Pierluigi Bersani – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 22 Feb 2025 21:00:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Cronache del dopo Bomba https://www.carmillaonline.com/2018/09/23/cronache-del-dopo-bomba/ Sun, 23 Sep 2018 17:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47884 di Alessandra Daniele

“Pensano di essersi liberati di me, ma hanno sbagliato” – Matteo Renzi

Come ha dimostrato chiaramente la reazione del PD alla strage del ponte Morandi, dopo Renzi è ancora Renzi a dettare la linea. E come al solito punta dritta contro un muro. Se il PD vuole scampare alla meritatissima estinzione, deve liberarsi immediatamente del Bomba. Speriamo che non lo faccia. Il PD non è migliore di Renzi. Il Cazzaro non è mai stato, come molti raccontavano, un usurpatore, una metastasi berlusconiana. Renzi è un [...]]]> di Alessandra Daniele

“Pensano di essersi liberati di me, ma hanno sbagliato” – Matteo Renzi

Come ha dimostrato chiaramente la reazione del PD alla strage del ponte Morandi, dopo Renzi è ancora Renzi a dettare la linea. E come al solito punta dritta contro un muro.
Se il PD vuole scampare alla meritatissima estinzione, deve liberarsi immediatamente del Bomba.
Speriamo che non lo faccia.
Il PD non è migliore di Renzi.
Il Cazzaro non è mai stato, come molti raccontavano, un usurpatore, una metastasi berlusconiana. Renzi è un frutto dell’Ulivo. È la logica conseguenza della deriva strutturale che ha portato il PCI, da sempre verticista, opportunista, settario e securitario, a tradire tutti gli ideali e le speranze dei lavoratori e dei movimenti, inseguire il potere lungo la Terza Via globalista, fondersi coi resti della Democrazia Cristiana – un destino manifesto fin dal Compromesso Storico – e diventare il principale garante dell’establishment, e del Capitale.
L’Ulivo di Prodi ha svenduto agli squali le aziende di Stato, e col pacchetto Treu ha legalizzato il nuovo schiavismo del precariato.
La ditta di Bersani, coi governi tecnici, ha smantellato lo Stato Sociale, e lo Statuto dei Lavoratori.
Renzi ha finito il lavoro col Jobs Act e la Buona Scuola, mentre cercava di rottamare anche la Costituzione.
Liberi e Ipocriti, in fuga da Renzi, si sono scelti come padri fondatori Bersani, e il boia di Belgrado.
Il sobrio Gentiloni ha controfirmato la dottrina Minniti che finanzia i campi di concentramento libici.
Tutto il cosiddetto centrosinistra condivide questa marcescenza, di cui il renzismo è solo lo stadio terminale.
In Renzi però si vede più che in chiunque altro.
Renzi è uno sprezzante, grassoccio principino che ancora si rifiuta di vedere quanta rabbia giustificata susciti il semplice apparire del suo stolido faccione in tutti quelli che la sua classe parassitaria ha depredato.
Renzi è la pingue, querula personificazione stessa dell’arroganza del potere ereditario, e il cosiddetto centrosinistra, per avere qualche possibilità di sopravvivere al meritatissimo inverno nucleare che l’aspetta, dovrebbe liberarsi immediatamente di lui e dell’Esercito delle Dodici Sceme, le sue fedelissime che ancora infestano talk e social come uniche portavoce.
Speriamo che non lo faccia.
Renzi si ripete “Il futuro prima o poi torna”, o qualche altra stronzata motivazionale da meme di Facebook. Sogna di fondare un partito tutto suo. Che prenderebbe meno voti della Lorenzin. Pensa “Sull’onda del prossimo spread, tornerà il mio momento”. Si sbaglia. Non tornerà, come non è tornato quello del suo yoda, Rutelli.
O quello di Claudio Martelli. Era giovane, rampante e in camicia anche lui.
Il Bomba è scoppiato. Per sopravvivere al fallout, il PCI/PD tenterà l’ennesima mutazione.
Facciamo che non gli riesca.

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Le Cazzarie https://www.carmillaonline.com/2016/03/13/le-cazzarie/ Sun, 13 Mar 2016 20:00:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29126 di Alessandra Daniele

ratatouillePer festeggiare la vittoria alle primarie del PD di Milano, Sala ha usato Heroes. Avrebbe dovuto usare China Girl. A Roma il numero delle schede nelle urne ha superato di parecchio quello dei votanti. Pare abbiano partecipato anche i topi. A Napoli si pagavano i passanti per votare la candidata renziana al posto degli elettori PD. Un caso di primarie surrogate. Il cosiddetto voto in affitto. Il ricorso di Bassolino è stato respinto per affrancatura insufficiente. Nel PD, tanto per cambiare, sono ai materassi. D’Alema e Bersani approfittano dell’occasione [...]]]> di Alessandra Daniele

ratatouillePer festeggiare la vittoria alle primarie del PD di Milano, Sala ha usato Heroes. Avrebbe dovuto usare China Girl.
A Roma il numero delle schede nelle urne ha superato di parecchio quello dei votanti. Pare abbiano partecipato anche i topi.
A Napoli si pagavano i passanti per votare la candidata renziana al posto degli elettori PD. Un caso di primarie surrogate. Il cosiddetto voto in affitto.
Il ricorso di Bassolino è stato respinto per affrancatura insufficiente.
Nel PD, tanto per cambiare, sono ai materassi. D’Alema e Bersani approfittano dell’occasione in cerca di vendetta, riesumando l’orgoglio ulivista. Pride, Primaries, and Zombies.
Se il peggior nemico dei candidati PD è il PD, il miglior alleato è Berlusconi, che a Roma ha candidato il protettore civile Bertolaso, mobilitando i suoi sorci nella capitale per sostenerlo. In realtà, a un Bertolaso senza terremoto la maggioranza dei romani preferirebbe un terremoto senza Bertolaso.
Intanto il centrodestra è già ridotto in macerie, e Salvini non può ricostruirlo attorno a sé come vorrebbe, gli mancano gli agganci giusti, le relazioni necessarie. Gli servirebbe qualcuno che le creasse per lui. Un Dell’Utri in affitto.
Comunque, dopo il caso Marino, sembra che a Roma nessuno voglia davvero vincere, e diventare sindaco di Topolinia.
Volente o nolente però a qualcuno toccherà essere eletto, e attraversare le cinque fasi della sindacatura:

Rifiuto
Il neosindaco s’aggira incredulo, comportandosi come se fosse ancora in campagna elettorale. Spara promesse impossibili da mantenere, cerca di nominare assessori i suoi cantanti preferiti, visita la città come un turista giapponese.

Mercato
I veri padroni della città, i clan politico mafiosi, presentano il conto per la sua elezione. Il neosindaco distribuisce appalti, assessorati, finanziamenti, e comincia ad ambientarsi, illudendosi che riuscirà a controllare la situazione.

Ira
Cominciano a scoppiare i primi scandali. Il sindaco reagisce ostentando indignazione, millantando assoluta estraneità, spacciandosi come baluardo di legalità contro il malaffare, e minacciando querele.

Depressione
Beccato con le mani nel sacco, il sindaco s’avvilisce e si dispera davanti alle telecamere, continuando a professarsi innocente, non più con arroganza, ma atteggiandosi a vittima di qualche perfido complotto internazionale.

Accettazione
Il sindaco viene prima commissariato, e poi silurato dalla sua stessa giunta. All’inizio brontola, minacciando oscure vendette, ma alla fine si rassegna, consolandosi col sostanzioso vitalizio che ha comunque già maturato, e col sogno d’un ritorno da outsider. È tempo di nuove primarie. I topi si preparano.

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Le elezioni europee e il treno di Lenin https://www.carmillaonline.com/2014/05/16/elezioni-europee-treno-lenin/ Thu, 15 May 2014 22:10:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=14756 di Sandro Moiso Trotsky_Lenin_Kamenev

“Era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.[…] In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come [...]]]> di Sandro Moiso Trotsky_Lenin_Kamenev

“Era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.[…] In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli.” (Niccolò Machiavelli – Il Principe – cap.XXVI)

Machiavelli era, per il suo tempo, un autentico rivoluzionario, anche se Renzi non l’ha ancora capito poiché ogni tanto lo cita a vanvera come quei cattivi studenti che sparano cazzate sperando di salvarsi in corner dall’insufficienza grave, citando luoghi comuni per sentito dire (spesso neanche in classe, ma al bar). Nel disastro il fiorentino doc sapeva, infatti, intravedere la possibilità della ripresa della lotta e della vittoria anche se oggi qualcuno allevato alla scuola del pensiero positivo di Jovanottiana memoria vedrebbe sicuramente in lui uno sfascista.

