paura – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 31 Mar 2025 16:35:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 New horror. Il Male nella/della Rete https://www.carmillaonline.com/2024/12/25/new-horror-la-paura-nellepoca-del-web-il-male-nella-della-rete/ Wed, 25 Dec 2024 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85602 di Gioacchino Toni

Emanuele Di Nicola, Nuovo cinema horror, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 180, € 18,00

Nuovo cinema horror di Emanuele Di Nicola analizza alcuni dei principali film del new horror – It Follows (2024) di David Robert Mitchell, The Witch (The VVitch: A New-England Folktale, 2015) di Robert Eggers, Hereditary. Le radici del male (Hereditary, 2018) e Midsommar. Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019) di Ari Aster, Scappa. Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019) di Jordan Peele, Raw. Una cruda verità (Raw, 2016) e Titane (2021) di Julia Ducournau – per poi soffermarsi sulle tendenze generali che [...]]]> di Gioacchino Toni

Emanuele Di Nicola, Nuovo cinema horror, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 180, € 18,00

Nuovo cinema horror di Emanuele Di Nicola analizza alcuni dei principali film del new horror – It Follows (2024) di David Robert Mitchell, The Witch (The VVitch: A New-England Folktale, 2015) di Robert Eggers, Hereditary. Le radici del male (Hereditary, 2018) e Midsommar. Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019) di Ari Aster, Scappa. Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019) di Jordan Peele, Raw. Una cruda verità (Raw, 2016) e Titane (2021) di Julia Ducournau – per poi soffermarsi sulle tendenze generali che caratterizzano il genere nel nuovo millennio guardando in particolare agli horror incentrati sul web, ai film realizzati da donne, ai meccanismi sequel, prequel e requel che contraddistinguono le produzioni più recenti, alle produzioni italiane tra snuff movies, contagi, mostri e vampiri, alla modalità seriale ed al Covid horror.

«Ogni tragedia epocale si porta dietro la sua elaborazione cine-narrativa. Ogni grande paura produce un nuovo cinema dell’orrore» (p. 157). Il Novecento è stato attraversato dalle paure generate dai due conflitti mondiali e dalla Guerra Fredda, dall’incubo dell’atomica sganciata in Giappone e di un suo possibile nuovo utilizzo, dal timore, soprattutto dopo l’Undici Settembre 2001, di attacchi terroristici portati nel cuore dell’Occidente, dai disastri ecologici e climatici, dallo spettro dell’Aids o di nuove e sconosciute malattie, fino al Covid. Se di tutte queste paure si sono occupate la letteratura ed il cinema, di certo non poteva mancare una loro elaborazione e messa in scena da parte del genere che più di ogni altro si occupa di paura: l’horror.

Con il proposito di tornare successivamente su alcune delle tendenze trattate dall’autore, in questo scritto ci si soffermerà sulle paure legate all’universo internet messe in scena dal cinema horror del nuovo millennio. Di Nicola indica Ringu (1998) di Hideo Nakata come il film che, con la sua “videocassetta assassina”, suggella la fine dell’epopea analogica a cui, in apertura di nuovo millennio, non mancano di riferirsi diversi film che prospettano lo sprigionarsi della paura da qualche vecchio nastro rintracciato dopo tanto tempo: una sorta di presenza inquietante contenuta in una tecnologia divenuta talmente rapidamente obsoleta da farsi, nel giro di qualche decennio, archeologia da cui, da un momento all’altro, può manifestarsi in tutta la sua potenza il maligno che la abita.

Alla serie di film focalizzati sulle vecchie videocassette analogiche introdotta da Ringu e dalla versione statunitense The Ring (2002) di Gore Verbinski succedono gli screenlife (o screenview) movies incentrati sull’universo del web, che prendono il via con Collingswood Story (2002) di Michael Costanza, in cui si prospetta la presenza di forze maligne nella rete; un universo abitato non solo da “criminali tradizionali” che sfruttano questo nuovo spazio ma anche da vere e proprie «entità ultraterrene, che vivono nei meandri della rete e risultano più inquietanti proprio perché invisibili, non individuabili, non tangibili, fluttuanti nelle schermate tra un sito e l’altro. Queste forze configurano una sorta di “rete maledetta”, uno spazio intangibile che si dimostra oscuro e ostile, pronto a colpire i protagonisti» (p. 90).

Se film come Paura.com (Fear Dot Com, 2002) di William Malone, Feed (2005) di Brett Leonard o lo stesso Smiley (2012) di Michael J. Gallagher, per quanto quest’ultimo sia un’opera a cavallo tra thriller ed horror, sono incentrati sul maniaco o serial killer che sfrutta il web per adescare le sue vittime, diverse opere danno spazio al fenomeno della condivisione via social di qualche efferatezza non mancando di sottolineare come il sadismo di qualche folle assassino trovi terreno fertile nel voyeurismo diffuso dei nostri giorni amplificato – e indotto – a dismisura dal web. Non a caso, ricorda Di Nicola, i social network hanno un ruolo importante nella serie Scream di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillet post Wes Craven, ed in Thanksgiving (2023) di Eli Roth.

Diverse sono le opere incentrate sull’universo più perverso e atroce che si immagina nascondersi nel cosiddetto dark web tra snuff movies e red rooms; tra queste Di Nicola ricorda Unfriended (2014) di Levan Gabriadze e, soprattutto, Unfriended: Dark Web (2018) di Stephen Susco che, oltre riprendere l’idea delle camere delle torture che abiterebbero il web più oscuro, introduce il topos dello spietato sistema di voto in grado di stabilire la vita o la morte delle vittime che si ritrova in diversi film e serie televisive.

Alcune produzioni horror degli ultimi decenni hanno ripreso attualizzandoli e spesso tecnologizzandoli il found footge e il mockumentary, il ricorso ad immagini che si vogliono di repertorio ed il formato del falso documentario; si pensi a The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e, venendo agli internet horror, a Rec. La paura in diretta (Rec, 2007) di Jaume Balagueró e Paco Plaza. «Insomma, l’orrore nella rete, che sia screenlife o meno, riesce a trarre una proposta tutto sommato originale e al passo coi tempi riconoscendo e metabolizzando esperienze del passato, variando sulle forme del genere e presentandole in veste inedita per fare paura parlando degli orrori di oggi» (p. 93).

L’autore sottolinea come con il tempo l’horror che scaturisce dal web divenga più complesso e stratificato, come dimostrano The Den (2013) di Zacharie Donohue, Friend Request (2016) di Simon Verhoeven, Followed (2018) di Antoine Le, Host. Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage – in cui lo screenlife si intreccia con il lockdown della pandemia di Covid – e Deadstream (2022) di Joseph e Vanessa Winter.

Alle stanze di tortura si rifà Les Chambres Rouges (Red Rooms, 2023) di Pascal Plante che, per quanto sia un thriller drammatico più che un horror, contribuisce a diffondere una paura su cui insisteranno diversi film di questo genere. Il film francese, scrive Di Nicola, «attraverso la sua sinistra leggenda lancia un tema che riguarda noi tutti e fa davvero paura: la smania di guardare, la tendenza a vedere il più possibile nel nostro mondo iper-connesso, che ormai non si ferma più davanti a nulla, neanche ad una bambina che viene fatta a pezzi per appagare i nostri occhi» (p. 95).

Se red rooms e snuff movies tendono a rifarsi più a leggende metropolitane che non a fatti reali e comprovati, le sfide tra adolescenti portate ad esiti estremi ripresi da diversi film horror recenti richiamano invece direttamente la realtà. La sfida Blue Whale Challenge tra ragazzini, comportante la prova finale del suicidio, che in Russia ha coinvolto un alto numero di giovani e giovanissimi, è stata ripresa da #Blue_Whale (2021) di Anna Zaytseva, «film privo di elementi soprannaturali ma ugualmente terrificante, forse proprio perché ancorato alla verità delle cose e in grado di scoperchiare un’altra china fatale, particolarmente spietata perché prospera sulla debolezza psicologica degli adolescenti in fase di sviluppo» (p. 95).

Cam (2018) di Daniel Goldhaber è un horror incentrato sulle vicissitudini di una camgilr che richiama l’esperienza vissuta in prima persona dalla sceneggiatrice Isa Mazzei nell’universo del sesso online raccontata nel memoir Camgirl (Rare Bird Books, 2019). Il film, tecnicamente non proprio uno screenlife movie, si concentra sull’inquietante e conturbate generarsi in rete di un doppio della protagonista da cui questa non riesce più a liberarsi/differenziarsi. Anche in questo caso, al di là della vicenda riguardante il mondo delle camgirl, il film tocca una problematica importante e reale della vita quotidiana nell’epoca in cui questa si è espansa sulla rete attraverso «una variazione spiazzante sul tema del doppio che si appropria della nostra vita come un predatore fino a portarci alla rovina» (p. 100).

Di Nicola sottolinea un altro aspetto importante posto dal film di Goldhaber: l’idea, presente in filigrana anche in diversi altri film del genere, sin dal pionieristico The Collingswood Story di Costanza in apertura del nuovo millennio, che nella rete abiti qualcosa di diabolico che sfugge alle possibilità razionali di comprensione e risoluzione: «c’è qualcosa di male nella rete, una forza che può replicare la tua essenza, trascinarti nel gorgo e condurti alla perdizione» (p. 101).

Che si pensi al paranormale o ad «un algoritmo impazzito magari gestito da un oscuro burattinaio», scrive Di Nicola, la «percezione della paura si sposta solo dall’esistenza della “cosa”, nascosta non tra i ghiacci ma nelle maglie invisibili del web, verso l’orrore dell’algoritmo, anticipando il timore e la paura che l’intelligenza artificiale è in grado di incutere» (p. 101). Che si tratti di paranormale o di deriva tecnologica, il risultato conduce ad una nuova ed inquietante forma di orrore incentrata sul web in cui si vive una parte sempre più importante della quotidianità e che concorre alla costruzione dell’identità.

Trattando delle paure che hanno contraddistinto il periodo più recente, il nuovo cinema horror non poteva esimersi dall’affrontare il Covid. Se il sottogenere orrorifico pandemico ha lunga tradizione, ad anticipare il Covid degli anni Duemila è stato Contagion (2011) di Steven Soderbergh, dunque un film non appartenente al genere horror. Lo stesso regista introduce invece direttamente il Covid nel suo Kimi – Qualcuno in ascolto (Kimi, 2022), film, anche in questo caso non di genere horror, in cui la scoperta di una cospirazione da parte di una giovane informatica è ambientata durante il lockdown imposto dalle autorità a seguito della pandemia.

Ad introdurre il Covid nel genere horror è invece il mediometraggio indipendente britannico Host – Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage che, in formato screenlife, sullo sfondo di uno schermo a mosaico, racconta di una seduta spiritica in streaming di un gruppo di giovani alle prese con uno spirito maligno che abita l’universo del web. Anche The Harbinger (2022) di Andy Mitton collega l’horror al Covid.

Qui, di nuovo in presa diretta e con un’impostazione di finzione tradizionale, senza desktop né computer, il virus diviene letteralmente un fantasma, un incubo da cui non ci si può svegliare, un novello Freddy Krueger dei tempi moderni. Ed è il primo horror che rende il Covid un elemento di genere, lo ri-forma nel senso che ne cambia forma – peraltro eterea – e lo rende un mostro visibile e verificabile, almeno nella psiche dei personaggi. Insomma qui il Covid è un umore, una sensazione dell’orrore (pp. 162-163)

Lo stesso Savage trona sul Covid con Dashcam (2021) intrecciando in questo caso la figura dell’influencer con il lockdown pandemico ed il classico inseguimento tra la nebbia della campagna inglese. Da Taiwan vine invece The Sadness (2022), opera d’esordio di Rob Jabbaz, in cui il desiderio di ritorno alla normalità, dopo un anno di pandemia, rivela un’evoluzione del virus che conduce alla follia dei cittadini «seminando tristezza e pulsione di uccidere» (p. 163).

Altri film horror in cui compare la pandemia citati da Di Nicola sono: Songbird (2020) di Adam Mason, Lethal Virus (2021) di Daniel H. Torrado, Virus 32 (2022) di Gustavo Hernández e Sick (2022) di John Hyams, che, secondo l’autore, può essere considerato, almeno al momento, l’horror definitivo sul Covid. Il questo ultimo caso, il regista «non si limita a usare la pandemia come sfondo, a raccontare una storia nel tempo del virus, ma tematizza il virus stesso, lo ingloba dentro il flusso, ossia prende le stimmate del Covid e le rende elementi compiuti di genere» (p. 165).

Sick può essere letto «come metafora del Covid: ci sono tre persone chiuse in casa, un pericolo esterno prova ad entrare, loro tentano di resistere attraversano spray e tamponi, ma quando una particella infettiva sembra sconfitta ne arriva subito un’altra, perché il male può sempre colpire» (p. 165). Più di altri il film di Hyams può, secondo Di Nicola, inaugurare un nuovo tipo di horror incentrato sulla questione pandemica.

Cogliendo alcune delle paure contemporanee più diffuse, il legame che diversi film hanno istituito tra le mostruosità online e i pericoli offline, contagio compreso, potrebbe rivelarsi una delle strade su cui insisterà maggiormente l’horror del futuro.

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Greenpass, nuovi confini e le frontiere della paura. Contributo per un ragionamento collettivo. https://www.carmillaonline.com/2021/07/29/greenpass-nuovi-confini-e-le-frontiere-della-paura-contributo-per-un-ragionamento-che-auspico-collettivo/ Thu, 29 Jul 2021 21:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67436 di Deriva

Dall’inizio della pandemia non ho mai scritto su blog, né uso i social, né ero dell’idea che fosse utile l’allarmismo dell’emergenza securitaria iniziale quando non si sapeva cosa stava realmente accadendo. Sono una scienziata sociale, non un medico, quindi mi sono attenuta a ciò che so fare: osservare, non esprimere parole avventate, ma continuare a osservare e scrivere. E però ora, dopo 16 mesi dall’inizio di questa pandemia (non sono due anni, mi dispiace, ma solo 16 mesi. e la deformazione della percezione del tempo che noto attorno a me [...]]]> di Deriva

Dall’inizio della pandemia non ho mai scritto su blog, né uso i social, né ero dell’idea che fosse utile l’allarmismo dell’emergenza securitaria iniziale quando non si sapeva cosa stava realmente accadendo. Sono una scienziata sociale, non un medico, quindi mi sono attenuta a ciò che so fare: osservare, non esprimere parole avventate, ma continuare a osservare e scrivere. E però ora, dopo 16 mesi dall’inizio di questa pandemia (non sono due anni, mi dispiace, ma solo 16 mesi. e la deformazione della percezione del tempo che noto attorno a me è un primo elemento che trovo allarmante), dopo 16 mesi dall’inizio della pandemia, ecco che ora sono preoccupata.

