Mumia Abu-Jamal – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 06:13:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Black Panther Party tra storia e mito https://www.carmillaonline.com/2019/05/28/black-panther-party-tra-storia-e-mito/ Tue, 28 May 2019 21:30:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52551 di Gioacchino Toni

Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere. Storia e mito del Black Panther Party, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 306, € 24,00

Dopo essere stato pubblicato originariamente da ShaKe nel 1995 (seconda ediz. 2006), torna in libreria, per Mimesis, il libro Pantere Nere. Storia e mito del Black Panther Party di Paolo Bertella Farnetti, storico formatosi nell’ambito dell’esperienza di “storia sul campo” della rivista «Primo Maggio», studioso di storia sociale degli Stati Uniti nel Novecento ed in particolare della “black question”, attualmente impegnato nell’ambito della Public History e nel progetto Returning and Sharing [...]]]> di Gioacchino Toni

Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere. Storia e mito del Black Panther Party, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 306, € 24,00

Dopo essere stato pubblicato originariamente da ShaKe nel 1995 (seconda ediz. 2006), torna in libreria, per Mimesis, il libro Pantere Nere. Storia e mito del Black Panther Party di Paolo Bertella Farnetti, storico formatosi nell’ambito dell’esperienza di “storia sul campo” della rivista «Primo Maggio», studioso di storia sociale degli Stati Uniti nel Novecento ed in particolare della “black question”, attualmente impegnato nell’ambito della Public History e nel progetto Returning and Sharing Memory, per il recupero e la condivisione delle fonti, soprattutto private, della storia del colonialismo italiano.

Nonostante l’esperienza del Pantere Nere afroamericane – «la più grande minaccia alla sicurezza interna degli Stati Uniti», secondo quanto affermato nel 1969 dall’allora direttore dell’FBI J. Edgar Hoover – abbia, per certi versi, mantenuto nel tempo un certo interesse mediatico, fino ad anni recenti non sono stati molti gli studi scientifici ad essa dedicati; tra questi vi è certamente il voluminoso libro di Paolo Bertella Farnetti che, nell’attuale edizione, presenta alcuni aggiornamenti rispetto alla prima uscita.

I primi dieci capitoli del volume ricostruiscono la storia dell’organizzazione indagandone: le radici (Dai diritti civili al Black Power), le origini (Un’organizzazione per i “fratelli di strada”), l’iniziazione (Da Oakland a Sacramento), l’affermazione (L’influenza di Eldrige Cleaver), la struttura (Organizzazione nazionale e quadri), l’assedio (L’attacco dello stato contro le Pantere), tre casi di repressione (Los Angeles, New York e Chicago), la resistenza (Contraddizioni con il movimento), la crisi (L’attacco finale contro le Pantere) e l’epilogo (Dalla scissione al tramonto). A questi si aggiungono poi un undicesimo capitolo, dedicato ad una riflessione sulla memoria a proposito dell’organizzazione afroamericana, ed una sezione con alcuni aggiornamenti, una cronologia (1965-1989) ed una preziosa bibliografia scelta.

Come più volte sottolineato nel volume, al fine di comprendere la parabola del Black Panther Party occorre fare i conti, oltre che con gli errori interni all’organizzazione, anche con la sconfitta dell’intero movimento entro cui le Pantere avevano avuto un ruolo di primo piano. La portata della sconfitta di cui si sta parlando è efficacemente  resa dalle riflessioni della Pantera David Hilliard che, all’uscita di prigione, si scopre catapultato in un contesto totalmente trasformato durante la sua detenzione.

