Mino Pecorelli – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La pentola bolle, poi Amazon, prima i carbonari e in mezzo Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/05/21/la-pentola-bolle-poi-amazon-prima-i-carbonari-e-in-mezzo-matteotti/ Mon, 20 May 2024 22:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82629 di Luca Baiada

Diego Crivellari, Francesco Jori, Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento, prefazione di Francesco Verducci, postfazione di Marco Almagisti, Apogeo Editore, Adria 2023, pp. 202, euro 18.

 

Attenzione precisa alla collocazione di Giacomo Matteotti nel tempo e nello spazio, convinzione e pluralità di registri: storico, culturale, economico e politico. Si sente – è una consapevolezza collaudata[1] – la conoscenza del territorio:

La campagna polesana offre ancora oggi al viaggiatore, al visitatore occasionale, al turista colto, curioso o meno distratto un’esperienza che, per certi versi, può perfino sembrare fuori dallo spazio e dal tempo [...]]]> di Luca Baiada

Diego Crivellari, Francesco Jori, Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento, prefazione di Francesco Verducci, postfazione di Marco Almagisti, Apogeo Editore, Adria 2023, pp. 202, euro 18.

 

Attenzione precisa alla collocazione di Giacomo Matteotti nel tempo e nello spazio, convinzione e pluralità di registri: storico, culturale, economico e politico. Si sente – è una consapevolezza collaudata[1] – la conoscenza del territorio:

La campagna polesana offre ancora oggi al viaggiatore, al visitatore occasionale, al turista colto, curioso o meno distratto un’esperienza che, per certi versi, può perfino sembrare fuori dallo spazio e dal tempo ordinari, l’ambiente di un nord padano nella sua essenza eppure meno frenetico e battuto, l’assaggio di un territorio lento che, pensato e costruito e rammendato sulla base di successive opere di modernizzazione (le bonifiche, l’agricoltura, le infrastrutture) e di una lotta plurisecolare tra l’uomo e le acque, è forse riuscito a sfuggire, almeno in parte, agli effetti della modernizzazione più selvaggia.

Anche qui nel periodo postunitario economia e tecnologia fanno aumentare le sperequazioni sociali:

Elemento caratteristico della dura vita nelle campagne del Basso Polesine era ancora il diritto di vagantivo, che consentiva soprattutto ai più poveri di muoversi liberamente tra valli e paludi per praticare la pesca, la caccia, la raccolta di canne palustri. Le opere di bonifica contribuiscono a distruggere il vagantivo e a proletaritarizzare le masse contadine.

Ma il Polesine offre una novità: diventa un’enclave rossa nel Veneto, una terra di ibridazione, una Romagna di là dal Po dove ci si ribella:

Questo stesso territorio monotono e pianeggiante, apparentemente immutabile nel suo microcosmo politico e sociale, sarà entro pochi anni epicentro della prima grande ribellione contadina della storia italiana: «La boje!». Le plebi contadine che, per secoli, erano state ai margini della grande storia, irrompono sulla scena e preannunciano l’inizio, tra proteste, violenze e contraddizioni, di una nuova fase. […] Il movimento è spontaneo, i capi sono improvvisati, la parola d’ordine dell’esasperazione e della lotta è «la boje», cioè la «pentola bolle e di colpo va di sopra».

I limiti del tentativo ci sono e li noterà Piero Gobetti tracciando la storia di Matteotti prima di cadere come lui: «Una provincia tormentata con un’economia complessa ed incerta, terra storica di esperimenti di sovversivismo, spesso più servile che violento, sono toni sufficienti per determinare l’opera di un uomo»[2]. Eppure il seme è gettato: si è provato, si può.

Il conflitto sociale, insieme alla liberazione nazionale e alla riscossa politica, si ritroverà nella Resistenza:

Rappresenterà un ulteriore momento di riscatto, risveglio e partecipazione popolare, un fenomeno per certi versi sorprendente, perché sviluppato non tra le montagne, ma in un territorio pianeggiante, privo di ombra, in cui – se si escludono i campi di mais – non esistono luoghi in cui ripararsi, un territorio piatto che non si presterebbe tecnicamente alla tattica della guerriglia e che invece conosce la lotta partigiana, conosce i rastrellamenti, le torture, le stragi (come quella di Villamarzana del 15 ottobre 1944, la più grave, compiuta dai repubblichini), una lotta essenzialmente contadina che si rivolge […] contro i fascisti prima ancora che contro i tedeschi invasori e, per molti versi, assume la connotazione di una resa dei conti e di una guerra di classe.

Ancora prima dell’unità d’Italia, con caratteristiche diverse, queste terre covano contatti, progetti, scatti d’orgoglio. Proprio a Fratta Polesine, luogo di nascita di Matteotti, dove un tempo Lucrezia Gonzaga e intellettuali di vaglia si raccolsero in accademia, si tessono cospirazioni della Carboneria che non sfuggono all’occhio di Vienna e che portano i patrioti allo Spielberg. Se ne trarrà insegnamento: il fratello di Giacomo, Matteo Matteotti, studierà i carbonari.

Naturalmente la storia non può fermarsi ai progetti di un gruppo. La condizione dei lavoratori permette alla nobiltà, quando non è solo crapulona, l’opportunità di ozii culturali; però:

La maggior parte della popolazione abita nei tipici e poverissimi casoni, con tetto in paglia, pareti in vimini intrecciati, intonacati con terra argillosa a volte mescolata con sterco bovino, sostenuti da quattro pali agli angoli; all’interno una sola camera, dove gli uomini convivono con gli animali.

