Lorenza Ronzano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Scrittori cosmo e scrittori cosmetici (con particolare riferimento al mondo psi) https://www.carmillaonline.com/2020/11/03/scrittori-cosmo-e-scrittori-cosmetici-con-particolare-riferimento-al-mondo-psi/ Tue, 03 Nov 2020 22:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63251 di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più [...]]]> di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più o meno valorosi rappresentanti di cosmesi culturale. Restringendo la visuale alla cultura italiana contemporanea, potrei contrapporre scrittori-cosmo come Siti e Moresco a scrittori cosmetici come Veronesi e Carofiglio e Ferrante e tanti altri. Ma approfondirò l’analisi dei due modelli a partire da un ambito che in questi ultimi anni ho imparato a conoscere più nel dettaglio, quello della psicologia e della psichiatria, dove i cosmetici trovano i loro esponenti in Recalcati, Crepet, Galimberti, mentre gli psichiatra-cosmo sono rappresentati da medici come Basaglia, Borgna o Cipriano.

Soltanto gli esponenti della cultura-cosmo, siano essi scrittori, psicologi, medici, antropologi, ecc., sono reali intellettuali. La vera cultura promana dai primi; i secondi, spacciatori di nozioni cosmetiche, appartengono all’ambito culturale soltanto nella misura in cui compiono un’opera di intrattenimento, di svago, di imbellettamento, di blanda narcosi.

Le caratteristiche degli intellettuali cosmo, di cui i cosmetici sono privi, sono le seguenti:
i cosmetici non portano mai avanti un discorso in prima persona, non si azzardano mai a dire “io”. Il loro ego, d’altra parte piuttosto pervasivo, è però messo al riparo delle loro locuzioni preventive – nelle opere dei cosmetici vengono adoperati spessissimo i “si dice”, “come si è detto”, “si afferma” – e i loro discorsi e le loro argomentazioni vengono montati come puzzle di citazioni, sotto la tutela di classici autorevoli.

Gli intellettuali cosmo invece si assumono la responsabilità delle loro idee, parlano in prima persona, dicono “io”, ci mettono la faccia. Non protetti dal gioco combinatorio del citazionismo, appunto rischiano, con il loro personale discorso, di perdere la faccia – che è forse l’unica cifra per misurare il valore di un saggio o di un romanzo. Per esempio, i libri di Recalcati sono estenuanti rimasticazioni, peraltro molto ben diluite, molto ben insalivate dall’autore, di idee tratte dalle teorie psicanalitiche lacaniane mescolate a concetti perlopiù impersonali, divenuti ormai di dominio pubblico a furia di essere estrapolati dai loro contesti originari e riproposti in forma stilizzata e quasi naif per via del continuo logorio e delle eccessive semplificazioni cui son stati sottoposti. I libri di Basaglia, così come quelli di Cipriano, nascono invece dall’esperienza diretta degli autori che, prima ancora di essere autori, sono professionisti che esercitano il mestiere di psichiatra a contatto con pazienti, i quali a loro volta, prima di essere pazienti, sono esseri umani alle prese con la vita.

I saggi degli scrittori-cosmo hanno quest’origine vitale e umana, connessa con un’esperienza personalissima e irripetibile, che viene narrata e testimoniata in prima persona. I saggi dei cosmetici invece hanno un’origine perlopiù antologica e combinatoria; i loro autori, facendo le pulci a qualche trattato accademico, ne ritagliano poi una frase o due, e su quelle ci cuciono addosso postille e minuterie argomentative per centinaia di pagine.

Connessa alla prima caratteristica, e in stretta relazione con essa, c’è il discorso sull’origine delle idee degli scrittori-cosmo in contrapposizione con i cosmetici: questi ultimi, come le succursali in franchising di grandi marchi, si appoggiano sempre all’azienda madre. Le opere cosmetiche sono caratterizzate dalla circostanza che i loro autori non hanno visto ciò di cui scrivono, né vissuto in prima persona ciò di cui argomentano, e anzi il più delle volte non l’hanno mai nemmeno concepito o immaginato. In breve, le opere cosmetiche sono letteratura e saggistica in franchising. Recalcati e Umberto Eco, per esempio, possiedono precisamente il temperamento degli aziendali che desiderano avviare una nuova impresa, ma che, non volendo partire da zero, preferiscono affiliarla a marchi già affermati. Nei loro saggi e nei loro romanzi, in effetti Recalcati ed Eco compiono un lavoro di affiliazione commerciale: le loro idee in franchising, mediate dall’azienda-madre di riferimento – la colossale teoria psicanalitica novecentesca, nello specifico la dottrina lacaniana per il primo; la semiotica strutturalista del saccheggiatissimo Barthes per il secondo – vengono ri-prodotte e ridistribuite al grande pubblico come servizi e beni di consumo. Sarà difficile trovarci qualcosa di illuminante o di originale, perché in cambio del rischio d’impresa dimezzato grazie alla tutela dell’azienda-madre, come ogni buon affiliato, gli autori di opere cosmetiche si impegnano a rispettare scrupolosamente gli standard e i modelli di produzione stabiliti dai franchisor.