«Ho uno shock culturale mentre vado in giro. Per le strade non c’è più traccia di politica. Prima della mia andata in prigione la politica era una presenza costante del paesaggio. Non potevo percorrere un isolato senza incontrare qualcuno che vendeva un giornale o distribuiva un volantino che annunciava un raduno o una manifestazione; in più, naturalmente, Telegraph Avenue e l’area intorno a Barkeley erano un’ebollizione continua di ribellioni studentesche e di scontri di piazza fra poliziotti e manifestanti. Ora l’azione principale nelle strade è rappresentata da droga e prostituzione […] Quel genere di ragazzi – asiatici, bianchi, neri, latinoamericani – che quattro o cinque anni fa cantavano “Free Huey!” e “potere al popolo!” ora esibiscono i loro corpi senza pudore o spacciano agli angoli di strada. Oakland non è più la città delle Pantere, ma una “città aperta” del divertimento, un posto dove si viene da fuori per procurarsi donne o droghe. Anche la base economica della città è cambiata. L’Oakland della mia giovinezza era una città di lavoratori, gente che ci dava dentro dalle nove alle cinque. Ora la comunità sembra sempre più devastata» (p. 207).1

La lunga rimozione dell’esperienza delle Pantere Nere è figlia della scissione avvenuta nel 1971 e della sua successiva involuzione, fenomeni che però non possono che essere collocati all’interno di un generale declino del dibattito politico statunitense. «La sconfitta complessiva del movimento nato negli anni Sessanta, è stata particolarmente dura per la componente afroamericana. […] La massiccia introduzione di droga – soprattutto il devastante crack – nella comunità nera, nell’indifferenza, se non compiacenza, delle autorità, ha trasformato i ghetti in “terre di nessuno” dove l’attività criminale e l’appartenenza a una gang rimane l’unica forma di ascesa sociale e di riconoscimento, e la violenza dei neri contro neri ha raggiunto livelli intollerabili. Il “problema nero” è stato abbandonato a se stesso, al suo autocontrollo distruttivo, da una società americana sorda e insicura che ha rinchiuso i neri poveri fra le mura invisibili del ghetto e quelle, tangibili, delle prigioni» (p.216).

Quando anche le Pantere hanno conquistato qualche riga nei libri di storia americana, queste, scrive Bertella Farnetti, finiscono per essere ricordate come un esempio di estremismo degli anni Sessanta statunitensi da collocarsi in un’epoca “di eccessi” del tutto irripetibile fuori da quel contesto. «Il fatto che le condizioni sociali e politiche che hanno prodotto il Black Panther Party si siano mantenute e probabilmente ingigantite non sembra, apparentemente, turbare le autorità. La loro vittoria appare totale e la retorica violenta delle Pantere sembra sopravvivere solo nella “tradizione orale” del gangsta rap, un messaggio musicale muscolare e osceno, ma innocuo» (p. 208).

Negli anni più recenti qualche segnale di riscoperta della storia del BPP da parte della comunità nera c’è stato; è come se nel corso del lungo periodo di silenzio politico intercorso tra la dissoluzione del movimento ed oggi, vi fosse stato «uno strisciante ma significativo processo di riappropriazione della memoria di un’epoca che li ha visti protagonisti» (p. 209). Si pensi a quanto la figura di Malcom X sia stata recentemente affrontata dall’editoria e dal cinema.

«Come dice Cornel West, uno degli intellettuali neri più lucidi, l’eredità del movimento nero degli anni Sessanta continua ancora a perseguitare gli afroamericani ed è un nodo che va risolto, sia nei suoi aspetti positivi sia in quelli negativi. Da qui è necessario ripartire, perché nella storia afroamericana “gli anni Sessanta furono testimoni dell’indimenticabile comparsa delle masse nere sulla scena storica, da cui peraltro furono presto trascinate via – uccise, mutilate, messe in riga, imprigionate o comprate”» (p. 209).2

Con l’uccisione di Huey P. Newton da parte di uno spacciatore di crack nel ghetto di West Oakland nel 1989 e la fine dell’epopea reaganiana, il dibattito sull’esperienza e sull’eredità delle Pantere si è improvvisamente riaperto, soprattutto sulla “stampa bianca”, in un botta e risposta tra denigratori e difensori della controversa figura del leader del BPP. A rinverdire il ricordo delle Pantere hanno sicuramente contribuito la breve esperienza del People’s Organized Response, organizzazione messa in piedi da alcuni ex militanti dopo la scomparsa di Newton, e la messa in circolazione, per quanto a diffusione limitata, di due diverse pubblicazioni: «The Commemorator», che con i suoi 54 numeri cessa le pubblicazioni nel 2012, e «The Black Panther», durato soltanto dal 1991 al 1993. Un ruolo importante nella circolazione dei materiali vecchi e nuovi sulle Pantere è svolto, oltre che da siti in internet, dalla casa editrice Black Classic Press di Baltimora, fondata dall’ex Pantera Paul Coates.

