 22:05:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39417 di Piero Cipriano

Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina (Introduzione e cura di), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 152, € 14,00

Un singolare gatto selvatico, sottotitolo Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, libro a cura di Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, edito da Ombre Corte, è un libro che mi ha incuriosito molto, ma non certo perché ho a cuore le sorti della psicanalisi, di cui non mi importa granché, ma perché sapevo che entrambi i miei demoni, il demone della letteratura [...]]]> di Piero Cipriano

Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina (Introduzione e cura di), Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 152, € 14,00

Un singolare gatto selvatico, sottotitolo Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, libro a cura di Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, edito da Ombre Corte, è un libro che mi ha incuriosito molto, ma non certo perché ho a cuore le sorti della psicanalisi, di cui non mi importa granché, ma perché sapevo che entrambi i miei demoni, il demone della letteratura selvaggia Roberto Bolaño e il demone della psichiatria critica e antistituzionale Franco Basaglia, in qualche modo, si erano occupati di Abrahams.

Abrahams

Chi è Abrahams? Riassumo la sua storia assurda.

Nasce nel 1935 da una più che agiata famiglia ebrea, figlio di un importante avvocato. Durante la guerra fuggono negli USA, studia in inglese, studente brillante, maturità a sedici anni, vuol diventare pilota ma i genitori lo inducono a scegliere giurisprudenza. Si laurea ciononostante a soli ventun anni, il più giovane avvocato del Belgio, lavora con il padre, da cui non viene pagato. Eppure il suo primo caso giudiziario è un successo, potrebbe diventare più bravo del padre. Invece a trentun anni, 1966, l’anno prima di brandire il magnetofono contro il suo ex analista, interrompe l’attività di avvocato. E perché andava da un analista? Chi lo sa. Suo padre, a quattordici anni, lo obbliga. Non sappiamo perché, sappiamo che Abrahams vive questa imposizione come un “assalto alla sua giovinezza”. Per quindici anni, dai quattordici ai ventinove, dal 1949 al 1964, si reca due tre volte a settimana in analisi. Io avrei vissuto questa imposizione come una tortura, un TSO, o meglio, un Trattamento Psicanalitico Obbligatorio, dove il proponente è stato il padre e il convalidante l’analista.

Nel dicembre del 1967, a 32 anni, Abrahams diventa il paziente selvaggio, o il gatto selvaggio, per dirla con gli autori di questo libro, e irrompe col magnetofono nello studio del suo ridicolo analista.

Il dialogo psicanalitico, come lo chiama Abrahams, è eloquente, e fa bene Sartre a pubblicarlo.

Una settimana dopo, il ridicolo analista lo fa internare in manicomio. Con la collaborazione del padre (ancora lui) e del fratellastro di Abrahams (scherzo della sorte, anch’egli psicanalista) (per cui a questo punto sono tre i soggetti che internano Abrahams). Dopo una settimana Jean-Jacques fugge, ma verrà ricoverato altre tre volte.

Dopo inizia una nuova vita da poeta/drammaturgo/vendicatore/utopista selvaggio bolañiano. L’anno dopo il gesto del magnetofono e tre ricoveri, nel 68, scrive una lettera alla rivista di Sartre, Les Temps Modernes, racconta la sua rocambolesca fuga dal terzo piano del manicomio con frattura di una mano, gli propone di pubblicare la trascrizione della registrazione al magnetofono, a cui dà il titolo provocatorio Il dialogo psicanalitico. In seguito scriverà di teatro, dove trasferisce la sua utopia di democratizzare il rapporto tra analista e paziente: anche qui ambisce alla scomparsa di ogni differenza tra vita e teatro, tra attori e spettatori, che scompaiano i rapporti di potere. In uno spettacolo dal titolo Rappresentazione critica dell’Edipo re si rivolge al pubblico, per aiutarlo a scoprire la verità sul mito di Edipo, metterlo in guardia rispetto a questa storia, la più terrificante di sempre, e lo fa deridendo ancora una volta il discorso psicanalitico, promette di svelarne i segreti, di rivelare ciò che c’è da sapere su castrazione identificazioni catarsi sublimazione eccetera. Il messaggio è: non c’è stato nessun parricidio, non c’era bisogno di farne una tragedia. D’altra parte, la sua vita dimostrava che se c’era stato un tentativo di far fuori qualcuno, era di figlicidio che si doveva parlare, il figlicidio di suo padre nei suoi confronti, non il contrario.

Abrahams ha un problema con la paternità ma ama sua madre, al punto che quando muore la disseppellisce (per imbalsamarla) e per giorni guida per Bruxelles con la salma. Qui sembra un folle conclamato, o un perfetto personaggio bolañiano. E’ talmente convinto che i rapporti tradizionali nella famiglia debbano cambiare, che quando nasce suo figlio lo chiama Yahveh (padre di tutti gli esseri umani).