Un’altra fondamentale differenza tra i due modelli riguarda la natura della complessità dei libri-cosmo rispetto a quella dei cosmetici: la complessità delle opere cosmetiche è tutta apparente ed esteriore, superficiale. A rigor di logica, non la si potrebbe nemmeno definire complessità, se intendiamo la complessità nel suo più puro significato derivante da complessione, cum (insieme)+plecto, dal greco pleko, ovvero attorco, intreccio, piego, creo pieghe, cioè unisco insieme strati diversi, di diversa fattura, di diversa natura, di diversa profondità, cosicché ciò che sta sotto è unito a ciò che sta sopra, o di traverso, o di lato, o ai bordi, per mostrare quelle affinità e analogie che nel dispiegamento della superficie non potevano balzare all’occhio, né essere colte insieme.

Mentre i cosmetici spiegano – la diligente spiegazione, il prolisso spiegamento come operazione contraria alla turgida e fitta complessità, dove s-piegare significa mettere tutto sullo stesso piano, cosicché i punti salienti risultino sì ben visibili, ma accampati l’uno distante dagli altri, precludendo ai nessi e alle relazioni di risultare evidenti e ben visibili; i saggisti-cosmo invece rendono complesso, cioè creano pieghe nel discorso, cucendo insieme idee, avvicinando i lembi di quelle analoghe, per metterle in relazione e per creare tra di esse una familiarità, affinché prolifichino. Si capisce come i primi, i cosmetici, abbiano più successo, e i secondi meno.

La complessità dei cosmetici, dicevo, è complessità soltanto esteriore, e si avvale della ricercatezza del linguaggio per sopperire a quella ricchezza di significati che non possiede. Si può dire che i libri di un Recalcati, o di un Crepet siano discorsi comuni tradotti in linguaggio letterario, accademico. Discorsi che suppergiù qualsiasi persona priva di cultura potrebbe formulare andando a braccio, sulla rotta del proprio buon senso, e che vengono poi tradotti in linguaggio accademico, imbellettati di termini che suonano colti e desueti. Si tratta insomma di contraffazioni, di traduzioni – mai come in questo caso il termine traduzione, dal latino tradere, strettamente imparentato con tra-duco, conserva il proprio significato originario di tradimento.

Il linguaggio adoperato nelle opere-cosmo è invece esattamente l’opposto: si adopera una lingua comune, comprensibile e accessibile a tutti, per esprimere idee mai prima concepite, idee che allacciano insieme concetti che ancora nessuno mai aveva avvicinato né messo in relazione, affinché dischiudano un’inedita interpretazione delle cose.

Mentre i cosmetici fanno pagare cara la banalità conciata da eccezionalità; gli scrittori-cosmo offrono l’originalità e non di rado la genialità sguarnite da orpelli letterari, servite sul modesto vassoio di una lingua accessibile a tutti (modesto vassoio, che poi… la lingua accessibile a tutti non è un demerito, bensì il più raffinato approdo per chi ha serie ambizioni letterarie), infischiandosene spavaldamente del rischio di essere svalutati da chi non sa cogliere le cifre dell’autentica creazione intellettuale (cioè da quasi tutti).

Un’ulteriore differenza, che discende a grappolo dall’ultima esaminata: la presenza di interferenze polari, di mescolanze categoriche dei libri-cosmo, che invece i cosmetici si guardano bene di evitare. Nei libri di Recalcati o dell’ “umanista” Galimberti non prendono mai la parola i pazienti, se non per essere analizzati e sottoposti a scrutinio. Non c’è mai posto per gli uomini e per le donne in analisi, se non come, appunto, “folli” o analizzati. Nei libri di Cipriano invece prendono parola i pazienti in qualità di persone, di esseri umani, e le loro testimonianze contribuiscono direttamente a portare avanti il discorso sulla psichiatria.