Negli anni Novanta sono state pubblicate diverse autobiografie di ex militanti del BPP, tra queste lo studioso segnala quella di David Hilliard, dirigente della “vecchia guardia”, e quella di Elaine Brown, leader post scissione. Nonostante siano contraddistinte da omissioni difensive e da diversi errori nelle ricostruzioni degli avvenimenti, si tratta di testimonianze decisamente utili alla ricostruzione del percorso politico della struttura afroamericana e a contrastare le letture tese esplicitamente alla criminalizzazione dell’intera esperienza del BPP. Importanti contributi alla riscoperta delle Pantere sono stati sicuramente anche il film Panther (1995) diretto da Mario Van Peebles e scritto dal padre Melvin e la campagna mondiale in favore dell’ex Pantera Mumia Abu-Jamal, condannato a morte con l’accusa di aver ucciso un poliziotto nel 1982.

In apertura del nuovo millennio diversi storici e ricercatori hanno iniziato a collocare l’esperienza del BPP nel contesto storico in cui si è data e, nel giro di poco tempo, si sono accumulati parecchi studi finalmente basati su fonti solide e ricerche negli archivi e se, sottolinea Bertella Farnetti, «le Pantere sono finalmente state prese sul serio dagli storici, il loro mito, la loro presenza sottotraccia nella cultura africanoamericana non ha mai smesso di esistere per arrivare a esplodere in varie forme in concomitanza con la celebrazione dei 50 anni dalla fondazione del partito. La riapertura recente di un fronte di lotta per la liberazione nera e l’emergere di nuove organizzazioni militanti come reazione alla brutalità della polizia nei confronti della popolazione nera, un tema strategico e un obiettivo che il BPP voleva attuare immediatamente, sono diventati l’occasione per un confronto e un bilancio sull’eredità politica delle Pantere» (227) . Tra le questioni oggi indagate in maniera più approfondita occorre sicuramente segnalare quella relativa al ruolo delle donne all’interno del BPP alla luce delle critiche di maschilismo mosse al partito dal femminismo allora nascente.

Venendo ad anni più recenti, lo studioso ricorda come durante la finale del Super Bowl del 2016, nella sua performance, l’icona della pop music Beyoncé ed il suo corpo di ballo, si siano presentati sulla scena con un abbigliamento chiaramente ispirato alla storica divisa delle Pantere suscitando un certo scalpore. La settimana dopo la performance di Beyoncé le televisioni statunitensi hanno mandato in onda The Black Panthers: Vanguard of the Revolution (2015) di Stanley Nelson, documentario che ricostruisce la storia del BPP attraverso fotografie e filmati, spesso rari, con numerose interviste a vecchi militanti.
«La storia delle Pantere Nere viene celebrata e il loro messaggio politico dispiegato – e unito alle lotte recenti – facendo giustizia delle precedenti narrazioni mediatiche che le presentavano come un gruppo d’odio e anti bianco, o come una banda di puri e semplici gangster nascosti dentro un fumo rivoluzionario. La repressione istituzionale e di Cointelpro [Counter Intelligence Program – programma di infiltrazione e controspionaggio interno dell’FBI attivo formalmente tra il 1956 e il 1971] viene analizzata, mentre i filmati documentano la partecipazione di massa alle attività del partito e il successo delle loro iniziative a favore della comunità. Alle Pantere viene restituita la dignità di soggetto politico americano in una rappresentazione che sintetizza la potenza mitografica dei giovani e affascinanti rivoluzionari neri e la ricerca storica» (pp. 250-251). Il documentario ha ottenuto un grande successo di pubblico ma non ha mancato di attirarsi critiche sia per aver omesso episodi poco gloriosi della storia del BPP che, a detta di alcuni vecchi militanti, per aver svilito la portata rivoluzionaria delle Pantere a causa di una ricostruzione storica eccessivamente semplificata.

