Expo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Uno tsunami planetario https://www.carmillaonline.com/2017/08/10/uno-tsunami-planetario/ Wed, 09 Aug 2017 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39701 di Sandro Moiso

Sergio Bologna, Tempesta perfetta sui mari. Il crack della finanza navale, DeriveApprodi 2017, pp. 206, € 18,00

Mentre molti turisti, sdraiati sotto gli ombrelloni dalle isole greche al Sud Est asiatico, nel corso dell’estate si sforzeranno di scrutare l’orizzonte marino oppure il bagnasciuga senza dare nell’occhio, nel timore di scorgere un’onda anomala o un qualsiasi altro sintomo dei più sotterranei, profondi e inevitabili moti della crosta terrestre e della tettonica a zolle, la maggior parte dell’opinione pubblica e delle classi “dirigenti” continuerà ad ignorare la spaventosa onda finanziaria che già ha contribuito a spazzare via numerose società [...]]]> di Sandro Moiso

Sergio Bologna, Tempesta perfetta sui mari. Il crack della finanza navale, DeriveApprodi 2017, pp. 206, € 18,00

Mentre molti turisti, sdraiati sotto gli ombrelloni dalle isole greche al Sud Est asiatico, nel corso dell’estate si sforzeranno di scrutare l’orizzonte marino oppure il bagnasciuga senza dare nell’occhio, nel timore di scorgere un’onda anomala o un qualsiasi altro sintomo dei più sotterranei, profondi e inevitabili moti della crosta terrestre e della tettonica a zolle, la maggior parte dell’opinione pubblica e delle classi “dirigenti” continuerà ad ignorare la spaventosa onda finanziaria che già ha contribuito a spazzare via numerose società di navigazione e banche e che si appresta a travolgere l’intera economia mondiale se non sarà adeguatamente affrontata.

Un’onda gigantesca che non si accontenterà, come ai tempi dell’esplosione del vulcano dell’isola di Santorini tra il 1627 e il 1600 a.c., di spazzare l’Arcipelago Egeo e il mare Mediterraneo, ma autentici colossi della finanza quali la Deutsche Bank, in confronto alla quale il colosso di Rodi non poteva costituire altro che un misero e impotente nano.
Contro questo pericolo, apparentemente invisibile e sicuramente sottovalutato, ci mette in guardia l’ultima raccolta di testi di Sergio Bologna, pubblicata da DeriveApprodi.

Saggista, consulente nel settore dei trasporti e della logistica, ricercatore ed insegnante universitario, attualmente Presidente dell’Agenzia Imprenditoriale Operatori Marittimi (A.I.O.M.) di Trieste, Sergio Bologna non rifiuta nemmeno di essere definito come un “vecchio estremista di sinistra”.
In cotante vesti, per una volta, egli non si occupa però direttamente di quel milione e mezzo di uomini che a bordo della flotta mercantile mondiale costituiscono la forza lavoro invisibile dalla quale noi tutti dipendiamo.1

E non vuole essere lui, in prima persona, a ripetere per una sorta di vizio congenito le malefatte del capitalismo. No, ce lo dice l’autore stesso, saranno “loro, uomini della City, manager d’impresa, noti guru del settore, funzionari con responsabilità istituzionale” a rivelare, attraverso la miriade di pubblicazioni, blog, newsletter specialistiche e dichiarazioni ufficiali di soggetti istituzionali consultati dall’autore, l’autentico baratro economico-finanziario creato dal gigantismo speculativo e tecnologico nel settore dello shipping e della logistica marittima e portuale.

In otto articoli, scritti in differenti occasioni e mai pubblicati prima in forma cartacea, e con un’Appendice che raccoglie estratti sia dal documento sui porti della Corte dei Conti Europea che dal Rapporto ufficiale sull’incidente occorso alla nave CSCL Indian Ocean in arrivo al porto di Amburgo, insieme a tre interviste a Gian Enzo Duci (sul mercato mondiale dei marittimi), Mario Sommariva (dell’Agenzia del Lavoro del porto di Trieste) e Roberto Prever (sulla progettazione delle navi traghetto) oltre a una ricostruzione della storia della logistica curata da Pier Paolo Poggio, Sergio Bologna dimostra come gli investimenti finanziari in progetti caratterizzati dal gigantismo, sia nelle previsioni economiche che dei mezzi destinati a sostenerle, abbia portato ad una situazione di crisi in cui, nonostante gli enormi fatturati, i profitti siano ormai nettamente inferiori alle perdite di esercizio per gli investitori.

La prima cosa che colpisce, tra i dati riportati dal testo, è che il sorgente ed eclatante capitalismo orientale non va meglio di quello occidentale. Parafrasando e rovesciando di significato una vecchia canzone dei Jefferson Airplane: Things aren’t better in the East. Anzi…
E’ proprio dal fallimento dell’importantissima compagnia marittima sudcoreana Hanjin che prende infatti il via la ricerca e l’analisi delle prospettive, drammatiche del commercio marittimo mondiale. In particolare di quello basato sui container e sulle navi porta-container.

Il fallimento di Hanjin e le vicissitudini di tante altre compagnie del Far East, da Cosco a Nippon Yusei Kaisha, da K Line a Hyundai Merchant Marine, quelle dei cantieri sudcoreani Daewoo e Stx, dei cantieri cinesi e giapponesi, squarciano il velo su un capitalismo asiatico di cui avevamo una visione mitologica, lo ritenevamo aggressivo ma sagace, invece si rivela di una fragilità preoccupante, tamponata solo dagli aiuti di Stato, e piena di personaggi senza scrupoli, capaci di mandare all’aria imperi industriali costruiti da uomini venuti su dal niente. Hanjin, come Korean Air, è stat fondata dal signor Cho Choong Hoong, che ha cominciato da solo, con un camion, portando roba per l’esercito americano nella Corea del dopoguerra. Ha costruito una conglomerata, un caebol, da 20 miliardi di dollari, lasciandola ai quattro figli. A Cho Yang Ho è toccata Korean Air, a Cho Soo Ho è toccata Hanjin. Quando questi muore di cancro nel 2006 gli subentra la moglie, la bella Choi Eun-young ed è lei che si presenta, piagnucolante e contrita, davanti alla commissione di inchiesta sul fallimento della compagnia: «Quando mi sono trovata in mano questa società, alla morte di mio marito, sapevo solo di fornelli e di cucina!»2

Ma, alle spalle della narrazione “famigliare”, va anche intravista l’azione dell’uomo in cui sono state messe le redini della società dopo la dichiarazione di fallimento: “Tae-Soo Seok, 61 anni ben portati, Master in Business Administration al Mit di Boston. Uno di quelli ai quali insegnano che il primo dovere di un manager è fare gli interessi dagli azionisti, non dell’azienda.
E tanto meno dei dipendenti, dei lavoratori e di tutti coloro che, grandi e piccini, possono dipendere dalla stessa e dai suoi servizi.

Da questo punto di vista le vicende della Hanjiin diventano paradigmatiche per le conseguenze che una crisi globale del trasporto marittimo potrebbe causare sull’intera economia mondiale: enormi navi porta-container disperse sugli oceani in attesa di conoscere la loro eventuale (ultima?) destinazione; migliaia di uomini imbarcati senza sapere quando per loro sarà possibile sbarcare o ricevere lo stipendio; merci (spesso deperibili) in attesa di essere sbarcate ed inviate a destinazione oppure imbarcate su navi che non arriveranno mai; altre navi ormeggiate al largo di porti già intasati senza conoscere se e quando potranno essere scaricate o caricate; porti bloccati da migliaia di container di cui non si sa più se saranno imbarcati e da chi; fornitori e clienti che vedono la loro merce immobilizzata in scali giganteschi, su moli resi inagibili da code infinite di camion ed autotrasportatori in attesa di ritirarle o consegnarle. Da Anversa agli scali mediterranei, dagli Stati Uniti ai porti asiatici.

