Kuwait – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 22 Feb 2025 21:00:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il disegno come forma di espressione politica. Il vignettista palestinese Naji al-Ali https://www.carmillaonline.com/2016/04/01/28901/ Fri, 01 Apr 2016 21:30:05 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28901 di Gioacchino Toni

Cover FilastinNaji al-Ali, Filastin. L’arte di resistenza del vignettista palestinese Naji al-Ali, Eris, Torino, 2015, 224 pagine, € 17,00

«Ho cominciato a usare il disegno come forma di espressione politica mentre mi trovavo nelle prigioni libanesi […] disegnavo sui muri» Naji al-Ali (p. 10)

È da poco disponibile la ristampa di Filastin, la prima raccolta pubblicata in Italia dei lavori di Naji al-Ali, vignettista palestinese assassinato per le sue idee politiche a Londra da un colpo di pistola esploso nell’estate del 1987 da un assassino restato sconosciuto.

Naji al-Ali è [...]]]> di Gioacchino Toni

Cover FilastinNaji al-Ali, Filastin. L’arte di resistenza del vignettista palestinese Naji al-Ali, Eris, Torino, 2015, 224 pagine, € 17,00

«Ho cominciato a usare il disegno come forma di espressione politica mentre mi trovavo nelle prigioni libanesi […] disegnavo sui muri» Naji al-Ali (p. 10)

È da poco disponibile la ristampa di Filastin, la prima raccolta pubblicata in Italia dei lavori di Naji al-Ali, vignettista palestinese assassinato per le sue idee politiche a Londra da un colpo di pistola esploso nell’estate del 1987 da un assassino restato sconosciuto.

Naji al-Ali è nato nel 1936 nel villaggio di Asciagrana in Galilea, fra Tiberiade e Nazareth, nella Palestina settentrionale ma, come tanti suoi conterranei, in seguito alla proclamazione dello Stato d’Israele, ha dovuto lasciare, da profugo, undicenne, la sua terra. Il personaggio principale delle sue vignette, Handala, conosciuto in tutto il mondo, è diventato una vera e propria icona tra i palestinesi e, più in generale, in tutto il mondo arabo. La pubblicazione, data alle stampe da Eris Edizioni, raccoglie 175 vignette restaurate originariamente uscite su diverse testate giornalistiche. Oltre alle vignette il volume pubblica un’intervista in cui il celebre vignettista palestinese racconta la propria vita.

A partire dal 1961 le vignette di Naji al-Ali, iniziano ad essere pubblicate sul periodico “al-Hurriyya”, organo del movimento panarabo, e, pochi anni dopo, trasferitosi in Kuwait, il disegnatore inizia a pubblicare sul settimanale “al-Tali’a”, sempre legato al movimento panarabo, e su “as-Siyast”. A seguito del conflitto arabo-israeleiano del 1973, Naji al-Ali rientra in Libano ove inizia a collaborare con testate come “al-Saifr”, “al-Khalij” ed “al-Watan”, esortando i suoi lettori a non farsi ingannare dai regimi arabi “falsi amici” e dai burocrati dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Dopo le vicende relative alla guerra civile libanese, all’invasione israeliana nel 1982, ed al massacro di Sabra e Chatila, Naji al-Ali abbandona nuovamente il Libano per tornare in Kuwait nel 1983, iniziando a collaborare con il quotidiano “al-Qabs Newspaper” sul quale pubblica vignette fortemente critiche nei confronti di quei regimi arabi che si sono piegati agli Stati Uniti. L’insistenza con cui accusa i regimi arabi filostatunitensi comporta la sua espulsione, nel 1985, dal Kuwait ed il suo trasferimento a Londra ove pubblica su “al-Qabas International”, “al-Khalij” e “al-Ittihad”, giornale del Partito Comunista Israeliano. La vita di Naji al-Ali termina proprio a Londra nel 1987 quando muore, dopo cinque settimane di coma, colpito alla testa da una pallottola esplosa da mano restata ignota. Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Prima Intifada palestinese.

Filastin_2222«L’arte di Naji al-Ali testimonia la sua volontà di schierarsi sempre e apertamente […] le sue vignette sono messaggi cifrati di facile comprensione che raccontano la Resistenza Palestinese e la condizione politica e sociale del mondo arabo» (p. 15).