Bene, comunque, che si ricordi l’importanza del sapere per il socialista polesano. Il suo impegno in Parlamento e negli enti locali per le scuole, le biblioteche e le iniziative di formazione è forte e personale. Se mi fosse concesso un viaggio nel tempo per incontrare Matteotti, non sceglierei una seduta parlamentare ma la gita a Ferrara in cui fece la guida turistica per i lavoratori, si irritò perché erano pochi e poi capì: «Indolenza, ignoranza; delle quali in fondo la classe lavoratrice non ha colpa, perché da troppi secoli straniata a ogni cultura e ad ogni spettacolo di bellezza»[3]. Confondersi coi braccianti e seguirlo, passo passo.

Nell’attenzione alla cultura c’è una convinzione che Giacomo Matteotti, figlio del Polesine riconduce alle sue posizioni al congresso dei comuni socialisti, a Milano, nell’ottobre del 1919, quando disse di volere un insegnamento «libero, poetico, astratto» e aggiunse:

Vogliamo noi veramente che la scuola sia una preparazione per l’officina, pel lavoro? No, assolutamente; la scuola deve essere qualche cosa per cui, almeno per quattro o cinque anni, la gente del popolo non pensi alla preparazione del lavoro manuale, impari qualche cosa che sia fuori del lavoro immediato, impari anche delle astrazioni. Non dobbiamo essere di quelli che vogliono la preparazione del ragazzo all’abilità.

Cultura e lotta dei lavoratori uniscono la storia locale e quella italiana a un uomo che prima è tappa di un antico cammino, poi diventa mito fondativo:

Matteotti, nome in grado di suscitare accenti quasi religiosi, come ammantata di religiosità e di riferimenti nemmeno troppo velati al cristianesimo primitivo era stata la predicazione socialista nelle campagne padane tra i due secoli. Perfino negli anni più bui della dittatura, nella lunga traversata del deserto, il ricordo di Matteotti sarà all’origine di una ripresa attiva della coscienza antifascista, sarà memoria viva, non meramente sentimentale, radicata nella cultura popolare.

Le difficoltà delle terre basse, i controversi sviluppi, con caratteristiche particolari rispetto al Nord-Est, la collocazione geografica che favorisce i collegamenti e la disponibilità di mano d’opera sono elementi che si ripresentano. Non a caso proprio nel Polesine viene aperto un importante snodo logistico. Arriva Amazon:

Il lavoro sembra essere il filo rosso che lega il Polesine delle prime grandi lotte politiche e sociali e il Polesine di Matteotti al Polesine di oggi. L’approdo della potentissima multinazionale americana fondata da Jeff Bezos in una realtà in cui, negli anni Ottanta del XIX Secolo, si sviluppò la prima vasta ribellione contadina del nostro paese […] appare in ogni caso come un passaggio dal sapore altamente simbolico.

Di un Matteotti c’è bisogno ma un Matteotti non lo abbiamo; perciò questa osservazione degli autori va presa come un buon proposito:

Se […] è veramente possibile cercare di individuare, all’interno di una densa parabola storica, un punto di sintesi capace di collegare la vicenda dei braccianti polesani di Otto e Novecento ai nuovi, anonimi, precari operatori della logistica, questo può senz’altro coincidere con l’esperienza straordinaria – esemplare, interrotta, incompiuta – rappresentata da Giacomo Matteotti.

Fitto di dati, nomi e collegamenti – lo sconcertante Nicola Bombacci, prima rivoluzionario, poi fucilato a Dongo coi peggiori fascisti, Umberto Merlin del Partito popolare e molti altri – il volume ricostruisce l’affermazione di Matteotti in una terra che ama e in cui si muove bene grazie alla parola convincente e alla conoscenza di persone e problemi. La riprova dell’efficacia di quell’impegno sarà la determinazione con cui il fascismo si accanirà su un corpo sociale che ha i piedi nel torpore dei canali e la testa nella modernità della sindacalizzazione e della solidarietà di classe strutturata:

Lo squadrismo, nel terribile 1921, si abbatterà sul Polesine, smantellando con minacce e violenze sistematiche le leghe, le amministrazioni locali, i circoli, le tipografie, distruggendo le tracce di una presenza socialista che era stata pazientemente disseminata e organizzata nell’arco di una trentina d’anni, e su cui piomba ora la ferocia di una vera e propria guerra civile, […] una guerra civile a senso unico, una reazione agraria che troverà il movimento proletario scioccato, traumatizzato, largamente impreparato di fronte alla determinazione, all’efferatezza, ma anche alla «tecnica» di una violenza pianificata.

Il socialista non si scoraggia e porta la battaglia sino in Parlamento. Il suo stile è schietto, distante dal chiasso dell’arruffapopoli e dagli schematismi del quadro di partito:

Pareva incarnare una figura diversa di militante politico, perfino inedita, anche se riferita all’immagine del rappresentante socialista più tradizionale nelle istituzioni; nessuno sfoggio di oratoria preziosa, nessun artefatto intellettualismo, nessuna concessione alla demagogia o, per rimanere più vicini all’attualità, al populismo.

Non c’è da stupirsi, allora, che Matteotti si sia battuto contro qualsiasi compromesso col fascismo e abbia difeso tutti gli spazi di manovra concessi dalla società liberale, anche se quella società aveva col fascismo legami colpevoli e vistosi; quegli spazi legali, quegli istituti, quelle parole d’ordine borghesi, anche se erano espressione di un’egemonia di classe contigua a quella del nascente regime, andavano protetti: «Egli comincia a utilizzare il termine “dittatura” senza incertezze, perché gli è chiaro che l’avvitamento della crisi sta conducendo verso la liquidazione degli istituti liberali».