Il disastro è servito, a dimostrazione che “il capitalismo asiatico ha recepito e ingrandito tutti i difetti e le tare del capitalismo occidentale. E ci fa sorridere l’idea che tanti attori importanti del nostro mondo economico e politico ripongano nei rapporti commerciali e finanziari con il Far East, ma soprattutto con la Cina, una fiducia incrollabile per le sorti magnifiche e progressive dell’Italia e dell’Europa. Per la leggendaria Via della Seta oggi non arrivano spezie e broccati preziosi ma calz e reggiseni, a due euro il pacco da dieci pezzi”.

Ora, senza continuare a citare e riassumere un testo di per sé interessantissimo e stimolante, ciò che colpisce ancora di più è la mania di gigantismo che sembra avere colpito un capitalismo, a questo punto potremmo dire mondiale, che cerca di sostituire la mancata accumulazione di profitti sul medio e lungo periodo con speculazioni destinate a impianti, opere e costruzioni faraoniche il cui fine ultimo sembra essere, spesso, a dare l’idea della crescita economica più che a realizzarla.

Vale per l’utilizzo dei container e delle autentiche città galleggianti destinate a trasportarli, vale per gli Expo e le Olimpiadi di vario genere (invernali e no) e, anche, per i progetti riguardanti l’Alta Velocità ferroviaria.3 Fallimenti assicurati e introiti giganteschi per pochi, frutto dell’autentico ladrocinio operato sulle risorse della società. Risorse destinate ad essere progressivamente prosciugate in nome del profitto immediato di pochissimi manager ed azionisti, le cui azioni sono destinate a ricadere negativamente non solo sulla generazione presente ma anche su quelle future.

Un impoverimento generalizzato, accelerato e progressivo che se non vedrà le grandi aziende e gli Stati, come suggeriscono Bologna ed altri esperti del settore, cambiare rotte e direzione non potrà far altro che precipitare sempre più milioni, o forse miliardi, di uomini e donne nella povertà o peggio ancora in una guerra di spartizione di ciò che rimane dell’economia mondiale.
Una riflessione, quest’ultima, non direttamente contenuta nel testo, ma verso la quale la visione olistica di Bologna, come viene definita nell’introduzione da Zeno D’Agostino (Presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale), conduce inevitabilmente.


  1. Per chi volesse approfondire questo discorso, oltre ai blog indicati nel testo di Bologna, sarebbe utile consultare Devi Sacchetto, FABBRICHE GALLEGGIANTI. Solitudine e sfruttamento dei nuovi marinai, Jaca Book 2009  

  2. pp. 17-18  

  3. Su questo argomento e proprio sulla linea Torino –Lione e le scuse addotte per giustificarne la realizzazione Sergio Bologna aveva già espresso un duro e documentato giudizio critico in un’intervista rilasciata per il testo di Andrea De Benedetti e Luca Rastello, Lisbona – Kiev BINARIO MORTO. Alla scoperta del corridoio 5 dell’alta velocità che non c’è, Chiarelettere 2013  

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Il Commizzaro https://www.carmillaonline.com/2015/11/08/il-commizzaro/ Sun, 08 Nov 2015 22:09:48 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26415 di Alessandra Daniele

22/04/2013 Roma, rasmissione televisiva Otto e Mezzo, nella foto Matteo RenziBerlusconi ci aveva provato con la Protezione Civile di Bertolaso, il suo ras delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi per il business del ventunesimo secolo: un Italia da trasformare interamente in un lucroso enorme luna park per turisti. Varie ed eventuali implicazioni criminali di quel tentativo a parte, dal punto di vista politico-economico anche Matteo Renzi sembra pensare ad un progetto del genere, almeno fin da quando ha sostituito Lupi alle Infrastrutture (ex Lavori Pubblici) con il suo fedelissimo [...]]]> di Alessandra Daniele

22/04/2013 Roma, rasmissione televisiva Otto e Mezzo, nella foto Matteo RenziBerlusconi ci aveva provato con la Protezione Civile di Bertolaso, il suo ras delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi per il business del ventunesimo secolo: un Italia da trasformare interamente in un lucroso enorme luna park per turisti.
Varie ed eventuali implicazioni criminali di quel tentativo a parte, dal punto di vista politico-economico anche Matteo Renzi sembra pensare ad un progetto del genere, almeno fin da quando ha sostituito Lupi alle Infrastrutture (ex Lavori Pubblici) con il suo fedelissimo Delrio.
Non sorprende quindi che abbia appena conferito alla Protezione Civile poteri straordinari,  dopo aver affondato Marino consegnando il Giubileo al renziano Team Expo, del quale ogni giorno i media embedded tessono le lodi con toni agiografici.
Anche il Vaticano sembra partecipare attivamente al programma. Millenario fiuto per gli affari. E l’odore dei soldi inasprisce la guerra fra bande. Oltretevere come nel PD.
Per il riutilizzo dell’area Expo sono già in arrivo almeno duecento milioni di euro.
Non ci sarebbe stato bisogno in realtà di nessun Vatileaks per sapere che la Chiesa Cattolica è una delle multinazionali più avide e corrotte del pianeta. E la gestione delle attrazioni e dei flussi turistici è sempre stata una delle sue specialità.
Renzi è un animatore turistico, e fare dell’Italia il suo villaggio probabilmente è proprio il compito che gli è stato assegnato. Perché il progetto in realtà non è soltanto berlusconiano. Questa è anche l’idea che le classi dirigenti d’Europa e del resto del mondo hanno dell’Italia: un resort di loro proprietà dove venire ad ammirare panorami, monumenti, e culi, al dolce canto dei tenorini di Sanremo.
Quindi il premier che gli serve in Italia è un curatore, un commissario, come Monti, ma con un’immagine mediatica più accattivante. Un commissario cazzaro.
E gli serve una Costituzione truccata come una Volkswagen apposta per mantenere il Commizzaro al suo posto il più possibile.
Secondo gli ultimi sondaggi, in un eventuale ballottaggio il Movimento 5 Stelle batterebbe il PD. L’Italicum sarà quindi modificato in modo che assegni la maggioranza assoluta dei seggi al perdente.
Poi il Team Expo sostituirà Camera e Senato con due padiglioni.
Alla maggioranza del resto degli italiani resteranno i ruoli di cameriere stagionale, sguattero precario, guida turistica abusiva. Pizzaiolo. Cubista. Sfondo da selfie.
Agli intellettuali, quello di posteggiatori. Meno i turisti capiranno l’italiano, più apprezzeranno i loro stornelli.
Messina avrà il plastico del ponte prima dell’acqua potabile.
Mentre il Commizzaro s’impegnerà a dimostrare ai Casamonica d’essere un giostraio più abile di loro.

