Gladio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Per un’Anpi tridimensionale https://www.carmillaonline.com/2021/12/17/per-unanpi-tridimensionale/ Fri, 17 Dec 2021 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69697 di Luca Baiada

Sta arrivando il congresso nazionale dell’Anpi. In una vignetta di qualche anno fa, i genitori di un bebè sono fieri di averlo vaccinato, e anche tesserato all’Anpi contro il fascismo: ecco il sunto di un bel proposito con sostanza debole. Presa così, la tessera dell’Anpi è una medaglina.

L’associazione è un punto di riferimento. Presente ovunque in Italia e con sezioni all’estero, non è un partito ma neanche un gruppo qualsiasi, e ha un nome importante. Le contraddizioni sono nella sua storia. Nasce nel ’44 dopo la [...]]]> di Luca Baiada

Sta arrivando il congresso nazionale dell’Anpi. In una vignetta di qualche anno fa, i genitori di un bebè sono fieri di averlo vaccinato, e anche tesserato all’Anpi contro il fascismo: ecco il sunto di un bel proposito con sostanza debole. Presa così, la tessera dell’Anpi è una medaglina.

L’associazione è un punto di riferimento. Presente ovunque in Italia e con sezioni all’estero, non è un partito ma neanche un gruppo qualsiasi, e ha un nome importante. Le contraddizioni sono nella sua storia. Nasce nel ’44 dopo la liberazione di Roma e nel ’45 diventa un ente morale. Possono iscriversi solo i partigiani, e così entra solo chi ha partecipato a un evento storico finito. Ma all’epoca i partigiani sono giovani, il mondo sembra tutto nuovo, fioriscono i per sempre e i mai più. Le cose sono a pezzi, i fascisti sono nelle tane; i cuori antifascisti sono formidabili, i cervelli dipende.

Molti anni dopo, quel presupposto per iscriversi viene allargato, non rimosso: possono entrare anche i militari del Corpo italiano di liberazione (detto esercito del Sud o del re), composto da formazioni regolari sotto il controllo degli Alleati, e i militari deportati che hanno rifiutato di combattere per il nazifascismo. L’essenza originaria del partigianato sbiadisce e il problema è solo differito: si tratta sempre di persone che hanno partecipato a un fatto terminato. Solo nel 2006, dopo molte cose – crollo del blocco socialista, ritorno della guerra in Europa, telefonia cellulare, berlusconismo, internet, 11 Settembre, valuta europea, egemonia tedesca, finanza creativa – il tesseramento è aperto a tutti. Il ritardo pesa: si fatica, a far educare i bambini dai nonni. Nonni e nipotini si gratificano a vicenda di un’affettività acritica, senza il conflitto fra genitori e figli necessario alla crescita.

Ci sono domande che non avranno mai risposta. E se l’Anpi avesse aperto prima, per esempio nel 1968? Quanti giovani avrebbe strappato al peggio? alla scelta delle armi? al buco? al punkabbestia? O semplicemente al riflusso, al muretto, al «lavoro guadagno, pago pretendo», all’«autoradio sempre nella mano destra e il canarino sopra la finestra»? L’onda lunga dei Sessanta, nel clima della destalinizzazione e della decolonizzazione, di Kennedy e di Che Guevara, era il momento per ripensare la Liberazione e riattrezzare l’Anpi, togliendole la brillantina a costo di farla capellona. Adesso, cose come le interviste ai partigiani di Laura Gnocchi e Gad Lerner hanno il sapore di uno scavo nelle rovine. Claudio Pavone l’aveva notato: dopo la guerra, per la maggior parte dei resistenti ci fu il ritorno a vita privata e all’antifascismo si sovrappose un notabilato. È accaduto qualcosa di simile dopo il 2006: i militanti della sinistra storica e della Cgil si sono iscritti all’Anpi portandosi dietro i bagagli.

Le regole dell’associazione sono il risultato di stratificazioni e aggiustamenti, su un inizio più entusiasta che preciso (il primo atto, nella Roma del giugno 1944 appena liberata, non è stato pubblicato o non si fece per iscritto). Siccome l’Anpi non partecipa alle elezioni, non ci sono verifiche sul consenso, per mettere alla prova i dirigenti fra un congresso e il successivo. Neanche i partigiani chiedevano il voto fra il ’43 e il ’45, ma si può fare un paragone? E poi misuravano il consenso direttamente, nel popolo. L’Anpi non ha questa presa immediata, col rischio della vita.

Fra un congresso e l’altro c’è un’eternità – l’ultimo è stato nel 2016 – e adesso si sente di più. In pratica, dalla fine della guerra mondiale i congressi sono stati meno delle legislature. Quanto al vertice, ci sono stati più presidenti della Repubblica e più papi nella Chiesa che presidenti dell’Anpi: con quello attuale sono sei in tre quarti di secolo. Questo perché Arrigo Boldrini, già nel gruppo dirigente mentre cadeva la monarchia sabauda, ha presieduto l’associazione sino al 2006, attraversando tutta la prima Repubblica e un bel po’ della seconda. Sessant’anni di carica: solo la regina Elisabetta batte questo record.

Fra convegni, iniziative, pubblicazioni e mostre, nell’Anpi c’è sempre qualcosa di interessante. Purtroppo, però, solo alcune attività hanno una sostanza tridimensionale, un corpo vivo. Spesso non si tratta che di rievocazioni, presenze formali coi simboli e il medagliere, poi discorsi agli anniversari, e ancora scritti e audiovisivi, incontri di qualità variabile e partecipazione ufficiale ad attività di enti. I corsi negli istituti di istruzione, quelli sono sempre di buon livello.

Nell’insieme, considerando le attività, è forte la sensazione di una sorta di interminabile mappatura del passato, a volte del presente, e comunque di una narrazione incessante, minuziosa, bidimensionale, solo in certi casi irrobustita da mobilitazioni concrete che si sollevano dalla carta o dallo schermo. Questa ipertrofia della memoria, così lontana dal fatto che l’associazione nacque da un conflitto in cui si guardava alla costruzione del futuro e non ai ricordi, spande sull’Anpi una patina che la ripetizione del proposito di attuare la Costituzione non riesce a far diventare brillante.

Sulle caratteristiche profonde dell’Anpi è significativo l’appello che diffonde il 26 settembre 1944, probabilmente il suo primo scritto di rilievo. È diretto ai partigiani da una parte e dall’altra della linea fortificata che in quel momento divide l’Italia, e li chiama a raccolta: «La stretta comunione di intenti e di opere che li ha animati nell’azione militare, deve perpetuarsi nell’attività civile. […] Apprestatevi a rinsaldare le vostre schiere per difendere negli ardui compiti della vita civile quegli stessi ideali che vi hanno infiammati nella lotta armata».

Questo appello bifronte ha un modo tortuoso di aver ragione, ma anche un torto ragionevole: i combattenti sono già vincitori e ai vincitori si offre un modo per continuare a combattere. Siamo nella fase germinale di alti propositi e di un’ambiguità mai risolta: cosa siano le armi è chiaro; più difficile è decidere mezzi e scopi della lotta disarmata. Alla fine di Novecento di Bertolucci, l’antifascista dice che il padrone è morto anche se è vivo; la vecchia contadina lo bacia ma va al sodo: «Olmo, tu hai imparato bene a parlare, ma io non capisco le tue parole: sotto c’è un imbroglio».

Il fatto è che la Resistenza fu vasta per misura e varia per orientamenti, ma l’Italia fu liberata col contributo campale di una sola parte politico-economica del blocco antifascista, gli Alleati, che si insediarono militarmente, per restare. Ed ecco che certi problemi di caratura, fra antagonismo sociale e vicinanza al potere costituito, si ripresentano a ogni svolta storica. Caduto il Muro di Berlino, in un appello dell’Anpi per il 25 aprile 1990 si legge: «L’Europa […] deve cogliere l’occasione storica che le si offre di garantire un avvenire di pace e di sviluppo democratico al mondo intero di modo che la Germania unificata, partecipe dell’unità europea, e tenendo conto anche dell’intangibilità dei confini scaturiti dalla fine della Seconda guerra mondiale, abbandoni per sempre l’aspirazione di imporre la propria superiorità di potenza che fu già all’origine dei due ultimi conflitti mondiali dai quali l’umanità fu travolta». Poi, malgrado quell’intangibilità e quel per sempre, sullo sfondo delle guerre nei Balcani e dello smembramento della Jugoslavia arriveranno Maastricht, l’euro e l’egemonia di Berlino.

Proprio in quel 1990, nell’arco di tempo in cui la Germania si riunifica, in Italia è ammessa ufficialmente l’esistenza di Gladio e in una vecchia base delle Brigate rosse ricompaiono carte del caso Moro. Allora, come in altri momenti della storia della Repubblica, l’Anpi, mentre denuncia lo stragismo e i depistaggi, si attiva per difendere le istituzioni dalla delegittimazione. Scelta giusta, troppo prudente, forse obbligata? Evidentemente, condizionata da anni di sindrome di lotta e di governo, l’associazione ormai era costretta a prendere per bersaglio il sistema che aveva sabotato e arginato l’antifascismo e la Costituzione, ma allo stesso tempo a riceverne l’ordine del giorno. La caduta del blocco socialista, privando l’antifascismo ministeriale di punti di riferimento, aveva colto molti impreparati e privi di un’alternativa credibile allo stato delle cose. Farne una colpa all’associazione sarebbe eccessivo, perché sotto parole d’ordine mai chiarite – convergenze parallele, compromesso storico, eurocomunismo, solidarietà nazionale, non sfiducia eccetera – da decenni i partiti, i sindacati e le strutture controllate tenevano insieme masse di persone intorno a casematte camuffate, cioè con posizioni effettive distanti dai significati originari delle loro bandiere.

