Paderno Dugnano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Paderno Dugnano https://www.carmillaonline.com/2024/09/30/paderno-dugnano/ Mon, 30 Sep 2024 05:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84545 di Marco Sommariva

Quando, nell’estate del 1980, misi sul piatto del giradischi Closer, il secondo album in studio dei Joy Division, mia madre mi chiese se potevo ascoltarlo con le cuffie invece che dagli altoparlanti dell’impianto stereo così che a lei, indaffarata in cucina, non arrivasse neppure una nota di quel disco. Negli anni precedenti aveva apprezzato qualsiasi vinile entrasse in casa, da Bruce Springsteen a Jackson Browne a Edoardo Bennato, da Patti Smith alla Premiata Forneria Marconi ai Pink Floyd, da Bob Marley a Eugenio Finardi ai Genesis alla colonna sonora del film Jesus Christ Superstar, e stiamo parlando di [...]]]> di Marco Sommariva

Quando, nell’estate del 1980, misi sul piatto del giradischi Closer, il secondo album in studio dei Joy Division, mia madre mi chiese se potevo ascoltarlo con le cuffie invece che dagli altoparlanti dell’impianto stereo così che a lei, indaffarata in cucina, non arrivasse neppure una nota di quel disco. Negli anni precedenti aveva apprezzato qualsiasi vinile entrasse in casa, da Bruce Springsteen a Jackson Browne a Edoardo Bennato, da Patti Smith alla Premiata Forneria Marconi ai Pink Floyd, da Bob Marley a Eugenio Finardi ai Genesis alla colonna sonora del film Jesus Christ Superstar, e stiamo parlando di una donna credente che da ragazza, trent’anni prima, ascoltava Nilla Pizzi e Achille Togliani. In quegli anni arrivò a chiedermi come mai non avevo ancora acceso il giradischi e, persino, se potevo mettere un long playing piuttosto che un altro, ma coi Joy Division alzò subito bandiera bianca, disse proprio: “Non riesco ad ascoltare queste canzoni: sono tristi”.

Dopo più di quarant’anni ascolto ancora i Joy Division e vi garantisco che, al momento, non ho ancora preso in considerazione l’idea di ammazzare nessuno; scrivo così perché, poco dopo la tragedia di Paderno Dugnano, ho letto su Il Messaggero che il ragazzo che ha ucciso fratello e genitori, fra le altre cose, avrebbe detto: “Ascoltavo tanta musica triste. Soprattutto i Beatles. Sentivo in continuazione una loro canzone, The Long and Winding Road”, frase che ho sentito riportata anche in più di un programma televisivo. Come spesso accade, di fronte a certi drammi s’inizia a costruire castelli sul niente o poco più: “L’interrogatorio di R. non è solo la ricostruzione della dinamica del triplice omicidio, ma un viaggio nella mente del diciassettenne: il suo immaginario, i suoi pensieri, cosa abbia trasformato un ragazzo studioso e sportivo in un triplice omicida. E agli inquirenti racconta di quel brano che parla di una lunga e tortuosa strada fatta di solitudine, la stessa che stava percorrendo.”

Qualche corto circuito mentale mi riporta ai tempi in cui se ne scrivevano di tutti i colori sui fumetti di Dylan Dog, comprese considerazioni dove si affermava che i ragazzi che leggevano certi episodi del personaggio creato da Tiziano Sclavi, rischiavano di rimanere avvolti da una sensazione di impotenza di fronte a un mondo fatto di orrori, di violenza e sopraffazione, e che per loro era facile cadere nella trappola del pessimismo, che nelle pagine dell’Indagatore dell’incubo non si comprendeva dove finiva l’ironia e dove cominciava l’intenzione seria di proporre ai lettori un approccio con il mondo dell’occultismo e che alla fine, ridendo e scherzando, i ragazzi sembravano avvicinarsi a certi pericolosi argomenti e, soprattutto le menti più fragili, finivano davvero per interessarsi al satanismo, e così dallo scherzo si rischiava di passare alla pratica reale. E via cantando.

E chissà mai che, per difendere i nostri ragazzi, prima o poi non si arrivi a una proposta di legge in cui si chieda di vietare musica, fumetti e, perché no, cinema, teatri e quant’altro, magari sulla base dell’esperienza afghana che dimostra gli ottimi risultati raccolti dai talebani da iniziative quali bruciare strumenti musicali, perché – come l’ascolto della musica e il ballo, vietati pure questi – sono in grado di corrompere i giovani.