Uno studio così attento si fa perdonare anche i malintesi sull’età repubblicana, nel capitolo L’eredità di Giacomo Matteotti:

A frenare l’evoluzione del paese ha concorso in misura analoga un handicap di natura politica che rappresenta l’esatta antitesi dello stile e delle battaglie di Matteotti: la mancata evoluzione verso un moderno schema occidentale basato sulla competizione-alternanza tra un blocco riformista e uno moderato. […] Tangentopoli non è stata la causa del crollo del sistema, ma solo l’elemento della spinta finale, per giunta senza l’auspicato rinnovamento: la cosiddetta seconda Repubblica si è impaludata in una sfibrante transizione perenne che ha prodotto una sostanziale paralisi. […] Tra le conseguenze più pesanti, la profonda e radicale sfiducia dell’opinione pubblica, che si è tradotta e continua a tradursi in un allarmante astensionismo elettorale e nella compulsiva ricerca di un decisore credibile cui affidare le sorti del paese: compito in cui sono via via falliti i Berlusconi, i Prodi, i Bossi, i Renzi, ma anche tecnici di vaglia da Monti a Draghi, e che ora è stato raccolto da Meloni, peraltro senza che intorno si modifichi il clima di rissa continua.

Non ci siamo. L’alternanza fra due blocchi politici non era nelle ambizioni di Matteotti e dei socialisti, e se c’è una cosa da invidiare a quei tempi duri è che in politica non si contava solo fino a due. Il rilievo sul ruolo di Tangentopoli è giusto, ma altro che paralisi: da allora, e sono passati trent’anni, economia, politica e diritto corrono energici verso la più spietata ingiustizia sociale. Apatia e confusione, con l’astensionismo alle elezioni, sono cose connesse alla gagliarda lotta di classe del padronato e alla debolezza di quella dei lavoratori, non alla mancanza di uno schema occidentale. La ricerca di un decisore si chiama voglia di padrone, e il volume fa bene a denunciarla; i personaggi elencati, però, hanno ben poco in comune e due di loro, Monti e Draghi, sono stati imposti un po’ dagli effetti della condotta di chi li precedeva, un po’ da manovre dell’imprenditoria e del palazzo.

I cenni di attualizzazione lasciati a chi legge sono porte aperte – è il titolo del romanzo di Leonardo Sciascia – che siamo liberi di attraversare a nostro rischio. È una di queste il collegamento fra i due mesi di incertezza sulla sorte del socialista, con le congetture (anche sull’occultamento del corpo in un lago), e un periodo simile nel caso Moro. È un’altra porta il «mondo di mezzo», cioè la presenza di un ambiente criminale al servizio della politica e dell’affarismo, capace di tessere col potere legami fatti di connivenza e ricatto servizievole. Vengono in mente cose sempre più gravi, di tempi in tempi, come i contatti tra Francis Turatello e Craxi, poi il mafioso assunto a casa di Berlusconi, e ancora le frequentazioni altolocate dei personaggi intramontabili della malavita romana, in un sottobosco di affarismo e illegalità che non fa differenze tra uno schieramento politico e un altro, né tra Guerra fredda, berlusconismo e modello successivo.

In questo il delitto Matteotti, col coinvolgimento di sicari per mestiere, di intellettuali prostituiti, di politicanti e del capo del fascismo è un esempio di delitto del potere in cui convergono ruoli muscolari e torsioni linguistiche. Alcune forze trasmettono dall’alto verso il basso l’opzione della riduzione al silenzio, altre porgono dal basso all’alto l’esecuzione dello spargimento di sangue. In certi delitti successivi, anche molto diversi, si ritrovano le stesse caratteristiche di ubbidienza in cui un ordine preciso di vertice non c’è o non è verificabile: da alcuni fatti di mafia all’omicidio di Mino Pecorelli al caso Mauro De Mauro. Il rapporto fra il potere e i suoi bravi corre sul filo di cenni, perché appunto quello è il linguaggio del potere. È di segno opposto la lingua della giustizia, e per questo Giacomo Matteotti, figlio del Polesine riconosce nella Costituzione e nel suo nitore espressivo un paradigma indispensabile, lo stesso che Matteotti frequentava.

Si può intuire, allora, perché Sciascia ambienti il suo romanzo nel 1937 e lo pubblichi nel 1987. Gli «anni di fango» hanno qualcosa in comune con gli «anni del consenso»: nell’imminenza del crollo del blocco socialista, in quell’età di ricatti democristiani e craxiani, con un’opposizione inadeguata, si sviluppò qualcosa – un consenso al fango, si direbbe – che preparò il berlusconismo attraverso la scossa della stagione delle stragi. Parola e silenzio, chiasso e segreti favorirono l’arretramento del lavoro e l’attacco alla giustizia travestito da garantismo, da legalitarismo, da modernizzazione delle leggi.

Già, proprio il diritto; una cosa che vive di parole. Una cosa che con la parola pulita fiorisce, e in quella lurida imputridisce.

Quale rapporto […] esiste tra l’uomo politico e lo specialista del diritto? In linea generale possiamo affermare che è difficile comprendere l’itinerario intellettuale e politico di Matteotti, senza ritornare alla sua passione per il diritto. […] Questa passione non è venuta meno neppure negli anni più travagliati dell’impegno politico e parlamentare, contribuendo a fare del socialista polesano un tipo particolare di dirigente, di organizzatore, di rappresentante delle istituzioni, in cui alla veemenza delle posizioni, al febbrile attivismo, al coraggio personale si univano, nelle occasioni giuste, il rigore dell’uomo di scienza, lo sguardo oggettivo del tecnico, il piglio dell’esperto, l’approccio di chi padroneggia una materia cruciale e ne è ben consapevole.