La sua attività artistica si conclude nei primi anni 80, in seguito a un avvelenamento da monossido di carbonio. Un suicidio mancato?

Bolaño

Sì ma che c’entra Bolaño? Bolaño cita Sophie Podolski, amica di Abrahams, che a sua volta ha vissuto e ha lavorato nel centro di ricerca di Montfaucon, sorta di comunità hippy, e la cita in Anversa, che non è un libro qualsiasi ma un libro assurdo, al limite dell’illeggibile, peraltro il primo libro narrativo scritto da Bolaño, lo scrive nel 1980, quando lui, ventisette anni, migra dal Messico alla Spagna, migrazione che segna pure il suo passaggio dalla poesia alla narrativa. Infatti Anversa è un ibrido, non si capisce molto, non capisci neppure perché il titolo sia Anversa, se non nel capitolo intitolato Anversa, dove Bolaño descrive un incidente, tra un camion carico di maiali e un’auto, in cui muoiono sia l’autista che alcuni suini. In questo libro più volte Bolaño nomina questa giovane poetessa di un solo libro, che somiglia maledettamente ai poeti messicani protagonisti de I detective selvaggi, libro che lui pubblicherà qualche anno dopo e che è, probabilmente, il suo capolavoro (insieme a 2666). Sophie Podolski kaput, scrive. Ma allora cosa c’entrano Podolski e Abrahams con Bolaño? C’entrano che entrambi avrebbero potuto entrare, a pieno titolo, tra i personaggi bolañiani, far parte di quegli assurdi poeti messicani che si autonominarono infrarealisti (ne I detective selvaggi li chiama visceralisti). L’infrarealismo era la terza via, tra la poesia del cileno Pablo Neruda, che consideravano una squallida poesia politica comunista marxista, e la poesia del messicano Octavio Paz, una asettica poesia nascosta in una torre d’avorio, loro inseguivamo Nicanor Parra. Loro scopo era mettere in discussione l’autorità del poeta padre, Paz e Neruda, la Poesia mainstream latinoamericana che visceralmente contestavano, e pure loro come Abrahams cercavano, forse, la madre: la poetessa Cesària Tinajero. E come questi poeti l’ex analizzando Abrahams, l’ex brillante avvocato diventato teatrante, prova a mettere in discussione l’autorità del padre, il suo psicanalista, e l’intera Psicanalisi ortodossa, quella pratica claustrofilica che ama restare chiusa nella sua chiesa, nel suo confessionale.

Dunque, Abrahams e Sophie Podolwski suscitano l’interesse di Bolaño perché somigliano molto ai suoi poeti selvaggi messicani, poeti che piuttosto che scrivere poesia vivono da poeti, la cui esistenza selvaggia è una continua e costante performance, e non scrivono quasi per niente poesia, e non pubblicano quasi niente. Abrahams è uno di loro. Scrive per stralci, dà i propri scritti a qualche editore, dice fatene ciò che volete.

Basaglia

Dunque gli autori di questo libro tirano dentro Bolaño, che c’entra poco e niente, diciamolo, e non si occupano affatto del punto di contatto tra Abrahams e Basaglia, almeno una citazione. Zero. Eppure Sartre lo suggerisce, nel testo con cui perora Il dialogo psicanalitico sulla sua rivista Les Temps Modernes, quando afferma che, soprattutto in Italia Abrahams troverebbe validi interlocutori, giacché è qui che “una nuova generazione di psichiatri” (e a chi può mai riferirsi, se non a Basaglia?) “cerca di stabilire con le persone che cura un legame di reciprocità… psichiatri che rispettano prima di tutto in ogni malato il soggetto, la libertà deviata di agire”.

Basaglia cita Abrahams ne Le conferenze brasiliane. Quando dice: dal punto di vista del sapere lo psichiatra è il medico più ignorante: non sa niente ma compensa questa carenza con il potere. Nel manicomio questo è evidente. Ci sono poi i vari psicanalisti, psicoterapeuti, psichiatri ecc. ognuno tenta di dare una risposta a quello che è la malattia mentale, ma se noi parlassimo con ciascuno separatamente ci sentiremmo dire che non sanno cos’è la follia, e ciascuno ammetterà anche che la relazione con il paziente è una relazione di potere. L’esempio dello psicoanalista è il più tipico. Su questo problema del dominio dello psicanalista sullo psicanalizzato Abrahams discute in L’uomo col magnetofono. Un giorno un paziente va dallo psicanalista con il registratore e dice: questa volta chi fa la psicoanalisi sono io, lei è il paziente e io lo psicanalista. Lo psicanalista resta sorpreso, cerca di dissuaderlo, ci convincerlo a riprendere il suo posto, siccome il paziente si rifiutava, lo psicanalista prese il telefono e chiamò la polizia.

