Maternità – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’isola delle madri, di Maria Rosa Cutrufelli https://www.carmillaonline.com/2020/03/31/lisola-delle-madri-di-maria-rosa-cutrufelli/ Tue, 31 Mar 2020 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59046 Mondadori, Milano 2020, pagg. 234 € 18

di Pierluigi Sullo

A Roma si dice, per indicare qualcosa che è perfettamente adeguato al momento o al luogo, che “è la morte sua”. Certo suona macabro, nei giorni del virus, della auto-reclusione di massa e della paura del contagio. E d’altronde il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta una storia, anzi più storie, che ruotano e infine precipitano sulla maternità, questione tanto femminile che un uomo si sente a disagio, quasi un voyeur, e come tale provocato: lo sai o no [...]]]> Mondadori, Milano 2020, pagg. 234 € 18

di Pierluigi Sullo

A Roma si dice, per indicare qualcosa che è perfettamente adeguato al momento o al luogo, che “è la morte sua”. Certo suona macabro, nei giorni del virus, della auto-reclusione di massa e della paura del contagio. E d’altronde il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta una storia, anzi più storie, che ruotano e infine precipitano sulla maternità, questione tanto femminile che un uomo si sente a disagio, quasi un voyeur, e come tale provocato: lo sai o no che esiste un “luogo” (o una funzione), ancestrale, per te irraggiungibile, che è la radice di tutto?

Perciò la storia del romanzo è attuale, attualissima, purtroppo. Siamo ai tempi del virus, mentre leggiamo. Siamo ai tempi del crollo della natalità, nel racconto. Qualcosa si è spezzato, nella catena genetica umana, nella capacità delle donne, e degli uomini, di procreare. La causa di questa catastrofe, di questa vendetta della natura, è l’assassinio del pianeta da parte dell’umanità. Tutto il romanzo, le singole storie e le vite delle donne coinvolte, in Ucraina e in Africa, in Italia e sull’isola che diventerà la sede di un ultimo, piccolo miracolo (la nascita di Sara), si svolge in un panorama di inquinamento e avvelenamento di acque e aria, di rifiuti tossici e aggressioni di vario genere alla natura e alla stessa umanità. Come la guerra civile a est o la distruzione dell’agricoltura di villaggio nel sud africano; o la pretesa (realmente accaduta, vedi la Monsanto col Glifosato) da parte di una multinazionale che un suo pesticida venga approvato dall’Unione europea, anche se è un omicida dei geni umani.

È lì, in questo mucchio di anti-natura, che la catena della vita si spezza. Ed è per questo che Mariama, la ragazza africana, intraprende per forza il suo viaggio verso nord, durante il quale avrà un bambino naturale che poi morirà di fame. Mariama finirà sull’isola in cui si cerca per via scientifica di aiutare le madri ad avere bambini, in modo diretto o indiretto, cioè con la procreazione assistita o con le madri per procura.

Nel frattempo Kataryna, infermiera ucraina, un figlio lo ha avuto da un ragazzo che finisce ucciso nella guerra civile, e fugge verso l’isola. Mentre Livia, docente italiana, studiosa delle divinità-madri nella storia del Mediterraneo, a sua volta si deciderà a cercare di riempire il “grande vuoto”, che è anche nel suo ventre, andando a sua volta sull’isola per ottenere un figlio dall’utero di un’altra donna.

Infine, il gruppo eterogeneo femminile che mette in comune le sue possibilità genetiche, una l’ovocito, un’altra il ventre, una terza la possibilità di adottare, produrrà Sara, la figlia. E forse questa è una speranza di futuro, anche se tutte le frontiere sono chiuse, proprio come adesso, e la natura, il mare, la vegetazione, sembrano morti in modo irrimediabile.

E’ un libro duro, quello di Maria Rosa, che nella prima metà si legge con fatica. Non perché sia scritto male o perché i personaggi siano sfuggenti, al contrario; perché il lettore deve riuscire ad accettare l’immersione nella nebbia tossica del disastro, della violenza, della povertà e dell’arroganza dell’economia (rappresentata dalla multinazionale dell’agroindustria). Ma quando le donne convergono sull’isola e mettono insieme le loro vite, tutto diventa più confortante, perché c’è un’umanità (femminile) che tenta di reagire.