Piove merda oggi sugli italiani, soprattutto sui giovani e sui lavoratori ma, da qualche giorno, piove ancor più merda sul governo, sul bullo che lo rappresenta, sulle sue vallette e sui suoi cortigiani e su suo nonno. L’anziano re Giorgio.
Non gliene va bene una. Dall’Expo al più recente scandalo bancario di Ubi Banca, quinto gruppo bancario italiano1, fino ai guai con i più recenti dati ISTAT che contraddicono vistosamente le promesse di crescita del PIL nel primo quadrimestre di quest’anno e la ribellione televisiva di Floris. Il premier deve incassare, anche se non sta dimostrando la capacità di Cassius Clay nel farlo, così che, ad ogni sventagliata di cazzotti, jab e upper cut, reagisce con frasi ad effetto da loop cerebrale tipiche di un pugile suonato.

E questa è soltanto l’ultima parte di un breve, ma intenso regno in cui il rinnovatore de’ rinnovatori non ha fatto assolutamente nulla di nuovo e non ha mantenuto una sola promessa tra quelle contenute nel radioso calendario presentato qualche mese fa, a parte la meschina elemosina di 80 euro che ben presto i lavoratori si vedranno portar via sotto forma di ulteriori costi per i servizi e balzelli vari. Senza poi tener conto dell’ulteriore precarizzazione del lavoro contenuta nel Dl appena approvato. Confermando così l’ipotesi scientifica di chi l’ha definito, su queste pagine e fin dagli inizi della sua sfortunata carriera, un cazzaro.

D’altra parte del mazzo di carte che Napolitano aveva a disposizione nel 2011 le due buone erano già state calate ed era rimasto lo scartino, quello che uno si tiene in mano per disperazione se non riesce a liberarsene prima. Così, adesso, Re e nipote sono rimasti nudi.
Il popolo non sa se ridere o piangere e finirà col fare tutte e due le cose.
Vorrebbe impugnare una bandiera, ma quelle che ci sono sono tutte avvelenate.
Anche perché qualcosa che assomigli ad un partito di classe non esiste.
In tutto l’arco della proposta politica istituzionale.

La lista Tsipras, ed è un peccato per il giovane candidato della sinistra greca, non costituisce infatti altro, qui in Italia, che un tentativo per portare via qualche voto ai pentastellati e garantire a Sel qualche possibilità di continuare a trattare col PD poltrone e posticini di potere in cambio di un mal velato appoggio da “sinistra”. E soltanto un errore prospettico causato dal progressivo spostamento a destra di tutto l’arco politico può indurre l’impressione che Barbara Spinelli possa essere anche solo vagamente di sinistra.

Le liste di destra estrema, anti-europeiste e razziste, dalla Lega a Fratelli d’Italia, lasciando perdere lo sciame di liste fascio-populiste, non danno nessuna affidabilità nemmeno ai loro elettori più rincitrulliti, pronte come sono, mascherandosi dietro al più bieco razzismo, a schierarsi in difesa degli interessi del loro nume tutelare, attualmente impegnato in un ridicolo e strombazzato “servizio civile” oppure, come Crosetto in questi ultimi giorni, a difesa di quelli dell’Expo. Come dire: lo s/fascismo è sfasciato e non sa dove andare se non scimmiottare la Le Pen (che può però contare su ben altra tradizione politica e, non dimentichiamolo, sindacale).

A meno di due settimane dal voto europeo, che, comunque ne pensino Renzi e i suoi servi dei mass-media, costituirà un possibile severo test nazionale, le nubi all’orizzonte sono sempre più nere.
Soprattutto per il governo delle banche e della miseria che vede di giorno in giorno aumentare l’astensione e il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle.
Cerchiamo allora di vedere come queste due forme “politiche” potranno pesare sul risultato elettorale e sulle sue conseguenze.

Del secondo, Grillo e il suo movimento, abbiamo già detto tutto ciò che c’era da dire , ma il fatto che rimanga un fattore largamente destabilizzante per gli attuali equilibri di governo permane e sembra rinsaldarsi di giorno in giorno.

Infatti, la crescita dell’astensionismo e del voto grillino costituiscono un vero è proprio incubo per i fautori delle larghe intese, non per la forza che astensionisti e 5 Stelle potrebbero avere, ma per il fatto di vedere la propria base di consenso restringersi sempre di più, costringendo quindi i due partiti maggiori (PD e Fi) e i due minori (Ncd e Sc) ad una lotta mortale per strapparsi fette, anche esigue, di elettorato. Anche perché tutti i sondaggi danno per certo che il movimento di Grillo raccoglierà la maggioranza dei voti giovanili ed operai, lasciando gli altri competitori a contendersi le spoglie dei pensionati e della classe media più impaurita.

Situazione che, come si può ben immaginare, le recentissime rivelazioni dell’ex-Segretario del Tesoro americano Timothy Geithner sul complotto internazionale ai danni di Berlusconi, avvallato da Napolitano e dal PD nel novembre del 2011, non possono far altro che aggravare. Costringendo, tra le altre cose, il Premier a non parlare troppo della ventilata ipotesi di riduzione degli acquisti di F35.

Mentre le vicende che legano a doppio filo le Coop rosse a Cl e alla cupola di loschi affari che governava gli appalti legati all’Expo, attraverso la figura di Claudio Levorato2, non lasciano ben presagire per il voto ormai prossimo. E, tutto sommato, nemmeno per gli affari legati ai cantieri del TAV.

I sondaggi, almeno quelli strombazzati dai principali giornali nazionali e dalla Rai, prima dello stop elettorale davano un 34,5% di voti al PD con dieci punti di distacco dal movimento 5 Stelle. Ma proprio questo risultato, pochi lo hanno sottolineato, era legato ad un sondaggio commissionato dall’interno del Partito Democratico (se non addirittura al suo interno).

Altri più equilibrati davano il PD al 28%, il Movimento 5 Stelle al 27% e Berlusconi al 23%. Questi risultati erano probabilmente più vicini alla realtà, ma erano precedenti allo scandalo Expo che avrebbe, secondo gli ultimi dati di sabato 10 maggio, causato una variazione di scelta elettorale nel 18% dell’elettorato.
Mentre in tutti i casi l’astensione si attestava intorno al 40% o più.

L’astensione in un simile contesto diventa un fattore politico importante poiché, dato per fisso o in crescita il numero di coloro che sceglieranno i 5 Stelle e per scontata una percentuale anche minima di votanti per i movimenti anti-europeisti, il margine di differenziazione tra PD e FI si restringe enormemente. Così, nonostante l’irresistibile declino di Berlusconi & Associati, a farne le spese sarà proprio il PD e Renzi in particolare che, se non raggiungerà almeno il 30%, dovrà fare i conti con un’agguerrita fronda interna, con la voglia di rimonta del centro-destra (berlusconiano o meno) e, anche, con i numerosi nemici che si è fatto nel Senato, nei sindacati confederali e anche nella Rai (come lo spettacolino squallidissimo con Floris ha ben dimostrato).

Dopo il 25 maggio Renzi rischia dunque di vedere aprirsi uno scontro interno al PD e al Governo di cui la prima vittima potrebbe essere proprio lui. Così pur rimanendo prevedibilmente in vita per necessità “bancaria” un governo di larghe alleanze, lo stesso sarà destinato a trascinarsi ancora per un po’ senza alcuna possibilità di realizzare altre riforme e, quindi, destinato a subire un ulteriore drastico taglio delle aspettative da parte delle agenzie di rating, uniche responsabili dell’arbitrato politico ed economico nel nostro paese3. Col pericolo, infine, che anche Sua Maestà debba abdicare a causa di una situazione divenuta insostenibile per la continuazione del suo secondo mandato.

Ad ognuna di queste svolte la situazione è destinata a cambiare e se nelle intenzioni iniziali i governi Monti, Letta e Renzi o, ancora, quelli successivi avrebbero dovuto essere la stessa cosa, alla fine dei conti non lo sono stati e non potranno esserlo ancora a lungo. Per intrinseche debolezze e contraddizioni interne e per una opposizione che si è manifestata sia attivamente che, per paradosso, passivamente.

Grillo non può arrivare al governo. Il ricatto economico sarebbe enorme, si farà di tutto per impedirglielo e lo stesso comico genovese non vorrebbe e non potrebbe affrontare un tale scontro. Tagliare il debito congelandolo non è nelle sue intenzioni e nei suoi programmi. Così la situazione di disordine che potrebbe aprirsi sotto il ricatto finanziario susseguente al prossimo risultato elettorale richiamerà gli antagonisti al loro ruolo, se vorranno svolgerlo. Perché queste elezioni potrebbero costituire il treno sigillato con cui Lenin tornò in Russia per far finire la guerra “a vantaggio del Kaiser”, come avrebbero voluto i tedeschi, ma che si rivelò essere l’inizio di una rivoluzione epocale.