Sono preoccupata del silenzio, della totale assenza di dibattito, della mancanza totale di spazi di discussione cui ci siamo abituati e di cui non sembra vediamo più gli effetti deleteri. Sono preoccupata dell’amnesia totale che vedo attorno a me: non ci ricordiamo più cosa dicevamo solo 12 mesi fa, quando da tante e tante parti leggevo non vogliamo tornare a quello che c’era prima, perché quello che c’era prima era il problema. Sembra che non riusciamo a imparare dalla storia, e che non siamo in grado di vedere la differenza che c’è, oggi come nel 1969, nel 1980 o nel 2001, fra incidente e strage, tra incidente accidentale, e concorso in strage.
Certo, c’è un virus e questo non fa bene a nessuno e non va sottovalutato. Ma come dimenticare che il grosso numero di morti non lo ha provocato il virus da solo, bensì la gestione folle che già 16 mesi fa metteva l’economia davanti alla salute pubblica? Come dimenticare la Val Seriana e la Val Brembana nel bergamasco, sacrificate per il PIL della Lombardia che non doveva fermarsi? Come non vedere la differenza di responsabilità tra l’incidente (accidentale o meno che sia) del virus, e la strage provocata dei morti sul lavoro, o nelle RSA (Confindustria e Oms e governi vari tutti responsabili)?

I punti sono tanti, che non avendo più voluto/potuto discutere, andiamo perdendo. Proverò a nominarne alcuni (senza pretese di esaustività):

– La paura è al centro di tutte le reazioni e discorsi sul Covid, e l’incapacità di parlare e fare i conti con la paura (e con la morte, che è parte della vita e non sua eccezione) è certamente il punto Uno.

– Porre la questione in termini di vaccino si/no è porre malissimo la questione. La hubris umana ha un limite. Benissimo che i vaccini proteggano e tutelino al massimo le persone più fragili ed esposte agli effetti nefasti del Covid. Altra cosa è credere che il vaccino possa sconfiggere una pandemia che è globale, in cui i vaccini stanno toccando una porzione infinitesimale della popolazione globale, mentre corpi e soprattutto merci continuano a circolare e con essi i batteri, i virus e le varianti incrociate.

– Credo che un punto importante sia accettare che non siamo in una POST-pandemia, ahimè, ma che ci siamo ancora dentro fino al collo. La pandemia c’è e ci sarà ancora, fino a che la sua curva non raggiungerà il livello alto per poi scemare. Una pandemia globale ha dei tempi che sono al di sopra della hubris umana e della umana volontà di dominio su tutto il mondo che ci circonda.

– Il greenpass è uno strumento di controllo sociale, ieri il Ministro Speranza ha dichiarato che “Il green pass è la più grande opera di digitalizzazione mai fatta” (qui): dunque il punto è la digitalizzazione e il controllo a tappeto di tutte le azioni quotidiane, non la salute pubblica. Equiparare controllo e salute è davvero un binomio difficile da digerire. Il greenpass è un nuovo confine che stiamo vedendo erigere attorno a noi: non più alle frontiere degli Stati nazionali, ma alle frontiere dei nostri corpi. Si tratta sempre di mura, di confini che determineranno chi ha o meno dei privilegi. Ma in tante e tanti non urlavamo: La carta è solo carta la carta brucerà? Dov’è finita quella solidarietà verso i sans-papier e le persone che non possono e non potranno comunque accedere a questo pass? (e qui non è solo questione di procedure, si chiama paura anche quella).

– Il greenpass viene rilasciato dopo 1 sola dose di vaccino, che è ormai risaputo NON coprire né tutelare la persona dagli effetti nefasti del virus. Dunque nuovamente mi pare che lo Stato si voglia deresponsabilizzare per fare andare avanti l’economia senza dovere più provvedere a “ristori”. Ma dov’è la tutela della salute? Infine: il greenpass non è richiesto per entrare in Chiesa. Andare a Messa ancora una volta si rivela un assembramento consentito e tollerato beffando ulteriormente scuole, teatri e gli altri luoghi di socialità e cultura.

E alcune domande:

– Quanti soldi sono stati stanziati per implementare il sistema pubblico sanitario in Italia e in Europa in questi mesi? Perché pensiamo che la soluzione alla pandemia sia un vaccino e un nuovo passaporto digitale, invece che risorse a strutture, cultura della salute, del cibo, importanza dello sport e un attenuazione degli stress e della paura che sono invece fortissimi inibitori del sistema immunitario?

– Quale è l’intervento di salute pubblica che giustifica l’ipotesi di obbligo vaccinale per i giovani? Questo punto mi fa talmente male che non riesco neanche a commentarlo, ma è di una gravità immonda, e che non ci siano discorsi seri che prendano in conto i rischi che non conosciamo degli effetti negli anni di questo vaccino nei giovani (perché non c’è stato il tempo tecnico necessario) è l’ennesima testimonianza che viviamo in una violenta gerontocrazia patriarcale.

– Cosa ha provocato l’emergere del Covid? E cosa ha trasformato un virus in una pandemia globale? Come mai non si parla degli allevamenti industriali, dei combustibili fossili, delle centrali nucleari, e di tutte quelle miriadi di cose che producono e quotidianamente fabbricano le condizioni perché si sviluppino questo o altri virus?

– Infine: come possiamo illuderci che un vaccino risolva la pandemia (o tanto più un documento di controllo digitale), se non affrontiamo in nessun modo le cause strutturali che l’hanno provocata?

Sono cresciuta in un contesto in cui la cultura non erano nozioni da ingerire attraverso uno schermo, ma un quotidiano allenamento al pensiero critico, alla riflessione, all’osservazione e all’utilizzo del cervello che sento di avere sotto la corteccia cerebrale.

Sono caduta nello sconforto quando vedevo persone accorrere in fila allo spriz appena riapriva il bar, tanto quanto ora pensare che il vaccino “è l’unica soluzione che abbiamo”. Tanto più trovo razionalmente infondata ogni equiparazione tra vaccino e greenpass. Difenderò sempre l’importanza dei vaccini per difendere le persone a rischio e limitare la circolazione del virus. Ma nessuno può farmi credere che il vaccino a meno dell’1% della popolazione mondiale possa arginare un virus che la mal-gestione delle istituzioni che ci governano ha trasformato in pandemia. Mi rifiuto di dimenticare le responsabilità politiche che hanno portato alla strage del bergamasco e su cui- tra l’altro, per inciso- non si vuole indagare, nonostante le richieste dei familiari delle vittime.

Mi rifiuto di smettere di utilizzare il mio cervello, perché il fatto che funzioni me ne lascia una responsabilità enorme. Mi rifiuto di pensare che fare una passeggiata con o senza cane possa fare male a qualcuno, che stare chiusa in casa faccia bene alla salute (mentre le fabbriche erano sempre piene), che oggi mangiare al ristorante o bere il caffè senza essersi potuti vaccinare equivalga ad attentare alla salute pubblica. C’è una bella differenza tra egoismo neoliberale che vuole solo fare crescere il PIL o tornare a una brutta copia di quel che era prima, e un singolo corpo che cammina e respira. Le stragi le fanno i padroni, e come tanti anni fa, ancora adesso spesso si fanno aiutare dai fascisti per ottenere il risultato che vogliono.

Non smettiamo di usare la testa, non smettiamo di essere solidali, non smettiamo di cercare e condannare le responsabilità strutturali che hanno condotto al punto in cui ci troviamo.

Infine: impariamo ad ammettere che abbiamo paura, anzi che siamo terrorizzati pure. Che la morte ci spaventa, che la malattia ci fa paura. Non è un male avere paura, è parte della vita la morte, come è parte dell’amore la paura della sua fine. Eppure, impariamo a conviverci, perché l’amore è più forte.

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Contagi immaginari e antidoti di resistenza https://www.carmillaonline.com/2020/04/15/contagi-immaginari-e-antidoti-di-resistenza/ Wed, 15 Apr 2020 21:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59436 di Paolo Lago

L’immaginario letterario e cinematografico, in questi giorni estremamente difficili, ci può offrire un vero e proprio antidoto di resistenza, uno strumento che non deve assolutamente configurarsi come una fuga dalla realtà ma come uno spunto di riflessione e di creatività, di incoraggiamento al pensiero, di spinta propulsiva per sempre nuovi, possibili immaginari liberati da qualsiasi dinamica di potere. Se, partendo dalla realtà, purtroppo tragica, che ci circonda, ci muoviamo nella direzione dell’immaginario, si può scoprire come nella letteratura e nel cinema le tematiche del contagio e dell’epidemia siano in larga [...]]]> di Paolo Lago

L’immaginario letterario e cinematografico, in questi giorni estremamente difficili, ci può offrire un vero e proprio antidoto di resistenza, uno strumento che non deve assolutamente configurarsi come una fuga dalla realtà ma come uno spunto di riflessione e di creatività, di incoraggiamento al pensiero, di spinta propulsiva per sempre nuovi, possibili immaginari liberati da qualsiasi dinamica di potere. Se, partendo dalla realtà, purtroppo tragica, che ci circonda, ci muoviamo nella direzione dell’immaginario, si può scoprire come nella letteratura e nel cinema le tematiche del contagio e dell’epidemia siano in larga misura presenti.

Fin dalla letteratura antica, il contagio è stato oggetto dell’attenzione di poeti e scrittori. Nel libro I dell’Iliade si racconta di come Apollo – adirato con i Greci per la mancata restituzione, da parte di Agamennone, di Criseide al padre Crise, sacerdote del dio – scateni una pestilenza nel campo acheo. Apollo diffonde la pestilenza scoccando le sue frecce in mezzo all’accampamento: “I muli colpiva in principio e i cani veloci / ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta / lanciava; e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte” (Il., I, 50-53).

Se nell’Iliade la pestilenza è dovuta all’ira divina e per placarla, come osserva l’indovino Calcante, non sono necessari dei sacrifici agli dei ma la semplice restituzione della figlia al sacerdote di Apollo, nelle Baccanti (407-406 a.C.) di Euripide il culto di Dioniso si presenta di fronte al re Penteo come un elemento di pericolosa contaminazione. Nella tragedia, Dioniso appare a Penteo, re di Tebe, sotto le vesti di uno straniero che giunge da terre lontane, accompagnato dal corteo delle Baccanti. Il re, temendo la diversità assoluta del dio, ordina di incarcerarlo ma la vendetta di Dioniso sarà terribile. Penteo verrà infatti ucciso dalla sua stessa madre, Agave, in preda al delirio bacchico. Il culto dionisiaco viene paragonato dal re ad una vera e propria epidemia, e così anche il delirio delle Baccanti. In questo modo, infatti, si rivolge Penteo a Cadmo, che gli consiglia di accogliere Dioniso, dando così ascolto all’indovino Tiresia: “Non toccarmi, va’ a fare l’invasato da qualche altra parte! Non contagiarmi con questa pazzia!” (vv. 343-344). Dioniso appare come uno straniero giunto dall’Oriente, dai costumi strani e incomprensibili per l’ottica greca, un possibile conduttore di perturbamento e di sovvertimento dell’ordine all’interno della società. Il culto ‘sovvertitore’ è assimilato a un’epidemia che si propaga; e, non a caso, l’epidemia giunge da Oriente, da territori sconosciuti e lontani, i luoghi da dove le comunità nomadi possono sferrare il loro attacco alla stanziale civiltà occidentale. Come vedremo, anche il contagio portato da Dracula nel romanzo di Bram Stoker giunge da un Oriente sconosciuto, terra di arcane magie, abitata da antiche e sapienti popolazioni di zingari (come vediamo nella rilettura cinematografica di Herzog).

Una descrizione del contagio e dell’epidemia è attuata da Lucrezio nel VI libro del De rerum natura (I sec. a.C.) che si conclude con un vero e proprio affresco poetico del contagio e degli effetti della peste modellato sulla descrizione di Tucidide della peste di Atene del 430 a.C. Dopo aver esordito con una spiegazione quasi tecnica e ‘scientifica’ sulle possibili cause dei morbi (“Ora spiegherò quale sia la causa dei morbi, e di dove / sorta d’un tratto una violenta infezione possa spargere / fra le stirpi degli uomini e i branchi degli animali una funesta strage”, VI, 1090-1092), le quali non sono comunque imputabili a vendette divine, il poeta si lascia andare a una descrizione di una pestilenza in cui le tonalità realistiche si mescolano all’afflato poetico. Anche Virgilio, nel III libro delle Georgiche (I sec. a.C.) descrive la pestilenza del Norico non come una punizione divina ma come l’evoluzione di una particolare condizione climatico-ambientale. Ovidio, nel libro VII delle Metamorfosi (I sec. d.C.), offre invece una descrizione della pestilenza di Egina nel segno di una esaltazione del fantastico, con marcati accenti poetici, filtrata dal racconto di Eaco (una malattia che è comunque causata dall’ira di Giunone).

Se pensiamo poi alla pestilenza narrata nella cornice del Decameron (1350-1353) di Giovanni Boccaccio, si può notare come essa si configuri come un vero e proprio motore dell’immaginario e del racconto. Dapprima Boccaccio descrive in modo realistico gli aspetti più crudi e gli effetti della peste che, nel 1348, si è abbattuta su Firenze, notando anche che essa arriva da Oriente (come poi sarà in Dracula) e successivamente si concentra sui più svariati comportamenti delle persone, da quelli più moderati, all’insegna della salvaguardia personale, fino a quelli più smodati, all’insegna degli eccessi. Poco dopo, però, la narrazione si focalizza sul gruppo di sette giovani donne che si ritrovano a Santa Maria Novella. Una di loro, Pampinea, suggerisce alle altre di recarsi in campagna dove, a causa della salubrità dell’aria, la pestilenza potrà diffondersi in modo meno violento. E così, il gruppo, al quale si sono uniti anche tre giovani, si reca fuori città dove la stessa Pampinea decide che il tempo venga trascorso “novellando”. Come si vede, la pestilenza e il contagio si presentano come motivi scatenanti della narrazione. Se non ci fosse stata la peste, non ci sarebbe stato neanche il Decameron. Nei più oscuri e tragici risvolti dell’epidemia, perciò, si nasconde la libera macchina dell’immaginario che sa trarre il racconto e la narrazione anche dagli aspetti più terribili dell’esistenza. L’immaginario liberato si configura così come un vero e proprio antidoto di resistenza di fronte alla tragicità della situazione: è grazie al reciproco racconto che i personaggi della cornice riescono, in fin dei conti, a salvarsi la vita, stando al riparo e dimenticando gli aspetti più dolorosi del momento che si trovano a vivere. Il racconto possiede quindi un’indubbia potenza intrinseca: è la parola stessa che appare come una vera e propria resistenza culturale di fronte alla cruda realtà che si manifesta d’intorno.