Finito il libro, mentre ci si chiede se andare a fare la spesa avendo compilato l’apposito permesso, viene il dubbio che quell’isola sia in realtà il mondo intero. Infatti verrebbe la tentazione di vedere L’isola delle madri come un roman philosophique, non fosse per la vivacità delle donne che vi vengono descritte, che non sono solamente la materializzazione di una tesi. Però la figura di Candide torna in mente in modo prepotente. Voltaire, volendo contestare l’equazione risolta da Leibnitz (insieme a Dio), il cui risultato era “viviamo nel migliore dei mondi possibile”, mette in scena un ingenuo, Candide, che precipita in infinite disgrazie mentre si ripete che sì, è il migliore dei mondi, questo. Finché non si trova a Lisbona quando un terremoto terrificante sbriciola la città. Sopravvive a stento, il personaggio di Voltaire, e la sua morale finale è: “Dobbiamo coltivare il nostro giardino”. Affermazione su cui si è discusso molto: è egoista? Ma supponiamo che “il giardino” sia il mondo, anzi, di più, che “il giardino” sia l’utero delle donne, la fonte della vita. Allora la morale di Voltaire forse vorrà dire: coltiviamo il nostro pianeta e la riproduzione delle specie.

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Madri assassine, responsabilità sociali e strategie di distrazione di massa https://www.carmillaonline.com/2017/02/09/36152/ Wed, 08 Feb 2017 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36152 di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di [...]]]> di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di nuovo – ad estromettere le donne da alcuni ambiti per relegarle, dopo i movimenti di liberazione ed emancipazione degli anni ’70, nel ruolo di “buone madri”» (p. 11).

Nel saggio i figlicidi vengono affrontati con un’ottica sociologica che sposta lo sguardo dalla prospettiva individuale di ogni singola figlicida alla società ed alle sue responsabilità. «I figlicidi rappresentano qui solo un “pretesto” per parlare di soggettività femminili, crisi del Welfare e diritti negati in un’epoca che stiamo imparando a definire “post-patriarcale” o “neo-patriarcale”» (p. 13). Con il termine “post-patriarcale” la studiosa fa riferimento ad un contesto trasformato dalle conquiste e dalle libertà femminili che permettono alle donne di accedere alla sfera pubblica ed al mondo del lavoro, mentre con il termine “neo-patriarcale” si riferisce al ritorno del patriarcato sotto nuove spoglie. «La femminilizzazione del mondo del lavoro e dello spazio pubblico, infatti, non corrisponde ad un reale rafforzamento del ruolo della donna, ma ad un’ulteriore fase del processo di sfruttamento delle risorse femminili, operato da un sistema che alterna vecchi registri misogini alla capacità di appropriarsi delle abilità femminili per piegarlo ai suoi fini. In questo contesto, la libertà femminile diventa una nuova forma di schiavitù rispetto ai valori consumistici del neo-liberismo e rispetto ai dispositivi utilizzati per gestire pubblicamente le soggettività» (p. 13).

La studiosa si sofferma sulla distinzione tra infanticidio e figliocidio. Nel primo caso ci si riferisce all’uccisione del neonato subito dopo il parto e se tale fenomeno in passato veniva legato a gravi situazioni di emarginazione, ignoranza e precarietà economica, oggi, nelle società occidentali, tende ad essere letto come reato commesso dalle giovani madri, spesso non sposate che presentano fenomeni di “negazione della maternità” tanto che il parto sovente giunge del tutto inaspettato. L’infanticidio in alcune società antiche è incoraggiato dai valori culturali e dalla legislazione. Il figlicidio rappresenta invece, per certi versi, un caso più complesso ed avviene solitamente dopo il primo anno di età, quando tra madre e figlio si è già stabilita una precisa relazione di affetto ed accudimento.