Il tema coinvolge il nesso tra riformismo e rivoluzione, la questione del gradualismo e quella della lotta di classe. Gli autori, citando Carlo Carini e Paolo Passaniti[4], ribadiscono i punti di contatto di Matteotti con Antonio Labriola e Gaetano Salvemini e osservano:

[Matteotti], peraltro pagando con la vita, sarebbe stato il solo – o quasi – a intuire che la difesa del Parlamento come «organo depositario della sovranità nazionale e centro esclusivo di produzione democratica del diritto» non era una battaglia politica contingente, bensì una trincea decisiva per tutto il movimento operaio e per la libertà in Italia. La radice di questa consapevolezza, che lo porterà a sfidare il fascismo al potere e a percepirne la carica totalitaria, è da ricercarsi, molto probabilmente, proprio nella sua formazione giuridica e nella peculiare sensibilità sviluppata all’interno di questo percorso giovanile.

Se ci facciamo carico di questo, attrezziamoci per strade difficili. Il diritto è diventato o il pastone in cui beccano gli animali da cortile del palazzo, oppure il quadrato da cui chi vuole cambiamenti si tiene alla larga, temendo che sia ormai una gabbia irrimediabilmente cervellotica e chiusa.

Eppure, se Matteotti denuncia in modo inoppugnabile le mascalzonate del governo Mussolini, anche con il libro che pubblica nel 1924, Un anno di dominazione fascista, è perché frequenta il diritto con uno stile pratico, intriso di economia, contabilità e conoscenza della burocrazia. Gli autori afferrano una parte importante – che però non è affatto la sola – di quel volume battagliero:

Matteotti contesta che il governo abbia davvero migliorato la situazione economica: se aumentano i profitti, infatti, diminuiscono i salari, si aggrava il debito pubblico, cresce la disoccupazione e peggiora nel complesso la condizione dei lavoratori (un’ondata di licenziamenti colpisce in particolare i lavoratori delle ferrovie). L’interventismo economico dell’esecutivo smentisce le promesse liberiste del suo programma, avviando una stagione all’insegna di sussidi e favori nei confronti della grande industria e di quelli che oggi chiameremmo «poteri forti».

Sul punto è citata l’economista Clara Mattei[5], a proposito della «convergenza tra la politica economica inaugurata dal governo fascista, in cui si incrociano austerità, autoritarismo e tecnocrazia, e le idee degli economisti liberali».

Viene il sospetto – il libro si affaccia sulla questione senza percorrerla – che in fondo proprio l’originalità della posizione di Matteotti abbia segnato non solo la sua fine, che ha per colpevoli i massimi livelli del fascismo, ma anche la fase successiva.

Il sospetto, insomma, è che l’eliminazione di Matteotti, negli angoli della coscienza borghese, sia stata presa, oltre che da alcuni come un sollievo, da altri come un lutto, sì, ma chiarificatore, e che anche per questo il regime si sia ricompattato. Intransigente senza retorica, colto e vicino al popolo, avverso al correntismo ma attento a ogni novità, poliglotta europeo radicato in una terra afflitta dall’analfabetismo, Matteotti aveva ben poco del politico tradizionale e molto di nuovo da insegnare. La sua lezione ancora adesso ha pochi discepoli.

Ma adesso sbrighiamoci. Abbiamo un appuntamento con una guida turistica d’eccezione, a Ferrara. Altrimenti scriverà: «Perché tanti assenti? Non per il tempo ch’era buono; non per la spesa, che in Ferrara si ridusse a lire dieci per persona (quanti se ne consumano nelle bettole?)»[6]. E lungo la strada godiamoci la campagna: nutriva di grazia il divisionista Gaetano Previati, che Matteotti commemorò alla Camera chiamandolo «meraviglioso pittore delle immagini, delle luci e dei colori»[7]. Forza, in cammino. Stavolta andiamo numerosi.

 

 

[1] Diego Crivellari è autore anche di Scrittori e mito nel delta del Po. Un dizionario letterario e sentimentale, Apogeo Editore, Adria 2019.

[2] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 11.

[3] Giacomo Matteotti, Sulla scuola, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1990, p. 162.

[4] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984. Paolo Passaniti, Giacomo Matteotti e la recidiva. Una nuova idea di giustizia criminale, Franco Angeli, Milano 2022.

[5] Clara Mattei, Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo, Einaudi, Torino 2022.

[6] Matteotti, Sulla scuola, cit., p. 162.

[7] Ivi, p. 145.

 

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Uomini che sapevano tutto. Vite parallele di Giulio Andreotti e Elio Ciolini https://www.carmillaonline.com/2013/06/17/uomini-che-sapevano-tutto-vite-parallele-di-giulio-andreotti-e-elio-ciolini/ Mon, 17 Jun 2013 21:55:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6339 di Girolamo De Michele papa_nero A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e [...]]]> di Girolamo De Michele papa_nero

A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini”[Aldo Moro, 1978]

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce” [Keiser Soze, I soliti sospetti]

 

La morte di Giulio Andreotti è caduta a brevissima distanza tra la pubblicazione di due libri resi ancor più emblematici dal decesso del Divo: l’antibiografia dello stesso Andreotti ad opera di Michele Gambino, e la ricostruzione, col consueto taglio controinformativo e un’attentissima lettura delle fonti, di Elio Ciolini, uno dei più inquietanti inquilini del “Residence Faccendieri” in cui abita il peggio della storia della repubblica (senza ordinali) da parte di Antonella Beccaria, che pochi mesi prima, assieme a Giacomo Pancini, aveva pubblicato una rilettura della storia della Repubblica attraverso la biografia politica del sette volte presidente del Consiglio.