I libri cosmetici non si aprono mai davvero alla realtà, sono sistemi chiusi, bei labirinti di nozioni in cui perdersi graziosamente in un pomeriggio pigro. I libri-cosmo si aprono e si riconnettono sempre alla realtà – prima di tutto nascono da essa, per esempio la “trilogia della riluttanza” di Cipriano non può essere annoverata tra la saggistica accademica perché nasce come testimonianza di lavoro sul campo, come documento di impegno civile e professionale – e sono infatti intrisi di considerazioni personali, di stralci diaristici, di interferenze autoriali (spesso l’autore lascia la parola ad altri, e per altri naturalmente non intendo i padri della psicologia o altre autorità, ma i veri grandi altri, cioè i pazienti, coloro che in tutta la storia della psichiatria e della psicologia non hanno mai avuto voce in capitolo).

Per gli scrittori-cosmo la cultura è un universo organico, vitale, per i secondi un gioco combinatorio. I primi sono come degli estrattori di succo: il mondo passa attraverso di loro come una mela una carota un limone attraverso gli ingranaggi e il filtro di un estrattore. Ne uscirà un siero, il succo condensato di un universo culturale. I secondi sono delle specie di hobbisti che per noia giocano al piccolo chimico: tirano fuori la scatola con le essenze e gli elementi, li diluiscono e li combinano a vicenda, ne vien fuori una sintesi magari anche gradevole e profumata, ma a che serve? Un trastullo con cui trascorrere il tempo. Ecco la cosmesi culturale, sintesi di principi attivi morti ridotti in polvere, gioco combinatorio, vezzo estetico nel riproporre e nel riprodurre il già visto, già capito, già detto.

C’è differenza anche nella militanza tra gli scrittori-cosmo e i cosmetici. Questi ultimi spacciano nozioni, i primi fanno esercizio d’intelligenza. Differenza tra spaccio di nozioni e intelligenza: intelligenza come capacità di intus+legere, ovvero abilità di cogliere e mettere in relazione ciò che sta sotto (sotto all’apparenza, sotto al discorso condiviso, sotto alla realtà manifesta), quindi abilità di leggere il mondo – il mondo, non la realtà; la realtà è già mondo cifrato, è già mondo ridotto a sistema. Intelligenza in questa accezione è tutt’uno con l’onestà intellettuale, e con la purezza delle intenzioni. Le stesse identiche teorie, gli stessi identici concetti, se maneggiati con intelligenza, possono dirsi realmente cultura, costituiscono davvero cultura; ma gli stessi concetti, se esplicati senza intelligenza diventano altro – non si può nemmeno dire che si deteriorino a mere informazioni, ma appunto fuoriescono dall’ambito intellettuale, diventano svago, intrattenimento.

Ma a questo punto allora è meglio trattare e avere a che fare con il dato nudo e crudo, andarsi a leggere direttamente i libri dell’autore in questione – meglio leggersi le opere di Lacan che ascoltare Recalcati che le recita male – meglio consultare direttamente i manuali, l’enciclopedia, persino Wikipedia è una scelta migliore rispetto ai riadattamenti dei cosmetici, perché le idee e i concetti trattati senza intelligenza scadono a propaganda, vengono deformati dagli interessi di chi li manipola per abbindolare, per ottenere visibilità, per smuovere emozioni, compiacere vanitosamente l’uditorio, ipnotizzarlo retoricamente, ecc..

Inoltre, una differenza molto eterea, quasi esoterica, tra i due modelli consiste nella diversissima qualità dell’attenzione e dell’intenzione con cui gli autori scrivono: gli scrittori-cosmo sono come antenne che captano dall’etere segnali-radio per poi trasmetterli e diffonderli attraverso le loro opere, mentre gli autori-cosmetici compongono le loro opere perlopiù a partire da un atto volontaristico, da un desiderio egotico. Mentre i primi ricevono e captano idee, i secondi architettano nozioni. C’è differenza tra idee e nozioni.