«La tendenza ad attribuire alla donna che uccide i propri figli delle limitate capacità mentali […] non è solo propria del discorso giuridico ma, più in generale, riguarda il modo “comune” di accostarsi al fenomeno, ed è questo forse il motivo per cui la tematica in questione è stata sempre studiata e analizzata dal punto di vista della psichiatria e della criminologia. Si tratta di un discorso stereotipato, fondato su una rappresentazione culturale della donna che la vede completamente incapace di uccidere e di esprimere una tale violenza fisica se non per cause psicopatologiche. Sembra sia questo l’unico modo di reagire allo sgomento provocato dall’irruzione nel nostro immaginario, che tende ad attribuire alla maternità un valore assoluto, di immagini di violenza e di brutalità sui propri bambini da parte di donne in apparenza “normali”» (p. 24).

Tale tipo di omicidio non può essere spiegato ricorrendo all’idea che sia determinato dalla “pazzia” o da un “raptus”. Solitamente il figlicidio è preceduto da situazioni ricorrenti che, soprattutto in Italia, sembrano scarsamente ricevere la giusta attenzione da parte non solo di medici ed assistenti sociali ma anche, e soprattutto, della famiglia. Esiste una “responsabilità sociale” alla base di tali tragedie che, secondo la studiosa, è stata sino ad ora scarsamente indagata e troppo spesso si sorvolano le responsabilità di politiche che stanno progressivamente smantellando il Welfare. La precarizzazione dei rapporti di lavoro e la mancanza di reti sociali solidali rendono la vita delle donne-madri particolarmente difficile. «Esistono forse oggi condizioni sociali che favoriscono l’esplosione della tragedia: molte giovani coppie entrano in crisi proprio con l’arrivo del primo figlio poiché la trasformazione dei ritmi e delle abitudini di vita che la nascita di un bambino provoca – perdita dell’intimità e del tempo libero, cambiamenti legati alla sfera psico-fisica – s’intrecciano a condizioni di difficoltà economica e precarietà occupazionale» (p. 31). Inoltre, sottolinea la studiosa, la maternità acuisce l’ineguaglianza all’interno della coppia.

Pur avendo perso smalto rispetto al passato, la “mistica della maternità” fatica ad essere considerata parte delle grandi costruzioni politiche e culturali della “civiltà dell’uomo”. Secondo la studiosa per riportare l’infanticidio alla “normalità” occorre che questo sia contestualizzato all’interno delle trasformazioni della vita privata e pubblica ed occorre indagare la percezione che una donna ha di se stessa e del mondo. È forse possibile immaginare che nelle madri-assassine si manifestino i segnali di una società in profonda crisi: «un senso di soffocamento all’interno di contesti familiari e sociali frustranti, di meccanismi percepiti come privi di senso come terribilmente vincolanti delle aspirazioni personali; inoltre, un vivo senso d’inadeguatezza rispetto a ruoli sempre più performanti, nella vita professionale come in quella affettiva. Una società, basata ancora sulla divisione sessuale dei ruoli, in cui non è prevista nessuna responsabilità o modalità collettiva per il soddisfacimento (non alienante) dei bisogni, ma che ha (ri)collocato tale soddisfacimento all’interno dei rapporti affettivi più importanti: dentro e fuori la famiglia, alla donna viene chiesto di soddisfare e riconoscere il bisogno altrui, vecchi, malati, bambini e maschi adulti, nella misura in cui le si impedisce di riconoscere il proprio. Viviamo d’altronde in una fase storica e sociale nella quale le donne sono continuamente sotto pressione in casa come nel mondo del lavoro: da un lato, esse sono un “bacino strategico” per il capitalismo flessibile e cognitivo che “mette a valore” le attitudini comunicative, relazionali e di cura che si considerano tradizionalmente “femminili” in ragione del loro ruolo riproduttivo, dall’altro esse vivono e sperimentano condizioni di precarietà sempre peggiori […] Di fronte alle “richieste” sempre più pressanti di un sistema economico e lavorativo che pretende partecipazione, disponibilità infinita di tempo e risorse, anche in assenza delle tutele minime, le donne sono spesso costrette a indietreggiare per poter preservare la sfera privata degli affetti» (pp. 38-39).

