Letteratura Argentina – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Lapislazzuli e terrore. Un femminicidio narrato da Alberto Laiseca https://www.carmillaonline.com/2024/02/24/lapislazzuli-e-terrore-un-femminicidio-narrato-da-alberto-laiseca/ Sat, 24 Feb 2024 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81359 di Emanuela Cocco

Alberto Laiseca, Il cecoslovacco, trad. di Lorenza Di Lella, dalla raccolta Uccidendo nani a bastonate, pp. 151, € 12, Arcoiris, collana “Gli Eccentrici” diretta da Loris Tassi, Salerno 2016.

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

 

Lapislazzuli. Apro questo breve contributo usando proprio questa parola. Vorrei la tenessimo a mente, vorrei diventasse un sinistro promemoria. È una parola che ognuno di noi avrà sentito nominare più di una volta, il nome di una pietra preziosa. Ma l’ho incontrata in un racconto e [...]]]> di Emanuela Cocco

Alberto Laiseca, Il cecoslovacco, trad. di Lorenza Di Lella, dalla raccolta Uccidendo nani a bastonate, pp. 151, € 12, Arcoiris, collana “Gli Eccentrici” diretta da Loris Tassi, Salerno 2016.

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

 

Lapislazzuli. Apro questo breve contributo usando proprio questa parola. Vorrei la tenessimo a mente, vorrei diventasse un sinistro promemoria. È una parola che ognuno di noi avrà sentito nominare più di una volta, il nome di una pietra preziosa. Ma l’ho incontrata in un racconto e da allora, quando penso alla violenza di genere, la parola mi raggiunge, carica di tormento. Lapislazzuli. Una parola spaventosa.

Questa è la storia di un femminicidio. L’ha scritta Alberto Laiseca, vorrei la leggessimo insieme. Il racconto è stato scritto più di vent’anni ma a leggerlo oggi non sembrerebbe, purtroppo. Come ogni cosa scritta da Laiseca è un racconto che non imita la realtà ma la forza attraverso una resa paradossale che rende le cose di colpo così assurde da pretendere la nostra attenzione. Allora, sotto la patina delirante, sotto la resa insensata degli eventi, le cose strane appariranno così fatalmente simili a quelle che conosciamo bene, di cui sentiamo parlare ogni giorno.

La storia, a suo modo, è un racconto dell’orrore, un domestico racconto dell’orrore. In queste pagine la violenza è ospitata in una casa, vive e prospera dentro una relazione. Laiseca è solito costruire edifici bizzarri nei quali albergano la paura e la sopraffazione, in questo racconto l’aggressione, e la morte che ne seguirà, arrivano attraverso le parole.

Tutto ha inizio con un corteggiamento che assume, però, la forma di un assedio. Le manovre di avvicinamento sono colpi di cannone, lei una roccaforte poco guarnita che cede subito le armi. Una donna viene scelta, si arrende. La relazione, la  tutela che ne deriva, interrompe la sua vita e la precipita in un’esperienza assurda, quella del suo matrimonio.

L’orrore, nell’opera di Laiseca, è sempre una voragine, un intermezzo grottesco, uno strapiombo in cui precipita il senso.

In questa storia il cecoslovacco, il marito, decide di uccidere la moglie servendosi di armi segrete, che sono le parole, parole che lui storpia, parole private del loro significato, un degradare il linguaggio come forma di tortura. La cosa funziona, il racconto inizia quando siamo vicini alla fine. L’uomo e la donna sono sposati da diciassette anni. La donna deperisce, invecchia, si disfa. L’uomo, ci viene detto, prospera del suo disfacimento.

 

«Le donne con le gambe grasse» si diceva per giustificarsi «non dovrebbero proprio esistere; sono un’offesa alla natura. Devono essere eliminate per ragioni etiche, estetiche, mistiche ed erotiche». Diremo inoltre che, stranamente, nonostante già da un bel po’ la moglie non lo eccitasse più, non appena cominciò a coltivare l’idea di assassinarla con armi sofisticate, sentì il desiderio sopito risvegliarsi con violenza dentro di sé. Fu come essere di nuovo innamorato.

 

L’uomo vuole commettere il delitto perfetto. Ci riuscirà. La sua opera di demolizione è accurata. La donna ha paura delle parole che segnalano i suoi errori, che mappano il suo corpo, che di colpo privano la sua esperienza quotidiana di senso. Il marito la terrorizza, la disprezza, la controlla e la schernisce. Le sue mani iniziano a tremare. La donna ha paura di non avere forza nelle mani, le cose le cadono di continuo quando lui la guarda, ha paura di essere grassa e sporca, e idiota. E lui non fa altro che rassicurarla della verità di queste tremende intuizioni.

Lapislazzuli.

Le parole fuori contesto, le frasi dell’uomo con la loro sintassi mostruosa e ridicola, la attraversano come lame.

La storia di questo matrimonio è una storia di violenza e martirio in cui il gesto è sostituito dalla parola ma conduce al dolore, alla paura, alla morte.

Il racconto è un resoconto raccapricciante carico di tormento e risa, perché il cecoslovacco si diverte nel torturare la donna, nel vederla annaspare dentro la camera di martirio che è il loro matrimonio.

 

[…] quelle parole, così assurde e trogloditicamente disposte, la punteggiatura arbitraria e la dislocazione sintattica possedevano la forza carismatica del male. E andavano a scavare nei recessi più profondi dell’animo della donna.