A patto di saper darsi un programma comune, al di là degli slogan, della vuota retorica dei partitini formali e della ricerca di un “nuovo” soggetto rivoluzionario. Che, in fin dei conti, è sempre lo stesso e affonda le sue radici nel lavoro salariato, nella sua progressiva precarizzazione e nel rifiuto della devastazione ambientale. Elementi che tutti gli ultimi governi ci stanno comunque servendo su un piatto d’argento.


  1. Che vede coinvolto Giovanni Bazoli, banchiere di lungo corso, bresciano, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e consigliere e membro del comitato esecutivo dell’Associazione delle banche italiane.  

  2. presidente e consigliere delegato del colosso bolognese della manutenzione Manutencoop, vicinissimo a Pierluigi Bersani e all’area “bersaniana” del Pd, indagato nell’inchiesta Expo e citato più volte dagli arrestati nelle intercettazioni telefoniche come parte attiva del sistema appalti  

  3. Come il repentino aumento dello spread avvenuto nella giornata di giovedì sembra già indicare  

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Ilva connection https://www.carmillaonline.com/2013/07/10/ilva-connection/ Tue, 09 Jul 2013 22:01:34 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7345 di Loris Campetti ilva_campetti

[Anticipiamo l’introduzione all’inchiesta di Loris Campetti Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni (Manni editore, Lecce 2013, pp. 192, € 14.00). La voce di Campetti si aggiunge a quelle di Cosimo Argentina, Girolamo De Michele, Gianmarco Leone, Mauro Vanetti, con le quali, da diversi punti di vista, Carmilla cerca di mantenere l’attenzione sull’Ilva di Taranto]

L’allevatore Vincenzo Fornaro è rimasto senza gregge perché i suoi armenti sono stati avvelenati dalla diossina e dalle polveri dell’Ilva di Taranto, il cui famigerato camino E312 proietta la sua [...]]]> di Loris Campetti ilva_campetti

[Anticipiamo l’introduzione all’inchiesta di Loris Campetti Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni (Manni editore, Lecce 2013, pp. 192, € 14.00). La voce di Campetti si aggiunge a quelle di Cosimo Argentina, Girolamo De Michele, Gianmarco Leone, Mauro Vanetti, con le quali, da diversi punti di vista, Carmilla cerca di mantenere l’attenzione sull’Ilva di Taranto]

L’allevatore Vincenzo Fornaro è rimasto senza gregge perché i suoi armenti sono stati avvelenati dalla diossina e dalle polveri dell’Ilva di Taranto, il cui famigerato camino E312 proietta la sua ombra sinistra in una campagna dove il pascolo è stato vietato. Sono a rischio incenerimento anche le prelibate cozze del Mar Piccolo, di cui il miticoltore Egidio D’Ippolito canta le meraviglie. Delle cozze pelose, quelle rarità del mare che nobilitano la tavola e intorbidano la moralità di taluni politici pugliesi, neanche a parlarne perché crescono in colonie, nei fondali del Mar Piccolo, dove per decenni si sono depositati i metalli pesanti, residui malsani di tutte le stagioni dell’industrializzazione tarantina, dall’Arsenale all’acciaio.

Camminando insieme a Vincenzo e attraversando in barca il Mar Piccolo con Egidio mi sono tornate alla mente alcune frasi di Karl Marx: «Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza lavoro umana». A snaturare l’ambiente è il capitalismo che tutto piega e subordina al profitto. Il lavoro, trasformato in variabile dipendente dell’intero ciclo di accumulazione capitalistica, è la logica conseguenza del passaggio dal valore d’uso al valore di scambio che è la merce, sia essa materiale o immateriale. Immateriale può essere la merce, mai il lavoro.
Inizio questo libro con un riferimento alla Critica al programma di Gotha perché penso che non vi sia molto da inventare per districarsi tra le contraddizioni dell’oggi che si incarnano nel conflitto costruito tra due diritti inalienabili: al lavoro e alla salute, quest’ultima a sua volta condizionata dall’ambiente.
Gli stessi concetti, espressi dal grande vecchio di Treviri, ricorrono in alcuni passaggi dell’ordinanza del gip di Taranto con cui si conferma il carcere per il patriarca della siderurgia italiana, Emilio Riva, per i suoi rampolli e i suoi cavalier serventi. Il lavoro senza la sicurezza e la salubrità non è un diritto ma una maledizione. Questa incontestabile considerazione non è prodotta dall’ideologia, bensì dalla lettura di svariati articoli della Costituzione (1, 4, e dal 35 al 40); le responsabilità della distruzione ambientale di Taranto, e il conseguente disastro sanitario che colpisce operai e cittadini, non possono essere equamente spartite tra chi impone un ricatto e chi talvolta è costretto a subirlo perché è debole, e viene afferrato alla gola da chi usa tutto il suo potere per cancellare il riscatto insito nell’antica cultura del lavoro.

Se è vero che chi fa impresa ha il diritto di garantirsi degli utili, è altrettanto vero che i profitti non possono essere accumulati a danno di chi lavora e della collettività – e che danno: si sta parlando di ogni tipo di tumori, malattie respiratorie e cardiache. A suggerire queste riflessioni contenute nell’ordinanza è, ancora una volta, la nostra Carta costituzionale che si basa su un principio: padrone e operaio non partono dallo stesso livello e non hanno le stesse opportunità, è dunque giusto tutelare maggiormente chi è più svantaggiato. E per rendere ancor più esplicito il concetto, vent’anni dopo la Carta fondamentale ha visto la luce lo Statuto dei lavoratori.
Eppure, quel che appare è ciò che si vuole far apparire, riproponendo per l’ennesima volta la teoria dei due interessi contrapposti: da un lato quello dei lavoratori dell’Ilva che difendono il loro lavoro a ogni costo, anche se il prezzo da pagare è un tumore al polmone e l’inquinamento del territorio, e dall’altra quello dei cittadini che mettono al primo posto la salute, in nome della quale pretendono la chiusura del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Strana idea della cittadinanza questa, che esclude gli operai, trattati da untori. Persino una parte dell’ambientalismo più sensibile alla condizione operaia pretende da loro l’obiezione di coscienza, cioè il rifiuto di lavorare se il prodotto della propria attività provoca un danno sanitario a sé e alla collettività. Così, nella latitanza o peggio con la complicità di tanta politica e tante istituzioni pubbliche e private, laiche e religiose, di tanta stampa asservita e di tanto sindacato cooptato, si perde di vista il nemico principale, il padrone, che grazie a tanta subalternità è riuscito a scatenare la guerra tra poveri, tra le vittime della sua avidità, trasformando il conflitto verticale classico (capitale-lavoro) in un conflitto orizzontale.
Questa contraddizione, che possiamo definire antica, tra diritti inalienabili agita dai soggetti a cui viene negato ora il lavoro ora la salute, ora entrambe, è ben analizzata attraverso una lettura di classe dalla rivista di storia della conflittualità sociale “Zapruder. Storie in movimento”. «Negli anni Settanta, durante la recessione, nelle città statunitensi dell’acciaio circolava uno slogan molto incisivo: ‘Niente lavoro niente cibo – mangia un ambientalista’. […] Non molto diverso era il messaggio di un adesivo, uno di quelli che tanti statunitensi applicano alle loro automobili, tanto popolare in una cittadina dello Stato di Washington completamente dipendente dall’industria del legname e quindi coinvolta nella battaglia ecologista per la difesa del gufo maculato (spotted owl) e del suo habitat: ‘Sei ambientalista o lavori per vivere?’. Ma ‘la separazione tra le due sfere, quella sociale e quella ambientale, è fittizia e politicamente oppressiva, perché l’ingiustizia sociale riflette e (ri)produce l’ingiustizia ambientale in un metabolismo poroso tra corpi, lavoro e potere’. Insomma, quando una fabbrica inquina, i suoi veleni ammazzano anzitutto chi lavora dentro quella fabbrica; poi devastano il territorio dove è collocata, difficilmente un quartiere delle éliteurbane, e fanno ammalare chi ci vive; ed infine i suoi scarti troveranno la via che li condurrà in qualche discarica del sud del mondo o magari di quei tanti sud interstiziali dove vivono i poveri del nord. È l’ingiustizia ambientale che distribuisce i costi della crescita tra i poveri e i marginali, permettendo, invece, ai ricchi di massimizzare i loro profitti» (Un’altra primavera. Le lotte popolari per la giustizia ambientale, di Marco Armiero, Stefania Barca e Andrea Tappi, “Zapruder”, gennaio-aprile 2013).