Fariello, dopo aver spiegato come il “post-patriarcato” contemporaneo sia caratterizzato da un “patriarchismo di ritorno” che determina una “maternità intrappolata dal politicamente corretto”, nel Secondo capitolo del saggio passa in rassegna la figura della madre nella riflessione femminista a partire dalle considerazioni di Simone de Beauvoir di metà Novecento, passando per il pensiero della differenza, sino ad affrontare le proposte che mettono in discussione l’idea di una soggettività femminile unitaria e che vedono la costruzione sociale e discorsiva dell’identità soggettiva come il risultato della combinazione del “genere” con altri assi di differenza (razza, classe sociale, orientamento sessuale…).

modello femminile 005Nel Terzo capitolo vengono analizzati i “Processi di stigmatizzazione nella società sessista”. A lungo le teorie sulla delinquenza hanno ragionato sul divario tra il tasso di delinquenza maschile e quello femminile a partire dalla subalternità sociale femminile e dalla presunzione di un’inferiorità biologica ed intellettuale della donna giungendo così, di fatto, a concepire le donne come “naturalmente incapaci di condotte autonome”, dunque anche di atti di devianza. Nelle teorie della criminalità femminile elaborate nel corso degli anni Settanta del Novecento, si individua nel “genere” una variabile per comprendere la devianza e l’aumentata propensione delle donne all’atto criminale viene ricollegato al processo di emancipazione femminile: sarebbe l’accesso della donna a ruoli in società solitamente maschili a comportare un suo maggior coinvolgimento in attività illecite.

Dunque, sostiene Fariello, «se volessimo leggere il probabile aumento dei reati legati al figlicidio materno all’interno di tali prospettive teoriche, potremmo affermare che il motivo per il quale le donne compiono reati strettamente legati alla propria condizione biologica è che esse sono sostanzialmente relegate in un ambito familiare; se, al contrario, fossero maggiormente coinvolte nella società e occupassero posizioni rilevanti anche nel mondo del lavoro, con ogni probabilità commetterebbero più crimini tradizionalmente “maschili” quali la frode, i furti, la truffa o i reati dei “colletti bianchi”. È, dunque, proprio l’ambito familiare, lo scenario d’elezione del crimine femminile in ragione del “ruolo” assegnato alla donna nell’ambito della vita domestica: essa è, da un lato, vittima della violenza maschile, e dall’altro, artefice di altre violenze» (pp. 80-81).

Il femminismo radicale «sottolinea l’importanza dei meccanismi di “costruzione” sociale della devianza occupandosi dei modi in cui il sistema economico capitalista favorisce e produce l’oggetto “criminalità” attraverso la creazione di una società maschilista e patriarcale caratterizzata dal dominio degli uomini sulle donne (qui, dunque, l’aspetto del crimine scivola in secondo piano). Il maschilismo definisce il valore di una donna in relazione alla famiglia e conferisce agli uomini il controllo sulla riproduzione. In questa prospettiva, la liberazione delle donne dal dominio maschile, attraverso l’acquisizione di nuove consapevolezze e il controllo sul proprio corpo, non provocherebbe un aumento dei tassi di criminalità femminile ma, al contrario, faciliterebbe sia la riduzione dei reati commessi dalle donne, sia un calo della violenza maschile sulle donne. Di conseguenza, è possibile ipotizzare che anche i reati di “figlicidio”, così come quelli di “femminicidio”, tenderebbero a diminuire se le relazioni sociali e familiari si ristrutturassero intorno ad un modello diverso» (p. 83).

Statisticamente i crimini commessi dalle donne sono soprattutto contro il patrimonio e ben raramente si tratta di omicidi. Nonostante ciò i delitti “al femminile” che ottengono le prime pagine dei giornali e la ribalta televisiva sono quelli contro la persona, in tal modo «viene confermato e si riproduce lo stereotipo culturale (nel quale si riflettono gli assunti della criminologia positivista e delle teorie biologiche) che rappresenta la donna come un essere incapace di violenza e, nel caso di devianza, come biologicamente anormale, come una “malata” o una “pazza” da curare o allontanare dalla società» (p. 86).