Il personaggio più celebre creato dal cartoonist arabo è Handala, un ragazzino undicenne come lui al momento dell’abbandono della terra natia. «Io sono Handala, vengo dal Campo Profughi di Ain al-Hilwa, e giuro che rimarrò fedele alla mia causa e al mio popolo» (p. 15). Il nome dato al personaggio deriva da un’erba selvatica amarissima ed allude all’amarezza provata dal bambino nel vedere la sofferenza del suo popolo ed il tradimento di ha voltato le spalle alla sua gente.
«Il “popolo” è centrale nel lavoro dell’artista. È raffigurato quasi sempre come un contadino dai vestiti logori. È stato costretto ad abbandonare la propria terra per diventare profugo come la maggioranza dei palestinesi […] La miseria e la dignità che lo contraddistinguono, lo rendono universale e cosmopolita, trasformandolo in simbolo dell’arabo medio oppresso, dal sudanese al magrebino all’abitante di tutto il Medioriente» (pp. 15-16).

Tra le figure ricorrenti nelle vignette del palestinese c’è quella del fedayn con la kefiyah e quella di una figura femminile dai tratti tristi e determinati che finisce per diventare simbolo della Palestina stessa. Altro elemento ricorrente nei disegni è la chiave che allude all’abitudine dei profughi palestinesi di conservare le chiavi della casa abbandonata nella speranza di potervi fare prima o poi ritorno.
Per quanto riguarda le figure dei nemici, il singolo indica la totalità; il soldato con la stella di David o quello con la Bandiera americana sull’elmetto indicano rispettivamente lo Stato di Israele e l’Occidente. Non mancano nelle vignette i nemici interni al mondo arabo e questi sono individuati nella ricca borghesia, nelle burocrazie dei diversi regimi arabi e nella leadership palestinese stessa. Solitamente i nemici interni sono tratteggiati come personaggi grassi trasudanti opulenza.

«Attraverso questi semplici simboli, l’arte di denuncia di Naji al-Ali racconta la repressione e l’occupazione, l’oppressione e l’indifferenza, l’ingiustizia. Le sue opere sono universali, superano i luoghi e il tempo in cui sono nate, per aiutarci a vedere e comprendere le ingiustizie del presente» (p. 17).

Naj al-AliNell’intervista pubblicata sul volume, rilasciata nel 1984, Naji al-Ali dichiara che nelle sue vignette non ama inserire troppi dialoghi, preferendo ricorrere ad una serie di simboli presentati in maniera ricorrente in modo da instaurare una sorta di linguaggio comune tra disegnatore e lettore. Nella medesima intervista, nel ricordare come la sua permanenza in Kuwait sia stata dura, Naji al-Ali con grande amarezza sottolinea come la società consumistica ed individualistica sia in grado di cambiare le persone: «In Libano avevo tanti amici, insieme si lottava, insieme siamo stati in prigione, ma è bastato un solo anno in Kuwait perché molti venissero assorbiti da questa società. Sono diventati insensibili, hanno dimenticato il loro dovere nei confronti della loro gente e dei propri Campi Profughi» (p. 22). Sempre nel corso dell’intervista, l’autore, riferendosi al suo personaggio Handala, spiega come questo rappresenti non solo la sua Palestina ma ogni giusta causa ovunque questa si trovi. «Personalmente sono a fianco della mia classe sociale, sono dalla parte dei poveri e non posso entrare in contraddizione con me stesso o fare l’ipocrita. Per me la questione è chiara e non ho dubbi: sono loro, i poveri, quelli che muoiono, che vengono arrestati e incarcerati, sono quelli che soffrono veramente» (p. 23).

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World War Zombie https://www.carmillaonline.com/2014/08/22/world-war-zombie/ Thu, 21 Aug 2014 22:04:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16855 di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

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di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

Le recenti esternazioni di Papa Francesco pertanto non mi hanno colpito più del dovuto, anche se, a dire il vero, il papa argentino ha avuto il pregio di anticipare almeno una parziale verità, costantemente rimossa dai governi e dai media, soprattutto a casa nostra: la Terza guerra mondiale si avvicina a passi da gigante. Nella più completa incoscienza dei politici, dei popoli e anche, bisogna dirlo forte e chiaro, di vasti settori dell’antagonismo sociale occidentale.