Alessandro Manzoni, nei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi (1842) racconta, con piglio cronachistico, la peste che imperversò a Milano nel 1630. Il capitolo XXXI è dedicato ad un’analisi della pestilenza intesa come, per usare le parole di Natalino Sapegno, “una malattia da diagnosticare e da curare, in un disteso ragionamento attento e preciso, critico e pungente, su come questo male poté sorgere e diffondersi, su quello che le autorità fecero per ripararvi, che cosa credettero gli uomini di scienza, come si comportò il popolo”. Viene messo in luce il “delirio dell’unzioni”, la credenza popolare, cioè, che vi fossero degli “untori”, dei malevoli propagatori della pestilenza e come tale credenza conducesse ad una “pubblica follia”. Nel capitolo XXXIV, Renzo si ritrova per le vie di Milano in preda alla pestilenza. Emerge allora una delle vittime delle pratiche di restrizioni e della paura diffusa: una “povera donna, con una nidiata di bambini intorno”, la quale, da un terrazzino, implora Renzo di recarsi dal commissario per avvertirlo che “siamo qui dimenticati” (“ci hanno chiusi in casa come sospetti, perché il mio povero marito è morto; ci hanno inchiodato l’uscio, come vedete, e da ier mattina, nessuno è venuto a portarci da mangiare”). Fino al toccante incontro con la madre di Cecilia che consegna ai monatti il cadavere della sua bambina e all’accusa di essere un untore di cui è vittima lo stesso Renzo, il celebre “dagli all’untore”, una vera e propria caccia alle streghe generata dalla follia collettiva, la ricerca del capro espiatorio per scongiurare la propagazione del morbo (inutile dire che, anche in questo tristo periodo che ci troviamo adesso a vivere, i cosiddetti runner e chi fa passeggiate vengono considerati quasi alla stregua di “untori”).

Un contagio immaginario dai risvolti horror è quello narrato da Edgar Allan Poe in un racconto contemporaneo al romanzo manzoniano, La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death, 1842). Di fronte all’epidemia della Morte Rossa, una pestilenza che riduce le vittime a poltiglie sanguinolente, il principe Prospero e la sua corte si rinchiudono in un castello conducendo una vita all’insegna del lusso e dello sfarzo. Ma durante una festa di carnevale, la maschera della Morte Rossa si insinua nei saloni del castello, diffondendo morte e devastazione. Se qui la chiusura egoistica di una classe ricca e aristocratica nei confronti del popolo porta a una autodistruzione, in un altro racconto, Re Peste (King Pest, 1840), l’ibridazione conduce alla salvezza due allegri marinai ubriachi che si erano avventurati all’interno della zona di Londra sottoposta alla quarantena per una epidemia di peste. I marinai, penetrati di notte in un lugubre e desolato quartiere, incontreranno il Re Peste in persona e avranno la meglio sulla dimensione dell’orrore che si sprigiona dal Re e da altri orrifici personaggi. Riusciranno quindi a fuggire verso la loro goletta ormeggiata sul Tamigi portando addirittura con sé la Regina Peste e l’arciduchessa Ana-Peste.

Un contagio immaginario che giunge da un Oriente lontano e sconosciuto ci viene offerto dal già citato Dracula (1897) di Bram Stoker. Il vampiro assume la valenza di un sovvertitore ‘demonico’ dell’ordine costituito che porta con sé la malattia del vampirismo, la quale si diffonde tramite il contagio (proprio come la sifilide, una temutissima malattia dell’epoca) nell’universo capitalista della Londra vittoriana. Come un ‘nomade’ che giunge da steppe lontane, Dracula insinua la sua epidemia nel razionale Occidente che pretende di dominare, tramite l’imperialismo, i lontani territori orientali. Dracula, un essere metamorfico capace di trasformarsi in lupo e in pipistrello, rappresenta una figura ancora vicina alla natura e alle sue dinamiche; ed è proprio per questo che muove il suo attacco al cuore razionale dell’Occidente, una Londra segnata dalla recente Rivoluzione Industriale, dove l’uomo, pretendendo di dominarla e asservirla, si sta inesorabilmente allontanando dalla natura. Interessante, in questo senso, è la rilettura cinematografica che del romanzo ha offerto Werner Herzog con Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu, Phantom der Nacht, 1979). Nel film, che riprende il nucleo narrativo di Nosferatu il vampiro (Nosferatu. Eine Symphonie des Grauens (1922), di Friedrich W. Murnau, Dracula giunge a Wismar, la cittadina sul mar Baltico che rappresenta la Londra vittoriana, accompagnato da miriadi di ratti. È grazie a questi ultimi che si diffonde la peste in città e tutti gli organi del controllo, dal sindaco al capo della polizia, vengono falcidiati dalla malattia; come scrive Boccaccio nell’introduzione del Decameron, “li ministri et esecutori” delle leggi “erano tutti morti o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare”. Il vampiro è il sovvertitore totale che, come un nuovo Dioniso, si insinua nella regolare vita cittadina scandita dal commercio. Egli porta con sé il tempo dell’immaginario che si contrappone al tempo razionale del lavoro e della routine quotidiana. Il vampirismo che si trasmette per mezzo del contagio equivarrebbe quindi quasi a una nuova pratica di immaginario liberata dalle dinamiche coercitive dell’economia e del lavoro.

Albert Camus, con La peste (1947), rappresenta un’epidemia immaginaria che diviene quasi la metafora della presenza del dolore nell’esistenza dell’uomo. Come afferma il dottor Rieux nel romanzo, la peste, come il dolore, può tornare sempre a sconvolgere i normali ritmi della quotidianità e della vita: “Ascoltando, infatti, i gridi di allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce, e che forse verrebbe un giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”.

In Non dopo mezzanotte (Not after Midnight, 1971), di Daphne Du Maurier, il narratore e protagonista parla di un virus che ha contratto durante una vacanza a Creta e che lo ha costretto a dimettersi dalla sua professione di insegnante. A suo parere, la malattia è frutto di “una antica magia, insidiosa, perfida, le cui origini si perdono negli albori della storia. Basta dire che il primo a compiere questa magia si ritenne immortale e contagiò gli altri con una gioia sacrilega, spargendo nei suoi discendenti, per tutto il mondo e nel corso dei secoli, i semi dell’autodistruzione”. Si tratta di una contaminazione che affonda le sue radici nell’antichità, un contagio che sembra provenire da un’arcaica dimensione del mito. Come se lo stesso contagio volesse prendersi la rivincita sulla civiltà umana eccessivamente razionale, una civiltà che si è allontanata da una dimensione in cui il rispetto per gli antichi rituali era direttamente collegato al rispetto per la natura.

Rivolgendo il nostro sguardo al cinema, è interessante ricordare un film di Lars von Trier, Epidemic (1987), in cui, in forma metacinematografica, è narrata la propagazione di una terribile pestilenza. Nel film di primo grado, il regista e lo sceneggiatore decidono di raccontare le vicende legate a un’epidemia di peste e vi si trovano improvvisamente immersi. Nel film di secondo grado, un medico idealista decide di curare la peste fino a che non scopre di essere proprio lui il portatore della malattia. La società devastata dal contagio, che vediamo in immagini marcate con la scritta rossa del titolo del film, è segnata da un irrefrenabile processo di accelerazione: ad esempio, in mezza giornata si diventa dentista e basta un giorno per diventare pilota d’aereo. Le autorità mediche decidono di barricarsi dentro le mura della città e discutono della formazione di un nuovo governo interamente composto da medici: i vari ministeri verranno assegnati in base alle singole specializzazioni. Von Trier, con questo film, non mette in scena un vero e proprio horror, ma una narrazione all’insegna dell’ironia: manca quel misto di orrore e fascinazione con il quale, ad esempio, David Cronemberg guarda ai corpi infetti dei suoi personaggi in Il demone sotto la pelle (Shivers, 1975), in cui un parassita che risveglia gli istinti infetta gli abitanti di un complesso residenziale.

Parlando di contagi immaginari nel cinema non possiamo poi non ricordare l’infezione che, negli zombie-movie, trasforma gli esseri umani in zombie, cadaveri redivivi, esseri abulici che sono massa indifferenziata, automi privi di emozioni che si muovono in modo meccanico. Il più grande autore di questo genere di film è sicuramente George A. Romero, creatore di una memorabile trilogia: La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968), Zombi (Down of the Dead, 1978), Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985). Il contagio trasforma gli uomini in esseri abulici che possono diventare anche la metafora della condizione dei fruitori della società dei consumi, di quella televisiva e digitale, sottoposti a un continuo lavaggio del cervello da parte dei più svariati media di massa. Un film che collega in modo suggestivo le tematiche della propagazione del virus all’abulia degli zombie è Invasion (The Invasion, 2007), di Oliver Hirschbiegel, ispirato al celebre film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956). Un virus alieno, scambiato per una normale influenza, è capace di penetrare nella mente degli uomini durante il sonno, trasformandoli in esseri disumani, privi di emozioni ma con l’aspetto esteriore inalterato. Comunque, parlando di zombie-movie, è doveroso ricordare uno fra i più recenti film appartenenti a questo filone, I morti non muoiono (The Dead Don’t Die, 2019) di Jim Jarmusch, che racconta la propagazione di una epidemia zombie nella cittadina rurale di Centerville. Tutti gli abitanti, progressivamente, si trasformano in zombie che vengono rappresentati come segnati dalla smania di appropriarsi di beni di consumo nei confronti dei quali, da vivi, provavano attrazione. Tutta la vicenda della propagazione del contagio viene guardata dalla prospettiva dell’eremita Bob, un personaggio che vive a stretto contatto con la natura, considerato come pericoloso e strano dagli abitanti della cittadina. Per mezzo del suo sguardo viene implicitamente svolta una critica alla società massificata che trasforma gli esseri umani in veri e propri zombie. Emblematico, in questo senso, è il commento finale di Bob che suggella il film: mentre osserva con un binocolo la scena della lotta in cui i due poliziotti Cliff e Ronny, fra i pochi a non essere ancora contagiati, vengono sconfitti dagli zombie, egli si lamenta della realtà che lo circonda, definendola “un mondo di merda”.

È sicuro che anche noi, per riprendere la battuta del film, ci troviamo in un “mondo di merda”: un mondo devastato dalle logiche del profitto capitalista che non guardano in faccia a niente e a nessuno, tanto meno all’ambiente e alla natura. Un mondo che adesso, come conseguenza della situazione di emergenza causata dalla propagazione del coronavirus, rischia di essere attraversato da un sempre maggiore controllo pervasivo e diffuso. E se abbiamo dato uno sguardo a diversi contagi immaginari, adesso ne dobbiamo affrontare uno ben reale: un contagio che non è rappresentato solo dalla diffusione del virus, ma anche dalla diffusione della paura, della delazione, del controllo, di un potere sempre più pervasivo e inconsistente. È per questo che sono sempre più necessari antidoti di resistenza a questo scontato ordine delle cose e, sicuramente, l’immaginario che scaturisce dalla letteratura e dal cinema può essere uno di questi. Che essi possano contribuire, nel loro piccolo, a creare nuovi spazi reali liberati da qualsiasi dinamica di controllo e di coercizione.

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Sull’epidemia delle emergenze /fase 2: prima venne il carcere… https://www.carmillaonline.com/2020/03/10/sullepidemia-delle-emergenze-2-prima-venne-il-carcere/ Tue, 10 Mar 2020 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58567 di Sandro Moiso e Jack Orlando

L’avevamo anticipato una settimana fa: di fronte ad un’epidemia di una certa e inaspettata gravità questo stato non avrebbe saputo rispondere che con la militarizzazione e la repressione. I dodici morti1 e gli innumerevoli feriti tra i detenuti rivoltosi del carcere di Modena e di Rieti e in tutte le altre case di reclusione che sono esplose tra domenica e lunedì, ne sono la palese [...]]]> di Sandro Moiso e Jack Orlando

L’avevamo anticipato una settimana fa: di fronte ad un’epidemia di una certa e inaspettata gravità questo stato non avrebbe saputo rispondere che con la militarizzazione e la repressione.
I dodici morti1 e gli innumerevoli feriti tra i detenuti rivoltosi del carcere di Modena e di Rieti e in tutte le altre case di reclusione che sono esplose tra domenica e lunedì, ne sono la palese conferma.

Mentre i media asserviti cercano di avvallare l’ipotesi, sia a Modena che a Rieti, che i detenuti siano morti tutti, o quasi, per overdose, è un governo paralizzato a tutti i livelli quello che finge di saper traghettare i cittadini verso una lontana e, per ora, invisibile riva di salvezza. Un governo che sa mostrare, ma solo in alcuni casi, il pugno di ferro, mentre, in realtà, i suoi rappresentanti centrali, regionali e locali non fanno altro che aggravare il probabile naufragio e, memori della gloria del comandante Schettino, cercano di accaparrarsi le lance di salvataggio dichiarandosi in quarantena per aver acquisito il virus Covid-19 o invocando misure “cilene” più che “cinesi”.

Ed è in conclusione di un lunedì che conta blocchi stradali, evasioni di massa, sparatorie in strada e scontri per riprendere possesso delle carceri in mano ai rivoltosi, che Giuseppe Conte appare per parlare alla Nazione. Da tiepido uomo d’ufficio prova goffamente a vestire i panni del minuteman mentre dichiara con aria grave che d’ora in avanti tutta l’Italia sarà zona rossa. Le misure stringenti che già hanno investito il nord ora dilagheranno fino all’estremo sud.

Ma a ben guardare, nonostante l’avanzare incessante del virus, a preoccupare veramente tutto l’arco parlamentare, mai così unito come in questi giorni, è un altro tipo di contagio: è l’epidemia della conflittualità sociale che fa scendere gocce di sudore freddo lungo le schiene dei padroni. Allora è bene muoversi decisi e serrare tutto prima che una scintilla schizzi oltre le mura di cemento delle patrie galere e incendi tutto il circostante.

Non serve un genio a vedere che i provvedimenti presi non scongiurano affatto il pericolo della diffusione del virus e continuano, anzi, a moltiplicarne gli effetti. Fino ad ora nessuna chiusura delle fabbriche (qui) e dei luoghi di lavoro, nessuna autentica fermata della circolazione di persone e merci (la scomposta fuga verso il Sud scattata sabato sera subito dopo la diffusione della bozza dei provvedimenti governativi ne è l’esempio emblematico), nessuna autentica strategia per combattere la malattia all’interno delle strutture sanitarie ormai al collasso. Con l’eccellenza lombarda già arrivata a dover selezionare i pazienti a cui somministrare le terapie (qui).

Tutti coloro che dovrebbero svolgere il ruolo di governanti incrociano le dita, corrono scomposti ora facendo gli affidabili, ora cercando di scaricare su ignoti ladri di bozze la frantumazione di una catena di comando che si è fermata ormai alla semplice raccomandazione dell’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini. Messaggi che, per avere effetto ed essere ascoltati e messi in pratica, dovrebbero essere accompagnati da rassicurazioni di ben altro tenore, sia sul piano sanitario che sociale.

Invece no: il governo cerca di garantire prima di tutto la stabilità economica senza sforare troppo i parametri europei sul debito pubblico, mentre l’opposizione, i governatori e gli amministratori locali, i rappresentanti delle associazioni degli imprenditori e delle aziende chiedono, sì, di sforarlo ma per garantire la continuità delle aziende stesse e del “necessario” ritorno di profitti.

Nei giorni scorsi avevamo già segnalato l’ineffabile Boccia, presidente di Confindustria, che ha dichiarato che per uscire dall’emergenza economica occorrerà rilanciare le grandi opere inutili, a partire dal TAV; senza nemmeno prendere in considerazione il fatto che anche la costruzione di nuovi ospedali o l’ampliamento di quelli già esistenti potrebbero costituire un investimento più utile, non solo dal punto di vista delle aziende, ma soprattutto da quello della salute dei cittadini.