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Il tunnel alla fine della luce https://www.carmillaonline.com/2015/03/22/il-tunnel-alla-fine-della-luce/ Sun, 22 Mar 2015 21:13:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21491 di Alessandra Daniele

tunnelVi siete accorti dei miliardi di draghi in arrivo? Non guardate dalla finestra, non sto parlando d’uno stormo di giganteschi rettili alati dal respiro di fuoco giunti ad oscurare il cielo e incendiare la terra. Parlo del Quantitative Easing di Mario Draghi, la pioggia di miliardi stampati per far ”ripartire” l’economia europea. Se non ve ne siete accorti, il motivo è semplice: non sono per noi. Sono per le banche. È una pioggia sul bagnato. L’Italia ha però sempre coltivato un’altra particolare forma di Quantitative Easing: [...]]]> di Alessandra Daniele

tunnelVi siete accorti dei miliardi di draghi in arrivo?
Non guardate dalla finestra, non sto parlando d’uno stormo di giganteschi rettili alati dal respiro di fuoco giunti ad oscurare il cielo e incendiare la terra. Parlo del Quantitative Easing di Mario Draghi, la pioggia di miliardi stampati per far ”ripartire” l’economia europea. Se non ve ne siete accorti, il motivo è semplice: non sono per noi. Sono per le banche.
È una pioggia sul bagnato.
L’Italia ha però sempre coltivato un’altra particolare forma di Quantitative Easing: la corruzione, che allo stesso modo fa regolarmente piovere miliardi sulla fanghiglia, soprattutto attraverso le opere pubbliche.
Se nel tunnel del CERN si accelerano le particelle, in quello della TAV si accelerano le bustarelle.
A poche settimane dall’apertura dell’Expo, è pronto solo un decimo delle strutture previste. Le altre ancora incompiute saranno nascoste da una felliniana serie di enormi quinte e fondali chiamata Camouflage.
Probabilmente ai turisti la soluzione sarà spacciata per una scelta artistica che rappresenta plasticamente l’incompiutezza del progetto di “nutrire il pianeta”.
Mentre s’ingrassano i ladri.
Tutti i Lupin mannari del brulicante ceto parassitario che sistematicamente s’avventa sulle cosiddette Grandi Opere come gli stafilococchi sulle piaghe infette, mandandole in cancrena.
Renzi è il Camouflage dietro il quale l’Italia continua a marcire e venire divorata. Tutto il suo attivismo fasullo, il suo giovanilismo anni ’80 non sono che una quinta di cartapesta.
Mentre un’altra di quelle piaghe, il Giubileo straordinario, viene aperta da Bergoglio, l’altro presunto rottamatore.
Il Papa-immagine che dorme in un sobrio bilocale (all’interno di un enorme palazzo da 20 milioni di dollari) e lascia che i suoi cardinali vivano in superattici di 700 metri quadri. Che scomunica i corrotti, e poi gli offre l’ennesimo banchetto, li induce in tentazione con la sua versione del Quantitative Easing per far girare l’economia, e organizzare uno spot planetario per la sua azienda.
Anche lui, con tutto il suo pauperismo mediatico, non è che un paravento (sacro) una facciata dietro la quale la Chiesa rimane esattamente la stessa.
Fra lupi, draghi, nani, e fate, pure Berlusconi ha appena ricevuto il suo Quantitative Easing. Le azioni Mediaset sono in rialzo, eMondadori ha comprato RCS Libri.  La riforma della Rai poi gli trasformerebbe la concorrenza in tre innocue reti tematiche, una culturale (reading di Baricco, migrazione degli gnu, e viceversa) una sperimentale (monoscopio in 3D) e una generalista, che sotto il totale controllo del governo si trasformerà nella versione renziana di Mediashopping: una catena ininterrotta di televendite.
Intanto Renzi prende l’interim dei Lavori Pubblici. Anche il “Cantiere delle Riforme” è una delle Grandi Opere.

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Il nostro D-Day https://www.carmillaonline.com/2014/06/14/d-day/ Fri, 13 Jun 2014 22:14:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15335 di Sandro Moiso d-day

E’ stato commemorato nei giorni scorsi ciò che dal punto di vista del pensiero antagonista non può sembrare altro che l’inizio del trionfo su scala europea del controllo indiretto del capitale finanziario sulla forza lavoro e sul territorio e della, momentanea, sconfitta del controllo diretto da parte dal capitale industriale sulla manodopera e qualsiasi tipo di risorsa economica.

Niente di più e niente di meno. Stati Uniti e Gran Bretagna contro Germania, in una sorta di campionato mondiale che aveva come unico obiettivo finale quello delle forme che il comando sul lavoro avrebbe dovuto assumere dopo la [...]]]> di Sandro Moiso d-day

E’ stato commemorato nei giorni scorsi ciò che dal punto di vista del pensiero antagonista non può sembrare altro che l’inizio del trionfo su scala europea del controllo indiretto del capitale finanziario sulla forza lavoro e sul territorio e della, momentanea, sconfitta del controllo diretto da parte dal capitale industriale sulla manodopera e qualsiasi tipo di risorsa economica.

Niente di più e niente di meno. Stati Uniti e Gran Bretagna contro Germania, in una sorta di campionato mondiale che aveva come unico obiettivo finale quello delle forme che il comando sul lavoro avrebbe dovuto assumere dopo la fine delle ostilità. Che, però, non sono mai finite.

Come ben dimostrano i conflitti scoppiati ancora una volta qui in Europa, con buona pace di coloro che insistono col dire che l’attuale unità europea abbia saputo garantire un periodo di stabilità durato più di sessant’anni.
Le guerre balcaniche che hanno viste coinvolte nei primi anni novanta, subito dopo la riunificazione tedesca, la Serbia, la Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. Poi il Kosovo e oggi, sempre più allargando l’area dei conflitti europei, l’Ucraina.

Guerre in cui i paesi europei non possono dirsi estranei e nemmeno gli Stati Uniti.

Guerre, la cui responsabilità, è stata scaricata interamente sui conflitti inter-etnici e sugli odi politici e religiosi antichi e locali. Soltanto per tener nascosti agli occhi dei cittadini europei, ammaliati dal discorso democratico e da un benessere ormai scomparso, la reale portata imperiale della competizione militare ed economica in corso allora come oggi.

Giulio Tremonti, vent’anni fa circa, grosso modo ai tempi delle rivolte in Albania contro il sistema delle piramidi finanziarie che avevano segnato il trapasso da un socialismo disumano al capitalismo delle migrazioni e della miseria, aveva affermato su una prestigiosa rivista politica americana, la Aspen Review, che occorreva riportare la povertà dell’Est nelle buste paga dell’Ovest.

Ebbene, ci sono riusciti! Ma lo scontro per chi deve comandare in Europa la forza lavoro, per le forme di sfruttamento che questa deve subire e per i vantaggi derivanti dal suo basso costo prosegue, nonostante le fasulle celebrazioni e le farsesche cerimonie svoltesi nei giorni scorsi.

Non saranno, però, i beceri nazionalismi a risolvere tale problema, mentre il loro progressivo diffondersi non è altro segno che dell’espandersi di quello scontro anche nel cuore dei paesi un tempo più ricchi. Esattamente come successe a partire dai Balcani tra la fine del 1990 e i primi mesi del 1991.

Il nostro D-Day non c’è ancora stato. Nonostante i tredicimila morti tra i militari degli eserciti contrapposti e i ventimila morti tra i civili della Normandia nessuna liberazione è giunta davvero fino a noi.

Ci resta in compenso la memoria dei bunker tedeschi del Vallo Atlantico, oggi sfruttati dal punto di vista di un turismo che sa di necrofilia e che all’epoca rappresentarono, al momento della loro costruzione, una notevole fonte di arricchimento per le ditte coinvolte nella loro realizzazione.

Realizzazione che, guarda caso, vide l’impiego di grandi quantità di calcestruzzo e di manodopera sottopagata o non pagata del tutto, costituita in massima parte da volontari, lavoratori forzati o prigionieri.
Vi ricorda qualcosa? Magari l’Expo? Oppure il Mose o il TAV? Non sbagliate.
val clarea

I nostri bunker ci sono ancora tutti. Come le centinaia di militanti No TAV imputati nei processi intentati contro di loro dalla Procura di Torino sanno bene ancora oggi.
Il lavoro coatto esiste ancora e chi si oppone alle sue logiche e definito ancora terrorista e banditen.

La devastazione militare dei territori c’è ancora tutta. Così come ci sono ancora tutti i campi circondati da filo spinato e controllati da mezzi blindati e truppe in assetto di guerra. Sia che si tratti di presidiare un inutile e costosissimo buco scavato nelle montagne, sia che si tratti di tener rinchiusi come animali gli immigrati sbarcati sulle nostre coste.

