Gerico – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 06:13:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’orco e le ossa, ovvero ricordare il futuro https://www.carmillaonline.com/2023/11/27/80076/ Sun, 26 Nov 2023 23:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80076 di Luca Baiada

Adriano Prosperi, Ieri, oggi e domani. 15 lezioni per amare la storia, Piemme 2023, pp. 208, euro 14.

«Lo ha detto meglio di tutti il grande storico francese Marc Bloch nello scritto sul “mestiere di storico” frutto dei suoi ultimi anni, durante la lotta clandestina nella Resistenza, rimasto interrotto dall’arresto e dall’esecuzione capitale: lo storico è come l’orco della fiaba, va dove lo guida l’odore della carne umana». Il fascino che Adriano Prosperi sente in quello scritto ha percorso le generazioni; altri storici, per esempio Giovanni Contini, gli attribuiscono l’effetto di una calorosa vocazione. Chissà che ad accenderla non [...]]]> di Luca Baiada

Adriano Prosperi, Ieri, oggi e domani. 15 lezioni per amare la storia, Piemme 2023, pp. 208, euro 14.

«Lo ha detto meglio di tutti il grande storico francese Marc Bloch nello scritto sul “mestiere di storico” frutto dei suoi ultimi anni, durante la lotta clandestina nella Resistenza, rimasto interrotto dall’arresto e dall’esecuzione capitale: lo storico è come l’orco della fiaba, va dove lo guida l’odore della carne umana». Il fascino che Adriano Prosperi sente in quello scritto ha percorso le generazioni; altri storici, per esempio Giovanni Contini, gli attribuiscono l’effetto di una calorosa vocazione. Chissà che ad accenderla non possa essere anche questo libro dalla copertina coi colori pastello e con la grafica di certe vecchie scatole di biscotti o di sapone in polvere.

La freccia del tempo suggerita dal titolo sembra scontata, pare muoversi dal passato verso il futuro, ma l’arguzia dell’autore prende la questione per la coda e immagina in questo cammino un viaggiatore imprevedibile, citando Le ricordanze: «L’esperienza ci dice che è il futuro quello che si fa incontro a noi di continuo, fin dall’ingresso nella vita e poi sempre più: fino all’uscita. Solo allora – ha scritto Giacomo Leopardi – “dal mio sguardo fuggirà l’avvenire”».

La figura del gigante di Recanati è ben presente, a Prosperi. Chi lo conosce può vederlo seminare passi pensosi, nella Pisa del Palazzo della carovana e del primo orto botanico del mondo, magari mentre percorre quella viuzza che adesso porta il nome del poeta. Potrebbe essere proprio lei, la via descritta in una famosa lettera del 1828 alla sorella Paolina: «Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti».

Basta calcare col piede quelle pietre, respirare le muffe decrepite di quei muri, per fare un poeta o uno storico? Lasciamolo credere a chi cerca scorciatoie. L’autore non le ha cercate; la strada che l’ha portato sino alla Scuola Normale di Pisa e all’Accademia dei Lincei l’ha segnata con studi e ricerche e riflessioni. Ora che distilla in una chicca pensata per i ragazzi un sunto delle sue fatiche, sembra quasi che si volga indietro, e forse per questo il rapporto fra i tempi si sbarazza dell’ordine consueto. Fa pensare alle osservazioni di Edward Carr sul rapporto degli storici e dei filosofi col domani, quando ricorda il paradosso di Lewis Namier secondo cui gli storici immaginano il passato e ricordano il futuro[1].

Leopardi, ma non solo lui. La letteratura è una chiave indispensabile perché schiude sensibilità altrimenti inaccessibili, scarta e vola sull’ostacolo come la mossa del cavallo: «La letteratura ha molto da dire a chi, attraverso lo studio della storia, cerca di conoscere la società umana. Quella vivente umanità raccontata nelle creazioni letterarie è la carne che copre le ossa accumulate nei depositi dei manuali di storia».

