estrema destra – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gli scheletri nell’armadio di Giorgia Meloni https://www.carmillaonline.com/2024/08/19/gli-scheletri-nellarmadio-di-giorgia-meloni/ Mon, 19 Aug 2024 19:45:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83883 di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e già ben attivo), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale [...]]]> di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e già ben attivo), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale Italiano fosse un partito politico che al fascismo si ispirava. Ne fanno fede numerosissime dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, dalla fondazione di quella forza politica (avvenuta grazie al tanto esecrato regime democratico), sino al suo scioglimento, nel 1976, allorché esso si trasformò in “Alleanza Nazionale”, sotto la guida di Gian Franco Fini. Era quello un passaggio verso un partito certamente orientato a destra, ma definitivamente inserito nel sistema costituzionale e rispettoso dello stesso.

Il successivo passo, su impulso di Silvio Berlusconi, fu quello di una unificazione con il partito (azienda) fondato dall’ex Cavaliere, per dare luogo ad una nuova formazione politica, sempre rivolta a destra, ma ormai scevra da ogni sentimento nostalgico verso il passato regime mussoliniano. Però il “Popolo delle libertà” – così si chiamava la creatura politica sorta dall’incontro tra Forza Italia e A.N. – non durò a lungo per i contrasti ben presto insorti tra Berlusconi e Fini, e il loro divorzio diede luogo all’uscita di una consistente parte della componente già di A.N. (La Russa e Meloni compresi) che fondò il partito di FdI. Tale nuova formazione politica reintrodusse nel proprio simbolo la fiamma, che era stato da sempre l’emblema principale del MSI, e che rappresenta schematicamente l’odierna sepoltura di Benito Mussolini.

Ma, ciò che ha caratterizzato specificamente tale vicenda politica è stato il rifiuto, da parte dei fondatori, di proseguire un’esperienza politica certamente populista, ma di ispirazione politica neoliberale, e neo liberista in economia, sul modello di altri partiti della destra europea, quali i gollisti in Francia o i cristiano-democratici in Germania.
Il fatto è che tutti quei partiti, per collocandosi nella destra politica, si dichiarano apertamente antifascisti e antinazisti. Però, evidentemente i dirigenti di FdI non se la sono sentita di condividere quelle posizioni e per loro è stato indigeribile il fatto di schierarsi con coloro che hanno comunque combattuto, anche se da posizioni moderate e conservatrici.

Ma vi è di più.
Il Movimento sociale italiano è costantemente evocato e ricordato nelle manifestazioni politiche, interne, ma anche pubbliche di FdI. Nelle feste popolari di FdI viene sempre ricordato l’ex segretario del MSI Giorgio Almirante, brevemente omaggiato anche sul sito della presidenza del Consiglio di quest’anno, salvo poi avere cancellato l’encomio inopportuno.
Giova ricordare che Almirante ha sempre manifestato idee razziste, ha collaborato con la Repubblica fantoccio di Salò, ha definito la Repubblica democratica con l’appellativo di “bastarda”. Ma in FdI non ci si ferma ad Almirante.

Qualche tempo fa, a Brescia, è stata inaugurata una sede di FdI intitolata a Giuseppe Umberto Rauti, detto Pino.
Questi, anch’egli repubblichino, è da molte parti indicato come uno degli ispiratori dello stragismo neo fascista che dalla fine degli anni ’60, e per oltre un decennio, funestò l’Italia con sanguinosi attentati, provocazioni di ogni genere, e tentativi di stravolgere l’ordinamento costituzionale. Pino Rauti, fondatore nel 1956 di un gruppo estremistico di destra denominato “Ordine Nuovo”, fu collegato da sempre agli ambienti internazionali filo americani e atlantisti (cioè la NATO), organizzò per conto dei supremi comandi militari italiani convegni nei quali si teorizzavano le stragi di civili come strumento per combattere il “cancro della democrazia”, e scrisse, a pagamento, perfino un opuscolo per aizzare le forze armate a rivoltarsi contro lo stato democratico che dava libertà di agire ai partiti di sinistra.

Evidentemente Pino Rauti fingeva di ignorare che, se lui poteva svolgere la propria attività quasi indisturbato, lo doveva al fatto di avere e operava in uno stato democratico. Nel 1969 rientrò nel MSI, allorché ne divenne segretario Almirante, e ricoprì cariche importanti nel partito. Ma diverse indagini giudiziarie hanno appurato che non troncò mai i rapporti con O.N., di cui invece fu sempre di fatto il massimo dirigente, e tanto meno sconfessò mai le criminali operazioni di quel gruppo.

Ora, se nel partito di FdI si ricorda e onora la memoria di un simile personaggio, si deve altresì ritenere che la di lui attività è stimata e ritenuta esemplare. Allora si comprende bene il perché non si condanna il fascismo e non ci si dichiara avversi allo stesso. Ma vi è ancora di più. Se FdI rivendica una qualche continuità con l’MSI, deve rivendicare anche l’appartenenza a quel partito di personaggi, spesso con doppia appartenenza (al MSI e a O.N.), che hanno insanguinato l’Italia.

Carlo Cicuttini, uno dei responsabili della strage di Peteano del 1972 (3 carabinieri morti) era segretario di una locale sezione MSI del Friuli, così come Eno Pascoli. Entrambi verranno condannati per la strage.
Lo stesso segretario Almirante preannuncia la strage del treno Italicus (Agosto 1974) ma cerca di depistare le indagini, offrendo agli inquirenti una falsa pista di sinistra.
Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Piazza Loggia a Brescia, fu iscritto al MSI dal 1969, così come Gian Gastone Romani (che fu anche consigliere regionale del Veneto) nella cui casa ad Abano Terme si decise di fare la strage di Brescia.
Lo stesso Pino Rauti venne processato, ma poi assolto, per la strage di Piazza Fontana del Dicembre 1969, allorché era appena rientrato nel MSI.
Paolo Signorelli, fedelissimo di Rauti, e iscritto al MSI dal 1969 al 1796, fu condannato per appartenenza a banda armata (O.N.).
Ed infine una recente sentenza della Corte d’Appello di Bologna ha accertato che Mario Tedeschi, direttore del settimanale di estrema desta “Il Borghese” e senatore del MSI, fu uno dei mandanti della strage della stazione di Bologna dell’Agosto 1980, e percepì lauti finanziamenti da Lino Gelli, capo della Loggia massonica P2.

Ma anche sulle sentenze che hanno accertato le responsabilità per le stragi, gli esponenti dell’estrema destra, oggi al governo del paese, sono reticenti o anche nettamente negazionisti.
Marcello De Angelis, ex portavoce, poi rimosso dall’incarico, della Regione Lazio, ha dichiarato infondata la sentenza, definitiva, che ha stabilito la responsabilità dei fascisti nella strage di Bologna. L’On. Mollicone di FdI, parla di “teorema contro la destra”. La stessa Presidente del Consiglio, con gesto inconsueto e caduta di stile rispetto al suo ruolo, ha polemizzato fortemente con il Presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha di recente ricordato le responsabilità di persone legate al MSI nel terribile ed efferato episodio.

In fin dei conti e in conclusione, le reticenze nel giudizio su quell’esperienza politica quando non gli apprezzamenti e le attestazioni di stima, rivelano chiaramente quali sono i motivi per cui non possiamo attenderci da Meloni e …… soci (ma ci starebbe meglio un altro appellativo) una netta dichiarazione di presa di distanza dal fascismo storico, ma anche dal neofascismo che ha operato in modo funesto in tempi più recenti.
Evidentemente, una eventuale e auspicabile apertura dell’armadio di famiglia, potrebbe fare uscire una eccessiva quantità di scheletri.

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La maschera col teschio e le immagini del mondo https://www.carmillaonline.com/2024/03/04/la-maschera-col-teschio-e-le-immagini-del-mondo/ Sun, 03 Mar 2024 23:36:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81564 Di Jack Orlando

Leonardo Bianchi; Le prime gocce della tempesta, miti armi e terrore dell’estrema destra globale; Solferino; Milano 2024; 277 pp. 18€

Per chi abbia mai avuto familiarità con le forme dell’antifascismo militante il monitoraggio e l’inchiesta sui portali e sui canali di comunicazione di estrema destra è qualcosa di ben assodato. Pratica ricorrente e, per alcuni, quasi hobbistica, tipo entomologia. Con i suoi piccoli alieni da osservare e gallerie degli orrori da collezionare. Una pratica in sé abbastanza lineare: osservare, scartabellare e mettere ordine nei rimandi tra i portali ufficiali delle formazioni politiche, le riviste di area, i [...]]]> Di Jack Orlando

Leonardo Bianchi; Le prime gocce della tempesta, miti armi e terrore dell’estrema destra globale; Solferino; Milano 2024; 277 pp. 18€

Per chi abbia mai avuto familiarità con le forme dell’antifascismo militante il monitoraggio e l’inchiesta sui portali e sui canali di comunicazione di estrema destra è qualcosa di ben assodato.
Pratica ricorrente e, per alcuni, quasi hobbistica, tipo entomologia. Con i suoi piccoli alieni da osservare e gallerie degli orrori da collezionare.
Una pratica in sé abbastanza lineare: osservare, scartabellare e mettere ordine nei rimandi tra i portali ufficiali delle formazioni politiche, le riviste di area, i blog di approfondimento, le pagine social ecc…

Ecco, chi ha praticato in qualche forma questa disciplina nell’ultima dozzina di anni si sarà accorto di un mutamento genetico della “fasciosfera”, databile probabilmente tra il 2015 ed il 2017; poi inabissatosi progressivamente negli ultimi anni.

