Kina – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 United States of America 2022: cronache di una nuova guerra civile https://www.carmillaonline.com/2019/12/18/united-states-of-america-2022-cronache-di-una-nuova-guerra-civile/ Wed, 18 Dec 2019 22:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56782 di Sandro Moiso

Ales Kot, Danijel Zezelj, Jordie Bellaire (colori), Tom Muller (design), Days of Hate – Atto secondo, Eris (Ass. Cult. Eris),Torino 2019, pp. 176, 17,00 euro

“Ma le rivoluzioni solitamente iniziano con il terrorismo” (Kathy Acker, Empire of the Senseless)

Potrebbe non essere pienamente condivisibile da tutti i lettori la citazione che apre il secondo atto di una delle più drammatiche, e politiche, saghe a fumetti prodotte negli Stati Uniti, ma ne restituisce sicuramente il senso. La Eris di Torino ce ne propone il secondo ed ultimo atto, raccogliendo in un volume della sua collana Kina i sei [...]]]> di Sandro Moiso

Ales Kot, Danijel Zezelj, Jordie Bellaire (colori), Tom Muller (design), Days of Hate – Atto secondo, Eris (Ass. Cult. Eris),Torino 2019, pp. 176, 17,00 euro

“Ma le rivoluzioni solitamente iniziano con il terrorismo” (Kathy Acker, Empire of the Senseless)

Potrebbe non essere pienamente condivisibile da tutti i lettori la citazione che apre il secondo atto di una delle più drammatiche, e politiche, saghe a fumetti prodotte negli Stati Uniti, ma ne restituisce sicuramente il senso.
La Eris di Torino ce ne propone il secondo ed ultimo atto, raccogliendo in un volume della sua collana Kina i sei episodi conclusivi della serie, composta complessivamente da dodici e di cui i primi sei erano usciti, sempre per la stessa casa editrice, nella primavera scorsa.

Se non avete già riempito il vostro alberello natalizio di sardine ritagliate o inscatolate, allora potrete avvicinarvi, se ancora non conoscete la serie, alle vicende narrate in questa storia di sangue, tradimenti, attentati, amore disperato, delusione e agenti infiltrati che solo un grande sceneggiatore com Ales Kot e un disegnatore superlativo come Zezelj potevano ideare e restituire al lettore dalle pagine di un albo a fumetti.

Albi a fumetti che sempre più spesso, e soprattutto nelle scelte operate nella collana Kina, sembrano rivaleggiare per complessità delle storie e profondità psicologica dei personaggi con la miglior letteratura di anticipazione e non solo.
Chi, tra i lettori, ha già avuto modo di conoscere i personaggi e gli eventi narrati nel primo atto (qui), sicuramente, non vorrà perdersi questo grande e triste finale. Illuminato soltanto da una flebile e tremolante luce di speranza. Paragonabile forse al finale di uno dei libri più disperati e disperanti della letteratura americana contemporanea: La strada di Cormac McCarthy. Autore citato, non a caso, insieme a James Ballard e altri nei titoli di coda della saga.

Nelle pagine di Kot e Zezelj troviamo infatti lo stesso buio e, allo stesso tempo, lo stesso insensato desiderio di vivere ben conscio del fatto di essere completamente inappagabile in una società e in un mondo che ha fatto dell’odio la sua ragione di esistere. Ma i personaggi di McCarthy e di Kot non chiedono di abolire quest’ultimo come se si trattasse di una delle possibili forme del discorso, lottano per sopravvivere oppure accettano una sfida che non può essere che mortale nel tentativo di modificare radicalmente la società che l’ha prodotto. A costo delle propria vita e della propria umanità.

Una lettura appassionante, a tratti angosciosa, comunque sempre di altissima qualità letteraria e grafica. Attenzione però, per evitare traumi, se ne astenegano gli appartenenti alle nuove maggioranze silenziose.

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Segnali di Fumo: Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav / di Wu Ming 1 https://www.carmillaonline.com/2016/11/01/segnali-fumo-un-viaggio-non-promettiamo-breve-venticinque-anni-lotte-no-tav-wu-ming-1/ Mon, 31 Oct 2016 23:01:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34276 wm1_viaggio_no_tav_cover_zerocalcaredi Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi, 2016, pp. 650, € 21.00.

È uscito ieri il nuovo libro di Wu Ming 1, un viaggio dentro il movimento No Tav che non poteva essere breve, sia perché 25 anni di lotte richiedono dignità, precisione e rispetto, sia perché lo spirito continua e non sembra intenzionato ad arrestarsi. Per chi conosce il percorso di Wu Ming sa già che – nonostante la mole – non [...]]]> wm1_viaggio_no_tav_cover_zerocalcaredi Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi, 2016, pp. 650, € 21.00.