 

La parola è la responsabile della degradazione tanto del corpo quanto della mente della donna, fino alla dissoluzione dell’individuo nella morte. In questa selva di frasi i personaggi e il lettore sono catturati da un fatale spaesamento, un pericoloso abbandono della ragione in forza della rappresentazione di un disordine invincibile che ha catturato il mondo.

Creature orripilanti, equamente divise tra vittime e carnefici, i personaggi, abitano il racconto come marionette che inscenano la violenza del potere, riproducendo l’orrore che è dentro l’eterna ripetizione di una relazione sbilanciata, tra i corpi che hanno il mandato autoriale di infliggere il dolore e quelli che lo subiscono nella carne e, più ancora, nella mente, fino alla perdita della loro identità.

Nei romanzi e nei racconti di Laiseca la parola uccide e ha un aspetto spaventoso, contiene in sé uno strano amalgama di potere e insensatezza.

Lapislazzuli.

La parola si manifesta come ordine che dà il via alla violenza e non è oggetto di discussione, non deve essere compresa per venire eseguita.  Le parole sono ibridi, innesti frutto di invenzioni spregiudicate, mostri di caratteri che celano minacce.

Che sia mentale o fisico, il tormento a cui sono sottoposti i personaggi è un processo che porta alla perdita dello statuto di essere umano e che trasforma il corpo in un oggetto.  Il riso, con la sua carica eversiva, svela l’esistenza di un mondo in cui l’ordine morale è deragliato e la sofferenza altrui è stata trasformata in un grottesco passatempo.

In tutto questo noi lettori, come spesso accade con Laiseca, siamo lasciati completamente soli davanti all’insensatezza dell’esperienza narrata. Scorgiamo dentro le frasi la rapacità dell’uomo, la fine certa che attende la donna prima della conclusione del racconto. Mentre siamo ancora impigliati nella rete di questa delirante violenza semantica, ecco arrivare, tardive, parziali, forse inutili anche, ma inevitabili, le domande.

Perché l’orrore si compie senza nessuna sorpresa? Perché nessuno fa niente? La parola è la chiave che innesta un meccanismo di terrore e dietro la sua modulazione c’è un vuoto di senso che apre le porte alla paura. Le parole feriscono e uccidono. Gli strumenti del supplizio, nella loro varietà, hanno un elemento che li accomuna: realizzano un procedimento in cui la vittima viene fraintesa e il suo dolore viene schernito.

 

Quando gli sembrava che la manovra fosse andata a buon fine, pronunciava una di quelle parole lapidarie che lei temeva ancora di più delle sue frasi mal costruite: «Lapislazzuli».

 

Già, lapislazzuli. Perché Lapislazzuli? Perché?

E ora leggiamo insieme il racconto.

 

Il cecoslovacco

Lei diventava ogni giorno più grassa, sfatta e vecchia. Lui al contrario sembrava acquistare con il tempo sempre maggior vigore. Lei poteva andarci a letto in qualsiasi momento e invariabilmente lo trovava più forte, più sano, più colorito del giorno precedente.

Lui era cecoslovacco. Erano passati quasi vent’anni da quando era emigrato nel paese che lo aveva accolto. Lavorava come ingegnere in una fabbrica e sapeva il fatto suo. Era diventato molto amico del padrone; ne aveva approfittato per cercare di sedurre la figlia, che non mancava di fascino. Stranamente non era riuscito ad accalappiare la corteggiata ma una sua amica, una ragazza un po’ grassottella e non proprio brutta, che non aveva mai né voluto né tentato di conquistare. Non essendo stupido, aveva capito che con l’altra avrebbe perso solo tempo e aveva smesso di insistere; in un batter d’occhio aveva cambiato strada e aveva puntato i suoi cannoni verso la roccaforte meno guarnita, che aveva deposto le armi senza nemmeno tentare – non dico una difesa a oltranza – ma quantomeno una parvenza di manovra diversiva per via diplomatica.

Tre mesi dopo si erano sposati; da quel giorno erano passati diciassette anni.

Aggiungeremo, a titolo di curiosità, che lo avevano soprannominato, chissà per quale ragione, «l’ingegnere delle viti aguzze». Una volta l’ingegnere delle viti aguzze andò al cinema, a vedere un film horror. Ne fu entusiasta. Con i suoi pochi conoscenti citava sempre una battuta che lo aveva colpito e che attribuiva a Dracula: «Amico mio, le donne non sono un vizio, ma una necessità»*.

Il cecoslovacco parlava male, ma non malissimo come voleva far credere. Quando decise di uccidere la moglie servendosi esclusivamente di armi segrete, nel suo arsenale mise anche il linguaggio; quasi fosse il più letale e potente dei suoi missili nucleari a testata multipla.

Voleva commettere il delitto perfetto; a sentir lui, per ragioni estetiche. Così, benché avesse trent’anni più di lei, lei sarebbe morta molto prima di lui per effetto della sua deliberata volontà, e lui grazie quel crimine, anto e ontologico, bello e impunito, avrebbe avuto tutto per sé. «Le donne con le gambe grasse» si diceva per giustificarsi «non dovrebbero proprio esistere; sono un’offesa alla natura. Devono essere eliminate per ragioni etiche, estetiche, mistiche ed erotiche». Diremo inoltre che, stranamente, nonostante già da un bel po’ la moglie non lo eccitasse più, non appena cominciò a coltivare l’idea di assassinarla con armi sofisticate, sentì il desiderio sopito risvegliarsi con violenza dentro di sé. Fu come essere di nuovo innamorato.