Accanto alle retoriche tradizionali, alle loro iconografie, alla propaganda cui si era abituati, iniziano a vedersi dapprima sparute, poi sempre più frequenti emersioni di un immaginario nuovo ed estraniante.
Su facebook iniziano a moltiplicarsi pagine che propongono video della wermacht in battaglia, filmati degli aerei kamikaze giapponesi, tutti restaurati in versione vaporwave e accompagnate da musica elettronica. Non c’è che dire, parecchio suggestivi. È la cosiddetta “Fashwave”, dura un po’, poi il megaban di Zuckemberg affonda tutte le pagine.
Nel frattempo Telegram, prima di essere normalizzata anch’essa, diviene un tripudio di canali neonazisti che riversano una cascata di materiale infografico e propagandistico.
Quel fenomeno di radicalizzazione molto americano che aveva interessato Reddit, 4chan e poi 8chan, passa da qui per solidificarsi in Europa.
Ora l’inchiesta da caccia virtuale va diventando pesca di profondità. Si passa da un canale all’altro, da una sigla all’altra, sempre più giù, si sondano maelstrom di orrori armati e sintetici.

Slogan, immagini, meme, suggestioni, slanci psicopolitici.
Tieni, ecco delle comode infografiche per imparare come si fa la guerra urbana.
Wait it’s all boogaloo? Always has been…
Anders Breivik è santificato da un sonnenrad, il sole nero runico, dietro la testa; la Divisione Charlemagne combatte; Dominique Venner samurai d’Europa che ha l’ideale della bellezza; Brenton Tarrant come Cristo con la tunica, che tiene il suo manifesto in una mano e l’iconico mitra nell’altra.
Fatti una cultura che è pieno di pdf. Lupi che si azzannano.
Nature hates equality.
E poi i manifesti per la Guerra razziale, i documenti programmatici per radicalizzare la lotta al 5G, i capitoli di The Siege. Soprattutto, la skull mask. Ossessiva, continua, che imbraccia il fucile, che fa il saluto romano, che rivolge allo spettatore gli occhi triggherati.
Hembrace your race.
La skull mask indossata in gruppo, nei boschi, nelle marce lugubri o calzata in solitudine, nella cameretta. Lo stendardo di un esercito senza capi né reparti, impegnato in una guerra senza quartiere né fronti. E fuori da internet colpisce duro e miete vittime innocenti.
The world you were born in no longer exist.

Ecco, di questa mutazione genetica, di cosa c’è dietro e soprattutto come si è tradotta fuori dagli schermi (spoiler: decine e decine di morti ammazzati per mano di stragisti sparsi per tutto il mondo occidentale) se ne è occupato Leonardo Bianchi, già autore di un volume sul complottismo1 e un altro sul deragliamento privatistico della politica in Italia,2 ritessendo il filo di una storia nera che ancora fatica ad essere presa in considerazione sul serio.

Un passo indietro per non perdere il filo.
Ormai si sa, gli Stati Uniti la sanno lunga in tema di suprematismo bianco: gli indiani da sterminare alla frontiera che erano poca cosa di fronte al Destino Manifesto di un Popolo Eletto, e fare posto per il lavoro schiavile prima e la segregazione razziale poi. Le masse si tengono a bada con un mix di razzismo di Stato e razzismo di strada, le pattuglie che catturavano gli schiavi si fanno polizia, l’epica sudista della guerra civile che veste i cappucci del KKK e nutre la pratica dei linciaggi. Insomma, c’è un gran bel campionario.
E quando tornano a casa dall’Europa in macerie gli yankees non si riportano indietro solo una muta di nazisti e criminali di guerra da riciclare nel conflitto con l’Unione Sovietica; tra i souvenir di alcuni soldati c’è anche una discreta fascinazione per nazismo e fascismo.
Il suprematismo americano ha incontrato il nazionalsocialismo europeo: un aggiornamento che ha come ricaduta immediata il fiorire di partitini nazi con tanto di camicia bruna tra gli anni ’50 e ’70, quei coglioni dei nazisti dell’Illinois per dare l’idea. Gruppi certamente minoritari ma ben organizzati e determinati, impotenti di fronte alla furiosa stagione della New Left e del Black Power, ma che fanno da terreno di coltura per una futura generazione di militanti.

È all’alba degli anni ’80 che infatti matura un nuovo paradigma. Il riflusso (leggasi la repressione) dei movimenti rivoluzionari lascia spazio al neoliberismo ed alla sua programmatica distruzione della politica e della società, l’imposizione dell’individualismo e la polverizzazione di ogni aggregato collettivo, non solo militante ma anche tradizionale. Non è semplicemente una ristrutturazione economica, è uno smottamento generale che mira a invadere tutto il campo delle attività umane: l’economia è il mezzo, l’obbiettivo è l’anima. Ma il trionfo del mercato, che mercifica qualsiasi cosa, ha come prezzo l’ipoteca degli stessi valori conservatori che lo accompagnano: un patrimonio che entrando nell’orbita dei consumi esistenziali inizia quindi a deperire, ma di questo se ne accorgono in pochi, almeno sul momento.

Tra quelli che sanno fiutare il cambio di passo ci sono proprio questi neonazi, riuniti in gruppuscoli che animano oscure radio e riviste, danno vita a sparute marce e aggrediscono minoranze e attivisti, nei loro campi si addestrano alla sopravvivenza, all’uso delle armi da fuoco e alle tecniche militari. Un ambiente claustrofobico, paranoide ed ultraviolento che, forse inconsapevolmente, sviluppa una strategia coerente e sistematica per la propria prassi politica.
Da questa melma emergono due testi che avranno un’importanza cruciale negli anni a venire e che sono imprescindibili per la comprensione del fenomeno.

Nel 1978 viene dato alle stampe The Turner Diaries3: un truce romanzo distopico che mette in scena le gesta di una fantomatica organizzazione di “patrioti” dedita a rovesciare il “sistema” attraverso il terrorismo sistematico e la guerra razziale, fino allo sterminio delle minoranze e dei liberali nel “Giorno della Forca”, all’instaurazione di un nuovo regime nazista e ad una apocalisse nucleare.
Letteratura da serie C che però amalgama la forza di diffusione ed identificazione della narrativa popolare, l’utilità tattica di un manuale di guerriglia con tanto di descrizioni minuziose delle azioni armate dei personaggi, e la necessità di un’indicazione strategica che risponda al senso di smarrimento e frustrazione dell’area suprematista. Metapolitica pura.
Che fosse voluto o meno, politicamente uno strumento simile con un pubblico tale è letteralmente un’arma di distruzione di massa. E non a caso diventerà un classico virale ancora oggi, in grado di fornire un orizzonte ed un vademecum per pletore di aspiranti stragisti.

Un paio d’anni dopo un ometto di nome James Mason dà il via ad una serie di articoli che culmineranno nel 1992 con la pubblicazione del libro The Siege (l’Assedio). La linea è la medesima dei Diari di Turner, ma si mettono un po’ di puntini sulle i. In estrema sintesi: il sistema democratico è controllato dagli ebrei attraverso i liberali, destinato a soppiantare l’egemonia dei bianchi grazie ad un piano di immigrazione massiccia e a finti valori femministi e antipatriottici, occorre reagire subito per evitare l’estinzione.
Siccome il declino è irreversibile, la linea è quella di accelerarne il collasso attraverso una pratica insurrezionale che punti prima al deflagramento di una guerra razziale e poi all’instaurazione di un etnostato bianco e reazionario. La tattica sarebbe quindi di costituire piccole cellule di combattimento anonime, autosufficienti, indipendenti e senza capi, che operano nella massima autonomia, eventualmente in coordinamento, per essere e colpire ovunque, seminare il panico, accelerare la caduta fino in fondo. La linea del fronte coincide esclusivamente con la volontà dei combattenti.
Per quanto i presupposti siano deliranti nondimeno intercettano una serie di nodi poco visibili sul momento ma che non tarderanno a manifestarsi come centrali; così come la pratica insurrezionale e accelerazionista non ha alcuna reale possibilità di vittoria, ma coglie nel segno indovinando una nuova metodologia che non solo fa fronte agli imperativi della lotta clandestina, ma che riesce a ricombinare il binomio spontaneità-organizzazione nella nuova fase dell’individualismo atomizzante.