Neanche invocare l’attuazione della Costituzione basta a rimediare. Il proposito sarebbe grandioso se la Carta fosse quella scritta nel 1947. Ma le costituzioni non sono testi religiosi, cambiano. Già adesso, con le modifiche sulle autonomie locali e col pareggio di bilancio, la Costituzione è peggiorata. Se l’Italia di fatto ha tanti sistemi sanitari diversi (e quindi modi diversi di affrontare un’emergenza), anche questa è attuazione della Costituzione: come è, non come la vorremmo.

Comunque, la Carta del 1947 è un progetto di cambiamento, non di accomodamento, e l’Italia della resilienza non è quella della Resistenza. Eppure il Piano nazionale di ripresa e resilienza – inspiegabilmente, il documento nazionale introduttivo del congresso Anpi non ne parla – somiglia a una costituzione-ombra. Se poi la destra rimettesse mano al testo della Carta, aver insistito per l’attuazione diventerebbe una trappola. Indimenticabile, il tranello del 1993: il centrosinistra non difese il sistema elettorale proporzionale, convinto di vincere perché aveva una «gioiosa macchina da guerra»; un anno dopo, Berlusconi e i fascisti, sovrarappresentati grazie al maggioritario, erano al governo (una rivista satirica titolò: «Gioiosa macchina vendesi»). Domani la destra potrebbe aderire ai propositi di attuare la Costituzione; s’intende, dopo averla cambiata con una maggioranza tale da non permettere neanche il referendum. Forse sarebbe possibile rivolgersi alla Corte costituzionale, aggrappandosi a garanzie e tecnicismi da equilibristi (controlimiti, articolo 139, principi fondamentali eccetera), per sentirsi dire dai giudici della Consulta, anche loro nominati dalla destra: «Olio di ricino, in questa nuova Costituzione? No, è aperitivo con seltz».

Di un’associazione antifascista, di parte e di massa, c’è bisogno. Però. Il congresso del 2022 cade in una situazione di emergenza strutturale, di coprifuoco ricreativo. Questioni sociali, ambientali e sanitarie ci chiudono in un incubo a occhi aperti, in un fanatismo senza fede, in una crociata monolocale mai vista prima. La società dello spettacolo ci fa ballare nel diluvio e ha tassato anche l’arcobaleno. L’associazione deve decidere se avere un ruolo conflittuale, senza il timore di perdere qualcosa di ufficiale.

L’azione congiunta dell’emergenza economica, di quella sanitaria e del Pnrr aggrava la privazione di lavoro dignitoso, di vita e di salute, comprando il consenso con le briciole. Si immette denaro in un’economia già caratterizzata da corruzione, criminalità e gruppi imprenditoriali avvezzi a privatizzare i profitti e socializzare le perdite. L’abitudine alle sovvenzioni, ai cartelli e alle protezioni politiche, collaudata nel corporativismo fascista, non è mai stata realmente superata.

La regia dell’operazione Pnrr è esterna alla partecipazione democratica e ha preso avvio condizionata dalla parte dell’Europa che non visse la Resistenza o la avversò con le stragi, le deportazioni e il sistema concentrazionario. Così il consolidamento economico fa sbiadire la vittoria del fronte antifascista, conquistata a caro prezzo in anni di guerra mondiale. Al contempo, proprio perché il peso posto sulle spalle dell’Italia non sarà pagato dall’imprenditoria privilegiata, ma dai lavoratori, dai marginalizzati della piccola impresa e dai disoccupati, categorie costrette a rifluire l’una nell’altra, si rischia la costruzione di un nuovo blocco sociale di scontenti, abituati alle elemosine e pronti al padrone pur di vivacchiare.

La saldatura fra la sterilizzazione delle conquiste antifasciste, col loro prezzo di sangue, e la resilienza, traspare per esempio nel discorso di Ursula von der Leyen, lo scorso luglio a Fossoli: mentre commemorava una strage ha ricordato duecento miliardi in arrivo dall’Europa, come se fossero il contrappeso della violenza di allora. Quel denaro sta diventando la moneta per comprare l’ubbidienza, l’indifferenza e la falsa coscienza.

L’appello romano dell’Anpi del 1944, rivolto a chi combatteva e a chi aveva appena deposto le armi, va ripensato. Oggi una linea fortificata – più sottile della Gotica di Kesselring ma più difficile da espugnare – corre attraverso le città, i posti di lavoro, le scuole, le famiglie e le persone. I centri urbani sono compartimentati, i lavori parcellizzati e frammentati, il tempo è polverizzato e colonizzato, l’etica è lobotomizzata, i rapporti sentimentali sono lacerati, l’eros è un campo minato agghindato da luna park. Persino l’io è in pezzi, perché fatica a dire noi. Come riproporre la comunione di intenti, come rinsaldare le schiere? L’associazione che si richiama alla Resistenza deve proporre un’alternativa, migliore della grigia resilienza, se non si vuole che questa soppianti tristemente la prima.

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Le false verità su Piazza Fontana https://www.carmillaonline.com/2017/12/12/le-false-verita/ Mon, 11 Dec 2017 23:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42087 di Fiorenzo Angoscini

Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato, Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di stato. La verità del generale Maletti, Prefazione di Paolo Biondani, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, ottobre 2017, pag. 215, € 18,00

Nella raccolta di saggi e discorsi del più eminente scrittore cinese di inizio ‘900, simpatizzante del Partito Comunista, fondatore della Lega degli scrittori di sinistra, Lu Hsun un intervento si intitola ‘Ricordo per dimenticare’, che può essere, leggermente modificato in ‘Ricordo per offuscare’, per inquadrare l’intervista, condotta a sei mani, all’ ex capo dell’ufficio ‘D’ del Sid, militare di professione, per tradizione di [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato, Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di stato. La verità del generale Maletti, Prefazione di Paolo Biondani, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, ottobre 2017, pag. 215, € 18,00

Nella raccolta di saggi e discorsi del più eminente scrittore cinese di inizio ‘900, simpatizzante del Partito Comunista, fondatore della Lega degli scrittori di sinistra, Lu Hsun un intervento si intitola ‘Ricordo per dimenticare’, che può essere, leggermente modificato in ‘Ricordo per offuscare’, per inquadrare l’intervista, condotta a sei mani, all’ ex capo dell’ufficio ‘D’ del Sid, militare di professione, per tradizione di famiglia e vocazione giovanile.
Per evitare scorciatoie intellettualistiche, abbiniamo (con un paio di nostre ‘arbitrarie’ aggiunte) anche quanto letto recentemente in un servizio pubblicato sul settimanale di uno dei due più diffusi quotidiani nazionali, dedicato al rapper canadese Aubrey Drake Graham che, citando Albert Einstein, inizia così: “Il mondo non è minacciato (solo, nda) dalle persone che fanno il male ma (soprattutto, nda) da quelle che lo tollerrano”. Perchè, naturalmente, se non ci fossero i ‘malvagi’ non ci sarebbe bisogno degli ‘gnorri’.

Il ‘Capitano’ Maletti concede parzialmente la sua memoria, i suoi intermittenti ricordi ma, soprattutto, le sue reticenze ed omertosi silenzi. Quando non addirittura una spudorata sfacciataggine: “Generale, ma lei ha una memoria prodigiosa…Ci osserva uno a uno. Poi sorride: ‘Sì, certo. E’ chiaro. Ma solo quando mi fa comodo‘” (pag. 30, il neretto è nostro). Più volte, in termini simili, anche se con parole diverse, ma senza modificarne la sostanza, l’agente segreto ribadisce tale concetto. Oppure, indicando come sicuri testimoni ben informati, individui ormai morti.

La verità pilotata, già pubblicata la prima volta nell’aprile 2010 dall’editore Aliberti di Reggio Emilia, aveva subito sollevato entusiasti consensi,1 ma anche esplicite critiche.2
La rilettura, avvenuta dopo sette anni dalla prima uscita, permette di cogliere, ed evidenziare, pregi (ci sono) e difetti, sviste, dimenticanze, confuse frammistioni e contraddizioni esplicite presenti nel testo, ottenuto e trascritto, sostanzialmente, dalla sbobinatura di una lunga video intervista durata tre giorni, condotta nel novembre 2009 in Sudafrica, dai tre giornalisti italiani al latitante d’oro, emigrato di lusso.

L’elaborato di Sceresini, Palma e Scandaliato, ci permette di inquadrare e ricordare chi è, cosa ha fatto, perché e per quali reati è stato condannato (in via definitiva) l’ex numero due del Sid, e a capo dal 1971 al 1975, dell’ufficio “D”, quello che si occupava di controspionaggio.
L’Africa, per i Maletti (il padre Pietro e il figlio Gianadelio) è come una ‘seconda casa’, usata ed abusata.

Il generale Pietro “trascorse in questo continente gli anni più ruggenti della sua vita. Nel 1917, giovane maggiore reduce dal Carso, fu inviato nel deserto libico…Poi, nel 1935, finì in Somalia: combatté alla testa di un raggruppamento di ascari. Partecipò a numerosi scontri…Nel maggio 1937, fu proprio lui, il generale Pietro Maletti, a guidare le sue truppe all’assalto del monastero di Debra Libanos, poco lontano dalla capitale”. Eseguendo alla lettera gli ordini del vicerè d’Etiopia, Rodolfo Graziani, il teorico dello sterminio ed utilizzatore di gas tossici contro le popolazioni etiopi ed abissine, il militare italiano Maletti, passò per le armi 449 monaci.3 Mentre percorrono i circa 150 chilometri che separano Addis Abeba dalla città santa della chiesa copta di Debrà Libanòs, le truppe agli ordini del regio generale incendiano 115.422 tucul e tre chiese e ‘giustiziano’ 2523 ribelli. Secondo Angelo Del Boca “la pagina più odiosa del colonialismo italiano”. Per i suoi servigi, e criminali attività africane, il regime fascista gli ha conferito una medaglia d’oro, tre d’argento, due di bronzo: un eroe littorio, autentico colonialista.

