From Hell – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Illuminations, i racconti dell’immaginario di Alan Moore https://www.carmillaonline.com/2025/01/22/illuminations-i-racconti-dellimmaginario-di-alan-moore/ Wed, 22 Jan 2025 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86452 di Fosca Gallesio

Alan Moore (Northampton 1953) è uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti di sempre: è conosciuto per le sue opere anticonvenzionali e dal marcato tono politico. Tra le sue graphic novel più famose c’è V per Vendetta (1982), una distopia che racconta di una Londra oppressa da un regime totalitario di sorveglianza e controllo dei cittadini, cui si oppone il rivoluzionario V, eroe mascherato con la faccia di Guy Fawkes (assurto a icona del movimento occupy di qualche anno fa). Ma anche la saga degli Watchmen (1987), rivisitazione del mito del supereroe in chiave iperrealistica e critica, [...]]]> di Fosca Gallesio

Alan Moore (Northampton 1953) è uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti di sempre: è conosciuto per le sue opere anticonvenzionali e dal marcato tono politico. Tra le sue graphic novel più famose c’è V per Vendetta (1982), una distopia che racconta di una Londra oppressa da un regime totalitario di sorveglianza e controllo dei cittadini, cui si oppone il rivoluzionario V, eroe mascherato con la faccia di Guy Fawkes (assurto a icona del movimento occupy di qualche anno fa). Ma anche la saga degli Watchmen (1987), rivisitazione del mito del supereroe in chiave iperrealistica e critica, dove gli “eroi” sono personalità borderline affette da delirio di onnipotenza e dalla dubbia moralità, spesso usati come braccio armato al servizio della politica imperialista USA; il titolo fa riferimento alla frase di Giovenale “Quis custodiet ipsos custodes” (in inglese appunto, “Who watch the watchmen”), cioè chi controlla i controllori, che fa riferimento ai rischi di degenerazione e abuso del potere. Le istanze politiche emergono anche in From Hell (1989-98), affresco della Londra vittoriana che esplora le vicende che ruotano attorno agli assassini attribuiti a Jack lo squartatore, visti come prodotto sociale e culturale dell’epoca.

Le storie di Moore sono delle incursioni nell’immaginario collettivo, capaci di sovvertire il senso comune, smascherare le ipocrisie della società e risvegliare la coscienza politica, portando il lettore a porsi domande su di sé, sul mondo e sul modo in cui vive. Moore si definisce un anarchico, non intendendo con questo una semplice repulsione di ogni regola, ma una severa critica e opposizione al potere costituito e alle logiche di oppressione che dominano la società capitalista. Moore è sempre stato insofferente ai dettami del mercato mainstream, al punto da rifiutarsi sempre di mettere il proprio nome nei numerosi film tratti dalle sue opere (i cui diritti erano stati già ceduti dalle società editoriali che le avevano pubblicate), criticando aspramente l’equivalenza che spesso viene fatta tra film e fumetto, affermando che se il fumetto fosse visto solo come linguaggio intermedio verso il cinema, sarebbe solo un film senza movimento, mentre il fumetto ha una sua specificità artistica e linguistica del tutto unica e inadattabile, data dall’unione della parola scritta all’immagine disegnata.

Moore, dopo aver scritto fumetti per più di trent’anni, nel 2019 dichiara di abbandonare il medium per dedicarsi alla narrativa. Stanco delle logiche dell’industria editoriale del fumetto mainstream, che già lo avevano portato a cercare di lavorare solo per editori indipendenti, lo scrittore abbandona il suo medium preferito per dedicarsi alla scrittura letteraria. Così dopo aver già pubblicato un primo romanzo, La voce del fuoco, nel 1996, nel 2016 pubblica Jerusalem, un’imponente opera fiume, un’affresco storico-mitologico della cittadina natale di Northampton, che spazia attraverso i secoli. Per chi fosse curioso dello stile letterario di Moore è però sicuramente più agevole la lettura della raccolta di racconti Illuminations, pubblicata nel 2022 (in italiano l’anno successivo per Fanucci), che contiene nove storie brevi di carattere surreale e fantastico e un racconto lungo che ripercorre la storia del fumetto americano dagli anni ’50 del secolo scorso ai giorni della pandemia, utilizzando alter ego e nomi di fantasia per parodiare quelli reali di autori e personaggi, dando vita a un affresco cinico e spietato dell’industria odiata da Moore di un medium che invece adora, il fumetto.

Prima di esaminare le short stories di Moore è però utile prendere in esame alcuni aspetti cruciali della sua poetica, che danno una forma del tutto originale al suo stile e ai suoi temi. Dall’inizio degli anni ’90 Alan Moore è diventato un mago rituale, dedicandosi a pratiche occultistiche che risalgono all’antica tradizione ermetica. L’ispirazione è venuta mentre scriveva From Hell: “In una battuta un personaggio dice: L’unico posto dove Dio senza dubbio esiste è nella mente umana. Dopo averlo scritto ho capito di aver accidentalmente detto qualcosa di vero, e ora dovevo riorganizzare la mia vita su questo. L’unica cosa che sembrava davvero appropriata era diventare un mago.” La magia per Moore è uno strumento che svolge una parte fondamentale nella sua ricerca artistica e nella pratica di scrittura.

“Credo che la magia sia arte e che l’arte, che sia musica, scrittura, scultura o ogni altra forma d’arte, sia letteralmente magica. L’arte è, come la magia, la scienza di manipolazione di simboli, parole o immagini, per raggiungere dei mutamenti nella coscienza. In effetti lanciare un incantesimo (in inglese cast a spell) è semplicemente sillabare (to spell), manipolare parole, per cambiare la coscienza delle persone, e questo è il motivo per cui credo che un artista o uno scrittore in epoca contemporanea sia la cosa più vicina a uno sciamano.”