Entrambi i testi saranno destinati ad una circolazione marginale e sotterranea per diversi anni, salvo riemergere in un contesto completamente diverso qualche decennio dopo. Non sono semplicemente dei disegni psicopatici e criminali, sono guizzi di avanguardia.
Gli animali politici sono tali quando fiutano la tendenza in anticipo, come i cani con i temporali, e questo non cambia anche quando la politica è quella degli “altri”, dei nemici, dei sadici.

E nemmeno è una peculiarità esclusiva degli americani. Anche l’Europa ha i suoi pionieri nella stessa fase: muore la stagione della politica rivoluzionaria e tra i suoi colpi di coda, negli edonistici ’80, in Italia assistiamo agli omicidi della sigla Ludwig,4 una storia paradigmatica dove non è mai stata chiarita del tutto la reale portata organizzativa del fenomeno, e dove il confine tra psicosi criminale e prassi politica si è fatto labile e confuso, complice anche l’incapacità mediatica di analizzare lucidamente gli eventi.
In generale la nouvelle droite di stampo italo-francese che aveva dominato il rinnovamento dell’estrema destra per un paio di decenni entra parzialmente in ombra di fronte al nuovo mondo globalizzato, in favore di una variante debitrice della lezione americana: l’alba del terzo millennio è il momento delle schegge impazzite, come la tedesca “Banda del Kebab”, e dei network internazionali di Hammerskin e Blood’n’Honour, molto più rozzi sul piano della teoria, molto più efficaci e aggressivi sul piano della pratica.

Un salto avanti, per non tirare troppo per le lunghe.
Nell’estate 2011, in una manciata di ore, Anders Breivik, neonazista norvegese, stermina da solo quasi settanta persone, per lo più teenager, tra il centro di Oslo e l’isoletta di Utoya. Ha pianificato da solo il suo attacco combinando un attentato con autobomba ad uno con fucili semiautomatici, contemporaneamente diffonde il suo delirante manifesto ideologico online.
È il caso più eclatante, ma non è l’unico. Negli stessi anni si moltiplicano gli attacchi dei cosiddetti “Lupi Solitari”, una sorta di spontaneismo armato ed individualista di matrice xenofoba e neofascista, gli Stati Uniti possono vantarne ad oggi il primato numerico e i tentativi di salto di qualità in organizzazioni paramilitari. Qui in Italia abbiamo avuto invece come rappresentanti Gianluca Casseri e Luca Traini; in tutti i casi si tratta sempre attivisti o simpatizzanti dell’estrema destra che, ad un certo punto, fanno il passo avanti e sparano senza aspettare direttive.
Solitari, ma non troppo.

2019, Christchurch, Nuova Zelanda. Brenton Tarrant, giovane australiano bianco e disoccupato, uccide cinquantuno persone a colpi di mitra in un doppio attentato contro una moschea e un centro islamico, e mentre lo fa trasmette tutto in diretta facebook con la sua gopro. Anche lui lascia un suo manifesto, anche lui è imbevuto di ideologia suprematista e teorie del complotto, ma non è mai stato un militante di estrema destra.
L’apprendistato politico, se così si può definire, di Tarrant è avvenuto on line a colpi di meme, forum e shitposting. È l’emblema della soggettività prodotta da una cultura virtuale psicopatica che mixa insieme xenofobia, misoginia, porno gore, teorie del complotto, umorismo cinico, videogame e alienazione sociale.5

Appresso a Tarrant ne arriveranno diversi altri, a brevissima distanza l’uno dall’altro, ognuno col suo manifesto. Attentati più o meno letali si rincorrono in giro per il globo, galvanizzando platee di account online.
È il manifestarsi del nuovo cambio di fase. È lo strabordare delle teorie dei Diari e dell’Assedio oltre sé stessi e il proprio ambiente.
Gli attentati sono tutti opera di giovani maschi bianchi di classe media che hanno perso il controllo della realtà e della propria vita.
In essi si concentra tutto il fallimento della cosmogonia occidentale che si presumeva principio ordinatore del mondo e invece si rivela una triste parruccata: il futuro felice che sognavano da bambini è una merda, gli improbabili standard di estetici e performativi che imperano li squalificano dal rapporto con l’altro sesso, le uniche comunità con cui interagire nel proprio disagio esistenziale sono quelle online, dove qualsiasi sensibilità è cauterizzata e il livore fermenta.
La famiglia, la scuola, il matrimonio, il lavoro, le regole, i sorrisi di cortesia, la cena coi colleghi, il barbecue coi parenti, il pakistano al minimarket sotto casa, la farina di grilli, l’economia, la crisi, le bollette, l’inflazione, l’immigrazione, il femminismo… La fottuta razza bianca è sotto assedio perché io sono sotto assedio.
Nell’intima anomia della propria cameretta crollano macerie su macerie e dallo schermo del pc urla un intero mondo che muore. La psiche individuale riceve la catastrofe e cerca di decifrarla mentre le soccombe.

Ecco che mitologie proprie d’Occidente, spinte all’esasperazione, vengono a galla come il canto del cigno della grande promessa tradita di una intera generazione. Specchi deformanti che restituiscono un senso traviato a ciò che è divenuto inesplicabile.
Ora gli scossoni della globalizzazione assumono i contorni di un malefico piano di sostituzione degli indigeni euroamericani con “popoli inferiori”; la crisi del predominio etero-maschile non è il prodotto di processi d’emancipazione storico-sociali ma ancora un ordito della lobby gay femminista per non far scopare i maschi etero e distruggere l’istituto della famiglia, come lo svuotamento di ogni forma di sovranità popolare rievoca il complotto pluto-giudaico dei Savi di Sion; il pericolo esistenziale della razza bianca non è che il riflesso perverso della classe media che affoga nei suoi debiti e nell’insostenibilità delle proprie illusioni.
In questo cervello collettivo deragliato c’è davvero il mondo al contrario.

Eccola qui l’ultima mutazione genetica, ibrido di arcaicismi e ipermodernità: il piano politico della violenza non opera più in linea con una deliberata scelta strategica. È qualcosa di più profondo; opera a livello soggettivo e salda la crisi strutturale e di senso dell’Occidente con la sofferenza psichica di individui disancorati e accelerati; alla base c’è una bruciante volontà di vendetta, contro tutto e tutti, la necessità di riscattare la propria vita svuotata in un unico gesto furente.
Lo rileva giustamente Leonardo Bianchi: è un atto di martirio, un evento estremo che in una sola volta riscatta tutta l’oppressione subita (o percepita) ed eleva l’attore al di sopra della propria misera condizione, testimonia la propria ribellione ed incita all’emulazione.
Ma il martirio, dalle comunità paleocristiane allo jihadismo contemporaneo, passando il risorgimento europeo, è sempre un gesto politico in senso assoluto.
Ecco perché è cruciale interrogare e interrogarsi su questo fenomeno al di là delle categorie patologizzanti e delle analisi superficiali; è sul senso ultimo della realtà e sulla possibilità di agire su di essa che si posizionano questi soggetti. In mezzo al sangue sparso tra supermarket e luoghi di culto, è l’immagine del mondo che ci si para davanti. Ed è uno spettacolo dell’orrore.

A conferma di ciò vi è lo sconfinamento di queste epifanie impazzite nell’arena del mainstream e del senso comune. Tanto per citarne un paio: la propaganda gender nelle scuole, la Grande Sostituzione Etnica, la dittatura del Politicamente Corretto; concetti ripetuti fino alla nausea da esponenti politici di primo piano, non di rado da capi di Stato, vomitati nei salotti televisivi e nelle campagne elettorali.
La destra mainstream parla una lingua simile a quella del peggior neonazismo; innegabile, ma non si pensi che significhi che il fascismo sia tornato al potere. Non quello che la Storia ci ha già consegnato per lo meno, nè si vede all’orizzonte la possibilità d’esistenza di un qualche etnostato bianco.

Se è possibile che non vi sia più una separazione netta tra ciò che è dicibile e ciò che è esecrabile, questo è proprio dovuto all’irreversibile deperimento di quel patrimonio ideale del liberalismo (non solo conservatore) che nominavamo più sopra e la cui arbitrarietà e mollezza ha finito per consumarlo dall’interno permettendo il reflusso degli istinti più estremi all’interno dello spazio moderato; tanto più che non vi è né vi può essere separazione netta dei corpi e degli ambienti politici, vedasi il caso dell’Alt-right americana in proposito; o se preferiamo andare ancora indietro si veda la parabola del MSI italiano con la sua natura ambigua e bifronte.

