lavoratori schiavizzati – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Pastorale emiliana 2 – La vendetta https://www.carmillaonline.com/2018/01/06/pastorale-emiliana-2-la-vendetta/ Fri, 05 Jan 2018 23:01:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42604 di Giovanni Iozzoli

Eccolo, ci mancava un ingrediente decisivo. Arrivano sulla scena quei sindacati complici che firmano un accordo, separato e truffaldino, per soccorrere il padrone e dividere i sommersi dai salvati. Alla vicenda della Castelfrigo mancava solo questo elemento tradizionale – la corruzione sindacale – per avvicinarsi compiutamente alla Chicago anni Trenta: mafiosi capi di cooperative, narcotrafficanti addetti alle risorse umane, lavoratori schiavizzati, spremuti e buttati sul lastrico e adesso, finalmente, scendono in campo anche i sindacalisti venduti. Così, se Sergio Leone dovesse decidere di reincarnarsi, tra qualche anno potrà girare un [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Eccolo, ci mancava un ingrediente decisivo. Arrivano sulla scena quei sindacati complici che firmano un accordo, separato e truffaldino, per soccorrere il padrone e dividere i sommersi dai salvati. Alla vicenda della Castelfrigo mancava solo questo elemento tradizionale – la corruzione sindacale – per avvicinarsi compiutamente alla Chicago anni Trenta: mafiosi capi di cooperative, narcotrafficanti addetti alle risorse umane, lavoratori schiavizzati, spremuti e buttati sul lastrico e adesso, finalmente, scendono in campo anche i sindacalisti venduti. Così, se Sergio Leone dovesse decidere di reincarnarsi, tra qualche anno potrà girare un nostalgico “C’era una volta a Castelnuovo Rangone” dove non mancherà nessuno degli stereotipi classici della crime story – senza lieto fine, ovviamente, perché nella terra del maiale niente finisce lietamente: anche se l’assassino è pubblicamente smascherato, continua imperterrito a produrre crimine e impunità.

L’epica lotta dei forzati del prosciutto si avvia verso il suo sentiero finale, con orgoglio, consapevolezza, ma anche con un retrogusto amaro: la Cisl e l’azienda hanno tirato fuori un accordo, tenuto segreto per un mese, che tutela – assai debolmente – 52 dei 127 licenziati; si tratta esattamente del perimetro dei suoi iscritti, oltre a tutti quelli che non avevano partecipato ai due mesi di mobilitazione precedente. Un’attenta cernita. Del resto, il padrone non è tipo da nascondere la mano, era stato abbastanza esplicito già tempo addietro: sceglietevi la tessera giusta o ne pagherete le conseguenze. La faccenda ha destato scandalo persino sulla stampa locale – troppo smaccata la provocazione, troppo infame il comportamento cislino – finanche il sindaco di Castelnuovo ha dovuto mimare qualche timida ripulsa. Se il “paccotto” di Natale si confeziona con modalità così luride, dove va a finire l’auspicata “mediazione sociale”, l’appello “al dialogo e alla ragionevolezza”, la ricerca di “soluzioni condivise”?

Ma la vicenda Castelfrigo cos’è, se non la riproposizione su scala minore del modello Pomigliano e del metodo Marchionne, a suo tempo pienamente metabolizzato e legittimato dentro la società italiana? Perché il più grande gruppo industriale italiano avrebbe il diritto di spacchettare oscenamente i diritti e i destini dei suoi dipendenti, mentre nel più modesto comparto carni tutto ciò dovrebbe essere evitato? Perché questa, stringi stringi, è stata la “rivoluzione di Marchionne”, quella a suo tempo salutata come l’avvio di una nuova era: chi sciopera, chi ha la tessera non gradita o anche solo chi è potenzialmente individuato come disturbatore, è pregato di accomodarsi fuori. E alla Castelfrigo, oggi, spaccarsi la schiena e i polsi nelle celle frigorifere (per un contrattino interinale di tre mesi) è diventato un privilegio che si paga con la sottomissione, la presa di distanza dai reprobi, la resa unilaterale davanti al padrone. Questa è l’Italia sordida che abbiamo lasciato dilagare, in questi anni.

Flashback: da più di vent’anni, nel cuore dell’economia modenese, la filiera agroalimentare e il rinomatissimo “distretto carni”, le aziende hanno permesso l’insediamento di cooperative spurie, spesso gestite da malavitosi, grazie alle quali, con un complicato sistema di appalti e subappalti, si può risparmiare il 50% del costo del lavoro e praticare una generalizzata evasione fiscale e contributiva. In questo modo le imprese, grandi marchi o loro importantissimi terzisti, hanno dimostrato in pratica, a mo’ di teorema, che il discrimine tra economia criminale ed economia capitalistica ordinaria, sostanzialmente non esiste. Le mafie non sono un “cancro”, come dice la retorica legalitaria: sono una variante, un’opzione, una potenzialità in più del meccanismo economico.

Tutto ciò negli anni si è consolidato, in questo assai poco ridente angolo di provincia modenese, in forma organizzata e capillare di “sistema”, distribuendo miseria a chi lavora e consentendo margini di competitività ad imprese che per reggere la concorrenza globale farebbero ogni schifezza, anche riempire i polpettoni di carne operaia, se servisse.