Naturalmente la letteratura, quella tramandata dai libri, risente di un’egemonia sociale, dei rapporti di forza; Prosperi lo sa, è l’autore di Un volgo disperso: contadini d’Italia nell’Ottocento. Anche di Un tempo senza storia: la distruzione del passato, dove non fa complimenti con un atto del Parlamento europeo, la grottesca risoluzione del 19 settembre 2019, Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, chiamandola «disegno sommario dei regimi, delle ideologie e dell’immane tragedia europea del secolo scorso che non reggerebbe alla prova di un esame di scuola media»[2]; non solo: Prosperi svela le assonanze fra quella risoluzione e il documento Agenda per il futuro di Ursula von der Leyen, all’epoca della sua candidatura alla presidenza della Commissione. Nello stesso libro è chiaro:

L’esperienza del recente passato ha fatto emergere la consapevolezza che la ricerca della verità ha come verifica la capacità del ricercatore di smascherare inganni e falsità del potere, fino al punto che la missione dello storico è stata definita come l’opposto della legittimazione dello Stato e di qualunque altro potere[3].

Perciò. Quando si parla di storia, chi parla di letteratura non è uno che cambia discorso. Semmai, il problema è che se scarseggia la buona letteratura anche la storia ne risente, e ciò costringe un buon orco, insomma uno storico, a cercare la carne fra ossa con poca polpa. Ma la questione delle fonti ha risvolti complessi, e questo libro lo segnala quando ricorda le osservazioni, ancora di Bloch, sulla leggibilità dell’appoderamento, del tessuto campestre e del paesaggio agrario. Non è vero che le classi subalterne, prima dell’alfabetizzazione, siano senza scrittura: i gesti, i modi e i perimetri della produzione, le loro fasi nel susseguirsi delle stagioni e generazioni, le forme che incidono nel mondo sono un modo di scrivere. La manomissione di quel patrimonio è l’incendio di una biblioteca, è un genocidio culturale. Viene in mente Pasolini: «C’era una volta un popolo / abitava in casali tagliati come chiese…»; in quei versi i colpevoli e le vittime del genocidio siamo noi.

Col suo timbro mite Ieri, oggi e domani procede inesorabile, senza sconti:

La caduta del Muro di Berlino convinse l’opinione pubblica che fosse cominciata un’era nuova, quella della libertà. Anzi, ci fu persino un intellettuale americano, Francis Fukuyama, che sostenne una tesi molto audace. Secondo lui quell’eliminazione di un confine, simbolo di un conflitto tra due grandi sistemi sociali, aveva inaugurato nientemeno che la fine della storia umana – non più conflitti né divisioni ideologiche come quella fra comunismo e capitalismo. […] Tesi subito smentita: da allora il mondo intero ha visto sorgere moltissimi conflitti, tra nuovi stati e nazioni, ma soprattutto tra paesi ricchi e paesi poveri. Ci sono confini invisibili in natura, tracciati con segni di penna sulle carte geopolitiche, e ci sono confini sbarrati da costruzioni ostili di ogni genere – reticolati, muraglie, posti di blocco – sorvegliati da corpi militari.

Parole scritte in tempi non sospetti, prima che, il 7 ottobre di quest’anno, un muro costruito da una potenza nucleare venisse bucato da persone tecnologicamente più arretrate, accompagnate da radicalismi che fanno a gara con quelli dei loro carcerieri. Il tutto, con molte conseguenze. Effetti del buco o colpa del muro?

Chi vagheggia la fine della storia accettando che sopravvivano disuguaglianze e che non si facciano i conti con l’ingiustizia, non fa altro che tracciare nuovi confini invisibili, ostacoli complici delle costruzioni ostili; cioè premesse di duri regolamenti di conti, quando emerge brutale la realtà. Per questo lo storico non è, non può essere neutrale. Quando va bene è compagno d’armi dalla parte della giustizia, altrimenti è il contabile dei carnefici, il magazziniere di una macelleria. Ma l’autore non rivendica una fragile innocenza. Come dice Albert Camus, nessun uomo è del tutto colpevole, non ha dato inizio alla storia; e neppure del tutto innocente, visto che la prosegue. E Camus – guarda un po’ le coincidenze – nel 1937 consegna al suo taccuino le passeggiate notturne pisane, sciogliendo una prosa in cui ci si può illudere di sentir l’eco di Dino Campana: «La mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. […] Non esiste vita che non sia quella di cui lungo l’Arno i miei passi ritmavano la solitudine». Ci sono luoghi che raggiano incantesimi, e l’antica città morta, il porto sepolto che riposa su un limo di secoli, forse diffonde aure speciali, con cui la letteratura «ha molto da dire» a chi studia la storia. Magari, aure che tornano nel racconto perduto, velate in chiaroscuro da Antonio Tabucchi in Voci portate da qualcosa, impossibile dire cosa.