Non vi è mai stato alcun ambiente politico che sia vissuto senza un certo grado di osmosi tra le sue posizioni più radicali e quelle più accomodanti. Quella dell’esclusività delle idee moderate non è che una delle fandonie che il liberalismo ha raccontato a sé stesso.
Il punto semmai è comprendere come i cambi di fase strutturali interagiscano con la dialettica interna dei mondi politici.
In questo caso come il collasso privatistico e il conseguente annichilimento della politica tradizionalmente intesa abbia lasciato il campo a narrazioni spettacolariste ed esasperate buone per un elettoralismo da talk show, alimentate peraltro da un sistema mediatico-istituzionale che della paura e dell’emergenza permanenti ne ha fatto un paradigma di governo e business.
Ecco, questo svuotamento è coinciso con la progressiva riduzione della statualità ad agente amministrativo delle indicazioni capitalistiche, finendo per avvolgere tanto le società quanto i loro partiti in una dialettica sempre più irrazionale e intransigente. È in questo cortocircuito che una rinnovata mitologia protonazista si è inserita ed ha prolificato.

Ma non ci si può limitare a questo. Se a destra qualcosa non si è mai perso di vista negli anni, è l’elemento dell’assertività nella politica: più un discorso è ripetuto e sostenuto più esso ha possibilità di imporsi, più la posizione è spinta al proprio polo estremo, più il suddetto discorso finirà per far pendere il piano del politico dalla propria parte.
Non c’è un solo caso in cui la destra istituzionale (qualsiasi destra istituzionale) nel suo complesso non abbia mantenuto un atteggiamento ambivalente di fronte alle fughe in avanti della sua base: fossero uscite di pessimo gusto, manifestazioni grottescamente esplicite o veri e propri atti di terrore, i leader si sono limitati a smarcarsi dalle responsabilità dirette, al limite a condannare l’uso della violenza, ma mai sono arrivati a mettere in discussione gli assunti alla base di tali azioni.

Viceversa, a sinistra la resa totale al liberalismo tout court, con la messa in mora dell’istanza rinnovatrice anche più moderata, ha portato ad accettare una condizione di amministrazione della miseria e di guardia al bon ton del discorso pubblico ed alle proprie posizioni di rendita.
La visione progressista ha perso via via ogni contenuto finendo per sterilizzare e stigmatizzare qualsiasi spinta da sinistra, in un ottuso e pervicace equilibrismo ecumenico.
Nel mentre nella sua ala radicale, vittima di un pensiero debole e vittimistico che pensava possibile la critica al liberalismo senza pensarne il sostanziale superamento, si riduceva gradualmente lo spazio per l’offensività a sacche minoritarie e autoreferenziali, ci si è accasciati su schermaglie di rimessa e non certo per la repressione dei manganelli ma proprio per un’autocastrazione ideologica.

Il risultato è che oggi il piano inclinato della politica pende smaccatamente per la reazione, non tanto e non solo per quanto riguarda i risultati elettorali e l’agibilità delle formazioni di estrema destra, quanto per l’egemonia del discorso.
In ultima analisi, le destre in ogni loro forma non hanno vinto le loro guerre culturali per finezza strategica, ma perché non vi era nessuna alternativa degna che combattesse guerre opposte e così facendo ha avuto campo libero per invadere prepotentemente il terreno del reale.

A sinistra si è continuato a cianciare di diritti, ben attenti a soffocare ogni barlume di slancio vitalistico, immobili mentre tutto attorno si muoveva. A destra si è fiutato il vento e si è compreso che portava nubi di guerra civile6 e si è iniziato a parlarne la lingua, si è divenuti prime gocce della tempesta.

Ecco che, nella stagione in cui finalmente i nodi vengono al pettine, le finzioni si diradano e la realtà disvela il suo volto, il declino di un sistema mondo si fa manifesto lasciando che forze centrifughe accellerino la loro traiettoria; è questo il frangente in cui non si può più evitare di riguardare negli occhi ciò che il Novecento ha lasciato in sospeso, la verità scandalosa che trapela nonostante i mille mascheramenti: l’intero moto delle cose umane è retto dal rapporto di forze, una dialettica dell’inimicizia dispiegata e non più taciuta, in cui weltanschauung divergenti non possono che confliggere per determinare quale sia l’ordine delle cose a venire.
È la figura stessa del mondo la posta in palio ad ogni livello, da una parte essa ha già manifestato in schegge una sua proiezione futura, dall’altro c’è tutto un disegno che preme per essere ancora nominato.
O questo, oppure davvero avremo a scrivere di aver visto lo spirito del mondo al supermarket, che indossava la maschera di un teschio.


  1. Complotti; Minimum Fax 2021 

  2. La Gente; Minimum Fax 2017 

  3. tradotto in italiano come “La seconda guerra civile americana” 

  4. notevole nel merito il recente podcast Ludwig. Ultimi eredi del nazismo, di Laura Antonella Carli e Nicolò Tabarelli 

  5. per sinteticità, rispetto al fenomeno della radicalizzazione online rimandiamo all’articolo di qualche anno fa meme col fucile 

  6. per ovvi motivi di spazio rimandiamo al testo a cura di S. Moiso; Guerra Civile Globale. Fratture sociali del terzo millennio; Il Galeone edizioni; 2021 

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La pillola rossa dell’alt-right – 3 https://www.carmillaonline.com/2023/07/23/la-pillola-rossa-dellalt-right-3/ Sun, 23 Jul 2023 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77812 di Gioacchino Toni

Con la comparsa nei primi anni Novanta dei videogiochi “sparatutto in soggettiva” è stata data la possibilità a tanti gamer maschi e bianchi di sfogare individualmente la loro dose di nichilismo, violenza e aggressività attraverso un’estetica e una cultura che promuovono la ricerca della sola soddisfazione individuale.

Degli elementi di contiguità tra l’universo videoludico e gli ambienti dell’alt-right statunitense si è occupato Matteo Bittanti sia direttamente che curando la pubblicazione di materiale anglosassone. «Aldilà di un’acritica accettazione della logica consumistica – mascherata dalla natura interattiva del videogioco che feticizza il fruitore “attivo”, “partecipativo” e “autonomo” rispetto al presunto [...]]]> di Gioacchino Toni

Con la comparsa nei primi anni Novanta dei videogiochi “sparatutto in soggettiva” è stata data la possibilità a tanti gamer maschi e bianchi di sfogare individualmente la loro dose di nichilismo, violenza e aggressività attraverso un’estetica e una cultura che promuovono la ricerca della sola soddisfazione individuale.

Degli elementi di contiguità tra l’universo videoludico e gli ambienti dell’alt-right statunitense si è occupato Matteo Bittanti sia direttamente che curando la pubblicazione di materiale anglosassone. «Aldilà di un’acritica accettazione della logica consumistica – mascherata dalla natura interattiva del videogioco che feticizza il fruitore “attivo”, “partecipativo” e “autonomo” rispetto al presunto consumatore passivo della televisione, del cinema e della letteratura – ciò che preoccupa maggiormente è la convergenza tra l’identità gamer e l’estrema destra»1.

Diversi studi evidenziano la parziale sovrapponibilità tra il target di riferimento dell’alt-right e quello dell’industria videoludica; se Kristin Bezio2, ad esempio, coglie la contiguità demografica tra i potenziali partecipanti alle discussioni promosse dall’alt-right e i gamer, Anita Sarkeesian3 individua diverse affinità in termini di immaginario, bersagli e strategie tra alcune campagne sorte all’interno dell’universo videoludico e i movimenti politici della destra radicale statunitense.

Il caso forse più eclatante di come una campagna d’odio esplosa nelle piattaforme degli appassionati di videogame fortemente intrisa di immaginario conservatore, reazionario, che desidera ripristinare un passato idealizzato in cui l’universo videoludico era appannaggio esclusivo di uomini bianchi eterosessuali, è sicuramente quello del cosiddetto GamerGate.

Tutto è iniziato nell’agosto del 2014 quando, a partire da  un’invettiva contro una sviluppatrice di videogiochi pubblicata dall’ex fidanzato su un blog, una nicchia di giovani gamer maschi e bianchi ha lanciato una delirante campagna votata a denunciare la “corruzione” del mondo dei videogiochi in buona parte, a loro dire, determinata dalla presenza di alcune donne intenzionate a stravolgerlo. Si è trattato di uno dei primi casi in cui una discussione priva di rilevanza pubblica, porta avanti da un gruppo di individui, grazie al web, è sfociata in una campagna reazionaria di proporzioni spropositate rispetto alla causa scatenate, palesando quanto rancore misogino e chiusura identitaria covassero in corpo tanti giovani gamer.