Ora, Papa Francesco non ha fatto una gran scoperta e non è uscito nemmeno troppo dal canone vaticano perché, se proprio si vuol guardare alla situazione internazionale senza preclusioni o bende ideologiche sugli occhi, dentro ai prodromi di un nuovo conflitto mondiale ci stiamo almeno fin dai tempi della prima guerra del Golfo. Dal 1991, da ventitre anni. Eppure, eppure…

Poiché la scuola ha insegnato a tutti che la Seconda Guerra Mondiale si è svolta dal 1939 al 1945, quasi nessuno osa pensare che le campagne africane del Duce, l’espansione giapponese in Estremo Oriente, le annessioni territoriali tedesche, la guerra civile spagnola, le politiche economiche degli stati dopo la Grande Crisi fossero già, di fatto, guerra mondiale. Così come oggi nessuno sembra voler intendere che dalla riunificazione tedesca in avanti, e non soltanto per colpa della Germania, le guerre prima già ampiamente diffuse nel mondo si sono riavvicinate sempre più pericolosamente a quello che era, e per certi fatti rimane, il cuore del capitalismo e, soprattutto, alle aree e alle situazioni irrisolte dei due precedenti conflitti globali.

Oltre a ciò va sottolineato che, da un punto di vista generale, soltanto una certa scarsa conoscenza della storia e dei processi economici reali può far sì che ancora si creda in alcuni ambienti che siano state le manovre keynesiane di intervento statale a far uscire il capitalismo dalla grande crisi degli anni ’30 e non, al contrario, le distruzioni, i massacri e l’intensificazione dello sforzo bellico-economico che lo accompagnò, insieme allo sfruttamento più che intensivo della manodopera dell’industria, coatta e/o schiava durante il conflitto e oltre. Per esempio durante i “gloriosi anni della Ricostruzione” (oggi assai più santificata della Resistenza anti-fascista). guerra_morte

La guerra oggi riparte esattamente da lì, dove il secondo conflitto mondiale l’aveva lasciata. Dai problemi irrisolti di allora (la spartizione territoriale dell’area centro-europea e del Medio Oriente), dalla necessaria ed inevitabile ridistribuzione in ambito imperialista dei ruoli economici e politici oltre che dei mercati (finanziari e commerciali) e delle materie prime (prima tra tutte, come allora, il petrolio). Con alcune aggravanti dovute all’indebolimento storico degli attori principali di allora (USA, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia) e al sorgere di nuovi ed agguerriti competitori economico-militari e diplomatici che al tempo contarono,invece, ben poco (prima di tutto la Cina, seguita però dall’India, dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia, dall’Iran e da un sempre più agguerrito, seppur apparentemente defilato, Sud Africa, solo per citarne alcuni).

Ripercorrere ancora una volta, qui, tutti i motivi di conflitto locale dal Nord Africa all’Ucraina sarebbe soltanto un noioso e ripetitivo esercizio scolastico, ma il viaggio del nostro Pinocchio fiorentino in Iraq rende obbligatorie alcune considerazioni legate nello specifico, ancora una volta, al Medio Oriente e al Nord Africa.
E proprio qui su Carmilla si è già accennato in tempi recenti ad un prevedibile e farsesco, oltre che pericoloso, esercizio muscolare di stampo mussoliniano che il governo degli incapaci avrebbe dovuto mettere in atto per far vedere all’Europa e al mondo (oltre che al tremebondo elettorato interno) le proprie capacità di iniziativa.

D’altra parte, dovremmo saperlo bene tutti, le guerre sono spesso state anche delle momentanee uscite di sicurezza per regimi e governi in difficoltà. Naturalmente la nostra genia di incapaci (con una Ministra della Difesa che afferma che uno scontro tra due caccia-bombardieri Tornado in volo si è svolto tutto “rispettando gli standard di sicurezza” e una ministra degli Esteri che parla alle Camere più per convincere se stessa di essere una candidata accettabile per una poltrona europea più che per esporre fatti e propositi dotati di un minimo di coerenza) non poteva far altro che infilarsi, a caccia di onori e gloria, in uno dei peggiori gineprai del pianeta. Quello siro-curdo-iracheno con contorno di jihad islamica finanziata dalle monarchie del Golfo e dall’Arabia Saudita.