Se per certi versi la storia del BPP è riuscita ad uscire dalla rimozione collettiva, resta il fatto che la strada da compiere per una comprensione del fenomeno al di là del mito e della demonizzazione è ancora lunga. Secondo Paolo Bertella Farnetti «l’eredità e la memoria del Partito della Pantera Nera dipende dalla capacità degli afroamericani di riappropriarsi del proprio passato, con le sue conquiste, i suoi errori e le sue sconfitte; ma soprattutto dipendono dalla capacità di utilizzare questo passato nel cammino verso la liberazione, altrimenti la memoria diventa soltanto imbalsamazione. La storia del BPP è solo un tassello dell’esperienza degli afroamericani, ma è centrale a un periodo che ha affrontato tutti i nodi problematici della loro pressione: quei nodi, quel periodo, sono un passaggio obbligato per la comunità nera» (p. 216).


  1. In  David Hilliard e Lewis Cole, This Side of Glory. The Autobiography of David Hilliard and the Story of the Black Panther Party, Scarecrow Press, Metuchen, N.J., 1976, p. 384 

  2. In Bruno Cartosio, a cura di, Senza Illusioni. I neri degli Stati Uniti dagli anni Sessanta alla rivolta di Los Angeles, ShaKe, Milano, 1995, p. 53 

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Domanda: quand’è che un bambino non è un bambino? https://www.carmillaonline.com/2018/04/05/domanda-quande-un-bambino-non-un-bambino/ Wed, 04 Apr 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44651 di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la [...]]]> di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la cifra di ciò che ha smosso l’animo di decine o centinaia di migliaia di afro-americani, oltre che dello stesso Mumia, anche in anni recenti.

E’ proprio a partire da considerazioni come quella appena esposta che diventa utile e necessaria la lettura del testo la cui recente pubblicazione è stata curata da Giacomo Marchetti, già distintosi, tra le altre cose, per la precedente traduzione e cura, insieme a Nora Gattiglia, dell’autobiografia di David Gilbert, militante dei Weathermen e del Black Liberation Army: “Amore e Lotta” (Mimesis 2016). Anche in questo caso Marchetti antepone al testo una dettagliata introduzione in cui il lettore potrà trovare una ricostruzione dell’esperienza come rivoluzionario e come pubblicista di Mumia Abu-Jamal, una delle voci più autentiche e sofferte dell’America di oggi e di ieri. Un autentico storico e cronista “dal basso” che potrebbe già essere definito tout court, come qualcuno ha già fatto, la voce dell’America.

Non solo dal basso, ma dal fondo del ventre della bestia, ossia da quelle carceri americane in cui l’autore è stato rinchiuso fin dal 1981 come autore dell’omicidio di un agente di polizia. Con questa accusa, mai provata con certezza e a dispetto della dichiarazione di estraneità al fatto sostenuta dall’imputato, Mumia fu condannato a morte e per questo rinchiuso nel braccio della morte per più di vent’anni, in cui oggi non è più detenuto poiché la sua condanna è stata trasformata in ergastolo a vita.

Wesley Cook, nome con il quale è stato battezzato alla sua nascita nella Philadelphia degli anni ’50, entrò giovanissimo nell’organizzazione del Black Panther Party e si mise da subito in mostra per il suo coraggio e per la sua indomita volontà nel perseguire, come giornalista, la verità dei fatti.
Nonostante le condizioni di isolamento e i maltrattamenti, paragonabili a quelli messi poi in pratica ad Abu Ghraib e Guantanamo, l’operazione di annichilimento della sua personalità e delle sue convinzioni politiche non è mai, neppure parzialmente riuscita e la sua opera di cronista della condizione afro-americana, sia in carcere che all’esterno, sta ancora lì a dimostrarlo.