Michael Salter4 invita a guardare quanto si manifesta all’interno degli ambienti videoludici come a una spia delle trasformazioni sociali in atto. «Non a caso, è nel contesto videoludico che l’aggressione rappresenta una modalità standard di partecipazione pubblica sulle piattaforme tecnologiche». Gli abusi e le molestie che contraddistinguono gli ambienti dei gamer risultato «in stretta relazione alle dinamiche più reazionarie dell’identità maschile e alla sottesa ideologia della tecnologia digitale»5. In particolare, Salter ricostruisce l’evoluzione del concetto di gender in ambito informatico mettendo in luce i suoi legami con la “mascolinità geek” fondata sul concetto di padronanza tecnologica.

Nell’ambito di Gamergate, l’impulso maschile a difendere determinate tecnologie – videogiochi e internet in primis – dall’assedio (reale o percepito) da parte di donne e utenti più diversificati, ha evidenziato la fragilità della mascolinità geek e la sua dipendenza da forme inique di egemonia tecnica. Non è un caso che particolari piattaforme – come 4chan, 8chan, Reddit e Twitter – si siano rivelate terreno fertile per le campagne misogine di Gamergate6.

L’analisi di Salter mostra come «la lotta delle donne e di altri soggetti marginalizzati per accedere in modo più equo alla cultura e al contesto lavorativo dell’high tech» sia «complicata dalla mascolinizzazione della tecnologia, che privilegia l’egemonia di genere»7.

Nella cultura occidentale l’equiparazione della mascolinità alla tecnologia ha attribuito il primato maschile sull’accesso ai mezzi tecnici e la «progressiva mascolinizzazione delle industrie e delle culture informatiche ha incentivato intensi investimenti affettivi e identificazioni psicologiche da parte di uomini e ragazzi, generando permutazioni tecnologiche della soggettività maschile, che ha assunto nuove forme. Una delle più recenti è stata definita mascolinità geek8. Con tale espressione si indica «una soggettività di genere che prevede la rivendicazione – da parte di adulti e adolescenti di sesso maschile – della padronanza tecnologica come fattore essenziale dell’identità maschile»9.

La mitologia della rivoluzione informatica celebra gli ideali dell’individualismo, della competitività e dell’aggressività, elementi normativi nella mascolinità geek fin dall’avvento delle reti.[…] L’afflusso di utenti femminili e più diversificati sulle piattaforme di social media, nei videogiochi e in altri campi dell’elettronica di consumo ha messo in discussione l’equivalenza tra la tecnologia maschile e l’identità maschile geek. Il fenomeno è stato accompagnato da un’escalation di abusi e molestie che hanno avuto origine nelle sottoculture dominate dai geek, ma che oggi sono diventate parte del mainstream. […] Gamergate illustra in modo paradigmatico la congruenza sociotecnica tra la mascolinità geek e una comunicazione che prevede la sistematica oppressione dell’altro. Questa esplosione senza precedenti di molestie online che ha avuto origine all’interno delle sottoculture videoludiche si è diffusa in modo virale grazie a piattaforme come 4chan, 8chan, Reddit e Twitter. […] Tale campagna di abusi è diventata endemica perché la sua razionalità di fondo era evidente nella progettazione, governance e strategia comunicativa di numerose piattaforme online. Non si tratta di una mera coincidenza: l’architettura e l’amministrazione di queste piattaforme condividono l’ideologia della cultura geek e delle industrie correlate. Ergo, l’abuso online prodotto e promosso da questa campagna d’odio non è un’anomalia: la tecnologia è sempre simbolicamente e strategicamente implicata nelle affermazioni dell’aggressione maschile10.

Su GamerGate si sono fatti le ossa, conquistando la popolarità, personaggi poi divenuti di spicco nell’ambito dell’alt-right come Milo Yiannopoulos e Phil Mason.

Il nucleo narrativo di Gamergate secondo il quale i simboli della tecno-mascolinità, come i videogiochi e internet, sono stati attaccati frontalmente in una “guerra culturale” condotta da femministe e progressiste, si è fuso con altri movimenti reazionari dell’identità maschile, assumendo forme inaspettatamente virulente. 4chan e le forme associate di mascolinità geek hanno svolto un ruolo chiave nel promuovere e sostenere la campagna elettorale del presidente americano Donald Trump attraverso strategie che hanno offuscato il confine tra politica mainstream, misoginia organizzata e supremazia bianca11.

Se l’intrecciarsi di disuguaglianza di genere, alienazione capitalistica e tendenza maschile a riversare sulle donne le proprie frustrazioni non è di certo una novità, di nuovo c’è, secondo Salter, l’uso che ne ha fatto l’alt-right per mobilitare l’aggressività maschile.

Lo stesso Trump ha beneficiato dei meccanismi retorici e di mobilitazione che si sono sviluppati in rete nella sua campagna contro i politici di professione pretendendo di dare voce al rancore contro l’establishment di “un intero popolo” alle prese con gli effetti della globalizzazione. Trump è certamente espressione di un populismo che, riprendendo la definizione proposta da Jan-Werner Müller, può essere visto come

una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico12.

Il web offre ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale che, per quanto contraddittorio possa sembrare, bene si amalgama al mito della cultura online della “protesta senza leader”.

I leader carismatici contemporanei prescindono dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali, rafforzando al contempo i rapporti con i loro potenziali seguaci con «promesse che si sa già non potranno essere mantenute, solo per rassicurare un bacino elettorale sicuro di niente, ma solo di essere stato trascurato da tutte le altre forze politiche. Ad esso ci si rivolge cercando di creare processi identificativi inesistenti, facendo credere di essere parte della massa»13 anche miliardari abituati al lusso più sfrenato che hanno cosrtruito il loro impero economico in buona parte prorprio attraverso ciò che dicono di voler combattere.

Indubbiamente questa particolare forma di cyberpopulismo, derivata dall’idea che le tecnologie della connettività possano realmente sostenere un processo di autodeterminazione fondato sulla valorizzazione delle individualità, ha potuto dilagare anche perché si è rivelata «capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»14.

La fortuna di molti movimenti d’opinione etichettati come populismi, secondo Alessandro Dal Lago, è in buona parte dovuta al diffondersi di un tipo di comunicazione online in cui prevalgono i soggetti digitali sugli esseri umani reali.

Proprio per il fatto di essere attivo soprattutto nella dimensione virtuale questo tipo di attore ha caratteristiche uniformi, modulari, che integrano quelle eterogenee degli esseri sociali reali. Così, indipendentemente dalla professione, dalla posizione sociale, dall’educazione e così via, i soggetti digitali tenderanno a provare le stesse paure, a manifestare le stesse ossessioni, a essere sensibili agli stessi messaggi politici. Le differenze degli attori sociali reali sono integrate nell’uniformità delle loro versioni o estensioni digitali15.

L’editorialista del “Chicago Tribune” Clarence Page ha messo in relazione il successo della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story (2016)16 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca, sostenendo che per entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento17.

La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e il consenso può essere ottenuto ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo.

Trump si è rivelato sicuramente abile nell’adottare per le sue campagne meccanismi propri dei reality show, di buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea e dello stesso universo online, in questo, non poi così diverso dagli odiati media verticistici tradizionali di cui si pretende tanto diverso.

Una caratteristica riscontrabile nei dibattiti digitali, sostiene il sociologo Dal Lago, è la tangenzialità: il più delle volte gli interlocutori evitano di entrare nel merito di ciò che commentano, preferendo limitarsi a sfruttare l’occasione per ribadire punti di vista e credenze già posseduti e sostanzialmente indipendenti da ciò che si dovrebbe commentare. Nelle discussioni l’utente digitale pare essere alla ricerca di un pretesto per sfogarsi, per ribadire le proprie credenze in maniera, appunto, tangenziale rispetto alla questione iniziale: molti dibattiti online si rivelano contenitori di interventi del tutto privi di argomentazioni.

Negli Stati Uniti, a tutto ciò si deve aggiungere un sempre più esibito orgoglio del “non sapere le cose”, soprattutto in ambito politico. L’ignoranza, al pari di una narrazione semplicemente altra, poco importa quanto improbabile possa essere, diviene una sorta di trincea entro cui rifugiarsi per evitare il difficile confronto con quanto viene derubricato come narrazione dominate, dunque da rigettare aprioristicamente.

Tutto ciò, sostiene Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (Luiss University Press 2023), si colloca ben oltre la tradizionale avversione americana per gli intellettuali. Ciò che si sta palesando negli Stati Uniti da qualche tempo non è soltanto un’incredibile disponibilità a credere a qualsiasi cosa non sia percepita come versione manistream, ma anche un’orgogliosa e arrogante opposizione attiva ad approfondire le questioni su cui si interviene pur di non abbandonare la comfort zone delle proprie improvvisate convinzioni. Non si tratta di «non fidarsi di qualcosa, metterla in discussione o cercare alternative», quanto piuttosto di «una miscela di narcisismo e disprezzo per il sapere specialistico, come se quest’ultimo fosse una specie di esercizio di autorealizzazione»18.