Roba che fino ad ora ha fatto tremare i polsi a gente poco pratica di guerra come americani, francesi, inglesi; incapaci di decidere quale scelta possa essere la meno costosa ed errata per l’imperialismo occidentale dopo i clamorosi passi falsi fatti nel corso degli ultimi anni dalla Libia alla Siria ( come ha dovuto velatamente ammettere pochi giorni or sono lo stesso David Cameron).
Continuare a chiudere un occhio sull’invasiva presenza saudita dalla Libia all’Iraq oppure mandare a carte quarantotto gli equilibri raggiunti in quell’area grazie, anche alla spartizione del Kurdistan tra Turchia, Siria, Iraq?
Continuare a trattare come demone l’Iran oppure cogliere l’occasione di attrarlo nei giochi occidentali inimicandosi, però, Israele e Arabia Saudita? E, soprattutto, aprendo una diversa trattativa sul nucleare di Teheran?1
Inviare armi, soldati e ulteriori “aiuti” economici nell’area ( e a fianco di chi poi, visto che fino a qualche mese fa il principale nemico era il regime di Assad in Siria) oppure astenersi pilatescamente ed aspettare di vedere chi potrebbe essere il candidato più forte a cui affidare il governo di una delle aree del pianeta più ricche di petrolio?

Ma, come nella classica barzelletta in cui all’idiota di turno viene detto: “Vai avanti tu che a me vien da ridere”, il Sindaco d’Italia si è fatto perniciosamente avanti e, come per altre mille questioni irrisolte o aggravate dai perentori interventi del suo esecutivo, ha deciso che avrebbe smosso le acque…bisogna fare in fretta! L’Italia, l’Europa, il Mondo ce lo chiedono!!

Mancano solo i milioni di baionette promesse da Mussolini, sostituite però dalle migliaia di kalashnikov sequestrati ad una nave ucraina durante le guerre balcaniche. Come dire: poca spesa, molta resa! annuncio_guerra
E infatti c’è da chiedersi quale sarà la “rendita” a cui mira l’improvvida ed avventuristica uscita del nostro presidente del consiglio. Recuperare in Iraq le forniture di petrolio perse con l’affaire libico? Affermare che la diplomazia italiana, e quindi la Mogherini, è degna di rappresentare gli interessi europei su scala internazionale? Ma, quali sono gli interessi europei? Siamo proprio sicuri che dalla Germania al Regno Unito passando per la Francia gli interessi siano davvero comuni?

Oppure solamente aprire la strada ad un intervento occidentale che, per ragioni di equilibrio interno ed internazionale, Obama può soltanto indicare ma non garantire e definire di più?
Basta guardare ad alcuni dei principali quotidiani nazionali degli ultimi giorni per capire la confusione in cui versa tutta l’iniziativa politica italiana. La Stampa, come al solito filo-israeliana ed imbeccata dai servizi del Mossad, indica nel Qatar il principale finanziatore dello Stato Islamico e per fare ciò ricollega questo sia ai Fratelli Musulmani che ad Hamas, nel tentativo di suggerire una fragile equazione in cui il progetto dei jihadisti siriaco-iracheni è parallelo a quello di Hamas e quindi, quest’ultima formazione politica deve essere bombardata ed annichilita insieme a tutti i Palestinesi, nemici di Israele.2

Posizione il cui primo risultato sembra essere quello delle rivelazioni derivanti dalla desecretazione dei documenti riguardanti i legami e i patti intercorsi tra l’OLP di Arafat, il Sismi e la Dc.3 Una “tempestiva” iniziativa che rompe definitivamente con la tradizione politica seguita per decenni nell’area mediorientale e mediterranea dai governi italiani e che consegna definitivamente ogni iniziativa politica di Roma nelle mani dei servizi anglo-americani ed israeliani.