Un’idea è qualcosa di organico e di indipendente – indipendente dalla mente di colui che la maneggia e che la esprime. Le nozioni sono i tasselli di cui si compongono le idee, come le tessere di un mosaico. Certo sono essenziali per la sua realizzazione, ma quel che conta è il mosaico, la visione d’insieme, appunto l’idea, il “disegno”. Anche i concetti, benché più complessi e articolati delle nozioni, hanno un’origine limitata, in quanto vengono concepiti da una singola mente, la loro manifattura è umana. All’origine di concetti e nozioni c’è sempre un atto di volontarismo individuale, e, pertanto, scorie più o meno evidenti di autoaffermazione. L’idea invece viene sempre in mente, (“Mi è venuto in mente”, “Idea!”, “Ho avuto un’idea”, “Mi si è accesa la lampadina”). Le nozioni hanno un’origine individuale e volontaristica, mentre le idee hanno un’origine superindividuale e spontanea, nella misura in cui vengono captate e recepite dall’ambiente circostante. Le vere idee non vengono mai pensate, studiate a tavolino; le vere idee vengono in mente, solo loro che pensano noi. Gli scrittori-cosmo, come in un download, le scaricano dall’etere, dall’atmosfera, dall’ambiente, dalla qualità elettrica collettiva in cui siamo immersi. Si può essere solo buone o cattive antenne per le idee, mai buoni o cattivi artefici. Chi architetta un pensiero, chi mette insieme concetti è fuori dall’idea. Può avere idee chi sta in ascolto – chi ha una struttura fisiologica atta a essere ricettivo. Poi, naturalmente, c’è bisogno che le riconosca, che le organizzi e le traduca in un pensiero condivisibile, comprensibile. A questo punto soltanto sono concessi il lavoro a tavolino, l’analisi, l’architettare un recipiente nozionistico in cui calare l’idea. Ma, prima, tutte queste operazioni sono controproducenti.

Gli scrittori-cosmo dunque scaricano le idee e le danno in pasto, le mostrano, le offrono generosamente quand’anche non organizzate in un discorso impeccabile, non hanno remore a servirsi di linguaggi che rasentano l’oralità perché sono gli stenografi del mondo. Gli scrittori cosmetici invece si limitano a riorganizzare concetti derivati da vecchie idee, ovvero ideologie – quando l’idea non aderisce più alla realtà, perché nel frattempo il mondo è cambiato, come una pancera larga, o troppo stretta, si ha l’ideologia; la vecchia, esausta idea scade in ideologia, l’ideologia è un complesso di idee scadute. Recalcati, per esempio, è uno che maneggia pancere troppo strette o troppo larghe (Freud? Lacan? il perdono?, ma che vogliono ‘sti zombie?), insomma ideologie che non calzano più il mondo.

Ancora sulla differenza della vocazione e della militanza: i cosmetici non sono al servizio di un’idea ma, al contrario, usano e riciclano idee per i propri scopi, per vendibilità, per vanità personale, godibilità, popolarità, ecc.

Pasolini, per esempio – emblema degli intellettuali-cosmo – era al servizio delle idee, e non si curava di sé e della propria immagine, o di quella che poteva essere la ricezione della sua immagine. L’immagine di Pasolini è stata totalmente modellata dalle sue idee, come se fossero le idee a secernere l’intellettuale, e non viceversa. Il vero intellettuale capisce sempre il mondo suo malgrado. Nei video, nelle interviste, questi aspetti sono lampanti, – è evidente la passione con cui Pasolini è manovrato dalle sue idee, è evidente la sua mancanza di vanità (e se c’è vanità, è la vanità dell’invasato, di chi sa di essere il portavoce di qualcosa di più grande di lui, di qualcosa che lo trascende). Il vero intellettuale è sempre sottoposto, sempre vittima delle proprie idee. Gente come Sini, Recalcati, Crepet, invece, stanno al di sopra delle idee. Comodi, avvolti in caldi maglioni e gilet sartoriali, te le fanno cadere dall’alto, proprio. Non le prendono sul serio, e non sono presi sul serio dalle idee. Giocano. Ci giocano come fossero biglie, scavano tunnel in cui farle rotolare, gongolano mettendole in fila una dopo l’altra, compiacendosi della resa estetica, imboniscono l’uditorio elargendo le più leziose, le più intriganti, le più ricercate. Fanno un lavoro di ricamo, di uncinetto culturale.

Nel migliore dei casi, i cosmetici fanno teatro con la cultura. Attori che allestiscono una messinscena a partire da qualche topos trito e ritrito del nostro immaginario dottrinale. Come in un monologo teatrale, il risultato può essere accattivante. Sono interpreti, attori che inscenano il grande pensatore, il filosofo, il Maestro, l’intellettuale, ecc.

È questo a sedurre e ad affascinare, e che sta a fondamento del loro successo e della loro popolarità.

Non a caso i loro monologhi, le presentazioni dei loro libri, gli interventi di fronte al pubblico hanno sempre un impianto drammatico-scenografico: dai modi all’abbigliamento, dalla gestualità alla gestione dei silenzi e del tono della voce, ci sono molto più studio e lavoro e qualità attoriali che non intellettuali – non sto con ciò sminuendo la carriera attoriale, tra l’altro notevole, sto piuttosto cercando di riportare l’attenzione sul fatto che è una cosa diversa dal ruolo dell’intellettuale.