Era perfino dolce con lei. Quasi affettuoso. A volte, mentre lei pelava le patate per il pranzo, si metteva alle sue spalle e restava lì in silenzio per un quarto d’ora. Quando lei se ne accorgeva, si innervosiva. «Non può fermare le bucce» diceva lui con voce stridula, meccanica, cecoslovacca, nonostante lei facesse di tutto per non lasciar cadere nulla. Gloria, infatti, cercava costantemente di correggere i tre difetti da cui era ossessionata giorno e notte. Innanzitutto la goffaggine: urtava contro i mobili, le cose le cadevano di mano, era incapace di calcolare l’energia necessaria per allungare il braccio e prendere, per esempio, un bicchiere, per cui il contenuto si rovesciava puntualmente sul tavolo. Quindi la grassezza e un sacro terrore delle malattie e della sporcizia: altri due focolai settici di nevrosi. Di questi tre angeli dell’Apocalisse, quello che riusciva a tenere meglio sotto controllo era il primo. Con grande forza di volontà e facendo molta attenzione – era piuttosto distratta –, muovendosi dapprima molto lentamente, era riuscita a ridurre dell’ottanta per cento gli urti contro mobili e altri oggetti – diventava isterica al minimo fallimento – e aveva eliminato quasi del tutto quella sua grottesca ineleganza.

Per questo motivo considerava inopportuno e ingiustissimo che lui sollevasse un vespaio per un non-nulla quando era ancora convalescente dalla sua goffaggine. Dove voleva andare a parare con il suo «Non può fermare le bucce».

La donna ebbe un sussulto e avvampò. Un istante dopo cominciarono a tremarle le mani. Riemerse tutta la sua insicurezza. E lui, come se non bastasse, aggiunse: «Chi non può fermare le bucce, dalle mani gli cadono».

Gloria era consapevole delle sue difficoltà idiomatiche; ma era convinta che la pessima sintassi della frase fosse stata esagerata di proposito. In casi come questo bisognava starlo a sentire fino alla fine se si voleva capire il senso della frase, che veniva svelato solo dall’ultima parola. Si consideri l’espressione «dalle mani gli cadono»: all’apparenza era solo un’inefficace e mostruosa, perfino ridicola, deformazione. Di fatto, invece, otteneva l’effetto contrario, perché quelle parole, così assurde e trogloditicamente disposte, la punteggiatura arbitraria e la dislocazione sintattica possedevano la forza carismatica del male. E andavano a scavare nei recessi più profondi dell’animo della donna.

Era un piano perfetto e geniale; Stepan, di fatto, disponeva di un’infinità di armi segrete. E allora perché Gloria non chiedeva il divorzio? Be’, per insicurezza e per masochismo. E lui lo sapeva perfettamente, così come non ignorava nessuno degli altri suoi punti deboli.

Poi, in tono comprensivo e accondiscendente, continuava: «Succede, a una certa età. Un mio amico ha il male di Parkinson e trema. Che brutto». Insomma alla fine le cose le cadevano di mano per davvero: per esempio, uno di quei bidoni di latta che rotolano su se stessi facendo un rumore tremendo, e non c’è modo di fermarli. Il modo naturalmente ci sarebbe: basterebbe chinarsi immediatamente e bloccarli subito prima che inizino a girare. Ma questo dimostra quanto sia importante il rumore, quando sappiamo di avere dietro di noi qualcuno che ci osserva: un boia attentissimo e saggio, sempre pronto a coglierci in fallo.

Quando gli sembrava che la manovra fosse andata a buon fine, pronunciava una di quelle parole lapidarie che lei temeva ancora di più delle sue frasi mal costruite: «Lapislazzuli». Poi girava sui tacchi e se ne andava. Era terribile il contrasto tra la bellezza del vocabolo scelto e l’orrenda mancanza di coordinazione motoria a cui faceva riferimento. Ma era proprio per la sua bellezza che lo sceglieva.

Le tendeva agguati per riuscire a osservarla quando si guardava allo specchio. E mentre lei, con aria afflitta, esaminava le rughe e il resto, lui le diceva esattamente la frase che lei temeva di sentire e che era come la materializzazione di un suo pensiero inconscio: «Mi ricordo quando ero giovane, in Cecoslovacchia, nel mio paese…». Non diceva nient’altro. Mai niente di diretto. Oppure sì. A seconda del momento. A volte, con genuina tenerezza, aggiungeva: «Petunia». E non appena lei cominciava a sorridere, specificava: «Petunia avvizzita».

Proprio nel momento in cui lei, tutta in ghingheri, si apprestava a uscire, le diceva in tono impersonale: «Gambe grasse. Non sarebbe meglio dimagrire un poco il collo? Denti d’oro ma bocca rovinata. Che stupida. Lapislazzuli». In questi casi, gli attacchi reiterati su vari fronti facevano sì che lei non potesse difendersi in modo sistematico dalle diverse minacce.