Da un paio d’anni, i nuovi schiavi dei prosciuttifici hanno cominciato ad alzare la testa e ribellarsi. Si tratta di lavoratori spesso stranieri, eternamente precari, ogni anno più poveri e ricattabili sulla base dei furiosi cambi appalto che fanno sparire e ricomparire magicamente i formali datori di lavoro. La loro presa di parola, il coraggio della lotta, non era cosa né facile né scontata. E se già in altre aziende, vedi la Alcar, il conflitto aveva prodotto visibilità, è stato alla Castelfrigo che una lotta operaia ha fatto finalmente irruzione nell’agenda politica e costretto tutto il territorio a interrogarsi, con corpose ricadute nazionali.

E anche questo recente accordo truffa, tirato fuori tra Natale e Capodanno, non consentirà di seppellire né la vertenza, né le questioni che essa ha evocato. Finalmente il muro d’omertà diffuso, che aveva sostanzialmente salvaguardato il caporalato criminale per tutelare “le eccellenze produttive locali”, ha cominciato a sgretolarsi. Gazzettieri, amministratori, politicanti, magistrati e semplice opinione pubblica: tutti hanno dovuto toccare con mano che dietro i marchi scintillanti dei banconi degli ipermercati, si poteva leggere una storia durissima e vergognosa di sfruttamento paraschiavistico; la vetrina della qualità gastronomica italiana era chiazzata di sangue – e non in senso metaforico.

Dopo un paio di mesi di incessante mobilitazione davanti ai cancelli dell’azienda di Castelnuovo Rangone, con il protagonismo reale di una compagine determinatissima e disperatamente vitale, che è riuscita a inventarsi giorno per giorno un’enorme volume di iniziative, i centri di potere locali non hanno potuto più ignorare il problema; troppo insistente l’irruzione operaia, troppo clamore, troppi reportage, troppe vergogne nascoste per lunghi, lunghissimi anni, dietro le mura di capannoni che sbandierano il “made in Italy” come garanzia di qualità. Piano piano sono arrivati i pronunciamenti, le prese di distanza, gli ordini ispettivi e istituzionali e le denunce. Come un novello Candide, il ceto politico da sempre al governo da queste parti, ha manifestato indignazione per una realtà che tutti conoscevano da almeno vent’anni. La verità è che queste terre avevano lungamente alimentato una “congiura del silenzio” degna dell’Aspromonte: l’impresa è sacra, la competizione è selvaggia, il fatturato è inviolabile – chi parla di diritti e contratti è un disfattista, un estraneo imbucato, uno che non afferra la modernità delle filiere, un troglodita.

Questi straordinari ragazzi ghanesi, albanesi, maghrebini, cinesi (sì, evviva, ci sono anche i cinesi in testa alle mobilitazioni, ed è un segnale di novità) che hanno dato corpo questa lotta, inseguendo il padrone persino nei suoi sacri spazi privati, hanno prodotto in sé un mutamento di coscienza straordinaria: la lotta di classe è una scuola politica, culturale e umana che non ha eguali. Ogni santo giorno hanno animato la loro assemblea, accumulato competenze, concesso interviste, discusso da pari a pari con i sindacalisti professionisti a cui non hanno delegato nulla. Mesi che valgono come anni per lavoratori che se – come è scritto nei protocolli firmati ai tavoli regionali – dovessero trovare una nuova collocazione in aziende del territorio, dentro realtà meno piratesche e compromesse, resteranno comunque sentinelle vigili contro il nuovo schiavismo che avanza. Quadri operai, non merce.

Si è detto, senza retorica, che questi proletari, in massima parte stranieri, hanno insegnato molto agli italiani. Però attenzione: anche loro hanno imparato qualche lezione, pure quelli che vivono qui da un quarto di secolo e pensavano di sapere tutto.

Lezione 1
In Italia, oltre alla “cooperative spurie” esistono i “sindacati spuri”. Non si tratta di semplice corruzione (anche se in questi casi, mazzette e marchette non sono mai sgradite). O meglio: stiamo parlando di una corruzione più profonda, ontologica, viene da dire; un sindacato che fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare, una perversione dei fini che mette in contrasto il nome e la cosa: come se il WWF si mettesse a organizzare safari. Questa espressione, “spuria”, tipica di un italiano desueto e burocratico, significa letteralmente (leggiamo dal Garzanti): “di natura non definita, bastardo”. Naturalmente la natura dei sindacalisti Cisl appare ben definita!

Lezione 2
In Italia non basta aver ragione, non serve che il sindaco o il Governatore della tua Regione o i giornali e la Rai, la Commissione Lavoro di Montecitorio o persino il Santo Padre e l’Onu, ti diano ragione. La vera ragione sta in bilico, ben nascosta dentro il rapporto di forza; la democrazia è solo una favola per anime semplici: patrimonio, fatturato, batterie di avvocati e complicità che contano, questo decide se le ragioni si incarnano in cambiamenti o restano pezzi di carta. Castelfrigo ha subito gravi danni di immagine e forse perso un po’ di commesse. Ma la vicenda dell’accordo separato, conferma che l’arroganza del padrone può anche fare a meno del consenso. È una rivendicazione di autonomia del comando d’impresa, una maligna dichiarazione di indipendenza che racconta bene la brutale ideologia esibita dai padroni oggi: dite pure quello che vi pare, io rispondo con i milioni. Se la vicenda Castelfrigo finirà con qualche sentenza in Tribunale e un po’ di risarcimenti, sarà l’ennesima vittoria delle ragioni d’impresa: la violazione della Costituzione è monetizzabile e con i soldi si compra tutto