Moore afferma che nell’era contemporanea gli artisti hanno perso il loro status originario, hanno abbandonato il potere delle parole di cambiare il mondo e modificare le coscienze, per limitarsi a fornire mero intrattenimento. Il lavoro di un artista non è dare al pubblico quello che vuole, ma dare al pubblico quello di cui ha bisogno. Purtroppo al giorno d’oggi le persone che usano la magia delle parole per dare forma alla nostra cultura sono dei pubblicitari e il loro potere sciamanico è usato come un oppiaceo per anestetizzare le persone e renderle manipolabili.

“Direi che in qualche modo gli artisti, tutti gli artisti, si sono separati dalle proprie origini. Negli ultimi due secoli l’arte è sempre più stata vista come una semplice forma di intrattenimento, con nessun altro scopo che passare un paio d’ore di svago dalle nostre tristi vite. E questo non c’entra nulla con l’arte secondo me. L’arte ha una funzione vitale. Come diceva Brian Eno, bisogna guardare a come l’arte fosse una priorità per la vita umana per capire la sua ragione di esistere. Quando siamo scesi dagli alberi, abbiamo trovato qualcosa da mangiare, abbiamo trovato un posto dove dormire, abbiamo trovato un posto dove cagare e poi siamo andati a disegnare sui muri per spiegare come abbiamo trovato da mangiare, da dormire e dove cagare al caldo. L’arte riguarda una quarta priorità di sopravvivenza. E quindi si può presumere che abbia importanza.”

Ma è soprattutto il mercato dell’arte, o meglio dell’intrattenimento, che ha corrotto questa funzione originaria. Per la maggior parte degli artisti l’unica forma di successo è quella monetaria. Moore dice che è stato fatto un patto faustiano con il commercio: in cambio di un tetto sopra la testa e qualcosa da mangiare, l’artista tiene la bocca chiusa e continua a produrre solo intrattenimento. In Moore questo approccio alla magia e all’arte si traduce ovviamente in una particolare visione spirituale del mondo e in una metafisica mentale.

“Ovviamente se ci si espone al mondo della magia, si fa un passo oltre il perimetro del mondo razionale. La natura stessa della magia è connessa con l’irrazionale. Bisogna almeno affrancarsi dal regno convenzionale della sanità mentale. A un certo livello, per sua stessa definizione, la magia deve essere trans-razionale. Bisogna andare oltre la razionalità per fare il primo passo nella magia. Bisogna essere pazzi per essere dei maghi, ma bisogna essere pazzi in modo controllato. Bisogna esserlo in modo deliberato. Non diventare pazzi per caso! Allora sarebbe troppo tardi. Ma diventando pazzi apposta, in modo controllato, allora si può arrivare da qualche parte.”

Questo dislivello mentale permetterebbe un accesso a una visione del mondo in cui i simboli sono la chiave per la comprensione del significato profondo delle cose.

“Tendo a vedere la magia, in un certo senso, come una sorta di linguaggio. Penso che gli dei della magia siano dei del linguaggio. E la magia è una specie di linguaggio con cui leggere l’universo. È un linguaggio di simboli con cui si può estrarre un significato dalle cose più mondane. È questo l’aspetto della magia che mi attrae. Ma queste rivelazioni per me si collegano a un nuovo modo di vedere la vita nel mondo ordinario piuttosto che una fuga in qualche fantastico nuovo piano di esistenza. Si tratta di scoprire la rivelazione che è in ogni cosa.”

Con l’esplorazione di questa dimensione spirituale Moore approda a una specifica visione metafisica del mondo, che contempla l’esistenza di uno spazio composto dai concetti e dalle idee dell’umanità, un luogo che egli definisce Spazio-Idea.

“È lo spazio dove avvengono gli eventi mentali, uno spazio-idea che forse è universale. Le nostre coscienze individuali hanno accesso a questo vasto spazio universale, alla stessa maniera in cui abbiamo case individuali, ma le strade fuori dalla porta appartengono a tutti. È quasi come se le idee fossero forme preesistenti all’interno di questo spazio. In questo spazio esisterebbero dei continenti composti interamente da idee e concetti, invece di territori e isole ci sarebbero i grandi sistemi di conoscenza, le filosofie, il marxismo potrebbe essere uno, le religioni giudaico-cristiane un altro.”

Poiché l’essere umano ha accesso al reale attraverso le proprie percezioni e dà quindi alle cose una forma mentale, in ogni momento la nostra mente interagirebbe con lo spazio-idea, anche solo in modo limitato, per svolgere le attività quotidiane. Naturalmente gli artisti e gli intellettuali lavorano costantemente con lo spazio-idea, vi si immergono in profondità alla ricerca di connessioni e idee inedite e originali. Moore sente quindi la necessità di tracciare delle mappe cognitive per navigare lo spazio-idea. A questo scopo studia i sistemi magici dell’antichità: la kabbalah e i tarocchi, la mitologia greco-latina e l’ermetismo, sono dei sistemi di archetipi spirituali che costituiscono una mappa della condizione umana.

Ma ora veniamo alla raccolta di racconti Illuminations, nella quale la poetica di Alan Moore si delinea in una serie di quadri perlopiù di ispirazione fantastica, che mettono in luce la sua visione del mondo fatalistica e spirituale. Per Moore il racconto è una delle migliori forme della letteratura, lo definisce un mezzo attraverso cui imparare e mettere alla prova il proprio stile letterario. Sicuramente la brevità della narrazione gli permette di creare dei lampi di immaginario, delle parabole metafisiche caratterizzate da un’ironia malinconica.