Come alla radio, impostano la voce nei toni giusti, sembra che siano abituati a fare prove microfono, più che a sondare i principi generativi di un concetto dall’altro. Prendono una frase, una semplice citazione e la atterrano in cento posizioni diverse, come in un kamasutra del verbo. Sono manierati, raramente dispongono di intuizioni notevoli, allora ripiegano sul linguaggio e gli fanno fare il contorsionista, genuflettono frasi, stordiscono coi virtuosismi linguistici, anafore, catafore, ripetizioni, ellissi… è una cantilena. E’ la carriera del pifferaio, dell’imbonitore di folle. Alzano e abbassano la voce come nei trailer dei film commerciali, in cui gli speaker montano la suspense secondo ritmi calcolati per tenere in pugno l’attenzione degli ascoltatori.

Perlopiù fanno appello a quel piacere che gli esseri umani imparano a godere da piccoli, nel lettuccio protetto dalla voce rassicurante dei genitori che raccontano le fiabe. Non importano i significati, importa soltanto un certo sentimentalismo del Significato, quel tiepido senso di pace e sicurezza che promana dalla voce pastosa dei genitori. Sono come il padre che declama impeccabilmente la fiaba. Non importa il senso della storia, importa l’ipnosi, la devozione verso il padre che dice. Non importa cosa, perché il Padre dice. Allungano le vocali, “No, signori, noooo… non è come pensate”. Uhh, brividi… No, e certo, la detengono loro la verità. È arrivato il padre a dirmela.


Su Carmilla: Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera 2019

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Il riduzionismo psichiatrico e la variabile umana https://www.carmillaonline.com/2019/04/03/il-riduzionismo-psichiatrico-e-la-variabile-umana/ Tue, 02 Apr 2019 22:01:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51751 di Gioacchino Toni

Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 220, € 16,00.

«Vado in ospedale ad ascoltare la sofferenza delle persone, con l’intenzione di trasformare i loro sintomi in qualcos’altro. Lasciate stare le diagnosi, non hanno importanza, raccontatemi la vostra storia, ditemi, com’è andata? Come mai siete qui? Per cosa vivete?» Lorenza Ronzano

«Penso che Lorena Ronzano abbia tutte le carte in regola per raccontarci come le trecento e più partizioni del manuale diagnostico americano siano poche, pochissime, insufficienti per ingabbiare tutti gli umani, perché le diagnosi umane sono almeno [...]]]> di Gioacchino Toni

Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 220, € 16,00.

«Vado in ospedale ad ascoltare la sofferenza delle persone, con l’intenzione di trasformare i loro sintomi in qualcos’altro. Lasciate stare le diagnosi, non hanno importanza, raccontatemi la vostra storia, ditemi, com’è andata? Come mai siete qui? Per cosa vivete?» Lorenza Ronzano

«Penso che Lorena Ronzano abbia tutte le carte in regola per raccontarci come le trecento e più partizioni del manuale diagnostico americano siano poche, pochissime, insufficienti per ingabbiare tutti gli umani, perché le diagnosi umane sono almeno sette miliardi quanti sono i terrestri, anzi, che dico, sono di più, perché dobbiamo aggiungervi le diagnosi dei tipi umani vissuti finora, di quelli che verranno, e moltiplicare per cento o per mille, perché ognuno di noi non è (ancora) un androide, è mutevole» Piero Cipriano

Come è noto a chi ha letto la “trilogia della riluttanza” pubblicata dalla casa editrice Elèuthera – composta da La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016) –, e il suo ultimo libro Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (2018), Piero Cipriano, pur nella consapevolezza di operare una semplificazione, suddivide schematicamente gli operatori che si confrontano con il disagio mentale in alcune categorie. Ai due estremi, che a volte sembrano finire col toccarsi, colloca i “manicomiali”, che non hanno bisogno di particolari presentazioni nel loro ruolo di integrati e complici del sistema repressivo istituzionalizzato in tutte le sue sfaccettature, e gli “antipsichiatri” che, nel loro comodo restare fuori dalle istituzioni, finiscono per lasciarle agire indisturbate. Tra questi due estremi Cipriano individua almeno altre due categorie: quella degli operatori di “buon senso” e quella dei “riluttanti”. Al primo raggruppamento appartengono i tanti psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, infermieri ed educatori, che pur essendo, il più delle volte, “brave persone”, non mettendo mai davvero in discussione le diagnosi ed il ricorso smodato ai farmaci, finiscono con l’accettare l’impianto generale della malattia e della cura psichiatrica senza mai trovare il coraggio di dire che tale macchina di gestione del disagio non aiuta davvero i pazienti. Al secondo raggruppamento appartengono invece gli “anti-istituzionali” (basagliani, para-basagliani, simil-basagliani ecc.), quei “riluttanti” che hanno scelto di combattere la propria battaglia nel cuore delle contraddizioni, cioè dall’interno del sistema per cambiarlo.