Gloria andava spesso a trovare Julia, una sua amica. Con lei si confidava mentre, sedute al tavolino di un bar, prendevano un tè senza pasticcini – l’altra, che era magra, non mangiava per solidarietà. «Julia, stavolta ne sono sicura: Stepan mi vuole uccidere». «Calmati. Si può sapere che ha fatto?». «Mi ha detto: “Gambe grasse”. “Un microbo e zaff. Kaputt”. “Lapislazzuli”». «Piano, piano, per favore, che non capisco niente. Se non mi racconti l’antefatto non riesco a seguirti. Ti ha detto “Gambe grasse” e poi?». «Qualche giorno fa ho ricevuto per posta una scatola piena di deliziosi cioccolatini. Erano indirizzati a me, ma non c’era il nome del mittente. Probabilmente era una di quelle spedizioni pubblicitarie… Non sanno più che inventarsi. Quei miserabili non hanno trovato niente di meglio che mandare a me, che sto a dieta, una scatola di cioccolatini. Uno più buono dell’altro. Non sono riuscita a trattenermi; ho cominciato dicendomi che ne avrei mangiato soltanto uno, ma poi… Be’ che te lo dico a fare, sai benissimo come vanno queste cose. No, non lo sai. Non sei grassa». «Be’ e allora?». «Stepan mi ha scoperto quando ne avevo già mangiato la metà. Mi ha guardato con aria di disprezzo, ha abbozzato un mezzo sorriso, come fa lui, e ha detto: “Vorace. Vorace come un uccello piccione grasso”. E non è tutto. Sai che ho un problema di circolazione per cui mi sto curando da cinque anni. Stavo vedendo la televisione buona buona, con le gambe appoggiate su uno sgabello per farle riposare. Lui si è messo dietro la mia poltrona e ha detto schifato: “Fibrosa. Quante varici ha. Non sarebbe meglio curarle? Mia madre si è operata, ma poi stava peggio. Calendula”. Eh, che ne pensi?». «Be’… Immagino che la particolarità del suo temperamento implichi una certa propensione alla crudeltà mentale. Ma è una cosa comune a molti uomini. D’altra parte credo che sia un po’ pazzo, che voleva dire con la parola “calendula”, che non c’entra niente?». «Hai visto? Hai visto?». «Sì, be’, però a parte questo… Tutto il resto non è così terribile; se sa che hai problemi di circolazione, è logico che ti dica di farti curare. Lo ha detto in buona fede. In modo un po’ goffo, semmai…». «Un’altra volta mi è passato accanto come se non mi vedesse e ha detto piano, ma con forza sufficiente da farsi sentire: “Gambe grasse, mostro fibroso. Lapislazzuli”. Anche questo lo ha detto in buona fede?». «Be’, mia cara, sai come vanno le cose nelle coppie che stanno insieme da tanto tempo. È normale che ci siano degli scompensi frizionali. Bisogna essere tolleranti e comprensivi. Con un po’ di buona volontà da entrambe le parti…». «Julia, non capisci niente: mi vuole uccidere». «Gloria, mio Dio, non essere così esagerata e catastrofista. Dovresti parlare seriamente con lui». «E che ti credi, che non ci ho provato? Sa benissimo quali sono le mie ossessioni e se ne serve per torturarmi. Un’altra volta avevo comprato un libro nuovo, fantastico: la cura dimagrante del dottor Guoches-Heink. È un best seller che si trova in tutte le librerie. Pare che quell’uomo sia un luminare. Insomma, lo avevo appena aperto che mi si è avvicinato Stepan da dietro, di sbieco, e per demoralizzarmi ha detto con quel tono monotono e didascalico che ha a volte: “Il problema delle cure per non ingrassare è che uno vorrebbe far dimagrire certe parti. E invece disgraziatamente rammollisce solo quello che già era molle”. E se ne è andato. Dimmi tu se non è un maledetto schifoso».

Gloria smette di lamentarsi per un istante e beve un sorso di tè, poi riprende:

«Come sai sto cercando di tenere sotto controllo la mia mania della pulizia e la paura delle malattie. Negli ultimi tempi mi lavo le mani meno volte al giorno e utilizzo anche molto meno disinfettante per sterilizzare gli oggetti che uso quotidianamente. L’altro giorno, tutta contenta, stavo mangiando con le mani un pezzo di pollo croccante. Stepan mi ha guardato con la coda dell’occhio e, fingendo di leggere il giornale, ha detto: “Molta gente morta a Calcutta. Un batterio e zaff. Kaputt”. Non sono riuscita a continuare a mangiare. Mi è venuto in mente che forse non mi ero lavata le mani e allora sono corsa in bagno, pur sapendo che dovevo essermele stralavate almeno due o tre volte, fosse anche solo per abitudine».

Un giorno Stepan la portò a fare un picnic. Lei non ci poteva credere, sapeva bene come era fatto, ma lui l’aveva irretita in un secondo. Partirono con la macchina e la roulotte e andarono sulle rive del fiume. Si accamparono. All’inizio tutto andò per il meglio. Stepan assunse un’aria nostalgica: «Adoro questo fiume. Maestoso. Mi ricorda la Moldava. In verità cosa bella è vedere la Moldava passare sotto i ponti di Praga. Tanti fiori».

Lei lo ascoltava incredula. Per un attimo era riuscita a vedere l’acqua e i ponti, in quella città lontana ed esotica. Le venne voglia di dirgli: «Ah, Stepan, se fossi sempre così!».

Il cecoslovacco continuò dicendo: «Che bell’acqua. In estate è un piacere chinarsi e bere l’acqua della Moldava». Detto questo si girò e se ne andò a preparare il fuoco accanto alla roulotte.