Il figlio Gianadelio, sin dalla più giovane età, respira e cresce in un’atmosfera intrisa di grigio-verde e camicie nere. Mentre il padre, figlio di un militare, lo vorrebbe artigliere, il futuro agente segreto sceglie la fanteria, nei cui reparti rimarrà sempre fino a raggiungere il grado di generale. Nonostante la dichiarata allergia fisica alla stoffa delle uniformi. Allievo in Accademia, nelle scuole militari -suoi commilitoni: Vito Miceli ed Eugenio Cefis – e di guerra (Cesano, Modena, Civitavecchia, Milano, e Car di Como), distaccato in Val Camonica durante i primi mesi del secondo conflitto mondiale. Poi, Sicilia nel Reggimento fanteria della Divisione Aosta, già ‘comandata’ dal padre, e posto a capo della Compagnia arditi reggimentali.

Catturato il 26 luglio 1943, giorno successivo alla caduta del regime dopo le decisioni assunte dal Gran Consiglio del fascismo, viene internato in campi di prigionia gestiti da statunitensi.
Dopo la cattura nei pressi di Petrosino, mi condussero nei campi di concentramento americani, passai gli ultimi mesi di guerra in prigionia. A volte mi trovai davanti gli inglesi, altre i francesi, soprattutto durante i trasferimenti. Ma la gran parte del tempo la trascorsi sotto il controllo americano, in Tunisia, Algeria e Marocco”. E’ rimesso in libertà, da Camp Liotei di Casablanca, nell’agosto 1945.

E, forse, come spesso sostengono psico-sociologi moderni, il ‘recluso’ Maletti viene colpito da una sorte di Sindrome di Stoccolma e ‘prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice’. Statunitense.
Conseguentemente, “vi posso raccontare di due esperienze formative, diciamo così, negli Stati Uniti. Nella prima occasione, fui assegnato alla Scuola di fanteria di Fort Benning, in Georgia, dove presi parte al cosiddetto corso avanzato di fanteria, durato circa un anno, dal 1949 al 1950. Ritornai negli States sette anni dopo, nel 1957, per frequentare la Scuola di Stato maggiore di Fort Leavenworth, in Kansas: ero insieme a un altro ufficiale italiano, e facevamo parte di un gruppo di settanta elementi provenienti da tutti i paesi del blocco occidentale…Poi, nel 1963, fui nominato addetto militare all’ambasciata italiana in Grecia”.

Anche in questo ‘estratto’ si può notare l’abilità oratoria ed omertosa dell’intervistato: ammette, rivela, la presenza di un altro ufficiale addestrato dagli amerikani senza indicarne il nome. Perché? Un agente da nascondere, coprire, occultare?
E dopo l’addestramento politico militare a casa dello Zio Sam, la trasferta nella penisola ellenica.
Nel periodo della sua permanenza presso l’ambasciata d’Italia ad Atene, i Colonnelli (aprile 1967) rovesciano il legittimo governo ed instaurano la dittatura militare. Un anno dopo (16 aprile 1968) un gruppo di studenti fascisti (gli stessi che gridano: Ankara, Atene, adesso Roma viene) , tra cui Mario Merlino, ospiti del Kyp, il servizio segreto greco, agenzia d’oltremare della Cia, in occasione del primo anniversario del putch partecipa ad un viaggio-premio (con contributo economico del Sid) e di studio delle strategie poliziesche repressive del regime.

Alcuni dei partecipanti alla gita oltremare, avevano preso parte (come uditori) al famigerato convegno dell’Hotel Parco dei Principi (maggio 1965) dedicato alla ‘Guerra Rivoluzionaria’, la cui seconda parte del titolo, che in moltissimi tendono a dimenticare, è: “Il terzo conflitto mondiale è già cominciato”.4 Che fosse stata dichiarata ‘la guerra’, e che fascisti, militari e ‘servizi’ la stessero conducendo (ognuno con le proprie armi, mezzi e strumenti) sono a dimostrarlo gli attentati dell’aprile alla Fiera di Milano e stazione Centrale, di agosto sui treni e dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura, i tentativi di golpe (dicembre 1970) e tutte le altre iniziative (Freccia del Sud-Treno del Sole: luglio 1970, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, golpe bianco, Italicus, stazione di Bologna, loggia Propaganda 2) per fermare l’avanzata Bolscevica. Con ogni mezzo necessario5 e con la scia di morti che hanno provocato.

Nel settembre dello stesso anno del golpe, colui che “si adoperò, a partire dal 1972, per sottrarre agli inquirenti le persone inquisite” (Istruttoria Salvini) rientra in Italia ed assume “il comando del Ventiduesimo reggimento fanteria Cremona” con “un battaglione dotato di carri armati americani M47 e di veicoli corazzati per fanteria M113, anch’essi americani ma prodotti dalla Oto Melara”. Maletti può dimostrare quanto appreso negli stage formativi seguiti in America a fine anni cinquanta-inizio sessanta.

Dal novembre 1968 al novembre 1970, direttore dell’ufficio addestramento dell’esercito. Nello stesso periodo compie viaggi ‘turistici’ in Jugoslavia “per rendermi conto delle bellezze naturali del paese, delle sue diversità etniche e delle condizioni di strade e ponti”. Un turista particolare, verrebbe da pensare… ”Niente di ufficiale”, puntualizza immediatamente.
Sempre nel novembre 1970 inizia il corso annuale, presso il Centro Alti Studi Militari, con viaggi di istruzione a Parigi, Normandia, Londra e Tunisia (auspice l’Eni). Non può partecipare ad un altro viaggio-studio in Svezia “perché su richiesta del generale Miceli, allora capo del Sid, il Ministero mi trasferì presso quel servizio prima che il corso del Casm fosse concluso”.

Così, il 15 giugno 1971 viene nominato responsabile dell’ufficio “D” (Controspionaggio) del Servizio Informazioni Difesa, e ci rimane fino al 30 ottobre 1975. Ed è qui, che compie il suo ‘magistero’, inteso come opera di maestria. Ed è per queste opere che viene, prima arrestato (28 febbraio 1976) per falso ideologico in atto pubblico e favoreggiamento personale (organizzazione e realizzazione fuga) nei confronti di due imputati per la strage alla Banca dell’Agricoltura, Guido Giannettini (Agente ‘Z’) e Marco Pozzan (l’uomo di Freda a Padova) quindi condannato, in via definitiva ad un anno con la condizionale, interamente condonato.

Un’altra condanna definitiva, a 9 anni di reclusione, la ‘merita’ nel 2003 per sottrazione di documenti riservati appartenenti al dossier (redatto nel 1974-75) Mi.Fo.Biali (Miceli, Foligni, Libia) relativo ad un traffico di petrolio con la Libia.6 Documenti finiti misteriosamente nelle mani di Carmine Mino Pecorelli (prima ‘nemico’, poi ‘sopportato’ di Maletti), piduista, fondatore dell’agenzia di stampa Osservatorio Politico Internazionale, poi spregiudicato ed ambiguo giornalista-editore-proprietario del settimanale, in odore di finanziamenti da parte del ‘Servizio’, Osservatorio Politico che ne pubblica ampi stralci. Pecorelli viene ucciso con quattro colpi di pistola la sera di martedì 20 marzo 1979. Curiosamente, Maletti che non è più, ufficialmente, un effettivo del ‘servizio’, viene ‘casualmente’ informato dell’omicidio Pecorelli, da un agente in servizio, il ‘suo’ capitano Labruna.

Il giovedì successivo il settimanale ‘spazzatura’ doveva proporre ai lettori un servizio esplosivo contro Giulio Andreotti. Maletti sostiene che Pecorelli gli confidò di come Licio Gelli, per conto di Andreotti, gli offerse una ‘mancia’ per non far uscire quel numero della rivista. Che, per la sopraggiunta scomparsa dell’autore, non venne provvidenzialmente stampato. Giulio Andreotti, condannato in primo grado all’ergastolo, quale mandante dell’omicidio, viene assolto in Appello.

Nel mese di aprile del 1980 Maletti inizia la sua latitanza-trasferimento-esilio in Sudafrica. Dal ‘paese dei diamanti’, rientrò in Italia solo una volta, marzo 2001, per testimoniare al quinto processo per la strage di Milano: “Dietro la strage c’era l’ombra della Cia…Gli americani sapevano tutto. Conoscevano i neofascisti e li incoraggiavano. Furono loro a fornire l’esplosivo…Sono qui perché amo la patria”. Dopodiché, indisturbato, grazie ad uno speciale salvacondotto (rilasciato da chi?) secondo il quale nessuno avrebbe potuto arrestarlo nonostante le condanne, tornò nel paese dell’Africa meridionale, dove tutt’ora si gode il suo personale buen retiro.

La ricostruzione dei tre giornalisti ricorda (oltre a quanto già riportato) alcune situazioni delicate: la vicenda dell’aereo ‘Argo 16’, il taxi di Gladio. Nome in codice di un aereo Douglas C 47 dell’Aeronautica Militare italiana precipitato a Marghera il 23 novembre 1973, causando la morte dei quattro membri dell’equipaggio e sfiorando un disastro ambientale (la caduta si verificò molto vicino ad un bunker per lo stoccaggio del fosgene nel polo petrolchimico). Secondo fonti giornalistiche e l’opinione di Francesco Cossiga, abbattuto per vendetta dai ‘servizi’ Israeliani.