Dopo aver passato in rassegna le tappe principali della pratica psichiatria “prima e dopo Basaglia”, nel suo ultimo libro, uscito a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi, Cipriano cede la parola ad una serie di persone che, a vario titolo, si rapportano con l’universo del disagio mentale in maniera non convenzionale: uno psicologo che preferisce svolgere la sua attività nell’orto anziché nel canonico studio; un giovane psichiatra che non smette di chiedersi se è possibile svolgere la sua attività in maniera più utile rispetto a quella imposta dalle modalità convenzionali; una giovane infermiera irriducibilmente ostile alle fasce di contenzione; un’economista amante di jazz che, pur in assenza di “titoli” alla cura, espone brillanti idee circa le modalità con cui una società dovrebbe prendersi cura di sé; una laureata in lettere che pratica “consulenze filosofiche” colloquiando con i pazienti in un day hospital psichiatrico.

Di quest’ultima “riluttante”, Lorenza Ronzano, è uscito da poco il libro La variabile umana (2019), pubblicato dalla sempre meritoria casa editrice Elèuthera, con un’introduzione dello stesso Cirpriano che, nel presentare l’opera, mette in evidenza come l’autrice sia un’operatrice psichiatrica un po’ particolare. Intanto il fatto che si tratti di una donna che si occupa di tali questioni non è affatto un elemento da sottovalutare, visto che la storia della psichiatria è stata in buona parte scritta da uomini. Ed oltre al fatto che Ronzano non è psichiatra, psicologa e nemmeno infermiera, a rendere tale libro particolarmente efficace, rispetto a «quelli scritti da psi è che la storia della psichiatria, da Pinel in poi, è sempre stata fatta da psichiatri, mai da psichiatrizzati» (p. 18). E Ronzano, come racconta direttamente nel suo contributo pubblicato su Basaglia e le metamorfosi della psichiatria di Cipriano, ha vissuto un’esperienza diretta con i fallimentari tentativi della psicoterapia: «sarebbe stata una giovane psichiatrizzata se a diciotto anni, con un gesto di orgoglio e strafottenza, non avesse ricusato, rigettato, vomitato, la diagnosi che lo psichiatra che aveva in cura suo padre le attribuì: tu sei come tuo padre, le disse, la schizofrenia è genetica, ereditaria, la tua stranezza, le ripeté, è figlia della stranezza di tuo padre, e come la sua stranezza anche la tua stranezza io al chiamo schizofrenia» (p. 18).

Se non bastasse la presenza di tali “anomalie”, rispetto ai dogmi vigenti, a rendere interessante il volume di Ronzano è, secondo Cipriano, il fatto che l’autrice «è una formidabile narratrice, una delle poche persone al mondo (direbbe Roberto Bolaño) che legge o meglio ha letto tutti i diari dei fratelli Goncourt, e dopo questo saggio narrativo (o conte philosophique, o oggetto narrativo non identificato, per dirla con Wu Ming) inevitabilmente esploderà (in senso buono) in seno alla narrativa italiana con i suoi romanzi scritti, appunto, alla Goncourt. Per cui – continua Cipriano – io potrò dire che non solo non le ho fatto la diagnosi né l’ho ricoverata, ma l’ho istigata, dopo che mi fece leggere il suo inedito manoscritto goncourtiano (anche se di primo acchito non lo apprezzai, perché l’insolito, il perturbante, appunto in quanto tale non può piacere, almeno a una prima lettura), a scrivere del suo mestiere di consulente filosofica in un day hospital psichiatrico della sua città. E così è venuto fuori questo libro. Che è una costola del suo romanzo, tutto sommato» (p. 19).