Tanta ricchezza informativa fa da contraltare all’incredibile “leggerezza”, al limite dell’elogio servile, con la quale gran parte della stampa italiana ha delicatamente glissato sulle peggiori pagine della nostra storia nel momento in cui, morto Andreotti, sarebbe stato imperativo un bilancio non formale della sua carriera politica. C’è voluto “Il Post” di Luca Sofri perché venisse ripubblicata – con scarsa cura per i refusi – la durissima pagina del Memoriale in cui Aldo Moro, dalla galera brigatista, tracciava un ritratto a lettere di fuoco della statura politica e morale dell’ex amico di partito.

Se Andreotti è persona nota, Elio Ciolini risulta invece ignoto ai più. E, come mostra il lavoro di Antonella Beccaria, resta ignoto anche a chi lo ha conosciuto.
Chi è davvero questo personaggio che sembrava saper tutto della strage del 2 agosto e della strategia stragista di Cosa Nostra nella primavera-estate del 1992? Un agente segreto infiltrato nell'”Organizzazione Terroristica” responsabile della strage alla Stazione di Bologna? E se sì, di quale servizio: italiano o francese? «Un guardaspalle di Gelli»? Un uomo talmente vicino a Stefano Delle Chiaie da condividerne alcuni segreti? «Un “delinquentello”, un po’ mitomane e megalomane, ma fondamentalmente onesto», iscritto alla Loggia Montecarlo? «Uno strano e pittoresco personaggio che andava gridando ai quattro venti: “So tutto della bomba” [della stazione di Bologna]»? «Un “pataccaro” che spaccia “patacche”»? (Faccendiere pp. 65, 92, 153, 197)

Forse tutte queste cose, forse nessuna. Sta di fatto che nel dicembre 1981 un presunto piccolo truffatore detenuto nel carcere di Champ-Dollon, in Svizzera, inviò al console italiano un primo memorandum sulla strage della Stazione, cui seguirono altre “rivelazioni” (il virgolettato è d’obbligo). In breve, esisteva, secondo Ciolini, un’organizzazione terroristica internazionale denominata OT, collegata alla Trilateral e diretta da una loggia massonica denominata “Loggia Riservata” che «non ha niente in comune con la loggia massonica “P2”, anzi è la vera P2». Al vertice di questa Loggia Riservata ci sarebbero stati i «fratelli fondatori»: Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi (allora presidente del Banco Ambrosiano), Attilio Monti, il “cavalier Artiglio” proprietario di giornali e petroliere, Umberto Ortolani e Licio Gelli, e Angelo Rizzoli (ancora proprietario del “Corriere della Sera”).
In questo contesto era maturata la decisione, presa da Gelli, di un eclatante attentato terroristico alla stazione di Bologna, la cui esecuzione era stata affidata a Stefano Delle Chiaie, per distrarre l’opinione pubblica dalla scalata finanziaria all’ENI.

faccendiereSi trattò di una raffinata operazione di depistaggio. Ciolini infatti falsificava il quadro complessivo mescolando elementi veri, verosimili e falsi, e lanciava al tempo stesso messaggi obliqui. La Loggia P2 veniva ridimensionata nel momento in cui era stato scoperto l’elenco dei suoi affiliati, ma al tempo stesso veniva ipotizzata l’esistenza di una più alta Loggia. La strage veniva attribuita ai fascisti, ma a quelli “sbagliati”, facendo il nome di Delle Chiaie, che con la strage non c’entrava, ma era impigliato in una fitta rete di sospetti (e aveva avuto per qualche tempo al suo fianco, in Sud America, lo stesso Ciolini, presentatosi come ufficiale dei carabinieri). E soprattutto: dagli accertamenti bancari non emerse alcuno spostamento significativo di fondi destinati alla presunta scalata all’ENI. Ma le indicazioni fornite da Ciolini sfioravano in modo allusivo quel “Conto Protezione” aperto nel 1978 da Silvano Larini presso l’Union Banques Suisses di Lugano, il “tesoro” del Partito Socialista di cui nel 1981 non si aveva notizia, e che sarebbe emerso solo nel 1993 con l’inchiesta “Mani Pulite”; un conto – il n. 633369 – sul quale erano transitati «in più tranche anche i soldi dell’ENI diretti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tangenti varie. Di esso si parlava a bassa voce nei corridoi del potere italiano, e la sua presunta esistenza, per quanto sussurrata, avrebbe potuto costituire un fattore usato per condizionare l’andamento della politica italiana nel decennio che precedette Tangentopoli» (Faccendiere, p. 74). Un conto sul quale, nel 1989, stavano indagando Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, al tempo dell’attentato all’Addaura.