E poi: lo svuotamento, da parte del padre del neofascista Gianni Casalini (per il Sid, fonte “Turco”) del deposito di Venezia – pieno di esplosivo di origine americana proveniente dalla Germania, quasi sicuramente utilizzato per il massacro del 12 dicembre 1969 – grazie all’imbeccata di un capitano dell’arma, Manlio Del Gaudio.
L’ammissione, ermetica e semi-omertosa, nonché deviante dell’ex capo dell’ufficio ‘D’ che in Piazza Fontana “erano in quattro”, senza naturalmente specificare chi fossero quei quattro.

La quasi inutile intervista ad Ivano Toniolo, ‘rintracciato’ dai tre autori in Angola dopo la loro missione sudafricana, fascista della cellula padovana di Ordine Nuovo e che, secondo Casalini, era stato il suo complice nel posizionare gli ordigni sui treni (8-9 agosto 1969).
Il ruolo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, soprattutto del suo numero due (come Maletti) braccio destro del ‘capo’ Federico Umberto D’Amato, Silvano Russomanno, “Aveva militato nelle SS italiane, credo”.
La sera del 12 dicembre 1969, Russomanno venne mandato a Milano: il suo compito era quello di gestire le prime indagini. E forse, ha ipotizzato qualcuno, i primi depistaggi” .7

La ricostruzione del falso arsenale comunista di Camerino. Allestito dai carabinieri…
Ma…in ordine sparso, sono da ricordare anche certe sviste, dimenticanze e affermazioni, non proprio minori e non sempre ‘neutrali’. Ne evidenzieremo alcune.
Già in prefazione (non degli autori) un’affermazione stonata quando si paragona il 12 dicembre 1969 all’11 settembre 2001.

Un ‘altra sottolineatura fuori luogo è indicare “servizi segreti deviati” portando come testimonianza anche quella di Vincenzo Vinciguerra8 il quale precisa: “La linea terroristica veniva eseguita da infiltrati, da persone che stavano all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato. Dico che ogni singolo scandalo, a partire dal 1969, ben si adattava a una matrice organizzata: non parliamo di elementi deviati, ma dello Stato e dell’Alleanza atlantica”.
Sempre a supporto di ‘deviazione statale’, quando ricordano gli avvenimenti terroristici (pag. 22) del periodo 1969 (Piazza Fontana) – 1980 (Stazione Bologna) ‘dimenticano’ i sei morti e i 66 feriti dell’attentato compiuto contro la ‘Freccia del Sud-Treno del sole’ (22 luglio 1970) e la strage del treno Italicus (4 agosto 1974, due mesi dopo Piazza della Loggia) che provocò la morte di 12 viaggiatori e il ferimento di un’altra cinquantina.

Un’altra ‘giustificazione a posteriori’ che, ‘servizi’, fascisti, complici e conniventi, nonché utili idioti e furbastri di ogni specie, tentano di spacciare (lo fa anche Maletti nell’amichevole colloquio), è quella relativa al non prevedibile esito dello scoppio e non volontarietà di provocare morti, cercando di accreditare la scopo dimostrativo della bomba, perché la banca, solitamente, a quell’ora è chiusa. “Milano, piazza Fontana. Il 12 dicembre è un venerdì. La Banca Nazionale dell’Agricoltura, a pochi passi dal Duomo, quel giorno resta aperta più del solito” (pag. 71) “La strage è avvenuta per caso” . (pag. 82)

Un volgare, e poco intelligente tentativo di ribaltare la realtà delle cose. Il venerdì pomeriggio la BNA resta sempre aperta per il mercatino degli agricoltori:9 lavoratori della terra, allevatori, produttori di sementi, materie prime e mangimi bilanciati, mediatori, agronomi, periti agrari e veterinari si incontrano nella sala della banca per partecipare alla borsa merci dei prodotti agricolo-zootecnici. L’allegato articolo del 13 dicembre 1969 del Corrierone lo certifica e conferma. 10
Così come stupefacente è la motivazione per cui né Giannettini, né Pozzan (i due esfoliati da Maletti) non possono essere gli autori del posizionamento della bomba. Alla sua tesi, ribattono:“Come fa ad esserne sicuro? La strabiliante risposta: “Entrambi erano dei pavidi” . (pag. 80)

Altre affermazioni ‘sensazionali’ sono quelle relative alla fede anarchica di Mario Merlino: “…gli anarchici Mario Merlino…” (pag. 177) e al filosovietismo di Giangiacomo Feltrinelli.
I sovietici, ai quali Feltrinelli stava a cuore…” (pag. 169).
Che il Circolo 22 Marzo di Roma fosse un organismo anarchico è una ‘verità’ assoluta, che fosse infiltrato da fascisti (Merlino) e poliziotti (Salvatore Ippolito) è, purtroppo, un altro reale dato di fatto. Questo non promuove Merlino a militante anarchico.
Sulla appartenenza ‘terzomondista’ e, quindi, non ‘sovietista’ di Feltrinelli, c’è abbondante materiale (e il suo curriculum) che lo certifica.

Ma quello che andava sicuramente evitato è quanto riportato a pag. 199. “Ha scritto qualcuno: ‘La giustizia è come un timone. Dove lo giri, va‘”.
La definizione è di Lao Tze, filosofo e scrittore cinese ma, soprattutto, utilizzata come titolo di uno dei primi contributi ‘rumorosi e teorici’ (anche se firmato Fronte Popolare Rivoluzionario) di Franco Freda ritenuto dall’ultimo processo, anche se non più punibile perché già precedentemente assolto, tra gli autori della strage di Piazza Fontana.

E Marco Nozza ricorda: “Nello scatolone del Viminale numero 19 (nero) e 51 (rosso) c’erano molti ritagli di giornale…e la cosa più sbalorditiva era che su quei pezzetti di carta un pennarello nero aveva tracciato, vistosamente e vibratamente, il segno inconfondibile di quelle tre lettere Fpr…mentre noi pistaroli avevamo scarsa dimestichezza con quella sigla, gli Affari riservati mostravano di averne molta, fin troppa…parlavamo sempre di pista veneta, pista nera, di neofascisti padovani e trevigiani, mai parlavamo di Fpr, ossia Fronte Popolare Rivoluzionario”.11
In poche righe, è svelato un arcano. Chi doveva e poteva sapere, sapeva. Faceva, o aveva fatto.

Al termine di queste note, riflettendo sui modi, scopi ed esiti della lunga intervista, ci ritorna un ammonimento di Bertolt Brecht: “Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese”.12 .
Infine poche considerazioni ‘editoriali’. Ci ha stupito non trovare nessun rimando alla prima edizione. Così come ci è sembrato strano che si sia eliminato l’indice ragionato dei nomi principali e
l’indice dei nomi (sempre utilissimo) ed è stata ridotta ad una paginetta scarsa (termina al 26 ottobre 1962 con la morte di Enrico Mattei) la cronologia, prima ricca di ben 10 pagine.
Misteri di un libro sui…misteri?

Per cercare di comprendere meglio la situazione, le dinamiche precedenti e conseguenti che hanno portato alla strage di Piazza Fontana, il contesto politico in cui è maturata, da chi è stata compiuta, chi e come ha favorito e coperto gli organizzatori ed esecutori, suggeriamo la lettura (o rilettura) di una serie di opuscoli, dossier, inchieste condotte da collettivi o comitati politici a ridosso di quell’avvenimento. Evidenziando, esclusi i primi due, quelli di G.C. Feltrinelli, e gli ultimi due, la data di pubblicazione. Praticamente da subito, erano stati individuati e si sapeva chi erano i responsabili. Negli anni e nei decenni, successivi, grazie soprattutto all’intelligente, meticoloso e preciso lavoro di alcuni giornalisti d’inchiesta: Marco Nozza (Il Giorno), Camilla Cederna (L’Espresso), Giulio Obici (Paese Sera), Marcella Andreoli (L’Avanti!), Mauro Brutto (L’Unità), Corrado Stajano (Il Mondo e Tempo Illustrato) e tutto il collettivo che animava e partecipava all’attività del ‘bollettino di controinformazione democratica’ del movimento dei ‘giornalisti democratici’ di Milano, si sono potuti aggiungere particolari e nuovi elementi, ma la sostanza era quella subito individuata.
Molti altri contributi: articoli, inchieste, pubblicazioni a stampa di case editrici prestigiose e di giornalisti ufficiali, sono più facilmente reperibili e, forse, più conosciuti di quelli sotto ricordati. Solo per questo non li elenchiamo.