Alla manifestazione a sostegno dei magistrati, che domenica 7 aprile 2013 ha solcato il centro di Taranto, c’erano medici, infermieri, farmacisti, cittadini, ambientalisti e, in fondo al corteo, il penultimo striscione era tenuto dalla moglie e dalle figlie di Ciro Moccia, l’ultima vittima dell’Ilva. L’operaio si era schiantato al suolo dopo un volo di dieci metri precipitando da una passerella mal posizionata mentre lavorava sull’impianto tarantino. Quello striscione non avrebbe dovuto aprire il corteo, davanti ai camici bianchi? Invece in testa non c’era, e dietro, a sfilare, non c’erano gli operai, i compagni di Ciro. Fino a quando quello striscione resterà in fondo al corteo e finché sarà seguito soltanto dai parenti di un operaio ammazzato, il padrone avrà vinto la sua battaglia.
Il conflitto tra i diritti fondamentali al lavoro e alla salute ha una storia lunga che inizia ben prima dell’Ilva di Taranto. Viene da lontano, dagli impianti chimici di Porto Marghera, dall’Acna di Cengio, da altri impianti inquinanti in Liguria, in Puglia, in Toscana, in Campania. Viene da Casale Monferrato, dove decenni dopo la chiusura dell’Eternit si continua a morire di mesotelioma. Ma all’Ilva questo conflitto ha una specificità che si chiama Emilio Riva, il “rottamaio” di cui questo libro racconta l’epopea: con pochi danari si è portato a casa la siderurgia italiana svenduta dallo Stato che, invece di tutelare un bene della collettività, ha scelto di liberarsene incassando per questa tipica privatizzazione all’italiana la metà dei soldi spesi per ammodernare lo stabilimento tarantino.
L’impero e le ricchezze di Riva si sono realizzate attraverso un sistema basato su ricatti e corruzione, cooptazioni e repressioni, sfruttamento e scambio politico. È impressionante come la storia del conflitto iniziato nello stabilimento di Genova si sia reincarnato tale e quale, quindici anni più tardi, nella fabbrica di Taranto. Due insediamenti produttivi costruiti a ridosso di popolosi quartieri, potremmo dire dentro questi quartieri, Cornigliano a nord e Tamburi a sud. La fabbrica sputa veleni, la popolazione protesta, la politica e le istituzioni “osservano”, si girano dall’altra parte, ma se si permettono di avanzare qualche proposta di risanamento e di ridimensionamento produttivo, pressate dalla rabbia delle vittime dell’inquinamento, Riva le corrompe e arma i suoi operai per lanciarli in una guerra insensata. A Taranto si ripete, più in grande, la storia di Genova che si concluderà con la chiusura della produzione a caldo, trasferita otto anni fa a Taranto per aumentarne la produzione d’acciaio fino a 10,5 milioni di tonnellate annue. Quando nella città dei due mari si materializza la percezione del disastro ambientale e sanitario provocato da diossina, Pcb, polveri sottili e metalli pesanti, comincia a svilupparsi una sensibilità ambientalista. Riva, grazie a un utilizzo senza precedenti della legge sull’amianto, svuota la fabbrica mandando a casa 12.000 lavoratori cinquantenni “usurati”, per sostituirli con altrettanti giovani meno costosi, rimasti a lungo precari, e corre ai ripari con i suoi metodi: disarma e coopta i sindacati, strumentalizza le preoccupazioni operaie, carezza la politica “glocalmente” – a Roma, a Bari, a Taranto – e la Curia arcivescovile, si compra i periti.

ilva_notteA Taranto, però, c’è una magistratura che vigila e fa il suo dovere, perseguendo i reati. Il 26 luglio del 2012 scattano gli arresti che decapitano i vertici del gruppo siderurgico, Emilio Riva, il figlio Nicola (successivamente lo stesso provvedimento toccherà anche all’altro figlio, Fabio, volato nel frattempo sulle rive del Tamigi) e tutti i massimi dirigenti. L’acciaieria viene sequestrata. Ed è soprattutto contro i giudici che si scatena l’azione di Riva, coadiuvato dal sostegno proveniente da troppe sponde: i governi alzano la soglia di inquinanti accettabili; i politici latitano quando non si fanno ammaliare dalle sirene del padrone delle ferriere, non più un nemico, bensì un modello da estendere a tutta la regione, come si evince dalle conversazioni registrate che coinvolgono – politicamente e non giudiziariamente – anche il governatore pugliese Nichi Vendola; un parlamentare del Pd, Ludovico Vico, promette di far uscire il sangue a un altro senatore del Partito democratico, Roberto Della Seta, troppo attento alla salute dei tarantini. E in tanti, a partire dal presidente della Provincia, tentano di dare il benservito al direttore generale dell’Arpa Puglia Giorgio Assennato che, con le sue perizie, sta mettendo a rischio il sistema di potere e i relativi privilegi, destinati a una casta allargata di cui fanno parte anche diversi settori dell’informazione. La compromissione, invece, non è solo politica ma anche giudiziaria nel caso del presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, dirigente del Partito democratico ed ex segretario della Cisl, al centro di quattro nuove ordinanze di custodia cautelare eseguite – poco prima che questo libro venisse dato alle stampe – dalla Finanza a Taranto, sempre in relazione all’inchiesta “Ambiente svenduto”. Il reato contestato dal gip Patrizia Todisco è di concussione e si riferisce alla discarica Mater Gratiae all’interno dell’Ilva, destinata ai rifiuti speciali. Florido si sarebbe fatto in quattro per convincere chi avrebbe dovuto controllare il rispetto delle norme a chiudere un occhio, meglio tutti e due, per non intralciare il cammino dei Riva.
Ha amici negli ambienti più impensabili Emilio Riva, è “generoso” con la politica e nel 2006 arriva a finanziare con 98.000 euro la campagna elettorale di Pierluigi Bersani. Si tratta di un finanziamento lecito ma imbarazzante per il dirigente democratico, così come quello di 110.000 euro proveniente dalla Federacciai, di cui fanno parte le imprese del settore, Riva e Marcegaglia compresi. Quattro anni più tardi, la lettera di Riva a Bersani perché venisse domato il solito irriducibile senatore Della Seta non avrebbe sortito effetti: lo sostiene lo stesso senatore del Partito democratico che nega qualsivoglia pressione di Pierluigi Bersani. È “generoso” anche con gli operai che pretende di usare come massa di manovra, pagando pullman, panini e giornate non lavorate. Quegli stessi operai spinti a manifestare contro i giudici, con la copertura dei sindacati, ma con l’eccezione della Fiom che, dopo aver fatto pulizia al suo interno, senza risparmio di espulsioni, si rifiuta di manifestare a comando, su ordine del padrone. Il sindacato guidato da Maurizio Landini non ci sta a fermare le linee se a promuovere la protesta è proprio chi invece va combattuto, nemico della popolazione e nemico delle sue maestranze, responsabile del disastro ambientale e culturale di un’intera comunità.
Dall’altra parte c’è chi protesta a difesa dell’azione della magistratura e vuole portare lo scontro fino allo stadio finale, chiedendo la chiusura dell’Ilva anche con un referendum consultivo che il sindaco Stefàno ha tentato di evitare finché il Tar non gli ha imposto di indirlo. È durata sei anni l’attesa di un referendum che per molti protagonisti della vita tarantina rappresentava la strada sbagliata per affrontare un problema troppo serio. Come diceva alla vigilia delle urne un vecchio operaio dell’Ilva, andato in pensione grazie all’applicazione della legge sull’amianto, «se per un miracolo improbabile si raggiunge il quorum e vince chi vuole chiudere la fabbrica, perdono gli operai; se vince il no alla chiusura o, ipotesi più probabile, non si raggiunge il quorum, vince Riva. Bel risultato, davvero». È inutile provare a spiegare a chi si batte per la chiusura totale e definitiva dell’Ilva che l’impianto produce il 75-80% del Pil di Taranto ed è il garante dell’autonomia italiana rispetto all’acciaio; che 11.600 posti di lavoro diretti, più altrettanti nell’indotto, non si inventano dall’oggi al domani in una realtà che la cecità della politica ha voluto monoculturale; che l’acciaio si può produrre in un altro modo e dunque bisogna investire sulla trasformazione della fabbrica e del suo ciclo produttivo mentre si avvia il risanamento del territorio, del terreno, del mare, dell’aria, delle falde acquifere. Il referendum si è tenuto domenica 14 aprile 2013; come era facilmente prevedibile, anche per l’intervento massiccio dei poteri forti e istituzionali, il silenzio di una parte dell’ambientalismo e l’ostilità della maggioranza dei sindacati, il quorum non è stato raggiunto e solo il 19,5% degli elettori tarantini si è recato alle urne. Meno di un quinto degli aventi diritto, meno di un decimo nel martoriato quartiere Tamburi, e figuriamoci se a Tamburi il problema Ilva non è sentito. Il fatto è che “chiedere ai cittadini di chiudere o tenere aperta una fabbrica non si può fare con un referendum, per di più consultivo. Non è come decidere il nome di una strada”, diceva ancora il nostro amico operaio.