No, il nostro D-Day non è ancora venuto.
Perché il nostro D-Day vedrà la fine di ogni bunker, di ogni menzogna, di ogni dittatura sul lavoro e di ogni devastazione dell’ambiente. Solo quello, allora, celebreremo.
E sarà una grande, grandissima festa!

N. B.

Il presente intervento è stato letto domenica 8 giugno davanti al cantiere TAV in Val Clarea nell’ambito delle iniziative promosse in occasione della manifestazione “Una montagna di libri contro il TAV” giunta ormai alla sua terza edizione grazie alla creatività, alla volontà, al coraggio e alla determinazione dei militanti del Movimento No TAV, della Libreria Città del Sole di Bussoleno, della Tabor Edizioni e dell’Associazione ArTeMuDa. A loro rivolgo ancora il più sincero ringraziamento per avermi permesso, per qualche giorno, di far parte di una delle comunità umane migliori tra tutte quelle che ho conosciuto nel corso della mia vita.

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Expopolis 2015 https://www.carmillaonline.com/2014/01/07/expopolis-2015/ Mon, 06 Jan 2014 23:02:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11845 di Roberto Maggioni

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[ExpoPolis è il libro collettivo di Off Topic e Roberto Maggioni (Agenzia X, 2013, pp. 176, € 11,10). Uscito in libreria lo scorso giugno (cerca qui la prossima presentazione), è l’unica pubblicazione non convenzionale sulla Milano che cambia con Expo 2015. Il testo che riportiamo di seguito è stato letto il 14 dicembre scorso da Roberto Maggioni allo Slam X @ Csoa Cox18 Milano].

Ok, allora, partiamo dall’inizio: Expo 2015 è un evento privato.

Ma come un evento privato? Expo 2015 [...]]]> di Roberto Maggioni

expopolis4

[ExpoPolis è il libro collettivo di Off Topic e Roberto Maggioni (Agenzia X, 2013, pp. 176, € 11,10). Uscito in libreria lo scorso giugno (cerca qui la prossima presentazione), è l’unica pubblicazione non convenzionale sulla Milano che cambia con Expo 2015. Il testo che riportiamo di seguito è stato letto il 14 dicembre scorso da Roberto Maggioni allo Slam X @ Csoa Cox18 Milano].

Ok, allora, partiamo dall’inizio: Expo 2015 è un evento privato.

Ma come un evento privato? Expo 2015 è un evento privato.

E Comune, Regione, Governo? Pagano ed eseguono.

Expo nasce dal BIE, il comitato internazionale per le esposizioni, un ente privato non governativo. Il contesto dentro cui si muove Expo è di interessi privati, il BIE a questi risponde.

Interessi privati, investimenti pubblici, guadagni privati.

Paghi tu, voi, noi: 10 miliardi almeno. Destinati a salire nei prossimi due anni, perchè grandi-opere e mega-eventi funzionano così: ti chiedono 5 e si prendono 10.

Il BIE è nato nel 1928, l’anno di nascita di Topolino. Ha sede a Parigi e ogni 5 anni decide dove spostare il carrozzone di Expo, come e perchè.

Le Esposizione Universali sono operazioni di marketing. A livello internazionale si giustificano con la faccia presentabile dei temi nobili: nutrire il pianeta nel caso di Milano 2015. A livello nazionale e territoriale servono a muovere capitali e sperimentare forme di governo dei territori altrimenti difficili da far passare nell’ordinarietà della prassi cosiddetta democratica.

L’eccezione, come l’emergenza, giustifica l’ingiustificabile.

Dicono: “Expo è un evento eccezionale che capita, se capita, una volta ogni cento anni. Guai farsi sfuggire l’occasione”.

Per fare cosa?

Tra poco ci arriviamo.

Per capire Expo facciamo un passo indietro: Londra 1851, Parigi 1855.

Gli anni delle grandi invenzioni industriali, l’età dell’agricoltura meccanizzata e dell’industrializzazione, quando il capitale per raccontare e raccontarsi aveva bisogno di portare il suo sviluppo in giro per il mondo sotto forma di invenzioni, macchine, opere nuove.

Il lascito era diffuso e spalmato su città ancora da costruire, dove esserci significa esserci: essere lì, essere parte del cambiamento e vederlo con i propri occhi. Toccarlo.

Oggi, evidentemente, non è più così.

Per vedere, provare, acquistare, un nuovo modello di iPhone non ho bisogno di andare a Cupertino o a New York.

Expo è un evento anacronistico e come tale serve a giustificare altro.

Ci dice che vorrebbe migliorare il mondo in cui viviamo o quantomeno correggere le storture del capitalismo, loro, i capitalisti.

A Lisbona nel 1998 si parla di Oceani, una eredità per il futuro.

2005, Giappone, la saggezza della natura.

E via così. Fino ai nostri giorni.

Su Expo 2015 le intese sono larghissime.

Milano vince Expo nel 2008 con il centro sinistra di Prodi al Governo, la destra di Formigoni in Lombardia e quella della Moratti a Milano.

Expo 2015 accoglie tutti e c’è posto per tutti: per un appalto, per una poltrona, per uno scambio di favori, o anche solo per un pizzico di visibilità (come quei poveretti di Slow Food che dopo aver detto peste e corna di Expo tre settimane fa hanno deciso di rientrare nella partita perché “porteremo il tema della biodiversità”. Si certo, al festival della smart city che servirà a riportare gli OGM in Europa, perché questo è uno degli obiettivi non dichiarati di Expo: riportare l’agricoltura geneticamente modificata in Europa).

Per noi di Expopolis, Expo 2015 si riassume in sette parole chiave: debito, cemento, precarietà, poteri speciali, nemico pubblico, spartizione, mafie.

Debito, cemento, precarietà, poteri speciali, nemico pubblico, spartizione, mafie.

Dividiamo la faccenda in due tempi: il primo gli anni della Moratti, il secondo quelli di Pisapia.

Primo tempo. La scelta su “dove costruire Expo”.

Buona prassi vuole che le Esposizioni siano costruite su terreni di proprietà pubblica, e si capisce bene perché: sono già di proprietà del pubblico, non bisogna acquistarle da alcun privato e dopo l’esposizione l’area infrastrutturata è già di proprietà pubblica e non bisogna venderla a nessuno per rientrare dell’investimento. E’ tutto in house, tutto gestito dal pubblico.

No, a Milano si sceglie di fare diversamente.

expoSiamo tra il 2006 e il 2007, del comitato per Expo 2015 a Milano fanno parte: Regione, Comune, Provincia, Camera di Commercio, Fondazione Fiera.
Scelgono un area ex agricola di 1 milioni di metri quadri a nord-ovest di Milano, al confine con Rho e Pero. Aree quasi totalmente di proprietà di  Fondazione Fiera e del Gruppo Cabassi.
Sono gli anni in cui Fondazione Fiera, completamente in mano alla destra ciellina, è alle prese con un importante buco di bilancio. La costruzione della nuova Fiera a Rho è stata un mezzo fallimento: sempre vuota tranne che per due/tre fiere l’anno. Chi si sposta più per andare a vedere una fiera?

E per Expo allora? Eh, appunto.

Dicevamo, Fondazione Fiera è in rosso, così decidono che Expo si farà sui suoi terreni.

Il primo conflitto d’interessi è qui: fra chi sceglie dove fare l’esposizione c’è anche Fondazione Fiera, proprietaria di metà dei terreni su cui si costruirà con soldi pubblici. E così terreni agricoli che valevano 10-15 euro al metro quadro oggi ne valgono 164 di euro al metro quadro. A fine Expo varranno almeno tre volte tanto. Ulteriore magia è che Fondazione Fiera fa parte anche della società nata appositamente per comprare quei terreni, Arexpo: il proprietario che vende a se stesso per poi rivendere e incassare a Expo finita.