Lorenza Ronzano, dopo aver collaborato per alcuni anni con l’equipe medica di un reparto psichiatrico della sua città svolgendo colloqui individuali con i pazienti che passavano dal day hospital, è giunta alla conclusione che spesso il ricorso alla psichiatria è del tutto improprio. Secondo l’autrice spesso si ricorre allo psichiatra come ad una sorta di factotum in grado di risolvere tutti quei problemi che non si sa bene chi altri potrebbe risolvere. Per certi versi lo psichiatra sembrerebbe aver sostituito il sacerdote a cui, un tempo, si ricorreva perché in lui si individuava la figura deputata ad ascoltare quei problemi che non si sapeva bene a chi altri confidare, ma anche perché, attraverso il religioso, si poteva disporre dei contatti sociali dell’ambiente parrocchiale e questi avrebbero potuto tornare utili al fine di risolvere i problemi.

Se la maggior parte degli individui che si rivolgono ad un servizio psichiatrico lo fanno nella speranza che gli operatori prestino loro attenzione e capiscano i loro problemi, occorre però prendere atto, sostiene Ronzano, che buona parte delle loro sofferenze, dei loro problemi, è di natura sociale e spesso ha a che fare con ristrettezze economiche, con la perdita del lavoro e di conseguenza del reddito, con delusioni affettive, con la solitudine e con l’assenza di cure per gli anziani.

Anche se buona parte di chi ricorre ai day hospital psichiatrici manifesta forme di disagio che non sono di natura psichiatrica, e spesso nemmeno psichica, le diagnosi più frequenti con cui vengono etichettati dagli operatori hanno a che fare con “depressione”, “ansia” e “disturbi della personalità”. Così facendo l’operatore, evitando di affrontare la complessità del caso specifico che si trova di fronte, adempie al suo ruolo di “applicatore di patologie”, con relativa prescrizione farmacologica. Così facendo si riduce la complessità dell’individuo a quella classificazione stereotipata imposta dal manuale diagnostico americano con tutto ciò che ne consegue in termini di negazione della personalità, di controllo e redditività spesso ottenuta attraverso la dipendenza chimica.

Nonostante lo scollamento «tra le arbitrarie classificazioni della psichiatria e ogni essere umano nella sua singola, peculiarissima storia» (p. 26), Ronzano segnala come nella sua esperienza sul campo si sia spesso imbattuta in persone che dai centri di assistenza psichiatrica pretendono una diagnosi sentendosi, in qualche modo, confortate dal poter “far parte” di una condizione sottoposta a vigilanza dalla scienza medica. «Può sembrare paradossale, ma spesso “essere depresso” piuttosto che “soffrire d’ansia” viene percepita come una condizione rassicurante, perché permette di circoscrivere la sofferenza a un preciso ambito, a una causa specifica. Avere la possibilità di individuare in un deficit psichico l’origine del proprio dolore, può alleviare in qualche modo la percezione di sentirsi responsabile della propria infelicità» (p. 27). Inoltre, continua Ronzano, la diagnosi sembra poter donare all’individuo un’identità, cosa che nell’attuale società sembra essere indispensabile. Appartenere alla categoria dei “depressi”, ad esempio, aiuta l’individuo a “sentirsi qualcuno” e piuttosto che trovarsi a corto d’identità è auspicabile vedersi riconosciuto un disturbo mentale. Insomma, meglio essere malati che niente.

Di fronte a pazienti che giungono nei day hospital psichiatrici e che palesano di non avere problemi psichiatrici o psichici, se solo si avesse la pazienza di ascoltare le loro storie evitando di applicare meccanicamente diagnosi dettate dal Manuale e prescrivere medicinali in quantità, sarebbe più onesto da parte degli operatori, scrive Ronzano, ammettere «di non avere il potere né la possibilità di aiutare qualcuno, al limite consigliarlo di rivolgersi altrove […] Se un servizio psichiatrico (o meglio di salute mentale) fosse un reparto seriamente responsabile, ogni giorno dovrebbero essere compilate, oltre alle inevitabili cartelle cliniche, anche “cartelle sociali”, per così dire, in cui stilare un piano di intervento e di collaborazione con le strutture socio-assistenziali presenti sul territorio, per aiutare il paziente a risolvere problemi alla cui origine, evidentemente, concorrono motivazioni ben diverse da quelle personali e patologiche. Sarebbe auspicabile che la psichiatria si trasformasse in un centro di analisi e smistamento dei casi» (pp. 28-29). Esistono in Italia alcuni dipartimenti di salute mentale, come a Trieste, che operano in tal senso. Nulla di impossibile, dunque. Basterebbe volerlo fare.