Sulla tragedia di Paderno Dugnano, lo scorso 3 settembre ho letto sul quotidiano Avvenire un interessante articolo di Nicoletta Martinelli  Il pezzo inizia con un’affermazione di Simone Feder, psicologo presso la Casa del Giovane a Pavia, il quale ricorda che in Italia, sino al 1986, i canarini erano usati nelle miniere per segnalare la presenza di gas tossici che, se respirati, avrebbero ucciso i minatori; per i lavoratori, gli uccellini in questione erano sia un allarme visivo quando morivano, sia un allarme uditivo quando smettevano di cantare. Lo psicologo ricorda quanto sopra per dire che, oggi, i nostri canarini sono gli adolescenti, ma che il problema non va cercato nella morte del canarino, fuor di metafora nei gesti estremi in cui vediamo coinvolti i ragazzi, ma nell’aria che è tossica e, quindi, nella società.

Probabilmente, è stato questo richiamo alle miniere a farmi tornare in mente certi passaggi del Germinal di Emile Zola, che sembrano adattarsi a una disgrazia, apparentemente, molto distante dalle vicende narrate dallo scrittore francese, nel romanzo del 1885.

L’articolo della Martinelli prosegue citando Caetano Veloso che cantava Da vicino nessuno è normale – frase che, se non erro, è stata attribuita anche a Franco Basaglia –, facendo notare che il cantautore brasiliano è smentito dal diciassettenne di Paderno Dugnano il quale, pur avendo ucciso genitori e fratellino, è sempre stato ritenuto normale anche da vicino, se si dà credito alle descrizioni che amici e parenti fanno del ragazzo; amici e parenti tra i quali, come pare abbia confessato agli inquirenti, il ragazzo si sentiva un “corpo estraneo”, “oppresso”. Dato che sembra che queste sensazioni non siano nate il giorno della strage ma prima, mi è venuta in mente questa frase di Germinal: “…non era una vita possibile quella d’aspettare inerti delle cose che si sarebbero realizzate forse fra cento anni.”

E quando lo psicologo Feder spiega che il disagio di un ragazzo può essere invisibile, spesso celato e gestito dal giovane con una sofferenza dentro le mura, privata, silenziosa, mi viene in mente che questo celare potrebbe essere il necessario angolo di menzogna citato da Zola: “Quando si vive come bestie, a capo chino, è pur necessario un angolo di menzogna, dove uno si diverta a regalarsi quelle cose che non potrà mai possedere.”

Nel pezzo di Avvenire leggo anche che, nel caso in oggetto, la premeditazione ha convissuto con l’agito impulsivo; pescando ancora da Germinal, a mio modesto parere potrebbero aver fatto la loro parte anche il coraggio, magari frutto della certezza di essere nel giusto “quando si è dalla parte della ragione si sa essere anche coraggiosi” e la casualità “spesso non si fa il male solo perché mancano le occasioni”.

L’articolo sposta, poi, il discorso sui genitori ponendo la domanda, come spesso si fa in queste situazioni, dov’erano e cosa facevano mentre i loro figli sbarellavano, ricordando che quando un adolescente lancia una sfida deve esserci un adulto pronto ad accoglierla, ma che ci manca la capacità o la voglia di aiutare i giovani a gestire anche le frustrazioni e che, di fronte alla fatica dell’essere genitori, si passa la responsabilità agli specialisti. E così, quando leggo su Il Fatto Quotidiano che lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, interpellato da Il Messaggero, provando ad analizzare i motivi e le circostanze che possono favorire il quadro di un delitto di questo genere, afferma che “Non c’è una regola. Ed è avvenuto perché non parliamo più. Abbiamo scambiato i soldi con le parole. Una volta si parlava e non c’erano soldi”, ripenso a un passaggio di Germinal in cui “la folla” citata richiama alla mia mente il ragazzo diciassettenne: “…erano il suo vestito di seta, il suo mantello di pelliccia, perfino la piuma bianca del suo cappellino, che esasperavano la folla. Era profumata, aveva un orologio, la pelle fine, da fannullona, che non aveva mai toccato il carbone.”