La propensione a cercare informazioni che avvalorino e rafforzino ciò in cui già si crede e a rigettare aprioristicamente quanto possa contraddirlo non nasce certo con internet ma è indubbio quanto questo si presti al meccanismo del “bias di conferma”. Se le leggende popolari e altre superstizioni sono tipici esempi di bias di conferma e di argomentazioni non falsificabili, i casi più estremi, sostiene Nichols, sono ravvisabili nelle teorie complottistiche. «I teorici del complotto manipolano tutte le prove tangibili per adeguarle alla loro spiegazione, ma, quel che è peggio, usano anche l’assenza di prove come conferma ancora più definitiva. […] Fatti, assenza di fatti, fatti contraddittori: tutto è una prova. Nulla può mettere in crisi la convinzione su cui si basa la teoria»19.

Il successo del genere conspiracy thriller, continua Nichols, deriva anche dal suo eroicizzare l’individuo che trova la forza e il coraggio di combattere contro una grande cospirazione capace di soffocare qualsiasi altro comune mortale. «La cultura americana, in particolare, è attratta dall’idea del dilettante di talento (in contrasto, per esempio, con gli esperti e le élite) che può sfidare interi governi – o organizzazioni addirittura più grandi – e vincere»20. Le teorie del complotto, che oggi sembrano sembrano derivare soprattutto dal disorientamento economico e sociale provocato dalla globalizzazione, risultano particolarmente attrattive per coloro che hanno difficoltà a dare un significato alla complessità e non sono in grado o non intendono compiere lo sforzo necessario per approfondire spiegazioni meno suggestive21. L’alternative right è prosperata online anche grazie a tutto ciò.

Se nel successo di Trump numerosi commentatori hanno visto una sorta di reazione della “gente qualunque” sentitasi abbandonata dallo snobismo liberal, in realtà, secondo Angela Nagle, a darsi è stato piuttosto il passaggio

da una certa forma di elitismo sottoculturale a un improvviso amore per il proletariato, addirittura per il disinteressato sostengo dei meno fortunati, come se la destra sostenesse da sempre argomenti come quelli di Thomas Franck e non, come in effetti era sempre accaduto, tesi favorevoli alla diseguaglianza o altri argomenti misantropici o economicamente elitari a sostegno della gerarchia naturale22.

Ben da prima che la retorica della “gente qualunque” diventasse onnipresente sui siti di destra, personaggi dell’alt-right come Milo Yiannopoulos si facevano fotografare con t-shirt recanti la scritta “Stop Beeing Poor”, riprendendo una maglietta sfoggiata da Paris Hilton. Dopo il successo trumpiano lo stesso Yiannopoulos ha tenuto diverse conferenze sulla “nuova classe operaia bianca”.

A fronte di questo improvviso interesse per la classe operaia bianca, occorre sottolineare come nell’ambito dell’estrema destra statunitense vi fosse la tendenza a rigettare l’idea dei conservatori che voleva la massa come loro “naturale” alleato ritenendo piuttosto ormai irrecuperabile la società massificata e indottrinata dal “multiculturalismo femminista di sinistra”. Nell’universo dell’alt-right sul web prevale da tempo una sottocultura snobistica verso le masse e la cultura di massa; la destra radicale online si vuole ristretta avanguardia altra rispetto alla massa nei cui confronti guarda con diffidenza quando non con ostilità.

Sono state proprio le idee incredibilmente vacue e fraudolente della trasgressione controculturale a creare il vuoto in cui oggi può confluire qualsiasi cosa purché ostenti sdegno dei gusti e dei valori manistream. È proprio questo che ha permesso che una cultura oggi evidente in tutto il suo orrore venisse romanticamente interpretata dai progressisti come una forza di opposizione all’egemonia culturale. La verità che tutto ciò ha svelato, secondo [Angela Nagle], è che sia la cultura vicina alla destra di 4chan, sia quella politicamente ipercorretta dell’accademia, hanno subito il fascino controculturale dello sdegno per tutto ciò che è di massa23.

Angela Nagle sottolinea anche come i Cultural Studies della Scuola di Birmingham abbiano guardato con occhi eccessivamente acritici alle sottoculture esaltandole per la loro carica radicale, trasgressiva e antiegemonista. Tale benevolenza deriverebbe, secondo la studiosa Sarah Thornton24, dal desiderio di trovare nelle sottoculture una sponda utile a contrastare le ideologie dominanti e perché tanto l’oggetto di studio (le sottoculture) che chi le affrontava (studiosi) erano accomunati da una sostanziale ostilità nei confronti della società di massa.

Il limite di approcci come quello di Dick Hebdige25, secondo Thornton, consiste nella tendenza a guardare alle sottoculture come a realtà nude e pure, mentre, a suo avviso, queste si intrecciano inevitabilmente con l’ambito mainstream e ciò risulterà sempre più evidente a partire dagli ultimi decenni del vecchio millennio quando il sistema si è dimostrato perfettamente in grado di riassorbire anche le spinte culturali più provocatorie rendendole profittevoli26:

rispetto alla scena inglese indagata da Hebdige le cose sono cambiate e parecchio, tanto da rendere oggi problematico anche solo ricorrere al termine sottocultura nelle modalità con cui vi si ricorreva qualche decennio fa. Ad essere mutata è anche la capacità della macchina del business di mercificare e di riassorbire fenomeni nati più o meno con intenzioni sottrattive, se non antagoniste, rispetto al sistema stesso. […] Da qualche tempo lo stesso ricorso alla provocazione è divenuto una strategia utilizzata con una certa frequenza dalla cultura e della moda manistream. […] Nella contemporaneità sembra ormai che normalità e devianza, da questo punto di vista, siano due strade, nemmeno così diverse, che conducono all’omologazione della mercificazione. Indipendentemente da quale sia il percorso seguito, le identità faticosamente costruite necessitano comunque di conferme, di una patente ottenuta attraverso una pubblica accettazione e qua fanno capolino i social network, ove i like o altri indicatori di apprezzamento rappresentano l’unità di misura del successo davanti al pubblico27.

Nelle sottoculture geek, sostiene Angela Nagle, l’idea di preservare il proprio ambito da contaminazioni che potrebbero “normalizzarlo” è molto presente. In tali ambienti generano forte disprezzo, ad esempio, le giovani ritenute un po’ superficiali con gusti mainstream che tentano di inserirsi nelle sottoculture alt-right utilizzando scorrettamente gli indicatori di appartenenza al gruppo dimostrano così di non aver compreso lo status elitario dei suoi appartenenti e per questo sono trattate con ostilità.

Come molte sottoculture, anche quelle della galassia alt-right, quasi sempre dominate da nerd maschi e bianchi, guardano con ostilità a tutto ciò che non appartiene alla loro cerchia. Chi, ad esempio, non trova esaltante il ritorno al separatismo razziale o l’idea di porre fine all’emancipazione femminile viene frequentemente accusato in internet, soprattutto se donna, di essere “normie” e “basic bitch”. «Siamo al punto che l’idea di essere figo/controculturale/trasgressivo può mettere un fascista in posizione di superiorità morale rispetto a persone normali», scrive Nagle; occorre dunque «riconsiderare il valore di queste idee di controcultura ormai stantie e logore»28.

Angela Nagle, oltre all’indubbio merito di ricostruire i conflitti culturali online degli ultimi decenni che hanno contribuito a formare l’immaginario di tanti giovani statunitensi che nel frattempo si sono fatti adulti, mostra anche come ribellione, provocazione e logiche controculturali che prendono di mira il sempre più logoro establishment non siano affatto esclusiva di una sinistra che, quando non si palesa essa stessa come establishment, ha saputo esprimere

un progressismo puramente identitario e autoreferenziale, cresciuto a sua volta nelle sottoculture web e arrivato poi nei campus universitari […]. Tutto d’un tratto sembrano lontanissimi i giorni dell’utopia, della rivoluzione digitale senza leader di Internet, quando i progressisti si rallegravano che “il disgusto” fosse “diventato un network” e fosse esploso nella vita reale29.

Quel disgusto fattosi network online non ha fatto che rigurgitare dapprima sullo schermo, poi fuori da esso, i peggiori istinti di esseri umani alienati e incapaci di mettere radicalmente in discussione un modello economico, di vita e di relazioni sociali che rappresenta la causa principale delle loro sofferenze.

Di certo la via di uscita non la si otterrà inseguendo le promesse reticolari-partecipative di un web sempre più indirizzato al controllo comportamentale e predittivo, capace di estrarre profitto anche dalle pretese antisitemiche sullo schermo più radicali, né rincorrendo le logiche della “pillola rossa” rivelatrice di verità il più delle volte coincidenti con semplicistici ribaltamenti di quanto passa il manistream, credendo davvero che le culture dei due ambiti siano nettamente differenziabili.