Lei, incantata dalla brevissima descrizione, si chinò per bere l’acqua del fiume. Era deliziosa. Poi raggiunse Stepan.

Lui – che le dava le spalle, apparentemente occupatissimo ad accendere il fuoco – le chiese: «Era fresca l’acqua?». «Oh sì, una meraviglia! Dovresti provarla». E lui, con aria indifferente: «No. Non bevo mai acqua di fiume. Mi è passata la voglia quando un amico medico mi ha raccontato una storia terribile». «Che storia? Che storia ti ha raccontato?» chiese lei spaventata. «Pare che a un matrimonio dove era andato avevano organizzato un picnic. Era una giornata bellissima ed erano molto contenti. Poi il pomeriggio lei stava malissimo. Andarono al pronto soccorso. Riunione di medici, perché non sapevano che aveva. Non ne facevano una giusta. Un medico vecchietto, con molta esperienza, chiese al marito: “Dove siete stati?”. “In campagna. Abbiamo fatto un picnic vicino al fiume”. “Ah ah! E la signora ha bevuto l’acqua del fiume?”. “Sì, perché?”. “E lei l’ha bevuta?”. “No”. Si misero a indagare e nel fiume, non lontano, c’era una mucca morta. Decomposta. Quella notte la donna morì. Setticemia. Infezione generalizzata. Fulminante. Non c’è cura, nemmeno se si interviene subito».

Le aveva rovinato la giornata. Lui, invece, sembrava tranquillo. Tutto contento e soddisfatto.

Qualche tempo dopo Stepan cambiò tattica: cominciò a fare l’amore con lei una volta a settimana. Il giorno in cui prevedeva di andarci a letto, iniziava a sedurla fin dal mattino con dolcezza e sagacia. Per eccitarla usava l’artiglieria pesante: toccava con la lingua la cavità del femminile orecchio, le diceva cose incredibili, le parlava delle sue ginocchia, che erano questo e quest’altro. Insomma, di tutto. Finché lei non si abbandonava a lui. La portava sul letto e con molta dolcezza, come l’uomo più innamorato del mondo, cominciava a spogliarla. E nel bel mezzo dell’atto, quando lei definitivamente conquistata era sul punto di andare in estasi, le sussurrava una di quelle sue paroline, come «fibrosa», «gambe grosse» o «varici», e allora la donna si irrigidiva, diventava di ghiaccio e non riusciva più a godere. Lui, al contrario, nel vederla in quello stato, era travolto da un’eccitazione immensa, colossale, e godeva come non mai. Proprio perché lei non poteva.

Sempre la stessa solfa.

Un giorno Gloria decise di affrontarlo. Con una calma gelida gli disse: «Sei uno stronzo, sei tale e quale ai nazisti che uccidevano gli ebrei. Sei un criminale di guerra frustrato. Questa casa è come un campo di concentramento. La cucina è attraversata dal tuo filo spinato elettrificato e dai tuoi cani. Io sono la prigioniera e tu una SS. Sei un figlio di puttana». Lui, lungi dal sentirsi offeso, sembrava contentissimo di quel paragone. Lo prese come il miglior complimento che potessero fargli. Tuttavia commentò:

«Non avevo mai considerato la cosa da questo punto di vista. Ma, cerchiamo di essere onesti, non mi voglio arrogare meriti altrui: non so se quello che dici è esatto, poiché non mi sono mai preoccupato di studiare i capricci, le manie, le preferenze o le motivazioni di qualcuno che non fossi io stesso. In ogni caso capisco a che ti riferisci e, per risponderti adottando la stessa prospettiva, ti dirò che la vera SS sei tu. Io, al limite, potrei essere un modesto ausiliario; uno di quei subordinati di infima categoria che entravano nelle camere a gas per staccare i denti d’oro ai cadaveri. Lo ammetto anche se non è lusinghiero per il mio orgoglio».

La cosa più sconcertante fu che pronunciò questo discorsetto quasi senza far sentire l’accento slavo e con una costruzione impeccabile. Lei rimase di sasso.

Quando il medico gli disse che sua moglie aveva un cancro, ma che era meglio non farglielo capire per non rischiare di abbreviarle ulteriormente la vita, lui fece tutto quello che poté perché lei non lo venisse a sapere e fino all’ultimo restasse convinta di poter guarire.

Lei era in fin di vita. All’alba sarebbe morta. Ma era ancora lucida. Lui entrò nella stanza in penombra con una candela in mano. La guardò a lungo e disse: «È incredibile quanto ti ha fatto dimagrire la malattia. Sei bellissima».

E se ne andò, lasciando il cero ai piedi del letto.

 

Si ringraziano le edizioni Arcoiris per il permesso di pubblicare il racconto in versione integrale. La traduzione è di Lorenza di Lella.

 

* A dirlo, in realtà, era un altro personaggio, in una versione inglese di Lo strano caso del Dr. Jekyll e del signor Hyde di Stevenson. Non ricordo il titolo del film.

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Senza famiglia: la letteratura dei figli dei desaparecidos https://www.carmillaonline.com/2014/07/05/famiglia-letteratura-dei-figli-dei-desaparecidos/ Sat, 05 Jul 2014 20:10:54 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15842 di Bruno Arpaia e Alberto Prunetti

hijos[Pubblichiamo un articolo tratto dal numero attualmente in libreria della rivista Letteraria, dedicato a un’analisi critica e su vasta gamma del tema della famiglia.] A.P.