E quando leggo che il mondo giovanile ha rotto gli argini e la comunità educante è ancora in cerca di un modo per assistere, accompagnare e intervenire sulle fragilità e le vulnerabilità dei giovani, rivedo questi due passaggi del buon’Émile: “Quel che mi dà fastidio sono i vili che guardano senza far niente, mentre noi rischiamo la nostra vita” e “il piacere di vivere se ne va quando se n’è andata la speranza…”

Leggo anche che il malessere che descrive R. che ha ucciso la famiglia, è lo stesso di molti altri ragazzi ed è l’incapacità di saper dare il nome alle cose, di saper definire con parole, concetti, idee e immagini quello che si sta provando, un’incapacità di analisi che diventa un malessere insuperabile perché non saper descrivere un problema ha come conseguenza non saper chiedere aiuto per risolverlo. È a questo punto che mi viene in mente un romanzo di Mario Vargas Llosa, Chi ha ucciso Palomino Molero?, dove un personaggio, facendo riferimento alla figlia, dice: “Per portare Alicita a New York ho venduto la casa dei miei genitori. Ho dato fondo a tutti i miei risparmi. Ho persino impegnato la mia pensione di vecchiaia. Negli Stati Uniti guariscono tutte le malattie del mondo, fanno ogni sorta di miracoli scientifici. Non è quanto dicono tutti? Be’, se è così, qualsiasi sacrificio è giustificato. Salvare quella bambina. E salvare anche me. Non l’hanno guarita. Ma, almeno, hanno scoperto cos’aveva. Delusions. Non guarirà mai perché non se ne guarisce. Aumenta, semmai. Prolifera col tempo, come un cancro finché la causa è lì, a provocarlo.” Parlando di parole utili a identificare i problemi ma che purtroppo spesso non si trovano, penso al divario sempre più ampio che quotidianamente riscontro tra le parole che vengono pronunciate e il pensiero che si aveva intenzione di esprimere, distanza che rende ormai approssimativa ogni tipo di comunicazione, anche la più semplice.

Ungaretti scriveva nell’Allegria di naufragi: “Si sa che tra le parole e ciò che si vuol dire c’è sempre un divario enorme, anche quando magari sembri piccolissimo… Dirò dunque che cercavo l’approssimazione meno imprecisa, la riduzione di quanto possibile di quel divario ineliminabile che c’è tra le cose da dire e il modo di dirle.”

Credo, però, sia venuto il momento di chiedersi se, per caso, questa mancanza di parole non sia frutto di un lavorio iniziato diverso tempo fa che voleva proprio ottenere questo, zittirci, silenziarci perché non ci si lamentasse, non si protestasse; sintetizzava Umberto Galimberti in un’intervista: “Se hai poche parole non puoi avere tanti pensieri, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che possiedi: io non posso pensare qualcosa di cui non ho la parola. Quando ho poche parole, penso poco.”

A questo punto, mi verrebbe da ipotizzare questo… il Sistema per difendersi dagli attacchi e garantirsi la sopravvivenza, fa in modo di ridurre il più possibile il numero di parole a disposizione delle persone che governa, queste accettano di buon grado il tutto perché, in fondo, mica vengono tolti loro i social o i campionati di calcio e, così, mentre ci si rende conto di non conoscere più parole a sufficienza per contestare chi ci usa, i nostri figli si uccidono o ci ammazzano perché ammutoliti da quello stesso Sistema contro cui non siamo più capaci di lottare.

Il Giacomo Leopardi che, se non cambieremo strada, un giorno verrà vietato nelle scuole perché non politically correct, nello Zibaldone scriveva: “Un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita o mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta.”

Anche il linguista Tullio De Mauro ci aveva avvertito che la distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione eppure, nonostante i numerosi ammonimenti, leggevo in questi giorni su Rolling Stone  che sempre più artisti si autocensurano come, per esempio, Patti Smith che ha tolto il brano Rock ‘n’ Roll Nigger – galeotto fu il nigger, ergo negro – da tutte le edizioni in streaming del suo album Easter del 1978.

Eppure, tutto ciò che oggi ci fa vergognare del nostro passato ha generato in noi degli anticorpi utili per non commettere errori simili: sarà mica proprio qui, nel desiderio di cancellare le nostre vergogne l’origine dei nostri problemi?

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I pesi e le misure (parte prima) https://www.carmillaonline.com/2013/07/09/i-pesi-e-le-misure-parte-prima/ Mon, 08 Jul 2013 22:23:42 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7502 di Alexik

injusticeA quanto pare è più facile beccarsi 11 anni per aver dato due calci a una vetrina durante il G8 di Genova che varcare le soglie di una galera dopo aver ammazzato decine (ma anche centinaia o migliaia) di operai. Si nota una certa sproporzione quando si scopre che la condanna degli ex dirigenti Michelin di Torino per 11 morti e 14 malati gravi è di poco superiore a quella comminata a un immigrato per il furto di 4 mele.  Mentre vi lascio a meditare sul concetto di “giustizia di classe”, approfitto per fare il [...]]]> di Alexik

injusticeA quanto pare è più facile beccarsi 11 anni per aver dato due calci a una vetrina durante il G8 di Genova che varcare le soglie di una galera dopo aver ammazzato decine (ma anche centinaia o migliaia) di operai. Si nota una certa sproporzione quando si scopre che la condanna degli ex dirigenti Michelin di Torino per 11 morti e 14 malati gravi è di poco superiore a quella comminata a un immigrato per il furto di 4 mele.  Mentre vi lascio a meditare sul concetto di “giustizia di classe”, approfitto per fare il punto sullo stato di alcuni processi per stragi sul lavoro e disastri ambientali.