Lezione 3
La vicenda Castelfrigo ha effettivamente smosso l’agenda politica e fatto uscire i paguri dal loro guscio. Ma l’ostinazione a non “spingersi troppo oltre”, a rimanere “sul terreno democratico”, una certa fissazione legalista, la scelta in definitiva di non praticare i blocchi dei cancelli, ha impedito che si sperimentasse l’ultimo miglio della lotta, quello in cui, esperite tutte le fasi di pubblica sensibilizzazione, il rapporto di forza diventa nudo e crudo, e si fa la cernita tra amici interessati, tartufi e solidali. I lavoratori hanno il diritto e il dovere di non abbandonare nessuna delle armi in loro possesso, se vogliono vincere.

Lezione 4
Non bisogna confidare nel fatto che i pronunciamenti istituzionali a favore di questa battaglia siano irreversibili: in Italia non esiste la nozione di “irreversibilità”, tutto è riassorbibile, niente passa davvero in giudicato. Peraltro siamo sotto elezioni, i politici italiani sono bestie impudiche e senza ritegno (soprattutto quelli nelle due versione piddine double face – PD e MDP). Le lotte sociali sono viste con sostanziale fastidio, come elementi di disturbo del traccheggiamento quotidiano a cui sono abituati; appena esse rifluiscono, le priorità tornano quelle tradizionali: prima il mercato poi tutto il resto.

Lezione 5
I padroni sanno cos’è la lotta di classe e soprattutto conoscono bene la solidarietà di classe. Confindustria non ha mollato un centimetro, ha considerato i padroni di Castelfrigo “colleghi che sbagliano” da non abbandonare, il fronte imprenditoriale è rimasto stoicamente compatto: si può e si deve difendere l’indifendibile! – molleranno prima loro, si son detti, con le loro pezze al culo e gli affitti in arretrato, piuttosto che noi, pilastri benemeriti del territorio. Una lezione di coerenza, per i proletari.

Lezione 6
Quando Diego – insieme a Chen, Frank e tutti gli altri – sostiene che alla Castelfrigo “stanno scrivendo un pezzo di storia sindacale” sta dicendo la verità, al di là di quali saranno gli esiti finali della vertenza. Il presidio andrà avanti, orgogliosamente, fino a quando tutti i lavoratori esclusi non saranno ricollocati in aziende della provincia (ci sono impegni assunti in tal senso dalla Lega delle Cooperative e da attori importanti del comparto, tutti ansiosi di cancellare l’onta e le polemiche di queste settimane e di ricacciare la polvere sotto al tappeto). Ma adesso è il momento di andare avanti, di non mollare, di spostarsi davanti ai cancelli delle altre decine di Castelfrigo che ammorbano il tessuto economico. Il rischio è che escano dal portone le cooperative “spurie” e rientrino dalla finestra gli appalti interni, tramite Srl “fatte in casa”- con la medesima finalità: non stabilizzare i lavoratori e comprimere il loro costo vivo. Bisogna proseguire, col coltello in mezzo ai denti. Perché è lì, dentro quei contratti farlocchi, dentro quegli stipendi miserabili, dentro lo spezzettamento della base occupazionale, dentro la sacrosanta disaffezione al lavoro, che cova e marcisce l’eterna crisi italiana: nella svalorizzazione cronica del lavoro, nel suo deprezzamento, nella sua marginalità, nel suo scadimento qualitativo e professionale. Quella è la vera cancrena italiana – il lavoro che un tempo fu ricchezza, civilizzazione, mobilità sociale, oggi è maledizione, povertà, cristallizzazione delle gerarchie. Si blatera tanto di ricette economiche e strategie di uscita dalla crisi. Viene da sorridere. Se si vogliono capire le ragioni della crisi, basta dare un’occhiata alla paga oraria in Castelfrigo. Là dentro è scritto l’arcano della crisi. E più si affannano a erodere i salari, a precarizzare le prestazioni, più la crisi, sghignazzando oscena, si avvita su se stessa. L’unica misura anticiclica oggi la potrebbero mettere in campo i proletari scioperando e strappando ricchezza.

Intanto il presepe emiliano traballa e scricchiola sempre di più. La figura operaia, simbolo dell’iconografia para-socialista che per alcuni decenni aveva dato corpo all’ideologia emiliana – l’operaio integrato, l’operaio in ascesa sociale, l’operaio professionale e dalla tuta immacolata, l’operaio con il figlio dottore, l’operaio cooperatore, civico, sentinella del territorio affacciato sulla soglia della sezione, a fronte strada –, quella figura operaia, dicevamo, sta solo nei ricordi sbiaditi e malinconici degli anziani, protagonisti inconsapevoli dell’epopea del compromesso sociale. Il microcosmo della lotta alla Castelfrigo ha squadernato brutalmente, in modo quasi didascalico, la moderna composizione del lavoro produttivo. I nuovi operai sono figure picaresche, tragicamente povere, sbattute come foglie al vento tra i diversi gironi di un mercato del lavoro pericoloso e inafferrabile. I più esposti e precari, come i forzati delle cooperative spurie, sperano in una stabilizzazione che li consegni a vita alla schiavitù di una busta paga sicura – e per molti è un miraggio chimerico; gli altri, quelli con un impiego e un contratto un po’ più solido, si tengono stretti la ciotola, bestemmiando, ringhiando, pagando bollette, mutui e rette sanguinose che devono garantire il destino di giovani e vecchietti di famiglia, abbandonati dalla ritirata del Welfare. Annaspano tutti insieme, sgomitando, a tentoni in mezzo alle nebbie padane – giorno per giorno, mese dopo mese, prestito su prestito, nella pallida speranza che Grillo, Salvini, Gesù Cristo o chissà chi altro, riesca a parlare al loro livore, alla paura del futuro, alle loro speranze deluse. Altro che miti socialisti. L’Emilia Romagna, proprio dentro le sue vetrine produttive, sta covando silenziosamente i virus più infidi e pericolosi. C’è qualcuno a sinistra, che trova il coraggio di rimettere le mani dentro questi laboratori tossici?