Il 31 marzo 2008 il BIE assegna l’Expo a Milano. Cominciano mesi di litigi tutti interni alla destra: spartizione delle poltrone, degli incarichi, della governance dell’evento. Stipendi, doppi stipendi, consulenze: quattro anni di soldi buttati e poteri rimescolati.

Il progetto dell’orto globale tanto caro all’archistar della Moratti e assessore di Pisapia, Stefano Boeri, viene cestinato nel 2011: spazio alla smart city, alle nuove tecnologie, al turismo.

Verranno 30 milioni di visitatori.

No 27.

Più realistico 24.

Oggi parlano di 20 milioni di visitatori: 160 mila persone al giorno di media.

Non ci crede nessuno, Milano collasserebbe.

160 mila persone. Facciamo finta che 40 mila di queste vogliano spostarsi coi mezzi pubblici.

Expo sarà raggiungibile con la vecchia linea rossa e con il vecchio passante ferroviario. La nuova linea 6 viene cancellata il giorno dopo dell’assegnazione di Expo a Milano. La 5 per il 2015 collegherà il nord di Milano al nuovo quartiere per ricchi City Life, ma con un sovra costo di 79 milioni di euro a carico del Comune. La linea 4 forse vedrà pronte le prime due fermate Linate-Forlanini (una cosa senza senso per chi conosce Milano) e poi se ne riparlerà dal 2018. Nessuna nuova metropolitana arriverà al sito di Expo, alla faccia dell’eredità green dell’evento.

E pensatele quelle 40 mila persone in più sulla linea rossa ogni giorno.

La maggioranza arancio di Pisapia appena eletta, a luglio 2011 vota l’accordo di programma sulle aree Expo che ricalca l’impostazione della Moratti.

L’indice di edificabilità scende dallo 0.60 allo 0.52%. Poca cosa perchè sigifica che si potrà costruire su metà dell’area una volta finita l’esposizione. Nella maggioranza votano contro solo Basilio Rizzo e Anita Sonego.
Quel voto è il vincolo al cemento e alla speculazione edilizia che sarà fatta su quell’area. Certo, con del verde tra un palazzo e l’altro, tra il parcheggio da 2.000 posti auto e il centro commerciale gestito dalla Coop e da Eataly, due tra i partner di sinistra di Expo 2015. Insieme a Banca Intesa.

Ma c’è di più, le sette parole magiche dell’Esposizione più sgangherata della storia.

Numero uno: debito.

Expo 2015 è un evento che nasce in debito e genera debito. Lo sono tutti i grandi eventi. A Torino le Olimpiadi hanno lasciato 4 miliardi di debiti. Oggi Torino è una delle città più impoverite del nord Italia.

Non vogliamo portar sfiga, ci mancherebbe, se la portano bene da soli. Ma le Esposizioni degli ultimi vent’anni sono state, nella buona sostanza, un fallimento e hanno generato debito nelle casse pubbliche.

Perchè è il pubblico che offre: 10 miliardi di cui solo 1.5 per il sito di Expo. Gli altri sono per nuove autostrade, comunicazione, consulenze, immagine. Lo abbiam visto, pochissimo per le nuove fermate delle metropolitane, ancora meno in eredità alla città pubblica.

Debito, perchè guardando solo al comune di Milano nel 2013 con un buco di bilancio di 420 milioni di euro ha speso 370 milioni per Expo.

420 di buco, 370 spesi in Expo. Quando pagate l’aumento del biglietto Atm, l’aumento dell’Irpef o della tassa sui rifiuti, i tagli dei servizi…..state pagando Expo. Sapevatelo.

Numero due: cemento.

Nulla inizia e finisce con Expo. Ma con Expo anche autostrade progettate negli anni 70, come la Pedemontana, hanno ritrovato un nuovo motivo di esistere.

8 miliardi pubblici spesi per nuovo cemento su cui far viaggiare automobili.

Gli acronimi:

-Tem, tangenziale est esterna Milano. Devasterà le ultime aree agricole tra Melegnano e Agrate Brianza, non sarà pronta per Expo 2015, favorirà la nascita di un nuovo polo della logistica e del movimento merci. Doveva essere pagata dai privati col project financing, la finanza di progetto. Sarà invece pagata (quasi) interamente dal pubblico, perchè i privati non sembrano avere soldi e le banche non credono si possa rientrare dell’investimento in tempi brevi. E dagli di pedaggio.

-Pedemontana, vecchia di cinquant’anni, non sarà pronta per Expo 2015.

-Brebemi, Brescia-Bergamo- Mlano, sarà pronta per Expo 2015 solo in alcuni tratti, quelli dove governa la Lega, per capirci.

E poi la nuova autostrada Rho-Monza: 14 corsie, neanche fossimo negli Stati Uniti degli anni ’50.

E tutta una serie di strade minori ma altrettanto nocive. Come la Zara-Rho, la vecchia gronda nord milanese, per cui il governo ha appena staccato un biglietto da 50 milioni di euro. Vecchie carte comunali dicono passerrà su terreni inquinati. Della bonifica al momento non c’è traccia.

E poi lei, quell’inutile, costoso e nocivo canale idraulico chiamato “Via d’Acqua”. Nel sogno iniziale di Expo c’era “Milano come Venezia”, tutta navigabile fino a Rho. Una grande cazzata.

E così le Vie d’Acqua sono diventate una: la Via d’Acqua. Un canale quasi tutto in cemento di 20 km che collegherà la Darsena di Milano con il canale Villoresi passando per il sito di Expo. Servirà a far uscire l’acqua dal laghetto che sarà costruito tra i padiglioni del sito e porterà 2 metri cubi al secondo, neanche 40 cm di acqua, ad alcuni terreni agricoli nel sud di Milano. Nulla se pensiamo che il Naviglio può portare fino a 40 di metri cubi al secondo.

Però questo canale in cemento spaccherà quattro parchi milanesi: parco delle Cave, Bosco in città, parco Pertini, parco di Trenno. E passerà su terreni inquinati da bonificare. Ma il commissario unico, Giuseppe Sala, che è anche amministratore delegato di Expo spa, ha usato i suoi poteri speciali per declassare gli inquinanti e, forse, evitare la bonifica. Che sappiamo essere lunga e costosa, e l’inaugurazione di Expo non è come le altre opere, non può essere rinviata: il primo maggio si deve aprire. Fare, fare, fare, costi quel che costi. Poteri speciali del commissario, tra poco ci arriviamo.

Numero tre: precarietà.

La bufala del lavoro. Hanno detto che Expo porterà 30mila nuovi contratti di lavoro. Per ora abbiamo un accordo firmato ad luglio 2013 che prevede 18 mila volontari. Per 700 persone ci sarà un contratto a tempo determinato a 560 euro al mese.

E se Expo capita una volta ogni cento ed è un evento nazionale, la nuova precarietà per Expo va estesa a tutta la nazione. Così la pensano a Roma e stanno cercando il modo di far passare nuova flessibilità in nome di Expo per due anni e mezzo. Expo dura sei mesi ma la precarietà due anni e mezzo.

Grandi eventi, piccoli diritti. Altro che reddito minimo per chi non lavora: lavorare senza reddito.

Numero quattro: poteri speciali.

Decide tutto il Commissario Unico della società per azioni Expo spa. Decide per conto di altri, chiaro, ma il governo Letta gli ha dato poteri di deroga: i cosiddetti super poteri. Come si fa nelle grandi emergenze. Come quelli di Bertolaso dopo il terremoto a L’Aquila. E abbiam visto come è andata a finire.

Prima i commissari erano il sindaco di Milano e il presidente della Regione, che quantomeno dovevano rendere conto ai propri consigli comunale e regionale. Un minimo di prassi istituzionale.