Come afferma Marchetti nella sua introduzione:

“Negli Stati Uniti vive il 5% dell’intera popolazione mondiale, ma viene detenuto il 25% della popolazione incarcerata dell’intero pianeta – 2 milioni e mezzo di persone – di cui l’8,5% si trova in carceri private.
Di questi 2,5 milioni di detenuti, ben 900.000 sono costretti a lavorare in modo gratuito o per 15-20 centesimi l’ora, talvolta anche per dodici ore consecutive al giorno. Soprattutto negli ultimi anni, in cui i bilanci statali si sono ridotti, le carceri hanno lanciato nuovi programmi di lavoro sia all’interno che all’esterno.
Il lavoro in carcere è un ottimo affare per le grandi multinazionali, che possono sfruttare manodopera a bassissimo costo, ad esempio per assemblare prodotti per Walmart, confezionare il caffè per Starbucks, cucire vestiti per Victoria’s Secret o svolgere attività di call-center per compagnie telefoniche come AT&T. Pagare 20 cent all’ora invece che 5 dollari o non pagare affatto i lavoratori è un business appetibile sia per i governi che per le corporations, che annualmente ricavano dall’industria carceraria un volume di affari pari a 2 miliardi di dollari.
L’incarcerazione di massa e il lavoro pressoché gratuito nelle carceri hanno fatto assumere alla condizione detentiva un volto non dissimile dalla vecchia schiavitù”.1

Cosa che non tradisce affatto il tredicesimo emendamento della costituzione americana che recita così: La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Il testo oggi tradotto da Giacomo Marchetti e Marco Pellegrini è stato pubblicato inizialmente nel 2008 dalla South End Press e ricostruisce non soltanto i passaggi e i percorsi della vita dell’autore come militante rivoluzionario, ma anche il percorso di resistenza e lotta (spesso armata) che la componente afro-americana della società nord-americana ha dovuto condurre per la propria sopravvivenza e la difesa della propria dignità fin dagli albori del forzato trasferimento dei suoi componenti dall’Africa ai territori dei futuri, e attuali, Stati Uniti.

Come afferma ancora il curatore:

“Un grande merito di We Want Freedom è quello di collocare la storia delle Black Panther all’interno di un ciclo storico di resistenza che inizia con la riduzione in schiavitù dei Neri africani ma non si esaurisce con la dissoluzione del “Partito” nella sua forma unitaria, dopo le sue molteplici scissioni”.2

All’interno di queste vicende mi sembra particolarmente importante sottolineare e segnalare i primi due capitoli, in cui viene ricostruita la lotta degli afro-americani in un’ottica che un mai sufficientemente sopito democraticimo di maniera e non-violento ha spesso evitato di sottolineare: quella della resistenza armata e violenta contro il potere e le violenze degli oppressori .

Per diradare ogni possibile dubbio Mumia Abu-Jamal afferma:

“Per decenni, studiosi e storici hanno ignorato il BPP. Nel contesto della lotta e della resistenza dei neri non era il benvenuto, veniva considerato una sorta di figliastro.
Le onorificenze della lotta dei neri nel XX secolo sono andate tutte ai veterani del movimento dei diritti civili, simboleggiato dal martire Martin Luther King, accettato dalle élite bianche e nere. Il messaggio di perdono cristiano del Dott. King e la sua dottrina del “porgi l’altra guancia” tran¬quillizzavano la psiche dei bianchi. Per gli americani abituati al comfort, il Dott. King era soprattutto sicuro. Il BPP era l’antitesi del Dott. King.
Il Partito non era un movimento per i diritti civili. Non porgeva l’altra guancia. Era fortemente laico. Non predicava la non-violenza, ma praticava il diritto umano all’autodifesa. Aveva un orientamento socialista e rivendicava (dopo un plebiscito nazionale e un voto) la creazione di uno Stato-nazione nero, separato, rivoluzionario e socialista. Non tranquillizza¬va gli americani bianchi.
Per gli studiosi e gli storici della fine del XX secolo, il BPP rappresentava un’anomalia, non un discendente storico di una linea estremamente lunga di combattenti della resistenza nera. La storia degli africani in America è una storia di profonda resistenza, di tentativi di governo nero indipendente, di autodifesa, di rivolta armata, di aspre battaglie per la libertà. È la storia della resistenza contro l’in¬cessante incubo della “democrazia” della Herrenvolk (razza dominante) americana […]Le origini della resistenza possono essere ricondotte al 1526, quando da una nave spagnola carica di schiavi africani in catene ancorata nell’odierno South Carolina fuggirono quasi un centinaio di uomini. Questi uccisero molti schiavisti e fuggirono nelle dense foreste vergini per unirsi agli abo¬rigeni locali, vivendo liberamente come la loro razza non avrebbe potuto fare per i successivi 400 anni”.3