Alan Moore critica il fantasy contemporaneo, accusandolo di un eccessivo escapismo e di riposare su tropi convenzionali: secondo lui i romanzi di questo genere creano mondi di fantasia che nulla hanno a che vedere con il mondo reale. Nei suoi racconti invece le fantasie prendono forma in un contatto con la dimensione quotidiana del mondo che conosciamo. Sono delle incursioni di una realtà parallela limitrofa alla nostra, che con il suo simbolismo ci rivela qualcosa di significativo sulla realtà. Il titolo della raccolta, Illuminations, è in questo senso significativo: ci sono degli squarci nel quotidiano che permettono di avere una visione oltre la soglia della normale percezione. Appare ovvio come questa visione della letteratura sia connessa con la chiave magica della filosofia di Moore: un modo per andare oltre la normale soglia delle percezioni e cogliere un senso del tutto.

Illuminations è una parola ambigua. Può significare molte cose. Nel racconto con quel titolo è la ghirlanda di lampadine sul lungomare. Il protagonista prova una collisione tra passato e presente in una cittadina sul mare. Ma è anche il suo momento di realizzazione. Un momento di illuminazione. E questo è presente anche in molti degli altri racconti. Un momento in cui si capisce che le cose non sono quello che sembravano. Questi momenti di illuminazione possono essere a volte molto positivi e a volte meno. Ma mi colpisce che probabilmente io sia un illuminista.”

Questi sprazzi di illuminazione cercano di cogliere un momento di coscienza superiore, in qualche modo magica, del senso del sé. I personaggi hanno una percezione che va oltre se stessi e la propria individualità; talvolta questa consapevolezza è lasciata più alla percezione del lettore, ma vi è sempre un profondo senso filosofico nelle storie di Moore. In questo scenario si distingue, per stile e argomento, il racconto più lungo della raccolta, Cosa ci è dato sapere su Thunderman, che è un’approfondita, e per certi versi spietata, disamina dell’industria americana dei fumetti dagli anni ’50 a oggi, in cui i fumettari sono delineati come soggetti marginali e alla deriva, schiacciati nel loro mondo di fantasie infantili e oppressi dalle dinamiche commerciali dell’industria editoriale. Questa illuminazione è più che altro uno sfogo di Moore contro tutte le dinamiche che viziano l’industria del fumetto, che assoggettano la creatività alle logiche del mercato e un omaggio alle vite schizzate da outsider degli autori di fumetti.

La prima storia Lucertola ipotetica è un racconto visionario abitato da personaggi magici e perturbanti. Ambientata in una casa di piacere chiamata “La casa senza orologi”, è il racconto di una conturbante relazione amorosa tra due attori attraverso il punto di vista di una ragazza che, a seguito di un’operazione cerebrale che ha reciso i legami tra i due emisferi del cervello, non è in grado di comunicare e per questo è stata resa la concubina perfetta per gli stregoni, che non possono permettersi di rivelare a nessuno i propri segreti. La giovane è dunque testimone silenziosa di una relazione in cui i due amanti si scambiano di posizione, in cui una dinamica di dominazione sostituisce il soggetto con l’oggetto, in un gioco fluido in cui le identità di genere maschile e femminile si confondono. La scrittura sofisticata e conturbante dà vita a un mondo languido di amore intellettuale e quasi filosofico, dove i corpi mutano in maniera imprevedibile, rispecchiando l’interiorità delle anime.

Al centro di Nemmeno leggenda c’è un essere magico con un talento del tutto particolare. È chiamato, per ignoti motivi, “Pete sussurrante” e la sua particolarità è che vive la sua vita all’incontrario, nascendo vecchio e viaggiando indietro nel tempo fino a quando sarà bambino. Le sue esperienze vengono quindi vissute all’incontrario rispetto a tutti gli altri: per lui il passato è futuro e viceversa, il primo incontro con un’amata è in realtà l’ultimo e ogni sera legge una pagina del suo diario per sapere quel che gli succederà in un ieri che per lui è domani. Questo racconto mostra un’esperienza del tempo vissuta in direzione inversa a quella normale, non è come nel caso de Il curioso caso di Benjamin Button, un processo di invecchiamento al contrario, ma una vita a ritroso nel tempo, in un flusso contrario a quello di tutte le altre persone. Questo paradosso veicola la particolare idea della temporalità di Alan Moore, che prende le mosse dal concetto di Einstein di un universo-blocco che comprende presente, passato, futuro. Sarebbe la nostra coscienza a muoversi in modo lineare e progressivo attraverso il blocco immutabile ed eterno dello spazio-tempo. Per Moore questa è una visione confortante, che si sposa con il suo senso fatalistico dell’esistenza come qualcosa che è già lì e che siamo destinati a rivivere ancora e ancora.

Posizione, posizione, posizione racconta con stile sardonico e brillante una possibile apocalisse che avviene sullo sfondo di una cittadina inglese mentre l’ultima persona sulla terra, una donna agente immobiliare, porta il suo ultime cliente a visitare una casa. Il cliente è Gesù Cristo, patito di serie tv e dipendente dalla sigaretta elettronica, che non esita a concedersi una sveltina con il suo agente immobiliare. Moore unisce scabrosamente gli scenari epici dell’apocalisse, con angeli di fuoco, mostruose creature demoniache e gigantesche amazzoni che si danno battaglia nel cielo, all’episodio ordinario, ma surreale, di una visita immobiliare improbabile di Gesù (detto Cris) che sta cercando una sistemazione nella tranquilla campagna inglese. L’effetto è ironico e spiazzante, una demistificazione della religione e un ritratto implacabile della natura umana.

Lettura a freddo è invece una divertente parabola su un sedicente medium che riceve la visita di un cliente che vuole mettersi in contatto con il defunto fratello, seppure quest’ultimo fosse una persona estremamente razionale che condannava lo spiritismo. Moore qui vuole mettere a confronto il mondo delle sedute spiritiche, condannandone l’artificiosità, con quello dei razionalisti, condannandone i limiti mentali. Il finale a sorpresa può risultare ovvio, ma coglie nel segno con paradossale ironia.

