Manicomi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La più miserabile delle arti https://www.carmillaonline.com/2021/11/18/la-piu-miserabile-delle-arti/ Thu, 18 Nov 2021 21:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68950 di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura [...]]]> di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che l’individuo inizia la sua carriera di “malato di mente”, di dipendente/utente della “fabbrica della cura mentale”. Condotto in stato di agitazione in una di queste strutture, viene lì trattenuto, facilmente obbligato a una terapia sedativa e, quando ritenuto necessario, legato al letto. Se il malcapitato non si “normalizza” velocemente rischia di essere obbligato a soggiornare per qualche tempo presso qualche Casa di cura convenzionata. Una volta riammesso in società, non è difficile aspettarsi che, vista la sostanziale impossibilità di ricevere aiuto domiciliare, il paziente torni presto a essere ricondotto presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, dunque a riprendere il percorso dal suo inizio.

È così, sostiene Cipriano, che funziona la “fabbrica della cura mentale”: una fabbrica che ha il suo direttore (il primario) che controlla il buon funzionamento della catena di montaggio umana coadiuvato dai tecnici specializzati (gli psichiatri) con il malato recepito come la macchina biologica da riparare non attraverso la parola, la relazione e un po’ di umanità, ma soprattutto per via farmacologica.

Uno spazio importante all’interno del libro Cipriano lo dedica al perdurare della pratica del legare i pazienti con disturbi psichici, nonostante la chiusura dei manicomi tradizionali e il suo non comparire nei libri di psichiatria. Ciò avviene sicuramente a causa di carenze legislative, oltre che per la sua “economicità” ma, sottolinea l’autore, a permettere tutto ciò sono soprattutto l’etica e la cultura degli operatori che continuano a farvi ricorso.

Il volume uscito nel 2013 ha avuto, tra gli altri, il merito di contribuire a riproporre, non solo tra gli operatori, “il problema della contenzione”. La questione resta di estrema attualità, come sottolinea Cipriano nell’introduzione alla nuova edizione, anche alla luce di alcuni eventi recenti che danno il polso della situazione. In particolare l’autore si sofferma su come la forma narrativa di un libro come L’arte di legare le persone, scritto da Paolo Milone, psichiatra ormai in pensione, abbia ottenuto un certo consenso persino tra “intellettuali insospettabili”, «capaci di applaudire a questa malafede psichiatrica camuffata da gesto narrativo. Intellettuali convinti che siccome la letteratura è letteratura, in quanto tale deve poter dire tutto. […] La letteratura d’altra parte è magica, e ha il potere di muovere gli eventi e far rinascere, come zombie, certe pratiche che credevamo di aver seppellito. Come ogni magia la letteratura può essere bianca oppure nera, quando la letteratura riesce a persuadere che legare le persone è un’arte, io dico che è una sorta di magia nera».

Per farsi un’idea del regresso culturale che caratterizza l’attualità basta notare come a vincere il concorso per dirigere il Centro di Salute Mentale aperto nelle 24 ore di Trieste sia stato l’ex direttore di un SPDC chiuso, con porte sotto chiave e fasce pronte all’uso. «Forse perché l’arte di legare è stata riabilitata perfino dalla letteratura?». Probabilmente, afferma pungente Cipriano, «l’arte di legare le persone è l’arte in cui devi eccellere, in questo momento storico, se vuoi fare carriera nella psichiatria italiana». Se questa è un’arte, conclude lo psichiatra riluttante, allora «è la più miserabile delle arti».

Certo, afferma lo psichiatra riluttante, non legare può essere molto più faticoso. «Ma vuoi mettere, tornare a casa stanco e non sentirsi una merda». «Ci sono alcuni che fanno cento legamenti in un anno, e altri che ne fanno quattro in tutta la carriera. I primi, se sanno scrivere abbastanza bene, riusciranno perfino a scrivere L’arte di legare le persone. E giù applausi. Sembra che il libro tardivo sia servito, allo psichiatra che lega, per giustificare quel tipo di carriera. E di esistenza. E di crimini di pace. Crimini trasformati letterariamente in atti terapeutici».

La fabbrica della cura mentale tornata in libreria in una nuova edizione è anche, scrive Cipriano, «un po’ la risposta alle spacconate dello psichiatra artista delle fasce. Anche se, a pensarci, è più probabile che sia stato il suo libro la risposta al mio. Lo avrà letto di certo, come lo lessero moltissimi psichiatri – come fa uno psichiatra che ama legare a non avere la curiosità di leggere un libro contro di lui? Non può, un libro dove perfino asserivo che chi non lega è felice e chi lega è infelice ognuno a modo suo – l’avrà letto e dopo si sarà messo di tigna per riabilitarsi, riuscendo a pubblicarlo, tu vedi i casi della vita, con lo stesso editore che negli anni Settanta pubblicava Franco Basaglia: ma non è un segno dei tempi tutto ciò?».

 

 

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Chiamate telefoniche – 2 https://www.carmillaonline.com/2020/04/03/chiamate-telefoniche-2/ Thu, 02 Apr 2020 22:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58866 di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini [...]]]> di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini no perché immaginano che l’aria sia tutta impestata di bacilli e dicono dove vai? Incosciente. Mettere a repentaglio la vita di quelle creature. Che dopo portano il virus maligno ai vecchi. E si muore tutti. Una reazione a catena. Che sarà mai un mese due tre di tumulazione se dopo si può ancora esser vivi?

Tale è la moral suasion sul non uscire che nemmeno i sofferenti psichici che un tempo uscivano escono più, gli attacchi di panico si svolgono in casa non più in pronto soccorso i depressi restano in casa perché al Centro di Salute Mentale gli dicono resta a casa che fuori c’è l’apocalisse, ma il depresso che già è apocalittico di suo ora si confina ancora di più nel suo umor patibolare domestico, l’ossessivo il fobico l’ipocondriaco non ne parliamo, quelli non usciranno più di casa neppure quando sarà passato il divieto di uscire, ma accidenti devo darmi una regolata a parlare così dei pazienti i pazienti sono sacri, bisogna parlarne con il rispetto di Andreoli che li ama tutti i suoi pazienti o di un Recalcati che sono tutti Telemaco suoi, l’altro giorno una mi scrive che altro che Basaglia, io me lo sogno Basaglia, io piuttosto sono Lombroso, sfottente e irridente con tutti, e mi manda a fare in culo a farmi la mia corsetta anarchica. Leggo questa offesa al mio fragile ego mentre sono in ospedale, in mezzo ai virus, attento a non toccare le maniglie con le mani, ho i gomiti consumati a forza di aprire le porte coi gomiti, eppure giuro non sono più l’ipocondriaco che ero un tempo, avrei voluto avere il tempo per risponderle bene, perché per certi versi lei aveva ragione (per altri no, era madre, o figlia, o sorella, di un paziente grave, e aveva una rabbia di quelle che investono il mondo, e io ero parte del mondo in più ero psichiatra, uno psichiatra che invece di guarire il mondo si permetteva il lusso di descriverlo, di farne parodia, e come mi permetto?, secondo lei non potevo permettermi di contestare il mondo, solo lei ne aveva diritto, data la sua sciagura), aveva ragione da vendere a dire che io non ero Basaglia né lo sarei mai stato, però aveva torto, perché non ero neppure Lombroso né lo sarò mai, ero sì uno psichiatra eterodosso, sono sì uno psichiatra che scrive, ma non scrive nella forma corretta, nella forma saggio di Basaglia, no, scrive nella forma accidentata e sgangherata di uno che non si è cibato di Husserl o di Minkowski ma si è cibato di Cortàzar e di Bolaño, e non ha sua moglie Franca Ongaro che gli riscrive i pezzi ma ha Bolaño stesso e Cortàzar che me li correggono (anche se non si applicano molto con me) e quindi si può capire perché i miei scritti, delle volte, non abbiano quel rispetto e quella rispettabilità che gli scritti di uno psichiatra (mettiamo il grafomane Andreoli, avete presente gli scritti di Andreoli?, mettiamo perfino il noiosissimo Recalcati, avete presente gli scritti morfeici di Recalcati?) sempre hanno, siamo abituati debbano avere, il rispetto per quell’altro che è il paziente, il paziente è sacro, ma siccome quell’altro spesso io mi dimentico che è un paziente, ma ne scrivo come fosse un essere umano, ecco che ne scrivo, senza rispetto, senza la sacralità che si deve a un paziente, e ciò induce la signora congiunta di quel paziente a pensare che io sia Lombroso, che faccia macchiette, ma io non sono Lombroso e non faccio macchiette, signora, comunque, in ospedale non arrivano più i ricoverati che arrivavano prima. Solo i gravissimi, arrivano, oppure quelli che sono senza casa oppure quelli che se ne fregano del virus oppure quelli che a differenza nostra hanno capito tutto.