Fariello sottolinea come «gran parte dei figlicidi sembra essere compiuto dai padri, ma tali delitti vengono spesso classificati come stragi familiari o suicidi allargati poiché gli uomini uccidono spesso, insieme ai figli, anche le proprie mogli e compagne. Gli omicidi in famiglia, cioè, sono equamente distribuiti tra uomini e donne e quindi non è vera l’affermazione per la quale le madri uccidono di più. La differenza è che i padri tendono ad uccidere figli più grandi a causa dei contrasti e dei conflitti familiari. Uccidono di meno i bimbi piccoli perché hanno un ruolo diverso da quello delle madri e non li percepiscono come una propaggine di se stessi, una parte da eliminare» (pp. 86-87). Perché allora non esiste la figura del “padre assassino”? Perché l’uccisione di un figlio da parte di un padre non provoca lo stesso stupore che si riscontra quando è una madre ad uccidere?

La parte conclusiva del saggio è in buona parte dedicata alle modalità con cui i media affrontano i casi di “madri assassine” ed a tal proposito la studiosa insiste sul ruolo di “distrazione di massa” svolta soprattutto dal mezzo televisivo. «È come se la “televisione del crimine” – c’è chi ha parlato di “televisione assassina”– sostituisse la televisione dell’informazione e dell’inchiesta sociale, dal momento che si riducono gli spazi concessi ad altri tipi di notizie, come quelle riguardanti la crisi economica. In altri termini si potrebbe affermare che la “questione criminale” soppianta la “questione sociale” anche nelle dinamiche mass-mediatiche delle società post-fordiste. L’ipotesi che si fa strada è che questi meccanismi non rispondano solo ad esigenze di “commercializzazione”, ma siano utilizzati anche per orientare l’attenzione dell’opinione pubblica in un senso piuttosto che in un altro, con modalità e tecniche discorsive che “distraggono” i cittadini-telespettatori e che, spesso, confondono le idee» (p. 89).

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Interruzioni, di Camilla Ghedini https://www.carmillaonline.com/2016/05/04/interruzioni-camilla-ghedini/ Tue, 03 May 2016 22:03:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30190 Layout 1[Pubblichiamo un estratto del libro di Camilla Ghedini, Interruzioni, Giraldi editore, Bologna 2016, pagg. 100 € 10. Si tratta di quattro racconti dedicati alla maternità, intesa come evento collegato all’amore, ma anche al male e alla negazione, come scrive Marilù Oliva nella prefazione: “c’è anche l’amore collegato al male, al di là di qualsiasi banalità: l’amore/disamore per un figlio, per una madre, per se stessi, per un sogno, l’amore rincorso o negato, che si culli in un ricordo lontano o in una visione, che si plasmi in accettazione sorda. Che [...]]]> Layout 1[Pubblichiamo un estratto del libro di Camilla Ghedini, Interruzioni, Giraldi editore, Bologna 2016, pagg. 100 € 10. Si tratta di quattro racconti dedicati alla maternità, intesa come evento collegato all’amore, ma anche al male e alla negazione, come scrive Marilù Oliva nella prefazione: “c’è anche l’amore collegato al male, al di là di qualsiasi banalità: l’amore/disamore per un figlio, per una madre, per se stessi, per un sogno, l’amore rincorso o negato, che si culli in un ricordo lontano o in una visione, che si plasmi in accettazione sorda. Che scelga di votarsi all’egoismo o di ripudiarlo, che tenti di salvare ciò che è perduto o che lo lasci scivolare via. Il sentimento si fa premessa, dunque: ma è la donna a divenire soggetto.”
Il testo che segue deriva dal secondo racconto, che ha come oggetto l’infanticidio (MB).]