Il racconto intitolato L’improbabile complessità dello stato dell’alta energia gioca con il paradosso della fisica del cervello di Boltzmann, un’ipotetica entità consapevole di sé nata a causa di fluttuazioni quantistiche da uno stato di caos. Mi perdonerete se, date le mie scarse conoscenze di fisica, prendo la definizione da wikipedia, mentre nella storia Moore sa illustrare molto bene come in un universo in formazione si sviluppa il primo essere senziente, un cervello per l’appunto, di cui il racconto è una tragicomica biografia. Il cervello viene al mondo e si scopre dotato della coscienza di sé e come prima cosa riesce a sviluppare una protuberanza sensoria che gli permette di fare esperienza del mondo e un peduncolo motorio che gli permette di muoversi. Chiama se stesso Il Panperule e piano a piano cataloga tutti i fenomeni emotivi e cognitivi della propria esperienza. Fino a che non incontra un altro cervello appena formato, ma ancora privo degli organi di senso. Il Panperule osserva il suo simile con disappunto e avendo perso la sua unicità, decide, per rivalsa, di imporre sul nuovo cervello il dominio della propria volontà. Il Panperule aiuta il nuovo cervello a sviluppare le proprie appendici sensorie e motorie e, quando il nuovo cervello può comunicare, gli si presente come il creatore di tutto l’universo, come dio. Tra le due uniche entità del cosmo si stabilisce immediatamente una relazione di dominazione e controllo, in cui il più anziano e saggio Il Panperule impone tutte le sue conoscenze al nuovo cervello, dandogli perfino il nome di Glynne, naturalmente senza articolo. La supremazia de Il Panperule su Glynne è quasi spietata e riproduce le dinamiche della dialettica servo/padrone, fino agli estremi più perversi, fino al momento inevitabile in cui i due cervelli scoprono l’accoppiamento. Anche il sesso è sempre visto come una forma di dominazione e il piacere che ne ricava porta Il Panperule a trascurare tutto il resto. Ma a questo punto Glynne inizia a porsi delle domande e a mettere in discussione le affermazioni del suo maestro e padrone. La situazione degenera quando si vengono a formare decine di altri cervelli, che vengono piano piano istruiti alla coscienza da Il Panperule, con l’aiuto di Glynne, e anche loro instradati all’obbedienza. Il modo in cui Moore riesce a dare forma a questa esperienza paradossale e infondere in essa tutte le distorsioni e le perversioni della società umana, è sorprendente. L’avventura dei cervelli di Boltzmann è straordinariamente comica e contemporaneamente tragica nel mostrare come le logiche di potere e dominio siano insite nello stesso stato di coscienza. Ma allo stesso tempo queste coscienze riescono a sviluppare anche l’opposizione e la capacità rivoluzionaria, anche se lo scontro delle due istanze conduce inevitabilmente a uno stato di caos.

Vale la pena di spendere qualche parola in più per Cosa ci è dato sapere su Thunderman, il racconto lungo più di duecento pagine in cui Moore fa un affresco della storia dell’industria del fumetto americana. Vengono raccontati i dirigenti senza scrupoli delle case editrici, con la loro brama di compiacere il pubblico, dominarne il pensiero critico e soprattutto sfruttare i creativi alle loro dipendenze. Ma i veri protagonisti sono proprio i creativi, sceneggiatori per lo più, ma anche illustratori: Moore tratteggia le loro vite dall’infanzia nostalgica in cui li vediamo affamati lettori di fumetti dell’epoca d’oro degli anni ’50 e ’60, all’inizio delle loro carriere professionali, attraverso le assurde gozzoviglie delle convention di settore, fino all’inevitabile crisi contemporanea, con il crollo delle vendite, la carenza di idee, questi autori sono schiacciati dal cinismo dell’industria, ormai disillusi e apatici spettatori delle loro stesse vite alla deriva. Il ritratto di Moore certo non fa sconti e nel dipingere questi eterni ragazzini sognanti, alle prese con il loro lavoro ideale, li fa scontrare con la dura realtà, raccontandoli come personalità ai margini, in qualche modo disadattati funzionali, protagonisti dei più assurdi aneddoti. Scrive: «Quell’ambiente disumanizzava le persone che ci lavoravano e le risucchiava in una realtà alternativa assurda, dove non c’erano limiti o confini, in una specie di caduta libera psichiatrica che, forse giusto all’inizio, poteva dare la sensazione di volare.»

Proprio il passaggio da appassionati di fumetti a professionisti del settore, enciclopedie viventi del passato dei supereroi, ma incapaci di creare storie e personaggi originali, è ciò che segna inevitabilmente il destino di tutti i personaggi, che risultano buffi e grotteschi, ma sempre profondamente malinconici. «Ogni aneddoto legato all’industria dei fumetti finiva inevitabilmente con un suicidio, un’insufficienza epatica, un crollo nervoso o un funerale a bara chiusa.»

Moore indica con crudezza la crisi contemporanea del fumetto, ormai diventato un medium arretrato, che non interessa il pubblico infantile e adolescenziale, attratto più dai videogiochi e da internet. Non c’è più ricambio generazionale e il fumetto sta declinando con l’invecchiamento del suo pubblico e dei suoi autori.

È evidente come il microcosmo del mondo del fumetto sia un microcosmo dell’America. I supereroi sono l’emblema della cultura americana, ne incarnano i valori e nella loro azione ne sintetizzano la politica violenta e imperialista. La critica dello scrittore britannico è esplicita e molto politica.