Gli psichiatri sono tutti intabarrati, perfino i guanti. Serviranno a qualcosa i guanti? Non chiama nessuno neanche oggi. Avranno saputo che poi ne scrivo sulle riviste. La signora ha sparlato di me. Avrà detto in giro non vi fidate, questo si spaccia per Basaglia ma è Lombroso. State in campana a dire i fatti vostri a questo qui. Che li riporta pari pari nei suoi scritti delinquenziali. Non sanno che non è vero, che sono tutti pezzi inventati.

Mentre bighellono, apro le porte con i gomiti, alzo il bavero del camice, svuoto il disinfettante, posiziono meglio la mascherina, vibra il telefono. E’ un messaggio vocale, inviato con Whatsapp. Finalmente.

Dottore spero sia questo il suo numero, se questo non è il suo numero e quindi lei non è il dottor Cipriano, la prego di eliminare immediatamente questo messaggio, glielo chiedo in nome della fiducia che sempre dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli umani. Spero comunque che sia lei, dottore.

Solo noi che ci hanno fatto le diagnosi e le cartelle cliniche l’abbiamo capito. C’era qualcosa, fin dall’inizio, che puzzava. Quella puzza, che non era odore, ma puzza di cadavere di carogna di morti che sarebbero marciti nelle fosse comuni, che tutti entro pochi mesi avrebbero sentito nelle narici, all’inizio la sentivamo solo noi sensitivi. I media tutti zitti. Non parlavano del Risiko. Cicalavano solo intorno a questo coronavirus. Intanto, iniziava il gioco del Risiko. Carri armati avanzavano in tutta Europa e i media zitti. Ventimila soldati americani atterravano negli aeroporti d’Europa altri diecimila erano già sul posto altri settemila da altre nazioni europee. E i media zitti. Come mai nessuno ne parlava? Giornalisti incapaci buoni a cicalare per tutto il giorno sul virus e dire mezza parola dei militari americani?

I cittadini d’Europa, a parte noi sensitivi internati nelle cliniche per pazzi o nelle prigioni, sono tutti ignari. Ottusi. E i media zitti. Noi ci hanno fatto le diagnosi perché abbiamo quelle antenne in più che, d’accordo, molto spesso ci fanno prendere fischi per fiaschi, ma qualche volta ci prendiamo.

Aguzzi la vista dottore, che ora inizia il complotto, ora inizia il delirio. Ma stia tranquillo. Sono un internato senza permesso di uscita. Giusto questo vecchio arnese mi danno. Non sanno che con questo posso sapere ciò che voglio e andare dove voglio. Ora ho deciso di svegliare lei. Che è uno non proprio ottuso come la quasi totalità degli psichiatri, ma è comunque pure lei abbastanza ottuso. Ma le do una possibilità. Non se la lasci sfuggire.
Ci sono varie ipotesi.

Una: è che non è letale il virus ma i vaccini con cui hanno indebolito, qualche mese prima, le persone. Le vaccinazioni di massa antiinfluenzali e antimeningococciche.

Altra possibilità: le decine di migliaia di antenne 5G disseminate soprattutto a Wuhan, in Lombardia, a New York. Dove ci sono le antenne, dove c’è questo elettromagnetismo mai visto prima, le persone sono deboli, immunodepresse, non resistono al virus.

Altra concausa: le polveri sottili, che vicariano le goccioline di Flügge, più efficaci e durature delle Flügge. Sono loro i vettori del virus. Potrebbe essere questa la ragione per cui il virus ha viaggiato più veloce in Pianura Padana, il particolato atmosferico fa da carrier, da vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus da bravi parassiti si attaccano al particolato atmosferico, costituito da particelle solide o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Per lo stesso motivo che questo pulviscolo sottile è più fitto a New York che a Kansas City che moriranno molte più persone a New York che a Kansas City.

Il coronavirus è un’arma biologica di distrazione di massa per preparare il mondo, a qualcosa di più grave, tremendo, e definitivo.

Nel giro di pochi mesi il contagio esploderà. Soprattutto nei grandi conglomerati. Lombardia New York Madrid. Le nazioni instaureranno il coprifuoco continuo. Le mascherine saranno rese obbligatorie. La stretta di mano e i contatti ravvicinati aboliti. Le persone potranno uscire solo per lavorare, i pochi a cui sarà concesso di lavorare. Anche i ricorsi all’ospedale progressivamente aboliti. Le persone si doteranno, tutte, di armi da fuoco, adottando il modello americano. Le persone inizieranno a spararsi per uno starnuto o per un colpo di tosse. Le scuole saranno definitivamente soppresse, tranne che per alcuni studenti scelti, tra poco le dirò quali. I lavori, dicevo, progressivamente quasi tutti aboliti, non serviranno più, perché la popolazione si eliminerà da sola, esponenzialmente. Gli ospedali non saranno più necessari. Le persone moriranno in casa o poco fuori il perimetro di casa. Sopravviveranno solo i reparti psichiatrici e le rianimazioni. Anche la professione medica sarà progressivamente assottigliata a due sole specialità: psichiatri e anestesisti rianimatori. Questi ultimi saranno necessari, non tanto per la capacità di rianimare, come uno potrebbe credere, data l’epidemia virale, macché, sarà necessaria la loro capacità di mandare i degenti all’altro mondo. L’università sopravviverà solo per due materie: giurisprudenza e medicina (medicina per le sottobranche di psichiatria e rianimazione, abbiamo detto). Giurisprudenza per due classi di lavoratori: giudici e poliziotti. Le persone si elimineranno da sole, no? Per uno starnuto uno finirà freddato e l’altro condannato all’ergastolo, ergastolo che però si trasformerà in morte agevolata da un rianimatore. E così, ogni volta due piccioni con una fava saranno eliminati. La popolazione si scremerà all’essenziale. L’economia risorgerà splendidamente. L’unico lavoro sicuro e diffuso e capillare sarà il poliziotto. L’Europa l’America la Cina la Russia saranno un grande apparato poliziesco. Le scuole solo per pochi scelti. A sei anni gli psichiatri faranno il test a tutti i non-ancora-persone per capire chi scolarizzare e chi potrà restare a casa coi genitori a fare la quarantena ad libitum in attesa di una morte precoce. Il test spacchetterà i seienni in tre cluster di caratteri (secondo le teorie di Fromm, che per eterogenesi dei fini diventeranno appannaggio di uno stato di polizia): i conformisti, i ribelli e i rivoluzionari. I rivoluzionari, che sono i più pericolosi, verranno subito segnalati, di modo che entro pochi anni (entro l’ottavo anno al massimo) possano cominciare un’aggressiva e demolitiva terapia con psicofarmaci del genere antipsicotico di terza generazione, e dopo verranno trattati con ricoveri ed eventuale galera, in caso di iniziale insubordinazione, e infine rianimazione, contaminazione, estinzione. I conformisti, che saranno la fetta più grossa, avranno il futuro assicurato: un futuro in polizia o nella medicina (psichiatria e rianimazione). I ribelli saranno i più fortunati perché, si sa, essi detestano esser comandati, ma amano il comando, non accettano imposizioni da nessuno e sono perciò perfetti per rappresentare la classe dirigente del futuro, perché bisognerà pur pensarci a come governare gli anni, i secoli che verranno, essi saranno i giudici, i ministri, i capi di stato. Solo i ribelli potranno studiare, come vorranno, tutto ciò che vorranno, senza limiti. Ma saranno pochi, ogni anno si conteranno sulle dita di due mani.