È uscito ieri il nuovo libro di Wu Ming 1, un viaggio dentro il movimento No Tav che non poteva essere breve, sia perché 25 anni di lotte richiedono dignità, precisione e rispetto, sia perché lo spirito continua e non sembra intenzionato ad arrestarsi. Per chi conosce il percorso di Wu Ming sa già che – nonostante la mole – non si tratta di un mappozzo teorico ed evenemenziale, e neppure di un romanzo o un’inchiesta tradizionale. Leggetelo e forse non sarà essenziale capire cos’èIn considerazione dei temi trattati e dello spessore del libro, le parole intorno a quest’opera cadranno giù pesanti, alcune precipiteranno rapide e interessate, altre puntuali e meditate. Prevenendo la valanga abbiamo deciso di mettere su un buon disco, tuffarci nelle matite e provare a far parlare i disegni. Ne è uscito fuori l’adattamento a fumetti di “Un viaggio che non promettiamo breve”, che vi proponiamo di seguito.

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Nuove uscite, da Tungsteno ai Kina https://www.carmillaonline.com/2015/03/22/nuove-uscite-da-tungsteno-ai-kina/ Sun, 22 Mar 2015 01:08:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21475 di Alberto Prunetti

tungsteno2César Vallejo, Tungsteno, Roma, Sur, 2015, pp. 137, euro 15, trad. di Francesco Verde

Ci sono libri che mascherano la realtà, la imbellettano e ne camuffano le contraddizioni; ci sono libri che svelano la realtà, ne descrivono la complessità, ne espongono le ferite. Quello di Vallejo non è un libro che maschera la realtà, non la camuffa, non stende veli di cipria sulla dura dinamica delle forze sociali. Siamo in Perù, nei primi decenni del Novecento, e i nordamericani si sono comprati un pezzo di montagna. Devono portare a termine i loro progetti e pertanto devono piegare la [...]]]> di Alberto Prunetti

tungsteno2César Vallejo, Tungsteno, Roma, Sur, 2015, pp. 137, euro 15, trad. di Francesco Verde

Ci sono libri che mascherano la realtà, la imbellettano e ne camuffano le contraddizioni; ci sono libri che svelano la realtà, ne descrivono la complessità, ne espongono le ferite. Quello di Vallejo non è un libro che maschera la realtà, non la camuffa, non stende veli di cipria sulla dura dinamica delle forze sociali. Siamo in Perù, nei primi decenni del Novecento, e i nordamericani si sono comprati un pezzo di montagna. Devono portare a termine i loro progetti e pertanto devono piegare la resistenza dei minerali e degli abitanti del posto. César Vallejo ci fa vedere con le parole il sangue della manodopera schiavizzata, la forza dell’estrattivismo e del colonialismo selvaggio. Insomma, ci parla delle vene aperte dell’America Latina ( e Tungsteno lo si può leggere a fianco del capolavoro di Galeano) Breve, incisivo, stupendo. Non condivido il giudizio rapido di C. Aíra che lo liquida come un testo ideologico. Certo, c’è una tesi ideologica forte, ma stilisticamente siamo ben oltre il realismo socialista: le pagine sul sogno febbrile di un personaggio hanno già connotazioni oniriche e quella terribile cavalcata a dorso di mulo che serve a trasferire e domesticare gli indigeni schiavizzati ha una forza visionaria che di rado la letteratura sa evocare e che si trova più spesso nell’arte delle immagini in movimento. E’ un realismo, quello di Vallejo, che sembra spingersi nell’iperrealismo e poi, per enfasi, nella deformazione caricaturale della società. Non a caso nel corso della lettura mi sono venute spesso in mente, nelle figure di quei militari e di quei borghesi crapuloni descritti dal poeta peruviano, i soggetti delle caricature di George Grosz e di Otto Dix. Sì, la realtà viene ripresa e gonfiata fino a trasformarsi in una caricatura iper-realista. Insomma, è un gran bel libro quello che Sur ha dato alle stampe, tutt’altro che convenzionale (A proposito, provate a leggere questo libro pensando alla Val di Susa e alla Grandi Opere Inutili dei nostri giorni. Sarà un bell’esercizio comparativo).