L’utilizzo che Basaglia fa di Abrahams, per dimostrare che la psicanalisi, non meno della psichiatria (da cui non si distingue così tanto, in termini di potere) è una pratica oppressiva, lo trovo molto interessante. A me questo bizzarro uomo col magnetofono non interessa tanto per il contributo che vuol portare alla critica della psicanalisi, o al miglioramento della psicanalisi. E a questo proposito, trovo interessante ciò che scrive, in questo libro, Antonello Sciacchitano. L’analisi, ci ricorda Sciacchitano, tendenzialmente produce paranoia, e (come la performance di Abrahams dimostra) ciò accade non solo nell’analizzato, ma anche nell’analista. E’ proprio la lunga formazione psicanalitica che induce, nella personalità dell’analista, elementi di rigidità paranoica. Sono, le “sovrastrutture ideologiche, scafandri che le istituzioni psicanalitiche smerciano come formazione psicanalitica e che lo psicanalista adotta per addomesticare la realtà selvaggia della clinica” (i complessi edipici freudiani gli archetipi junghiani i significanti lacaniani e così via). Il punto dolente del freudismo, continua Sciacchitano, è che resta un’analisi che tende a rinforzare l’Io di fronte alle pulsioni dell’Es e ai dettami cervellotici del Super-Io: ma ciò spinge l’Io verso la paranoia. E’ frequente, infatti, che le analisi freudiane finiscano in paranoia: l’Io debole dell’analizzato, dopo l’analisi si sente così forte da analizzare l’analista: è Abrahams questo.

Dunque personalmente mi ritengo fortunato per non aver risposto alle sirene di questa disciplina, tanto superba quanto sopravvalutata, ho sempre contestato gli psicanalisti, claustrofilicamente chiusi nei loro studi d’avorio, staccati dalla vera sofferenza, dalla miseria, dalla merda, dalla feccia umana. Dai manicomi insomma, d’ogni sorta. Dalla sofferenza hard. Dalla miseria esistenziale di “chi non ha non è” (diceva Basaglia).

Sembrano anacronistiche ma le ritengo ancora valide certe affermazioni di Basaglia nel corso delle sue straordinarie conferenze in Brasile, a proposito del mondo della psicanalisi. Eccone alcune.

“Io non voglio offendere nessuno, ma qual è la differenza tra una prostituta che vende il suo corpo e il medico che si prostituisce nel suo ambulatorio, quando dovrebbe dare il massimo della sua attività alle istituzioni pubbliche?” “Gli psicanalisti”, aggiunge, “hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani”. Perché? Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché “chi non ha non è”, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica. Perché la psicanalisi è “terapia di classe”, “cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?”

Affermazioni forti, apparentemente datate, ma non tanto. E’ a margine di queste affermazioni e di questa critica della psicanalisi che, nelle conferenze in Brasile, Basaglia cita Abrahams. E lo cita come esempio del potere e della repressione non solo psichiatrica ma perfino psicanalitica.

Ma perché questo dialogo affascina Basaglia, così come affascina Sartre? Perché capovolge i rapporti tra analista e analizzando, capovolge il rapporto di potere tra i due, e la violenza, che c’è, perché c’è, passa dall’altra parte. Lo psicanalista ridicolo, incapace di gestire l’irruzione nel suo studio del paziente col magnetofono, grida “Violenza fisica! Violenza fisica! Non sono abituato alla violenza fisica!”, così grida. A quella psicologica invece evidentemente ci è abituato, quella per cui obbligare per anni a stare steso sopra un lettino girato di spalle senza poter guardare l’espressione del volto del cosiddetto analista, depositario del segreto, della verità, del tempo della guarigione. Alla violenza dell’interminabile asimmetrica relazione psicanalitica a quella ci è abituato.

Dice Abrahams, nella sua registrazione: “Non si può guarire là sopra – al divano intende – e lei stesso non è guarito perché ha passato anni là sopra. Lei non osa guardare la gente in faccia. Lei mi ha obbligato a voltar le spalle e non è così che si può guarire la gente. Vivere con gli altri significa saperli guardare in faccia”.

Continua: “Sono venuto da lei per molti anni due o tre volte a settimana e cosa ne ho ricavato? Lei ora sta raccogliendo quello che ha seminato con la sua ingannevole teoria”.

Ancora: “Lei è un privilegiato, è venuto dopo di Freud, le hanno pagato gli studi, ed è riuscito a mettere una targa sulla porta! E adesso rompe le palle a un sacco di persone con il diritto di farlo. Lei è un fallito e non farà altro nella vita che rifilare i suoi problemi alle persone…”.