Le tecnologie della connettività online che stanno facendo la fortuna dell’alterntive right si stanno rivelando inadeguate allo sviluppo di esperienze realmente trasformative della realtà in senso libertario e solidaristico.

Sulla Rete riecheggiano e si amplificano i problemi di quella che abbiamo chiamato società del comando: la disgregazione sociale, la precarietà, la frattura tra dinamismo psicosomatico e realtà sociale, il carattere oppressivo e discontinuo del potere governamentale. Se si vogliono dare nuove prospettive al pensiero della resistenza o dell’antagonismo bisogna ripartire da qui, dalle derive della singolarizzazione che distorce la socializzazione e determina alienazione. Se l’obiettivo è quello di riuscire a organizzare le nostre singolarità in una soggettività politica, […] non si tratta più di liberare un desiderio ormai addomesticato o una pulsionalità repressa, ma di dare una forma sostenibile e vitale alla corporeità, oggi sempre più esaltata e allo stesso tempo mortificata nelle dinamiche del consumo e dello sfruttamento30.

In astinenza da piazze e socialità novecentesche, occorrerà  negare sostegno a un establishment impresentabile, non tanto perché “corrotto” ma innanzitutto in quanto espressione di un sistema di per sé indifendibile, e al contempo evitare di farsi prendere dalla frenetica ricerca di facili quanto improbabili scorciatoie ottenute attraverso semplicistici “ribaltamenti” di quanto è mainstream, di guardare a indigeribili alleanze, di indirizzarsi verso logiche complottistiche e parole d’ordine improponibili pensando davvero di poter controllare il mostro anziché farsi dominare da questo.

La pillola rossa dell’alt-right – serie completa


Bibliografia

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  1. Matteo Bittanti, Introduzione: Make Videogames Great Again, in Matteo Bittanti (a cura di), Game Over. Critica della ragione videoludica, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 14. 

  2. Kristin Bezio, Ctrl-Alt-Del: GamerGate as a precursor to the rise of the altright, in “Leadership”, 2018, vol. 14, n. 5. 

  3. Anita Sarkeesian, Anita Sarkeesian Looks Back at GamerGate, in “Polygon”, 23 dicembre 2019 

  4. Michael Salter, Dalla mascolinità geek a Gamergate: la razionalità tecnologica dell’abuso online, in Matteo Bittanti (a cura di), Game Over. Critica della ragione videoludica, Mimesis, Milano-Udine, 2020. 

  5. Ivi 142 

  6. Ivi, p. 143. 

  7. Ivi, p. 169. 

  8. Ivi, p. 146. 

  9. Ivi p. 147. 

  10. Ivi, pp. 149-151. 

  11. Ivi, p. 161. 

  12. Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano, 2017. 

  13. Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 56-57 [su Carmilla]

  14. Alessandro Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, 2017, p. 22 [su Carmilla]

  15. Alessandro Dal Lago, Populismo digitale, op. cit., pp. 73-74. 

  16. The People v. O.J. Simpson: American Crime Story (2016) – prima stagione della serie televisiva American Crime Story prodotta da FX Netwoks – riprende il libro di successo The Run of His Life: The People v. O.J. Simpson (1997) di Jeffrey Toobin. 

  17. Cfr. Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto, op. cit. 

  18. Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Luiss University Press, Roma 2023, p. 13. 

  19. Ivi, p. 69. 

  20. Ivi, p. 71. 

  21. Cfr.: Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, prima parte, in “Internazionale”, 15 ottobre 2018; Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte, in “Internazionale”, 29 ottobre 2018 

  22. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018,, pp. 143-144. 

  23. Ivi, p. 149. 

  24. Sarah Thornton, Club Cultures. Music, Media and Subcultural Capital, Polity Press, Cambridge, 1995. 

  25. DickHebdige, Sottocultura. Il significato dello stile, Meltemi, Milano, 2017. Sul volume si veda: Gioacchino Toni, La rivolta dello stile. Dick Hebdige e la “sottocultura”, in “Il Pickwick”, 18 ottobre 2017. 

  26. Gioacchino Toni, Estetiche inquiete. Quando lo street style diventa mainstream, in “Carmilla”, 5 giugno 2022. 

  27. Gioacchino Toni, La rivolta dello stile. Dick Hebdige e la “sottocultura”, op. cit. 

  28. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, op. cit., p. 152. 

  29. Ivi, p. 168. 

  30. Pablo Calzeroni, Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 126-127 [su Carmilla]

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La pillola rossa dell’alt-right – 2 https://www.carmillaonline.com/2023/07/14/la-pillola-rossa-dellalt-right-2/ Fri, 14 Jul 2023 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77740 di Gioacchino Toni

Come visto precedentemente [su Carmilla], gli ambienti mediali si sono rivelati in grado di intensificare gradualmente l’odio provato da un individuo agendo sulle sue capacità decisionali fornendogli opportunità volte a stimolare e soddisfare i suoi desideri più riprovevoli su cui canalizzare frustrazioni e disillusioni maturate quotidianamente.

L’alt-right online si è dimostrata efficace nell’integrare ideologie debolmente correlate a temi e argomenti di grande interesse. Luke Munn ha ricostruito il processo attrattivo della destra alternativa statunitense: attraverso un calibrato periodo di acclimatazione viene definita una nuova base cognitiva [...]]]> di Gioacchino Toni

Come visto precedentemente [su Carmilla], gli ambienti mediali si sono rivelati in grado di intensificare gradualmente l’odio provato da un individuo agendo sulle sue capacità decisionali fornendogli opportunità volte a stimolare e soddisfare i suoi desideri più riprovevoli su cui canalizzare frustrazioni e disillusioni maturate quotidianamente.

L’alt-right online si è dimostrata efficace nell’integrare ideologie debolmente correlate a temi e argomenti di grande interesse. Luke Munn ha ricostruito il processo attrattivo della destra alternativa statunitense: attraverso un calibrato periodo di acclimatazione viene definita una nuova base cognitiva per ciò che è accettabile; dal momento in cui il discorso viene riconosciuto come consueto e condivisibile, l’utente viene accompagnato in modo “naturale” verso lo stadio successivo ove incontrerà immagini più forti e discorsi più radicali.

Naturalmente, gli individui affiliati anche in modo informale all’alt-right sono relazionali nel senso che sono connessi a vaste infrastrutture sociali e comunità online. Ma non appartengono a un’organizzazione e nemmeno a una cellula. Infatti, questi giovani, spesso disoccupati, si ritirano intenzionalmente dalla società, abbracciando il loro nuovo isolamento sociale anziché rifuggerlo […] Le recenti violenze perpetrate dall’alt-right sono difficili da prevedere e prevenire. Il razzismo e la xenofobia degli aggressori sono stati alimentati, coltivati e incoraggiati negli ambienti più disparati della rete […] Istigando soggetti alienati attraverso una retorica basata sull’odio e l’antagonismo, l’esito non può che essere distruttivo. Le condizioni che alimentano e incentivano l’indignazione, che incitano alla violenza, che perpetuano gli stereotipi razzisti, prima o poi spingeranno un soggetto particolarmente impressionabile e psicologicamente debole a comportamenti estremi1.

Gli individui che esprimono idee vicine all’alt-right sono il più delle volte persone comuni – spesso giovani bianchi disoccupati che si isolano intenzionalmente dal resto della società – che, un passo alla volta, meme dopo meme, video dopo video, hanno maturato convinzioni che considerano corrette e lapalissiane. Pur non facendo parte di gruppi “emarginati” o “assediati”, i discorsi di molti uomini bianchi che si sono avvicinati all’alt-right sono infarciti di retorica di persecuzione e vittimismo. Stando a un recente rapporto, circa undici milioni di statunitensi si dicono persuasi che nel loro paese i bianchi siano le “vittime” ed esprimono la profonda convinzione dell’importanza della “solidarietà bianca”2. «In breve, ci sono undici milioni di americani potenzialmente ricettivi ai messaggi dell’alt-right. Considerato nel più ampio contesto della popolazione, il simpatizzante dell’alt-right è un normale radicale e un estremista mainstream»3.