Era il due settembre del 2003 quando Néstor Kirchner, da poco eletto presidente dell’Argentina, promulgò la norma che annullava le leggi cosiddette del Punto Final e della Obediencia Debida, che avevano assicurato l’impunità ai militari golpisti e torturatori. «Faccio parte di una generazione decimata, con assenze dolorose. Sono entrato nella lotta politica credendo in valori e convinzioni che non penso [...]]]> di Bruno Arpaia e Alberto Prunetti

hijos[Pubblichiamo un articolo tratto dal numero attualmente in libreria della rivista Letteraria, dedicato a un’analisi critica e su vasta gamma del tema della famiglia.] A.P.

Era il due settembre del 2003 quando Néstor Kirchner, da poco eletto presidente dell’Argentina, promulgò la norma che annullava le leggi cosiddette del Punto Final e della Obediencia Debida, che avevano assicurato l’impunità ai militari golpisti e torturatori. «Faccio parte di una generazione decimata, con assenze dolorose. Sono entrato nella lotta politica credendo in valori e convinzioni che non penso di lasciare sulla porta d’ingresso della Casa Rosada», aveva detto a maggio di quello stesso anno, assumendo il potere. E nel marzo dell’anno dopo, il 2004, inaugurando il Museo della Memoria da lui voluto nell’edificio in cui sorgeva l’Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada, lì dove migliaia di argentini erano stati torturati e uccisi, Kirchner disse: «Le cose vanno chiamate con il loro nome, e qui, se mi permettete, non come compagno e fratello di tanti compagni e fratelli con cui abbiamo condiviso quel periodo, ma come Presidente della Nazione Argentina, vengo a chiedere perdono da parte dello Stato nazionale per la vergogna di aver taciuto durante vent’anni di democrazia su tante atrocità. Parliamoci chiaro: non è il rancore né l’odio a guidarci e a guidarmi, sono la giustizia e la lotta contro l’impunità. I responsabili di questi eventi tenebrosi e macabri, di tanti campi di concentramento come la Esma, hanno un solo nome: sono assassini ripudiati dal popolo argentino».

Era la prima volta che lo Stato argentino non solo chiedeva perdono per ciò che avevano fatto i militari, ma riconosceva ufficialmente l’esistenza storica di torture, assassinii, sparizioni. Madres, Hijos, attivisti per i diritti umani, figli di militanti assassinati o scomparsi, insomma coloro che per tanti anni avevano lottato per ristabilire la memoria di un popolo, avevano finalmente ottenuto una vittoria. Dopo decenni passati a negarli, quei fatti atroci si erano ufficialmente verificati e i responsabili potevano essere perseguiti.

A partire da quel momento, senza essere più costretta a combattere per «esistere», una generazione di scrittori che aveva visto i membri delle proprie famiglie morire sotto i colpi della repressione o desaparecer nell’oceano Atlantico, ha potuto iniziare a raccontare gli anni della violenza e della dittatura dal suo punto di vista. I militanti sopravvissuti avevano prodotto ottimi libri, tra i quali un capolavoro come Ricordo della morte di Miguel Bonasso, ma ora il testimone della narrazione passava a coloro che avevano vissuto quegli eventi non da protagonisti adulti, bensì da bambini, come spettatori e vittime, spesso inconsapevoli, dell’annientamento delle proprie famiglie.

Quella generazione si è così messa a fare i conti con la memoria nella prospettiva della scrittura. La memoria, personale e/o collettiva, è infatti uno degli strumenti principali dei narratori nel loro approccio alla realtà. Sembra facile: i miei ricordi sono (dovrebbero essere), quanto meno, la mia «realtà vera». Eppure, non è facile per nulla. I più recenti studi sul funzionamento del nostro cervello lo confermano, ma per i romanzieri non è una scoperta nuova quella della inaffidabilità della memoria. In molti hanno già scoperto da tempo che la memoria non è un armadio o una specie di frigorifero da cui estrarre i ricordi alla bisogna. La memoria è complessa: non soltanto accumula, registra, immagazzina, archivia… E no, non si accontenta. Elimina, riduce, taglia, gonfia, stira, aggiunge, ingigantisce, mescola, confonde. La memoria inventa. La memoria affabula, racconta.

«Le cose non sono come le vediamo, ma come le ricordiamo» ha scritto Valle-Inclán. Perfino un testimone diretto di un evento non può dire: «Se tu fossi qui al mio posto, vedresti le stesse cose che vedo io, o ricorderesti le stesse cose che ricordo io». Solo nella memoria, insomma, la realtà prende forma. Ma qualsiasi cosa passata al vaglio della memoria è fiction. Come ha scritto Javier Cercas, ogni racconto, lo voglia o no, implica un certo grado di invenzione. È impossibile, infatti, trascrivere verbalmente la realtà senza tradirla: non appena iniziamo a raccontare, stiamo già alterando la realtà, stiamo già inventando.