A chi legge il capitolo Periodizzare: che significa? Medioevo, Umanesimo, Rinascimento tocca la scoperta di un continente impalpabile, intrecciato alla questione della scansione del tempo, rivisitata attraverso la storia dei nomi attribuiti per convenzione alle epoche. Quei nomi d’uso sono pietre miliari che di solito si imparano a memoria, senza tener conto di chi le ha poste. E si nota qualcosa. Dal gomitolo della modernità sporge un filo:

Toccò a uno dei ricercatori, Poggio Bracciolini, scoprire nel 1417 mentre si trovava a Costanza, l’unica copia sopravvissuta del grande poema di Lucrezio, il De rerum natura. Fu un libro di cui si è detto (Stephen Greenblatt) che ha causato la svolta epocale (“the Swerve”) dell’apertura del mondo moderno. Dobbiamo riconoscere che quella scoperta non rivelò solo un capolavoro assoluto ma portò nella tradizione cristiana europea l’immissione di un diverso orizzonte mentale, quello del materialismo antico e dell’etica epicurea.

Si può aggiungere che, senza la riscoperta di Epicuro, quattro secoli dopo l’Umanesimo un giovane tedesco non avrebbe potuto scrivere la sua dissertazione sulla filosofia naturale in Democrito e in Epicuro. Senza quegli studi e quell’orizzonte, uniti al messianismo proprio della sua molteplice formazione religiosa e familiare, quell’intellettuale non avrebbe messo mano a studi storici ed economici diretti a cambiarlo, il mondo: si trattava di rivoluzionarlo, non solo di capirlo. Chissà se lui, il tedesco, Carlo Marx, quando si appartava nella biblioteca del British Museum meditando i fondamenti della sua opera, rivolse un piccolo grazie a Poggio Bracciolini. La storia è avara, di ringraziamenti sinceri, e forse è meglio così. Certi debiti non si possono mai pagare, restano come un angolo opaco, una periferia della vita che ci portiamo dietro come l’ombra.

Anche Ieri, oggi e domani, come Un tempo senza storia, sa vedere dritto nei rapporti di forza:

La svolta segnata dal crollo del sistema sovietico prese forma col crollo del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca. E da allora la crescita economica della Germania ha di nuovo modificato l’assetto internazionale. È nata una unione europea che lega con vincoli economici e politici un assemblaggio di stati e staterelli dominati dalla Germania e, per il possesso dell’arma nucleare, dalla Francia.

Un «assemblaggio». Attraente, però; in buona parte perché si regge ancora su sistemi che fanno inospitali i luoghi e i contesti in cui è più duro lo sfruttamento della natura e delle braccia:

Resta il fatto che l’Europa esercita un’attrazione che porta a movimenti migratori di altri popoli. Ma intanto si è perduta la capacità politica di governare l’economia, ormai nelle mani di un’élite di ricchissimi imprenditori e speculatori finanziari. E l’idea di libertà della sua tradizione storica si è trasformata in senso individualistico, come privilegio personale.

Ieri, oggi e domani raccomanda attenzione per le storie sotto la storia. Già, perché gli storici, quando lavorano per il potere, non sono solo scopritori; spesso sono nasconditori. Civiltà complesse sono celate sotto la prepotenza di vincitori che si fingono eterni e che magari sono impegnati a far credere, anche tramite gli intellettuali, che le loro vittime fossero rozze e più crudeli di loro. Quegli storici seppellitori preparano il terreno al lavoro di altri che verranno a svelare, a decifrare, a ricostruire da dettagli, su dati apparentemente illeggibili o insignificanti, la presenza di mondi sommersi, sopraffatti, dimenticati. Altra carne intorno a ossa confuse. Questo non ci riguarda, s’intende. Si sta parlando di lontani paesi in condizione coloniale.

E invece no. L’intreccio fra dominatori e schiavizzati è sottile, il sangue sepolto è alla porta di casa: l’etrusca Veio, al pari della lontana Cartagine, è fra le vittime di Roma. Noi calpestiamo la nostra polvere. Ma se dovessimo districare il tessuto delle colpe e dei conti sospesi, troppe sorprese ci sconcerterebbero. Raab che favorì la conquista di Gerico da parte degli ebrei, e che Dante pone per prima, «raggio di sole in acqua mera», fra coloro che entrarono in paradiso riscattati dal Cristo, se sapesse cosa accade ora fra il Giordano, il Sinai e il mare, e poi si guardasse le mani, vedrebbe quelle di una santa, di una giusta fra i gentili, oppure quelle di una traditrice della sua città, di una locandiera malcontenta, di una prostituta? Gli storici di Canaan tacciono, e anzi Canaan stessa è diventata sinonimo di perversione, come Babilonia di peccato.