Come hanno tenuto a sottolineare già domenica 8 marzo, in occasione della festa (virtuale) della donna, le donne NoTav esponendo i cartelli in cui si affermava che un solo metro di TAV potrebbe servire a finanziare cento giorni di terapia intensiva (con tutti i servizi annessi). Ma si sa, in una società fondata sul diritto alla rapina del prodotto del lavoro sociale e sull’accumulazione privata della ricchezza socialmente prodotta non è l’utilità effettiva a contare, ma gli utili delle imprese, degli azionisti e dei gruppi finanziari.

Ma, d’altronde, può un paese come l’Italia, legato a doppio filo al mercato europeo e globale fermarsi e dirottare ogni sua energia verso la risoluzione di una sua emergenza? Crediamo di no. E l’incontrollata frana che ha travolto le borse mondiali subito dopo l’annuncio di una zona rossa (molto tiepida tra l’altro) in nord Italia ci conferma che questo modo di produzione, in fondo, non è così invincibile. Deve correre senza mai fermarsi e nel suo movimento caotico e forsennato si rende inafferrabile. Ma basta un sassolino. Una pietra d’inciampo e il mostro cade giù. Il 9 e il 10 marzo la rivolta dei carcerati ce lo ha mostrato bene.

Così, in queste drammatiche ore, mentre i nostri fratelli detenuti pagano in prima persona il coraggio della rivolta, anche noi e, più in generale, tutti gli esclusi e gli oppressi di questa società avviata al suo drammatico tramonto, dobbiamo riprendere in mano le armi della teoria, dell’analisi e dell’organizzazione.
Comprendere davvero che così come il coronavirus ucciderà più per i tagli effettuati negli anni alla sanità che per la sua virulenza, così nelle carceri, là dove davvero vivono gli “ultimi” di questa società e lo Stato non indossa maschere, la rivolta non esplode solo per il timore del contagio, ma per condizioni di vita (già più volte denunciate e stigmatizzate in Europa) estremamente e ingiustificatamente disagiate, così come scrive dall’interno del carcere un militante No Tav:

l’ansia e l’angoscia per il dilagare dell’infezione stanno crescendo anche tra le mura del carcere, tra i detenuti e il personale ivi impiegato. Scenari di blocco dei colloqui con i familiari, sospensione di permessi e uscite per i semiliberi sono già divenuti realtà in alcuni penitenziari del territorio nazionale e stanno divenendo probabili per gli altri visto il precipitare degli eventi giorno dopo giorno.
Appare chiaro che allo stato attuale, con una popolazione carceraria abbondantemente superiore alla capienza prevista (siamo più di 60.000 in carcere in circa 50mila posti disponibili), non ci sarebbe la possibilità di affrontare con misure di sicurezza adeguate l’eventualità non remota di un contagio tra i detenuti. Non oso pensare con quali conseguenze si ripercuoterebbe su individui già deboli e fragili, nonché ristretti, la diffusione di questa nuova infezione.
Di fronte alla impreparazione e approssimazione delle autorità statali nell’affrontare questa cosiddetta emergenza sanitaria, non pare sensato concentrare ulteriormente i carcerati bloccando anche le uscite di chi gode di benefici o di regimi di custodia attenuata. Inoltre, così facendo si infierisce ulteriormente su persone e sulle loro famiglie che già vivono da anni una condizione di privazione, sacrificio e umiliazione2.

La paura del virus non è che una miccia, l’esplosivo è questa vita di merda che si trangugia e respira quotidianamente. Come dicevano i francesi: fine del mondo, fine del mese, stessa battaglia.

La risposta durissima data alle rivolte esplose in oltre 30 carceri italiane (era almeno dagli anni Settanta che non si assisteva ad un così rapido propagarsi delle rivolte carcerarie) avviene proprio in grazia delle leggi approvate in questi giorni e assume anche il volto del ministro Bonafede, ineguagliabile giustizialista pentastellato. In grazia dello stato di assedio in cui lo Stato può di fatto agire con una discrezionalità fuori dal comune. Il tutto giustificato dal diffondersi del virus, ma in realtà già finalizzato a fronteggiare le conseguenze sociali ed
economiche di una crisi che assomiglia sempre più a una guerra.

Un autentico governo di unità nazionale sembra già essere nato nei fatti, senza distinzione tra Destra e Sinistra. Mentre il rifiuto del Governo e degli imprenditori di chiudere anche i settori produttivi non potrà fare altro che alimentare la rivolta contro una promessa di sicurezza che si rivela di giorno in giorno sempre meno convincente ed efficace. Come gli operai di Pomigliano scesi spontaneamente in sciopero (qui) sembrano già annunciare.

Un governo autoritario che attende di mettere nelle mani di un uomo forte la gestione dell’emergenza. Uomo forte che non dovrà nemmeno minacciare di fare del parlamento un bivacco di manipoli, visto che la maggioranza degli eletti dai cittadini sono già in fuga e l’emiciclo appare sempre più deserto (qui e qui ), come in un film di George Romero. A dimostrare, anche simbolicamente, la perdita di qualsiasi funzione reale dello stesso, a meno che non sia quella di passare la mano, un tempo ai vertici europei e adesso probabilmente all’uomo forte o al “commissario straordinario” che verrà.

Troppo si è dormito anche a sinistra e nei luoghi di aggregazione dell’antagonismo: il discorso sulla catastrofe capitalistica (guerra, crisi economica e ambientale, epidemie) è stato superficialmente accantonato. O meglio affrontato, di volta in volta, separatamente.
Troppo rischioso, troppo responsabilizzante affrontarlo altrimenti nella sua totalità, attraverso la sua irriducibile negazione.

Eppure, eppure…oggi occorrerà, anche se in ritardo, tornare a farci i conti.
Questa epidemia intaccherà a fondo il sistema economico e la vita sociale di questo paese.
Una volta finita l’emergenza, i padroni di ogni risma torneranno a battere cassa.
Per chi ricorda il default della Grecia di dieci anni fa, qualcosa di simile si affaccia all’orizzonte. Ma lo scenario è oggi più instabile, la crisi più profonda, l’autoritarismo più esplicito. Sono i primi bagliori che illuminano il clima da guerra civile che già si sta annunciando, quelli che si intravedono alla fine di questi giorni3.
E non ci si potrà appellare alla magnanimità della democrazia.
Occorre preparare adesso i piani per lo scontro di classe che viene.
Ecco un valido motivo per tornare a fare i conti con questa catastrofe.

Perché quello che per primi stanno sperimentando sulla loro pelle i carcerati in rivolta sarà esattamente ciò che attenderà tutti coloro che a breve, ancora nel corso dell’epidemia o subito dopo il suo placarsi, si mobiliteranno, non per scelta ma per necessità, per le condizioni di lavoro e i licenziamenti, per le mancate cure sanitarie o per il costo dei medicinali e dei prodotti di prima necessità. Per ogni schizzo di questa vita informe che urla vendetta.

Questa non è una previsione tra le tante, è esattamente la realtà dei fatti che ci attendono. Il capitalismo non ha affatto l’intenzione di salvarci, ma soltanto di salvare se stesso. Sulla nostra pelle.
Prepariamoci.


  1. Arrivati ormai a tredici con la notizia giunta oggi del quarto detenuto morto nel carcere di Rieti  

  2. Luca Abbà, qui  

  3. Mentre tanti compagni continuano ad inseguire ogni singola emergenza nell’illusione che il tutto non sia collegato e ogni problema sia invece risolvibile di volta in volta, un esponente di uno dei principali quotidiani di regime afferma oggi:

    “E’ il vuoto della città, delle sue strade e delle piazze -lo spazio della civiltà europea- contrapposto inevitabilmente al pieno delle carceri sovraffollate, come se la disumanità ci presentasse il conto delle nostre contraddizioni, occultate dentro la normalità del quotidiano, rivelate dallo scoppio dell’emergenza.
    La radicalità della sfida tra il virus e la scienza metterà presto in luce altre contraddizioni. L’egoismo feroce che ha cambiato la nostra società, la coltivazione delle paure, la rabbia di classe contro la disperazione oggi sembrano risucchiate in un orizzonte di paura più grande, in una diversa scala di priorità dell’opinione pubblica, ma torneranno a divampare al primo errore, al prossimo grado di allarme, incendiando un tessuto sociale sfibrato e infragilito.”

    (Ezio Mauro, Il nemico e il vuoto, la Repubblica 11 marzo 2020)  

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Tutta mia la città: appunti dalla mobilitazione di Centocelle https://www.carmillaonline.com/2019/12/21/tutta-mia-la-citta-appunti-dalla-mobilitazione-di-centocelle/ Sat, 21 Dec 2019 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56513 a cura di Azione Antifascista Roma Est

[Si è deciso di ripubblicare qui un intervento relativo ai fatti ed alla mobilitazione di Centocelle a partire dai roghi dei locali, in particolare della libreria La pecora elettrica e del Baraka Bistrot, che hanno posto il quartiere romano sotto i riflettori della stampa nazionale. Pur essendo passata la prima ondata di attenzione per gli avvenimenti specifici, ci sembra interessante riportare un documento che costituisce più un’analisi politica che una narrazione degli eventi e che, proprio per tale motivo, può rappresentare un utile strumento di riflessione metodologica e tattica per gli odierni movimenti [...]]]> a cura di Azione Antifascista Roma Est

[Si è deciso di ripubblicare qui un intervento relativo ai fatti ed alla mobilitazione di Centocelle a partire dai roghi dei locali, in particolare della libreria La pecora elettrica e del Baraka Bistrot, che hanno posto il quartiere romano sotto i riflettori della stampa nazionale. Pur essendo passata la prima ondata di attenzione per gli avvenimenti specifici, ci sembra interessante riportare un documento che costituisce più un’analisi politica che una narrazione degli eventi e che, proprio per tale motivo, può rappresentare un utile strumento di riflessione metodologica e tattica per gli odierni movimenti di resistenza e organizzazione sui territori.]

Quello che sta accadendo a Centocelle da alcune settimane ha colto tutti di sorpresa, dai tg nazionali ai politici improvvisamente vicini alla popolazione, dagli abitanti fino a noi militanti di zona e non solo.
Certo l’idea di un quartiere sotto l’attacco del fuoco di un nemico dai contorni sfumati lascia ampio margine a scoop, fantasticherie, dichiarazioni stampa e sussurri da bar. Ma ancora di più si vede che è attrattiva la capacità di un territorio di fornire risposte forti e determinate, quando si trova a reagire ad una palese aggressione alla sua incolumità. Due cortei, convocai nell’arco di tempi strettissimi, con una partecipazione non solo estremamente numerosa (circa duemila persone al primo appuntamento, circa cinquemila al secondo) ma anche variegata, meritano evidentemente di essere analizzati.
Noi siamo stati tra i primi a lanciare la mobilitazione e tra i primi a restarne sorpresi, non lo diciamo qui per arrogarci un qualche merito, ma crediamo utile condividere quanto abbiamo visto, sperimentato e colto come indicazioni da questa serie di eventi, che travalicano di molto la questione strettamente contingente dei locali incendiati producendo di fatto un’eccedenza. Quello che segue non è allora la nostra agiografia di una mobilitazione di cui stiamo ancora capendo i contorni, ma dei piccoli spunti che, almeno per noi, sono grandi lezioni di politica.

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Il nostro quartiere è un grosso quadrilatero con una lunga storia operaia e resistenziale, borgata popolare, covo di rivoltosi e banditi d’ogni risma, che tutt’ora, nonostante le trasformazioni urbane, vanta una radicata presenza di collettivi, spazi sociali, comitati, associazioni e reti organizzative. Uno dei primi percorsi che abbiamo intrapreso tempo fa, da gruppo politico antifascista quale siamo, è stato tessere un legame tra tutte le realtà che ci erano più vicine. Con esse è nata una rete antifascista territoriale, che ci ha permesso di stare sulle piazze e sviluppare una serie di iniziative sociali, nonché di ridare vita allo storico corteo del 25 aprile; abbiamo sopperito alla mancanza di forze di ciascuno unendoci come e quando possibile, a partire da un’analisi comune ma soprattutto da una condivisione di un metodo e di alcune pratiche. Lo abbiamo fatto mettendo da parte quell’attitudine movimentista, a guardare gli altri con sospetto, come fossero la concorrenza sleale della propria bottega, facendo un passo indietro davanti a differenze ideologiche spesso stridenti e scrollandoci di dosso, non senza fatica, la pretesa di stare sempre nei nostri panni rigettando quelli altrui.
Si dirà che una rete così eterogenea e centrata sull’antifascismo è poca roba, che non ha la possibilità di andare granché lontano o darsi chissà quale progettualità e forse è anche vero. Ma possiamo dire, ora con assoluta certezza, che mettere a valore (e non da parte) le diversità, partire dai limiti e intavolare ambiti di discorso franchi e costruttivi è un metodo che paga, che aumenta le capacità e che sedimenta una forza comune spendibile secondo le diverse occasioni o necessità.
Senza questa tensione a fare rete, non ci sentiamo sicuri di dire che l’appello alla piazza, fatto dalla mattina alla sera sull’onda dell’emergenza, avrebbe avuto lo stesso effetto; né crediamo che sarebbe stato possibile mantenere una relazione dopo l’accaduto con tutte le persone che abbiamo incontrato. Un conto è fare rete tra piccoli gruppi antifascisti, o connettere le realtà militanti presenti nello stesso quadrante della città; altro conto è riuscire a interagire con realtà territoriali, che agiscono su vari temi, anche molto diverse da noi e tra loro, come il comitato dei cittadini per la cura del parco, l’associazione dei commercianti o i genitori che si organizzano per occuparsi a vicenda ed in comune dei loro figli. Si tratta di esperienze organizzative diverse che per noi, però, rappresentano in egual modo ambiti di sperimentazione di quello, che durante i vari festival antifascisti fatti in giro per l’Italia dall’ anno scorso, abbiamo chiamato “antifascismo sociale”.