Giangiacomo Feltrinelli, La politica al primo posto. “Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia!”, Libreria Feltrinelli, Milano, 1968;

Giangiacomo Feltrinelli, La politica al primo posto. “Estate 1969: la minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana. Le ragioni e i modi con cui si tenterà di imporre un regime autoritario in Italia, Libreria Feltrinelli, Milano, 1969;

La strage di stato. Controinchiesta, La nuova Sinistra-Samonà e Savelli, Roma, giugno 1970

Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni. Processo popolare allo stato italiano nelle persone degli inquirenti per la strage di Milano, Biblioteca delle collane ‘Anteo’ e ‘La Rivolta’, La Fiaccola edizioni, Ragusa, agosto 1970;

Vincenzo Nardella, Noi accusiamo! Contro requisitoria per la strage di stato, Jaca Book, Milano, 1971;

Milano e Roma-12 dicembre 1969. La strage di stato voluta dai padroni. Pinelli assassinato, Umanità Nova, 20 ottobre 1971;

Fotostoria 1969-1972 . Dalla strage alle elezioni. Da Valpreda a Feltrinelli. Il fascista, sicario della strage, è certamente tra queste foto. Giochi di potere intorno a un processo pericoloso: 16 assassinati-2 suicidati-5 provocatori-4 ammazzati-634 testimoni-180 giornalisti-21 fotografi-Inoltre: spie, commissari, presidenti, generali, fascisti, ministri, sicari, maggioranze silenziose e loquaci, Sapere Edizioni, Milano, Anno I, n° 1- marzo 1972;

Valpreda è innocente: la strage è di stato. Giustizia proletaria contro la strage dei padroni. Guida al processo a cura del Soccorso Rosso. Numero unico edito dal Comitato Nazionale di Lotta sulla strage di stato-Soccorso Rosso-presso LIDU, piazza Santi Apostoli, 49 Roma, senza data (ma 1972);

Chi è nella Cia. Who’s who in Cia. L’elenco completo dei 3.000 agenti militari e civili del Servizio Segreto americano operante in oltre 120 stati, Napoleone Editore, Roma, 1972

Padova: Comitato di Documentazione Antifascista, Il silenzio di stato, Edizioni Sapere, Milano, febbraio 1973;

Maquis, mensile d’informazione politica militare internazionale, Chi farà il vero colpo di stato? La strage della guerra psicologica, n.1 giugno 1974, Milano;


  1. http://ilblogdinandomainardi.blogspot.it/2011/05/recensione-di-piazza-fontana-noi.html  

  2. http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-piazza_fontana_noi_sapevamo..php  

  3. Studi recenti, condotti all’inizio degli anni novanta, indicano in 1.400-2.000 i morti della strage  

  4. E. Beltrametti (a cura di) La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato, Atti del primo convegno organizzato dall’ Istituto Pollio, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1965  

  5. Elio Franzin, Mario Quaranta, Gli attentati e lo scioglimento del parlamento, Pamphlets-Diffusione sbl, Padova-Roma, 1970  

  6. Mario Foligni, fondatore di un Nuovo Partito Popolare, voleva contrastare, da destra, la Democrazia Cristiana  

  7. Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, Colibrì Edizioni, Paderno Dugnano (Mi) dicembre 2016  

  8. ‘Soldato politico’, come ama definirsi, già militante di Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, autore reo confesso dell’azione di Peteano-Frazione Sagrado (Go) del 31 maggio 1972, quando, in seguito all’esplosione di un’auto bomba, persero la vita tre carabinieri, oltre a due feriti  

  9. https://www.ildeposito.org/archivio/canti/piazza-fontana-luna-rossa  

  10. http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=4d9f21347a581  

  11. Marco Nozza, Il pistarolo,. Da Piazza Fontana, trent’anni di storia raccontati da un grande cronista, Introduzione di Corrado Stajano, il Saggiatore, Milano, novembre 2006  

  12. Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino, 1973  

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Da quell'”incidente” nessuno uscì incolume https://www.carmillaonline.com/2017/04/07/quellincidente-nessuno-uscito-incolume/ Thu, 06 Apr 2017 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37295 di Fabrizio Salmoni

pinelli Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì 2016, pp. 272, € 14

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, [...]]]> di Fabrizio Salmoni

pinelli Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì 2016, pp. 272, € 14

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, ancora da chiarire.

Va detto subito che tutto quello che si legge è ampiamente documentato con tanto di riproduzioni in copia dei documenti. Persino le note e le schede, dovute principalmente alla meticolosa collaborazione di Fiorenzo Angoscini e Elda Necchi, rivelano il puntiglio virtuoso con cui si è valutato ogni dettaglio dell’intricata vicenda. Ma ora possiamo dire che finalmente SAPPIAMO .

Una premessa: l’inchiesta riparte dall’acquisizione di nuove fonti documentarie indiscutibili, “ufficiali”, un incidente in cui lo Stato si è fatto male da solo ma che nessuno ha mai voluto divulgare: nell’ottobre 1996, i giudici milanesi Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella che indagano su piazza Fontana rinvengono in un deposito del Ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a Roma l’archivio segreto del famigerato Ufficio Affari Riservati, circa 150 mila fascicoli non catalogati. Erano malamente accatastati all’aperto dentro scatoloni che sembravano solo aspettare il macero. I due giudici indagano, convocano testimoni “eccellenti”, verbalizzano, allegano documenti tratti dall’archivio segreto ma poi ancora una volta tutto si ferma con l’archiviazione decretata dalla Procura di Milano nell’ottobre 2013. E’ stata l’Associazione Casa della Memoria di Brescia ad intraprendere la digitalizzazione degli atti giudiziari fornendo cosi il materiale di indagine ai ricercatori indipendenti.

In quel “tesoro” si trovava tutto il necessario per giungere finalmente alla verità: fatti, persone, descrizione dei meccanismi politico-polizieschi che hanno predeterminato e realizzato la strategia della tensione. Solo alcuni dei personaggi “rivelati” furono ascoltati subito dopo il reperimento della
documentazione, nel 1997 ma nessun organo di informazione ne diede notizia e molti altri testimoni eccellenti non furono mai neanche convocati. Quei molti non erano mai stati neanche nominati nei precedenti procedimenti giudiziari.

Leggendo il libro, non si fa fatica a capire il perchè: nessuno ne esce incolume. Né le più alte autorità politiche del tempo, né i partiti, né gli apparati, né i media, né la magistratura, né i singoli protagonisti, Calabresi compreso, per intenderci. Niente finte-verità che tengono, come le usurate, reiterate, comode espressioni “servizi deviati”, “pezzi dello Stato”: no, TUTTO lo Stato, intimorito dal montare impetuoso della protesta sociale e marcato stretto dall’alleato americano in preda alla paranoia da guerra fredda, era coinvolto nella pianificazione della strategia della tensione, nella premeditazione dello sbocco autoritario (esautorazione del Parlamento, leggi di emergenza, carta bianca alle bande fasciste, arresti e repressione estesa) che doveva seguire il caos causato dalle bombe. Aveva ragione la sinistra extraparlamentare che lo disse subito: la strage era di Stato. Aveva ragione ad attrezzarsi per difendersi da ciò che doveva seguire alle bombe. La tragedia del golpe fu evitata per un soffio e grazie proprio alla reazione dell’ opinione pubblica, della società civile, dei militanti della sinistra e di alcuni giornalisti intraprendenti e coraggiosi. Questa nuova inchiesta getta nel totale discredito tutto il sistema politico di allora e, di conseguenza, per continuità e diritto ereditario, anche quello attuale che si è ben guardato dal cercare la verità.

E’ rivelato il ruolo fondamentale dell’Ufficio Affari Riservati condotto da Federico D’Amato con la sua corte di sbirri fascistoidi che quella notte del 15 Dicembre “comandavano” alla Questura milanese e dettavano persino il testo della conferenza stampa in cui Guida, Allegra e Calabresi dovevano affermare che Pinelli si era suicidato perchè colpevole.
Della presenza di quel manipolo dell’UAR non si è mai saputo nulla fino alla scoperta dell’archivio segreto.

Anche dalle nuove evidenze Calabresi esce molto male. E su questo niente da stupirsi. Malgrado le contrastanti versioni sulla sua presenza nella stanza che gli hanno sempre lasciato il beneficio del (minimo) dubbio, le sue responsabilità secondo l’inchiesta sono gravi e decisive. Sono diversi i motivi elencati “per ritenerlo responsabile della morte di Pinelli e dell’offesa continuata alla sua memoria“.

C’è poi il capitolo, fondamentale per novità, delle spie che contribuiscono a preparare la trappola per gli anarchici, concertando la strategia con l’UAR. Un nome su tutti che vale la pena fare e divulgare e su cui si concentrano le peggiori responsabilità: quell’Enrico Rovelli che a Milano è conosciuto per aver aperto e gestito noti locali per concerti come il Carta Vetrata di Bollate, il Rolling Stone e l’Alcatraz. Il suo nome era già stato fatto dal foglio anarchico Umanità Nuova nel 1975 ma vista la fonte nessun organo di informazione vi aveva dato peso. Con lui vengono poste le basi della montatura che porterà a incastrare Valpreda e al tentativo di coinvolgere Pinelli. Rovelli è ancora vivo e residente nel milanese. Dicono che abbia avuto fortune alterne nella sua carriera di promoter, alti e bassi economici, ma è riuscito a nascondere il suo passato. Chissà se almeno soffre di incubi notturni.

Un discorso specifico è dedicato alla magistratura. Oltre alla prima inchiesta sulla morte di Pinelli condotta prima dal Pm Caizzi e archiviata subito dal G.I. Amati con la motivazione del suicidio, e alle vicissitudini del processo Calbresi-Baldelli (Lc), il dato politico più significativo proviene dall’inchiesta successiva del giudice D’Ambrosio generata nel 1971, dopo la sospensione del processo, dall’esposto della signora Pinelli per omicidio volontario, violenze private, sequestro di persona, abuso d’ufficio e abuso di autorità nei confronti di tutti i poliziotti coinvolti. L’inchiesta si chiude nel 1975 con la nota conclusione detta del “malore attivo” che proscioglie i querelati e lascia la materia nella più profonda ambiguità. D’Ambrosio cosi sentenziando si sfila dalle responsabilità, eppure è un magistrato “democratico” che nelle dichiarazioni fa capire di aver capito il grande gioco e i suoi protagonisti, che porta in fondo l’indagine su Freda e Ventura, che addirittura accusa i colleghi magistrati della prima indagine di essere stati “condotti per mano dalla polizia“.