Mi scusi è arrivata la cena. Mi farò vivo di nuovo. A presto. I miei ossequi. Ah, dimenticavo di presentarmi. In realtà lei già mi conosce, o meglio non conosce me ma il mio avo, sono il pronipote di Carlo Cafiero, Carlo Cafiero junior.

Penso alla sua teoria. Di solito i paranoici, i complottisti, che hanno le antenne aguzze, su qualcosa ci prendono, non su tutto, indovinano poche tessere del puzzle, poi però siccome hanno l’ansia di completare il puzzle, le altre tessere le mettono a cazzo, e la teoria fa acqua, e loro passano per paranoici, o complottisti. Io però volevo capire quali fossero, tra le molte, le tessere giuste, quelle che il pronipote di Cafiero aveva imbroccato.

L’attività continua a languire. Chiamate in pronto soccorso oggi zero. Apro e chiudo porte coi gomiti. Alzo e abbasso la mascherina.

Dopo due ore di attesa, attesa da deserto dei Tartari, il sergente Drogo cioè io chiede all’assistente sociale pure lei senza daffare il numero di quel paziente che era il super esperto dei virus. Sentiamo il nostro esperto, dico. Scartabella. Trova il numero. Chiama. Il signor Jack? Sì? salve, sono l’assistente sociale del reparto, volevamo sapere come sta. Le passo il dottor Cipriano che voleva salutarla. Buongiorno. E come se la passa?
No, non vado al CSM. Non vado al CSM non per il virus non per l’isolamento. Non vado al CSM perché lì hanno tutti paura. Sono tutti mascherati come una donna talebana. Non vogliono riceverci. Prima mi facevano i TSO perché non andavo, ora dicono stia a casa che è meglio. E io sto a casa, ci stavo prima ci sto adesso. Cosa faccio? Non vedo la tv perché mi si è rotta e non so ripararla. Non compro i giornali perché non li ho mai comprati. Non ho internet. Cosa faccio allora? Leggo. Cosa leggo? Ho un solo libro in casa. Lo leggo in continuazione. Anche perché non si capisce bene dove vuole andare a parare. E’ Il castello, di Kafka. Comunque, grazie della telefonata, dottore. Ora però ho un po’ da fare, magari la richiamo io, in questi giorni.

Dopo mezz’ora richiama. Dottore, ma lei, che cosa voleva sapere di preciso da me? Perché lei non ha chiamato per sapere come sto, questo è chiaro, in dieci anni che lavora in quell’ospedale non mi ha mai chiamato, e mi chiama proprio ora che tutti sono chiusi in casa per il virus? Lei mi chiama perché si è ricordato che io sono il maggior esperto al mondo sui virus. E si è pentito. E ha fatto mea culpa. E ha pensato che l’attribuzione di disturbo delirante con… come lo chiamavate? con caratteristiche ipocondriache, ecco, che mi è stata fatta, anche da lei, non lo neghi, forse era a dir poco ingenerosa. Ora vuole che io la illumini coi miei deliri. Che le dica ciò che nei mie cinque ricoveri da voi, continuavo senza tentennamenti a ripetervi. Siete medici, vi dicevo, eppure siete asini, asini inconsapevoli. Abboccate a tutto ciò che vi si propina, incapaci di pensiero critico. Per dire la verità a questo mondo, devi passare per delirante. Lei dottore almeno ascolta. Lo stesso pensa che i miei siano i deliri di un pazzo, lo so, ma almeno mi ascolta.

Si metta comodo che le spiego tutta la faccenda. Si è messo comodo? Bene. Iniziamo daccapo.