Pastorale emiliana – prima parte


Pastorale emiliana 2 – La vendetta

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]]> Nemico (e) immaginario. I mostri del neocapitalismo. I morti viventi tra consumismo e capro espiatorio https://www.carmillaonline.com/2016/09/06/nemico-immaginario-mostri-del-neocapitalismo-morti-viventi-consumismo-capro-espiatorio/ Tue, 06 Sep 2016 21:30:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33033 di Gioacchino Toni

deadset334Martino Doni, Stefano Tomelleri, Zombi. I mostri del neocapitalismo, Edizioni Medusa edizioni, Milano, 2015, 84 pagine, € 10,00

«Il mito dello zombi è capace di raccogliere la natura parassitaria del neocapitalismo perché ne è in qualche modo l’espressione più elementare e nello stesso tempo più fedele: le caratteristiche essenziali degli zombi seguono parallelamente e nel contempo trasfigurano i dispositivi di produzione, sfruttamento, oppressione e rimozione che caratterizzano i legami sociali, culturali ed economici del nostro tempo» (p. 10).

Lo abbiamo visto sullo schermo, lo zombi è bulimico, non mangia per [...]]]> di Gioacchino Toni

deadset334Martino Doni, Stefano Tomelleri, Zombi. I mostri del neocapitalismo, Edizioni Medusa edizioni, Milano, 2015, 84 pagine, € 10,00

«Il mito dello zombi è capace di raccogliere la natura parassitaria del neocapitalismo perché ne è in qualche modo l’espressione più elementare e nello stesso tempo più fedele: le caratteristiche essenziali degli zombi seguono parallelamente e nel contempo trasfigurano i dispositivi di produzione, sfruttamento, oppressione e rimozione che caratterizzano i legami sociali, culturali ed economici del nostro tempo» (p. 10).

Lo abbiamo visto sullo schermo, lo zombi è bulimico, non mangia per nutrirsi ma per continuare a farlo così come, fuori dallo schermo, nella società contemporanea il consumo di merce è finalizzato alla reiterazione del consumo stesso. Altre caratteristiche che si ritrovano nei morti viventi sono la mancanza di sentimenti, l’apatia ed il riprodursi per contagio ma, soprattutto, lo zombi non è identificato come individuo: è massa indifferenziata proprio come sono percepiti i migranti che  sbarcano sulle coste europee o che vengono bloccati presso i nuovi e vecchi confini delle fortezze occidentali. Secondo René Girard (La violenza e il sacro) l’indifferenziazione è la «caratteristica principale del sacrificio, a cui è consegnato il capro espiatorio di una folla i cui componenti si sentono eguali e uniti contro il nemico comune» (p. 12).

Edward Said (Orientalismo), ad esempio, ha ben ricostruito come in occidente il mondo arabo sia da tempo percepito e raccontato come massa indifferenziata e di ciò troviamo conferma quotidianamente sui diversi media. In televisione alle vittime occidentali di una guerra, o di un cataclisma, viene concesso l’onore di essere ricordate come individui; quando i numeri lo consentono, i media elencano i nomi dei caduti e non mancano di ricostruirne le vite spezzate. Quando a morire sono barbari extraoccidentali i media si accontentano di generici riferimenti alla massa indistinta, si limitano a riportare, quando lo fanno, i freddi numeri dei defunti. Il fatto che i pervasivi media nostrani concedano lo status di “individuo” soltanto agli occidentali non manca di determinare importanti ricadute sulle modalità con cui si guardano gli altri.

Tornando al saggio di Doni e Tomelleri, con cui continuiamo la serie “Nemico (e) immaginario“, in esso si sottolinea come ci sia «un elemento sottaciuto da tutti, nel mito degli zombi, che va fatto emergere, a cui va data la giusta dimensione e attenzione; l’unico modo infatti per interrompere l’iperproduzione metastasica dell’oppressione è dar voce all’oppresso. Per questo lo zombi è sempre muto, anonimo, stupido, inascoltabile» (p. 12).

Anche la folla in trepidante attesa dell’apertura di un Apple Store per accaparrarsi l’ultima novità tecnologica lanciata su mercato (ammesso che sia la tecnologia ad interessare e non il mero status simbol offerto dal logo), che si presenta anonima, atomizzata ed “affamata di nuova merce”, può essere ricondotta, secondo i due studiosi, alla metafora degli zombi. «Il sospetto è che quella folla, sia alla caccia di qualcosa o di qualcuno che il mito nasconde e rende muto» (p. 12).