Esci dal guscio
Se ci siamo trovati spiazzati la sera del 6 novembre quando Piazza dei Mirti era strapiena di gente prima ancora dell’orario dato per il concentramento, figuratevi quando ci siamo trovati dopo il rogo del Baraka, a due giorni dalla prima Passeggiata, davanti ad una platea di abitanti che, non solo rifiutava compatta l’uso delle forze dell’ordine come soluzione del problema, ma si autoconvocava per il giorno successivo in un centro sociale, in cui molti non erano nemmeno mai stati (e questo a prescindere, di fatto, dalla stessa componente militante), per capire come portare avanti una mobilitazione a difesa della propria comunità.
Duecento persone di domenica pomeriggio hanno deciso di impiegare il loro giorno di riposo per stare oltre tre ore a parlare con degli sconosciuti di come fare fronte comune ad una minaccia concreta. Ne sono emerse posizioni differenti, idee contrastanti, visioni del mondo e del quartiere che difficilmente si sarebbero parlate altrove. Ma il vero dato comune uscito fuori, oltre le rivendicazioni particolari e l’ovvia attenzione verso quanto accaduto nei giorni precedenti, è stato il netto bisogno di confrontarsi: ciò che si coglieva in quell’assise era la volontà di ciascuno di uscire dal proprio guscio, di parlare con altri simili, di sentirsi parte di una comunità, di curare un aspetto della vita che è quello collettivo. Lo diciamo senza retorica: il bisogno esistenziale di sentirsi parte di qualcosa è molto più materiale e concreto di quanto possiamo credere. Ma come è possibile che da un giorno all’altro si siano spezzati il meccanismo della riserva indiana che vede i militanti rinchiusi nei propri spazi e nelle proprie certezze e l’indifferenza metropolitana che vede ognuno per sé e Dio per tutti? Come è accaduto che ci si sia trovati a discutere di negozi minacciati dalla malavita, di parchi sporchi e non illuminati, di centri sociali sotto sgombero e di riuscire a trovarsi d’accordo? Vero è che l’emergenza fa la famiglia ma, anche rispetto alle emergenze è bene assumere un comune atteggiamento ed una comune inclinazione: mettersi in ascolto, porsi in sintonia, ricercare un linguaggio comune senza imporre il proprio, mettersi in relazione con il territorio e con i bisogni condivisi di chi lo abita come noi. Insomma, scendere dal piedistallo prendendo parte e sentendosi parte, seppur da una chiara prospettiva di parte. Evidentemente, nello sforzo di fare rete e smussare gli spigoli di ciascuno, ci siamo educati (probabilmente anche in modo inconsapevole) ad avere un approccio laico alle cose della vita, a prendere ciò che il presente ci offre con minor ideologia e maggior pragmatismo. Avremmo potuto ignorare il bisogno di sicurezza classificandolo come istanza reazionaria, l’esigenza di parchi puliti e illuminazione catalogandola come velleità cittadinista, avremmo potuto misconoscere le indicazioni che il contesto presentava e tirare dritto per la nostra strada fatta di granitiche certezze e formule comode. Siamo riusciti invece a fare un passo indietro rispetto a noi stessi, mettendo da parte le nostre tipiche formule discorsive, le meccaniche di movimento, le posture da veterani del conflitto sociale e ci siamo posti all’ascolto, alla ricerca di un rapporto osmotico col territorio prendendo ogni spunto per quello che era: la legittima istanza di chi abita e vive il quartiere di Centocelle. Le persone che erano in piazza nelle due Passeggiate e che si sono sedute nelle assemblee di questi giorni hanno a cuore il loro quartiere e la loro comunità, è all’interno di questi elementi che esistono mondi interi: dagli spazi sociali sotto sgombero ai consultori chiusi, dalle vertenze lavorative ai parchetti puliti, dagli asili nido che mancano, ai migranti additati come capro espiatorio di tutti i mali del mondo, alla gentrificazione e giù fino ai commercianti in rosso. Abbiamo qui un inventario di lotte avviate o potenziali che aspettano di essere amplificate da un discorso comune ed ognuna di queste è in grado, in potenza, di innescare una reazione a catena una volta costruita una cornice di mutuo riconoscimento e una volta sviluppato un metodo di mutuo appoggio.
Come antifascisti, per essere un po’ più chiari, se avessimo parlato in assemblea di fascismo sistemico o di come il sovranismo stia prendendo piede nel mondo, avremmo trovato davanti una platea di sbadigli e occhi che roteano nervosamente cercando la via di fuga. Abbiamo capito infatti che non sempre il nostro punto di vista, se non declinato a partire dalle istanze sociali reali e dai bisogni materiali effettivi, riesce ad essere messo a fuoco. Parlando invece di un quartiere da difendere, di una comunità resistente da costruire, di un territorio da sottrarre alla militarizzazione, alla paranoia securitaria o alle passerelle elettorali piuttosto che alle ronde dei fascisti ci siamo messi in sintonia con molti altri.
Non siamo dei geni, non abbiamo avuto e non abbiamo tuttora la ricetta vincente, ma abbiamo dialogato con tante persone tutte diverse tra loro e da noi, quelle che spesso e volentieri ci sembrano così lontane, scoprendo che invece ci si intendeva perfettamente.

Drizza le orecchie
Possiamo dirlo, nell’epoca dell’indifferenza, l’ascolto è una virtù rivoluzionaria. E la frase ha più significati (escluso quello morale e cristiano che non ci interessa). Anzitutto combattere contro un nemico invisibile, come lo si chiama sui giornali adesso, impone una maggiore consapevolezza, non di meno, trovarsi di fronte ad una mobilitazione che giunge inaspettata rende imprescindibile sviluppare un’idea minimamente strategica. Usciti da una prima fase emergenziale non possiamo limitarci alle nostre ipotesi, quando diciamo che dobbiamo entrare in rapporto osmotico col territorio ed ascoltare le indicazioni che offre, questo intendiamo: dai nostri spazi e dalle nostre condizioni di vita non possiamo dare per scontato tutto ciò di cui ha bisogno un territorio, né le dinamiche peculiari che ne determinano le evoluzioni. Possiamo conoscerne il funzionamento generale e coglierne le necessità generali, ma non riusciremo mai ad operare un’azione capillare ed efficace se non mettiamo in moto l’intelligenza collettiva che raccoglie insieme i vissuti, le competenze e le conoscenze dirette di una molteplicità di attori che vivono e animano il contesto di riferimento. Tutti i frammenti che possiamo cogliere alla rinfusa sulla strada vanno messi a sistema in un caleidoscopio capace di offrire una visione stratificata e multiforme del campo d’azione.
Se questo si fa raccogliendo e ascoltando, un ulteriore passaggio si impone come necessario e conseguente: la centralità dell’inchiesta e del suo metodo diventano imprescindibili nel momento in cui si vogliano trasformare, secondo un ordine di priorità condiviso, i bisogni in un processo di lotte territoriali, in cui il piano dell’aggregazione viene spingendosi sul bordo della conflittualità sociale. L’utilità di un’inchiesta territoriale del resto, per noi, non è solo quella di sviluppare una capacità di cogliere la complessità del presente, quanto più quella di saper anticipare i processi, le tendenze e le trasformazioni in atto per uscire dalla dinamica emergenziale e resistenziale riuscendo invece a prevenire ed agire tempestivamente il reale.
Una comunità resistente deve sviluppare la capacità di individuare i suoi bisogni e di metterli a sistema, di comprendere qual’è lo spettro di indizi, quali sono i macroprocessi in atto che determinano una situazione specifica, quali le esigenze che emergono come prioritarie e come provare a soddisfarle, quali sono i suoi amici, quali i potenziali nemici, quali i metodi, i linguaggi, gli obbiettivi, ma soprattutto quali i mezzi e gli strumenti di cui si dota per raggiungerli.
È solo nella capacità di ascoltare e cogliere senza pregiudiziale ideologica ciò che il presente offre come campo di battaglia, che si possono operare fratture rispetto alla dilagante pacificazione sociale e aprire alle possibilità di trasformazione antagonista, senza paura di fallire o uscire dal nostro seminato. È necessario mettersi nelle condizioni di praticare l’impensabile, di essere dove nessuno si aspettava di trovarci e di farlo in maniera inedita ed anche spregiudicata se necessario.

Cogli l’occasione
Sapevamo benissimo, la mattina del rogo alla Pecora Elettrica, che si sarebbe scatenata una querelle di giornalisti, di politicanti, tuttologi, opinionisti e fascisti. E sapevamo che se non facevamo qualche cosa il discorso securitario avrebbe preso il sopravvento e ci avrebbe travolto con tutto il suo stuolo di cacce al “negro”, di ronde antispacciatori, di polizia e militari, di coprifuoco e telecamere. Del resto, un minimo di conoscenza del territorio, dei sentimenti e delle pulsioni latenti, della popolarità di cui godono alcune istanze reazionarie (si pensi al successo di Lega e Fratelli di Italia nel V Municipio alle ultime elezioni) anche nel quartiere di Centocelle, ci hanno permesso di giocare di anticipo. Si imponeva la necessità di difendere il nostro quartiere da quest’esondazione sempre più frequente di fascismo diffuso e sistemico. Si imponeva la necessità di riflettere e di agire quella temporalità che ci viene imposta dai ritmi frenetici della contemporaneità occidentale, in cui oltre a subire un quotidiano bombardamento mediatico sui fatti di cronaca, veniamo spesso sovrastati dagli eventi rispetto ai quali abbiamo difficoltà ad esprimerci e a prender parte. Agire in maniera efficace a partire da problemi sociali richiede, però, un certo tempismo e una certa puntualità dell’azione rispetto al sorgere di determinate questioni. Abbiamo allora chiamato a raccolta per una Passeggiata di Autodifesa, piuttosto che ad un corteo di solidarietà o altro, e lo abbiamo fatto in modo spontaneo e naturale di fronte alle telecamere, in giro per i bar e sulle chat di zona. Ci è venuto quasi automatico chiamare così la nostra modalità di stare in piazza, perché era di questo che sentivamo il bisogno come rete territoriale, ma questo sapevamo che era anche il bisogno delle persone intorno a noi.
Proprio per un approccio laico alle cose, abbiamo intuito (e non certo da soli né per primi) che quello della sicurezza è ormai un bisogno assodato, per quanto sia sicuramente un bisogno indotto o quantomeno amplificato dalla retorica politica e dalle campagne di isteria di massa dei media mainstrem. Inutile starci a dire quanto sia reazionario come discorso, di come sia il cavallo di battaglia della peggior destra e lo sdoganamento della guerra ai poveri. Tutto vero, ma è anche vero che il bisogno di sentirsi sicuri fa parte non solo della specie umana, ma di qualsiasi animale con un minimo di istinto di sopravvivenza e se il nemico ne ha fatta la sua bandiera ovunque, forse è bene levargliela di mano o quantomeno rendergli difficile usarla.
Nel camminare per strada dietro lo striscione Combatti la Paura, Difendi il Quartiere ci siamo attirati gli strali dei benpensanti che ci hanno dipinto come sceriffi allo sbaraglio, la critica di quella parte di movimento che vede l’autodifesa come una pratica contraddittoria e stridente rispetto ad una certa ideologia. In molti, tra cui anche gli amici, ci hanno guardato come si fa con un incorreggibile nipote che ripete l’ennesimo errore senza mai ascoltare i buoni consigli. Ma per noi, che ragionavamo su questo tema ormai da tempo insieme a molte realtà del territorio e ad altre diffuse in tante città italiane, si è trattato di agire per riempire uno di quei tanti vuoti politici a cui sono abbandonate le istanze sociali. Perché il vuoto quando non è organizzato, è sempre reazionario e viene colmato dal nemico. E dietro quello striscione c’era un intero quartiere, in tutte le sue più insospettabili componenti. Non abbiamo seguito nessun copione rodato ma evidentemente un’intuizione che, elaborata nel tempo ma agita tempestivamente, ha saputo incidere sulla percezione della realtà.
Siamo stati spregiudicati e abbiamo, volenti o nolenti, sparigliato le carte in tavola. Chi si aspettava di trovarsi una marcia per la pace e la solidarietà o, al contrario, una fiaccolata per la sicurezza e la segregazione, è rimasto deluso o allibito.
Tramite la difesa del quartiere abbiamo fatto capire molto chiaramente che non è accettabile, non solo che le vite di chi ci lavora o ci abita vengano messe a repentaglio da attività criminali di qualsiasi natura, ma anche che i processi di speculazione e messa a profitto incontrollata dei territori sul libero mercato e parimenti la militarizzazione delle strade, non siano soluzioni ma problemi enormi da cui difendersi. Centocelle è un quartiere con un suo tessuto popolare vivo e pulsante, è molto di più che una piazza di spaccio o una zona di struscio come dicono in tanti.
È quella dimensione comunitaria e resistente che vogliamo curare, proteggere e far crescere. Per questo diciamo che la sicurezza del territorio la fanno gli abitanti che lo vivono e si organizzano, che l’unica sicurezza possibile è la vivibilità di un territorio dove gli abitanti decidono del loro destino, dove non abita la paura e dove lo Stato piuttosto che proporre posti di blocco dovrebbe rispondere ai bisogni e alle necessità di chi lo abita. Ed avevamo ragione, perché se le istituzioni hanno risposto a questa chiara e diffusa presa di posizione blindando il quartiere e facendolo sembrare una zona di guerra con pattuglie e blocchi ovunque, gli abitanti hanno risposto puntualmente per strada e nei tavoli istituzionali che non è questo che ci interessa, che l’unica soluzione possibile è la costruzione di territori a dimensione umana. Non solo, di fronte alla sordità, all’incompetenza o ai tentennamenti dei rappresentanti delle istituzioni, si è reso evidente e lampante a tutti che l’unico modo per interagire ed ottenere risultati è la mobilitazione ad oltranza, la costruzione in autonomia di comunità resistenti in grado di determinare le scelte di campo.
Sempre in modo poco ortodosso abbiamo rotto un altro dei nostri grandi tabù da compagni, il rapporto con la stampa.
Ci siamo sovraesposti ai riflettori dei media mainstream in maniera forse spudorata ma consapevole. Di fronte all’imponenza della mobilitazione e all’attenzione mediatica, abbiamo colto la possibilità di inquinare il discorso mainstream ed imporre, per quanto possibile, la nostra narrazione al grande pubblico. Se in altri tempi avremmo cacciato i giornalisti dal corteo o ci saremmo limitati a guardarli male, questa volta ci siamo messi a favor di telecamera e l’abbiamo fatto in modo che sui giornali e nei tg si fosse costretti a guardare uno slogan di parte, a sentire le nostre voci e la nostra lettura della realtà. La televisione ha dovuto mostrare le bandiere rosso nere in testa ai cortei ammettendo, un po’ mestamente, che erano gli spazi sociali e gli antifascisti ad aver accolto la mobilitazione del territorio. Potevano parlare solo di pusher e polizia, sono stati costretti a parlare anche di comunità resistenti e tutta la penisola ha dovuto ascoltare e vedere quanto accaduto dalla prospettiva di chi lo ha veramente vissuto e non solo da quella distorta di chi vuole manipolare la realtà per imporgli il suo significato. La costruzione di immaginari vincenti passa anche e soprattutto attraverso la capacità di egemonizzare il discorso pubblico e che né Salvini né la Meloni, o chi per loro, abbiano speso una sola parola sulla situazione è indicativo dell’importanza della narrazione.
Del resto, viviamo un’epoca in cui l’immagine, la rappresentazione e la propaganda mediatica da strumenti del fare politica sono divenuti la politica stessa. E’ un dato di fatto con cui dobbiamo fare i conti. Tutto ciò che facciamo, perde forza ed efficacia se non siamo in grado di raccontarlo come vogliamo e crediamo noi. La propaganda tramite l’azione ci rende vulnerabili alla narrazione del nemico, l’assenza di propaganda ci rende invisibili. L’azione, la sua messa a sistema e la capacità di narrarla autonomamente, sono elementi basilari per la costruzione di una prassi efficace.
Dinnanzi alle precipitazioni del presente ci sono poche discussioni da fare, è necessario cogliere le occasioni appena si danno, occupare tutti gli spazi disponibili e imporre una narrazione di parte. Si è agito sempre nell’ottica di costruire una forma di resistenza a partire da un atteggiamento inclusivo, volto alla condivisione e all’ascolto. Non abbiamo seguito alcuna regola e forse ne abbiamo infrante alcune, ma…