HoffmannLa Roche/ Icmesa di Seveso

Domani ricorrono  esattamente trentasette anni da quel 10 luglio 1976, quando saltò il sistema di controllo della temperatura del reattore A101 nello stabilimento Icmesa, ai confini fra i comuni di Meda e di Seveso. Dopo 37 anni non sono però ancora finite le conseguenze sull’ambiente e sulle popolazioni, e neanche gli strascichi giudiziari.

Il reattore dell’Icmesa conteneva  triclorofenolo, un componente per diserbanti che a 350° e più si evolve in TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina), una delle peggiori diossine. La TCDD provoca danni gravissimi alla pelle, al cuore, ai reni, allo stomaco, al fegato, al sistema linfatico . E’ cancerogena e  mutagena, interviene sul corredo cromosomico degli individui e sui feti, diminuisce la fertilità e la capacità riproduttiva, produce difetti alla nascita e danni embrionali, intacca il patrimonio immunitario. Un solo grammo di diossina può contaminare migliaia di persone. Dall’Icmesa di Seveso si stima che ne uscirono 18 chili.

Da subito si estesero a macchia d’olio le morie fra gli animali, i malori fra la popolazione e i casi di cloracne che sfiguravano gli abitanti. Ma è negli anni a seguire che si vedranno i risultati peggiori, con la conta dei bambini malformati (erano otto nel 1975, salirono a novantacinque nel ‘ 76, centoventi nel ‘ 77, centouno nel ‘ 78), oltre a percentuali crescenti di mortalità alla nascita. Un’indagine sulla mortalità in zona tra il 1976 e il ‘ 91 mostra  aumenti vertiginosi dei tumori di pancreas, vescica, pleura,  retto,  fegato, ossa, cervello e tiroide, dei linfomi di Hodgkin e leucemie.

Chi ha pagato per tanto dolore ? La giustizia penale ha chiuso il discorso nel 1986 assolvendo il presidente dell’Icmesa Guy Waldvogell, il responsabile tecnico Giovanni Radice, e il progettista del reattore Fritz Moeri. Al sindaco di Meda, Malgrati, e all’ufficiale sanitario Ghetti erano già stati prescritti in primo grado i reati relativi ai mancati controlli. Il direttore tecnico Icmesa Herwig von Zwehl si è beccato due anni, e un anno e mezzo Jorg Sambeth, direttore tecnico della Givaudan. Non è arrivato a processo il dirigente Icmesa Paolo Poletti, ucciso da Prima Linea il 5 febbraio 1980.

Lo scorso 22 aprile la Corte di Cassazione ha definitivamente respinto le richieste risarcitorie di 326 sevesini abitanti nelle zone non bonificate. Perché se è vero che il TCDD  permane nel terreno anche per un secolo,  per la Corte non permane il reato. Gli abitanti restano gli unici veri condannati a 100 anni di diossina.

Michelin di Spinetta Marengo

Presso il Tribunale di Alessandria si sta celebrando il giudizio di primo grado per  la morte di dodici operai Michelin di Spinetta Marengo e per le lesioni gravi e gravissime nei confronti di altri sei, ancora vivi ma ammalati di cancro (prevalentemente ai polmoni ed alla prostata). Per anni sono stati esposti al talco di Balangero (contenente fibre di amianto), all’amianto delle coibentazioni, alle amine aromatiche, all’olio aromatico, al nerofumo. Il tutto senza protezioni, in condizioni di lavoro infernali e sotto un clima intimidatorio. Questi 18 operai non sono né i primi né gli unici: dal 1970 al 1990 l’ISTAT aveva stimato 53 morti per tumore su 112 operai Michelin deceduti nel periodo. Il 47, 4 %, una percentuale molto al di sopra delle medie piemontesi. Attualmente sono imputati cinque dirigenti dell’azienda dal 1971 al 1994: Gian Carlo Borella (87 anni), Giovanni Alberti (87 anni), Emilio Toso (78 anni), Bartolomeo Berello (70 anni) e Jean Michel Belleux (62anni). Gente che, a giudicare dall’età e dal fatto che entro il 2014 i reati andranno in prescrizione, non  conoscerà la cella, né vedrà mai intaccati i propri beni (ché anche se le vittime intentassero una causa civile se ne riparla fra 15 anni).