Il living dead è certamente un prodotto dell’industria culturale commerciale ma è anche metafora delle relazioni e dei processi sociali e l’analisi proposta dal saggio intende essere «uno studio di decifrazione dello zombi in quanto unità discorsiva carica di emozioni e di senso, consapevole o inconsapevole, voluta o non voluta, che si costruisce attivamente all’interno delle relazioni sociali, trasformandosi col tempo e nelle culture, per incarnare desideri e paure di un’epoca» (pp. 13-14).

Non è difficile, grazie anche ai suggerimenti espliciti contenuti in alcuni film, individuare analogie tra le orde di morti viventi che abitano gli schermi e le folle di consumatori che vagano nei megastore od anche, suggeriscono gli autori, con le moltitudini di minatori ricoperti dal fango fotografati da Sebastião Salgado. Doni e Tomelleri intendono indagare proprio questa somiglianza riscontrabile «tra i morti viventi dei film, fumetti e canzoni, e i soggetti peculiari del nostro attuale modo di produzione (che per comodità chiamiamo neocapitalismo, qualunque cosa significhi questa formula accomodante e di per sé abbastanza vacua), cioè noi, perché questa storia riguarda tutti noi, siamo tutti coinvolti nella trasformazione dell’essere umano in un morto che cammina» (p. 15).

L’attrazione contemporanea per gli zombie coincide con un’epoca in cui l’intera esistenza dell’essere umano è sempre più imbrigliata all’interno di meccanismi standardizzati ed alienanti, dunque il saggio indaga le forme simboliche prodotte da tale mutazione e tali forme simboliche sono in grado di riflettere quella massa senza vita all’interno della quale l’essere umano si sente fagocitato.

La storia dello zombi è lunga e variegata e fin dalla sua comparsa, comunque, questa figura ha a che fare con l’oppressione sociale; l’idea che qualche forma di potere possa sottrarre l’anima/il pensiero al popolo rendendolo schiavo ha attecchito facilmente tra la popolazione haitiana. Lo zombi può essere pensato come black hole capace di risucchiare «indistintamente le mistificazioni del progresso, per divenire infine lo specchio ustorio della libertà occidentale» (p. 19).

La figura dello zombi nasce in seno a quella cultura vudù che «forniva al proletariato haitiano l’opportunità di rileggere la propria vicenda in chiave postcoloniale, inoltre procurava i mezzi di elaborazione culturale della condizione oppressiva che stava vivendo: l’operaio subissato, abulico, alienato, dissanguato… è sotto l’effetto di una potente magia. È lo zombi» (p. 24). Nonostante l’origine haitiana, la figura dello zombi che si è imposta a livello universale negli ultimi decenni è decisamente riplasmata dall’uomo bianco; se la zombificazione nella tradizione haitiana deriva dalla magia nera, nella “versione internazionale” essa diviene una sorta di malattia contagiosa.

Dal libro The Magic Island (1929) di William Seabrok deriva una figura dello zombi interpretabile come espressione della nuova condizione di schiavitù in cui versa la popolazione haitiana: «gli zombi sono cadaveri ai lavori forzati, privi d’identità, di memoria, completamente alienati e asserviti, gli occhi sbarrati e lo sguardo assente» (p. 27). Nel libro di Seabrok si racconta anche di uno stregone che si fa assumere dalla “Haitian American Sugar Company” insieme ad un gruppo di braccianti-zombi sfruttati fino allo sfinimento. La leggenda vuole che questi lavoratori schiavizzati, una volta venuti a contatto con cibo salato, rompano l’incantesimo che li aveva zombificati e riattivando le coscienze decidano di sottrarsi allo sfruttamento e di far ritorno alle rispettive tombe. La credenza popolare vuole infatti che la ripresa di coscienza avvenga grazie all’assunzione di alimenti come la carne ed il sale, cioè cibi solitamente inaccessibili ai poveri. A proposito di questo racconto, Doni e Tomelleri evidenziano come la questione nodale sia contenuta proprio nelle premesse della vicenda: «lo zombi serve a far soldi. Lo zombi è il plusvalore che consente allo spregiudicato investitore di speculare sulla produzione. L’accumulazione primitiva del capitale non poteva avere un’immagine più calzante» (p. 27).

cover_zombi_medusaNel saggio ci si sofferma su una canzone del 1975 del musicista nigeriano Fela Kuti intitolata Zombie (come l’album che la contiene): i morti viventi sono i poliziotti ed i militari descritti come cadaveri privi di volontà che hanno subito un lavaggio del cervello finalizzato a fargli compiere crimini efferati. Si tratta di «terribili macchine di morte e di auto-immolazione: l’apoteosi del robot docile middle class intravisto da Mills nelle sue immaginazioni sociologiche. L’impiegato, il represso, l’emarginato, divenuto strumento cieco e sordo, che uccide, distrugge, reprime e muore senza pause, senza lavoro, senza senso (no break, no job, no sense). Apoteosi della banalità del male, della indisposizione al pensiero» (p. 38). E sappiamo come il sonno della ragione generi mostri.