Si ricorderà che non sono uno che si è laureato su Google, si ricorderà che sono laureato in farmacia e in biologia. Si ricorda, vero? Si ricorda anche che ero specializzato in malattie da microparticelle, anzi, nanoparticelle, lo ricorda vero? Bene. Ma veniamo al nostro incubo, veniamo al virus, mi correggo, il vostro incubo, questo esserino che sa entravi dentro senza chiedere permesso, un maleducato, direte voi, un esserino libero, dico io. Poveri vecchi, poveri malati, poveri coloro che prendono farmaci, essi non riescono a tenerlo a bada, all’ospite indesiderato, all’ospite ubiquo. Quanti italiani siamo? Più di sessanta? Bene. Venti milioni ce l’hanno già in corpo che gira. Ma no che venti, facciamo trenta milioni, anche quaranta, va. Lei dice ci sono dodicimila morti? Ma non era colpa del virus, dio mio. Erano già malati, i poveri cristi. Quante persone muoiono in Italia ogni anno? 650.000? Bene, metà di loro hanno dentro il virus che vi toglie il sonno. Il virus dei polmoni, il virus che toglie il respiro. Il primo virus che seppellisce in casa. Questo però ora non è un mio problema. Io sto in casa io sto bene in casa prima mi facevate il TSO perché dicevate che non uscivo di casa adesso fate il TSO a tutti obbligandoli a stare in casa io ora sto a posto siete voi adesso che non state a posto, voi che volevate uscire tutti i giorni ora vi sentite mancare l’aria. Tre morti sono i morti di questo virus non dodicimila. Forse nemmeno quei tre sono morti per il virus. Ma poi parlate di un virus, ma quello che era in Cina già non è più quello che è in Italia, quello muta non è mica un modello di I-phone che resta in giro per qualche anno, è per questo che è assurdo fare un vaccino, sarebbe come fare un vaccino per il raffreddore, vaccini per un virus da raffreddore che non ti copre sugli altri due milioni di virus da raffreddore. Siete pazzi. Vi siete concentrati su noi pazzi, i deliranti, gli SPDC li potevate trasformare in reparti per i polmoni, in rianimazione, invece di psicofarmaci compravate respiratori, a questo punto non dovevate far morire i vecchi perché non avete i respiratori. Ma non lo sente che da ottobre era pieno di polmoniti atipiche? Dottore, la regola numero uno, che vale per i deliri e vale anche per le infezioni è: aspettare, bisogna aspettare che l’organismo rigetti il virus, non mettersi i guanti, lei tiene adesso il telefono con cui mi parla con i guanti, è un fesso, con quei guanti tocca tutto, con quei guanti impedisce alle sue difese dermiche di reagire ai virus, lei è un dottore meno imbecille degli altri ma comunque è un imbecille, dovete solo attivare le vostre difese immunitarie, non mettere guanti e mascherine, aspettare, bisogna, tenersi la febbre perché il caldo uccide l’ospite indesiderato, il virus è una creatura fragile, se lei si prende la Tachipirina per far scendere la febbre al virus gli fa solo un favore, perché sta meglio al fresco, lui, bravi i fessi. Quelle mascherine con cui mi parla sono come un cancello che vuol impedire alle mosche di entrare, non le servirà quella mascherina idiota attraverso cui mi parla, sono piccoli sa, più piccoli ancora, la dovrebbe buttare ogni due minuti, altro che tenersela per 24 ore. Perché io ho lasciato la virologia? Per non essere complice di quel che succederà. Ci obbligheranno a vaccinarci. Con la scusa di questa finta epidemia faranno il TSO a tutti, finora l’avete fatto a me perché vi mettevo in guardia, mi avete dato gli antipsicotici? Bravi asini. Adesso fottetevi. Adesso voi psichiatri, come tutti gli altri umani, sarete vaccinati obbligatoriamente, TSO per tutti, a parte il fatto che voi psichiatri siete così stupidi che correrete a farlo, il vaccino anti-coronavirus, prima di tutti gli altri, implorerete per essere i primi, perché avete una fifa blu di morire, per cui non ci sarà neppure bisogno che siate obbligati, vi obbligherete da soli, ma pure chi non volesse, tipo me, o tipo lei, perché lo so che lei in fondo in fondo è un antisociale, pure noi due saremo obbligati. Ma è una stronzata questa, perché come dicevo non c’è modo di vaccinarsi per un virus che cambia, un virus che è come il raffreddore. Sarà solo un regalo al Grande Farmaco. Alla religione del Grande Farmaco. Antipsicotici e vaccini per tutti, dottore. Cominci a levarsi di dosso quelle imbragature, ma lo vede come si è ridotto? Sembra un palombaro. Si levi quei guanti, si levi quella mascherina, si levi la cuffia, si levi la casacca, si levi il camice, ritorni a essere un uomo libero. Esca, ritorni in strada, io non sono fatto per stare nelle strade, io sono un misantropo, io sono un pipistrello io sono un vampiro io sono un essere notturno ma lei, lei deve uscire. Tutti devono riprendersi le strade, prendere il sole, correre, vitamina D, buon umore, non farmaci, lo dica agli asini dei suoi colleghi, consigliassero di passeggiare e non di stare chiusi in casa al buio senza il sole senza il vento che porta via i virus, è il vento, il vento e il sole sono le più grandi terapie. Con la reclusione in casa stanno creando un popolo di immunodepressi, voi psichiatri siete i più incompetenti, a non sapere che la reclusione senza svago rende Jack un triste figuro, vi stanno facendo impazzire, dottore, impazzirete tutti, anche voi psichiatri, quelli che già non eravate pazzi prima. In questo paese di 49.000 morti l’anno per infezioni prese in ospedale, perciò lottavo fino alla morte quando mi ricoveravate, perché mi portavate nel luogo dove massima è la possibilità di ammalarsi, ora per dodicimila morti stanno facendo questo casino perché? Ma perché dall’anno prossimo ci sarà la vaccinazione obbligatoria di massa, e chi non ci sta fa la mia fine. La fine di un martire.


[Chiamate telefoniche – qua le chiamate precedenti]

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Chiamate telefoniche – 1 https://www.carmillaonline.com/2020/03/24/chiamate-telefoniche/ Tue, 24 Mar 2020 22:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58808 di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño. La storia inizia quando il virus ancora non era epidemico, ancora si poteva uscire di casa, fare la spesa, correre nei parchi, ancora non era iniziato il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati.

Erano i primi di marzo, e andavo come sempre in ospedale, il luogo perfetto per lasciarsi incubare dal coronavirus, l’ospedale dove ancora non era arrivato ma di lì a poco [...]]]> di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño. La storia inizia quando il virus ancora non era epidemico, ancora si poteva uscire di casa, fare la spesa, correre nei parchi, ancora non era iniziato il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati.

Erano i primi di marzo, e andavo come sempre in ospedale, il luogo perfetto per lasciarsi incubare dal coronavirus, l’ospedale dove ancora non era arrivato ma di lì a poco sarebbe arrivato, era questione di giorni, ore, e il nosocomio dove lavoro vivo penso dormo mangio parlo impasticco – pensavo – diventerà un lazzaretto che regalerà, anche a me, la peste del nuovo millennio, quel giorno andai e per fortuna dormii fino alle sei del mattino. Un’insolita calma come sempre è calmo prima della tempesta. Alle sei del mattino quando pensavo di averla ormai scampata chiama il pronto soccorso, era Edvige, l’infermiera altissima, altera, diceva c’è uno venuto con otto poliziotti. Era già venuto cinque giorni fa, legato sedato poi ci avevo parlato l’avevo fatto sciogliere se n’era andato. Ora ritornava. Diceva il poliziotto che di continuo era lì intorno al Vaticano, per incontrare il papa, deve convincerlo, non si sa di cosa. Ci parlo. Gigantesco. Esaltato. Pazzo. Dice dio mi è venuto in sogno mi ha detto cosa fare in trenta minuti ho scritto centotrenta pagine che ho consegnato a un sacerdote del Vaticano, ho una missione, nessuno mi fermerà. Lei è un incapace, pensa di sapere quello che ho in testa, ma sono io che so leggere tutto quello che lei ha nella testa, lei sarà licenziato da questo posto, io riformerò gli ospedali, riformerò la polizia, riformerò lo stato, riformerò il mondo. Lo lascio fare. lo lascio sfogare. Lo lascio insultare. Lo lasco delirare. Poi gli dico. Per uno che ha visto dio, lei è poco gentile. Anche io ho visto dio, per questo la tratto con gentilezza. Perché lei è un figlio di dio. Io pure sono un figlio di dio. Lei deve essere comprensivo, con me. Non sono perfetto, come non lo è lei. Abbiamo entrambi visto dio, dovremmo essere entrambi più sereni. Io pure so quello che lei ha nella testa. Lo leggo. Come lei legge me io leggo lei. Ora lei farà queste analisi, prenderà questi farmaci che inietterò nelle vene. Farà un breve ricovero. Chi lo decide? Lo decido io. Con la grazia di dio.

E così è stato.

Finito l’intervento attraverso il lungo corridoio del pronto soccorso dove quella notte è entrato il primo paziente in questo nosocomio infettato di coronavirus, il virus è nell’aria, si sente, attraverso l’aria dove goccioline di Flügge invisibili orbitano come pianetini impazziti intorno alla mia scia sopra questi pianetini c’è questo virus che si considera il piccolo principe di questo suo pianetino detto Flügge, lui pensa di essere davvero un principe, lo sa di avere poche sequenze di DNA lo sa di essere poco meno che vivo eppure non immagina di essere diventato l’incubo di questi esseri viventi che si ritengono quasi divini, noi, gli umani, così intelligenti eppure adesso così spaventati, attraverso questa galassia di goccioline di Flügge nlasciate dal paziente infetto in isolamento eppure non contraggo l’infezione oppure sì, non lo saprò mai, non lo saprò mai perché gli operatori sanitari come me, anche in prima linea, se sono asintomatici e afebbrili non potranno mai fare il costoso tampone, test neppure sicurissimo ma meglio che niente, non siamo mica calciatori o politici noialtri, per avere il tampone. Insomma non mi infetto, ancora.