 

Rodolfo Walsh, Variazioni in rosso, Roma, Sur, 2015, pp. 235, euro 15, trad. di. Eleonora Mogavero

Quest’opera non è una di quelle che Rodolfo Walsh amava di più. E non è neanche una di quelle per cui è diventato uno dei più acclamati scrittori argentini del Novecento. Eppure questi tre racconti polizieschi, che potremmo definire “gialli”, sono importanti perché ci raccontano qualcosa di Walsh. Non solo parlano del suo autobiografismo (sono gialli risolti da un correttore di bozze, lavoro che Walsh ha esercitato per anni e che ritorna in un altro suo racconto, “Nota a pié”) ma illustrano la grande capacità che Walsh ha avuto nel porsi nei panni delle forze di polizia e nel carpirne le tecniche d’indagine. Capacità che poi gli è servita in seguito, quando ha cominciato a identificarsi, più che con la figura dello scrittore di gialli, con i panni del giornalista d’inchiesta e con quelli del guerrigliero. Così in questi tre racconti brevi l’autore argentino ci fa vedere con che meticolosa precisione si possa condurre un’inchiesta. Quale lavoro semiotico di inferenza si possa condurre con le prove, le tracce e le evidenze. E questa capacità gli servirà  in seguito per esplorare, raccontare e risolvere casi di omicidio (vedi Il caso Satanosky e il suo capolavoro, l’inchiesta di Operazione massacro). Ma gli servirà anche per decifrare un telegramma criptato dei servizi segreti nordamericani, trovarne la chiave crittografica e svelare un tentativo di invasione di Cuba orchestrato dai democratici americani. E infine, in anni in cui Walsh, sotto la dittatura, entrerà in clandestinità nelle fila dei montoneros, questa sapienza investigativa gli consentirà di muoversi sotto copertura (cosa che aveva già fatto come giornalista, quando scriveva con una pistola in tasca e un’identità falsa, anticipando di anni lo stile di Gunter Wallraff) ma anche di infilare nel corpo della bonaerense, la polizia di Buenos Aires, un suo uomo. E non solo. Gli permetterà di inserirsi sulle onde radio della polizia argentina per guidare i suoi compagni di guerriglia lungo strade sicure; lo aiuterà a compiere azioni dirette contro i milicos e di allestire un’agenzia giornalistica clandestina. Tutto questo, fino all’ultimo dei suoi giorni, seppe fare Rodolfo Walsh. Chi l’avrebbe detto che quel correttore di bozze occhialuto e stempiato sarebbe divenuto la minaccia vivente dei golpisti. Eppure il suo violento oficio di escribir comincia con questi tre racconti che sono scritti con gli artifici retorici delle detective-story inglesi. Ma qui non siamo a prenderci il thé a Cambridge, siamo in Argentina, e il gioco si farà presto duro.

[Nota: assieme a questi due titoli integra l’uscita di Sur un romanzo di Tomás Eloy Martínez: Purgatorio (Roma, Sur, 2015, pp.283, euro 15, a cura di Francesca Lazzarato). Non ho ancora avuto modo di leggerlo ma dopo aver già letto con grande entusiasmo due titoli di questo autore che considero fondamentali per come ha narrato la storia dell’Argentina, ovvero Santa Evita e La novela de Perón, mi sento nella posizione di nutrire verso questo titolo ottime aspettative].

 

pereiraMarino Magliani e Marco D’Aponte, Sostiene Pereira, Latina, Tunué, 2014, pp. 172, euro 19,90

Marino Magliani ha sceneggiato il romanzo di Antonio tabucchi e il risultato è davvero bello. Morte e vecchiaia da un lato e impegno politico e resistenza umana dall’altro, nel Portogallo che sta per scivolare nella stessa catastrofe politica della Spagna franchista. Anche le tavole di D’Aponte, stilizzate e lontane dall’iperealismo, contribuiscono a dare corpo al significante iconico, riuscendo in maniera esemplare a tradurre l’opera dalla cifra testuale a quella grafica. Un adattamento che funziona alla perfezione.

Paul Avrich, Ribelli in paradiso, Roma, Nova Delphi, 2015, pp. 382, euro 15

Avrich è uno dei più importanti storici dell’anarchismo. A cominciare dal suo saggio su Kronstadt, la sua opera è caratterizzata da estremo rigore nell’uso delle fonti e da uno stile espositivo rigoroso ma estremamente leggibile. Quest’opera, dedicata al movimento anarchico nordamericano, non tradisce le aspettative. Anzi: non si limita a una storia giudiziaria della vicenda di Sacco e Vanzetti ma riesce a ricostruire un pezzo di storia sociale dell’emigrazione politica italiana dei primi del Novecento. Il volume è stato tradotto  e curato da Antonio Senta, che ha provveduto anche ad adattare con le note del traduttore le citazioni al repertorio bibliografico italiano.