Ci stiamo abituando alle «guerre al male», alle rese dei conti. Le storie sotto la storia impongono di riflettere, di ascoltare inquietanti implicazioni e assonanze, anche quelle che nessun libro di storia o sulla storia può esprimere – neppure questo – perché l’oggetto sfugge sempre più in là, e chi studia la freccia del tempo non ha mai abbastanza tempo. Bella proposta, allora, suggerire di scavare il passato, anche quello immediato, quello sotto i nostri occhi tutti i giorni, che spesso contraddice le retoriche ufficiali: «Ma è possibile questo – si chiede Prosperi – nella scuola “del merito”? Chissà. Un fatto è certo. È tempo che si ridia valore al potenziale della conoscenza storica nella formazione dei giovani che debbono orientarsi nel mondo globale in cui si muovono».

Questo libro in formato quasi da tasca, anzi da zainetto, si congeda lasciando una consegna:

Questa testimonianza di un molto anziano studioso di storia si deve chiudere qui. Gli si impone di riconoscere che è tempo di lasciare ad altri la riflessione sul nodo ieri-oggi-domani. Chi riceve oggi dal futuro che gli viene incontro il dono del tempo presente potrà – dovrà – usarlo per creare un futuro vivibile, un mondo umano migliore di quello che gli lasciamo.

Neanche la storia è più quella di una volta. Lo sa chi, oggi, sta ricevendo il presente e prova a trarne le conseguenze: se si fanno chiamare Ultima generazione, è perché sentono che negli scricchiolii dell’Antropocene c’è un ultimatum. La garanzia di un domani, quella che permette al protagonista dell’Opera al nero di Marguerite Yourcenar, guardando la cifra 1491 incisa su una trave, di invertire mentalmente le cifre leggendo 1941 con la certezza che quell’anno verrà, ecco, quella garanzia non è più salda. Quindi muta anche il ruolo dello storico. A lui, di solito, si chiede di spiegare il passato, di mettere ordine in un sapere, senza intromettersi nel futuro. Gli si chiede, cioè, di non provare a fare. Adesso bisogna chiedergli una mano per potercelo permettere, un futuro.

Cos’altro chiedere, allo storico? Un’altra cosa ci sarebbe, e affiora tenendo presente di nuovo Carr: «Quando cominciamo a leggere un libro di storia, dobbiamo occuparci anzitutto dello storico che l’ha scritto, e solo in un secondo tempo dei fatti che esso prende in esame»[4]. Anni dopo, Claudio Pavone approva e chiosa: «Ovviamente, la prima cosa da contestualizzare è lo storico stesso»[5]. Del resto «la storia è il “conosci te stesso” dell’umanità, la sua coscienza», scrive Johann Droysen, che ha chiara la sostanza: «Il miglior vanto dello storico non è l’“oggettività”. La sua giustizia sta nel cercare di intendere»[6]. Si potrebbe dire, dunque, conosci lo storico. E soprattutto conoscilo se lo dice Droysen, che è stato studiato e tradotto da Delio Cantimori, maestro di Prosperi. Sto facendo citazioni, come quelli che si schiariscono la voce prima di dire qualcosa di imbarazzante. Allora.

All’inizio del cammino dell’autore, cosa c’è? Quale scintilla, quale miccia? Un sottile odore di carne umana, un ritrovamento fortuito che altri avrebbero trascurato, frainteso, deriso? Qualcosa – ancora Le ricordanze – nel «caro tempo giovanil; più caro che la fama e l’allor»? Ahimé, gli storici non sempre ce la raccontano tutta. Per me, ricordo un pomeriggio pisano, in un luogo di tracce culturali e risorgimentali, il Caffè dell’Ussero. L’ora la rischiarava un sole dal riflesso marino. Prosperi, per un caso favorevole, quasi un «farsi storico di quello che non ha storia» cui l’ombra di Camus sui lungarni avrebbe dato corpo, sciolse intensi ricordi personali. Lo sfondo potrebbe essere quello nei versi di Mario Luzi, Dal fondo delle campagne; il tempo, certi anni del Novecento; nel basso Valdarno, in un paese all’acquerello, un ragazzo coglie al volo la sua curiosità e il suo destino. Forse un giorno vorrà scriverne.