Passano i giorni. Ogni giorno arrivo nel nosocomio. L’Italia ha paura di morire per un virus. Il mondo ha paura dell’Italia. Ho il cercapersone. Il cercapersone suona. Non l’ho disinfettato. Mi lavo spesso le mani.
Adesso siamo già al 20 di marzo e tutti i giorni di questa settimana appena trascorsa e di quella precedente sono uscito di prima mattina, arrivato in ospedale mi sono cambiato, ho indossato divisa bianca camice e mascherina – io che mi fregiavo di essere un medico basagliano senza il camice mi sono ritrovato intabarrato come un chirurgo in sala operatoria – catapultato in prima linea in pronto soccorso a gestire gli arrivi di pazienti intossicati ubriachi agitati eccitati tagliati suicidati eccetera quel tipo di pazienti i meno pazienti perché vai a spiegare a loro che dovrebbero indossare la mascherina perché potrebbe esserci un virus infido eccetera c’è chi ti dice che il virus non esiste chi ti dice che l’ha inventato lui chi ti dice che lui è dio quindi immune dal virus chi ti dice che l’hanno messo in circolo gli americani anzi i cinesi anzi quelli dei vaccini anzi gli extraterrestri eccetera e non è detto che una di queste tesi non possa essere quella giusta, in ogni caso la mascherina non se la tiene e quindi fare attenzione a che non venga legato perché la pazienza degli operatori è al minimo e non vogliono rischiare di infettarsi e se quello non rispetta le regole si espone al rischio della contenzione e insomma tutta la settimana va avanti così.

Iniziano a questo punto le chiamate telefoniche. Sono uno psichiatra più o meno conosciuto per la cosiddetta riluttanza ai manicomi. Qualcuno se ne ricorda e mi chiede lumi. Come ci comportiamo adesso che c’è il virus? C’è chi mi chiama al numero dell’ospedale chi mi chiama sui social chi perfino al telefonino ma come ha fatto ad avere il mio numero? Oppure mi chiama qualche paziente che ho avuto anni fa e che si ricorda di me adesso che è agli arresti sanitari.

Dottore, lei mi disse che correre era meglio degli antidepressivi, vivo in Campania, come faccio adesso che il governatore De Luca ci spara se usciamo?

La prima chiamata degna di nota però è quella di Caltabellotti, l’uomo che ricoverai perché voleva a tutti i costi parlare col papa. Dopo dimesso, il giorno in cui il papa uscì a spasso con la scorta per andare a baciare il Cristo degli appestati a cui chiese di salvare il mondo dal virus con la sua mano, mi chiama: è il dottor Cipriano? E’ proprio lei? Sicuro di essere lei? Non posso dirlo ad altri che a lei. Credo di essere io, parli pure. Era quello che volevo dire al papa, non ci sono riuscito ma lui mi ha ascoltato lo stesso. Ha fatto ciò che andava fatto, recarsi al Cristo degli appestati e chiedere la grazia, lui doveva farlo, adesso siamo salvi, il virus, almeno questo virus, non sarà lui che ci farà fuori. Per un po’ siamo al sicuro.

Attacco. Chi era? Fa la mia collega. Caltabellotti. Quello che avevo ricoverato. Dice che grazie a lui il papa ha capito e è andato a implorare la grazia di Cristo. Ora siamo salvi.

La mia collega fa: ma il papa ce l’aveva l’autorizzazione per uscire? Come dici? Ce l’aveva il comprovato motivo? Era un motivo di lavoro la sua uscita? Di salute? Di necessità? Perché è uscito? Beh, le dico, possiamo farlo entrare nei motivi di lavoro, se ci pensi esercitava il suo ministero, intercedeva con Dio per la nostra salvezza dal virus. Non l’ho convinta. Avrebbe secondo me fatto il TSO pure al papa.

Le chiamate poi sono continuate. Messe in fila, in sequenza, le chiamate telefoniche di questi giorni, casuali, sincroniche, compongono tante tessere di un puzzle che diventa narrazione. Teoria. Spiegazione. Soluzione. Vediamo un po’… chi ha chiamato.

Ah, dicevo, quel mio vecchio paziente fobico della Campania. Mi chiama per lamentarsi che in Campania questo governatore dal piglio autoritario si rammarica perché in Cina hanno i mezzi (repressivi che lui non ha) per governare l’epidemia. Dice che il governatore campano ha dichiarato in un video di voler fare un’ordinanza per impedire alla gente di muoversi per strada. Chi viene trovato a passeggiare o se ne sta seduto su una panchina dovrà stare in quarantena per quindici giorni e se non viene rispettata la quarantena avrà un processo penale.

Gregorio da Pescara, non lo conosco, non so che problemi abbia, ha letto un paio dei miei libri, mi scrive: ma non gli basta la lezione delle carceri? Detenuti ammassati in spazi troppo stretti sedati da psicofarmaci e oppiacei – almeno metà dei detenuti assume psicofarmaci, il carcere, ha ragione lei dottore, è indistinguibile da un manicomio – che esplodono si ribellano protestano assaltano le medicherie si uccidono con psicofarmaci e metadone. Ebbene io lo so che tra poco esploderanno le case gli appartamenti i condominii i monolocali trasformati in carceri in arresti domiciliari in obbligo di dimora. Tra poco, per uscire di casa, le persone avranno il comprovato motivo di doversi recare al pronto soccorso da lei, dottore, per ricevere antidepressivi ansiolitici e stabilizzatori dell’umore. Di questo passo tutti salvi dal virus ma tutti schizzati e sotto psicofarmaci, alé.

Carmine da Reggio Calabria. Un grave ossessivo che lava le mani cinquanta volte al giorno, timori di contaminazione continua, l’ossessivo, si dice, ha il Thanatos costantemente conficcato nel cranio e si difende dalla costante incombenza della morte coi suoi rituali, tra tutti domina il lavarsi. Dice dottore! (con quella parlata calabra aspirata) finalmente non mi sento più malato, qui tutti si lavano le mani nessuno esce nessuno si tocca si stringe le mani non ho più bisogno di giustificarmi, per me questa è la normalità.

Paolo da Milano. Pure lui mi chiama al numero del reparto ospedaliero. Dice ho letto Agamben. Tutti danno addosso ad Agamben. Il povero Agamben. Ma che vi ha fatto Agamben. Pecore che non siete altro. Mentre parla vado sullo smartphone a leggere ciò che ha scritto Agamben, ha scritto che: “L’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita”.

Ovvio, dice Paolo, una società materialista che crede solo nella vita e non sa niente della morte, non s’è mai interrogata sul morire, ovvio si attacchi alla vita quand’anche fosse vivere vegetativamente e basta, chi se ne frega dei rapporti sociali delle amicizie dell’amore basta che non si crepi poi va bene stare tutta la vita dentro agli arresti sanitari. Neppure dei morti, aggiunge, ci deve importare, tanto sono morti, non servono più alla nostra nuda vita, se muoiono saranno seppelliti in una fossa, il funerale non si usa più, sei matto? Sarà pieno di untori. Nuda morte per nuda vita.