Guarda lontano
È d’obbligo, in ultima istanza, comprendere che, oltre l’emergenza imposta ed affrontata, diventa ora fondamentale cogliere gli aspetti generali e macroscopici del discorso e delineare le traiettorie future.
Quello che è accaduto in questi giorni non è che una precipitazione assai grave e visibile di un processo di trasformazione che sta investendo Centocelle, ma che ci parla di una tecnica di governo dei territori riproposta in Occidente ormai su scala globale, non di meno, ci indica ciò che potenzialmente si agita in seno ad una comunità in divenire orfana di prospettive ed orizzonti riconoscibili.
Da quartiere popolare periferico come tanti, con l’inaugurazione della metropolitana e la più generale riqualificazione del quadrante est della metropoli, Centocelle ha visto modificare la sua geografia e il suo tessuto sociale molto velocemente: le principali piazze sono state completamente ristrutturate; nuove e più attrattive attività sono nate sul territorio, dai franchising ai fast food più commerciali, alla proliferazione di locali e boutique per la movida o lo shopping “alternativi”; una popolazione giovanile fatta di studenti e lavoratori precari si è trasferita a convivere con la popolazione autoctona dopo che i quartieri di San Lorenzo e Pigneto hanno subito una gentrificazione tale da rendersi sempre più elitari ed inaccessibili. Centocelle è oggi un quartiere in piena crescita e questo, oltre offrire possibilità di sopravvivenza e socialità a molti, attrae le avide attenzioni di affaristi, imprenditori e speculatori di ogni risma.
Dal canto suo, l’amministrazione cittadina (non solo Cinque Stelle) ha assunto una certa idea di “riqualificazione” dei quartieri come politica di governo e gestione della città. Ha favorito un modello gestionale tutto volto ad incentivare l’iniziativa economica privata, trascurando quasi del tutto le istanze ed i bisogni sociali di chi i territori li abita, così sventrando interi quartieri, trasformati in centri commerciali a cielo aperto, ed alimentando macroscopiche periferie sempre più amorfe e deprimenti, prive di spazi e riferimenti per la vita collettiva.
Si aggiunga a ciò che tutte queste trasformazioni avvengono all’insegna dell’ideologia del decoro, della lotta al degrado, traducendosi in una continua e pervicace militarizzazione dei territori che inonda le strade di forze armate acuendo una spirale di bisogni inevasi, tensioni interrazziali portate alle stelle, intimidazioni, stigmatizzazioni, espulsione e repressione di quei soggetti spinti sempre più al margine della società. Così, si approfondiscono in ogni territorio quelle micro-fratture che si fanno sempre più violente, fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità.
Crediamo che la risposta popolare che si è prodotta in queste settimane, sia non solo una dimostrazione di solidarietà attiva a coloro che hanno subito personalmente degli attacchi materiali ed intimidatori, ma che abbia aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato energie rimaste a lungo compresse. Energie che si concretizzano, ora, nella volontà di organizzarsi assieme per far fronte alle comuni necessità. È chiaro a chi è sceso in strada, che il problema non è solo la malavita, ma la speculazione su questa città, l’amministrazione che la veicola, lo Stato che non offre soluzioni ma pattuglie e passerelle pubblicitarie, la distruzione delle comunità locali a favore del profitto di grandi ed oscuri interessi. C’è ora il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di costruire delle comunità che abbiano la possibilità di contare davvero e poter fare la differenza all’interno del proprio contesto. Si è vista la forza che è in grado di catalizzare su di sé una mobilitazione reale e sentita.
Non è un caso che dalla mobilitazione emergenziale ed emotiva, nata a partire dai roghi, è nata una Libera Assemblea dalla composizione ampia ed eterogenea. Un ambito di discussione e di organizzazione che vede uniti assieme abitanti, lavoratori, ristoratori, militanti, genitori e tanto altro. L’idea dell’autodifesa ha evidentemente coinciso con la possibilità di organizzarsi per poter decidere sul territorio e sulle proprie vite, quindi, con un’idea di autodeterminazione. La libera assemblea di Centocelle è pertanto un ambito che può crescere, radicarsi ed essere potente, solo finché ogni anima che lo compone avrà spazio per muoversi come più gli è congeniale. Se rimane, cioè, un luogo in cui sperimentare, condividere e contaminarsi a partire dalle specificità di ciascuno, mettendo in comune capacità organizzative e saperi militanti. Un contesto, per noi, da attraversare con lo stesso atteggiamento inclusivo, di condivisione e di ascolto proposto finora, che si ponga in un rapporto osmotico con i diversi bisogni e le diverse istanze di chi lo attraversa. Un ambito di relazioni che è necessario difendere da speculazioni varie, tutte volte a capitalizzare politicamente una comunità che viene, in senso elettorale e non.
Da parte nostra intendiamo attraversare questo spazio dalla nostra prospettiva di parte, muovendoci dentro ed attorno ad essa per costruire una comunità resistente che sappia essere determinante all’interno del processo di trasformazione che interessa il quartiere, a partire dai bisogni condivisi di chi lo abita. Una comunità resistente che sappia sviluppare un metodo, un linguaggio ed un immaginario comune per individuare con chiarezza i propri obiettivi e, ancora, rispetto a questi che sappia elaborare una “tattica di lotta multiforme”: ossia la capacità di esprimersi ed agire direttamente sui problemi che il presente impone, senza escludere aprioristicamente o ideologicamente alcun tipo di pratica, tenendo in considerazione invece le differenti sensibilità di cui si compone. Una comunità resistente che abbia la capacità di mettersi in relazione con altre comunità locali in lotta e che sappia concepire tutti i conflitti particolari come parte di una lotta complessiva entro cui riconoscersi e da cui trarre forza.

Combatti la paura, difendi il quartiere!

p.s. A tutti quei compagni che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e con cui abbiamo avuto la fortuna di ragionare e riflettere negli ultimi tempi. Consapevoli che senza di voi, senza i ragionamenti e le esperienze con voi condivise non avremmo avuto la stessa capacità, forza e determinazione per affrontare questo particolare momento e soprattutto di provare a resistere al buio e superare la notte. Nella speranza che arrivi il giorno in cui godersi l’aurora insieme…Grazie!

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Nemico (e) immaginario. Il terrore ad intensità variabile. Media, migranti-zombie e terroristi-cloni https://www.carmillaonline.com/2019/05/07/nemico-e-immaginario-il-terrore-ad-intensita-variabile-media-migranti-zombie-e-terroristi-cloni/ Mon, 06 May 2019 22:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52213 di Gioacchino Toni

«Nello scenario contemporaneo, le immagini ci restituiscono […] un mondo attraversato da nuove forme di paura, una paura radicale, non più di questo o quell’oggetto, di questa o quella situazione, ma una paura radicale, totale, che si insinua nei meandri del nostro sentire, facendo tremare le radici stesse del nostro essere al mondo» («Fata Morgana» 38/2018)

Il numero 38/2018 di «Fata Morgana» – rivista che dedica fascicoli  monografici ai nodi problematici della contemporaneità affrontati attraverso il cinema e le diverse forme audiovisive – prende in esame il tema della “paura”. [...]]]> di Gioacchino Toni

«Nello scenario contemporaneo, le immagini ci restituiscono […] un mondo attraversato da nuove forme di paura, una paura radicale, non più di questo o quell’oggetto, di questa o quella situazione, ma una paura radicale, totale, che si insinua nei meandri del nostro sentire, facendo tremare le radici stesse del nostro essere al mondo» («Fata Morgana» 38/2018)

Il numero 38/2018 di «Fata Morgana» – rivista che dedica fascicoli  monografici ai nodi problematici della contemporaneità affrontati attraverso il cinema e le diverse forme audiovisive – prende in esame il tema della “paura”. L’immagine cinematografica, che sin dalla sua nascita ha saputo suscitare insieme alla dimensione della fascinazione anche quella della paura, soprattutto nella sua variante horror contemporanea, cinematografica o seriale che sia, si presenta come uno degli spazi in cui prendono forma, in maniera concentrata, quelle paure dell’esistenza che caratterizzano i nostri tempi e che ritroviamo, ben oltre il genere horror (mai come ora genere ibrido), magari in forma meno diretta, un po’ in tutte le produzioni audiovisive contemporanee. Per certi versi gli audiovisivi sembrano essersi trasformati in testimoni dell’orrore contemporaneo tendenti a riflettere e mettere in scena l’esistenza sotto forma di paura.

Nell’introdurre il numero di «Fata Morgana» dedicato alla paura, gli autori sottolineano che da qualche tempo le sue forme, nell’impossibilità di individuare un oggetto concreto capace di suscitare paura, che dunque possa essere individuato ed affrontato, si sono indirizzate vero l’immateriale, l’invisibile e l’informe. «Una nuova forma di “paura assoluta” forse, la paura di un conflitto invisibile e allo stesso tempo diffuso, che rende insicuro e a rischio ogni gesto quotidiano come quello scatenato dal terrorismo contemporaneo, produce spesso l’immagine dell’assedio […] negli ultimi anni prolifera in modo esponenziale. L’assedio come una delle figure, delle immagini dell’esistenza. Il cinema lavora infatti da tempo sulla necessità di dare un’immagine allo spazio vuoto che il nemico occupa nello scenario attuale. L’immagine documentaria o l’immagine di finzione costruiscono, ognuna a suo modo, narrazioni della contemporaneità, nuove immagini del nemico forse, ma sempre più spesso, immagini della paura del nemico, della paura della sua irriconoscibilità».

Ci soffermeremo qua sul contributo di Massimiliano Coviello e Giacomo Tagliani, “Le intensità variabili del terrore: migranti e terroristi nel mediascape contemporaneo” («Fata Morgana», 38/2018), in cui viene messo in luce come nell’universo mediatico contemporaneo il sentimento della paura sembri ruotare attorno a due questioni: il terrorismo e l’immigrazione. Dall’analisi condotta dai due studiosi sulle rappresentazioni audiovisive dei media italiani, facendo riferimento in particolare al 2015, emerge come i due fenomeni, attorno ai quali si rimette in gioco il rapporto con l’alterità, siano stati affrontati dai media attraverso retoriche differenti pur riconducibili all’interno di campi discorsivi non troppo distanti.

Tanto la retorica della chiusura delle frontiere per sottrarsi all’invasione migrante, quanto quella della sicurezza preventiva per preservare il paese dalle minacce terroristiche, fanno leva, pur a livelli differenti, sulla paura di una minaccia incombente. Con riferimento al periodo esaminato gli autori indagano le modalità di creazione della paura che coinvolgono migranti e terroristi indicandole, in base al diverso grado di “intensità passionale” che le contraddistinguono, rispettivamente come “bassa” ed “alta”.

Se il cinema ha storicamente avuto a che fare con la messa in forma della paura, è interessante valutare il processo inverso: «ovvero come la produzione della paura abbia attinto e tuttora attinga dall’immaginario, dall’estetica e dalle retoriche cinematografiche per incrementare la propria efficacia discorsiva» (p. 114). Dunque, si chiedono Coviello e Tagliani, «Cosa accade invece nel momento in cui la trasmissione della paura e del terrore avvengono utilizzando esplicitamente gli strumenti del cinema, ricalcando i modelli consolidati di Hollywood, dal montaggio all’uso degli effetti speciali, dai paratesti al marketing, e dunque rivoltando le armi e gli strumenti del consenso contro chi li ha originariamente pensati?» (p. 115).
Ruggero Eugeni, ad esempio, nel suo saggio “Le negoziazioni del visibile. Visioni aumentate tra guerra, media e tecnologia” – in Maurizio Guerri (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) –, mostra alcuni esempi di come il terrorismo mediorientale abbia assorbito la cultura visuale occidentale e non esiti a ricorrere ad essa per potenziare il livello di terrore che intende esercitare.

Coviello e Tagliani approfondiscono le modalità con cui le immagini massmediatiche di migranti e terroristi contribuiscano a rafforzare paura e terrore non di rado attingendo da un’iconografia del contagio e da un immaginario epidemiologico costruito sulle figure dello zombie e del clone.
Da ormai diverso tempo gli zombie vengono presentati dalle produzioni audiovisive come una massa indistinta, feroce ed in continua crescita, che invade gli spazi cittadini a caccia di prede, mentre la figura del clone compare in diverse varianti che vanno dai replicanti agli ibridamenti tra essere umano e parassita alieno. Zombie e cloni, nella loro potenziale riproducibilità infinita, rappresentano, sostengono i due studiosi, «il perfetto personaggio distopico dell’era della riproducibilità genomica».

Visto che parallelismo tra le immagini del terrore e la loro diffusione virale e tra l’insediarsi dei terroristi all’interno del corpo sociale e la clonazione è già stato efficacemente proposto da William J.T. Mitchell (Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi, La Casa Usher, 2012), Coviello e Tagliani preferiscono concentrarsi sul parallelismo tra zombie e migranti.

L’anno 2015 si rivela importante per lo sviluppo della percezione dei migranti e dei terroristi per alcuni eventi in particolare: l’attraversamento dei confini europei di migliaia di profughi iniziato il 4 settembre a Budapest e gli attentati che hanno colpito Parigi, soprattutto il 13 novembre al Bataclan. Secondo i due studiosi tanto la marcia dei migranti, quanto gli attentati parigini si sono rivelati particolarmente eclatanti, oltre che per la loro portata storica, anche perché «si sono innestati […] su delle configurazioni visive ampiamente riconoscibili, incrinandone al contempo lo stato di normalità e serialità e i conseguenti effetti di assuefazione e anestetizzazione sugli spettatori» (p. 119).

Al fine di comprendere tale dinamica, nel saggio vengono ricostruiti i tratti salienti che si sono sedimentati nell’immaginario collettivo analizzando alcune immagini ricorrenti nei media italiani in cui i due eventi risultano rappresentati distintamente con specifiche modalità iconografiche e ciò risulta particolarmente evidente  se si mettono a confronto due servizi giornalistici trasmessi da canali Mediaset, «TgCom24» e «Tg5», a distanza di un solo giorno uno dall’altro.

Nel servizio del 16/02/15 di «TgCom24» viene trasmesso un video diffuso da Daesh contenente le immagini della decapitazione di cattolici egiziani sulle coste libiche, in cui il commento giornalistico (con voce fuori campo) sottolinea come sembrino accorciarsi tanto le distanze fisiche, quanto culturali (il ricorso alla lingua inglese) tra “noi” e “loro”. Evitando di mostrare esplicitamente le decapitazioni il servizio si chiude «con l’immagine del mare tinto di rosso: l’inizio del contagio (il sangue degli infedeli che arriverà sino alle coste europee) si unisce all’imminenza dell’attacco trasmessa dalla frontalità della minaccia» (p. 120).