Questo è vero anche per la storia personale recente. Lo hanno confermato nell’ottobre scorso, a Buenos Aires, gli scrittori riuniti per un seminario organizzato dal Dipartimento Lectura Mundi della Universidad Nacional de San Martín dal titolo Narrativas de lo real. Historias y memorias. Tutti (a eccezione di López) figli di desaparecidos o di genitori assassinati dalla dittatura, Laura Alcoba, Félix Bruzzone, Julián López, Mariana Eva Pérez, Raquel Robles, Ernesto Semán e Ángela Urondo hanno raccontato come, a partire dal 2003, si siano sentiti liberi di affrontare le loro storie famigliari senza più costrizioni e come, ciascuno a suo modo, a partire dai propri ricordi, o dai brandelli di ricordo, abbiano elaborato storie che, anche quando sembrano relatos testimoniales o autobiografia pura, conservano le caratteristiche della fiction.

Pequeños combatientes (Alfaguara), di Raquel Robles, per esempio, è la storia, raccontata in prima persona, con una voce fresca e adolescenziale, di una ragazzina di dodici anni e del fratello di otto, cresciuti nella clandestinità, che ora vivono con i nonni, convinti che i genitori siano ancora a combattere quella «guerra» nella quale anche loro si sentono impegnati: sono, appunto, «piccoli combattenti» che però, a poco a poco, intravedono la realtà della scomparsa dei propri genitori. Il romanzo sembra il semplice racconto della storia vera di Raquel Robles, che è molto impegnata nelle organizzazioni per i diritti umani ed è davvero figlia di desaparecidos. E tuttavia l’autrice ha spiegato che è partita da un grumo confuso e indistinto di ricordi infantili che ha poi sviluppato secondo le regole della fiction, cercando la «voce» del romanzo in quella della figlia più o meno della stessa età. Per questo il romanzo funziona così bene ed è davvero commovente nel ricreare quelle vicende e quella storia famigliare.

Più o meno simile è il caso di Laura Alcoba (La bambina della casa dei conigli, Piemme, 2009, trad. di Valeria Pazzi), figlia di due militanti montoneros sopravvissuti alla dittatura. Il padre è stato incarcerato in un carcere regolamentare (non clandestino) e la madre è riuscita a riparare in Francia, dove Laura è cresciuta. Nel suo romanzo c’è un io testimoniale proiettato nel punto di vista infantile: l’autrice aveva otto anni nel momento in cui si sono verificati realmente i fatti trasfigurati nella narrazione. Laura aveva vissuto assieme alla madre in una casa che fungeva da tipografia clandestina dei montoneros, sotto la copertura di un piccolo allevamento di conigli, da cui deriva il titolo del romanzo. Notevole è il cambio di prospettiva dell’ultimo capitolo, quando la favola triste evapora e il racconto prende le caratteristiche di una cronaca documentale o di un reportage storico, avvalorando il senso di realtà della favola tragica della casa dei conigli. Ma qui, e soprattutto in altro suo romanzo, Los pasajeros del Anna C. (Edhasa), la sua memoria è costretta a trovare punti di appoggio, di conferma o di smentita, in quella dei testimoni dell’epoca, ordendo una specie di reportage sulla propria vicenda vista anche dallo sguardo degli altri. E nemmeno così, comunque, i «buchi neri» della sua storia riescono a essere completamente illuminati.

Emblematico, poi, il caso di Ángela Urondo. Nel giugno del 1976, Ángela ha appena undici mesi quando l’automobile sulla quale viaggia con i genitori, entrambi militanti montoneros, viene fermata e crivellata di pallottole dai militari nei pressi di Mendoza. Il padre, lo scrittore Paco Urondo, viene assassinato sul posto. Alicia Raboy, la madre, giornalista, corre con la bimba in braccio cercando di salvarsi, ma non ci riesce. Finisce all’Esma e poi desaparecida. Ángela, invece, viene sequestrata dai militari, consegnata a un orfanotrofio e poi affidata alla nonna materna, che promette alla famiglia Urondo di allevarla di comune accordo. Invece, senza avvisare l’altra nonna, decide di affidarla in adozione alla nipote, che da allora in poi taglia i ponti tra gli Urondo e la bambina. La piccola Ángela sa che i suoi genitori biologici sono morti, ma non sa come: li crede vittime di un incidente stradale. La famiglia adottiva non le dice nemmeno che ha un fratello e una sorella, anche quest’ultima desaparecida. Ángela, insomma, scopre chi è davvero solo quando, a diciannove anni, il fratello arriva a «riscattarla». Da allora, comincia a lottare per recuperare la propria vera identità, i propri cognomi, e inizia una causa di «disadozione» (il neologismo è suo).«Era una causa civile contro i miei adottanti» dice Ángela, «con cui chiedevo alla giustizia di annullare quell’adozione. Di solito, le adozioni sono inappellabili. Ho fatto una cosa fuori dalla norma, ma era un mio diritto». Quel diritto le viene riconosciuto un paio di anni fa e ora lei può finalmente chiamarsi Ángela Urondo Raboy. Nel frattempo, inizia a scrivere per raccontare il suo doloroso percorso di ricostruzione della propria storia personale, per rendere pubblico un dramma non solo privato. ¿Quién te creés que sos? (“Chi credi che io sia?”, Capital Intelectual) è il libro che ne è risultato. Un libro non lineare, costruito come un puzzle, in cui acquistano un senso perfino i sogni ricorrenti di lei adulta che, come scoprirà solo in seguito, rimandano alle scene orribili che ha vissuto da piccola. Un libro in cui non sfuggono alle accuse nemmeno i montoneros, che avevano condannato i genitori di Ángela  perché la loro relazione era extramatrimoniale e li avevano spediti in una zona “calda” e pericolosa come Mendoza. «Ho messo un po’ d’ordine nella storia basandomi su dei documenti» spiega Ángela, «ma ho cercato una non linearità perché la ricostruzione della mia storia, della mia identità, non è stata lineare».