Mi ha incuriosito, appena attacca mi vado a leggere altro del filosofo che di questo passo sarà arrestato per terrorismo: “Non stupisce che per il virus si parli di guerra. I provvedimenti di emergenza ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi”.

Squilla di nuovo, è ancora lui. È impegnato? Posso dirle un’altra cosa? E continua, Paolo, il bipolare Paolo, anzi no, il ciclotimico Paolo, dice: Non stiamo combattendo un virus, dottore, qui stiamo combattendo noi stessi. Sa qual è la verità? La verità è che da un po’ tutti questi rituali ci avevano stufato ma non sapevamo come fare, il lavoro, la scuola, lo sport (soprattutto il calcio), le uscite, gli aperitivi, il cinema, il ristorante, le passeggiate, lo shopping, le amanti, gli amanti, i premi letterari, le presentazioni libresche, i festival, le sagre, le feste patronali, i carnevali, le olimpiadi, tutto, tutto, tutto questo assembramento di umanità, tutto questo obbligo di socialità, tutto questo consesso umano, tutte queste conoscenze, contatti, amicizie, like, tutto ci aveva strarotto i coglioni.

Per un po’ – continua, è in pieno trance apocalittico, lo lascio dire – continueremo nel virtuale, per un po’ anzi si accentuerà il consumo di internet dei social dei post dei like, poi, senza che il virtuale abbia una continuità reale nel mondo di fuori, senza che si possa toccare qualcuno, il gioco degli hikikomori, di questa umanità ridotta a una serie di monadi hikikomoriche, non reggerà a lungo. Inizierà la solitudine. Non rispondere a uno poi a un altro a un altro ancora. Finché il silenzio farà da prodromo alla follia. Tutti si ordineranno delle carabine con cui, dal nascosto del proprio balcone invece di cantare Azzurro o Fratelli d’Italia ogni tanto schioppetteranno all’untore potenziale che ancora osa uscire, passeggiare, correre, portare a spasso il cane. E dopo ancora, quando nessuno più uscirà, inizierà il tiro al piccione con fucili di precisione da una casa all’altra. Tutti prenderanno l’abitudine a non accendere le luci e a tenere basse le serrande e ordineranno porte antisfondamento e serrande a prova di pallottole. Il processo di autosegregazione, per i sopravvissuti, sarà completo. Fatto ciò, seguirà, senza più un nemico visibile fuori, l’accoltellamento del nemico interno: sgozzamenti, soffocamenti, precipitazioni, tra membri della stessa famiglia. Di cui ne resterà uno solo. A quel punto l’unico superstite di ogni famiglia, siccome neppure più le consegne a domicilio saranno possibili, dovrà per forza uscire, e le strade saranno popolate dai più feroci, i sopravvissuti che hanno già ucciso i propri famigliari, che vanno a caccia, sbronzi di furia omicida. La caccia è aperta. Il virus non ci ucciderà, dicevo, per infezione fisica, ma per infezione psichica.

Ogni tanto ricevo dei messaggi whatsapp o sms, molto laconici.

Dottore: ma lei che studia la psicologia delle masse, l’ha capito perché le persone ai balconi cantano l’inno di Mameli?

No. Forse perché il virus gli ha già dato alla testa? Ma non glielo dico.

Intanto oggi 20 marzo sono andato a correre, voglio farlo prima che inizi il divieto anche per correre. Entro nel parco degli acquedotti e non c’è anima viva. Un parco immenso di 240 ettari percorsi da nemmeno mezza dozzina di runner quasi-fuorilegge, tra cui io. I romani tutti in casa. Io allungo. Dieci chilometri di libertà. Riempio il mio cranio della dose di endorfine che mi è necessaria. Che mi spetta. Che mi merito. Con cui, da quarant’anni almeno, mi drogo. Endorfine da corsa che da vent’anni prescrivo alle persone depresse o ansiose o incazzate per non dar loro antidepressivi o ansiolitici o stabilizzatori dell’umore e quasi sempre funziona. Ora però, dice il ministro dello sport – uno che finora lo sport sembra averlo visto solo in televisione – se le persone continueranno a correre dovremo proibire pure la corsa. Nuda vita, ripeto: è nuda vita questa. Se polizia o carabinieri non mi prenderanno – sento l’altoparlante del grande fratello che ripete: restate a casa restate a casa restate a casa – sarò ancora un efficiente psichiatra del Servizio Sanitario Nazionale italiano. Capace di trattare con la giusta calma pazienza gentilezza empatia gli agitati o i depressi. Se dovesse andar male, se mi prenderanno, ci sarà un criminale in più e un medico in meno sul suolo italiano.

Ci penso, mentre corro, solitario come un appestato o un appestatore, sono ora più che mai dottor Jekyll e Mister Hyde. Al mattino sono uno degli angeli – stucchevole contentino con cui ci prendono per il culo, mentre ci espongono a rischi senza maschere adeguate e senza tamponi, noi no ai calciatori sì – che salvano persone, in prima linea intabarrato in un pronto soccorso. Di pomeriggio sono un demone untore che siccome corre in un parco immenso e desolato può ungere il mondo.

Mentre sto per rientrare nei miei arresti sanitari una delatrice mi indica, con quel dito secco, la riconosco, è lo stesso tipo antropologico, lo stesso archetipo di essere umano che prima se la prendeva coi migranti o coi rom ora deve per forza – sobillata dalla televisione – trovare un nuovo capro espiatorio, e in questo momento sono io, dice, indicandomi agli altri in fila, è andato a core’, nullo capischeno che nun devono core’. I guardiani della nostra nuova dittatura sanitaria. Faccio un esperimento. Metto questa frase su Facebook. Voglio vedere chi abbocca. Come si divide la mia bolla. Anche gli insospettabili mi biasimano. Perfino una collega di buon senso mi scrive: “Il diritto o meglio la libertà del runner di correre non è meno importante della mia di passeggiare o di quella degli anziani di uscire e camminare all’aperto. Se tutti ci sentissimo liberi di fare altrettanto starebbero tutti in strada. Invece tu puoi continuare a correre perché la maggioranza si sacrifica in nome di un interesse che dovrebbe prevalere e cioè quello per la collettività!”.

Qui capisco che non ce la faremo. Ha ragione Agamben. In nome della nuda vita siamo disponibili a farci espropriare di tutto, tra poco anche dell’aria.

Le prove tecniche di dittatura sanitaria stanno andando benissimo. Non abbiamo speranza di farcela.

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Il libro delle metamorfosi – Intervista a Piero Cipriano https://www.carmillaonline.com/2018/05/06/libro-delle-metamorfosi-intervista-piero-cipriano/ Sat, 05 May 2018 22:01:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45116 di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non [...]]]> di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non è possibile sfuggire. In attesa dell’uscita del libro ti chiediamo di anticiparci brevemente qualcosa a tal proposito.