Oggi no. E così il commissario può decidere di prolungare l’orario di lavoro nei cantieri, sveltire assegnazione degli appalti, o nel caso della Via d’Acqua declassare il livello degli inquinanti cui fare riferimento per i 20 km di canale.

Decidere sulla salute dei cittadini.

Nel caso della Via d’Acqua il Comune di Milano ha accettato di perdere potere e competenza e ora non conta (quasi) più nulla. L’opera si farà come ha deciso la spa.

Ma al parco di Trenno i cittadini si stanno ribellando allo scempio del parco e insieme alla rete No Expo da quattro giorni bloccano i lavori. La ruspa a un certo punto si è suicidata e così venerdì hanno dovuta portare via. Succede. Brutto periodo questo per le ruspe.

Pare che lunedì 16 dicembre tornerà accompagnata dai genitori. Se siete solidali l’appuntamento è alle 7 di mattina in via cascina Bellaria, di fronte al cimitero inglese nel parco di Trenno.

Numero cinque: nemico pubblico.

Come in Val Susa, come ovunque ci siano lotte reali. Chi lotta è un nemico, la repressione al volto dei tribunali, il nemico pubblico quello della narrazione tossica dei media.

“Chi si arrende si ammala” dice Erri de Luca a proposito della Val Susa “e invece la valle sprizza di salute pubblica, di fraternità, di voglia di battersi”.

E allora per farlo ammalare, il paziente sano va intossicato.

Va costruita l’epica del nemico pubblico da mettere su cui costruire consenso politico e isolare i ribelli. Ma il paziente sano ormai si è fatto gli anticorpi.

E qui a Milano il Corriere della Sera arriva a scrivere che secondo la Digos “la contro informazione No Expo è un problema di ordine pubblico”.

Un problema di ordine pubblico.

Numero sei: spartizione.

Davanti al cantiere di Expo c’è un grosso cartello d’inizio e fine lavori.

Sul quel cartello c’è tutta la geografia della spartizione italiana: da nord a sud, da destra a sinistra.

I due appalti più importanti sono stati vinti dalla CMC, la potente cooperativa di costruttori vicina al PD che lavora in Val Susa, al Dal Molin, e dove c’è da devastare territori, e dalla Mantovani, un raggruppamento di imprese venete vicine al PDL. Su entrambi gli appalti c’è un inchiesta aperta per turbativa d’asta.

Più a sud lavora Infrastrutture Lombarde, una società della Regione controllata da Pdl-Lega-Cl. E poi Compagnia delle Opere e Lega delle Cooperative a Cascina Merlata.

C’è spazio ovviamente anche per i subappalti. E quindi le mafie.

E’ la settima parola chiave: mafie.

Non è questo l’argomento per opporsi a un’opera o un evento: la bontà la si giudica dall’opera in se, non dal rischio infiltrazioni criminali. Che se c’è va combattuto a prescindere. In Italia il potere criminale è potere politico, rompere questo legame è atto quasi rivoluzionario.

Nel cantiere di Expo hanno messo piede aziende indagate per reati mafiosi o tipicamente mafiosi, come il traffico di rifiuti. Le White List per un expo mafia free non sono mai entrato in funzione davvero, i protocolli di legalità sembrano inadeguati: Ventura, Fondazioni Speciali, Pegaso, Elios, alcune delle aziende allontanate dal cantiere, e poi Fratelli Testa sotto inchiesta per tangenti al Pdl lombardo, e il responsabile cantiere di CMC anche lui indagato, e anche quello di Metropolitane Milanese. E poi, poi il movimento terra che, dice l’antimafia milanese, è monopolio dalla ndrangheta. Il mega-evento è anche questo.

A lotte comuni un vocabolario comune: debito, cemento, precarietà, poteri speciali, mafie, spartizione, nemico pubblico. Quello che sta succedendo a Milano con Expo è simile a quello che succede in Val Susa, a Niscemi, nella Roma degli dei festival o nella Bologna di F.I.CO.

A quale prezzo?

Se Expo 2015 indebiterà le casse pubbliche, se costruirà nuove autostrade, se permetterà a costruttori di destra e sinistra di far colare nuovo cemento e spartirsi gli appalti, se le mafie avranno la loro parte, se i contratti di lavoro saranno ancora più precari rispetto ad oggi, se si sperimenteranno forme di governo dell’eccezione con commissari unici a decidere per tutti, se il racconto dei media sarà sempre più e solo propaganda e verso la costruzione del nemico pubblico, beh, se tutto questo sarà, Expo 2015 si confermerà in quello che in altro modo non avrebbe potuto essere.

E allora se questo modello di sviluppo ha nel mega-evento e nella grande-opera l’unico orizzonte cui guardare, be’, che Expo 2015 e le sue contraddizioni siano la bara di questo modello di sviluppo iniquo.

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Detroit è morta, viva Detroit! (seconda parte) https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/ Tue, 13 Aug 2013 23:00:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=8286 di Sandro Moiso

drumDRUM along the Great Lakes

 Meno di trenta giorni dopo che la Guardia nazionale aveva terminato di occupare militarmente le strade di Detroit, H.Rap Brown prese la parola di fronte ad una folla enorme stipata dentro e fuori il teatro di Dexter Avenue, situato a meno di un miglio da quello che era stato l’epicentro della ribellione. “Sono qui presenti delle persone che possono rappresentare la lotta dei neri americani meglio di quanto io possa fare – iniziò col dire – Gente di Detroit, per esempio”. Con queste parole l’oratore era intenzionato a suscitare l’interesse [...]]]> di Sandro Moiso

drumDRUM along the Great Lakes

 Meno di trenta giorni dopo che la Guardia nazionale aveva terminato di occupare militarmente le strade di Detroit, H.Rap Brown prese la parola di fronte ad una folla enorme stipata dentro e fuori il teatro di Dexter Avenue, situato a meno di un miglio da quello che era stato l’epicentro della ribellione. “Sono qui presenti delle persone che possono rappresentare la lotta dei neri americani meglio di quanto io possa fare – iniziò col dire – Gente di Detroit, per esempio”. Con queste parole l’oratore era intenzionato a suscitare l’interesse dei presenti nei confronti di un nuovo organo di informazione della comunità nera: l’Inner City Voice.

Il giornale era nato nell’ottobre del 1967 e il suo primo titolo di testa era stato “MICHIGAN SLAVERY”, accompagnato da un editoriale di fuoco che avrebbe costituito da subito la cifra stilistica e politica della  redazione: Nella Rivolta di Luglio abbiamo dato un segnale significativo a chi amministra il potere bianco, ma apparentemente il nostro messaggio non è stato recepito…Noi stiamo ancora lavorando troppo duramente, venendo pagati troppo poco; stiamo ancora vivendo in pessime abitazioni e stiamo mandando i nostri figli in scuole di scarso valore educativo e stiamo ancora pagando troppo la merce dei negozi e siamo ancora trattati come cani dalla polizia. Ancora non possediamo nulla e non controlliamo nulla…In altre parole noi siamo ancora sfruttati dal sistema e abbiamo ancora la responsabilità di dover rompere la schiena a questo sistema. Soltanto delle persone che sono forti, unite, armate  e che conoscono il nemico possono affrontare la lotta che ci attende. Pensaci Fratello, difficilmente le cose andranno meglio, la Rivoluzione deve andare avanti*.