Sembra impossibile trovare una soluzione radicale, ma condivisa e praticabile. Infatti, chi non vede alternative alla chiusura dell’Ilva e delega questo compito alla magistratura, controbatte a ogni proposta di ristrutturazione dicendo che 20.000 posti di lavoro si possono realizzare con una grande opera di bonifica ambientale, mentre i soldi si possono trovare rinunciando alle grandi opere inutili come la Tav e tagliando le spese militari. Ma queste due voci sempre invocate, possono bastare a coprire le spese di un nuovo modello di sviluppo? Comunque, soldi a parte, l’anima più estrema dell’ambientalismo pensa e sostiene che, alla fin fine, gli operai dell’Ilva devono decidersi a “smettere”, si cerchino un altro lavoro. Come se a Taranto questo, oggi, fosse possibile. A chi sostiene che la chiusura dello stabilimento tarantino non aprirebbe necessariamente la strada alla bonifica – anzi potrebbe capitare come a Bagnoli, dove la bonifica non è mai stata fatta e chi ne era incaricato si è intascato i soldi disperdendo e mettendo sotto il tappeto amianto e altre schifezze – rispondono che è compito della politica mantenere gli impegni, vigilare e via dicendo. A chi spiega come, proprio a Bagnoli, la chiusura dell’Italsider abbia aperto le porte alla camorra, che finalmente è riuscita a conquistare una delle poche trincee napoletane contro la criminalità organizzata, si risponde che se arriva la criminalità la colpa è della politica. Questi ragionamenti aiutano a capire i motivi del boom di Beppe Grillo a Taranto, tanto tra chi manifesta contro i magistrati quanto tra chi sfila in corteo a favore della gip Patrizia Todisco.
Contro o a favore dei magistrati, sembrerebbe trattarsi di due posizioni opposte. Sono invece figlie dello stesso problema che si chiama assenza della politica. Per decenni la città di Taranto ha rimosso la questione Ilva, eppure c’era chi sapeva e sarebbe dovuto intervenire subito: prima che la situazione sanitaria esplodesse; prima che il conflitto tra città e fabbrica diventasse insanabile; prima che nell’immaginario collettivo l’acciaio – non Riva, come sarebbe logico, non quel modo di produrre, ma l’acciaio tout-court – diventasse incompatibile con una città di quasi 200.000 abitanti. Oggi il clima è talmente deteriorato che chiunque cerchi una soluzione condivisa e praticabile è costretto a tacere e ad abbassare gli occhi quando la madre di un bambino di Tamburi, morto di tumore, urla che quel mostro di ferro dev’essere spazzato via, per sempre.

inva_bimboQuesto libro, raccontando Taranto, cerca di mettere a fuoco un sistema di potere e di gestione dell’economia non meno aggressivo, violento e antisociale di quello, più noto, incarnato da Sergio Marchionne. In comune Riva e Marchionne hanno l’arroganza e il disprezzo nei confronti dei sindacati di cui vorrebbero fare a meno, e se non ci riescono se li comprano, o comunque li pretendono succubi e obbedienti. Sia Riva che Marchionne hanno dalla loro il crollo dell’attenzione democratica in tempi di crisi economica: o il lavoro o i diritti, dice l’amministratore delegato della Fiat; o il lavoro o la salute, gli fa eco il padrone dell’Ilva. Ma il lavoro, senza diritti e senza salute, regredisce a schiavitù. Marchionne ha usato una metafora bellica per spiegare la fine di un’era, del Novecento e del conflitto sociale: un’azienda è come una nave da guerra che combatte per conquistare mari, isole e coste. È fondamentale che tutti, all’interno dell’imbarcazione, marcino compatti, dall’armatore al comandante ai rematori. Siamo o non siamo tutti sulla stessa barca? Il nemico è rappresentato dalla nave nemica che vuole conquistare gli stessi mari, isole e coste. I nemici dei nostri rematori, dunque, non sono più armatore, comandante e ufficiali che dettano il tempo tra due colpi di remo con la frusta in mano, i nemici sono i rematori della barca concorrente. Ecco declinata la guerra tra i poveri, se si sostituiscono gli operai ai rematori la metafora diventa chiarissima. Non è forse la stessa strategia con cui, da sempre, Riva conduce le sue battaglie, trattando gli operai come carne da cannone?
La crisi di Taranto vive dentro la crisi italiana che, a sua volta, è parte di una crisi globale. È una crisi di modello economico che, con le risposte oggi prevalenti imposte dagli stessi che la crisi hanno scatenato, si trasforma in crisi sociale e crisi democratica. Taranto non è più in grado di digerire le conseguenze di scelte sconsiderate, non può più sopportare questo modo di produrre acciaio, imposto da quella che per la procura tarantina altro non è che un’associazione per delinquere. Ma Taranto non può vivere, oggi, subito, senza acciaio, quando ogni alternativa economica è stata cancellata (la cantieristica, lo sviluppo del porto, l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, il turismo) o mai costruita. Se il lavoro senza salute non è un diritto, è altrettanto vero che senza lavoro e senza mezzi di sussistenza non c’è dignità né c’è salute. E oggi, lo stato di salute dell’Italia è pessimo, al punto che ogni riferimento al primo dopoguerra sarebbe ingannevole, perché nel primo dopoguerra c’era la speranza e con la speranza la fantasia, la voglia di sperimentare e ricostruire. In fin dei conti, nel primo dopoguerra c’era la politica. Oggi che il lavoro è svalorizzato e ignorato, è impensabile ricostruire il futuro, praticare nuove relazioni sociali, in fabbrica e nel territorio, e sperimentare un nuovo modo di produzione restando dentro lo stesso modello di sviluppo, incompatibile con la natura e dunque con la vita. Vuol dire allora che è finita l’età dell’acciaio – metallo prezioso che dava il nome a Stalin e muoveva automobili, carriarmati e frigoriferi, intelligenze e lavoro di milioni di persone a est e a ovest, a nord e a sud del mondo? Non è così. I metalli, più o meno preziosi, non servono soltanto a costruire la merce del passato, energivora e inquinante; anche gli oggetti-simbolo di un nuovo modello di sviluppo, come i pannelli solari, hanno molto a che fare con la trasformazione industriale dei metalli. Inoltre, evocare modelli di vita, consumo e sviluppo ecologicamente e socialmente compatibili, non fa fare molta strada se non si individuano le forme necessarie a costruirli, le tappe, le risorse, le alleanze. A chi chiede di cambiare sviluppo e consumi dobbiamo ricordare che insieme alla finalità del lavoro e alla ricerca di un nuovo valore d’uso marxiano, bisogna rimettere mano, contemporaneamente e non domani, anche al modo di produzione.

Guardando alla filiera dell’acciaio siamo tornati nei luoghi in cui l’acciaio italiano è nato centodieci anni fa, a Bagnoli, e poi a Genova, due luoghi simbolici la cui esperienza, purtroppo, ha insegnato ben poco. Per progettare un futuro più pulito e democratico, per chi lavora e per tutti quelli che respirano, sarebbe il caso di fare, paradossalmente ma non troppo, un tuffo nel passato, quando gli operai pretendevano di controllare l’intero ciclo produttivo per uscire dalla schiavitù della parcellizzazione, dell’alienazione e dell’ignoranza delle loro azioni. Quegli operai scoprirono la suggestione del rischio zero e gridarono che la salute non si vende e non si scambia, volevano essere attori delle scelte, decidere cosa, come, dove e perché produrre. Erano i primi anni Settanta, il sindacato era quello dei consigli di fabbrica, dei delegati di gruppo omogeneo eletti democraticamente dai lavoratori e non, come oggi, dal padrone come avviene alla Fiat, o altrove nominati dalle organizzazioni sindacali. Erano loro i tutori della salute, in linea e fuori dalla linea di montaggio, erano loro a dare agli scienziati le informazioni sui rischi, mentre oggi se va bene le ricevono. Se la salute è peggiorata per tutti, non solo a Taranto, è anche perché, insieme alla rappresentanza politica, è saltata anche la rappresentanza sociale, e con essa l’autonomia sindacale e di classe.
Liberarsi dal modello Riva e, materialmente, dalla proprietà di Riva a Taranto e in Italia, è il solo modo per avviare una discussione seria sulla siderurgia e sul destino di stabilimenti mastodontici, come quello pugliese, appunto. Per liberarsi da questo modello bisogna che il sindacato riconquisti la sua autonomia come ha iniziato a fare la Fiom. Per liberare l’Ilva è necessaria un’assunzione di responsabilità politica. Sequestrare gli impianti e i capitali di Riva per sanare quel che Riva ha inquinato (ambiente e coscienze) è davvero una provocazione? Si direbbe di sì, visto che l’unico sequestro effettuato da parte della magistratura, che aveva sigillato prodotti finiti e semilavorati per più di un miliardo, è stato annullato da una legge dello Stato chiamata “salva Ilva”, con la successiva benedizione della Corte costituzionale. Una mossa, quella coraggiosamente effettuata dai magistrati tarantini, che forse avrebbe dovuto essere accompagnata dalla confisca dei beni del vero untore, per impedire che i capitali accumulati prendessero il volo verso altri lidi, tra il Lussemburgo e lontani paradisi fiscali nelle Antille olandesi. Il solito gioco della scatole cinesi ha portato a un ridisegno della struttura finanziaria del gruppo Riva, al fine di isolare l’Ilva, che pesa per i due terzi sugli affari di famiglia. La proprietà si dichiara disponibile a investire 400 milioni di euro per intervenire sull’impianto per la riduzione delle emissioni, un decimo del danaro necessario che ammonta a 4 miliardi. Ma lo scorporo dell’Ilva dalle casseforti lussemburghesi – con le dépendance caraibiche di Curaçao – potrebbe salvare i beni di famiglia.
Ma finalmente anche i trucchi finanziari della famiglia Riva per trasferire il plus valore dell’Ilva in scatole finanziarie protette – operazione iniziata, a dire il vero, già da molti anni, addirittura dal momento stesso del passaggio dell’azienda dallo Stato a Emilio Riva – sono stati scoperti dalla magistratura, in questo caso dai pubblici ministeri di Milano. Nella terza settimana di maggio del 2013 è stato effettuato un sequestro di un miliardo e 200 milioni di euro, il corrispettivo del danaro che la famiglia di imprendi- tori bresciani ha sfilato dall’Ilva collocandolo in otto trust nell’isola di Jersey nel Canale della Manica “per occultare la titolarità dei beni”. Si tratta di capitali sottratti al fisco, scudati con operazioni irregolari, anche e soprattutto per impedire che quei soldi potessero essere confiscati per sostenere le spese di risanamento industriale e ambientale dell’Ilva. Per fortuna, però, non sono bastati trucchi, prestanome e scatole cinesi per mettere in salvo la famiglia Riva dalle sue gigantesche responsabilità. Dunque, non sono solo i magistrati tarantini a “tramare” contro i Riva, è una “persecuzione” dell’intera magistratura. Ad ascoltare gli avvocati di famiglia, sembra di assistere alla proiezione di un film già visto e in cui cambia solo il nome dell’attore-imprenditore.

