Ferrara – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Nuova Rivista Letteraria n. 4 – Soltanto parole? https://www.carmillaonline.com/2017/01/18/nuova-rivista-letteraria-n-4-parole/ Tue, 17 Jan 2017 23:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36046 NRL4_copertina[Segnaliamo l’uscita dell’ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria. Un monografico dedicato al linguaggio, ai significati delle parole, al loro utilizzo e alla loro capacità di incidere sul reale. Di seguito trovate l’incipit degli articoli contenuti nel volume. Ne saranno felici i “collezionatori di incipit”, so che esistono. E se volete approfondire la lettura, qua potete acquistare il numero. ss].

Con lingua biforcuta di Giuseppe Ciarallo Nei film di indiani e cowboy della mia infanzia, i pellerossa accusavano spesso i bianchi di parlare con lingua biforcuta. Era un modo [...]]]> NRL4_copertina[Segnaliamo l’uscita dell’ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria. Un monografico dedicato al linguaggio, ai significati delle parole, al loro utilizzo e alla loro capacità di incidere sul reale. Di seguito trovate l’incipit degli articoli contenuti nel volume. Ne saranno felici i “collezionatori di incipit”, so che esistono. E se volete approfondire la lettura, qua potete acquistare il numero. ss].

Con lingua biforcuta di Giuseppe Ciarallo
Nei film di indiani e cowboy della mia infanzia, i pellerossa accusavano spesso i bianchi di parlare con lingua biforcuta. Era un modo tanto colorito quanto appropriato per dire che le giubbe blu (che del potere erano i rappresentanti e il braccio armato) dicevano una cosa e ne facevano un’altra. Usavano cioè la parola, quella dei trattati ad esempio, in modo truffaldino.

Ogni scritta su un muro racconta una storia diversa di Silvia Albertazzi
Le immagini pubblicate in questo numero di Nuova Rivista Letteraria sembrano, paradossalmente, smentire e confermare al tempo stesso l’affermazione dello scrittore americano William Saroyan secondo cui una fotografia vale mille parole, ma solo a patto che qualcuno, guardandola, pensi o pronunci quelle mille parole.

Bologna: non più rossa, non più Blu di Agostino Giordano
Nella notte tra l’11 e il 12 marzo del 2016 a Bologna è accaduto un evento che, come spesso capita in questa città, è unico nel suo genere. Il noto writer Blu, considerato il «Banksy italiano» (inserito nel 2011 dal Guardian nella lista dei dieci migliori street artist del mondo), aiutato da un gruppo di militanti dei centri sociali bolognesi Xm24 e Crash, ha cancellato dai muri della città gran parte delle sue opere, realizzate nell’arco di circa vent’anni.

Fascismo social: la condivisione delle “idee senza parole” di Alberto Prunetti
Ieri. La lingua del duce. La retorica teatrale di Mussolini ‒ perentoria, decisionale, volontaristica, carica di iperboli e di allitterazioni ‒ non doveva convincere ma sedurre: era magia fonetica priva di semantica. Il suo lessico era povero di elementi tecnici ma carico di velleità nominaliste che attingevano ora dal registro spiritualista (“idea”, “fede”, “martirio”, “comunione”, “credere”), ora da quello militarista (“combattere”, “battaglia”), come dal volontarismo dell’azione (“audacia”, “dinamico”, “formidabile”, “osare”…). Quanto alla sua ironia, era una sarabanda fonetica che irrideva la vittime e strizzava l’occhio al carnefice: suffissi e postfissi, meta e –iolo, “ultrascemo” e “panciafichista”,“partitante” e “schedaiolo”.

Più bella e superba che pria.. di Giuseppe Ciarallo
Il grande Ettore Petrolini, che dell’uso tagliente e della manipolazione della lingua – seppur a fini satirici – ne sapeva, in uno dei suoi sketch più noti (quello di Nerone e del “domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria… bravo! grazie!”) diceva che “il popolo, quando sente le parole difficili, s’affeziona”, e aggiungeva “il popolo, quando s’abitua a di’ che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo”.

Genesi e possibile cura del morbo razzista tra gli ultrà di Claudio Dionesalvi
Ciccio irruppe in piazza con gli occhi carichi di odio. Tanti anni di trasferte insieme, però lui si ritrovava qualche neurone fuorisede più dei nostri. Non salutò nessuno. Si appartò in un angolo e cominciò a pennellare uno stendardo. S’intravedeva la traccia bianca sotto il corpo suo prono sulla stoffa di colore nero, spalmata sul marciapiede. I primi che gli s’avvicinarono per capire il soggetto della sua opera, tornarono paonazzi. Incredibile: una svastica, Ciccio stava confezionando uno stendardo nero con una corposa svastica bianca.