Nella canzone Coffin for Head of State, Fela Kuti se la prende invece con le religioni (cristiana ed islamica), definite “organizzazioni mangiasoldi” che portano stordimento nelle coscienze africane. Nel pezzo il coro ripete insistentemente quel waka waka, che compare anche in un canto camerunese di fine anni ’40, portato nel 2010 alla ribalta internazionale in una versione pop dalla cantante colombiana Shakira come inno dei Mondiali di cacio sudafricani. La versione-tormentone che ha spopolato a livello globale, rivolgendosi ad un pubblico abituato a consumare senza farsi troppe domande, ha perso per strada la complessità originaria. «Gli zombi, che siamo tutti noi quando restiamo incantati dalle sirene dello show, non hanno dubbi, sono fruitori e merce al tempo stesso del nonsense» (p. 43).

Dunque, sostengono gli autori, una musica di denuncia e rivendicazione in grado di incidere a livello sociale, nel giro di pochi decenni, perde le sue caratteristiche: «il linguaggio rimane diretto, ma i livelli si sono parificati, gli attivisti e i militanti sono diventati puri consumatori, non vi è più consapevolezza di quello che un tempo si chiamava il “messaggio”. Nel mondo globalizzato, in preda a scosse da assestamento finanziario post Lehman Brothers, il “messaggio” fa parte del pacchetto, e quindi è del tutto ininfluente. La cultura, per farla breve, è stata zombificata» (p. 44).

Il potere ha fatto proprie le forme della contestazione rendendole obsolete, banali e ridicole. Lo stesso accade per il conflitto che, soprattutto grazie alla televisione, è stato trasformato in una messa in scena “evasiva”, d’intrattenimento tra uno spot e l’altro, non di rado con la complicità, spesso involontaria, di chi, forse cresciuto a dosi massicce di rappresentazioni televisive, si è prestato, credendosi protagonista, a fare da comparsa in uno spettacolo che lo ha fagocitato all’interno del processo di zombificazione. «L’opposizione è divenuta soltanto ridicola; la critica sociale è divenuta incomprensibile; il conflitto sociale è in continuazione procrastinato, sottaciuto, minimizzato. La politica si trasforma in farsa, il dibattito in idiozia mediatica, la dialettica in pernacchie e corna, i programmi e i decreti diventano barzellette ecc.» (p. 44). In scritti precedenti ci siamo soffermati sulla messa in finzione della realtà [su Carmilla] e sul depotenziamento del dissenso operato soprattutto dalla televisione [su Carmilla].

Questo processo di banalizzazione della vita, sostengono gli autori, è in corso da diverso tempo e non accenna ad esaurirsi, anzi pare trionfare incontrastato. «Le masse di morti viventi che assediano il centro commerciale nel film di Romero, sono le stesse che riempiono gli ipermercati di oggi […] È una sorta di processione ossessiva, una muta istituzione sociale che assume i tratti del rito religioso […] dove una massa indistinta di pellegrini si muove tra carrelli della spesa, navi da crociera, pacchetti vacanze, ristoranti a “tema”, dove ambienti, arredamento, personale e oggetti richiamano alla mente paesaggi naturali o futuristici, modi di vita di altre parti del mondo […] Una moltitudine si muove indifferenziata sotto i cori delle radio commerciali, che con i loro slogan scandiscono il ritmo della celebrazione, che si consuma nel gesto della mera presenza, indipendentemente dall’acquisto della merce o dalla loro convenienza utilitaristica. Perché merci diventano gli stessi partecipanti, contenitori di promozioni, occasioni, grandi affari, saldi, tessere magnetiche per l’accumulazione di punti, sanzione di una fedeltà che vincola all’eterna ripetizione di un desiderio di desiderio, di un consumo di consumo, in un eterno ritorno senza tregua» (pp. 45-46).

Come i fan delle popstar appaiono del tutto disinteressati al messaggio veicolato dalle canzoni (ammesso vi sia), allo stesso modo gli individui consumano quotidianamente merci del tutto privi di scrupoli critici: «l’assenza di riflessione è condizione indispensabile del neocapitalismo, la trasformazione in zombi è il prerequisito necessario per accedere alla macchina mitologica del consumo» (p. 46).

Dunque, si sostiene nel saggio, ciò che accomuna i consumatori e gli zombi pare essere la fame insaziabile, la bulimia cronica fine a se stessa; lo zombi morde senza mangiare e digerire, il consumatore acquista e spesso non “consuma” nemmeno la merce, la butta (e la ricompra). Il nutrimento coincide con lo scarto, come testimoniano le discariche sempre più debordandi. «Ma se il nutrimento coincide con lo scarto, esso non nutre più: ecco la fame infinita. Il consumatore zombi non smette di consumare, perché in realtà non consuma affatto. Quel che fa è trasformare in continuazione se stesso in oggetto di consumo, stordendo la propria facoltà critica e immaginativa e adempiendo a quei rituali di sottomissione che nei film sugli zombi caratterizzano tutte le creature morte: muoversi in massa, seguire un ritmo comune, indirizzarsi nella medesima direzione, sbranare senza tregua» (pp. 46-47).