“Cosa hanno di tanto speciale i supereroi? Bé, sono un fenomeno tutto americano che altrove non ha mai preso veramente piede. Sono una cosa che emerge in modo naturale dalla nostra cultura. Penso che in parte derivino dal nostro diritto, garantito pure dalla Costituzione, alla furtività. Della serie, se fai una cosa che potrebbe ragionevolmente farti finire nei guai, allora è meglio farla con una maschera, o con un costume addosso, o con entrambe le cose. […] E poi c’è la nostra inclinazione alla violenza. Il nostro è un Paese dove nessuno si fida di nessuno, perciò dormiamo con un fucile sotto i cuscini dai tempi dei pionieri, e la soluzione ideale per risolvere un problema è sparare e tendere imboscate. Non amiamo i conflitti se non abbiamo un certo vantaggio strategico, quindi l’idea del supereroe come essere indistruttibile o munito di denti retrattili di acciaio è rassicurante. I supereroi sono quello che sogniamo di essere. Hanno una morale, aiutano gli oppressi e, con i loro poteri speciali, eccellono in qualcosa, tutte cose che noi non abbiamo e non facciamo. Sono il nostro negativo da un punto di vista etico e, allo stesso tempo, incarnano il Sogno americano come massima espressione del suprematismo bianco.”

Insomma Cosa ci è dato sapere su Thunderman è davvero il pezzo di valore dell’intera opera, un racconto dettagliato e illuminante che solo uno scrittore con lo stile e la visione di Alan Moore poteva proporre.

Per concludere rimangono altri tre racconti, che ho trovato meno incisivi, ma che vale la pena citare. Illuminazioni dà il titolo all’opera ed è un’elegante e soffusa elegia, dove un uomo in una cittadina in riva al mare rivive le memorie della propria infanzia, con un disvelamento del presente. Luce Americana: una valutazione critica è invece un poema di un immaginario autore della San Francisco della beat generation, corredato da una serie di note storico-biografiche che richiamano i personaggi del periodo, rievocandone il clima culturale anticonformista. Infine E, da ultimo, per chiudere con il silenzio è un dialogo surreale tra due personaggi in un imprecisato passato medioevale in Inghilterra. Non è chiaro se siano due prigionieri condannati a morte o già due fantasmi, la loro identità è misteriosa anche ai loro stessi occhi, ma sono destinati a camminare insieme verso il silenzio.

N. B.
Le citazioni di Alan Moore sono tratte dal documentario The Mindscape of Alan Moore, 2003, di Dez Vylenz, che potrete trovare su YouTube, e dai seguenti articoli:

Magic is Afoot: a conversation with Alan Moore about the arts and the occult, 2003, di Jay Babcock (qui)

Haunted Resonance: an interview with Alan Moore, 2022, di Miles Ellingham sul sito «The Quietus».

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Divine divane visioni (Urlando furioso 04/05) – 53 https://www.carmillaonline.com/2013/09/27/divine-divane-visioni-urlando-furioso-0405-53/ Thu, 26 Sep 2013 22:01:03 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9539 di Dziga Cacace

It’s late September and I really should be back at school (Rod Stewart)

ddv5301522 – Sempre attuale, Sistemo l’America e torno di Nanni Loy, Italia 1974 Altro straculto della mia adolescenza, visto più volte in pace con mia sorella Francesca quando il possesso del telecomando era ancora questione di rapporti di forza. L’impacciato Giovanni Bonfiglio da Busto Arsizio è in affari in USA per conto di un volgare industrialotto brianzolo. Viene incaricato di portar con sé in Italia anche un giovane campione di pallacanestro, per la Frigor, la squadra di famiglia del paròn. Bonfiglio (un Villaggio misuratissimo, prima [...]]]> di Dziga Cacace

It’s late September and I really should be back at school (Rod Stewart)

ddv5301522 – Sempre attuale, Sistemo l’America e torno di Nanni Loy, Italia 1974
Altro straculto della mia adolescenza, visto più volte in pace con mia sorella Francesca quando il possesso del telecomando era ancora questione di rapporti di forza. L’impacciato Giovanni Bonfiglio da Busto Arsizio è in affari in USA per conto di un volgare industrialotto brianzolo. Viene incaricato di portar con sé in Italia anche un giovane campione di pallacanestro, per la Frigor, la squadra di famiglia del paròn. Bonfiglio (un Villaggio misuratissimo, prima dei Fantozzi di pregio e poi di quelli ripetitivi e scadenti) ha però un problema: Ben Ferguson (l’incredibile Sterling St. Jacques, ancora senza le lenti decolorate che – vuole la leggenda metropolitana – lo avrebbero fatto diventare cieco) è un attivista delle Pantere Nere che, prima di partire per l’Europa, vuole sistemare due o tre cose. E si tratta di politica, famiglia e amore. La strana coppia attraversa l’America, con l’impiegato – che sa a malapena l’inglese – che deve inseguire un rivoluzionario nero. Assieme, i due si conoscono e gradualmente (Ferguson a Bonfiglio: “Ora mi piaci 10%” e via di seguito, in crescendo percentuale) diventano amici, aggregandosi anche a un gruppo di sballoni hippie. Il travet impara a rispettare le donne e ad apprezzare l’arte primitiva black (con l’immortale battuta al poliziotto che lo mena e che gli chiede se gli piacciano i quadri esposti in una sede delle Black Panther: “Mi laikano moltissimo… vaffanculo!”). E se prima i suoi problemi erano i cessi a pagamento e la mania negli alberghi yankee di inamidare tutto, adesso diventano il sistema sanitario, la violenza della società, la solitudine e il problema dell’integrazione razziale. Finisce grandiosamente male, ma è un pregio straordinario: un tempo ci si permetteva di non addolcire la pillola e non si trattava di furori politici compiacenti col pubblico giovane. Detto schiettamente, l’ho ritrovato bello, ma sul serio, senza macchiette e caricature, con un’asprezza politica controllata ma non riconciliata.  Ed è un film che oggi non sarebbe possibile realizzare perché verrebbe subito bollato come antiamericano, sovversivo e, come dice quello là, “cumunista”. Mi piace 90%: credo che lo rivedrò ancora. Più volte, lo merita. (Vhs da RaiUno; 17/02/05)