 

 

[1] Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1976, p. 131.

[2] Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021, pp. 46-47.

[3] Prosperi, Un tempo senza storia, cit., p. 114.

[4] Carr, Sei lezioni sulla storia, cit., p. 27.

[5] Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 117.

[6] Johann Gustav Droysen, Sommario di istorica, Sansoni, Firenze 1967, tit. orig. Grundriss der Historik, trad. di Delio Cantimori, capitoli Sistematica, p. 66, e Topica, p. 76.

 

 

 

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Come e perché cadono i muri https://www.carmillaonline.com/2019/12/04/come-e-perche-cadono-i-muri/ Wed, 04 Dec 2019 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56410 di Sandro Moiso

Sascha Lange & Dennis Burmeister, Oltre il muro di Berlino. Con i Depeche Mode in Germania Est alla ricerca della scena post-punk e new wave, Goodfellas, Firenze 2019, pp. 196 + un cd allegato con 15 brani inediti di band della DDR, 25,00 euro

L’Antico Testamento ha reso celebre il suono delle trombe con cui furono abbattute, per volontà divina, le mura di Gerico. Nel caso del muro di Berlino la volontà divina oppure quella di Karol Wojtyla, pontifex maximus di una strombazzata riconquista imperiale e cattolica dell’Europa al di là dell’Elba in realtà mai avvenuta, non ci [...]]]> di Sandro Moiso

Sascha Lange & Dennis Burmeister, Oltre il muro di Berlino. Con i Depeche Mode in Germania Est alla ricerca della scena post-punk e new wave, Goodfellas, Firenze 2019, pp. 196 + un cd allegato con 15 brani inediti di band della DDR, 25,00 euro

L’Antico Testamento ha reso celebre il suono delle trombe con cui furono abbattute, per volontà divina, le mura di Gerico. Nel caso del muro di Berlino la volontà divina oppure quella di Karol Wojtyla, pontifex maximus di una strombazzata riconquista imperiale e cattolica dell’Europa al di là dell’Elba in realtà mai avvenuta, non ci azzeccano molto, ma il ruolo del suono, quello sì, rimane.

Lasciato sbollire l’entusiasmo per il trentennale della caduta del muro e lasciate da parte le posizioni da trincea di una guerra mai realmente avvenuta e, forse, nemmeno esistita in potenza tra le forze del Bene o del Male dislocate a Est o a Ovest a seconda degli ormai putrefatti punti di vista con cui alcuni si ostinano a guardare alla Guerra Fredda, può essere utile la lettura (e l’ascolto) del libro (e dei brani musicali) edito recentemente dalla Goodfellas nella sua collana Spittle.

Un testo, quello di Lange e Burmeister, che ci può aiutare a comprendere i fermenti artistici, politici e culturali che pervasero la gioventù della Repubblica Democratica Tedesca negli anni immediatamente precedenti il fatidico 9 novembre del 1989 e le sue cause profonde.
Molto di più delle analisi geopolitiche oppure di quelle incentrate sulla figura di Michail Gorbačëv, autentico battilocchio1 della storia, assurto alla posizione immeritata di gigante della politica o di deus ex-machina di un processo che, ancora una volta, affondava le sue radici e origini nella vita quotidiana, nei fallimenti sociali e individuali, nelle pulsioni e nei desideri repressi di milioni di persone, soprattutto giovani, costrette a viver in un mondo di cui i mezzi di comunicazione di massa e gli immaginari che ne derivavano, producendo a loro volta nuovi ed imprevisti stili di vita, causavano un corto circuito con l’immaginario dominante dei regimi e dei socialismi cosiddetti “reali”. Compresa la noia mortale che era, e rimarrà sempre, espressione del grigiore esistenziale, tipico di ogni regime di qualsiasi colore esso sia.

Riflessione che la storia, non solo musicale, narrata nel libro ci spinge a svolgere non soltanto per il passato, ma anche per il presente in un momento in cui, da una parte, alcuni ostinati conservatori di fasulle ortodossie para-marxiste spargono ancora dubbi e calunnie su movimenti quali quelli dei gilets jaunes o dei giovani di Hong Kong, mentre, dall’altra, una sinistra istituzionalizzata e subdola, perbenista e lontana anni luce dai bisogni reali delle periferie urbane e delle classi diseredate, si eccita come se assistesse ad uno spettacolo osé davanti alle educate e innocue manifestazioni da ZTL convocate dal movimento delle “sardine”.