Il giornale si definiva come la voce della comunità rivoluzionaria nera e non era l’ennesima pubblicazione underground tipica di quegli anni. I suoi redattori avevano militato già in varie formazioni radicali. Alcuni di loro avevano già sfidato il Dipartimento di Stato nel 1964 recandosi a Cuba e avevano avuto modo di colloquiare con  lo stesso Ernesto “Che” Guevara. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che il mensile, tirato in 10mila copie, si occupasse sia delle condizioni di vita e di lavoro a Detroit, che dei fatti internazionali e della lotta contro la guerra in Vietnam o delle  strutture militari e logistiche necessarie allo sviluppo della lotta armata.icv1

Si può dire che su queste basi si sviluppò una esperienza politica e sindacale che trascese ben presto i limiti della lotta per il riconoscimento dei diritti del popolo nero, fondendo questa richiesta con la necessità di un’azione autonoma del proletariato nero e bianco. C’era l’attenzione per il nascente movimento del Black Panther Party ad Oakland in California, ma anche per le condizioni di lavoro e le richieste sindacali all’interno delle numerose fabbriche dell’area di Detroit.

Tale esperienza politica nasceva in un contesto in cui, proprio a seguito della rivolta di luglio, anche  il capitale aveva intrapreso un’azione di rinnovamento della città. Tale progetto si andava strutturando intorno al New Detroit Committee (Comitato per la Nuova Detroit) che raccoglieva i maggiori rappresentanti dell’industria automobilistica, della grande distribuzione mercantile, delle principali banche ed assicurazioni. Oltre che tutti gli uomini politici e gli amministratori locali legati a doppio filo agli interessi economici dei primi.

Tale comitato si riprometteva di affrontare il problema del degrado urbano, ed in particolare dei quartieri della inner city (che erano stati i maggiori protagonisti della rivolta), attraverso un processo di ristrutturazione edilizia che prevedeva la costruzione di nuovi edifici dall’architettura ardita destinati ad ospitare banche, hotel, centri commerciali, lussuosi condomini, centri congressi e, naturalmente, i nuovi uffici amministrativi e di rappresentanza delle imprese coinvolte.

Sulle rovine della rivolta, degli incendi e degli autentici bombardamenti del luglio 1967, si intendeva quindi avviare un programma di speculazione edilizia e finanziaria travestito da nuova possibilità di migliorie economiche e di  sviluppo che avrebbero dovuto, sulla carta, coinvolgere anche gli insoddisfatti e i proletari protagonisti dei riot precedenti. Naturalmente il primo atto di tale “rinnovamento” sarebbe stato costituito dall’allontanamento forzato dei residenti neri, poveri bianchi e studenti dall’area centrale che si trovava  tra il fiume (lungo il quale si sarebbe sviluppata la nuova area commerciale) e la Wayne State University.

A fronte  di questo  progetto, che sarebbe stato negli anni successivi alla base della deindustrializzazione e della delocalizzazione delle fabbriche negli stati del Sud, i rappresentanti della comunità nera e dei lavoratori afro-americani si trovarono nella posizione di dovere e potere proporre soluzioni alternative. Politiche, economiche e sociali. E da qui nacque un’esperienza di proposta politica, basata sull’esperienza e le necessità reali del territorio e dei suoi abitanti, che avrebbe marcato la differenza tra i gruppi radicali di Detroit e quelli della maggioranza delle altre città americane. Da San Francisco a Chicago fino a quelle della Costa Orientale.

Nei primi sei anni di attuazione del progetto la qualità media della vita in città scese a nuovi minimi e naturalmente quelli ad essere più duramente colpiti furono i lavoratori dell’industria che costituivano più del 35% della popolazione urbana complessiva. I quali si resero ben presto conto che la Nuova Detroit significava, per loro, lavorare più a lungo e più velocemente, pagare più tasse ed ottenere, in cambio,  meno servizi sociali e salari fortemente ridotti dall’inflazione conseguente alla speculazione. Mentre la delocalizzazione industriale, le nuove esigenze  manageriali e il declino dell’industria automobilistica facevano sì che  il mantenimento o la ricerca di un posto di lavoro si facesse sempre più difficile.

Così, a fronte dei cambiamenti indotti dall’azione del New Detroit Committee, i rivoluzionari, raccolti in nuove formazioni politiche e sindacali come il DRUM (Dodge  Revolutionary Union Movement), l’ELRUM (Eldon Avenue Revolutionary Union Movement), il Wildcat Group o la League of Revolutionary Black Workers si trovarono a dover confrontarsi non soltanto con la classe dirigente delle fabbriche, ma anche con le direzioni sindacali del vecchio sindacato dei lavoratori dell’auto (UAW, United Auto Workers) e con gli stessi operai bianchi, spesso di origine italiana  o polacca, che costituivano ancora l’aristocrazia operaia di quel settore di industria. Mentre i lavoratori  neri continuavano ad occupare i posti di lavoro più ardui, pericolosi ed insalubri.

L’altro fronte continuava ad essere rappresentato dal dipartimento di polizia cittadino che aveva resistito a qualsiasi ristrutturazione. Così la violenza organizzata dello stato e la violenza non organizzata che aveva preso vita nelle strade con la rivolta di luglio divennero via via sempre più “istituzionali”, trasformando Motor City in quella che fu poi chiamata Murder City. Mentre il numero  deglii omicidi e  delle armi in circolazione andava crescendo esponenzialmente.

Così il ristretto gruppo di militanti rivoluzionari che si era raccolto inizialmente intorno al mensile Inner City Voice, vide allargarsi le proprie schiere insieme ai propri compiti, finendo col dar vita a una serie di azioni, fuori e dentro le fabbriche, che avrebbero favorito l’insorgere di altre formazioni e richieste radicali dentro la città e i suoi dintorni; non solo tra i neri afro-americani, ma anche tra gli americani bianchi poveri provenienti dai monti Appalachi.dodge

Più che in qualsiasi altro luogo negli Stati Uniti, il movimento guidato dai lavoratori neri finì col definire i propri obiettivi in termini di potere reale. Il potere di controllare l’economia e, concretamente, il ciclo della produzione attraverso i suoi tempi e modi. I rivoluzionari di Detroit non si lasciarono rinchiudere in uno scontro con le forze dell’ordine fine a se stesso o in un confronto puramente “scolastico”. Il movimento nel suo insieme cercò di integrare al proprio interno tutte le richieste e le forme di lotta nate negli anni precedenti per dar vita d un vero network  di poteri insorgenti da contrapporre alla rete del potere politico ed economico istituzionale.

In contrapposizione agli interessi politici, economici e finanziari rappresentati dal fasullo Rinascimento di Detroit proposto dal Committee, il movimento nato tra gli operai neri della città diede vita ad una straordinaria sequenza di azioni, apparentemente separate ma, in realtà, fortemente interconnese, nelle fabbriche, nelle strade, presso le Corti di Giustizia, i media, le scuole e durante le riunioni sindacali. Finendo col conquistare anche una parte significativa del proletariato industriale bianco e con l’interagire positivamente con tutte le istanze collegate alle necessità della vita quotidiana della classe lavoratrice.

Una vicenda esemplare

Il 15 luglio 1970, James Johnson, un operaio afro-americano, entrò nello stabilimento Chrysler di Eldon Avenue, in cui lavorava, con un fucile M-1 infilato nella gamba della sua tuta da lavoro. La fabbrica era stato luogo di numerosi scioperi a gatto selvaggio durante l’anno, mentre, nello stesso impianto, un operaio ed un’operaia erano morti in incidenti sul lavoro nelle due settimane precedenti. Il rumore assordante,le chiazze d’olio e le macchine difettose che caratterizzavano l’impianto circondavano Johnson quando si imbattè in uno dei capisquadra coinvolti nella sua sospensione dal lavoro, avvenuta il giorno precedente. James estrasse la carabina e prima che avesse finito di sparare un caposquadra bianco, un altro nero e un addetto alla manutenzione degli impianti giacevano uccisi sul pavimento della fabbrica.

Pochi lavoratori di Eldon conoscevano Johnson. Non era identificabile come militante dell’ELRUM o del Wildcat Group. Non partecipava mai alle riunioni ed assemblee sindacali, era soltanto uno delle migliaia di lavoratori che parlavano poco e ridevano meno. Non andava a bere nei bar vicini alla fabbrica, era un lettore della Bibbia e l’unica sua fonte di orgoglio era costituita dalla casetta che egli stava costruendo per sé e per sua sorella.