Non vuoi sorridere a un’assassina. Eppure devi farlo. È il prezzo che devi pagare per sentirti buona. Perché tu vuoi raccontare di me per fare capire agli altri che può succedere. Mi hai detto così, ricordi, per convincermi. Mi hai detto così, ricordi, per tentarmi. E io sto al gioco, sto facendo il tuo gioco. Però sì, lo intuisco che hai la nausea, che vorresti andartene, lasciarmi qui, che ti faccio schifo. Vorresti chiedermi urlando come ho fatto. Ma non puoi. Non puoi per tanti motivi. Dai, fai l’amica, che hai bisogno di me. Lo sappiamo tutte e due. Sappiamo tutte e due che tu non sei nessuno per me. Se nessuno saprà la
mia storia, per me non cambierà nulla. Sarà tutto come prima, come ora. Ma se tu non potrai raccontarla, non avrai raggiunto l’obiettivo. Per te sarebbe tutto diverso. E allora, visto che sei solo un’estranea che ha bisogno della mia intimità, devi essere educata con me. Sì, devi essere educata. Devi ascoltarmi, rivolgerti a me con calma, devi stare attenta a non fare trapelare giudizi. Non puoi mica permettertelo, io ti servo. Per la tua carriera. Io e te dobbiamo andare d’accordo. Dobbiamo essere almeno un po’ complici. Complici nell’inganno di essere confidenti.

Sì lo so, tu non vuoi essere mia complice, tu vorresti passare per quella che mi ha aiutato a liberarmi, a capire il mio stesso dramma, ad essere indulgente con me stessa, ad entrare in una seconda vita. Non è così. Io non piango perché io non soffro. Il problema è che così tu non puoi perdonarmi. Giusto? Se non chiedo pietà, se non chiedo comprensione, tu non puoi concedermele. E allora sei debole. Non sei la più forte.
Non sei la più giusta. Sei impotente. Perché mentre sei così, di fronte a me, io e te siamo
uguali, sullo stesso livello. Tu non ti elevi. Tu ti abbassi. Tu pensavi di usare me, io invece sto usando te. Perché tu non sei migliore di me. Tu non sei migliore di me perché non hai ucciso il tuo bimbo.

Poi tu, chissà, chi lo sa se anche tu non ne saresti capace. Sono tutte uguali le mamme del mondo. Non si dice così? È questo vero che ti tormenta? Hai studiato tanto prima di venire qui, hai letto tanti libri e tante testimonianze. Hai parlato con tanti esperti e ti hanno convinto che si perde la ragione, è un attimo, la testa vola via e si compie l’irreparabile. Poi ci si pente. Poi si vuole morire. Poi no, non si vuole più morire perché è continuare a vivere la vera punizione. Se muori, se ti uccidi, se accorci la sofferenza, la fai franca. Se sei pentita devi vivere. E male. Ogni giorno deve pesare come mille. E invece io non sto male, io non mi affliggo, io voglio essere felice. E tu sei in collera.

Sei nel pallone, perché se io non mi odio, se io per prima non odio me stessa, tu non sei autorizzata né a disprezzarmi né ad assolvermi. Non sai da che parte devi stare, la mia di prima o la mia di ora. Stai cercando di riflettere su cosa è più giusto, più corretto, più etico. Per te. Ma hai il voltastomaco, perché immagini la scena, vedi solo il sangue e ti sembra di sentirne l’odore acre e nauseabondo. Hai paura di sporcarti. Il tuo istinto ti porta ad allontanarti, per non essere colpita da uno schizzo, per non essere insozzata. Ma stai tranquilla, siamo io e te qui, qui, al sicuro. Da fuori ci osservano, non può capitarti nulla.

Ti sembra di essere paranoica, che no, non è possibile che io sia di fronte a te, seduta, coi jeans e una maglietta attillata e scollata, con le paillettes all’altezza del seno. Stringi gli occhi, come quando ci si sveglia, li riapri. Ma io sono sempre io, non ho cambiato volto, non ho cambiato abiti, non ho cambiato postura. Non sai cosa fare.

Te lo dico io cosa non fare. Non devi perdonarmi, io non te l’ho chiesto. Non devi biasimarmi, tu non sai cosa è successo. Tu quel momento di follia non lo hai mai provato. Tu quella lucidità non sai cosa sia. Eppure ti faccio schifo, io lo vedo, mi reputi riprovevole perché io voglio ancora essere felice.

[Camilla Ghedini giornalista libera professionista e PR letteraria, vive a Ferrara. E’ autrice di diversi libri nei quali, con stile narrativo, affronta temi sociali.]