Se le date hanno un significato, il memoriale-Ciolini compare a sette mesi di distanza da un celeberrimo editoriale vergato di proprio pugno da Bettino Craxi, nel quale il segretario socialista paragonava Gelli a «un attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti, intese, dossier, trappole e anche ricatti». Insomma, una specie di «grand commis dell’organizzazione, […] un uomo molto abile, una volpe, ma non un capo […]. Belfagor resta una specie di segretario generale di Belzebù. E se c’è Belzebù, ognuno se lo potrà immaginare come meglio crede, sforzandosi di dargli una fisionomia, una struttura, un nome» (Belfagor e Belzebù “Avanti!”, 31 maggio 1981; Divo Giulio, p. 139). Come se all’io so (l’identità di Belzebù) si volesse rispondere con un anch’io so (del conto aperto dal tuo uomo Larini a Lugano).
Anni dopo, alla domanda di Michele Gambino se ritenesse Andreotti essere Belzebù, Giovanni Falcone, con quella sua saggezza degna delle migliori creazioni letterarie di Leonardo Sciascia, rispondeva, con una battuta degna del Keiser Soze de  I soliti sospetti che «per quanto gli riguardava lui non poteva dire nemmeno se Belzebù, inteso come diavolo, esistesse o meno». Aggiungendo che «certe domande erano sbagliate, perché semplificavano argomenti complessi» (Papa Nero, pp. 75-76).

Ancor più interessante la vicenda della Loggia di Montecarlo, «un organismo super che la P2 al confronto deve considerarsi zero», dichiara Federico Federici, personaggio inestricabilmente legato a Ciolini, che si attribuisce la responsabilità («purtroppo», aggiunge) di averlo fatto entrare nella Loggia Riservata: «”al suo interno c’era anche ‘il grande babbo’ [che] è uno dei fondatori […], ma è tanto potente in Italia e all’estero che nessuno ha il coraggio di toccarlo”. Del resto, continuò ironico [Federici] alludendo chiaramente a Giulio Andreotti, “al grande babbo la gobba gli porta fortuna”» (Faccendiere, p. 99).
Una super-Loggia riservata? Bisognerà tenere a mente che personaggi come Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci hanno costituito il “vero” servizio segreto attraverso la loro “infiltrazione” nei servizi di Stato. L’esistenza di una super-Loggia implicherebbe allora l’esistenza di un servizio segreto di livello superiore, quantomeno come ipotesi logica. E infatti Licio Gelli lo ammise: «Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della P2? Per carità… Cossiga aveva Gladio, io la P2 e Andreotti l’Anello» (Divo Giulio, p. 260; Papa Nero, p. 162).
Ma di questo a suo tempo.
Torniamo a Ciolini.

Passano dieci anni, e Ciolini è di nuovo al centro dell’attenzione. Di nuovo dall’interno di un carcere – questa volta Sollicciano, condannato per calunnia e truffa ai danni dello Stato – il Faccendiere torna a scrivere dell’esistenza di una struttura internazionale anticomunista con legami con la Chiesa cattolica. E il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’assassinio di Salvo Lima, in una lettera al giudice di Bologna Grassi, intitolata «nuova strategia della tensione in Italia», preannuncia che:

Nel periodo marzo-luglio avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire persone “comuni” in luoghi pubblici
sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc
sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra e in Italia è intesa a un nuovo ordine “generale” con relativi vantaggi economico-finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine-deviato-massonico politico culturale, attualmente basato sulla comercializzazione degli stupefacenti! La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno delle strategie omicide… (Faccendiere, p. 179)

Di nuovo mescolando il vero, il verosimile e il falso, Ciolini fornisce anticipazioni impressionanti: tra marzo e luglio Cosa Nostra salda i conti con Salvo Lima, assassina i giudici Falcone e Borsellino, e di fatto crea le premesse perché la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica sia irrimediabilmente compromessa: «Il sette volte presidente del Consiglio ha sempre attribuito alla strage siciliana la perdita della partita per il Quirinale, e probabilmente non ha torto: i processi per mafia e omicidio erano ancora di là da venire, e tuttavia nell’Italia ferita dalla morte di uno dei suoi eroi, l’elezione a capo dello Stato del protettore della “famiglia politica più inquinata della Sicilia”, come diceva Dalla Chiesa, era un boccone troppo grosso per l’opinione pubblica» (Papa Nero, p. 201).

Il diavolo ci mise la coda, facendo fare ad Andreotti la stessa fine di Moro (quasi certo prossimo presidente della Repubblica al momento del rapimento, e al quale si fa riferimento in modo neanche troppo velato col «ritorno delle strategie omicide»), pur senza il «sequestro e “omicidio”». Sembra quasi sentire un’eco (voluta?) del “commiato” di Moro ad Andreotti, al termine del “Memoriale”: «Le auguro buon lavoro, on. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente, e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di presidenti del Consiglio in carica». A questa precisa sequenza temporale va aggiunta – dislocata nel tempo, con il tipico movimento depistante di nascondere il vero nel falso – la consapevolezza dell’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra del 1993.
All’elenco del Faccendiere manca solo l’appendice di settembre, l’uccisione di Ignazio Salvo: ma Ignazio Salvo era già, come si dice, “un morto che cammina”. Lima e Salvo erano i due “garanti” presenti, secondo il racconto dei pentiti, all’incontro tra Andreotti e Totò Riina, il 20 settembre 1987:

«Vero o falso, se questa storia fosse un film, l’incontro narrato dagli otto pentiti sembrerebbe quello che nel gergo degli sceneggiatori si chiama “punto di svolta”: il ministro incontra il mafioso per garantirgli un rinnovato interessamento ai guai giudiziari della cosca, alla presenza di due garanti. Il mafioso registra la promessa e la riferisce ai picciotti. Anni dopo, quando la promessa si rivelerà vuota, i due garanti presenti nella stanza con Riina e Andreotti – Salvo Lima e Ignazio Salvo – pagheranno con la vita la mancata promessa, secondo le regole di Cosa Nostra» (Papa Nero, p. 105).