Abbiamo visto come sia diffusa l’identificazione della figura dello zombi con quella del consumatore compulsivo ed a proposito di ciò, sostengono gli autori, il «coinvolgimento nella realtà sociale si è liquefatto: è rimasto soltanto il consumo come gesto meccanico che milioni di zombi compiono quotidianamente» (p. 53). L’identificazione del morto vivente con l’uomo medio massificato e consumista, però, sostengono Doni e Tomelleri, non può esaurire la questione dello zombi contemporaneo; esso non è soltanto un’immagine. «Se gli zombi rappresentano così bene le nostre paure e le nostre angosce collettive è perché sono una viva e potente riproposizione contemporanea di ciò che l’antropologo René Girard […] ha definito il meccanismo del capro espiatorio» (p. 57). Secondo Girad il capro espiatorio (o processo vittimario) indica una persecuzione collettiva (o con risonanze collettive).

I morti viventi ispirano il terrore per la disfatta della civiltà e del progresso, per il caos primordiale che si esprime con l’insorgere della persecuzione. La massa zombi dà immagine alla folla assetata di persecuzione e così come le folle accorrevano, tra Medioevo ed inizio della modernità, ad assistere allo spettacolo garantito dall’esecuzione delle streghe, della vittoria del bene sul male, altrettanto, suggerisce il saggio, il morto vivente sugli schermi richiama una moltitudine di spettatori desiderosi di assistere allo scontro finale tra vivi e non morti. «A richiamare una così numerosa massa di persone è sempre lo stesso Leitmotiv: il sacrificio. Il legame tra il mostro e il suo sacrificio è antico, e rimanda alla struttura stessa del meccanismo del capro espiatorio» (p. 59).

Indipendentemente dalle cause che portano alla comparsa degli zombi, il loro arrivo annuncia una modificazione della scena sociale e porta la distruzione della civiltà, il ritorno alla barbarie primordiale. «Gli zombi minacciano ciò che costituisce la conquista più alta e preziosa della civiltà occidentale: le buone maniere. Essi rappresentano il venir meno di ogni ritualizzazione e progressiva standardizzazione delle emozioni e dei comportamenti corporali […] Gli zombi mettono fine a ogni regola o codice di comportamento. Si assiste alla perdita di ogni differenza e di ogni ordine gerarchico […] Il senso della civilizzazione era quello di tenere a bada gli appetiti, certo, ma non per bon ton, bensì per tenere a bada ciò che gli appetiti a loro volta trattenevano a fatica: l’angoscia della morte. Il grande spettro della civiltà occidentale era addomesticato dalla cura per i particolari, dai rituali minuziosi, dalle sottili distinzioni tra caso e caso, dai distinguo e dai diversi riguardi dell’argomentazione, dal ben vestire e ben conservare. In questo contesto, spazzato via dalla società dei consumi del neocapitalismo, la morte era una specie di malattia da rimuovere, e la violenza era soltanto spettacolarizzazione mediatica. Ora gli zombi incarnano la morte in un modo singolare: sono vittime di altri zombi, che si trasformano in una folla di persecutori con un forte tratto vendicativo. Sono vittime di una morte violenta, e a loro volta, mimeticamente, fautori dello sterminio catastrofico della civiltà umana» (pp. 60-61).

Nei film di zombi viene esplicitata la crisi dell’ordine sociale determinato innanzitutto dalla crisi della gerarchia. Una moltitudine indifferenziata che si muove in maniera inconsapevole, priva di regole, rituali e codici compartimentali. La crisi sociale messa in scena tende ad essere spiegata attraverso cause morali e di tali cause sono accusati proprio gli zombi. Le loro colpe consistono nel trasgredire all’origine culturale ed al modello gerarchico. Si tratta di una moltitudine aperta, priva di responsabilità e di individualità, questi living dead non si curano del loro aspetto e delle conseguenze delle loro azioni, si muovono in maniera omologata, non aspirano all’autorealizzazione e, quel che è peggio, sono contagiosi. Gli zombi sono da eliminare, dicevamo, solo liberandosi di questi esseri mostruosi si può sperare in una rinascita della civiltà.

Lo sterminio appare pertanto come l’unica soluzione, tanto che nell’immaginario proposto dai videogiochi gli zombi sono da intendersi come surrogati di vite umane, in tal modo si giustifica la violenza dispiegata nei loro confronti. Gli spettatori provano piacere nell’assistere all’eliminazione degli zombi sullo schermo e ciò fa dei morti viventi il capro espiatorio: un colpevole consustanziale alla sua colpa. La colpa diviene un attributo ontologico, «è un anatema, nel senso neotestamentario, cioè una maledizione del capro espiatorio: si riscontra di riflesso nell’indifferenza o nella curiosità distratta che suscita il diverso […] lo stigmatizzato, che è abbandonato, ghettizzato, marginalizzato e infine escluso dalla vita sociale delle persone dette normali» (p. 65). Con il temine “stigmatizzato” Erving Goffman (Stigma. L’identità negata) indica colui che è talmente destinato alla propria vittimizzazione da finire col scimmiottare i “normali” finendo, tragicamente, per rafforzare in essi il desiderio di escluderlo dalla comunità se non di eliminarlo definitivamente. Proprio come avviene agli zombi che pur sembrando viventi non sono che la parodia di ciò che erano prima di morire.

La deformità fisica del corpo decomposto del living dead segnala la sua mostruosità morale, i morti viventi, continuano gli autori, «diventano il simbolo di una cultura che si racconta senza fondamento, posta in fragile equilibrio sull’orlo del proprio collasso, come se tute le interpretazioni fossero equivalenti e possibili. In questo modo la rappresentazione persecutoria è completa e il processo vittimario si può realizzare nella sua finzione artistica: nonostante tutto, gli uomini devono sopravvivere, mentre gli zombi, proprio per le loro colpe incancellabili, meritano di essere sterminati» (pp. 67-68).