[pc] I quarant’anni di una legge straordinaria ma tutto sommato per lo più tradita offrono l’occasione per fare il punto. Quella legge era fatta a misura del manicomio classico, quello che siamo abituati a pensare essere il manicomio, l’unico manicomio, il manicomio inventato da Pinel nel 1794, il manicomio lager che serviva per segregare i devianti affetti da un qualche elemento di follia, non per curarli e restituirli alla società ma per separarli per sempre da essa. Un luogo dove si compiva un’eutanasia sociale prossima a quella dei lager nazisti. Il luogo della definitiva sparizione degli esseri umani diversamente ragionanti. Diciamo che con la legge 180 si decretava, in Italia almeno, la fine di questi dispositivi di annientamento. Ma, è quel che sostengo in questo libro, il manicomio è un Proteo, è cangiante, e la psichiatria ha saputo sempre declinarsi in un manicomio; posto fuori legge il manicomio concentrazionario ecco ascendere, proprio a partire dal 1980, un manicomio fatto di etichette diagnostiche e psicofarmaci conseguenti, a vita, quel manicomio che ho definito chimico, il 2.0, diciamo. Ma questo manicomio invisibile si embrica con un ulteriore manicomio, trasparente, emanazione di questa società della trasparenza, la società digitale del web, della rete, dei social network, dove ognuno si denuda e mette in piazza la sua esistenza, dove il controllo è totale, come in un panottico dove, a differenza di quello benthamiano, i controllori sono gli stessi controllati, un controllo reciproco a 360 gradi, perfetto. Dirai ok, ma come questo si interseca con il manicomio chimico e quello concentrazionario? Ti faccio un esempio. La Food and Drug americana sta sperimentando un sistema detto Proteus (non per caso ispirato al Proteo mostro cangiante della mitologia) per rendere l’assunzione dei nuovi antipsicotici sicura, certa, assoluta. Il malato psichico del prossimo futuro digitale ingoia la pasticca, dotata di un sensore ingeribile che comunica con un sensore posto sulla pelle che a sua volta comunica col tablet dello psichiatra, il quale alla prima trasgressione provvederà al ricovero obbligatorio, in un reparto chiuso. Ecco che il manicomio chimico si embrica con quello digitale e con quello concentrazionario. L’uno non esclude l’altro ma si combinano. Poi mi sono perfino immaginato un povero paziente psichico digitale la cui assunzione o meno del farmaco con sensore sarà premiata con un like o biasimata con un dislike da parte dei suoi cosiddetti amici social-virtuali. E così via. Non ti racconto tutto…

[ght] Nel libro, ricostruendo la lunga lotta condotta da Basaglia contro il manicomio concentrazionario e il significato assunto dalla Legge 180 da essa derivata, insisti sulla necessità di una nuova rivoluzione anti-manicomiale. Ti chiediamo di fornirci qualche elemento utile a motivare l’urgenza di una nuova rivoluzione nell’ambito del disagio mentale.

[pc] La Legge 180 è stata una legge straordinaria, meglio di così non si poteva fare. Però è stata applicata solo in pochi luoghi, che peraltro dimostrano proprio il contrario di ciò che sostengono i detrattori, ovvero che sapendola attuare è una legge che fa quel che deve fare, ovvero elimina la manicomialità, e permette la cura delle persone nei luoghi di vita e non nelle cliniche, nei letti, nei luoghi a parte, nei tanti manicomietti e caravanserragli sparsi per il paese, che si chiamino SPDC che si chiamino casa di cura che si chiamino comunità terapeutica che si chiamino REMS. Una rivoluzione politica e scientifica che, come spesso succede, è stata in parte riassorbita, se non vanificata. La vicenda del suo ispiratore, Franco Basaglia, sulla cui figura imposto questo libro, assomiglia a quella del ginecologo viennese della metà dell’Ottocento, Filippo Ignazio Semmelweis. Il quale aveva intuito che la sepsi puerperale delle donne gravide dipendeva dalle mani dei medici, che non lavate, le infettavano a morte. Bastava lavarsi le mani, suggerì Semmelweis. Grandissima intuizione, politica e scientifica. Ebbene, fu necessario mezzo secolo perché Pasteur dimostrasse, con le scoperte microbiche, che Semmelweis aveva ragione. Nel frattempo i medici avevano ottusamente continuato a non lavarsi le mani. Nel nostro specifico sembra sia accaduta la stessa cosa. Basaglia come Semmelweis dice sono gli psichiatri che con i loro dispositivi internanti ovvero i manicomi uccidono, socialmente e fisicamente, le persone. Ancora una volta il motivo della malattia è iatrogeno. Lavatevi le mani. Eliminate i manicomi. Be’, siamo anche noi in attesa di un Pasteur della psichiatria che confermi l’intuizione di Basaglia e dica: i manicomi ammalano, non curano.

[ght] Nel libro concedi spazio ad autori come Paolo Virzì, Silvano Agosti, Nicola Lagioia e Pierpaolo Capovilla, accomunati dall’avere raccontato al grande pubblico il mondo della sofferenza mentale. Mi sembra sia importante raggiungere un pubblico diffuso perché quella rivoluzione anti-manicomiale di cui parli richiede una rivoluzione dell’immaginario collettivo e il ruolo del cinema, della musica, della narrativa e di altre forme di comunicazione è probabilmente fondamentale per il raggiungimento di questo scopo.

[pc] In effetti non l’ho detto ma lo dico ora: sono due libri, appunto. Nel primo libro, che rappresenta la prima parte, faccio una contro-storia della follia e dell’anti-follia ovvero la psichiatria, da Pinel a oggi, dove il fulcro è Basaglia. C’è insomma, io penso, nella storia della psichiatria, un prima e un dopo Basaglia. Un po’ come quell’altro, che non nomino. Nel secondo libro, appunto per capire con chi farla questa rivoluzione se di rivoluzione vogliamo parlare, oppure questa nuova 180 di cui c’è bisogno, do la parola ai nuovi tecnici, operatori, esperti della salute mentale. Capire da loro cos’hanno in testa. Cosa pensano di fare. Purtroppo erano tanti a cui ho dato la parola, e siccome il libro è fatto di pagine e di carta, ad alcuni di loro a malincuore ho dovuto toglierla, nel senso che troveranno spazio nella versione e-book, ma non nella forma cartacea, in cui saranno presenti solo cinque: uno psicologo che fa lo psicologo non nello studiolo dorato ma in un orto, una filosofa che fa le consulenze filosofiche, un giovane psichiatra che come me a trent’anni si sente un cane in chiesa, un’infermiera poco più che ventenne che vede le fasce come il fumo negli occhi, e un’economista nonché esperta di jazz che non ha neppure uno straccio di attestato che la abiliti alla cura eppure ha delle splendide idee di come una società dovrebbe prendersi cura di sé invece di ricorrere agli esperti.
Prima di arrivare a quelli famosi di cui mi chiedi, devo dirti che ho dato la parola anche agli esigenti, ovvero impazienti che hanno delle idee molto chiare su cosa vogliono e cosa non, hanno avuto un inciampo psichico ma non gli piace di essere maltrattati da operatori poco gentili. Sono una filosofa una poetessa e un narratore. Sono stupendi. Infine questi quattro grandi autori. Perché? Quando Basaglia prese la direzione del manicomio di Gorizia prima e di Trieste poi cosa fece? Per prima cosa li aprì, e dopo li distrusse. Per distruggerli però li dovette prima aprire. Aprire alla cittadinanza. Da lager diventarono nel giro di pochi anni luoghi di vita: concerti, spettacoli, teatro. Entrarono Dario Fo, De Gregori, gli Area, Battiato, molti altri. Nel momento in cui erano stati aperti, fu facile abolirli, a quel punto non avevano più senso come luoghi di internamento.
Per i nostri manicomi succedanei direi che è un po’ la stessa cosa. Abbiamo bisogno di farli conoscere. Ho individuato alcuni artisti che per un verso si sono già occupati a fondo di questi temi, per altri versi sono dei potenti amplificatori. Virzì veniva fuori dal film La pazza gioia dove racconta benissimo le contraddizioni della psichiatria italiana di questi anni. Mi venne a cercare nell’ospedale dove lavoro dopo aver letto Il manicomio chimico, a quei tempi era voracissimo di tutto ciò che ineriva il tema, sapeva tutto, ed era appassionato e direi decisamente schierato. Era con noi, con Basaglia, con Marco Cavallo, nel film denunciava le contenzioni, l’elettrochoc, la follia dei manicomi giudiziari, le pasticche facili, insomma, il suo film l’ho trovato molto più potente e immediato di molti saggi o documentari. Direi che è stato, per questo tema, ciò che negli anni Settanta era stato Silvano Agosti, autore di Matti da slegare e del documentario Il volo con cui filmava Basaglia e duecento internati in gita aerea su Venezia. Perciò ho voluto intervistare pure Agosti, testimone di quella rivoluzione. Nicola Lagioia, invece, apparentemente è il meno dentro alla questione manicomi, però è esperto di quel tipo di manicomio che sono le sostanze o gli psicofarmaci. In che senso. Nel senso che con lui i mediatori sono stati due narratori su cui lui è ferratissimo, e che, secondo me, sono stati i massimi esperti dei due manicomi di cui scrivo: Roberto Bolaño dei grandi manicomi concentrazionari dell’America latina, di cui parla nei Detective selvaggi e in 2666, e David Foster Wallace del manicomio chimico, essendo un dichiarato dipendente da antidepressivi, i nuovi psico-cosmetici che alimentano questa nostra contemporanea società della prestazione. Infine Pierpaolo Capovilla, è stato divertente intervistare un cantautore rock di cui, essendone diventato amico, pensavo di sapere già molte cose. Invece viene fuori ancora il fuoco, la passione civile che lo divora, e che ha messo a disposizione della causa dei perdenti. Dei soccombenti, voglio dire, in questa lotta cartesiana tra chi ha la ragione e chi no.