Manifestazioni ordinate e tutt’altro che pericolose per l’ordine esistente, sia della destra xenofoba che della sinistra parlamentarista, che hanno fatto di Bella ciao, una delle canzoni più trite e ritrite del folklore politico e accettabile soltanto negli episodi salienti della prima stagione della Casa di carta, e dell’inno nazionale italiano una sorta di manifesto disarmante e populista come il nemico che si illudono di combattere.

Già, perché, tornando al nostro tema, oltre alle azioni contano anche i suoni scelti per accompagnarle. E la figura di chi li interpreta anche.
Basta infatti osservare le numerose foto contenute nel testo ed ascoltare con attenzione i settanta minuti di musica proposti dal cd allegato al libro per capire come l’eversione sociale sia anche questione di immagine e di moda, quindi di forme e, in definitiva, di sostanza. E non importa che successivamente, come spesso avviene, immagini e suoni possano essere recuperati dalla società dello spettacolo oppure che gli stessi, in un primo momento, ne costituiscano un utilizzo non previsto dagli ideatori.

L’eversione, come la rivoluzione, vive del momento e sul momento. Momenti che possono essere lunghi o brevi, ma che in un attimo ridisegnano i confini del mondo, portando alla luce ciò che prima non si poteva esprimere oppure non si sapeva nemmeno di voler esprimere.
Nel 1980, Stefan Lasch, jazzista della DDR e vicedirettore della sezione musica presso la radio giovanile DT64, definì così la nuova ondata musicale, la new wave, che stava attraversando la Germania dell’Est:

“Il Punk non ha alcun impatto sull’evoluzione della nostra musica […] in primo luogo, gli elementi di cui si compone non sono altro che i rudimenti del Rock, pertanto risultano inutili ai fini di un eventuale sviluppo del suddetto genere. Inoltre, il Punk trova la sua ragione di esistere esclusivamente in un contesto societario di un certo tipo. Terzo, il Punk si contrappone alle nostre norme etiche e morali di stampo socialista.”

Mai affermazione sarebbe stata più radicalmente rovesciata. Mai la supposta moralità di un socialismo cimiteriale sarebbe stata più decisamente negata. Ma all’epoca nessuno ai vertici del potere avrebbe potuto o voluto dare ascolto a ciò che le strade, i garage e i locali periferici della Germania Est già profetizzavano. Mentre la polizia e gli apparati culturali e repressivi cercavano ancora una volta di far regnare l’ordine a Berlino (Est).

Leggere queste pagine, ascoltare il cd allegato farà probabilmente aprire occhi ed orecchi a molti lettori, giovani o meno, e questo sarebbe il merito più grande degli autori e dell’editore che lo ha pubblicato.
Editore a cui consiglio vivamente, con forza e convinzione, di cercare di far tornare alla luce il bellissimo, documentato e divertente, Compagno Rock (titolo originale Back in the USSR: The True Story of Rock in Russia) di Artemy Troitsky, edito da Vallardi nel 1988 e da allora mai più ripubblicato.

Avrebbe potuto sopravvivere un regime, quello dell’URSS, che costringeva i giovani a comperare ed ascoltare dischi di rock’n’roll venduti clandestinamente e incisi sulle lastra delle radiografie precedentemente utilizzate per le diagnosi mediche? La risposta l’ha già data la Storia, quella con la S maiuscola, che affonda però le sue radici nel quotidiano, e nell’immaginario che lo accompagna, di milioni di potenziali ribelli. Lavoratori, giovani, donne, tutti risvegliati alla coscienza di ciò che avrebbe potuto essere altro per loro magari da un suono elettrico ed esplosivo, come quello dei Rage Against the Machine ascoltati dai giovani combattenti curdi del Rojava mentre andavano incontro alle truppe di Erdogan all’inizio dell’invasione turca del loro territorio.