 

Un caso drammatico è quello raccontato da Victoria Donda in Il mio nome è Victoria (Corbaccio, 2010, trad. di Silvia Bogliolo). L’opera è meno letteraria, ha un taglio memorialistico e autobiografico. È la storia della riappropriazione del nome e dell’identità di una dei tanti hijos. L’elemento interessante è che la ragazza rimane sospesa in una terra di nessuno a cavallo tra le due famiglie: non c’è l’happy end del ritorno nella famiglia ori-ginaria, dove si è accolti con lacrime e allori. Anzi: nella famiglia di sangue la ragazza trova anche il responsabile della denuncia e della scomparsa dei propri genitori. La famiglia, lungi dall’essere il luogo di pace, è un luogo di conflitti politici insanabili. E drammatica è anche la permanenza nella famiglia d’adozione: lo zio della famiglia di sangue era un repressore amico del padrino della famiglia di adozione. Una scoperta inquietante: «Si tratta di una persona che io chiamavo “zio”, che mi era stata presentata come il mio padrino di battesimo (…). Il mio pseudo padrino, il prefetto Héctor Febrés, il responsabile del “settore quadro” della Esma, il settore delle donne incinte. Colui che mi strappò dalle braccia di mia madre. Il mio sequestratore.» (p. 103)

Il battesimo di Victoria sembra essere l’atto rituale con cui viene strappata ai genitori comunisti per essere allevata da una famiglia ultraconservatrice e cattolica. Victoria continua: «quell’uomo sinistro (…) io lo chiamo zio.» (pp. 104-105) «Il solo pensiero di averlo abbracciato, di averlo chiamato zio e di averlo ringraziato per i regali che puntualmente mi inviava ogni anno per il mio compleanno mi dà la nausea.» (Ibid.)

Neanche la famiglia di sangue è esente da colpe e l’amore di Victoria per i genitori montoneros si infrange sulla figura dello zio Adolfo, il fratello e il traditore del padre di sangue, conosciuto come “Geronimo” dalle persone che torturava: «Ancora più profondo è il disgusto che provo per una persona a cui sono legata da un vincolo di sangue. È mio zio, il vero fratello di mio padre e principale responsabile della distruzione della famiglia (…). È insopportabile pensare che mio padre lo abbia ammirato e amato per molti anni, che Adolfo fu testimone di nozze dei miei genitori, e poco tempo dopo fu capace di insediarsi nel suo ufficio improvvisato nella Esma mentre sua cognata veniva torturata nella stanza accanto”.

Poi Veronica passa a descrivere i rapporti conflittuali e angoscianti dei nonni paterni con il figlio torturatore, i sensi di colpa… la famiglia si spacca, come è spaccata la società, ma in maniera forse più drammatica. Alla fine Victoria riesce a recuperare un contatto lontano con i nonni superstiti e mantiene il rapporto con i genitori adottivi, che comunque avevano rispettato in certa misura la scelta di una militanza politica a sinistra, maturata prima di conoscere la sua vera storia e identità (quando insomma non era ancora Victoria ma Analía). Non se la sente infatti di escluderli dalla rete familiare e ha migliori rapporti con la sorella di adozione che con quella di sangue, che è rimasta in una famiglia conservatrice e non vuole far luce sul proprio passato.

Alla fine sembra che per Victoria la famiglia sia innanzitutto il gruppo di militanti solidali che le è stato vicino: i ragazzi di Hijos, le Abuelas, le figure più mature nel movimento, a cui attribuisce un ruolo paterno: coloro che sente più vicini al percorso di lotta dei genitori desaparecidos. La militanza è un modo per “ampliare la portata del termine famiglia”, come scrive Victoria, oltre i vincoli di sangue e di adozione.

In modi diversi, poi, Félix Bruzzone, Mariana Eva Pérez o Ernesto Semán partono dalla memoria o dalla loro condizione di figli di desaparecidos o di vittime della dittatura per sviluppare discorsi narrativi che ne prescindono quasi completamente, per sconfinare, a volte, perfino nel fantastico. Interessante, soprattutto, la carica ironica e autoironica di Mariana Eva Pérez in Diario de una princesa montonera. 110 % verdad (“Diario di una principessa montonera. Vero al 110 %”, Capital Intelectual), in cui un’attivista per i diritti umani e dell’associazione dei figli dei desaparecidos scrive su temi drammatici, sui suoi sogni e sui suoi incubi, sulle battaglie combattute, ma sferzando spietatamente anche se stessa in quanto militonta, cumpa, eccetera. Un libro perfino divertente, raccontato di pancia per quanto in maniera dissimulata da una scrittura leggera e delicata.

E alla fine, sorpresa: tutti, o quasi tutti, questi scrittori rivendicano il «diritto all’oblio». Hanno scritto, forse, per poter dimenticare. Attenzione: niente di più lontano dalle loro intenzioni di  passare un colpo di spugna su quanto è accaduto. Anzi, al contrario: perché si può dimenticare solo qualcosa che conosciamo e abbiamo fatto nostro fino in fondo. Ora le «ultime vittime dirette della dittatura», come qualcuno di loro si definisce, non hanno più bisogno di testimoniare alcunché. Ora, forse, per loro è giunto finalmente il tempo di vivere.

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