ddv5302523 – Prima e dopo di un rimbambito, USA 1996
Venerdì sera placido. Stanchi morti, evitiamo di rimaniere invischiati nel pessimo Vertical Limit su Italia1. Accade di peggio. Seguiamo Otto e mezzo dedicato al rogo di Primavalle e alla violenza degli anni Settanta (per conto mio in studio troppi fascisti, ex e post). Durante il dibattito, Barbara crolla in letargo come un plantigrado. Io – per non tornare alla violenza succitata, perché ce ne sarebbero i motivi a sentire cosa dicono in trasmissione – comincio a giocare al solitario sul PC (Spider, magnifico per assentarsi mentalmente) e non mi accorgo che l’emissione di La7 ci traghetta a Prima e dopo, drammone drammatico di Barbet Schroeder di cui non ricordo neanche l’uscita cinematografica. Toccare il telecomando stretto tra le sue braccia conserte significa svegliare la gravida e subirne l’indignazione, per cui subisco il filmaccio. Trattasi di genitori alle prese con figlio assassino per breve attimo di follia. C’è l’avvocato spregiudicato che vuole salvarlo, c’è il babbo generoso e testone che distrugge le prove e c’è la madre che – d’accordo che i figli so’ piezz’e core, ma qui non siamo in Italia – vuole però la verità. Intanto i concittadini fanno telefonate minatorie e spaccano i vetri alla famigliuola. Una solenne pellicola di merda, registicamente fiacca, con attori imbalsamati e nessun guizzo. Il babbo è Liam Neeson, attore cane quant’altri mai e inspiegabilmente considerato bel fustacchione pur presentando un profilo con la fronte schiacciata come un australopiteco. Mammà è la democraticissima, ingenua e onesta Meryl Streep, dalla recitazione ormai anestetizzata. Il piccolo assassino involontario è quell’Edward Furlong, già monello bestiale in Terminator 2. La prima parte del film l’ho per lo più ascoltata, la seconda – con Barbara rediviva e schifata – l’ho vista proprio. Uno strazio incomprensibile per un regista un tempo dignitoso. A fine pellicola la Streep vuota il sacco e la vicenda shifta verso la fantascienza: il giudice è comprensivo, capisce l’incidente e condanna il ragazzino a soli 5 anni (2 con buona condotta etc.: i leghisti farebbero un casino della miseria). Tutto ciò mentre io pensavo: burn, baby burn! Ho assistito al film in pura ottica genitoriale: PAURA! E per il carattere fecale del prodotto e per le visioni da incubo che evocava, tipo mia figlia a 13 anni vestita come una velina, con la vita dei calzoni sotto le ginocchia, mentre ciancica rumorosamente una cevingomma e con aria strafottente mi dice le fatidiche parole: “Tu non hai mai capito un cazzo!”. Aaaargh! (Diretta tv su La7; 18/02/05)

ddv5303524 – Di corsa!, Chariots of Fire di Hugh Hudson, Gran Bretagna 1981
Sabato sera, dopo cena Barbara si stende sul divano tenendosi la ventrazza. Io produco il confettino per la serata, un Dvd prezioso. Lei sbuffa ma tanto so che ronferà dopo pochi minuti. 1919: a Grande Guerra finita, il Regno Unito è pomposo, legnoso e classista e il giovane Harold Abrahams vuole emergere, sconfiggere i pregiudizi e diventare parte della nazione che ha accolto suo padre, immigrato ebreo lituano. Nel college di Caius a Cambridge trova cavallereschi compagni d’avventura e – correndo correndo – arriverà con loro fino a Parigi, per i Giochi Olimpici del 1924. Parallelamente alla crescita agonistica e umana di Abrahams, seguiamo l’edificante storia del pastore protestante Eric Liddell, diviso tra fede e voglia di correre. E vincere, come farà nel modo più inaspettato, in una specialità non sua (i 400 metri), rifiutando di correre i 100, le cui batterie di qualificazione si tennero la domenica, il giorno del Signore. Oleografica e compiaciuta ricostruzione del bel mondo che fu, senza alcuna vena critica del Sistema (anche se Lindsay Anderson come rettore del college è un bello sberleffo, per chi lo coglie), Momenti di gloria è stato, per me dodicenne, il film perfetto. A un’età in cui tutto il cinema è bello, senza se e senza ma, che cosa mi poteva fregare dell’accondiscendenza di Hudson? Cosa potevo desiderare, più di una storia di onore, riscatto e sport? E ora, anziano e bolso, non mi sposto di un millimetro: sono altri i film che devono fare la Rivoluzione, questo deve solo regalarmi il dolce sapore del ricordo. Mi aspettavo un film lento, impacciato registicamente, un po’ piatto. A rileggere le critiche di allora, sembra che fosse un film vecchio, una sòla. E invece, con grande sorpresa, ho trovato un’opera moderna, che gestisce con estrema intelligenza il montaggio (specie nelle gare) e mette a frutto in maniera superba uno score musicale in alcuni momenti straniante, in altri trascinante (trattasi di Vangelis elettronico). Fotografia stilosa, movimenti di camera accurati, recitazione superiore (con Ian Holm su tutti). Degli attori protagonisti, purtroppo, poi s’è visto poco, ma questo film li consegna, se non alla storia del cinema, perlomeno alla mia personale storia del cinema, che francamente mi è più cara. Un po’ di ricordi: una serata dell’estate del 1986, a Champoluc, Pier Paolo e io che entriamo in casa di Luca Ruffinato alle 20 e 30 e lo costringiamo a farci vedere Momenti di gloria, gli piaccia o no. E poi, la prima volta, nella primavera del 1982, nell’allora cinema parrocchiale della chiesa di San Francesco d’Albaro di Genova, l’odierno pessimo Ritz: una domenica pomeriggio, mio padre ed io, lui con un cuscino per ovviare alle tremende sedute in legno. Film commovente e pieno di memorie. Per me, il massimo. (Dvd; 19/02/05)