Minime dosi di arsenico di Giuliano Santoro
Lo diceva con chiarezza William Burroughs. Abbiamo bisogno di «decifrare le parole»: «esse sono sempre più indistinte, si perdono in assurdo rompicapo». Per farlo, bisogna innanzitutto andare oltre le narrazioni pigre. Quella dominante è dettata dal già visto del codice penale e delle misure di polizia: se un processo è il tentativo di portare dentro schemi precostituiti fatti già avvenuti, a noi serve esattamente il contrario. Eppure, proprio l’opposizione è stata fagocitata, masticata e poi sputata a brandelli.

«Attendesi a mandar via questa canaglia». L’invenzione del nemico nella Ferrara estense di Girolamo De Michele
In un periodo nel quale il mio tempo era occupato da cinquecentine e carte d’archivio, mi sono imbattuto in un testo a suo modo intrigante. Si tratta di una perorazione contro la presenza dei giudei nei domini estensi fatta nel 1555 dal giureconsulto Gherardo Mazzoli, davanti al Consiglio degli Anziani di Reggio Emilia: «Molti ebrei vengono ai giorni nostri ad abitare in questa città, e si ritiene che ne verranno molt’altri ancora. Da costoro, come nimici della fede cristiana non v’è da aspettarsi altro che male, e quanti più saranno, tanto maggiore ne sarà la peste in questa città, poiché quando molti infetti accorrono in un luogo, vi si fa di giorno in giorno più spesso il contagio. Morbida facta pecus totum corrumpit ovile.

Un’angoscia straniera. Scrivere nella lingua dell’altro – Silvia Albertazzi
Mi chiedi che cosa intendo
quando dico che ho perso la mia lingua.
Ti chiedo, che faresti
se avessi due lingue in bocca,
e perdessi la prima,
la lingua madre
e non potessi conoscere del tutto l’altra,
la lingua straniera.
Non potresti usarle tutt’e due insieme
anche se così tu pensassi.
E se vivessi in un posto
dove devi parlare una lingua straniera,
la tua lingua madre marcirebbe,
marcirebbe e ti morirebbe in bocca
finché dovresti sputarla fuori.

Sono versi di una poetessa indiana, Sujata Bhatt che, con immagini degne di un David Cronenberg, racconta il suo rapporto con l’inglese e la difficoltà di scegliere tra la lingua autoctona, parlata in famiglia e la lingua degli ex-colonizzatori, ormai divenuta lingua ufficiale degli scambi pubblici e degli studi, non solo accademici.

Dal plurilinguismo all’ospitalità. Appunti sull’italiano (neo-epico e no) di Antonio Montefusco
L’11 e il 18 maggio del 2016 il blog nazioneindiana ha pubblicato un mio intervento su quelle che mi sembrano le caratteristiche salienti della cultura italiana se osservata dal punto di vista linguistico. L’articolo è stato ripreso anche da OperaViva e ha stimolato qualche reazione da parte di colleghi e scrittori, che mi ha permesso di riprendere il filo di quel discorso – inizialmente concepito come la recensione al bel volume di Luca Salza, Il vortice dei linguaggi – e di proporne qui, nel contesto di un numero di Nuova rivista letteraria dedicata alla lingua, una prima revisione a stampa.

Sotto il dialetto, niente di Federico Faloppa
Umberto Bossi probabilmente non l’avrebbe mai fatto. Cantare in dialetto romanesco – anzi, cimentarsi nientemeno con una delle canzoni simbolo di Roma, Roma non fa la stupida stasera – gli sarebbe venuto in mente, forse, solo per prendere per i fondelli i romani: storpiandone l’idioma e scimmiottandone la cultura “popolare”. Matteo Salvini invece l’ha fatto.

La gazzetta dello snuff di Selene Pascarella
L’estate del 2016 ha regalato poche soddisfazioni agli appassionati della cronaca nera “classica”. Nessun giallo da gustare sotto l’ombrellone, del genere che da Simonetta Cesaroni a Sarah Scazzi ha prodotto epopee mediatico-giudiziarie; molta commistione con narrazioni di non fiction limitrofe, popolate di terroristi islamici, catastrofi naturali e treni-killer. Ciononostante è stata una stagione pulp all’ennesima potenza, con fiumi di sangue e montagne di carne mutilata messi a disposizione del pubblico nazionalpopolare, con la complicità di massmurder in apparenza meno affascinanti degli assassini seriali o degli orchi della porta accanto, eppure impeccabilmente funzionali a una macchina dello storytelling giallo in cerca di nuovi terreni da esplorare.