Fatta eccezione per Riva e i suoi accoliti, tutte le persone coinvolte in questo reportage sono convinte di una cosa: Riva è ormai incompatibile con Taranto, e forse persino con l’intera siderurgia italiana. Si tratta di capire se una diversa Ilva sia ancora compatibile, e a quali condizioni, con questa città. L’unica strada per tentare di salvare lavoro, economia e salute è quella di liberarsi dal giogo di chi si è reso responsabile del disastro di Taranto, facendogli pagare i costi della bonifica.

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System Failure https://www.carmillaonline.com/2013/03/04/system-failure/ Mon, 04 Mar 2013 08:43:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4641 di Alessandra Daniele

I-clown.jpgLo hanno notato in molti, questo risultato elettorale sembra un esperimento Dharma andato a puttane. Infatti i candidati grillini eletti in Italia alla camera sono 108. E non hanno idea di quello che gli stia succedendo. In realtà però è molto peggio. È un esperimento Fringe. Una frantumazione del continuum che produrrà un governo transgenico. Anche Steinbrück e l’Economist si sbagliano sui leader italiani, non si tratta di pagliacci, ma di domatori. Grillo è quello che sbraita ordini e mena frustate. Berlusconi quello che rincoglionisce le bestie di ketamina. Bersani quello che finisce sbranato. Con lo stile che [...]]]> di Alessandra Daniele

I-clown.jpgLo hanno notato in molti, questo risultato elettorale sembra un esperimento Dharma andato a puttane. Infatti i candidati grillini eletti in Italia alla camera sono 108. E non hanno idea di quello che gli stia succedendo.
In realtà però è molto peggio.
È un esperimento Fringe.
Una frantumazione del continuum che produrrà un governo transgenico.
Anche Steinbrück e l’Economist si sbagliano sui leader italiani, non si tratta di pagliacci, ma di domatori. Grillo è quello che sbraita ordini e mena frustate. Berlusconi quello che rincoglionisce le bestie di ketamina.
Bersani quello che finisce sbranato.
Con lo stile che li contraddistingue, gli altri due lo trattano da puttana.
Per la verità Bersani sperava in un sobrio matrimonio d’interesse. Invece s’è ritrovato per strada, a tentare di agganciare un vecchio rabbioso che lo schifa, mentre un altro vecchio bavoso gli tiene una mano sul culo offrendogli larghe intese.
Adesso è talmente disperato da tentare persino di dire – o farfugliare – qualcosa di sinistra, però a qualcuno che di sinistra non è.
Il M5S è nato per catalizzare l’incazzatura popolare contro gli autocrati miliardari, e metterla sotto il controllo d’un autocrate miliardario.
Grillo fu bandito dalla Tv negli anni ’80 dalla censura craxiana: dobbiamo a Craxi sia l’impero mediatico di Berlusconi, che le stimmate di Grillo. Se potessimo tornare indietro nel tempo sapremmo chi cercare.

Oggi gli elettori PD subiscono il ricatto del ”voto utile” senza avere nessun modo per controllare a che cosa sarà utile. La ”democrazia digitale” però non è molto più affidabile. Se oggi si votasse via internet, vincerebbe l’Hitler Incazzato de La Caduta. E Bersani cercherebbe un accordo anche con lui.
Ma che fine ha fatto il ”buon partito” che il PD sperava di sposare, s’è rivelato uno stronzo come quello de Le notti di Cabiria?
Il sistema apparentemente perfetto del professor Monti per tornare comunque al governo aveva un bug, un punto cieco. In una tornata elettorale nella quale ogni opzione disponibile finiva per avvantaggiare Monti in qualche modo, c’era uno specifico piccolo gruppo di elettori ad avere la possibilità di fare la differenza: gli elettori di Monti, i ”moderati” su cui contava. Potevano farla solo loro, negandogli la prevista percentuale di voti necessaria a diventare l’ago della bilancia del nuovo Parlamento, e lo hanno fatto, disgustati dai suoi tentativi di sembrare un essere umano, suggeritigli da uno spin doctor chiaramente intenzionato a rovinarlo.
Adesso Bersani e il professore insieme non hanno comunque la maggioranza, Monti non può più sperare di presiedere un governo nuovo.
Quindi cercherà di restare in carica con quello vecchio.
Congelato nell’ambra.

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Don’t trust the B https://www.carmillaonline.com/2013/02/11/dont-trust-the-b/ Mon, 11 Feb 2013 08:21:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4620 Alessandra Daniele

BFiles.jpgLa rielezione di Obama, il successo di Django, e il ritorno di Balotelli hanno suggerito a Berlusconi un altro dei suoi annunci concepiti per riconquistare la fiducia degli elettori e la credibilità perduta. “Sono negro. Sono sempre stato negro. Anzi, sono nero, sono sempre stato nero, e non ho mai usato la parola negro. Le mie origini watusse sono evidenti. Com’è noto, ho la musica nel sangue, e come possono testimoniare le mie collaboratrici, sono anche l’ultimo Mandingo. I media mistificatori controllati dai comunisti insistono a dipingermi come un bianco, anzi a dipingermi di bianco per danneggiare la mia [...]]]> Alessandra Daniele

BFiles.jpgLa rielezione di Obama, il successo di Django, e il ritorno di Balotelli hanno suggerito a Berlusconi un altro dei suoi annunci concepiti per riconquistare la fiducia degli elettori e la credibilità perduta.
“Sono negro. Sono sempre stato negro. Anzi, sono nero, sono sempre stato nero, e non ho mai usato la parola negro. Le mie origini watusse sono evidenti. Com’è noto, ho la musica nel sangue, e come possono testimoniare le mie collaboratrici, sono anche l’ultimo Mandingo. I media mistificatori controllati dai comunisti insistono a dipingermi come un bianco, anzi a dipingermi di bianco per danneggiare la mia immagine, ma come vedete in questo cartello, i miei avvocati hanno ricostruito tutto il mio albero genealogico da Kunta Kinte ai miei amati genitori, George e Louise Jefferson, detta Wizzie.
La persecuzione mediatico-giudiziaria che subisco è di chiara matrice razzista, come lo è il complotto dei comunisti schiavisti ai miei danni, ma mi vendicherò. Vincerò, e riformerò la Costituzione: è tempo che anche l’Italia abbia il suo primo presidente nero”.
Bobo Maroni è intervenuto a nome della Lega: ”Non avevano idea che Berlusconi fosse negro. Nel programma del PdL non c’era. Comunque meglio negro che terrone. Restiamo fedeli all’alleanza in nome del nemico comune: i sudisti”.
Beppe Grillo ha promesso la riforma del DNA.
Dopo il cucciolo Empatia, Monti ha adottato i criceti Voigt e Kampff.