ddv5304525 – All That Jazz, e non basta mai, di Bob Fosse, USA 1979
Altro che Chicago, salutato due anni fa come il nipotino erede della bellezza di questo All That Jazz. Quello era una liberatoria cagatina come da titolo, questo è quasi un capolavoro. Dico “quasi” perché son venuto su così, rompiballe, e devo notare che nel prefinale (il delirio malato del regista Joe Gideon che mette in scena le sue ardite fantasie coreografiche) avverto un po’ di stanchezza e ripetitività. Ma avercene di film così. Joe (Roy Scheider) sta allestendo il suo musical più audace, è al termine del montaggio di un film su uno stand-up comedian e tenta di salvare qualcosa della sua vita privata. Una sigaretta dopo l’altra, pasticche a gò-gò, alcol, l’immancabile scopata, poco sonno, molte incazzature, lezioni di vita dalla figlia e troppi pescicani da evitare: la facciata pubblica di Gideon è tutta di successo, quella nascosta, un disastro. E poi il braccio sinistro è un po’ troppo dolorante. Montaggio stupefacente (da Oscar) che dà i punti a tanti esagitati odierni che credono che la velocità sia data dal numero di stacchi e non dalla sapienza degli stessi. Gran colonna sonora, coreografie geniali, fotografia coloratissima di Giuseppe Rotunno e ruolo della vita per Scheider (che non delude). Grandissimo film, una gioia per occhi e orecchie. (Dvd; 22/02/05)

ddv5305526 – L’occhiuto My Little Eye di Marc Evans, USA 2002
Un horror, tanto per gradire, e attenti che racconto il finale, caso mai vi pungesse vaghezza di vederlo. Dunque: siamo molto casalinghi e, convinti da buone recensioni, ci buttiamo su questo Grande Fratello estremo: cinque ragazzi chiusi in una casetta, nella neve, senza sapere dove ci si trova, con l’obbiettivo di resistere fino all’ultimo giorno per dividersi il premio finale. Ma qualcosa non convince i partecipanti e il paranoico Rex sostiene che li vogliano ammazzare tutti, nello snuff movie definitivo, in diretta Internet. Arriva un ospite inaspettato che si tromba la più arrapata del gruppo e poi se ne va. Crescono i sospetti. Chi paga per tutto questo spettacolo? E qual è il prezzo? La prima vittima s’impicca. La seconda rimane sacchettata, la terza accettata, la penultima (che ha già provato a far secchi tutti) sparata. L’ultima rimane ferita in un mattatoio e il film finisce nella tragica attesa. Agghiacciante. Atmosfera alla Blair Witch Project in un bel prodottino, cattivo, amaro, abbastanza lento a ingranare, un po’ troppo veloce nel risolvere, ma c’è più di un momento di bella tensione. Discreto. Cassetta affittata da Blockbuster che soffre di un riversamento a tutto schermo, immagine spanata, neri che sono grigi spappolati: un’autentica merda, insomma. (Vhs originale; 24/02/05)

ddv5306527 – Lo strazzacore Million Dollar Baby di Clint Eastwood, USA 2004
Cautela con lo spoilerone, eh? Il vecchio allenatore di boxe Frankie Dunn (Eastwood) va tutte le mattine in chiesa a cercare una risposta, attraverso quesiti che hanno una solo risposta: la fede. Nella sua palestra arriva ogni giorno Maggie (Hilary Swank), trent’anni, cameriera che risparmia al centesimo e che, con gli avanzi di carne dei clienti, fa finta di farsi il doggy bag pur di mangiare lei un po’ di proteine. Il sogno? La boxe professionistica. Frankie non la vuole tra i piedi ma dagli e ridagli, si forma l’accoppiata. Allenamenti, combattimenti e i saggi consigli dell’ex pugile Eddie Scrap con l’occhio guasto ma che vede lontano (Morgan Freeman). Clint è scolpito nel legno, Hilary ha una gran bella faccia: la coppia funziona, fino al match che risulterà fatale. Maggie rimane paralizzata e realizzo: qui finisce che non si scopa, sai? Infatti il paterno Frankie la eutanasizza in un finale straziante. Film solido e commovente, non perfetto, ma dignitoso. C’è una prima parte gagliarda, molto Rocky ma con classe (“coglionazzo!”), con intreccio edipico accluso. La parte centrale, con l’ascesa di Maggie, è un po’ tirata via, ma la conclusione nobilita il tutto. Siccome si fa fatica a trovare film decenti, s’è parlato di capolavoro. Non è vero, ma Eastwood è l’ultimo della vecchia scuola che sa raccontarti una storia senza ricorrere ai maghi degli effetti e del marketing. Scrive e gira film classici come non se ne vedono più e in questo caso non rinuncia a qualche bell’interrogativo (la fede, il rapporto padre-figlia, l’eutanasia, il diritto a sognare). Visto all’Orfeo con luci accese al primo titolo, incomprensibili gelidi spifferi condizionati e invadente sonoro delle altre sale. Il cinema è nuovo e si merita un vaffanculo a braccio levato. Film visto la sera prima della vittoria agli Oscar. (Cinema Orfeo, Milano; 25/02/05)