Pochi giorni dopo il fatto, Kenneth Cockrel assunse la difesa di James Johnson. Cockrel era uno dei sette membri del Comitato Esecutivo della Lega dei lavoratori neri rivoluzionari, mentre tra i lavoratori dello stabilimento andava crescendo la simpatia nei suoi confronti dopo che si era saputo  che la sua sospensione dal lavoro era  dovuta al suo rifiuto di accettare una accelerazione dei tempi di lavoro. Oltre che per una storia, di ritardi nel pagamento del salario e di perdita di ferie già acquisite, in cui lo stesso lavoratore era stato ingiustamente trattato dalla direzione.

Pochi giorni dopo i fatti, l’ELRUM distribuì un volantino il cui titolo recitava: “Onore a  James Johnson” in cui,  dopo una sintetica biografia dell’operaio nero, si contestavano le tremende condizioni di lavoro interne allo stabilimento di Elmond, il razzismo che ne contraddistingueva i rapporti di classe e le difficoltà, che talvolta rasentavano la passività, con cui l’UAW finiva quasi con l’avvallare tutto questo. Simili volantini apparvero anche in fabbriche molto lontane da Detroit, come la General Motors di Fremont (California) e la Ford di Mahwah (New Jersey).

Per lo svolgimento del processo, Cockrel ottenne che la giuria fosse adeguata al caso, razzialmente e sessualmente integrata, e non esclusivamente formata da bianchi. Così dieci dei dodici giurati avevano esperienza diretta di lavoro nella città di Detroit, due erano operai del settore automobilistico e tre donne erano sposate con operai dello stesso settore.

La difesa, dopo aver ricordato la travagliata esperienza di vita di Johnson (che già a 5 anni aveva assistito allo smembramento del corpo di un cugino a seguito di un linciaggio), segnata dall’ignoranza, dalla povertà e dall’emarginazione legata alla sua condizione “razziale”, passò a descrivere le condizioni di lavoro di Eldon, ritenuto con buona ragione uno dei più pericolosi impianti industriali degli Stati Uniti, e l’incapacità, o impossibilità, dell’UAW a difendere le condizioni dei lavoratori nello stesso impianto.

All’apice di questa linea difensiva Cockrel ottenne che l’intera giuria si trasferisse presso l’impianto per poter giudicare con i propri occhi ciò che era stato affermato nell’aula del tribunale. Dopo di che la giuria assolse Johnson in quanto non responsabile dei propri atti. Dal giorno successivo e nelle settimane seguenti molti operai di Elmond si presentarono al lavoro portando in bella vista nella tasca posteriore della tuta un giornale che rilanciava a caratteri cubitali l’assoluzione di James. Ancora nel novembre del 1973 Johnson, rappresentato da un legale che faceva parte della Motor City Labour League, ottenne dalla Chrysler un risarcimento dei danni causatigli dalla stessa industria per un totale di 75 dollari per ogni settimana, a partire dalla data della sparatoria in fabbrica.

Detroit, Torino, Zombielandzombieland 

Oggi, nonostante il buco 20 miliardi dollari che ha portato la città sull’orlo della bancarotta , qualcuno parla ancora di Rinascimento di Detroit e di rilancio della sua industria dell’auto. Soprattutto la più che asservita informazione italiana  che tesse ancora le lodi di Sergio Marchionne e delle scelte FIAT. Così viene sottolineato come il dimezzamento degli stipendi degli operai della Chrysler abbia permesso a questa industria di rilanciare la produzione di veicoli di lusso come la Jeep Grand Cherokee. Lo stabilimento della Chrysler è rimasto l’unico in città, le altre industrie si sono trasferite fuori o altrove, e occupa 4663 dipendenti dei 20mila che ancora trovano impiego negli stabilimenti automobilistici cittadini, a fronte dei duecentomila che un tempo erano occupati negli stessi.

Un’area urbana grande come quelle di San Francisco, Boston e l’isola di Manhattan messe insieme è abitata da 700mila persone di cui l’ottanta per cento è costituito da afro-americani, mentre almeno ottantamila edifici risultano essere completamente vuoti ed inutilizzati. Questo è il risultato non della crisi e della globalizzazione oppure del Welfare State, ma delle scelte che il capitale ha operato, e continua ad operare, là dove la classe ha acquisito livelli di coscienza e di auto-organizzazione tali da metterne in gioco la catena di comando e la sua stessa esistenza.

E’ la dimostrazione pratica di come il capitale sia “condannato” a rivolgersi alla speculazione finanziaria e alla rendita fondiaria nel tentativo di continuare a mantenere elevati tassi di profitto quando la lotta operaia ne riduce i margini e di come tale scelta sia destinata ad aggravare non solo le condizioni di vita dei lavoratori, ma anche quelle dell’accumulazione capitalistica che in questo modo si priva della massa di lavoro vivo e di plusvalore necessari alla sua esistenza e riproduzione.

E’ la storia di Torino dagli anni ottanta ad oggi; è la storia della fuga del capitale FIAT e della famiglia Agnelli dall’investimento produttivo e dallo scontro con una classe organizzata per chiudersi nell’investimento speculativo in acque minerali ed alloggi di lusso a Parigi. E’ la storia dell’asservimento dei sindacati ufficiali alle esigenze dei padroni e della produzione e dell’avvallo dato da Luciano Lama e Enrico Berlinguer ai licenziamenti e alla cassa integrazione degli anni ottanta. E’ la storia  di chi, come Sergio Chiamparino, passa dal ruolo di Sindaco della città a quello di Presidente della fondazione della banca con cui ha contribuito ad indebitare irrimediabilmente la città (San Paolo) e che ha fatto sì che Torino diventasse la seconda città più indebitata d’Italia dopo Roma.

E’ la storia, dunque, degli stabilimenti FIAT torinesi dove sono rimasti al lavoro più o meno ottomila dipendenti a fronte dei 120-150 mila che li caratterizzavano negli anni settanta (senza contare le decine di migliaia di operai che lavoravano nelle medie, piccole e piccolissime fabbriche dell’indotto dell’auto, ormai quasi del tutto scomparse, nell’area torinese). Dei milioni di metri quadri che si libereranno per la speculazione edilizia una volta chiusa Mirafiori, così come in altre forme accadde con la chiusura degli stabilimenti del Lingotto (lautamente pagati, alla FIAT, dal comune di Torino, per farne centri commerciali, spazi espositivi e centri congressi). E’ la storia futura di Milano e del suo già fallimentare e truffaldino Expo…ma è anche la storia della lotta di classe, destinata sempre a risorgere e a coinvolgere lavoratori, donne, studenti, giovani disoccupati ed artisti squattrinati nel tentativo di dar vita ad un mondo migliore, totalmente diverso dalla Zombieland che il capitale è soltanto capace di realizzare.stooges

Ed è per questo che, metaforicamente, possiamo tranquillamente continuare a scandire: Detroit è morta, viva Detroit!

 * Dan Georgakas, Marvin Surkin, op. cit. pp.15 – 16

(Seconda ed ultima parte – fine)

Postilla

L’Autore, nel dichiarare tutto il suo debito di riconoscenza nei confronti di Dan Geogakas e Marvin Surkin e del loro testo Detroit, I Do Mind Dying. A Study in Urban Revolutio, citato in nota, auspica che, a 38 anni dalla sua prima edizione e a 15 dalla ristampa, il libro trovi finalmente un editore italiano disposto a pubblicarne la traduzione considerata la sua importanza per la comprensione della storia, dello sviluppo e delle dinamiche delle  lotte operaie e urbane, non soltanto statunitensi.

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