[Su Carmilla:Conversazione con Piero Cipriano, psichiatra riluttante” – P. Cipriano, “Le psichiatrie al lavoro” – P. Cipriano, “Il manicomio che non vuole morire” – P. Cipriano, “Lo specialista pericoloso” – P. Cipriano, “Metapsicologia dell’inanalizzabile” – P. Cipriano, “Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia” – Volumi di Piero Cipriano recensiti: P. Cipriano, La fabbrica della cura mentale (2013) – P. Cipriano, Il manicomio chimico (2015) – P. Cipriano, La società dei devianti (2016)]

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Manicomi. Immagini di violenza istituzionalizzata https://www.carmillaonline.com/2017/04/09/manicomi-immagini-violenza-istituzionalizzata/ Sat, 08 Apr 2017 22:01:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33401 di Gioacchino Toni

berengo_manicomi_coverGianni Berengo Gardin, Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta, Contrasto, Roma, 2015, pp. 168, € 32,00

«quello che noi mostriamo non è il volto dell’internato o della sua follia, ma ciò che resta di un uomo dopo che l’istituzione, deputata alla sua cura, lo ha sistematicamente distrutto e annientato. Questi volti esprimono soltanto la violenza istituzionalizzata di cui sono stati oggetto e ciò che diventa l’uomo, che sia diventato cosa agli occhi dell’uomo» (dall’Introduzione ad una mostra fotografica tenuta a Venezia negli anni ’70).

Il volume pubblicato dall’editore Contrasto raccoglie lo storico reportage realizzato da [...]]]> di Gioacchino Toni

berengo_manicomi_coverGianni Berengo Gardin, Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta, Contrasto, Roma, 2015, pp. 168, € 32,00

«quello che noi mostriamo non è il volto dell’internato o della sua follia, ma ciò che resta di un uomo dopo che l’istituzione, deputata alla sua cura, lo ha sistematicamente distrutto e annientato. Questi volti esprimono soltanto la violenza istituzionalizzata di cui sono stati oggetto e ciò che diventa l’uomo, che sia diventato cosa agli occhi dell’uomo» (dall’Introduzione ad una mostra fotografica tenuta a Venezia negli anni ’70).

Il volume pubblicato dall’editore Contrasto raccoglie lo storico reportage realizzato da Gianni Berengo Gardin tra il 1968 ed il 1969 all’interno di alcuni istituti psichiatrici italiani. Recentemente Carmilla si è occupata della gestione/costruzione della salute mentale grazie a Piero Cipriano che ha affrontato il manicomio fisico, la psichiatria chimica e la macchina diagnostica in grado di conferire identità e destino all’individuo.

Questo libro ci riporta al sistema concentrazionario manicomiale precedente la svolta basagliana. Si pensi che fino alla legge 180 del 1978 il criterio che determinava l’internamento in manicomio era sostanzialmente ancora quello dettato dalla legge 36 del 1904 che prevedeva il ricovero coatto del paziente in quanto “pericoloso per sé e per gli altri o di pubblico scandalo”. Non è difficile immaginare quanto arbitrio potesse contenere anche solo l’idea di “pubblico scandalo”.

Le lotte contro i manicomi portate avanti nell’Italia degli anni ’60 e ’70 da personalità come quella di Franco Basaglia non possono essere scorporate da quell’insorgenza diffusa che per un ventennio ha portato tanti e tante a smettere di chinare la testa di fronte al potere politico, economico e culturale osando pensare e praticare forme di libertà. È in tale contesto che (anche) le recinzioni dei manicomi sono state aperte.

Firenze © Gianni Berengo Gardin/Contrasto

Firenze © Gianni Berengo Gardin/Contrasto

È importante ricordare quel che è stato e lo è soprattutto in un’epoca come questa in cui il disagio mentale viene dato in pasto all’opinione pubblica dai media soltanto quando si ritiene possibile imputare ad esso episodi di violenza, in un momento storico in cui non mancano dichiarazioni, più o meno esplicite, di nostalgia per quelle istituzioni totali capaci di “togliere il problema dalla strada”.

Ricordare cosa sono stati i manicomi può essere utile affinché chi pensa di cavarsela invocando soluzioni precedenti la legge 180 si prenda le sue responsabilità. A tale scopo la documentazione fotografica non può che svolgere un ruolo importante ed il reportage di Gianni Berengo Gardin riprodotto dal libro risulta prezioso. Questa documentazione, realizzata insieme a Carla Cerati sul finire degli anni ’60, e confluita nel volume Morire di classe. La condizione manicomiale (Einaudi, 1969) insieme a testi scritti da Basaglia, si è rivelata fondamentale al fine di far conoscere all’Italia di fine anni ’60 – inizio anni ’70 la condizione dei reclusi in manicomio.

Firenze © Gianni Berengo Gardin/Contrasto

Firenze © Gianni Berengo Gardin/Contrasto

Nel volume, oltre al reportage fotografico di Gianni Berengo Gardin realizzato tra il 1968 ed il 1969 all’interno di alcuni istituti psichiatrici italiani, sono presenti uno scritto di Franco Basaglia, tratto dal libro da lui curato Che cos’è la psichiatria? (1967), un intervento di Peppe Dell’Acqua e Silvia D’Autilia ed una ricostruzione cronologica delle principali tappe che dalla nascita delle istituzioni manicomiali nell’Europa di fine ’700 portano, in Italia, alla legge 180 del 1978.


Immagini pubblicate con il consenso dell’editore

Il volume fotografico – 21×18,8 cm – contiene 100 foto in bianco e nero non corrette, modificate o inventate al computer

 

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