Ronzano si sofferma anche sull’uso che il potere fa delle parole passando in rassegna alcuni termini a cui ricorre la psichiatria contemporanea al fine di affibbiare le diagnosi più comuni. Ad esempio, il termine “depresso” – che letteralmente significa qualcosa/qualcuno che è stato schiacciato, abbassato, abbattuto – secondo i parametri psichiatrici identifica «una persona che per un periodo di tempo abbastanza lungo “vive di episodi di umore depresso accompagnati principalmente da una bassa autostima e perdita di interesse o piacere nelle attività normalmente piacevoli”. La presunta diagnosi non connota la persona in base a una serie di sintomi inequivocabilmente invalidanti, ma in base alla sua collocazione (la condizione di essere “al di sotto”, richiamata espressamente dai termini di umore “depresso”, “bassa” autostima, “perdita” di interesse e piacere) rispetto a una linea di demarcazione, ovvero rispetto alla soglia della cosiddetta e non altrimenti specificata “normalità”» (pp. 33-34).

Una diagnosi così emessa si preoccupa soltanto sulle «derive del vissuto del paziente, sulla sua iperattività neuronale, sul suo essere schiacciato al di sotto del limite “normale”» (p. 34) e non dice nulla sul vissuto, sullo stato di salute e sull’aspetto umano dell’individuo. Pertanto, la “depressione”, scrive Ronzano, non è in realtà una diagnosi e nemmeno una definizione; si tratta di «un abborracciato giro di parole per imporre categoricamente uno stato di cose, e cioè che esiste una soglia umorale e comportamentale normalmente ritenuta accettabile e valida, al di sotto della quale si diventerebbe automaticamente dei “depressi”. Pura tautologia» (p. 34).

Se è vero che tante persone, pur di affrontare il disagio provato, si rassegnano a “fare i malati”, scrive l’autrice, «è altrettanto vero che i medici, accettando di “curarle” in qualità di casi patologici, hanno la loro buona parte di responsabilità nell’aggravare questo uso improprio della psichiatria. Se di certo si può parlare di concorso di colpa, non c’è dubbio che le equipe psichiatriche, rappresentando l’autorità medico-scientifica, dovrebbero per prime disporre in altra maniera. Nel momento in cui uno psichiatra fornisce una diagnosi e una cura farmacologica è come se statuisse che le origini dei problemi della persona sono: 1. di natura personale, cioè da ricercarsi e imputarsi all’individuo in questione. 2. Di natura chimico-neurale, cioè risiedono in un qualche non meglio specificato disturbo neurotrasmettitoriale» (p. 83).

In questo modo, sostiene Ronzano, la psichiatria riduce un problema che tocca l’intera compagine socio-cultuale al cervello di una singola persona. «L’ambito in cui i problemi andrebbero ricercati e risolti (la società, un’intera cultura) è stato gravemente ristretto non soltanto dal corpo sociale al corpo individuale, ma anche dal corpo individuale al singolo organo. In questa operazione riduzionista, la psichiatria non è per nulla ecologica dal momento che – pur ammettendo, in teoria, che i problemi si formano in ambiente collettivo – nella pratica interviene soltanto sul cervello dei singoli individui» (pp. 83-84).

Attraverso tale pratica riduzionista l’autoritarismo medico-scientifico ottiene un doppio obiettivo. «Ignorando la componente socio-economica nell’origine dei problemi del singolo […] mira a stornare l’attenzione critica dai problemi socio-politici, concorrendo al mantenimento dello status quo per nulla vantaggioso per la maggior parte dei cittadini» (p. 84). Inoltre tende a a decolpevolizzare i singoli «individuando l’origine dei loro problemi non in scelte e comportamenti sbagliati, bensì in un loro presunto malfunzionamento neuronale, in qualche scompenso chimico. La decolpevolizzazione va di pari passo con l’irresponsabilizzazione, attuata attraverso il conferimento di una diagnosi. Infatti una diagnosi è sempre, in prima battuta, l’istituzionalizzazione di un deficit» (p. 85).

Ed il “consulente filosofico”? Cosa accidenti fa il “consulente filosofico” quando si trova di fronte i pazienti al reparto psichiatrico? Dialoga con consultanti, per dirla con Pier Aldo Rovatti. La filosofia rifiuta la cultura terapeutica, ne svela la dimensione autoritaria e coercitiva e cerca altre vie per essere d’aiuto a chi si presenta sofferente. L’invito, a questo punto, è di leggersi il libro di Lorenza Ronzano, una che ha imparato ad ascoltare la gente che si sfoga senza sfogliare il manuale americano, emettere diagnosi e compilare ricette. Non è poco.

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