Vero o falso (o verosimile) che sia l’incontro tra Andreotti e Riina, è un fatto che nel marzo 1992 un omicidio eccellente a Palermo era non solo possibile, ma atteso: si trattava solo di sapere se sarebbe toccato a Lima o a Mannino. E alla notizia dell’esecuzione di Lima, alcuni limiani provarono per qualche giorno l’esperienza – così comune tra i militanti della sinistra rivoluzionaria da piazza Fontana in poi – di non rientrare a casa, di dormire da qualche amico senza avvertire le famiglie, di rendersi irreperibili.

Ciolini voleva preannunciare o mettere in guardia? A chi lanciava segnali di così immediata decifrazione? Poter rispondere significherebbe poter rispondere alla domanda iniziale: chi è davvero Elio Ciolini? Resta che a distanza di vent’anni e dopo vicende giudiziarie e processuali non ancora concluse possiamo dire che le bombe – secondo il documenti-Ciolini già pianificate prima del 12 marzo, e non dopo la “reazione dello Stato” – «avevano uno scopo, recavano con sé un messaggio, “fare la guerra per fare la pace”, come disse Totò Riina […]. Ma il messaggio non era solo quello. Per usare un’espressione tributata ad altre stragi […], si voleva destabilizzare il paese per raggiungere un accordo che riportasse la calma» (Divo Giulio, p. 198-99). Un accordo che oggi è noto come “trattativa Stato-mafia”; una ben strana trattativa nella quale non è chiaro chi, e a che titolo, abbia rappresentato una delle due parti (per la mafia il delegato fu Vito Ciancimino): se a trattare non furono ministri o dirigenti delle forze dell’ordine, con chi avrà trattato Ciancimino? E soprattutto: di cosa e su cosa si trattava?

divo_giulioQuali che fossero le sue intenzioni, collegando Andreotti con i suoi referenti mafiosi, la mafia stragista e le lobby politico-massoniche, Ciolini forniva tutti gli elementi per ricordare l’intreccio Gelli-Sindona-Calvi-Andreotti ai tempi in cui Andreotti aveva «non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [=Cosa Nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» (sentenza 2001, Papa Nero, p. 121). Queste relazioni non si limitavano alla supervisione della corrente “Primavera” capeggiata da Salvo Lima, o agli incontri tra Andreotti e il capo della mafia Stefano Bontate, ma anche, come risulta dai documenti processuali, al sostegno alle candidature all’assemblea regionale di “uomini punciuti” quali Raffaele Bevilacqua (capo della famiglia di Barrafranca) e Giuseppe Gianmarino (inserito nei quadri di Cosa Nostra) (Divo Giulio, p. 198).

Sulla storia di Michele Sindona ormai sappiamo quasi tutto. Il “banchiere mandato dalla Provvidenza” ebbe accesso, grazie alla firma di Paolo VI, ai fondi vaticani, in particolare quelli dello IOR (Istituto Opere Religiose), con i quali mise in piedi un giro di scatole cinesi nelle quali entrarono anche le disponibilità liquide di Cosa Nostra provenienti dalla produzione e smercio di eroina. Con Cosa Nostra, peraltro, Sindona era in affari sin dai tempi del sacco di Palermo, all’indomani del famoso summit organizzato da Lucky Luciano all’Hotel delle Palme di Palermo nell’ottobre 1957, quando fu sancita la pax mafiosa tra le cosche palermitane, furono regolati i rapporti tra le famiglie americane e siciliane, regolamentato il traffico di eroina tra le due aree, e decisa l’eliminazione di Albert Anastasia a New York.

A Sindona, caduto in disgrazia, subentrerà Roberto Calvi, fino all’epilogo sotto il Ponte del Black Friars a Londra, al culmine di una vicenda nella quale chiunque fosse in possesso di informazioni moriva prematuramente: Boris Giuliano, le cui indagini avevano dapprima scalfito, e poi intersecato, Sindona; Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banca Privata Italiana di Sindona; l’ambiguo giornalista Pecorelli; gli stessi Sindona, avvelenato in carcere, e Calvi, impiccato a Londra; a cui si aggiunge Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, scampato al tentato omicidio da parte di uno dei capi della banda della Magliana Danilo Abbruciati; e Aldo Moro, che nel suo “Memoriale” ricorda il ruolo avuto da Andreotti nell’ascesa di Sindona:

«Che cosa ricordare di Lei [on. Andreotti]? […] Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli?».

Sindona consulente finanziario del Vaticano e della Mafia palermitana, dunque; mentre Gelli, secondo quanto riferito al pentito Mannoia da Stefano Bontate, era l’uomo dei corleonesi: «Come Gelli faceva investimenti per conto di [Pippo] Calò, [Totò] Riina, [Francesco] Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziati per conto di Bontate e Inzerillo» (Divo Giulio, p. 156).

Questo spiega perchè «la Chiesa ha sostenuto e protetto in molto modi l’uomo politico ad essa più fedele; in cambio Andreotti ha militato a tutti gli effetti nel mondo laico come un soldato della Chiesa, fin dall’inizio, quando da sottosegretario di De Gasperi faceva da ambasciatore tra il governo e la Santa Sede, e si occupava di censurare la produzione di Cinecittà e di polemizzare con i registi del neorealismo in nome della morale cattolica e del buoncostume». Come confermava Cossiga, Andreotti «è un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II… mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare» (Papa Nero, p. 199).

Ma c’è un altro filo che collega Andreotti a Vaticano, Cosa Nostra e Loggia P2: l’anticomunismo.