La Repubblica, invece, tende a cogliere nel coacervo di rivalità e mire espansionistiche, almeno dal punto di vista finanziario, petrolifero ed anti-iraniano, presenti tra gli stati del Golfo (Arabia Saudita e Kuwait in testa) l’origine dell’attuale situazione in Medio Oriente e in Nord Africa ed indica nell’Egitto uno degli “attrattori fatali” degli attuali contrasti. Ma ha almeno il buon gusto di far risalire l’attuale groviglio medio orientale all’arroganza coloniale espressa, dopo il primo conflitto mondiale, dall’Asia Minor Agreement firmato e voluto dal francese Francois Georges-Picot e dall’inglese Mark Sykes che ridisegnò i confini dei territori dell’ex-impero ottomano.4 Mentre uno strano incidente, verificatosi a Parigi nei giorni scorsi e riferito da Repubblica il 18 agosto, sembra avvallare una certa attenzione dei servizi segreti di varie nazioni nei confronti di possibili trame saudite. Infatti un corteo di automobili di un principe saudita è stato attaccato da un commando armato di kalashnikov a Parigi. Non vi sono vittime, ma sono stati rubati almeno 250.000 euro in contanti e documenti definiti “sensibili” dalla polizia francese. Il corteo aveva lasciato l’ambasciata saudita e si stava dirigendo verso l’aeroporto di Le Bourget. Si è trattato, ha riferito una fonte della polizia, di “un modo di agire inusuale e raro. Sicuramente erano ben informati” sulla composizione del corteo e sul contenuto stipato nelle auto che lo formavano.

L’unica cosa certa è che la questione non si risolverà troppo in fretta, che non sarà poco costosa e che chi si sta attualmente precipitando disordinatamente nel centro dell’arena rischia soltanto di anticipare i tempi di apertura delle porte dell’inferno. Sembra rendersene conto perfino Lucia Annunziata che in un recente articolo sull’Huffington Post afferma: “Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli[…] Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia,dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente […] Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo“.5

Gli appelli a salvare cristiani e yazidi nascondono soltanto le mire imperialistiche diverse dei vari attori. I civili, ci dispiace ancora una volta per tutte le anime belle che, dalla Serbia all’Afghanistan al Kurdistan di oggi, hanno sempre giustificato come “umanitari” i bombardamenti e gli interventi militari occidentali, non interessano realmente a nessuno. Dalla striscia di Gaza a Mosul, passando attraverso tutta la storia delle guerre del XX e del XXI secolo, nessuno si preoccupa realmente di loro o della loro sorte. Tutti potenziali ostaggi della guerra, degli imperi e degli scoop mediatici.
Perché, oggi, la crisi economica e politica internazionale grida: “Guerra!”
Mentre i nostri politici irresponsabili sanno soltanto rispondere: “E così sia”.

ROUSSEAU - La guerraLa guerra si avvicina a passi da gigante.
Il capitale deve rigenerarsi come un vampiro attraverso le distruzioni, i massacri e le ricostruzioni in grande scala, ma
l’antagonismo di classe non può che avere una posizione anti-imperialista e anti-bellicista.
Ma se ho parlato a lungo delle irresponsabili scelte italiane è soltanto perché il nostro vero nemico è, prima di tutto, qui. In casa.

Una classe dirigente acefala, in grado soltanto di straparlare tenendo le mani in tasca e di cercare di trarre profitto dalle sofferenze altrui, sia che si tratti di lavoratori, giovani e pensionati italiani soffocati dalla crisi, sia che si tratti dei palestinesi o dei popoli soffocati dalle guerre, dai nazionalismi e dalle religioni in ogni parte del mondo.

La guerra potrebbe servire a prolungare ancora una volta (altro che keynesismo!) la vita di un morto vivente chiamato capitale. Trasformiamola, con le nostre lotte, in una guerra contro gli zombie del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di una classe su un’altra e di alcune nazioni (qualsiasi esse siano) su tutte le altre. Fino alla loro definitiva scomparsa dagli orizzonti futuri della specie.


  1. cfr.Iraq, Iran: “Pronti ad agire contro Isis in cambio di progressi sul nucleare”, Huffington Post 21 agosto 2014  

  2. Maurizio Molinari, Ecco chi finanzia il califfato del terrore, La Stampa 21 agosto 2014  

  3. Andrea Palladino, Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi, L’Espresso 21 agosto 2014  

  4. Bernardo Valli, L’inganno feroce del califfato, La Repubblica 21 agosto 2014  

  5. Lucia Annunziata, Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia, Huffington Post 19 agosto 2014  

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