Gli episodi di questa resistenza costellano la storia degli Stati Uniti dalle loro origini e per i due secoli precedenti, fino ai nostri giorni. Insieme a questi episodi, però, si manifesta spesso non solo la volontà di liberare la popolazione afro-americana, ma anche una sorta di solidarietà con le popolazioni aborigene e, nonostante tutto, pure con gli strati più marginali della popolazione bianca.
Sotto questo punto di vista può essere d’esempio la storia della lunga guerra condotta dall’esercito degli Stati Uniti contro le tribù Seminole della Florida.

“Molti africani vissero liberi tra i Seminole, facendo da interpreti o guerrieri e alcuni divennero perfino capi. La libertà dei neri fu il motivo dell’allontanamento dei Seminole dalla nazione Creek e della formazione della tribù. Il trattato di Colerain del 1796 includeva un impegno per i Creek di restituire i fuggitivi neri ai proprietari, che però non vincolava i Creek che vivevano a nord del confine della Florida e i Seminole che vive¬vano a Sud dello stesso confine, i quali non si sentirono mai vincolati dal patto e questo li allontanò per sempre dai loro simili del Nord. Studiosi del calibro di J.Leitch Wright Jr. definiscono i popoli di questa regione col termine di Muscogulges, in parte perché parlavano la lingua Muskogee. Egli nota che il termine Creek è un termine inglese utilizzato per indicare i popoli che abitavano le regioni rivierasche del Sud-Est. Ana¬logamente, il termine Seminole è un appellativo spagnolo che deriva dalla parola cimarron, un termine ispanico-americano per fuggitivo.
Wright narra che gli “indiani neri” ebbero un ruolo cruciale nel rendere il territorio Muscogulge, o Seminole, un luogo di attiva resistenza per la libertà dei neri […]Molti americani conoscono la storia delle guerre “indiane”, ma pochi sanno che le battaglie più dure si combatterono nelle tre guerre contro i Seminole e che queste guerre furono combattute essenzialmente per la liberazione dei neri. Gli africani che combatterono dalla parte dei Seminole furono talmente tanti che il generale USA Thomas Jesup scrisse: «Questa, siatene certi, è una guerra contro i negri, non contro gli indiani»”.4

Nel 1851 l’ignobile Fugiti¬ve Slave Act (FSA) del 1850, che minacciava le vite e la libertà di tutti i neri, schiavi o “liberi”, sarebbe stata alla base della resistenza di Christiana, in Pennsylvania in cui l’azione di William ed Eliza Parker, coraggiosi combattenti e promotori dell’autodifesa armata dei neri fuggiaschi, ebbe all’epoca un esplosivo impatto politico e sociale.

“Ai primi di settembre del 1851 Edward Gorsuch, uno schiavista del Ma¬ryland, appoggiato da familiari, amici e un Marshal degli Stati Uniti, colpì il villaggio di Christiana, in Pennsylvania, per ricatturare molti schiavi fuggiti. Sfortunatamente per lui, le sue prede si erano stabilite in una comunità organizzata e armata che non aveva alcuna intenzione di permettere che i propri membri tornassero in catene.[…] I nove bianchi armati furono affrontati da cinque neri armati; quando Di¬ckinson disse al padre di lasciare perdere e tornare con cento uomini armati, William Parker gli rispose di portarne anche cinquecento. “Per prenderci vivi ci vorranno tutti gli uomini di Lancaster”. Eliza Parker poi chiamò gli altri del gruppo di difesa suonando un corno e lo US Marshal le sparò, mancandola. Il suono richiamò circa quarantacinque altri neri e contadini bianchi, quaccheri, armati. Eliza non solo chiamò aiuto, ma sostenne anche che bisognava resistere quando alcuni in casa vacillavano. Il marito più tardi scrisse che Eliza “afferrò una falce da granturco, simile a un machete, e dichiarò che avrebbe tagliato la testa a chi avesse tentato di arrendersi”. Parker raccontò anche i dettagli della sua lotta col testardo Gorsuch, che aveva evidentemente scelto la «colazione all’inferno»”.5