Céline Minard, Per poco non ci lascio le penne, Roma, 66THAND2ND, 2014, pp. 245, euro 18

Mi ha sorpreso questo ritorno al west, che passa da una scrittura tagliente, da una concreta perizia nel maneggio dei cavalli e da una profondità psicologica dei personaggi femminili (che nel western tradizionale erano relegati a personaggi sbiaditi: vecchie stregone papago o belle maliarde assassine, se non povere fanciulle abbandonate da salvare). Come lettore ho faticato a riavvicinarmi al western perché ne avevo fatto overdose nella mia infanzia e ho provato qualcosa di simile a chi, avendo smesso di fumare, sente il fumo delle sigarette. Prima ne è disgustato, poi attratto. In breve, quella della Minard una bella prova di scrittura, anche se ho faticato a farmi trascinare dal ritmo del suo plot. Dopo Corman McCarthy, è la seconda volta negli ultimi anni che mi avvicino al western da lettore e, anche se non ho provato le stesse profondità abissali di Cavalli selvaggi nella lettura del romanzo della Minard, si tratta comunque di un’opera che potrebbe rilanciare un genere che in passato è stato esplorato e abusato fino alla consunzione.

Giampiero Capra e Stephania Giacobone, Come macchine impazzite, Milano, Agenzia x, 2014, pp. 249, euro 15

A metà anni Ottanta il punk italiano aveva già superato la sua fase nichilista. Prima di spengersi, o di trasformarsi in hardcore, o di scomparire a colpi di rap, una band italiana che entrò nel cuore di tanti furono proprio i Kina. Montanari e provinciali, suonavano con canzoni in italiano che conservavano una base melodica. Anche il loro modo di vestirsi aveva qualcosa da boscaioli, più che da giovani ribelli delle periferie metropolitane. Insomma, per chi come me veniva dalla provincia rurale, per chi gli anfibi li usava non per moda ma perché il babbo li portava dal cantiere e le camicie a quadri non erano ancora un simbolo grunge ma un modo di vestirsi adatto alla campagna, i Kina erano davvero il gruppo da ascoltare. Il loro hit “Questi anni” lo cantavamo a scuola appena la campanella ci concedeva un attimo di requie. “Se ho vinto se ho perso” è uno dei pochi vinili che conservo con cura e dedizione. Insomma, questo libro è la loro storia, ma è anche un pezzo di memoria di chi, come me, li ha ascoltati per anni, adorandoli. Per la cronaca, dalle mie parti il punk si adattava al giro rurale grazie alla figura del buttero-punk, detto anche maremmione, che faceva cover dei kina ingoiando le c. E nella scena punk del periodo ricordo con nostalgia Grostock, un evento punk sulle sponde dell’Ombrone, e un altro concerto sulle pendici dell’Amiata in cui i butteri-punk si misero a zappare la vigna, ubriachi, a metà nottata, per avere un vino migliore alla prossima stagione. Insomma, la storia del punk italiano non è tutta metropolitana e le memorie de bravissimi Kina ce lo dimostrano appieno.

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Kina, come macchine impazzite https://www.carmillaonline.com/2014/12/16/kina-come-macchine-impazzite/ Mon, 15 Dec 2014 23:00:13 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19416 di Simone Scaffidi Lallaro

kinaGianpiero Capra, Stephania Giacobone, Come macchine impazzite. Il doppio sparo dei Kina, Agenzia X, 2014, pp. 249, € 15.00

Quello tentato da Stephania Giacobone, Gianpiero Capra – bassista storico dei Kina – e dalla  casa editrice Agenzia X è un esperimento ambizioso: raccontare il punk come uno sparo ancora vivo e non come il simulacro nostalgico di un tempo ormai passato e sorpassato. A dare linfa a quest’idea è il racconto di una ragazza nata nel 1987, una fan postuma arrivata quando tutto quello che i Kina hanno scritto è già [...]]]> di Simone Scaffidi Lallaro

kinaGianpiero Capra, Stephania Giacobone, Come macchine impazzite. Il doppio sparo dei Kina, Agenzia X, 2014, pp. 249, € 15.00