- The Walking Dead _ Season 6, Episode 7 - Photo Credit: Gene Page/AMCSecondo Doni e Tomelleri l’elemento centrale della figura dello zombi è dato dal fatto che esso è un mito ma, sottolineano i due, non si deve dimenticare che gli zombi esistono. «Il mito serve non tanto per nascondere, ma per mitigare e giustificare la loro realtà, serve per trasformare le vittime reali in personaggi di finzione, di cui magari si dice anche “è tutto vero”, ma senza crederci troppo; serve per non rovinarci l’appetito o la digestione durante i telegiornali, serve per non turbare il sonno, per farci alzare sufficientemente bendisposti la mattina: il mito trasforma la vittima in mostro che è lecito e divertente abbattere, il mito maschera l’ipocrisia e la vigliaccheria nella pruderie del politicamente corretto e nel buonismo della domenica mattina. Gli zombi sono coloro che, nella loro difformità relativa, sono trasformati in deformi assoluti da un modo di produzione che ha perso ogni traccia di anima, che predica l’egualitarismo estremo e fa erigere mura difensive e inneggia guerre preventive per accaparrarsi fonti energetiche. Gli zombi sono uomini, donne e bambini massacrati per mare e per terra, ogni giorno, con spietata e immonda regolarità, nel torpore delle estati occidentali. Gli zombi sono tutti coloro che non sono “noi”, soggetto collettivo medio aggrappato a quel po’ di benessere che il neocapitalismo concede a chi ha la ventura di nascere in un paese con un prodotto interno lordo decente. Noi guardiamo loro e vediamo degli zombi: vediamo cioè tutto ciò che noi non vorremmo mai essere. Questa è la vera proiezione. Lo zombi è il non-me, così come il morto è il non-me del sopravvissuto, generatore del senso del potere. La nostra piccola sicurezza quotidiana è garantita dal mito che non muore mai: quello della vittima che è sempre pronta a farsi uccidere, infinitamente, tanto è già morta» (pp. 70-71).

Il mito dello zombi è dunque affrontato in questo libro al fine di decostruire il racconto di una società occidentale globalizzata che sente di vivere sull’orlo del precipizio, «giustificando così le proprie debolezze e la propria volontà di potenza e di domino sul mondo» (p. 81). La percezione della crisi e dell’incertezza nel mondo occidentale induce alla ricerca del “nemico”, del capro espiatorio, della vittima.

Però, si sostiene nel saggio, la forza di cui dispone il capitalismo può divenire la sua debolezza. «La capacità di trasformare ogni critica, anche la più radicale, in un nuovo prodotto commerciale, un libro di successo, un film, uno slogan, un marchio è la sua invulnerabilità ma anche la sua stessa fine. La volontà di dominio è tale che non rimane più nulla da dominare. Il neocapitalismo non può che divorare se stesso, in un’estrema, disperata autofagocitazione» (p. 83).

Ecco allora che alla ricerca di un colpevole su cui sfogarsi, l’immaginario occidentale lo trova nel mito degli zombi. «Il fatto stesso che identifichiamo lo zombi con il consumatore del centro commerciale, cioè con qualunque clone di noi stessi, è un’ulteriore conferma del meccanismo vittimario. La persecuzione collettiva si compie nella sua totale assenza di sensi di colpa, quando il persecutore si traveste da vittima. Ecco che il capitalismo diventa vittima di se stesso, e di fronte al proprio dominio totalizzante, si racconta sull’orlo del collasso, in una condizione catastrofica, quasi dovesse chiedere aiuto per risorgere. Intanto, le vittime del capitalismo proliferano, i persecutori, ignari, continuano indisturbati la propria opera di sterminio» (p. 84).

Ed a proposito di vittime del capitalismo, il saggio si conclude ricordando che tra il 2000 ed il 2013 sono circa 8000 gli esseri umani morti tentando di raggiungere il Canale di Sicilia. Nel solo 2014 hanno perso la vita circa 3500 individui nel Mar Mediterraneo e nei primi mesi del 2015 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo ammontano ad almeno 2800. Il massacro continua. I dati sarebbero tragicamente aggiornabili fino ai nostri giorni. Si tratta di morti che si perdono in mare come nel processo di banalizzazione televisiva in cui, come scrive Carmine Castoro, la complessità del reale tende ad essere ridotta a «statistiche di morte, citazioni di somme di danaro investito o meno dallo Stato, resoconti spicci di inviati-attacchini col microfono in mano e inquadrature di file di bare in bella mostra col solito piagnisteo di politici e opinionisti di sottofondo. Qui c’è tutta la potenza di fuoco, la retrattilità elastica di poderose liberalizzazioni nelle parole e nelle immagini, ma coagulate e assoggettate in chiacchiere, flash passeggeri, scalette di notiziari, prosopopee accademiche e telecompassioni da “pomeriggio in famiglia”. Il Tele-Capitalismo è davvero tutto qua, in questa santabarbara di ipocrisie e preconcetti che hanno però il sentore della libertà, l’eco lontana del pluralismo e della polifonia di voci “libere”» (Clinica della TV, p. 49) [su Carmilla].

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