«Se guardiamo bene, tutti i rapporti inconfessabili con cui si è sporcato le mani il sette volte presidente del Consiglio hanno la matrice comune dell’anticomunismo: la mafia con cui Andreotti “dialoga” fino all’omicidio Mattarella è la stessa cui gli americani si sono appoggiati dopo lo sbarco in Sicilia, la stessa che da Portella delle Ginestre in poi ha stroncato le gambe al movimento contadino, e ha portato voti spesso decisivi alla Dc, sottraendoli ai partiti di sinistra. I generali golpisti cui Andreotti ha fatto da sponda e da copertura tramano contro le istituzioni e contro i cittadini in nome del pericolo anticomunista, così come il Noto servizio, sorto nell’ombra intorno ad Andreotti, è formato da reduci della Repubblica di Salò dal dente avvelenato; la P2 è una congrega di arrivisti e affaristi che hanno in comune la fede anticomunista, e infatti gode nei suoi primi anni di un imprimatur e di appoggi anche finanziari della destra americana. Anche i rapporti con Sindona e Calvi, hanno al fondo una matrice “politica”: Sindona si muove come un agente degli americani su un territorio nemico, stringe patti con la mafia, vagheggia avventure separatiste in Sicilia. Calvi subentra nel ruolo a Sindona e prima di morire simbolicamente impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri compie il miracolo di reinvestire i soldi dei corleonesi di Pippo Calò nell’appoggio alle dittature sudamericane minacciate dai movimenti di liberazione e nel finanziamento a Solidarnosc, il movimento anticomunista polacco di Lech Walesa che in prospettiva storica è la prima crepa nel blocco dei Paesi della Cortina di Ferro» (Papa Nero, pp. 199-200).

operazione-via-appiaEd eccoci all’ultimo punto: il “Noto Servizio”, o “Anello”, un servizio segreto al di sopra dei servizi, creato e diretto da Andreotti sin dalla fine della guerra, poi evolutosi in Ufficio Zone di Confine nella Venezia-Giulia, una struttura coperta di cui Andreotti era a capo, e poi tramutatosi in Servizio Speciale Riservato, secondo la dizione che lo stesso Andreotti gli dà in un libricino in forma di romanzo, Operazione via Appia, pubblicato nel 1998.

Ricapitolando, in Italia ci sono stati tre servizi segreti, dei quali uno – SIFAR, SID o SISMI, a seconda delle epoche – al di sopra degli altri, e attivamente impegnato in ogni operazione sporca, dall’approvvigionamento clandestino di armi alla schedatura di politici, sindacalisti, giornalisti riconducibili all’opposizione, fino all’appoggio – quantomeno di suoi alti esponenti -, in forma di fornitura di armi, copertura o depistaggio, delle stragi di Stato o delle manovre golpiste. All’interno di questo servizio, in particolare negli anni del governo Andreotti-Cossiga-Berlinguer, esisteva un organigramma non ufficiale, che ridisegnava le gerarchie in funzione dell’appartenenza alla Loggia P2. Al di sopra di questo, il Noto Servizio che afferiva a Giulio Andreotti.

Ha ancora senso chiedersi se Andreotti fosse Belzebù, il vero capo della P2, o se esistesse una Loggia Montecarlo al di sopra della Loggia P2? O non è più sensata l’osservazione di Giovanni Falcone: che certe domande erano e sono sbagliate, perché semplificano argomenti complessi?

Decostruire gli apparati dello Stato, portare la luce negli uffici e negli archivi è opera fondamentale per giornalisti, magistrati, e ovviamente investigatori: su questo non ci piove.
Ma al tempo stesso, fare di questa decostruzione il fine ultimo di un’analitica del potere rischia di ridurre tutto a una dimensione spionistica o thrilleristica di second’ordine. Perché quello di fondamentale che rischia di essere perso è la funzione che questi dispositivi di potere hanno avuto, al di là degli organigrammi e dei funzionigrammi. Come scrive Gambino in conclusione del suo libro,

«Sarebbe stupido addebitare a Giulio Andreotti i mali del Paese, ma di essi egli è la più perfetta cartina di tornasole, per aver guidato l’Italia più a lungo di tutti, e per essere stato, tra tutti i politici italiani, il più influente e il peggiore. Forse senza di lui la storia del Paese non sarebbe stata migliore, ma certo sarebbe stata una storia più ricca di speranza e meno avvelenata dal cinismo» (Papa Nero, pp. 209-210).

Il cinismo, la sistematica distruzione di ogni moralità, l’individualismo implicito nella scorciatoia dell’appoggio politico e della raccomandazione, la prevalenza dell’economico su ogni altro valore, la corruzione inoculata in ogni angolo della società: questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a quella degradazione antropologica degli italiani che Pasolini indicava come uno dei crimini per i quali Andreotti e almeno una dozzina di dirigenti democristiani avrebbero meritato di essere trascinati sul banco degli imputati in un pubblico processo penale, in assenza del quale era «inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» (Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, “il Mondo”, 28 agosto 1975; Perché il Processo, “Corriere della sera”, 28 settembre 1975). Questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a forgiare la coscienza dell’italiano medio attraverso la percezione d’impotenza di fronte ad apparati indecifrabili, coi quali conviene trovare un accordo o un modus vivendi

«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. [Lei] durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia», scriveva nell’ultima pagina del “Memoriale” Aldo Moro. Dimostrando di non aver compreso la vera natura del demonio, nel crederlo Persona.

Andreotti è passato, l’andreottismo no: la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce.

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