  1. Battilocchio è nome che definisce a Napoli un individuo lungo, dinoccolato, frastornato. La storia di questo termine risale alla dominazione francese, quando si diffuse anche a Napoli una cuffietta femminile che con la sua falda copriva in parte la vista a chi la indossava (si chiamava appunto battant l’oeil). Avendo poco campo visivo, la persona che la portava assumeva un’espressione frastornata: di qui la trasposizione metaforica napoletana per indicare una persona che sembra non vedere, ma per incapacità intellettiva. Termine usato spesso da Amadeo Bordiga nei suoi scritti destinati a criticare il ruolo della “personalità” nella Storia ufficiale che, troppo spesso, ha fatto assurgere un singolo individuo a una posizione determinante per il corso delle umane vicende, ma i cui contorni, invece, sono decisamente determinati dai secondi e dalle forze sociali e materiali che si muovono al di sotto della superficie evenemenziale in un continuo moto di correnti carsiche che si palesano pienamente soltanto al loro esplodere o implodere  

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Una di noi https://www.carmillaonline.com/2016/12/08/una-di-noi/ Wed, 07 Dec 2016 23:10:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35049 di Alexik

immagineNon volevo ingannarvi. L’ho detto solo per non morire. Ero terrorizzata dalle loro pietre aguzze, dalle loro facce feroci, decise ad uccidermi perché ero tornata a giocare nell’erba. So che non avrei dovuto farlo, ma era così potente il richiamo del grano immaturo. Odorava di infanzia e di libertà, di giorni felici passati a rotolare nei campi. Prima che mi chiudessero fra quelle mura perché, come disse mia madre, “era ora che mi sudassi il mangiare”. Fu lei a consegnarmi, che ero ancora bambina, a portarmi a servizio dopo avermi lavato di dosso la terra [...]]]> di Alexik

immagineNon volevo ingannarvi. L’ho detto solo per non morire.
Ero terrorizzata dalle loro pietre aguzze, dalle loro facce feroci, decise ad uccidermi perché ero tornata a giocare nell’erba.
So che non avrei dovuto farlo, ma era così potente il richiamo del grano immaturo.
Odorava di infanzia e di libertà, di giorni felici passati a rotolare nei campi. Prima che mi chiudessero fra quelle mura perché, come disse mia madre, “era ora che mi sudassi il mangiare”.
Fu lei a consegnarmi, che ero ancora bambina, a portarmi a servizio dopo avermi lavato di dosso la terra e le spighe.
All’inizio l’abbandono mi bruciava nel petto. Stavo malissimo, chiusa nella mia solitudine, in mezzo a quei vecchi indifferenti e severi.
Stavo malissimo, non solo per la fatica. Quel luogo mi metteva a disagio.
Vi risuonava un silenzio sinistro, interrotto dal mormorio cadenzato di parole terribili.

soltanto nelle città di questi popoli
che il Signore tuo Dio ti dà in eredità
non lascerai in vita alcun essere che respiri
ma li voterai allo sterminio
come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare
1

Così recitavano gli anziani, assorti sulle pergamene.
Dicevano che la terra che calpestavo, la terra della mia gente, era stata irrigata col sangue.
Che l’eccidio dei suoi antichi abitanti (profezia per quelli futuri) era il frutto del volere di un dio.
Con le ginocchia dolenti, mentre strisciavo lo straccio sul pavimento di pietra, rabbrividivo ascoltando.

.Come il popolo udì il suono della tromba
ed ebbe lanciato un grande grido di guerra,
le mura della città crollarono.
Il popolo allora salì verso la città

Votarono poi allo sterminio,
passando a fil di spada ogni essere che era nella città,
dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio
e perfino il bue, l’ariete e l’asino
2

Votò lo sterminio di Gerico, il mio popolo/esercito. Portò lo sterminio a Makkeda, Libna, Lachis, Eglon, Ebron e Debir3. Diede la morte ai loro re e ad ogni essere vivente che era in esse, per fare spazio a una nuova stirpe e a un nuovo dio.
Io appartenevo alla genia dei vincitori. Avrei dovuto andarne fiera.
Invece le urla delle donne di Madian4 venivano a popolare i miei incubi.
Odiavo e temevo i loro assassini, dal silenzio della mia impotenza di ragazzina, di femmina e serva.
Giurai a me stessa che se avessi mai, in futuro, partorito un figlio maschio lo avrei allevato nel rifiuto di quel credo spietato. Dovevo impedire che diventasse come loro.
Intanto, a carponi sul pavimento di pietra, mi stringevo le orecchie fra le mani per non sentire e mi rintanavo negli angoli più oscuri, tentando di sparire alla vista di quegli uomini e del loro dio sanguinario5.
Tanto non mi avrebbero notata comunque. Per tutti loro una serva era pari a un oggetto, o forse a un animale.
Faceva eccezione una voce. L’unica giovane, l’unica amica.