Berlusconi ha inoltre annunciato d’avere la soluzione per la crisi economica: ”sono bond”. Alla domanda ”buoni del Tesoro?” Ha risposto ”no, IO sono Bond, James Bond, al servizio di sua maestà me stesso. Da sempre implacabile sgominatore di spie sovietiche, e infaticabile seduttore di Bond girls, quelle Bondine i cui canti tipici allietano la tradizione folk italiana, risollevandola dallo sfigato grigiore comunista delle mondine. La crisi economica non esiste, è solo un’illusione ottica frutto del diabolico piano dei comunisti per conquistare il mondo”.
Il commento di Bersani non s’è fatto attendere: ”Non intendo permettere che ancora una volta sia Berlusconi a dettare l’agenda del dibattito politico. Non mi farò incastrare nel ruolo del Cattivo pirla che racconta tutto il suo piano a Bond invece di ammazzarlo. Io ho le idee chiare. Dopo le elezioni scaricherò Vendola, e andrò al governo con Monti e Casini, ai quali darò la colpa di tutte le porcate fascistoidi e clericali che faremo. Così potrò ripresentarmi alle elezioni successive raccontando di nuovo agli elettori del PD che se fanno i bravi, si tappano di nuovo naso, bocca, occhi e orecchie lasciando ben aperto il culo e ci rivotano, stavolta avranno il vero governo di sinistra che hanno tanto sognato”.
Monti ha ribattuto con il consueto aplomb: ”Stai zitto, maledetto coglione”.
Beppe Grillo ha promesso l’abolizione del DNA.

Berlusconi ha replicato: ”Beppe Grillo non esiste. In realtà, nessun italiano esiste. Tutti voi siete solo mie personalità multiple che si credono individui indipendenti, ma non lo sono. Io sono voi. Voi siete me. Per questo riesco sempre a farvi parlare di quello che voglio. Cioè di stronzate. Per questo non riuscirete mai a liberarvi di me. Né io di voi” ha concluso, malinconico.

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L’Italia dei Vedovi https://www.carmillaonline.com/2013/01/07/litalia-dei-vedovi/ Mon, 07 Jan 2013 07:10:37 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4585 di Alessandra Daniele

Il-Vedovo.jpgQual è il film italiano che illustra meglio la parabola berlusconiana? Non Il Caimano, che finisce per dare al ”Cavaliere Oscuro” statura da supervillain, e si conclude con un fosco vaticinio fondato e credibile quanto la profezia pseudo-Maya. I borghesi berlusconiani non avranno mai voglia né bisogno di turbare l’ordine pubblico, perché le regole dell’ordine pubblico sono fatte da gente come loro, in favore di gente come loro. Le megere impellicciate, i notai evasori, gli aspiranti tronisti e veline non si daranno mai ai tumulti di piazza. Morto un Berlusconi, ne faranno un altro. Grillo infatti li corteggia [...]]]> di Alessandra Daniele

Il-Vedovo.jpgQual è il film italiano che illustra meglio la parabola berlusconiana? Non Il Caimano, che finisce per dare al ”Cavaliere Oscuro” statura da supervillain, e si conclude con un fosco vaticinio fondato e credibile quanto la profezia pseudo-Maya. I borghesi berlusconiani non avranno mai voglia né bisogno di turbare l’ordine pubblico, perché le regole dell’ordine pubblico sono fatte da gente come loro, in favore di gente come loro. Le megere impellicciate, i notai evasori, gli aspiranti tronisti e veline non si daranno mai ai tumulti di piazza. Morto un Berlusconi, ne faranno un altro. Grillo infatti li corteggia assiduamente, postando elegie della piccola imprenditoria, e filippiche xenofobe.
Il film italiano che meglio fotografa la parabola berlusconiana è del 1959: Il Vedovo, di Dino Risi.
Spoiler

Alberto Nardi (Sordi) è un imprenditore truffaldino, velleitario, fascistoide, e puttaniere, che per salvarsi dai debiti decide di ammazzare la ricca e sprezzante moglie Elvira Almiraghi (Franca Valeri) appartenente al ”salotto buono” della finanza, per ereditarne il patrimonio.
I complici di Nardi non sono migliori di lui: il compunto e servile marchese decaduto Stucchi (un grande Livio Lorenzon) l’ottuso zio tassinaro, e Fritzmayer, l’ingegnere incapace, sotto processo in Germania: «per motivi politici?» Chiede Stucchi, Nardi risponde «no, ha aggredito una bambina».
L’elaborato quanto stupido piano omicida si trasforma in un boomerang: alla fine a precipitare nel pozzo dell’ascensore brevettato Fritzmayer è proprio Nardi, inavvertitamente spinto da Stucchi.
Ai tre ex complici non resta che partecipare al funerale, al seguito della vedova Almiraghi, e insieme a Gioia, amante di Nardi, bionda primogenita d’una famiglia di aspiranti ballerine e annunciatrici Rai, che già si prepara a riciclarsi con un grande industriale.
Berlusconi è caduto. Su un cuscino di miliardi però, quindi non s’è sfracellato. I suoi ex complici si stanno riciclando come Gioia.

«Saliamo in politica per cambiarla» ha twittato Mario Monti dal salotto buono. Gli ingredienti della sua salamoia sono fresche primizie come Pierferdinando Casini, ex DC, ex alleato di Berlusconi, ex corteggiatore di Bersani; Gianfranco Fini, ex delfino di Almirante, frequentatore di caserme durante il G8 di Genova, ex alleato di Berlusconi; e Beppe Pisanu, in Parlamento dal 1972, ex DC, ex Forza Italia e PdL, coinvolto nel caso P2, ex ministro dell’Interno di Berlusconi.
The Ex Files.
Come praticamente tutti gli altri partiti in gara, la lista cinica Montiana s’appella al ”ceto medio”, includendo artatamente nella definizione anche i precari più sfruttati, perché si sa, quanto più il criceto medio è inconsapevole della sua reale condizione, tanto più è disposto a continuare a correre nella ruota dell’economia per farla girare, magari sperando si attivi anche per lui il cosiddetto ascensore sociale.
L’obiettivo specifico di Monti è impedire al PD di Bersani di ottenere la maggioranza al Senato, in modo che sia inevitabile un’altra Grossolana Coalizione, che sarà anche la rivincita di Renzi.
Anche Bersani a suo modo è un Alberto Nardi vittima del suo stesso piano idiota.
Il piano di Monti e dei suoi referenti è un altro.
E da quel piano Bersani sta per precipitare nel pozzo dell’ascensore sociale.
Brevetto Fritzmayer.

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Armageddon https://www.carmillaonline.com/2011/09/26/armageddon/ Mon, 26 Sep 2011 07:20:50 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4039 di Alessandra Daniele

Asteroide.jpgIl segretario indica i dati sullo schermo piccolo. – Anche la NASA ha fallito. L’asteroide Apophis è ancora in rotta di collisione con la terra. La colpirà fra venti ore e dodici minuti, provocando una catena di sconvolgimenti che porteranno all’estinzione della razza umana. – Non occorre ricordarmi che cosa stiamo rischiando – commenta il presidente degli Stati Uniti. – Non si tratta più d’un rischio – dice il segretario – ma d’una certezza – china la testa – non c’è più niente da fare. Una voce borbotta. – Siamo pazzi? Il presidente e il segretario si voltano [...]]]> di Alessandra Daniele

Asteroide.jpgIl segretario indica i dati sullo schermo piccolo.
– Anche la NASA ha fallito. L’asteroide Apophis è ancora in rotta di collisione con la terra. La colpirà fra venti ore e dodici minuti, provocando una catena di sconvolgimenti che porteranno all’estinzione della razza umana.
– Non occorre ricordarmi che cosa stiamo rischiando – commenta il presidente degli Stati Uniti.
– Non si tratta più d’un rischio – dice il segretario – ma d’una certezza – china la testa – non c’è più niente da fare.
Una voce borbotta.
– Siamo pazzi?
Il presidente e il segretario si voltano verso lo schermo grande, occupato dall’immagine di un uomo calvo in maniche di camicia.
– Chi è lei, come ha fatto ad accedere a questa videoconferenza?
– Chiamo dal canale CIA d’emergenza riservato all’Italia.
Il presidente accenna un gesto d’insofferenza.
– Vi ho già detto che non sono interessato al porno interracial.
– Io non faccio parte del governo – chiarisce l’uomo calvo – sono il leader dell’opposizione. E so come impedire ad Apophis di distruggere la terra.
– Come?
– Chiediamogli di dimettersi.
Il presidente e il segretario si guardano perplessi.
– Credo ci sia un problema con la traduzione simultanea… ha detto ”dimettersi”?
L’italiano annuisce.
– Dimettersi da cosa?
L’italiano alza le spalle.
– Da asteroide.
Il presidente fissa lo schermo con aria incredula.
– E pensa che basterà? – Chiede, sarcastico.
L’uomo scuote la testa calva.
– Certo che no.
– Ah, ecco…
– La nostra richiesta di dimissioni dovrà essere accompagnata dal sostegno di Confindustria. E da un implicito consenso vaticano.
– È tutto?
L’italiano riflette qualche secondo. Poi risponde.
– Ok, mettiamoci anche una fiaccolata. E un’iniziativa di Repubblica online, gente che si fotografa con una pietra appesa sulla testa, e il cartello ”brutto sasso non rompere il casso”…
– Basta! – Sbotta il presidente – Voi italiani avete tutti il cervello spappolato dal Viagra!
– Le ho già detto che sono dell’opposizione.
– E allora vada a opporsi a qualcuna delle porcate che ammorbano il suo paese, invece di rifilarmi le sue stronzate! Avete ancora venti ore di tempo per cacciare qualche vecchio pappone, e provare a salvare la faccia, visto che per il culo è troppo tardi.
L’italiano scuote la testa.
– Le iniziative estremiste ci farebbero perdere i voti centristi.
– I voti di chi? La razza umana sta per estinguersi, la terra è diventata un bersaglio!
– Non è un buon motivo per spostarsi dal centro.
Il presidente allarga le braccia.
– Siete completamente fuori dal mondo.
L’italiano sorride.
– Bene. Così quando sarà distrutto, ci salveremo.