D’Ambrosio però era anche “in forte sintonia” con il Pci ed è opinione degli autori che “per denunciare o perseguire i responsabili diretti e indiretti (Dc, Psdi, le destre) e le forze oscure della vicenda (UARR, Sid, Gladio, Nato, Cia, ecc.) che a quei partiti o settori erano legate, occorreva una forza che sia lui che il Pci non potevano o non volevano avere…tanto più che la richiesta di legittimazione politica cui quel partito ambiva era rivolta a quelle stesse forze“. Quindi, “meglio non vedere, non sentire, non parlare e nel caso specifico non indagare…“.
Naturalmente gli autori si addentrano nell’anomalia D’Ambrosio, ma la sostanza è che D’Ambrosio ha verosimilmente abdicato ai propri doveri negando la verità al Paese e facendo scelte “coerenti con la logica del compromesso storico“.

Ipotesi che fa ricordare altri pm, altri giudici “democratici” che da allora a oggi hanno operato favorendo più o meno direttamente il Pci e i suoi derivati. Pensiamo al Catalanotti bolognese che si impegna a stroncare il movimento del ’77 nella città-modello del Pci e manda impunito il carabiniere Tramontani assassino di Francesco Lorusso; pensiamo al Calogero dell’inchiesta “7 Aprile” che solo quattro anni dopo (1979) portò in carcere tutti i vertici ideologici dell’Autonomia Operaia con il Pci in piena dirittura di arrivo al governo; pensiamo ai Violante e Caselli che un Partito rabbioso per aver perso il treno del governo scatena contro le organizzazioni combattenti, e arriviamo all’attualità con il Caselli che dal 2012 si dedica a perseguire i valsusini che ostacolano la realizzazione dell’inutile Tav su cui il Pd è il primo ad avere forti interessi.
E’ una finestra drammatica e inquietante quella che questo libro apre su questo nostro disgraziato Paese che non riesce ancora a liberarsi di una classe politica legata e sopravvissuta al filo lungo delle stragi e della strategia della tensione.

Dobbiamo tutti grande riconoscenza agli autori di questo libro (Maltini è deceduto proprio durante la lavorazione finale) e all’editore per aver ripreso e concluso il lavoro iniziato con l’edizione precedente dello stesso testo1 e dalla la prima inchiesta (La Strage di Stato) e per mantenere viva la memoria di Giuseppe Pinelli. E’ un libro “eversivo” perchè la Verità è tale, anche a distanza di 47 anni, e perchè scopre il verminaio che è stata la classe politica che ha retto il Paese nella sua continuità fino ad oggi e l’intreccio infame delle complicità tra tutti i poteri dello Stato, media compresi. Meriterebbe di essere divulgato, presentato e commentato su ampia scala. Non avremo mai la verità giudiziaria ma quella storica è più che sufficiente.


  1. Gabriele Fuga, Enrico Maltini, E a finestra c’è la morti. Pinelli: chi c’era quella notte, Zero in Condotta 2013, già recensito su Carmilla da Gianfranco Marelli: https://www.carmillaonline.com/2013/08/10/gabriele-fuga-enrico-maltini-e-a-finestra-ce-la-morti-pinelli-chi-cera-quella-notte/  

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Uomini che sapevano tutto. Vite parallele di Giulio Andreotti e Elio Ciolini https://www.carmillaonline.com/2013/06/17/uomini-che-sapevano-tutto-vite-parallele-di-giulio-andreotti-e-elio-ciolini/ Mon, 17 Jun 2013 21:55:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6339 di Girolamo De Michele papa_nero A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e [...]]]> di Girolamo De Michele papa_nero

A proposito di: Antonella Beccaria, Il faccendiere. Storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto, Saggiatore, Milano 2013, pp. 238, € 15.00; Michele Gambino, Andreotti. Il Papa Nero. Antibiografia del divo Giulio, Manni, Lecce 2013, pp. 216, € 16.00; Antonella Beccaria, Giacomo Puccini, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia, Nutrimenti, Roma 2012, pp. 288, € 14.00; Aldo Moro, “Memoriale” (Commissione Moro, 149-155, Commissione stragi, II, 360-380).

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini”[Aldo Moro, 1978]

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce” [Keiser Soze, I soliti sospetti]

 

La morte di Giulio Andreotti è caduta a brevissima distanza tra la pubblicazione di due libri resi ancor più emblematici dal decesso del Divo: l’antibiografia dello stesso Andreotti ad opera di Michele Gambino, e la ricostruzione, col consueto taglio controinformativo e un’attentissima lettura delle fonti, di Elio Ciolini, uno dei più inquietanti inquilini del “Residence Faccendieri” in cui abita il peggio della storia della repubblica (senza ordinali) da parte di Antonella Beccaria, che pochi mesi prima, assieme a Giacomo Pancini, aveva pubblicato una rilettura della storia della Repubblica attraverso la biografia politica del sette volte presidente del Consiglio.

Tanta ricchezza informativa fa da contraltare all’incredibile “leggerezza”, al limite dell’elogio servile, con la quale gran parte della stampa italiana ha delicatamente glissato sulle peggiori pagine della nostra storia nel momento in cui, morto Andreotti, sarebbe stato imperativo un bilancio non formale della sua carriera politica. C’è voluto “Il Post” di Luca Sofri perché venisse ripubblicata – con scarsa cura per i refusi – la durissima pagina del Memoriale in cui Aldo Moro, dalla galera brigatista, tracciava un ritratto a lettere di fuoco della statura politica e morale dell’ex amico di partito.

Se Andreotti è persona nota, Elio Ciolini risulta invece ignoto ai più. E, come mostra il lavoro di Antonella Beccaria, resta ignoto anche a chi lo ha conosciuto.
Chi è davvero questo personaggio che sembrava saper tutto della strage del 2 agosto e della strategia stragista di Cosa Nostra nella primavera-estate del 1992? Un agente segreto infiltrato nell'”Organizzazione Terroristica” responsabile della strage alla Stazione di Bologna? E se sì, di quale servizio: italiano o francese? «Un guardaspalle di Gelli»? Un uomo talmente vicino a Stefano Delle Chiaie da condividerne alcuni segreti? «Un “delinquentello”, un po’ mitomane e megalomane, ma fondamentalmente onesto», iscritto alla Loggia Montecarlo? «Uno strano e pittoresco personaggio che andava gridando ai quattro venti: “So tutto della bomba” [della stazione di Bologna]»? «Un “pataccaro” che spaccia “patacche”»? (Faccendiere pp. 65, 92, 153, 197)

Forse tutte queste cose, forse nessuna. Sta di fatto che nel dicembre 1981 un presunto piccolo truffatore detenuto nel carcere di Champ-Dollon, in Svizzera, inviò al console italiano un primo memorandum sulla strage della Stazione, cui seguirono altre “rivelazioni” (il virgolettato è d’obbligo). In breve, esisteva, secondo Ciolini, un’organizzazione terroristica internazionale denominata OT, collegata alla Trilateral e diretta da una loggia massonica denominata “Loggia Riservata” che «non ha niente in comune con la loggia massonica “P2”, anzi è la vera P2». Al vertice di questa Loggia Riservata ci sarebbero stati i «fratelli fondatori»: Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi (allora presidente del Banco Ambrosiano), Attilio Monti, il “cavalier Artiglio” proprietario di giornali e petroliere, Umberto Ortolani e Licio Gelli, e Angelo Rizzoli (ancora proprietario del “Corriere della Sera”).
In questo contesto era maturata la decisione, presa da Gelli, di un eclatante attentato terroristico alla stazione di Bologna, la cui esecuzione era stata affidata a Stefano Delle Chiaie, per distrarre l’opinione pubblica dalla scalata finanziaria all’ENI.

faccendiereSi trattò di una raffinata operazione di depistaggio. Ciolini infatti falsificava il quadro complessivo mescolando elementi veri, verosimili e falsi, e lanciava al tempo stesso messaggi obliqui. La Loggia P2 veniva ridimensionata nel momento in cui era stato scoperto l’elenco dei suoi affiliati, ma al tempo stesso veniva ipotizzata l’esistenza di una più alta Loggia. La strage veniva attribuita ai fascisti, ma a quelli “sbagliati”, facendo il nome di Delle Chiaie, che con la strage non c’entrava, ma era impigliato in una fitta rete di sospetti (e aveva avuto per qualche tempo al suo fianco, in Sud America, lo stesso Ciolini, presentatosi come ufficiale dei carabinieri). E soprattutto: dagli accertamenti bancari non emerse alcuno spostamento significativo di fondi destinati alla presunta scalata all’ENI. Ma le indicazioni fornite da Ciolini sfioravano in modo allusivo quel “Conto Protezione” aperto nel 1978 da Silvano Larini presso l’Union Banques Suisses di Lugano, il “tesoro” del Partito Socialista di cui nel 1981 non si aveva notizia, e che sarebbe emerso solo nel 1993 con l’inchiesta “Mani Pulite”; un conto – il n. 633369 – sul quale erano transitati «in più tranche anche i soldi dell’ENI diretti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tangenti varie. Di esso si parlava a bassa voce nei corridoi del potere italiano, e la sua presunta esistenza, per quanto sussurrata, avrebbe potuto costituire un fattore usato per condizionare l’andamento della politica italiana nel decennio che precedette Tangentopoli» (Faccendiere, p. 74). Un conto sul quale, nel 1989, stavano indagando Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, al tempo dell’attentato all’Addaura.