Il servizio del «Tg5» del 17/02/15 mostra, invece, una colonna di migranti, di cui non si vede né l’inizio né la fine, incamminata verso una direzione indefinita. «La ripresa da dietro e in lontananza rassicura lo spettatore, ponendolo a una distanza debita dalla marcia». Alle immagini che mostrano un incedere apparentemente casuale di tale massa umana, succedono quelle di una tendopoli, forma instabile dell’abitare per eccellenza. «Il messaggio implicito viene designato principalmente dal reticolato di rimandi e allusioni che emerge dalla dimensione visiva e sonora: l’accenno ad un numero esorbitante di sbarchi verso le coste italiane si sovrappone all’immagine finale di un barcone ripreso dall’alto sovraffollato da migranti, elemento ricorrente nell’iconografia delle migrazioni» (p. 120). Tale servizio si inserisce all’interno di un immaginario diffuso ormai convinto di trovarsi di fronte ad un fenomeno che, giorno dopo giorno, erode la stabilità socio-economica occidentale con la sua forza trasformatrice continua seppure a bassa intensità.

Nonostante di tanto in tanto l’analogia tra migranti e terroristi faccia capolino nella retorica dei media e dei politici, in generale le rispettive rappresentazioni restano differenziate, pur contribuendo a dar ad un insieme omogeneo. «La polarità vita-morte è la potente cornice semantica entro la quale entrambi i fenomeni vengono inscritti, benché posti sugli estremi opposti dello spettro. La bassa intensità del terrore migrante corrisponde anzitutto a una edulcorazione dei toni cruenti per garantire la massima capacità di circolazione del discorso (che consiste principalmente nello scongiurare l’accusa di razzismo) e al contempo la massima potenza “terrorifica” (evidenziare la minaccia per la condizione attuale degli “ospitanti”)» (p. 121). Sovrapponendosi alla figura dello zombie, sostengono gli studiosi, il migrante si presenta come «non-(ancora) morto, alternativamente vittima da compatire o elemento infetto da non toccare. Un umano troppo umano che condensa sul proprio corpo i due poli antitetici che circoscrivono la condizione biologica del vivente» (p. 121).

Se lo zombie-migrante, nel suo suscitare terrore a bassa intensità, minaccia di contagiare il corpo sociale occidentale, il terrorista-clone, con il suo produrre terrore ad alta intensità, minaccia la negazione dell’umanità, la sua distruzione. «Privato di qualsiasi tratto umano, il terrorista è dunque un clone, un replicante senza soggettività alcuna, contro il quale è lecito scagliarsi preventivamente. Se il migrante era come noi, il terrorista non lo è mai stato: alle sue spalle non c’è una storia altra, ma solo una conferma di una progettualità tanatopolitica. Il terrore di cui si fa portatore è evidente e non c’è ragione di celarlo: se il migrante tiene la morte con sé senza mai lasciarla, il terrorista non aspetta altro che donarla al prossimo. Terroristi e migranti si fanno dunque portatori di una dialettica tra vita e morte opposta, che permette loro di mantenere inalterate le proprie peculiarità per continuare ad essere strumento propagatore – agente patogeno attivo o passivo – di terrore» (p. 121).

Su tale categorizzazione generale vanno dunque ad innestarsi i tratti specifici delle rispettive iconografie. Il terrore a bassa intensità incarnato dai migranti si struttura sull’immagine della moltitudine, quello ad alta intensità incarnato dal terrorista tende alla singolarità. Se il migrante esiste soltanto nell’anonimato di gruppo (la massa-zombie), il terrorista sfodera la sua potenza dirompente nell’imprevedibilità del gesto isolato che necessita però di dotarsi di un’immagine riconoscibile nella rivendicazione.
Ed ancora, se «il terrorismo è identitario in quanto i suoi esponenti sono sempre più indistinguibili dal corpo sociale che intendono aggredire, l’immigrazione è costitutivamente sotto il segno dell’alterità. Possiamo scorgere inoltre una seconda linea identitaria questa volta interna al fenomeno terroristico stesso, nei termini di un esercito di replicanti tutti uguali fra loro; al contrario, la massa informe e indistinta che governa la rappresentazione del viaggio del migrante si scioglie in una diversificazione interna per quanto concerne l’immigrato. Il migrante non è portatore di confusione circa la sua natura, che rimane necessariamente altra rispetto alla comunità nella quale intende inserirsi; l’incubo peggiore per quanto riguarda il terrorista, invece, è la sua capacità di replicarsi all’interno del tessuto sociale che intende colpire» (p. 122).

Nelle immagini mediatiche, sottolineano Coviello e Tagliani, il terrorista ci guarda negli occhi mentre il migrante procede indifferente al nostro sguardo. «L’interpellazione implica dunque un obiettivo e un progetto sottesi all’azione, l’oggettiva invece una casualità senza scopo e una messa a distanza utile a rassicurare lo spettatore che vuole immedesimarsi nel punto di vista che inquadra la scena» (p. 123).

È sul suolo libico, luogo di partenza dei viaggi ed al contempo avamposto di Daesh vicino al suolo italiano, e proprio durante il 2015 che le categorie dei migranti e dei terroristi hanno iniziato a vedere sovrapposte le rispettive configurazioni iconografiche e con esse i due livelli di intensità del terrore negli occidentali, dando luogo ad una sorta di intensità mista, come accade in un servizio del «Tg2» del 15/05/15 in cui sia la voce narrante che le immagini palesano il rischio della presenza di terroristi tra la folla in attesa di provare a raggiungere le coste italiane. La folla migrante viene mostrata non di spalle, come avviene di solito, ma frontale e mentre si dice del rischio di presenze terroristiche lo sguardo della telecamera si fissa sul volto di una donna indossante un burka. «Il cambio di prospettiva dal generale al particolare introduce così la sovrapposizione tra la figura del migrante – privo di identità e forte solo della presenza numerica – e quella del terrorista, resa efficace dalla ricerca da parte dell’obiettivo del dettaglio all’interno di una pluralità apparentemente omogenea » (p. 125).

Ad evitare la sovrapposizione terrorista/migrante, sostengono gli autori, hanno concorso gli eventi. «La marcia dei migranti e gli attentati parigini hanno infatti originato effetti passionali opposti, ribaltando paradossalmente la percezione del pericolo proveniente dall’esterno e dall’interno. Così, i profughi in marcia attraverso l’Europa hanno stabilito un principio di soggettivazione svincolandosi dalla rappresentazione di massa priva di volontà e progetto, costringendo i media a posizionarsi diversamente» (p. 126). I giornalisti sono stati costretti a mostrare la marcia frontalmente e ad altezza d’uomo, conferendo ai partecipanti l’immagine che nell’immaginario collettivo richiama l’avanzare delle masse proletarie ottocentesche. Quell’attraversamento europeo ha, perlomeno per qualche tempo, riscritto l’immagine migrante dimostrando come questa sia comunque sottoposta a negoziazione.

Nonostante non manchino esempi di ricorso a terrore ad intensità media in cui si sovrappongono migranti e terroristi, secondo Coviello e Tagliani, in generale se i migranti-zombie, continuano ad essere mostrati come massa indistinta di esseri privi di identità e di parola, i terroristi-cloni sono invece presentati come “esseri di slogan”, dunque dotati di una soggettività replicabile e trasmissibile.


Serie completa di “Nemico (e) immaginario

 

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Linee di fuga. Pratiche di rischio e ridefinizione dell’esistenza https://www.carmillaonline.com/2018/01/09/linee-di-fuga-pratiche-di-rischio-e-ridefinizione-dellesistenza/ Mon, 08 Jan 2018 23:02:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42340 di Gioacchino Toni

il rischio […] è il prezzo che ogni uomo paga ad ogni istante per riscattare la propria libertà […] Cercare di non correre rischi […] sgnifica condannarsi a non cambiare le cose, anche se non sono ideali (David Le Breton)

Uscito in Francia nel 2012, è da poco stato tradotto in italiano il volume Sociologia del rischio (Mimesis, 2017) di David Le Breton, opera in cui il docente di Sociologia e Antropologia presso la Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Strasburgo, oltre ad analizzare le principali tipologie di insicurezza sociale che caratterizzano l’attualità, si sofferma sul ruolo giocato [...]]]> di Gioacchino Toni

il rischio […] è il prezzo che ogni uomo paga ad ogni istante per riscattare la propria libertà […] Cercare di non correre rischi […] sgnifica condannarsi a non cambiare le cose, anche se non sono ideali (David Le Breton)

Uscito in Francia nel 2012, è da poco stato tradotto in italiano il volume Sociologia del rischio (Mimesis, 2017) di David Le Breton, opera in cui il docente di Sociologia e Antropologia presso la Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Strasburgo, oltre ad analizzare le principali tipologie di insicurezza sociale che caratterizzano l’attualità, si sofferma sul ruolo giocato dal rischio e dalla paura nella vita degli individui, soprattutto giovani, nella contemporaneità.

«Il rischio è una rappresentazione sociale, prende dunque forme mutevoli da una società e da un periodo storico all’altro, secondo le categorie sociali, e anche oltre, poiché le apprensioni delle donne differiscono da quelle degli uomini, quelle dei più giovani da quelle degli anziani, ecc.» (p. 37). Nella società contemporanea sembrano convivere una preoccupazione politica di riduzione dei rischi (incidenti, malattie e catastrofi di ogni tipo) e una ricerca individuale di sensazioni forti. Solitamente il rischio è vissuto come una minaccia all’equilibrio, un’alterità che sfugge al controllo ma, a volte, è proprio per infrangere quell’equilibrio percepito come routine, che gli individui si assumono deliberatamente dei rischi al fine di ridefinire l’esistenza.

L’ossessione per la sicurezza che permea la società contemporanea finisce spesso con il soffocare la possibilità per l’individuo di realizzazione e di esplorazione dell’ignoto. «La richiesta di sicurezza si traduce con la volontà di un controllo sempre maggiore delle tecnologie, dell’alimentazione, della salute, dell’ambiente, del trasporto, addirittura della civiltà, ecc. Il rischio ormai non è più una fatalità, ma un fatto di responsabilità e diviene una posta in gioco politica, etica, sociale, oggetto di numerose polemiche intorno alla sua identificazione e quindi ai mezzi per prevenirlo» (p. 16).

Oltre a un uso del rischio come strumento di controllo e di preservazione dell’esistente, nella società contemporanea è individuabile anche una ricerca del rischio da parte di individui che, secondo Le Breton, al contrario, intendono infrangere quello che percepiscono come mortifero stato delle cose. Il sociologo legge nei comportamenti a rischio delle giovani generazioni «un gioco simbolico o reale con la morte, una messa in gioco di se stessi, non per morire, tutt’altro, ma con la possibilità non indifferente di perdere la vita o di conoscere l’alterazione delle capacità simboliche dell’individuo […] Essi sono indice […] di una voglia di vivere insufficiente. Sono un ultimo sussulto per estirparsi da una sofferenza, mettersi al mondo, partorire se stessi nella sofferenza per accedere infine a un significato di sé e riprendere la propria vita in mano» (pp. 17-18).

A partire dalla fine degli anni Settanta si sono diffuse in Occidente pratiche sportive estreme votate a «una ricerca d’intensità d’essere» minacciata da una vita eccessivamente regolata da quel rappel à l’ordre seguito ad un decennio di diffusa pratica del desiderio. «Il gioco simbolico con la morte è quindi piuttosto motivato da un eccesso di integrazione, è una maniera radicale di fuggire la routine». Tanto tra i più giovani, quanto tra coloro che praticano sport estremi, «si tratta d’interrogare simbolicamente la morte per sapere se vivere vale la pena. Lo scontro con il mondo ha lo scopo di costruire del senso per avere finalmente al gusto di vivere o per mantenerlo» (p. 18). Siamo pertanto di fronte, sostiene Le Breton, alla volontà di abbandonare i punti di riferimento abituali per intraprendere un’esperienza sconosciuta rischiosa e, nei casi in cui il rischio venga deliberatamente cercato o accettato, questo si rivela una risorsa identitaria.

«La risposta alla relativa precarietà dell’esistenza consiste proprio in quest’attaccamento a un mondo il cui godimento è limitato. Ha valore solo quello che può andare perduto e la vita non è mai acquisita una volta per tutte come un’entità chiusa e garantita di per sé» (p. 30). Il vero pericolo nella vita, suggerisce lo studioso, deriverebbe piuttosto dal non mettersi in gioco, dall’accettare la routine senza mai tentare d’inventare né nel rapporto col mondo, né nella relazione con gli altri esseri umani. «L’individualismo contemporaneo riflette il fatto che il soggetto si definisce attraverso i propri riferimenti. Questi non è più sorretto da regole collettive esterne ma costretto a trovare in se stesso le risorse di senso per restare attore della propria esistenza […] L’individualizzazione del senso aumenta il margine di manovra dell’individuo all’interno del tessuto sociale, gli lascia la scelta delle proprie decisioni e dei propri valori […] slega in parte l’individuo dalle antiche forme di solidarietà, dai percorsi un tempo ben definiti che rafforzavano le appartenenze di classe, d’età, di genere» (pp. 32-33).

Nei contesti popolari caratterizzati da disoccupazione e precarietà economica, l’esistenza tende a tradursi in un senso di insicurezza che impedisce ai soggetti di proiettarsi positivamente nel futuro. La deregolamentazione dell’attività lavorativa «porta i dipendenti a una relazione individualizzata con il proprio lavoro, a una rivalità tra di loro, a un’incertezza sulla durata del contratto nell’impresa, a una flessibilità difficile da vivere… La scomparsa del lavoro e della società salariale quale centro di gravità dell’esistenza individuale e famigliare spezza ogni legame con uno spazio privilegiato e alimenta l’occupazione precaria. […] Il liberalismo economico frantuma le antiche forme di solidarietà e prevedibilità, instaurando una concorrenza generalizzata, porta a un contesto di divisione sociale, di dispersione del simbolico che tiene raramente in conto l’altro» (pp. 32-34).

Se liberamente scelto, il rischio può anche essere un modo per riprendere il controllo di un’esistenza in balia dell’incertezza o della monotonia; nella condotta rischiosa può essere intensificato o ritrovato il gusto di vivere. Spesso gli studi sulla società del rischio analizzano quest’ultimo solo collegandolo negativamente ai pericoli, come se si trattasse esclusivamente di una minaccia a cui si deve fuggire. Raramente viene preso in considerazione il fatto che il rischio può essere anche «un piacere che si trasforma in modo di vivere» (p. 96). Non a caso Le Breton dedica qualche passaggio al celebre romanzo di James G. Ballard, Crash (1973), tradotto cinematograficamente dall’omonimo film del 1996 di David Cronemberg, ricordando come «l’incidente, che sia spettacolare o diluito nella banalità dei giorni, come la morte sulle strade, [sia] una delle vie maestre dell’immaginario sociale contemporaneo» (p. 52).