Che geni, le parole di Cristina Muccioli
Siamo tutti Africani. “Volete trovare un vero e autentico africano in questa sala?”, chiedeva il genetista dell’Università di Ferrara Guido Barbujani all’uditorio di una sua relazione al Darwin Day di Milano nel 2010, “ebbene, guardate il vostro vicino”. Dall’Africa orientale sono cominciati non più di duecentomila anni fa i grandi viaggi migratori dei nostri progenitori, che solo negli ultimi quindicimila anni hanno mutato, per adattarsi alla scarsa radiazione solare dell’Europa nella morsa della glaciazione, il colore della pelle. I veri Europei, cioè i Neanderthal, meno attrezzati morfologicamente per l’uso esteso e sfaccettato del linguaggio che ci connota oggi, si estinsero definitivamente circa trentamila anni fa.

Le parole del corpo. Come la medicina utilizza il linguaggio per allontanare il paziente di Franco Foschi
Una delle figure più popolari della commedia dell’arte carnascialesca della mia città, Bologna, è il Dottor Balanzone. È una specie di pallone gonfiato, mezzo medico e mezzo leguleio (cioè verosimilmente nessuno dei due), abituato a pontificare su tutto e su tutti con lunghi monologhi che nient’altro sono se non sproloqui, che infarciti di paroloni spesso inventati e latinorum instupidiscono i questuanti senza ovviamente offrire alcuna soluzione comprensibile ai problemi proposti.

Le parole per dirlo di Sergio Rotino
Mi sento inadatto. Sono incapace a scriverne. Non ho gli strumenti necessari. Queste le reazioni che mi hanno posseduto e in parte ancora mi posseggono in questo tentativo di minima indagine sul linguaggio usato dalla narrativa per ragazzi, dal cinema e dal fumetto per raccontare l’immigrazione declinata in chiave odierna, con il suo investire il corpo irrigidito dell’Europa.

Nacheodomì. mulino bianco, biscotto nero di Massimo Vaggi
San Paolo del Brasile, giugno 2003. Mi chiedo come e quando riuscirò a interrompere la litania ossessionante che mio figlio, con noi da una settimana, continua a ripetere ad alta voce piangendo da quasi un’ora. Nacheodomì, nacheodomì, nacheodomì, uno zibaldone di suoni creato dal suo linguaggio elementare e infantile (ha quasi quattro anni, ma non parla bene). ñao quero dormir. Non vuole dormire anche se è pomeriggio e fa tanto caldo e noi vorremmo stare tranquilli per un po’ e lui è devastato dalla stanchezza nonché – forse – dalla paura.

Assalamu aleyku. La pace sia su di voi di Paolo Vachino
Operazione Colomba è un Corpo Nonviolento di Pace [www.operazionecolomba.it] e ha una presenza attiva in Libano dal 2013 all’interno dei campi profughi siriani di Bebnine e di Telabbas, che si trovano nel distretto di Akkar, la zona nord-occidentale del Libano al confine con la Siria. Parimenti a quanto accade nelle altre zone d’intervento di Operazione Colomba (Palestina/Isreale, Colombia, Albania) i volontari praticano la condivisione della vita con le vittime del conflitto, dando conforto e aiuto nel soddisfacimento dei bisogni più immediati, così come nell’affrontare le situazioni di emergenza; attuano la protezione non armata di civili esposti alle violenze della guerra, onde fungere da deterrente verso l’uso della violenza; promuovono il dialogo e la riconciliazione, traendo ispirazione dai principi della nonviolenza, della equivicinanza, e della partecipazione popolare; portano avanti un continuo e paziente lavoro di advocacy a livello politico e istituzionale.

Il “mare nostro” e le parole per i migranti di Alberto Sebastiani
Nel Vangelo di Matteo (Mt 6,9- 13), nel mezzo del Discorso della montagna (Mt 5,1-7,29), Gesù insegna il Padre nostro. È una preghiera composta da un’invocazione e sette richieste, divisa in due parti: la prima ospita tre domande che riguardano Dio, a cui Gesù si rivolge con il “tu”, e hanno come oggetto la gloria del Padre (la santificazione del nome, l’avvento del Regno e il compimento della volontà divina); le altre quattro presentano a Dio i desideri degli oranti (il “noi” corale e comunitario della preghiera) e riguardano la vita quotidiana, chiedono infatti pane (materiale e spirituale), perdono, liberazione dalla prova e dal male.