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Piena di Niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia https://www.carmillaonline.com/2015/08/28/piena-di-niente-quattro-storie-vere-sullaborto-e-lobiezione-di-coscienza-in-italia/ Thu, 27 Aug 2015 22:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24732 di Deborah Sannia 

piena-di-nienteAlessia Di Giovanni, Darkam, Piena di niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia, Becco Giallo, 2015, pp. 144, € 15.00

Piena di niente è una graphic novel che racconta quattro storie di donne che hanno affrontato un aborto. Il sottotitolo recita: “quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia”, ma se di aborto si parla, di obiezione il testo purtroppo scarseggia.

Le differenze fra le protagoniste sono una vera e propria ricchezza poiché ci portano ad aprire lo sguardo oltre un [...]]]> di Deborah Sannia 

piena-di-nienteAlessia Di Giovanni, Darkam, Piena di niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia, Becco Giallo, 2015, pp. 144, € 15.00

Piena di niente è una graphic novel che racconta quattro storie di donne che hanno affrontato un aborto. Il sottotitolo recita: “quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia”, ma se di aborto si parla, di obiezione il testo purtroppo scarseggia.

Le differenze fra le protagoniste sono una vera e propria ricchezza poiché ci portano ad aprire lo sguardo oltre un unico presunto soggetto “donna”. C’è Elisa una studentessa spigliata e vivace; c’è Monica una giovane donna che vive problematicamente il suo bisogno d’amore e d’affetto; c’è Loveth prostituta nigeriana vittima della tratta; e infine Giulia infermiera sposata, madre di due bimbi. Le situazioni nelle quali si ritrovano le quattro donne sono tutte segnate dalla violenza fisica, psicologica ed emotiva, corollario delle loro Ivg. Gli scenari nei quali agiscono sono densi e pesanti: Loveth viene violentata da un cliente per poi ritrovarsi a fare i conti con la sua protettrice; Giulia è alle prese con un morboso marito cattolico; Monica si tormenta tra sensi di colpa e relazioni insoddisfacenti ed Elisa è in preda alla burocrazia per l’Ivg con vicino un uomo poco sensibile alla situazione. Le quattro storie sono tristi, piene di dolore e sensi di colpa. Le difficoltà differenti e toccanti, ponti di sofferenza che rendono angosciante la strada verso l’aborto.

Con poche lettere e tratti incisivi le autrici sono riuscite a rendere le vite di queste donne graffianti. Narrativamente si può dire che è un lavoro ben riuscito. La penna della disegnatrice ci regala spaccati intensi dove i corpi delle donne si espandono, come se volessero oltrepassare quel pezzetto delle loro vite che ci è dato assaporare. I corpi a volte sono giganti ed estraniati dalla situazione, a volte sono a pezzi come se sfuggissero alla legittima proprietaria, come se qualcuno o qualcosa potesse vederli dall’alto e dall’interno, rendendoli quindi vulnerabili. I colori inoltre ci imprigionano alle pagine, senza darci un attimo di tregua, guidandoci tra una protagonista e l’altra.

L’intento dell’opera è portare all’attenzione dei lettori e delle lettrici la legge 194/1978, che tratta l’interruzione volontaria di gravidanza sulla quale movimenti, società civile, istituzioni e sanità non si danno pace. Approvata nel maggio del 1978 nel pieno dell’attività del movimento femminista, la legge permette l’aborto e ne dà carico al sistema sanitario nazionale. È una legge che non accontenta tutte, ma da quel momento abortire è possibile, anche se non verranno cancellati tutti gli impedimenti al libero accesso all’Ivg e gli aborti clandestini – elemento importantissimo della campagna femminista – non spariranno del tutto. L’articolo 9 della legge 194 afferma infatti che:

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte […] agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. […] L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza.