Nel corso degli anni Ottanta si diffondono tra i rappresentanti delle classi medie e privilegiate occidentali attività fisiche e sportive votate al rischio; la sicurezza economica di cui dispongono costoro «induce, come contrappeso, alla ricerca di un’intensità dell’essere che manca loro nella vita quotidiana. Sono, inoltre, soprattutto gli uomini che si dedicano a queste pratiche volte a sviluppare la capacità di resistenza, di accettazione del dolore o della ferita, la volontà di essere all’altezza, il gusto del rischio, il controllo della paura, ecc., valori tradizionalmente associati alla “virilità” […] Giocare con il rischio è la strada maestra per rompere le routine e “ritrovare le proprie sensazioni”» (p. 97).

L’avventura rischiosa a cui ci si sottopone, sostiene Le Breton,

è una sospensione radicale dei vincoli dell’identità e delle routine della vita quotidiana e professionale […] dove l’individuo non deve più nulla agli altri nel suo avanzare […] La moltiplicazione delle attività fisiche e sportive ad alto rischio va di pari passo con una società dove, per un numero crescente dei nostri contemporanei, vivere non è più sufficiente. Bisogna provare il fatto di esistere e mettersi alla prova da soli per decidere che valore dare alla propria vita […] La nuova avventura è una forma contemporanea di spettacolo sportivo che valorizza l’individuo in un impegno fisico di lunga durata dove il rischio di morire non è trascurabile, se non addirittura al centro del progetto. Negli anni Ottanta, questa nuova avventura si è imposta come un giacimento fertile e significativo della mitologia occidentale […] Il gioco con il rischio moltiplica le sue sensazioni e il sentimento di scappare dalla sua vecchia condizione, di rimettersi pienamente al mondo. Questo mettersi in pericolo può arrivare fino all’ordalia, alla ricerca di sensazioni forti […] Il dolore che si prova è una sorta di sostegno dell’esistenza, una garanzia per vivere dopo aver sormontato un’avversità creata ex-novo (pp. 98-100).

Ed è proprio nello «scontro fisico col mondo» che l’individuo cercherebbe i propri riferimenti tentando di mantenere il controllo su un’esistenza che sembra altrimenti sfuggirgli. «I limiti prendono allora il posto dei limiti di senso che non riescono più a instaurarsi. Attraverso la frontalità della sua relazione col mondo, l’individuo moderno cerca deliberatamente degli ostacoli; mettendosi alla prova, si dà l’opportunità di trovare i riferimenti di cui ha bisogno per produrre la propria identità personale» (p. 101).

Numerose attività fisiche e sportive delle giovani generazioni sono altrettanti modi di sentirsi vivi attraverso l’impegno fisico, la stanchezza, il dolore, la sensazione del pericolo. La pelle, il sudore, le sensazioni fisiche, il dolore muscolare sono degli agganci al mondo reale che permettono di provare la propria consistenza. Anche se i punti di partenza sono di un altro ordine, le attività fisiche e sportive di certi adolescenti non sono molto distanti dai comportamenti a rischio per il gusto che li caratterizza di andare sempre più lontano, una passione dell’eccesso. Ma esse sono socialmente valorizzate, non soltanto dalle giovani generazioni che vi trovano un terreno di emulazione e di comunicazione, ma anche dall’insieme della società che vi vede un’affermazione ludica della gioventù. I valori come il coraggio, la resistenza, la vitalità, ecc., vengono celebrati e abbondantemente utilizzati nelle campagne pubblicitarie o di marketing. In una società della competizione, della performance, le giovani generazioni sono inclini a dedicarsi con foga alle attività fisiche e sportive dette “ad alto rischio” dove il gioco con il limite è un elemento fondamentale. Queste generazioni vi trovano una forma incontestabile di narcisismo, alimentando la convinzione di essere al di sopra della massa, virtuose, e di far parte degli eletti […] Il rischio è per le giovani generazioni anche una risorsa per costituirsi come soggetti. La negazione della morte, del pericolo, la preoccupazione costante per la sicurezza fanno della messa in pericolo di sé l’ultima possibilità di appropriarsi di una relazione personale con la propria esistenza in un mondo nel quale il giovane non si sente riconosciuto (pp. 101-102).

Insomma, l’espressione “comportamenti a rischio” finisce con il riunire una serie di pratiche che mettono, simbolicamente o realmente, in pericolo la vita e risultano  accomunate dall’esposizione deliberata dell’individuo al rischio di procurarsi dolore o morte, al fine di alterare il proprio futuro. «I comportamenti a rischio mettono in pericolo le potenzialità del giovane, minacciano le sue possibilità d’integrazione sociale, e spesso riescono, come nel vagabondaggio, nello “sballo” o nell’adesione a una setta, a spezzare i vincoli dell’identità in una volontà di scomparsa da se stessi […] L’agire è un tentativo psichicamente economico di sfuggire all’impotenza, alla difficoltà di pensarsi, anche se può essere carico di conseguenze» (p. 103).

Mentre nelle ragazze, solitamente, i comportamenti a rischio assumono forme discrete e silenziose (come i disturbi alimentari, le pratiche di autolesionismo e i tentativi di suicidio), nei ragazzi si traducono più facilmente in esposizioni di sé, e a volte di altri, magari sotto lo sguardo dei propri simili, in episodi di violenza, di delinquenza e di abuso di droghe. «I comportamenti a rischio riguardano giovani di tutte le fasce sociali, anche se ogni condizione sociale vi lascia il proprio segno. Un giovane di ceto popolare che non si sente bene con se stesso sarà più incline alla piccola delinquenza o alle dimostrazioni di virilità sulla strada o con le ragazze, mentre un giovane di un ceto più abbiente avrà, per esempio, più facile accesso alle droghe» (p. 104).

Secondo Le Breton è la voglia di vivere a dominare quei comportamenti a rischio giovanili che si manifestano come un’interrogazione dolorosa del senso della vita. «I comportamenti a rischio sono riti intimi di contrabbando che mirano a fabbricare un senso per poter continuare a vivere […] Il sentimento di essere di fronte a un muro invalicabile, un presente che non finisce mai. La sofferenza traduce il sentimento di essere privi di qualunque avvenire, di non poter costruirsi come soggetto. Se non è nutrita di progetti, la temporalità dell’adolescente si schianta contro un presente eterno che rende insuperabile la situazione dolorosa. Si declina giorno per giorno. Non ha la fluidità che permette di passare ad altro» (p. 105). I comportamenti a rischio sarebbero, dunque, una ricerca, per quanto brancolante e dolorosa, di una via di fuga da un mondo ostile su cui non si riesce a intervenire.


Linee di fuga: serie completa

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Estetiche del potere. Il sangue e lo schermo. La mercificazione della paura nell’era dei media spacciatori di assenze https://www.carmillaonline.com/2017/12/29/42201/ Thu, 28 Dec 2017 23:01:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42201 di Gioacchino Toni

Dopo essersi occupato – Clinica della TV (2015) [su Carmilla] – delle logiche e delle estetiche televisive che allontanano dalla comprensione della realtà, Carmine Castoro torna sul luogo dei delitti con il suo nuovo lavoro: Il sangue e lo schermo. Spettacolo dei delitti e del terrore Da Barbara D’Urso all’ISIS (Mimesis, 2017). In questo caso Castoro si preoccupa di «mettere in evidenza quel cuore malato dei media mainstream di oggi che di fantasmizzazione (assenza di storia), finzionalizzazione (assenza di realtà) e frammentazione (assenza di unità) hanno fatto i volani di una forma-flusso che fa [...]]]> di Gioacchino Toni

Dopo essersi occupato – Clinica della TV (2015) [su Carmilla] – delle logiche e delle estetiche televisive che allontanano dalla comprensione della realtà, Carmine Castoro torna sul luogo dei delitti con il suo nuovo lavoro: Il sangue e lo schermo. Spettacolo dei delitti e del terrore Da Barbara D’Urso all’ISIS (Mimesis, 2017). In questo caso Castoro si preoccupa di «mettere in evidenza quel cuore malato dei media mainstream di oggi che di fantasmizzazione (assenza di storia), finzionalizzazione (assenza di realtà) e frammentazione (assenza di unità) hanno fatto i volani di una forma-flusso che fa girare vorticosamente due ratio superiori: la fossilizzazione e la futilizzazione dell’essere umano nel suo tragico apparire, l’era glaciale di un eterno presente e l’irrilevanza di ogni sua manifestazione» (p. 17).

Fiumi di parole di esperti a proposito di disastri ambientali o stragi terroristiche, colate di bile anti-immigrati da parte di populisti a caccia di facile consenso, improvvisi allarmi medici che strizzano l’occhio alle multinazionali farmaceutiche, criminologi che con incredibile sicumera pontificano in ogni tipo di trasmissione, programmi d’informazione che insistono con loop di esecuzioni, liti finite nel sangue, cadaveri di cui pateticamente si maschera il volto al pari delle targhe automobilistiche dei vip… Gli schermi televisivi e del web grondano di Male in tutte le sue sfumature. Si tratta di un Male mediatizzato «astorico, vitreo, untuoso, travisato da una precisa congettura: che sia sbarazzabile e barattabile in quanto lembo lercio e putrefatto della nostra vita. Ed è così che circola come moneta sonante nel Sistema, rendendoci rispetto a esso […] solo dei “devianti” o degli “ovvianti”: gente pericolosa, o corpi fiaccati da tempi troppo veloci che però devono aggiustarsi come “si” vuole che “si” sia» (p. 18).

Di certo la paura è diventata una merce, e «anche per la paura, soprattutto per la paura e la malvagità, siamo dentro quella che Lipovetsky [Una felicità paradossale, Raffaello Cortina, 2007] ha battezzato come la fase III del capitalismo. Se la I era caratterizzata dall’inizio della produzione di massa, da oggetti di lusso ancora a preponderanza borghese, con la seconda si entra nella società dell’abbondanza, del desiderio, quella che consolida le marche e il packaging ma su vasta scala e per tutti, dove inizia a prevalere il funny, l’offerta seduttiva e tattile, giovanile, divertente, la logica-moda, gli oggetti-faro, l’ostentazione, la distinzione [Mentre] è nella III che si installa l’Homo Consumericus, intrappolato in una “economia di varietà e di reattività” dove la rimessa e l’assortimento delle merci è massimo, il retail è una garanzia, ma dove lo spirito del consumo attracca e mette tende in ogni ripostiglio, in ogni rimasuglio della vita, diventandone la concimazione, e dove si vagliano molto i tempi, la comunicazione, la soggettività, il conatus verso un certo prodotto, e il maremagno dell’esperienza è oggetto di sempre nuove passioni, tonificazioni, modellistiche, rivelazioni e rilevazioni. “Tutto accade come se, da ora in poi, il consumo funzionasse come un impero, senza tempi morti e senza confini”. La vita, de-simbolizzata, de-socializzata nei suoi legami comunitari forti, de-conflittualizzata si trasferisce armi e bagagli nelle sue effervescenze mediatiche, nel personalismo del mordi e fuggi, dell’usa e getta, nelle accelerazioni frenetiche di ciò che va comprato e sentito intimamente, nelle taglie su misura che di ogni bene e servizio – e stato dell’anima – la Grande Sartoria del Tele-Capitalismo sforbicia, abbozza, delinea» (pp. 12-13).

In tale terza fase del capitalismo, continua Castoro, la cultura si presenta come vero e proprio investimento finanziario obbligato a essere redditizio ed è in tale contesto che «la paura diventa un aggregatore di effetti, un pacemaker, uno dei tanti pneumotoraci che ci aiutano a inspirare, che ci fanno sentire vivi, e che fanno nelle nostre coscienze un baccano tintinnante di quattrini [e il] Male diventa, allora, un circuito parallelo, di modalità, di temporalità, di condizioni d’uso rispetto alla realtà: due linee che procedono all’infinito e che non si incontrano mai. Per questo diventa zimbello, suspense, aspettativa: meglio godersi il fotoromanzo a puntate del furfante di turno o del Man in Black che difende qualche loggia filo-governativa che pensare a sradicarne le fonti di alimentazione e diffusione. Il Male, dunque, soffice pagliericcio su cui si appoggia il Potere, sconfessato finanche dal nostro destino, si riduce a pulsantiera di opzioni pulp» (pp. 13-14).

Nulla deve rovinare al felicità di consumo del cittadino-telespettatore, pertanto è la miseria stessa a essere trasformata in intrattenimento. Se la prima polarità è indicata dallo studioso in Barbara D’Urso – «Mater Lacrimarum italiana per antonomasia, rappresentante più in vista e più costante nei suoi effetti tragicomici di quella “tv del dolore” che ha veramente subornato la nostra cognizione dei drammi umani negli ultimi anni» -, la seconda polarità indicata da Castoro è quella dell’ISIS. Tanto la star della tv del dolore, quanto la compagine fondamentalista dispensatrice di terrore, «sono, nei fatti, l’idea corrente di bene e di male che ci facciamo […] I padroni della videocrazia imperante rincorrono, con una banale iconografia della paura, attentati e calamità che non sanno illustrare – figurarsi prevenire – con un’adeguata informazione civica e poliedrica, e le cui manifestazioni più tremende preferiscono spalmare sul nulla di ore e ore di dirette costellate da racconti-routine, imbarazzanti opinionisti, imbarazzati inviati, cifre e probabilismi, videuzzi di reporter amatoriali trasmessi a go-go come se nella loro oscena ipervisibilità potessimo attingere le ragioni di una violenza che, invece, ancora sfuggono a molti. Si ripetono le solite etichette: tragedia immane, inferno, apocalisse, scenario inquietante, atmosfera irreale, “una triste pagina di storia che rimarrà nella nostra memoria”, immagini che si soffermano su barelle, feretri, gente disperata, familiari impotenti, soccorritori che si sentono male, senza che un bandolo arrivi mai a dipanare una matassa che resta ingarbugliata e autoreferente, dentro un’attesa che risulta ansiogena e stordente» (pp. 18-20).

Nei media mainstream contemporanei prevale una temporalità limitata all’istantaneo o votata al flusso inarrestabile, frammenti privi di storia o scorrimento magnetico ipnotizzante, choc verbali e/o visivi o colata priva di contenuti interessanti. Ciò che manca, sostiene Castoro, è «la temporalità “media”, quella dell’osservazione partecipata, della raffinazione delle emozioni, delle analisi complesse, dei punti di sintesi, delle letture allargate governate dalla serietà e dalla reale competenza di chi parla, e non dei soliti “vip” narcisi e mistificatori a microfono sempre aperto». Ma, soprattutto, continua lo studioso, «manca l’elemento “di fuga”, quello che dopo la comprensione ci spinga a una trasformazione democratica dell’esistente e a un upgrade etico e deontologico di tutti, in tutti i campi della vita pubblica e privata. Vorrei ignorare come funziona la gru che solleva le lamine d’acciaio accartocciato o il macchinario che le trincia – a Corato o in qualsiasi altro deragliamento – e sapere prima, molto prima, delle pastoie che arretrano verso frontiere medievali intere fette del nostro paese o del pianeta in cui ho avuto la sorte di nascere» (p. 21).

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