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Bersans Unknown https://www.carmillaonline.com/2010/11/29/bersans-unknown/ Mon, 29 Nov 2010 08:37:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3691 di Alessandra Daniele

bersolo.jpgLa corpulenta donna anziana s’affaccia alla porta con aria circospetta. – Lei è della Caritas? L’uomo calvo si stringe nel lungo cappotto nero fradicio di pioggia. – Non sono un prete. Sono il segretario del PD. La donna aggrotta le sopracciglia. – Ah sì, l’ho vista in Tv mentre diceva che essere di sinistra significa essere deboli e volere morire. – No, non era così, ho detto che significa essere dalla parte dei deboli… e volere decidere liberamente di staccare la spina quando uno… – china la testa – ecco, non ce la fa più. – Prego, si [...]]]> di Alessandra Daniele

bersolo.jpgLa corpulenta donna anziana s’affaccia alla porta con aria circospetta.
– Lei è della Caritas?
L’uomo calvo si stringe nel lungo cappotto nero fradicio di pioggia.
– Non sono un prete. Sono il segretario del PD.
La donna aggrotta le sopracciglia.
– Ah sì, l’ho vista in Tv mentre diceva che essere di sinistra significa essere deboli e volere morire.
– No, non era così, ho detto che significa essere dalla parte dei deboli… e volere decidere liberamente di staccare la spina quando uno… – china la testa – ecco, non ce la fa più.
– Prego, si accomodi.
– Eh?
– Dicevo entri in casa – la donna apre la porta – scusi la puzza di gatto.
L’uomo calvo fa segno al cameraman alle sue spalle. I due entrano.
– S’è portato la Tv? – Chiede la donna, guardinga.
– Sì, per documentare l’incontro della politica col cittadino.
– Se la gente mi vede in Tv poi crede che ho strozzato un nipote.
– Ma no signora, noi lanceremo un messaggio chiaro, cioè, ecco, ci siamo capiti, no?
– No.
L’uomo calvo si sistema nervosamente il cappotto, poi dice in tono ufficiale.
– Sono qui per la campagna Porta a Porta.
– Di Vespa?
– No, del PD.
– E che vendete?
– No, niente, è per portare l’impegno del partito fra i cittadini, per rendersi anche utili in prima persona…
La donna indica il televisore acceso a volume azzerato.
– Il digitale terrestre funziona di merda. Me lo saprebbe aggiustare?
L’uomo calvo scuote la testa.
– Dicevo al suo cameraman, perché è del ramo – la donna indica il decoder – Mio figlio, che è ingegnere, l’ha attaccato bene. E’ l’apparecchio che fa cagare di suo.
– Suo figlio è in casa?
– E’ al ristorante.
– Un pranzo di lavoro?
– No, un turno di servizio ai tavoli. Se tarda lo cacciano.
L’uomo calvo si agita nel cappotto.
– Ecco, ecco la crisi…
La donna lo guarda.
– Si sente male?
– No, dicevo che la crisi economica la sta pagando la gente come voi…
– E voi che fate?
– Signora, noi oggi siamo qui anche per ascoltare le proposte del cittadino per migliorare il PD – dice l’uomo calvo, con aria convinta – cosa bisogna fare…
L’immagine sul televisore si congela. La donna corpulenta si avvicina, e molla una botta violenta sul decoder. L’immagine si sblocca. La donna si rigira verso i due.
– Ci vogliono le buone maniere.
– Dice per il digitale terrestre?
La donna fissa l’uomo calvo.
– No.

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Il Papa PDofilo https://www.carmillaonline.com/2010/10/18/il-papa-pdofilo/ Mon, 18 Oct 2010 08:18:52 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3651 di Alessandra Daniele

pdleader2.jpgE’ terminata l’estrazione dei minatori cileni (numero jolly 33) continua invece quella dei parenti di Sarah Scazzi che avrebbero partecipato al suo omicidio. Ogni giorno se ne aggiunge uno, e le analisi del movente si diversificano. La Padania ha titolato: ”Pugliese uccisa perché voleva vivere all’occidentale”. Entro la fine di questa settimana i Misseri assassini potrebbero essere abbastanza da formare un loro gruppo parlamentare, e Bonaiuti auspica che non facciano mancare l’appoggio al governo. Intanto lo scenario politico è in fermento come una discarica satura. Mentre i polifascisti si scindono per moltiplicarsi, le Brigate Redshirt piddine continuano a [...]]]> di Alessandra Daniele

pdleader2.jpgE’ terminata l’estrazione dei minatori cileni (numero jolly 33) continua invece quella dei parenti di Sarah Scazzi che avrebbero partecipato al suo omicidio. Ogni giorno se ne aggiunge uno, e le analisi del movente si diversificano. La Padania ha titolato: ”Pugliese uccisa perché voleva vivere all’occidentale”. Entro la fine di questa settimana i Misseri assassini potrebbero essere abbastanza da formare un loro gruppo parlamentare, e Bonaiuti auspica che non facciano mancare l’appoggio al governo.
Intanto lo scenario politico è in fermento come una discarica satura. Mentre i polifascisti si scindono per moltiplicarsi, le Brigate Redshirt piddine continuano a fottersi con le loro mani, lo slogan ”Rimbocchiamoci le maniche” è infatti un chiaro riferimento al fisting. Il PD è alla ricerca dell’ennesimo nuovo leader, il cosiddetto ”Papa Straniero”. S’è parlato prima di Lapo Elkann coi fratelli Harpo e Zeppo, poi di Montezemolo, Marchionne, Marcegaglia, Bernie Madoff. In realtà i nomi più quotati, pienamente in linea coi valori del PD, sono altri. Eccoli:

Erich Priebke
Parzialmente liberatosi dai suoi precedenti impegni, condivide col PD l’alto senso dello Stato, l’intransigenza legalitaria, e il rispetto per le Forze Armate. La sua esperienza e la sua competenza sarebbero preziose sia nella soluzione finale del problema immigrazione, che in tema di lotta al terrorismo, e riguardo all’invio di bombardieri in Afghanistan proposto dal governo, che Fassino ha approvato. Inoltre, la sua leadership potrebbe migliorare i rapporti col Vaticano, instaurando con Joseph Ratzinger un’intesa basata sulle comuni radici culturali.

Il virus Ebola
Da molti anni si prodiga efficacemente per contrastare la sovrappopolazione, e limitare l’immigrazione. Il valore umanitario del suo impegno in Africa è secondo solo a quello di Walter Veltroni. La straordinaria capacità di diffusione del suo influsso sarebbe preziosa nell’annunciata campagna porta a porta del PD. Il suo intervento ridurrebbe drasticamente il numero dei disoccupati in Italia, e successivamente anche in Europa.

L’asteroide Apophis
Benché in rotta verso la Terra, da molti è ritenuto destinato a rimanere solo una meteora passeggera nell’orizzonte politico italiano. In realtà, il suo impatto potrebbe rivelarsi enorme e decisivo, modificando drasticamente il panorama istituzionale. Inoltre, le ricadute della sua discesa in campo cambierebbero notevolmente il clima politico, portando all’estinzione di molte specie di problemi, e instaurando la tanto auspicata era delle Riforme.

El Chupacabra
Pare che non esista. Proprio come il PD.

A decidere il nuovo leader saranno come sempre le primarie, nelle quali uno di questi candidati esterni – o forse tutti e quattro – sfideranno l’attuale segretario in quella che sarà anche una gara di popolarità. Pierluigi Bersani parte nettamente sfavorito.

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