[Il passo del gambero] Razzismo senza parole di Wolf Bukowski
Sostiene Günter Grass che il gambero, proprio quando sembra camminare all’indietro, scarta invece lateralmente e “avanza con una certa rapidità”. Con ambizione di crostacei, in questa rubrica attingiamo al tema di precedenti numeri monografici, lo affrontiamo lateralmente e lo spingiamo avanti – in direzione del fascicolo presente. Qui riapriamo il numero 10 della vecchia serie, monografico sul cibo, e lo poniamo accanto a quello del novembre 2015 (nr. 2 nuova serie) su nazionalismi, populismi di destra e razzismi; poi avanziamo con una certa rapidità verso il tema di oggi, la lingua e il suo uso politico.

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Le porte dell’inferno si aprono a Palazzo Diamanti https://www.carmillaonline.com/2016/10/28/le-porte-dellinferno-si-aprono-palazzo-diamanti/ Thu, 27 Oct 2016 23:10:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34248 Il cuoco dell'inferno di Andrea Biscaro di Meridiano Zero edizionidi Cassandra Velicogna

Andrea Biscaro, Il cuoco dell’inferno, Meridiano Zero, 2016, 240 pagg, 18 €

“Pigliate una bella fetta di storione, tenetelo per circa due ore in una concia composta da vin bianco, sale, pepe, spezie e agro di limone; indi ritiratela da suddetta concia, steccatela con qualche foglia di ramerino […]” oppure “Piglia libbre cinque di farina bianca e due pani bianchi grattati, e messedali bene insieme con la farina, e poi habbi l’acqua che boglia, e impasta insieme tre uova e fa [...]]]> Il cuoco dell'inferno di Andrea Biscaro di Meridiano Zero edizionidi Cassandra Velicogna