L’elenco degli episodi di resistenza e lotta, anche vittoriosa, contro l’oppressione razziale e padronale è lungo e non si può qui nemmeno riassumere. Basti sottolineare che sarà la rivolta di Watts, sobborgo di Los Angeles, nel 1965 a far esplodere ancora il problema delle disuguaglianze sociali, economiche razziali negli Stati Uniti e a rendere evidente ai giovani afro-americani come Bobby Seale e Huey Newton la necessità di auto-organizzazione politica e militare delle comunità nere e a rendere successivamente possibile la nascita del Black Panther Party e la sua rapida diffusione a partire dalla Costa occidentale a tutti gli altri stati dell’Unione.

Certo tale sviluppo politico non poteva essere disgiunto da quella guerra in Estremo Oriente in cui i soldati di origine afro-americana erano usati come carne da macello e, proprio per questo motivo, finivano col solidarizzare con i vietnamiti e uccidere, più spesso di quanto si racconti, i loro propri superiori in grado bianchi. Dando vita ad una solidarietà internazionalista che avrebbe poi contraddistinto nel tempo il Black Panther Party.

Le pattuglie armate del partito cominciarono a girare per le strade dei quartieri neri e delle città, a fare controinformazione e contro-indagini sull’operato violento della polizia e giunsero ad occupare simbolicamente il parlamento dello stato della California a Sacramento. Tutto questo era reso possibile non solo dalla solidarietà di chi sosteneva l’azione del partito e dei suoi rappresentanti, ma anche dal fatto che in California il possesso di armi era tutelato dalla legge dello Stato e le armi potevano essere portate in pubblico, purché non fossero nascoste. Come avrebbe in seguito affermato Bobby Seale: “Mostrammo al popolo che eravamo pronti a morire per loro”.

Prima ancora della nascita dell’organizzazione del BPP, nell’agosto del 1965 la rivolta di Watts aveva mandato in fumo 200 milioni di dollari di proprietà ma, anche se 35 persone erano morte sotto il fuoco della polizia, non era esplosa nel vuoto. Nel 1964 e 1965 rivolte violente erano scoppiate in ogni parte della nazione, mentre nel solo 1967 (ve la ricordate l’”estate dell’amore”?) il National Advisory Committee on Urban Disorders ne contò centoventitre, più o meno gravi. Circa ottantatre persone furono uccise con armi da fuoco, la maggior parte a Newark e Detroit. Il Comitato notò che “la maggioranza schiacciante delle persone uccise o ferite erano civili negri”.

Il recensore si ferma qui per lasciare al lettore la possibilità di continuare una lettura sorprendente sotto molti punti di vista. Soltanto una riflessione è ancora d’obbligo in chiusura: tenendo conto che la NRA (National Rifle Association) soltanto durante il governo repubblicano di Ronald Reagan si dichiarò favorevole ad una riduzione della diffusione delle armi negli Stati Uniti, per il timore di un ulteriore allargamento delle organizzazioni militanti nere, la questione delle armi riguarda soltanto la loro diffusione oppure chi le porta e perché?

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» (Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America)


  1. Vogliamo la libertà, pag. 19  

  2. op.cit. pag. 20  

  3. Mumia Abu-Jamal, Gli inizi del Black Panther Party e la storia da cui è nato, in op.cit. pp. 41-42  

  4. op.cit. pp.51-52  

  5. pp. 59-60  

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