Se le date hanno un significato, il memoriale-Ciolini compare a sette mesi di distanza da un celeberrimo editoriale vergato di proprio pugno da Bettino Craxi, nel quale il segretario socialista paragonava Gelli a «un attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti, intese, dossier, trappole e anche ricatti». Insomma, una specie di «grand commis dell’organizzazione, […] un uomo molto abile, una volpe, ma non un capo […]. Belfagor resta una specie di segretario generale di Belzebù. E se c’è Belzebù, ognuno se lo potrà immaginare come meglio crede, sforzandosi di dargli una fisionomia, una struttura, un nome» (Belfagor e Belzebù “Avanti!”, 31 maggio 1981; Divo Giulio, p. 139). Come se all’io so (l’identità di Belzebù) si volesse rispondere con un anch’io so (del conto aperto dal tuo uomo Larini a Lugano).
Anni dopo, alla domanda di Michele Gambino se ritenesse Andreotti essere Belzebù, Giovanni Falcone, con quella sua saggezza degna delle migliori creazioni letterarie di Leonardo Sciascia, rispondeva, con una battuta degna del Keiser Soze de  I soliti sospetti che «per quanto gli riguardava lui non poteva dire nemmeno se Belzebù, inteso come diavolo, esistesse o meno». Aggiungendo che «certe domande erano sbagliate, perché semplificavano argomenti complessi» (Papa Nero, pp. 75-76).

Ancor più interessante la vicenda della Loggia di Montecarlo, «un organismo super che la P2 al confronto deve considerarsi zero», dichiara Federico Federici, personaggio inestricabilmente legato a Ciolini, che si attribuisce la responsabilità («purtroppo», aggiunge) di averlo fatto entrare nella Loggia Riservata: «”al suo interno c’era anche ‘il grande babbo’ [che] è uno dei fondatori […], ma è tanto potente in Italia e all’estero che nessuno ha il coraggio di toccarlo”. Del resto, continuò ironico [Federici] alludendo chiaramente a Giulio Andreotti, “al grande babbo la gobba gli porta fortuna”» (Faccendiere, p. 99).
Una super-Loggia riservata? Bisognerà tenere a mente che personaggi come Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci hanno costituito il “vero” servizio segreto attraverso la loro “infiltrazione” nei servizi di Stato. L’esistenza di una super-Loggia implicherebbe allora l’esistenza di un servizio segreto di livello superiore, quantomeno come ipotesi logica. E infatti Licio Gelli lo ammise: «Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della P2? Per carità… Cossiga aveva Gladio, io la P2 e Andreotti l’Anello» (Divo Giulio, p. 260; Papa Nero, p. 162).
Ma di questo a suo tempo.
Torniamo a Ciolini.

Passano dieci anni, e Ciolini è di nuovo al centro dell’attenzione. Di nuovo dall’interno di un carcere – questa volta Sollicciano, condannato per calunnia e truffa ai danni dello Stato – il Faccendiere torna a scrivere dell’esistenza di una struttura internazionale anticomunista con legami con la Chiesa cattolica. E il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’assassinio di Salvo Lima, in una lettera al giudice di Bologna Grassi, intitolata «nuova strategia della tensione in Italia», preannuncia che:

Nel periodo marzo-luglio avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire persone “comuni” in luoghi pubblici
sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc
sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra e in Italia è intesa a un nuovo ordine “generale” con relativi vantaggi economico-finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine-deviato-massonico politico culturale, attualmente basato sulla comercializzazione degli stupefacenti! La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno delle strategie omicide… (Faccendiere, p. 179)

Di nuovo mescolando il vero, il verosimile e il falso, Ciolini fornisce anticipazioni impressionanti: tra marzo e luglio Cosa Nostra salda i conti con Salvo Lima, assassina i giudici Falcone e Borsellino, e di fatto crea le premesse perché la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica sia irrimediabilmente compromessa: «Il sette volte presidente del Consiglio ha sempre attribuito alla strage siciliana la perdita della partita per il Quirinale, e probabilmente non ha torto: i processi per mafia e omicidio erano ancora di là da venire, e tuttavia nell’Italia ferita dalla morte di uno dei suoi eroi, l’elezione a capo dello Stato del protettore della “famiglia politica più inquinata della Sicilia”, come diceva Dalla Chiesa, era un boccone troppo grosso per l’opinione pubblica» (Papa Nero, p. 201).

Il diavolo ci mise la coda, facendo fare ad Andreotti la stessa fine di Moro (quasi certo prossimo presidente della Repubblica al momento del rapimento, e al quale si fa riferimento in modo neanche troppo velato col «ritorno delle strategie omicide»), pur senza il «sequestro e “omicidio”». Sembra quasi sentire un’eco (voluta?) del “commiato” di Moro ad Andreotti, al termine del “Memoriale”: «Le auguro buon lavoro, on. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente, e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di presidenti del Consiglio in carica». A questa precisa sequenza temporale va aggiunta – dislocata nel tempo, con il tipico movimento depistante di nascondere il vero nel falso – la consapevolezza dell’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra del 1993.
All’elenco del Faccendiere manca solo l’appendice di settembre, l’uccisione di Ignazio Salvo: ma Ignazio Salvo era già, come si dice, “un morto che cammina”. Lima e Salvo erano i due “garanti” presenti, secondo il racconto dei pentiti, all’incontro tra Andreotti e Totò Riina, il 20 settembre 1987:

«Vero o falso, se questa storia fosse un film, l’incontro narrato dagli otto pentiti sembrerebbe quello che nel gergo degli sceneggiatori si chiama “punto di svolta”: il ministro incontra il mafioso per garantirgli un rinnovato interessamento ai guai giudiziari della cosca, alla presenza di due garanti. Il mafioso registra la promessa e la riferisce ai picciotti. Anni dopo, quando la promessa si rivelerà vuota, i due garanti presenti nella stanza con Riina e Andreotti – Salvo Lima e Ignazio Salvo – pagheranno con la vita la mancata promessa, secondo le regole di Cosa Nostra» (Papa Nero, p. 105).

Vero o falso (o verosimile) che sia l’incontro tra Andreotti e Riina, è un fatto che nel marzo 1992 un omicidio eccellente a Palermo era non solo possibile, ma atteso: si trattava solo di sapere se sarebbe toccato a Lima o a Mannino. E alla notizia dell’esecuzione di Lima, alcuni limiani provarono per qualche giorno l’esperienza – così comune tra i militanti della sinistra rivoluzionaria da piazza Fontana in poi – di non rientrare a casa, di dormire da qualche amico senza avvertire le famiglie, di rendersi irreperibili.

Ciolini voleva preannunciare o mettere in guardia? A chi lanciava segnali di così immediata decifrazione? Poter rispondere significherebbe poter rispondere alla domanda iniziale: chi è davvero Elio Ciolini? Resta che a distanza di vent’anni e dopo vicende giudiziarie e processuali non ancora concluse possiamo dire che le bombe – secondo il documenti-Ciolini già pianificate prima del 12 marzo, e non dopo la “reazione dello Stato” – «avevano uno scopo, recavano con sé un messaggio, “fare la guerra per fare la pace”, come disse Totò Riina […]. Ma il messaggio non era solo quello. Per usare un’espressione tributata ad altre stragi […], si voleva destabilizzare il paese per raggiungere un accordo che riportasse la calma» (Divo Giulio, p. 198-99). Un accordo che oggi è noto come “trattativa Stato-mafia”; una ben strana trattativa nella quale non è chiaro chi, e a che titolo, abbia rappresentato una delle due parti (per la mafia il delegato fu Vito Ciancimino): se a trattare non furono ministri o dirigenti delle forze dell’ordine, con chi avrà trattato Ciancimino? E soprattutto: di cosa e su cosa si trattava?

divo_giulioQuali che fossero le sue intenzioni, collegando Andreotti con i suoi referenti mafiosi, la mafia stragista e le lobby politico-massoniche, Ciolini forniva tutti gli elementi per ricordare l’intreccio Gelli-Sindona-Calvi-Andreotti ai tempi in cui Andreotti aveva «non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [=Cosa Nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» (sentenza 2001, Papa Nero, p. 121). Queste relazioni non si limitavano alla supervisione della corrente “Primavera” capeggiata da Salvo Lima, o agli incontri tra Andreotti e il capo della mafia Stefano Bontate, ma anche, come risulta dai documenti processuali, al sostegno alle candidature all’assemblea regionale di “uomini punciuti” quali Raffaele Bevilacqua (capo della famiglia di Barrafranca) e Giuseppe Gianmarino (inserito nei quadri di Cosa Nostra) (Divo Giulio, p. 198).

Sulla storia di Michele Sindona ormai sappiamo quasi tutto. Il “banchiere mandato dalla Provvidenza” ebbe accesso, grazie alla firma di Paolo VI, ai fondi vaticani, in particolare quelli dello IOR (Istituto Opere Religiose), con i quali mise in piedi un giro di scatole cinesi nelle quali entrarono anche le disponibilità liquide di Cosa Nostra provenienti dalla produzione e smercio di eroina. Con Cosa Nostra, peraltro, Sindona era in affari sin dai tempi del sacco di Palermo, all’indomani del famoso summit organizzato da Lucky Luciano all’Hotel delle Palme di Palermo nell’ottobre 1957, quando fu sancita la pax mafiosa tra le cosche palermitane, furono regolati i rapporti tra le famiglie americane e siciliane, regolamentato il traffico di eroina tra le due aree, e decisa l’eliminazione di Albert Anastasia a New York.

A Sindona, caduto in disgrazia, subentrerà Roberto Calvi, fino all’epilogo sotto il Ponte del Black Friars a Londra, al culmine di una vicenda nella quale chiunque fosse in possesso di informazioni moriva prematuramente: Boris Giuliano, le cui indagini avevano dapprima scalfito, e poi intersecato, Sindona; Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banca Privata Italiana di Sindona; l’ambiguo giornalista Pecorelli; gli stessi Sindona, avvelenato in carcere, e Calvi, impiccato a Londra; a cui si aggiunge Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, scampato al tentato omicidio da parte di uno dei capi della banda della Magliana Danilo Abbruciati; e Aldo Moro, che nel suo “Memoriale” ricorda il ruolo avuto da Andreotti nell’ascesa di Sindona:

«Che cosa ricordare di Lei [on. Andreotti]? […] Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli?».