Eureco di Paderno Dugnano

E’ il 4 novembre del 2010 quando all’Eureco di Paderno Dugnano esplode una miscela di gas. L’Eureco è una ditta autorizzata a ricevere rifiuti industriali, stoccarli e poi cederli ad altre imprese per lo smaltimento. Il titolare, Giovanni Merlino, per guadagnare di più, vuole che i bidoni sigillati vengano aperti e i materiali speciali mescolati a materiali comuni, etichettati come rifiuti “normali” e smaltiti a costi inferiori. Nel cortile dove avvengono le operazioni c’è un cassone dove nei giorni precedenti sono stati riversati i ‘setacci molecolari’, sostanze usate per filtrare il gpl, che in contatto con l’umidità rilasciano gas infiammabili. Basta la scintilla di un muletto e il cassone prende fuoco, esplode. Rimangono ustionati 7 operai, dipendenti dell’Eureco e di una cooperativa d’appalto fittizia. Quattro di loro muoiono nei giorni seguenti, dopo lunghe sofferenze. Merlino, all’epoca dei fatti ha già un bel curriculum: ha un altro operaio sulla coscienza, morto nel 2005 alla Cr di San Nazzaro (una delle sue aziende), per cui ha patteggiato un anno e quattro mesi, e un’accusa per frode fiscale. Aggiunge al curriculum l’imputazione di omicidio colposo plurimo, lesioni e incendio colposo, traffico illecito di rifiuti, violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Dall’inizio il processo prende una brutta piega: il GUP esclude la costituzione di parte civile di Medicina Democratica, A. E. A., Comitato a sostegno dei familiari delle vittime e dei lavoratori Eureco, Anmil, Allca Cub Chimici. Non viene considerata la recidivia dell’imputato e si concede a Merlino il rito abbreviato, che riduce automaticamente la pena di un terzo. Più volte il GUP  invita a chiudere la questione con un accordo risarcitorio tramite l’assicurazione dell’Eureco, facendo leva sulle gravi difficoltà economiche delle famiglie degli operai, e senza mai, peraltro, forzare gli imputati ad esporsi direttamente. Non viene effettuato un sequestro preventivo dei loro beni. La difesa cerca di scaricare le colpe del rogo sui lavoratori bruciati vivi.   Il primo grado si è concluso il 23 aprile con una condanna a cinque anni, già impugnata dalla difesa. Le vittime italiane e il loro familiari hanno ricevuto un parziale anticipo provvigionale da parte dell’assicurazione dell’Eureco, mentre l’operaio albanese ferito e i familiari delle vittime albanesi non hanno ancora visto un euro. Erano dipendenti della coop di appalto creata dallo stesso Merlino tramite un prestanome.

Eternit di Casale Monferrato/Cavagnolo/Bagnoli/Rubiera

Lo scorso 20 maggio Louis De Cartier, imputato nel processo Eternit, è morto alla veneranda età di 92 anni, dopo aver trascorso una vita da ricco e una vecchiaia tranquilla nella sua villa in Belgio. Amministratore  delegato della multinazionale Eternit dal 1966 al 1978 e Presidente del CdA fino al 1986, non ha pagato mai nulla  per  le migliaia di morti che ha seminato in Italia e nel mondo. Per quanto lo riguarda, le vittime dell’Eternit dovranno far causa civile ai suoi eredi.

All’inizio di giugno Stephan Schmidheiny, ex AD e padrone sostanziale della multinazionale svizzera, è stato condannato a 18 anni per 932 morti e malati (su 2.580 costituitisi parte civile) negli stabilimenti e territori di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera. Una sentenza che segna una vittoria, sicuramente per il riconoscimento della dolosità del reato, anche se esclude dai risarcimenti 1648 persone. Dubito, però, che per l’estradizione del latitante pluriomicida Schmidheiny lo Stato italiano si muova con lo stesso accanimento dimostrato per Cesare Battisti. Quanto ai risarcimenti alle parti civili, le proprietà di Schmidheiny e degli eredi di De Cartier sono tutte all’estero, decisamente difficili  da sequestrare. (Continua)

Nota:  Una versione meno aggiornata di questo articolo è stata pubblicata su vari blogs, e in particolare qui e qui.

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