Ecco: uno psicanalista che a queste affermazioni riesce a balbettare solo: “Violenza fisica! Violenza fisica!” conferma di essere davvero un fallito.

Ma a cosa somiglia questa violenza, istituzionale, dello psicanalista e della psicanalisi che Abrahams contesta? Ce lo racconta Basaglia. Somiglia, in scala ridotta, in versione soft, edulcorata, alla violenza che riceve l’internato in manicomio (o, ancora oggi, del ricoverato in molti SPDC o in altri luoghi della psichiatria).

Scrive Basaglia, ne L’istituzione negata, che nel manicomio entra un corpo malato, già messo a dura prova dalla follia, già indebolito. Ma quando inizia questa sua carriera di malato mentale, e varca la soglia dell’istituzione, del manicomio, e penetra in quel luogo dove “prima di uscire sono state controllate serrature e malati”, là dove il corpo malato dell’internato è un suppellettile che ha lo stesso valore di una serratura, il corpo del malato diventa oggetto e (per dirla con le parole di Husserl) smette di essere leib, corpo vissuto, corpo soggetto, corpo che sono, e diventa körper, corpo non più vissuto, corpo oggetto, corpo che ho. E quale possibilità ha l’internato del manicomio, per riprendersi quel poco di soggettività, riprendersi il suo corpo vissuto, il corpo proprio, se non agire, agitarsi, reagendo, con la sua violenza (una violenza apparentemente immotivata, ingiustificata, inopinata, come sempre viene considerata la violenza del folle), alla violenza dell’istituzione manicomiale che ha oggettivato il suo corpo?

Eccoli, allora, questi corpi obbligati dei malati, vengono depositati con violenza ancora oggi dentro la maggior parte dei SPDC, che per riprendersi un po’ di quella soggettività che gli viene estorta dall’istituzione, e tornare a essere leib e non körper, s’incazzano, si insubordinano, diventano agitati, aggressivi, e quasi sempre la risposta dell’istituzione, del SPDC bunker, del servizio forte, blindato, è un rilancio, un’escalation della violenza iniziale, per cui ecco l’uso del farmaco a scopo non terapeutico (sedare) e ecco l’uso delle fasce.

Ma lo scriveva chiaro Franca Ongaro: la medicina è la scienza del corpo morto, scienza che ha cercato di comprendere, nelle aule di anatomia patologica, l’uomo vivo, il malato, attraverso il corpo morto del cadavere. E pure l’ospedale, il luogo di cura per definizione, riproduce il corpo morto dissezionato del cadavere, coi suoi reparti per lo scheletro, per l’apparato digerente, respiratorio, cardiovascolare, eccetera. E in ospedale l’uomo vivo è gradito sempre allettato, clinofilo, perché la clinica è corpo morto, e pure nel reparto psichiatrico, deputato alla cura della psiche malata, il corpo è quasi sempre orizzontale, cadaverico, grazie al ruolo clinofilo di farmaci e fasce.

Allora non solo la psichiatria paga il debito con la medicina e l’anatomia patologica ponendo in posizione cadaverica il paziente (allettandolo con farmaci e fasce quando si agita, quando vuol essere per forza soggetto), ma anche la psicanalisi (con più classe, con più garbo, certo) fa la stessa cosa, data la sua derivazione medica (ce lo ricorda sempre Sciacchitano in questo libro, che la psicanalisi deriva dall’ipnosi, ipnosi che Freud non fu mai abile a fare, e perciò dovette inventarsi un altro modo), altro non ha fatto, la psicanalisi, se non tenere a corpo morto un soggetto, per anni, rendendolo, a volte (sostiene provocatoriamente ma non tanto il maggior etnopsicologo vivente: Tobie Nathan) uno zombie, un morto vivente, qualcuno ormai posseduto dalla teoria del suo analista.

Per cui la violenza di Abrahams per forza mi ricorda, in forma soft, la violenza dell’internato, anzi, ne è preludio, visto che è da quel momento in poi che il selvaggio Abrahams farà un salto di livello, di carriera, passando dalla carriera di portatore di piccola psichiatria alla carriera di malato grave di manicomio, di ricoverato in manicomio, di rocambolesco evasore dal manicomio.

E la piccola violenza di Abrahams, pure questa è un modo per riprendersi il proprio corpo, e riportarlo dalla posizione clinica, psicanalitica, cadaverica e paranoicizzante che non vede mai gli occhi e i pensieri dell’analista, a quella eretta, vitale, di uomo che guarda negli occhi, di uomo in rivolta, potremmo quasi dire (per dirla con Camus).

]]>