Come son belli i tuoi piedi
nei sandali, figlia di principe!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,
opera di mani d’artista.
Il tuo ombelico è una coppa rotonda
che non manca mai di vino drogato.
Il tuo ventre è un mucchio di grano,
circondato da gigli…

Il figlio del sacerdote più anziano scandiva bene le sillabe in modo che potessi sentirlo.
Da allora cominciammo a incrociarci più spesso, in modo sempre meno casuale.
Per il resto, la vita era solo fatica. Solo di notte, ogni tanto, nei sogni, tornavo a giocare nei campi.
I giorni si avvicendarono uguali finché a tredici anni il sangue mi sgorgò fra le cosce.
Pensai a una ferita. Non avevo una madre a spiegarmi cosa stava succedendo al mio corpo.
Turbata, corsi dagli adulti del tempio per chiedere aiuto. Ricordo il ribrezzo con cui si ritrassero. Il mio sangue profanava la sacralità di quel luogo.

Mi vendettero subito. All’asta come sposa, come un mulo al mercato.
Il mio nuovo padrone, il miglior offerente, fu un vecchio collerico.
Nella sua casa la fatica era quella di prima, ma amavo quelle pareti di terra rossa, l’odore del legno tagliato e, soprattutto, quella porta aperta sui coltivi.
Da lì scivolavo ogni notte, in silenzio, per correre incontro al mio angelo. Per prendergli le mani, e condurlo a giocare nell’erba.
So bene che era solo un ragazzo, che non aveva né aureola e né ali.
Ma a me piaceva pensarlo così, radioso come gli angeli dei salmi.
E così lo descrissi anche ai miei accusatori.

Dicono che fu un sogno di mio marito, la notte prima dell’esecuzione, a salvarmi la vita.
Vi garantisco che andò in tutt’altro modo. Quella notte non chiuse occhio, impegnato com’era a gonfiarmi di calci e nerbate per farmi abortire.
Sotto i suoi colpi temetti di non arrivare al mattino, rendendo inutile anche il mucchio di pietre.
Fu il sacerdote più anziano a interromperci.
Con la borsa dell’oro veniva a pagarci perché non sporcassimo il nome del figlio. Per sottrarlo alla fine destinata agli adulteri, e perché suo nipote vivesse (per quanto illegittimo, era pur sempre un nipote).
Convennero, con mio marito, che sarebbe stato meglio per tutti far finta di credere alla storia dell’angelo.
Gli ressi il gioco, ovviamente, ma vi giuro, non volevo ingannarvi.
Cercavo solo di non farmi ammazzare.
E poi volevo che tutta quella storia finisse. E invece era appena iniziata.

Sono duemila anni, ormai, che vi guardo prostrarvi davanti alle mie statue, invocarmi sgranando un rosario.
Generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, milioni di uomini e donne hanno creduto in me.
O meglio, a un modello creato da maschi, all’immagine che mi è stata cucita addosso di madre casta e remissiva.
In faccia a milioni di donne è stato sbattuto il mio esempio per definirle colpevoli di gioia, di libertà, di sessualità, di intelligenza, di ribellione.
Oggi c’è chi sostiene che io possa apparirvi e parlarvi, e che dalle mie statue scendano lacrime.
E in effetti, a vedere come mi hanno utilizzata, mi viene proprio voglia di piangere.
Ma se potessi parlarvi davvero, griderei, con tutte le mie forze, che è stata tutta una farsa, tutta una truffa.
E che non sono io, non sono io quella che adorate.
Perché non sono stata né santa, né vergine, né madre di un dio.
Solo una di voi.


  1. Deuteronomio, capitolo 20

  2. Libro di Giosuè, capitolo 6

  3. “Così Giosuè battè tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele“. Per i dettagli dei massacri: Libro di Giosuè, capitolo 10

  4. Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. Uccisero anche, oltre i loro caduti, i re di Madian Evi, Rekem, Sur, Ur e Reba cioè cinque re di Madian; uccisero anche di spada Balaam figlio di Beor. Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono tutto il loro bestiame, tutti i loro greggi e ogni loro bene; appiccarono il fuoco a tutte le città che quelli abitavano e a tutti i loro attendamenti e presero tutto il bottino e tutta la preda, gente e bestiame…. Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore… Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi“. Libro dei Numeri, capitolo 31

  5. Per un approfondimento sull’ebraismo bellico consiglio il bellissimo libro di Walter Peruzzi, Il cattolicesimo reale, Odradek, 2008, in particolare il capito 5.1. 

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