ddv5307528 – L’ortodontico Marathon Man di John Schlesinger, USA 1976
Is it safe? Is it safe? Negli occhi, fin da adolescente, le immagini di un dentista dai capelli d’argento. Finalmente sento la voce originale di Sir Laurence Olivier che chiede insistentemente se sia “sicuro”. E intanto pinze, tenaglie e bisturi penetrano nella polpa. Aaaargh. Gran thrillerone ricco di suggestioni, questo Maratoneta: c’è una New York autunnale dove, nascosti nella folla, si nascondono nazisti e spie del governo molto poco affidabili. C’è un Dustin Hoffman assolutamente poco credibile nei panni dello studentello Babe Levy (ha quarant’anni e qui li dimostra più che nei film che sarebbero seguiti), ma perfetto come uomo investito dalla Tragedia, dal Dubbio e dalla Vendetta. E poi c’è Roy Scheider, tonico e con la faccia dura come il cuoio lavorato di una sella. A poco a poco si viene presi dentro la rete vischiosa (e non chiarissima) dell’intrigo e non si fa più caso a facce troppo vissute: il nazi Szell, conosciuto come Weisse Engel quando operava ad Auschwitz, ha una fifa boia che, fuori da una banca di New York, ci sia qualcuno ad aspettarlo per fottergli la valigetta con dentro la cascata di diamanti che gli ha lasciato il fratello. Manhattan è piena di ebrei e di reduci dai campi e lui, trent’anni dopo, è ancora troppo riconoscibile. Per cui, ripetiamo la domanda: “è sicuro?”. L’ho visto la prima volta al liceo, con mia sorella terrorizzata. L’ho rivisto poi, ma mai negli ultimi quindici anni, anche se posso vantare la lettura del libro di William Goldmann da cui è tratto. L’allucinante parte dentistica e di fuga (preponderante nel ricordo) è in realtà abbastanza breve, ma incisiva e ha sicuramente influito sull’igiene orale di tantissima gente del mondo che ha preferito tenersi le carie piuttosto che farsi mettere gli strumenti odontotecnici in bocca. A corredo del film, due documentari: il primo, del 1976, è una divertente – perché tronfia – autocelebrazione in cui il produttore Evans magnifica le qualità della pellicola. Il secondo, del 2001, è più dettagliato e ricco d’interviste, ma anche un po’ ingessato e anonimo, con tutti i protagonisti 25 anni dopo, chi invecchiato bene (Marthe Keller, per esempio) chi male (Scheider, che sembra Emilio Fede sciolto). Gran film. (Dvd; 27/02/05)

ddv5308529 – From Hell di Allen e Albert Hughes, USA 2001
Jack lo Squartatore, il primo serial killer della Storia; una vicenda classica, bella pronta da aggiornare secondo il truculento gusto moderno: i direttori del marketing della casa produttrice si saranno date grandi pacche sulle spalle per l’ideona. Londra, 1883; nel malfamato quartiere di Whitechapel, sventrando prostitute, si esercita quel mattacchione di Jack the Ripper. Sulle sue tracce si mette un visionario investigatore, oppiomane e incline all’assenzio: scopre la verità, s’innamora di un puttanone dal cuore d’oro, deve rimangiarsi tutto perché è coinvolta la famiglia reale, infine muore solo. Johnny Depp ha lo sguardo allucinato giusto e sembra sempre in debito di qualche doccia, Ian Holm dà la consueta lezione di classe estrema e Heather Graham sgrana occhioni e tettone (la poveretta è prigioniera di un’industria che la tratta come Serena Grandi). C’è pure la povera Katryn Cartlidge, morta prematuramente ma viva nel ricordo cinefilo di chi l’ha conosciuta durante gli anni Novanta. Confezione curata, bella fotografia. Non credo abbia avuto alcun riscontro particolare al botteghino: pescava nel torbido ma con sfortunata anticipazione della moda del complottismo di templari e massoni, che hanno sbancato due anni dopo con Il codice Da Vinci (romanzo pedestre e inconsequenziale, ma furbo come pochi). Difetti di From Hell? Qualche prolissità, rapporto Depp/Graham prevedibile, personaggio di Holm molto rozzo (prima buonissimo, poi efferato, senza mediazioni e ambiguità). Ad ogni modo film passabile, mentre Milano si ammanta di candida neve e sulla nazione imperversa il festival di Sanremo, il reality canoro definitivo dove i management inventano coppie come Toto Cutugno e Annalisa Minetti. (Pochi lo sanno ma lei ha protestato invano: “Avevo semplicemente chiesto un cane guida”). (Che cattiveria gratuita). (Dvd; 2/03/05)

ddv5309530 – The Thir13en Ghost di un onesto cialtrone, USA 2001
Un ricco pazzo che gode nell’imprigionare spiriti irrequieti e un poveretto – vedovo e con famiglia carico – che eredita la straordinaria casa di vetro dove gli spiritelli sono rinchiusi. Si parte malissimo, con una prima scena che fa temere il peggio per montaggio esagitato, musiche sparate a tutto volume e recitazione allo stato brado. Poi, cambiata location, il film si fa vedere anche perché la cornice scenografica è strepitosa e la trama viene dipanata con diligenza, senza far danno. Extra con borioso racconto della produzione da parte di Joel Silver. Di ogni cosa (trucco, effetti speciali etc.) viene ingigantita la lavorazione, magnificando ore di lavoro, energie profuse e professionalità spese. A dire il vero, mi sembra tutta una ganassata poco credibile, ma agli yankee piace così. Film appena discreto del carneade Steve Beck: per nulla imprescindibile, tutto sommato non sgradevole. Fuori dallo schermo, invece, si ha conferma che agli americani il Sismi piace solo quando piazza bombe fasciste, depista e assassina. Su Giuliana Sgrena appena liberata vengono scaricati mitra e fucili. Muore Nicola Calipari, credo l’unico uomo nella storia dei servizi segreti italiani a finire sui giornali senza infamia. Bocche cucite, imbarazzi, scuse ingessate: come si può fare la pelle a una giornalista che ha raccontato cosa siano le cluster bomb? Basta non avvertire chi pattuglia la strada verso l’aeroporto e confidare nell’arruolato americano che teme l’agguato iracheno. O far finta che. (Dvd; 4/03/05)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua – 53)

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