Quello tentato da Stephania Giacobone, Gianpiero Capra – bassista storico dei Kina – e dalla  casa editrice Agenzia X è un esperimento ambizioso: raccontare il punk come uno sparo ancora vivo e non come il simulacro nostalgico di un tempo ormai passato e sorpassato. A dare linfa a quest’idea è il racconto di una ragazza nata nel 1987, una fan postuma arrivata quando tutto quello che i Kina hanno scritto è già stato suonato e risuonato. Appena il tempo per assistere a qualche reunion brizzolata. Stephania vive l’infanzia a Courmayeur e poi si trasferisce ad Aosta ma non si trova a suo agio né nel piccolo paese ai piedi del Monte Bianco, né in quella che si ostinano a chiamare città ma in realtà è soltanto un paese più grande degli altri. Cerca una via di fuga. Vuole scappare da una Valle che per lei altro non è che una camera anecoica, dove un loop di grida ed indifferenza esce da un amplificatore che ha le sembianze di un padre oppressivo e claustrofobico. Urlare contro le montagne non serve, contribuisce solo a confermare la condizione di spaesamento che si prova quando ci si rende conto di essere soli. L’eco ritorna indietro sempre uguale e moltiplica la rabbia del proprio disagio.

Stephania un giorno scopre un manifesto strappato, in un vicolo del centro di Aosta, attacchinato anni prima, legge le tracce di un’occupazione, quella della Torre dei Balivi, da parte del collettivo anarchico Piloto Io e quelle di uno sgombero e una repressione senza precedenti in città, che costringe al carcere tredici compagni. Inizia a documentarsi e subito le cuffie si riempiono della musica e dei testi dei Kina. Quel suono è uno sparo capace di bucare le montagne e andare oltre la camera anecoica, aprire una breccia d’utopia in una valle senza speranza.

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Gianpiero è il bassista di un gruppo punk che tra gli anni ’80 e ’90 ha fatto conoscere a tutta Europa la scena hardcore italiana, uno di quei tre montagnini – insieme a Sergio Milani alla batteria e Alberto Ventrella alla chitarra (a cui si uniranno nell’avventura anche Marco Brunet e Stefano Giaccone) – che incendieranno le polveri del punk a colpi di autoproduzione e viaggi in furgone. L’Europa è piena di frontiere e controlli doganali, anche le esportazioni dei dischi sono regolate, Berlino Ovest è un’isola in fermento, un’enclave accerchiata da un muro che la divide dalla Germania Est. Kreuzberg non è solo un nome che si fa largo per il continente, ma un quartiere brulicante di cultura alternativa e autogestione.

E i Kina – a Berlino come a Torino – sono strani, si vede che non sono punk metropolitani, un po’ provinciali e un po’ originali, con quello stile particolare nell’abbigliamento e nel portare barba e capelli. Eppure sia in Italia che all’estero riescono a farsi rispettare e apprezzare, con qualche piccolo sgarro alla “scena” s’intende: “A giugno ci esibiamo clandestinamente alla Festa dell’Unità di Aosta. Lo facciamo di nascosto perché se i punk torinesi l’avessero saputo, avremmo chiuso con tutti. A noi però quel concerto serviva, perché all’epoca era l’unico modo per suonare ad Aosta. Potranno mai i metropolitani capire le ragioni di noi provinciali?”

A fare da collante tra le due narrazioni, oltre alle canzoni dei Kina, ci sono in tempi diversi le città di Aosta, Torino e Berlino – richiamate insieme al Blu Bus nell’ottima veste grafica di copertina – e poi le occupazioni, gli sgomberi, gli scontri e gli squat. Grazie ai Kina e al punk Stephania inizia il suo percorso di liberazione e catarsi che trova espressione in questo libro. Tuttavia l’ambizioso esperimento di dare contemporaneità al punk ha successo solo in parte. Photo edited with http://www.tuxpi.comLa linfa che sgorga dal pennino di Stephania e da quello dell’ex Kina Gianpiero sfiorano a più riprese l’eccesso d’intimismo calcando troppo spesso la matita su sé stessi. A risentire dello schiacciamento di prospettiva è in parte la complessità di un periodo e forse a tratti la profondità del viaggio dei Kina.

Ma questo, lo si è capito, non è un libro sulla scena punk-hardcore degli anni ’80 e sui Kina – pur essendo la prima opera che li racconta da due angolature interessanti – ma la storia di un’evasione capace di innescare un’altra evasione e chissà quante altre detonazioni a catena. La lettura è veloce e scorrevole e l’apparato di interviste e foto che conclude il libro – grazie soprattutto alle voci di Sergio Milani, Alberto Ventrella e Stefano Giaccone – necessario all’equilibrio del testo. Tra le foto si riconosce anche un giovanissimo Dave Grohl, che nel maggio del 1990, in tour con gli Scream, condivise il palco e la notte di Francoforte con i Kina. Appena un anno dopo, Dave entrerà in studio per registrare Nevermind con i Nirvana.

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