Sindona consulente finanziario del Vaticano e della Mafia palermitana, dunque; mentre Gelli, secondo quanto riferito al pentito Mannoia da Stefano Bontate, era l’uomo dei corleonesi: «Come Gelli faceva investimenti per conto di [Pippo] Calò, [Totò] Riina, [Francesco] Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziati per conto di Bontate e Inzerillo» (Divo Giulio, p. 156).

Questo spiega perchè «la Chiesa ha sostenuto e protetto in molto modi l’uomo politico ad essa più fedele; in cambio Andreotti ha militato a tutti gli effetti nel mondo laico come un soldato della Chiesa, fin dall’inizio, quando da sottosegretario di De Gasperi faceva da ambasciatore tra il governo e la Santa Sede, e si occupava di censurare la produzione di Cinecittà e di polemizzare con i registi del neorealismo in nome della morale cattolica e del buoncostume». Come confermava Cossiga, Andreotti «è un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II… mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare» (Papa Nero, p. 199).

Ma c’è un altro filo che collega Andreotti a Vaticano, Cosa Nostra e Loggia P2: l’anticomunismo.

«Se guardiamo bene, tutti i rapporti inconfessabili con cui si è sporcato le mani il sette volte presidente del Consiglio hanno la matrice comune dell’anticomunismo: la mafia con cui Andreotti “dialoga” fino all’omicidio Mattarella è la stessa cui gli americani si sono appoggiati dopo lo sbarco in Sicilia, la stessa che da Portella delle Ginestre in poi ha stroncato le gambe al movimento contadino, e ha portato voti spesso decisivi alla Dc, sottraendoli ai partiti di sinistra. I generali golpisti cui Andreotti ha fatto da sponda e da copertura tramano contro le istituzioni e contro i cittadini in nome del pericolo anticomunista, così come il Noto servizio, sorto nell’ombra intorno ad Andreotti, è formato da reduci della Repubblica di Salò dal dente avvelenato; la P2 è una congrega di arrivisti e affaristi che hanno in comune la fede anticomunista, e infatti gode nei suoi primi anni di un imprimatur e di appoggi anche finanziari della destra americana. Anche i rapporti con Sindona e Calvi, hanno al fondo una matrice “politica”: Sindona si muove come un agente degli americani su un territorio nemico, stringe patti con la mafia, vagheggia avventure separatiste in Sicilia. Calvi subentra nel ruolo a Sindona e prima di morire simbolicamente impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri compie il miracolo di reinvestire i soldi dei corleonesi di Pippo Calò nell’appoggio alle dittature sudamericane minacciate dai movimenti di liberazione e nel finanziamento a Solidarnosc, il movimento anticomunista polacco di Lech Walesa che in prospettiva storica è la prima crepa nel blocco dei Paesi della Cortina di Ferro» (Papa Nero, pp. 199-200).

operazione-via-appiaEd eccoci all’ultimo punto: il “Noto Servizio”, o “Anello”, un servizio segreto al di sopra dei servizi, creato e diretto da Andreotti sin dalla fine della guerra, poi evolutosi in Ufficio Zone di Confine nella Venezia-Giulia, una struttura coperta di cui Andreotti era a capo, e poi tramutatosi in Servizio Speciale Riservato, secondo la dizione che lo stesso Andreotti gli dà in un libricino in forma di romanzo, Operazione via Appia, pubblicato nel 1998.

Ricapitolando, in Italia ci sono stati tre servizi segreti, dei quali uno – SIFAR, SID o SISMI, a seconda delle epoche – al di sopra degli altri, e attivamente impegnato in ogni operazione sporca, dall’approvvigionamento clandestino di armi alla schedatura di politici, sindacalisti, giornalisti riconducibili all’opposizione, fino all’appoggio – quantomeno di suoi alti esponenti -, in forma di fornitura di armi, copertura o depistaggio, delle stragi di Stato o delle manovre golpiste. All’interno di questo servizio, in particolare negli anni del governo Andreotti-Cossiga-Berlinguer, esisteva un organigramma non ufficiale, che ridisegnava le gerarchie in funzione dell’appartenenza alla Loggia P2. Al di sopra di questo, il Noto Servizio che afferiva a Giulio Andreotti.

Ha ancora senso chiedersi se Andreotti fosse Belzebù, il vero capo della P2, o se esistesse una Loggia Montecarlo al di sopra della Loggia P2? O non è più sensata l’osservazione di Giovanni Falcone: che certe domande erano e sono sbagliate, perché semplificano argomenti complessi?

Decostruire gli apparati dello Stato, portare la luce negli uffici e negli archivi è opera fondamentale per giornalisti, magistrati, e ovviamente investigatori: su questo non ci piove.
Ma al tempo stesso, fare di questa decostruzione il fine ultimo di un’analitica del potere rischia di ridurre tutto a una dimensione spionistica o thrilleristica di second’ordine. Perché quello di fondamentale che rischia di essere perso è la funzione che questi dispositivi di potere hanno avuto, al di là degli organigrammi e dei funzionigrammi. Come scrive Gambino in conclusione del suo libro,

«Sarebbe stupido addebitare a Giulio Andreotti i mali del Paese, ma di essi egli è la più perfetta cartina di tornasole, per aver guidato l’Italia più a lungo di tutti, e per essere stato, tra tutti i politici italiani, il più influente e il peggiore. Forse senza di lui la storia del Paese non sarebbe stata migliore, ma certo sarebbe stata una storia più ricca di speranza e meno avvelenata dal cinismo» (Papa Nero, pp. 209-210).

Il cinismo, la sistematica distruzione di ogni moralità, l’individualismo implicito nella scorciatoia dell’appoggio politico e della raccomandazione, la prevalenza dell’economico su ogni altro valore, la corruzione inoculata in ogni angolo della società: questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a quella degradazione antropologica degli italiani che Pasolini indicava come uno dei crimini per i quali Andreotti e almeno una dozzina di dirigenti democristiani avrebbero meritato di essere trascinati sul banco degli imputati in un pubblico processo penale, in assenza del quale era «inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» (Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, “il Mondo”, 28 agosto 1975; Perché il Processo, “Corriere della sera”, 28 settembre 1975). Questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a forgiare la coscienza dell’italiano medio attraverso la percezione d’impotenza di fronte ad apparati indecifrabili, coi quali conviene trovare un accordo o un modus vivendi

«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. [Lei] durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia», scriveva nell’ultima pagina del “Memoriale” Aldo Moro. Dimostrando di non aver compreso la vera natura del demonio, nel crederlo Persona.

Andreotti è passato, l’andreottismo no: la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce.

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Demokristian https://www.carmillaonline.com/2010/08/23/demokristian/ Mon, 23 Aug 2010 09:13:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3592 di Alessandra Daniele

Kristian.JPGDopo la sua morte, quattro lettere postume di Cossiga sono state recapitate alle principali cariche dello Stato. Carmilla ha ricevuto la quinta. Eccola:

Care Zecche, se state leggendo queste righe, significa che siete morti. So che finora vi siete illusi del contrario, ma questo è soltanto un altro degli innumerevoli errori di valutazione della vostra patetica esistenza. Vi siete illusi d’essere sopravvissuti agli anni settanta, rifugiandovi in un vostro limbo immaginario, ma in realtà siete tutti morti durante le cariche dei blindati che hanno macellato il vostro cosiddetto Movimento, o in carcere subito dopo. E’ un risultato di [...]]]> di Alessandra Daniele

Kristian.JPGDopo la sua morte, quattro lettere postume di Cossiga sono state recapitate alle principali cariche dello Stato. Carmilla ha ricevuto la quinta. Eccola:

Care Zecche,
se state leggendo queste righe, significa che siete morti. So che finora vi siete illusi del contrario, ma questo è soltanto un altro degli innumerevoli errori di valutazione della vostra patetica esistenza. Vi siete illusi d’essere sopravvissuti agli anni settanta, rifugiandovi in un vostro limbo immaginario, ma in realtà siete tutti morti durante le cariche dei blindati che hanno macellato il vostro cosiddetto Movimento, o in carcere subito dopo.
E’ un risultato di cui sono molto fiero, e che a tutti i miei colleghi consiglio sempre di perseguire, come ribadivo anche l’anno scorso: “il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale.”
Come aggiungo sempre, a questo proposito ho un solo rammarico: che qualcuno sia scampato, e diventato terrorista. Anche da quella vicenda però io e i miei colleghi siamo riusciti a trarre il meglio.
Suppongo che siate delusi da questa rivelazione, che vi aspettaste invece la soluzione a qualcuno dei tanti misteri d’Italia: chi ha abbattuto l’aereo di Ustica; perché la P2 è ancora in piena attività trent’anni dopo il suo presunto smantellamento; come funzionava la Gladio; cosa tiene in vita da secoli Andreotti; dove ha originariamente preso Berlusconi i miliardi per pagare tanti mercenari e mercenarie; qual’è l’origine del micidiale potere menagramo di Walt Veltroni; cos’è davvero l’oscura cortina fumogena che da sempre occulta la verità sulle stragi di Stato; perché l’Italia continua a scivolare indietro nel tempo verso il ventennio fascista.
Care Zecche, ancora una volta non avete capito nulla. La soluzione dei misteri non ha nessuna importanza. Ciò che conta sono le relazioni, restare tutti insieme. Le relazioni che consentono ai miei colleghi di restare tutti insieme al potere, come sempre. Magari dandosi ogni tanto il cambio alla guida, ma sempre tra loro, proprio come si fa durante una gita in macchina fra amici.
Non vi resta che prendere finalmente coscienza d’essere morti, e noi vi aiuteremo a farlo, anche a costo di usare le maniere forti.
Accettate il trapasso, e andate verso la Luce.
Tranquilli, è solo un altoforno.

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