Con questo articolo i medici possono definirsi obiettori e rifiutarsi di eseguire un aborto. Se fossero uno o due in tutta Italia non ci sarebbe nessun problema ma come ben segnalano le autrici del libro la media nazionale di obiettori secondo la Laiga (Libera associazione dei ginecologi per l’applicazione della legge 194) è del 91,3%. Se non c’è personale gli aborti non si fanno, o si fanno con ostacoli snervanti, e se non posso scegliere come e quando abortire vuol dire che qualcun altro sta scegliendo per me.

L’obiezione di coscienza praticata dai medici, fatto salvo l’intelligente e ironico gioco da tavolo alla fine del testo, è presente solo marginalmente e non distinta dagli altri retroscena di violenze e sofferenze. La possibilità di incontrare un obiettore è cosa ben diversa da incappare in un errore medico o in una burocrazia lenta. Voler abortire in una città con un’elevata percentuale di obiettori significa che qualcuno materialmente ti impedisce di accedere ad un diritto, il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo. L’obiezione è una violenza istituzionalizzata, una pratica subdolamente coccolata dagli ambienti ospedalieri e appoggiata dalle istituzioni: insomma la legge sull’aborto c’è, se poi non riuscite ad abortire fatti vostri! Gli ostacoli, di qualunque genere, che le donne trovano di fronte all’Ivg scaturiscono tutti da una cultura patriarcale e misogina. Ma le violenze, le relazioni, le sofferenze dettate dalla situazione della singola donna stanno su piani diversi rispetto alla tragedia dell’obiezione. Non perché siano meno gravi, perché non c’è gerarchia nelle sofferenze, ma perché l’obiezione è regolata e voluta dallo Stato e sostenuta da istituzioni sorde alle drammaticità che si vivono tra guardia medica, consultori, file agli sportelli e corridoi ospedalieri. È il muro dello Stato e di medici in doppio petto che può far diventare un Ivg un inferno. E anche se si arriva ad abortire si incontrano gli insulti alle donne chiamate “assassine”, la presenza di riferimenti a una cultura antiabortista dentro e nei pressi delle strutture, i maltrattamenti alle utenti che esistono perché l’obiezione del medico è sostenuta da un atteggiamento misogino dilagante. Ma non ci sono solo gli aborti che devono far zig zag tra gli obiettori.

In Piena di Niente possiamo cogliere le differenze delle storie: degli aborti fuori dagli ospedali, di quelli clandestini, di quelli violenti e degli strascichi che questi comportano. Sono storie crude accompagnate da forti inquietudini. Sicuramente la drammaticità che sgocciola dalle penne delle autrici voleva essere quella delle violenze, di varia natura, che le protagoniste affrontano prima e dopo l’Ivg. Ma quel che risulta è ancora una storia di aborti che vede tristezza, disagio, sensi di colpa e tutto quel condimento di sensazioni negative che sempre accompagnano le storie d’aborto. È chiaro che la storia del proprio aborto non può prescindere dalla condizione della singola, ma mi chiedo perché manchi ancora all’aborto una narrazione felice. Non tanto dell’arrivo alla pratica ma dell’atto in sé. Perché non una storia di donna felice e sollevata di aver fatto un aborto? Deve essere sempre tragico, opprimente e con risvolti malinconici? Perché l’aborto non diventa un sereno atto di autodeterminazione?

Si può venire da storie difficili ma se una donna vuole un aborto allora può esserci un lieto fine. Le donne sono differenti una dalle altre così come differenti sono gli approcci all’Ivg, e allora se di inquietudine attorno all’aborto ne abbiamo sentito parlare, forse sarebbe interessante sentire storie di donne che, nonostante i vissuti e le leggi, affrontano l’aborto consapevolmente e serenamente. E parlo di storie vissute, non di referendum o lotte per i diritti che sono sacrosante ma probabilmente da sole non bastano. L’ammirevole intento delle autrici vuole riparlare di Ivg e obiezione ma chiuso il libro ho avuto fra le mani un’altra storia di aborto avvolto da drammi, una storia che non lascia serenità o maggiore consapevolezza. Detto ciò rimane comunque la volontà di continuare a parlare di diritti e autodeterminazione, di violenza sulle donne, e la voglia di puntare il dito su moralità bigotte e indifferenti, sulle crudeltà del movimento per la vita e sugli interessi dei ginecologi.

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