Andrea Biscaro, Il cuoco dell’inferno, Meridiano Zero, 2016, 240 pagg, 18 €

“Pigliate una bella fetta di storione, tenetelo per circa due ore in una concia composta da vin bianco, sale, pepe, spezie e agro di limone; indi ritiratela da suddetta concia, steccatela con qualche foglia di ramerino […]”
oppure
“Piglia libbre cinque di farina bianca e due pani bianchi grattati, e messedali bene insieme con la farina, e poi habbi l’acqua che boglia, e impasta insieme tre uova e fa la pasta che non sia dura né tenera, e lasciala rafreddare un poco […]”
oppure  
Pigliate l’arigusta, legatele la coda, ripiegata sul ventre, e ponetela a cuocere in recipiente adattato, gettandovela quando l’acqua bolle, ed avvertendo che vi rimanga affatto immersa […]
oppure
“A fare dieci piatti di maccheroni alla napoletana: Piglia libbre 8 di fiore di farina, e la mollena d’un pane grosso boffetto mogliato in acqua rosata, e uova fresche quattro, e once 4 di zuccaro; e bene impasta ogni cosa insieme […]”
Le ricette tratte da Banchetti, composizioni di vivande et apparecchio generale  che uscì postumo e fu più volte ristampato fino ai primi decenni del Seicento , costellano il nuovo thriller di Andrea Biscaro. Ferrarese, classe 1979, attualmente residente all’isola del Giglio, Biscaro è un nome noto della narrativa nazionale. Un bel po’ di romanzi all’attivo tra cui Cromo (La Ponga) pubblicato qualche mese prima di questo, ma anche il noto Nerone. Il fuoco di Roma (Castelvecchi, 2011)  e chissà cos’altro, dato che è anche ghostwriter.
L’utilizzo di queste raffinate preparazioni è un gustoso escamotage narrativo per introdurre a una delle corti più fascinose della storia. Gli Estensi ferraresi, in questo caso Ercole I e il fratello Sigismondo, negli anni in cui è ambientato questo thriller, avevano di che banchettare: Messisbugo, responsabile della preparazione dei piatti e autore del libro di cui sopra era il loro pregiatissimo Scalco di corte; Ariosto (ricorre quest’anno il  cinquecentenario del suo capolavoro) allietava le ore di nobili e dei notabili;  il figlio di Ercole I ovvero Alfonso I d’Este sposò l’ambita Lucrezia Borgia;  Biagio Rossetti, l’architetto cresciuto alla bottega di Antonio Brasavola, aveva completato la cosiddetta Addizione Erculea che trasformò Ferrara nella “città ideale”. Pace e prosperità a cavallo tra Quattro e Cinquecento garantivano la potenza di questi sovrani illuminati, che poco avevano da invidiare ai Medici. Tanto fu lo splendore architettonico che l’ammodernamento urbanistico garantì nei secoli alla città  la stessa che ci godiamo oggi per i Buskers, qualche bellissima mostra come quella in corso sulla Ferrara dell’Ariosto, o per l’importante festival annuale di Internazionale  che chi la ritiene la New York dell’epoca non sbaglia: una città all’avanguardia che entusiasma il visitatore anche immaginario, come il lettore de Il cuoco dell’Inferno.
Le grandi personalità del passato “funzionano” egregiamente come personaggi e questa non è un’operazione da poco, soprattutto in un thriller esoterico-gastronomico. Manca alla lista un personaggio (realmente esistito) fondamentale: l’astrologo di corte, Pellegrino Prisciani, che ispirò il ciclo del Salone dei mesi di Palazzo Schifanoia e qui intento a consigliare i Duchi d’Este, ma….
Una notte,  mentre gli augusti ospiti della corte finiscono gli ultimi manicaretti, un ambiguo duo bussa alle porte del palazzo estense. Se la porta degli Angeli  si schiude per questi messaggeri male in arnese è perché questi portano come credenziale la parentela stretta con Messisbugo, lo Scalco di corte che è anche il protagonista della nostra storia.
Il fratello del cuoco sostiene di essere un sensitivo, che tramite i suoi poteri ha scoperto che una gemma inserita  dal Prisciani in una delle bugne del neonato Palazzo Diamanti (pensate a che emozione dovesse suscitare questa meraviglia architettonica ai visitatori dell’epoca) è stata inserita male: al posto di una funzione benaugurale, questo diamante sarebbe stato capace di aprire nientemeno che le porte dell’inferno. Ma anche se ai tempi queste cose venivano tenute in gran conto, il Frate (ovvero il sensitivo di cui prima) non viene creduto, benché in buona fede. Le porte dell’inferno dunque non tardano a schiudersi.
E qui inizia la parte più piacevole di questo gioiellino narrativo: la descrizione del corredo demoniaco che dalla potenza del diamante e dell’omonimo Palazzo si sprigiona. Per non guastarvi la suspence non vi sveliamo chi l’ha messo lì, la motivazione e come il diamante abbia funzionato come innesco apocalittico.
Biscaro ha lavorato con Tiziano Sclavi (lo leggiamo nella sua breve bio sul risvolto) e si legge, tra le righe: per esempio troviamo l’architetto perso di notte in un labirinto perfetto, una sorta di contrappasso per la sua opera geniale che può ricordare alcuni Dylan Dog d’annata. Un diavolaccio poco raccomandabile, che si scopre essere un energumeno dalla testa di cinghiale, attacca a morsi l’aiuto di Messisbugo, Mastro Zafferano, che nella sua vita, di cinghiali, ne ha salmistrati parecchi. A Ariosto, invece, tocca di perdersi nella Ferrara del passato remoto: sale su una barca guidata da uno stretto parente di Caron dimonio alla volta di una palude, che sembra non finire mai…
A Lucrezia Borgia infine tocca il futuro, il peggiore dei mondi possibili: rischia di essere fucilata da un plotone nazista nella Ferrara occupata. L’orrore erompe in questi quadretti descritti nei dettagli: un corteo demoniaco bulgakoviano in piena regola, grazie al quale la magia irrompe non pretestuosamente nella trama, senza zavorrarla, anzi arricchendola di ritmo.
Insomma non un romanzo che in poche pagine (i capitoli sono due: Il Diamante e L’Inferno) ha il triplo pregio di inserire il lettore in un’ambientazione rinascimentale ben fatta, coinvolgere nella trama ed elettrizzare con un pizzico di horror. Biscaro non nasconde i suoi tributi e se il volume è dedicato “al nonno che sapeva raccontare e alla nonna che sapeva cucinare”, lo scritto si chiude con una dedica alla scrittrice ferrarese recentemente scomparsa Gianna Vancini “ti ho pensato come mia prima lettrice”.
C’è anche un piccolo monito latente: attenzione a dove posizionate le vostre gemme, non si sa mai.

 

 

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