Lungi dall’essere per forza un emarginato, il soggetto su cui può far presa la retorica dell’alt-right è un individuo disilluso e cinico che, anche quando socialmente inserito, non trova felicità nella sua quotidianità e nel sistema politico che la governa. Un individuo alla ricerca di una sua dimensione all’interno di una comunità strutturatasi nell’universo online su una specifica questione che spesso diventa la sua unica questione esistenziale, una figura che, secondo Matteo Bittanti 4, non è molto diversa da quella di tanti gamer appassionati di giochi “sparatutto in prima persona” che magari, in diversi casi, sono usciti dagli schermi per partecipare all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

Oltre che poter contare su una rete di supporter influenti e su un’immensa disponibilità economica, senza le quali, è bene sottolinearlo, nessuna escalation si sarebbe potuta dare, Trump ha saputo sfruttare la cultura dell’altrnative right permettendole di contaminare l’establishment. Nell’analizzare il successo del tycoon statunitense, Alain Badiou5 ha argomentato come a suo avviso le posizioni politico-culturali di questo outsider rappresentino una sorta di “esteriorità interna” al sistema, un’esteriorità dispensatrice di false promesse portate avanti con un linguaggio roboante, violento, demagogico, irrazionale e semplicistico che non ha esitato a recuperare vecchi immaginari nazionalisti, razzisti, bigotti e sessisti, pur presentandoli, talvolta, in maniera nuova.

Come diversi analisti, anche Badiou ritiene che il successo di Trump sia stato costruito sfruttando quel senso di profonda frustrazione derivata dall’incapcità di proiettarsi nel futuro patito da larghi strati della popolazione privi, come sintetizza efficacemente Fabio Ciabatti, di «un insieme sufficientemente forte e articolato di principi condivisi in grado di fungere da mediazione tra il soggetto individuale e il progetto collettivo dell’emancipazione, di costituire un’unione strategica globale di tutte le forme di resistenza e di azione politica»6.

La “pillola rossa” offerta dall’alt-right e la “pillola blu” dispensata dall’establishment, al di là del diverso colore, conterrebbero, in definitiva, il medesimo principio attivo volto a preservare le fondamenta basilari di un sistema che non ammette alternative a sé stesso.

Sandro Moiso individua nella retorica del “duro lavoro”, onnipresente nel discorso dell’alt-right trumpiana, uno degli elementi cardine del suo successo tra la working class statunitense.

Perché è proprio nel concetto di lavoro inteso come partecipazione alla creazione della ricchezza della Nazione che si nasconde la grande fascinazione esercitata dal fascismo su una parte significativa della classe operaia. Nazionalismo, razzismo, esclusione e prevaricazione di genere, bellicismo non sono altro che i corollari, a livello ideologico, di un concetto che è penetrato in profondità nella mentalità di coloro che collegavano e collegano ancora il benessere proprio alla fatica e allo sfruttamento produttivo. […] Il barbecue famigliare e buy american cui il nuovo presidente invita i suoi elettori è fatto di cibo spazzatura e di illusioni di grandezza, di violenza e odio nei confronti degli immigrati e di qualsiasi nemico. Esterno o interno che sia7.

Tutto ciò, sostiene Moiso, era già presente, per quanto in maniera meno esplicitata, in quell’establishment di cui l’universo alt-right trumpiano si dichiara nemico. Rispetto alla tranquillizzante “pillola blu” proposta dall’establishment liberal-democratico o conservatore, ciò che la “pillola rossa” alt-right trumpiana ha esplicitato è «l’intima connessione tra interesse privato e nazionale che è il fondamento dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta. Da cui deriva l’intrinseca e inscindibile connessione che corre tra le politiche liberali e il loro rovescio apparente: il fascismo»8.

Se al fine di “smascherare” qualche personaggio o istituzione dell’establishment nel corso del tempo hanno fatto ricorso a forme di “hacktivismo moralizzatore” tanto militanti di sinistra che di destra, questi ultimi hanno saputo garantirsi una certa egemonia all’interno della chan culture. Spetta a 4chan il ruolo di apripista in tale ambito. Per dare un’idea del bacino su cui ha potuto contare la cultura di destra fattasi egemone su 4chan, basti pensare che la sezione del forum Something Awful intitolata The Anime Death Tentacle Rape Whorehouse, inaugurata nel 2003, luogo di ritrovo di tanti appassionati di anime giapponesi, ha  raggiunto circa 750 milioni di visualizzazioni mensili nel 2011.

Attraverso una prolifica produzione di meme e troll la comunità di 4chan ha dato voce a una cultura profondamente misogina di appassionati di videogame di guerra e di film come Fight Club (1999) di David Fincher e The Matrix (1999) di Lana e Lilly Wachowski, per quanto letti da una prospettiva probabilmente altra rispetto a quella degli autori. L’anonimato consentito dal sito ha certamente incoraggiato i partecipanti a esprimersi senza freni in un’escalation sempre più sguaiata in cui l’ironia e la parodia hanno finito per intersecarsi con le provocazioni, le minacce e gli insulti della destra radicale. «La troll culture di 4chan brulicava di razzismo, misoginia, deumanizzazione, pornografia disturbante e nichilismo anni prima di diventare una forza centrale dietro l’estetica e lo humor della alt-right»9.

Ad accomunare tanti frequentatori di 4chan e gli estremisti della destra più radicale è stata la comune insofferenza nei confronti del politcally correct, del femminismo, del multiculturalismo e, soprattutto, il timore che tali tendenze potessero “infettare” il loro mondo online privo di regole e dominato dall’anonimato. Il livello degli insulti e delle minacce online ha spesso preso come bersaglio le donne accusate, in definitiva, di aver condotto al declino del “maschio occidentale”. Nella preoccupazione per la mascolinità bianca e occidentale che emerge in molta web culture anonima e priva di leader, secondo Nagle, si potrebbero cogliere  la avvisaglie di un malessere occidentale che va ben al di là dello specifico.

All’espansione di politiche identitarie liberal ha fatto da contraltare il proliferare di reazioni sempre più sguaiate e incattivite portate avanti, in internet, attraverso raffiche di meme e troll virulenti fino alle minacce dirette con tanto di  pubblicazione di informazioni riservate, indirizzi compresi, dei soggetti presi di mira, soprattutto da parte dei gamer antifemministi, dunque allargando, di fatto, la sfera d’azione al di fuori degli schermi.

Secondo Nagle a diffondere la misoginia – come del resto il razzismo, la transfobia ecc. – presente in internet nelle pieghe del corpo sociale, più che le frange radicali dell’alt-right sarebbe stata la sua componente maggioritaria, la cosiddetta alt-light, grazie a personaggi come Milo Yiannopoulos, molto popolare su Twitter e su diversi blog, Mike Cernovich, autore di una celebre guida all’essertività maschile, e una schiera di produttori di meme (Pepe the Frog ecc.) mossi, più che da una visione politica precisa, dalla propensione al politicamente scorretto fine a sé stesso.

Sebbene si tenda ad associare la cultura della trasgressione alla sua manifestazione negli anni Sessanta del secolo scorso nell’ambito di quella rivoluzione sessuale che ha nei fatti minato alle fondamenta la famiglia tradizionale, di per sé, sostiene Angela Nagle, la trasgressione si è storicamente mostrata «ideologicamente flessibile, politicamente intercambiabile e moralmente neutr[a]» tanto da poter «caratterizzare la misoginia tanto quanto la liberazione sessuale»10.

Figure di spicco delle battaglie culturali condotte dalla destra trumpiana come Milo Yiannopoulos e Allum Bokhari nel tratteggiare il pantheon intellettuale dell’alternative right citano personalità quali: Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente, 1918); H.L. Mencken, avverso al New Deal e promotore di una critica nietzschiana alla religione e alla democrazia rappresentativa; Julius Evola, soprattutto per la sua esaltazione dei valori tradizionali maschilisti; Samuel Francis, paleoconservatore avverso al neoconservatorismo capitalista. Anche la Nouvelle Droite francese rientra nell’eterogeneo pacchetto di influencer a cui guarda l’alt-right statunitense.

Durante gli anni della presidenza Obama, sostiene Nagle, i millenial liberal dotati di buon livello culturale non hanno approfittato dello spazio offerto dai nuovi media dopo il declino dei quotidiani e delle televisioni generaliste, tradizionali luoghi di dibattito politico. Si sono limitati a riempire le piattaforme di contenuti melensi, pieni di sentimenti edulcorati ritenendoli sia attrattivi che utili a costruire identità politica.

Affetto da miopia o da sprezzante disinteresse e snobismo, l’universo liberal non ha saputo/voluto vedere come nel frattempo l’alt-right stesse costruendo un impero mediatico online alternativo e stratificato capace di intercettare «adolescenti che creavano meme ironici e pubblicavano online contenuti contrari all’etichetta comportamentale di Internet formavano un esercito di riserva di produttori di contenuti, composti perlopiù di immagini in stile manga e anime spesso utilizzati in un contesto di umorismo nero»11.

Un esercito facilmente convocabile da parte di celebrità della destra alternativa online come Milo Yiannopoulos, Andrew Breitbart, Cathy Young, Mike Cernovich, Alex Jones, Richard Spencer, ecc. Un mileu di personalità decisamente eterogeneo per quanto accomunato dal livore nei confronti della politica e del giornalismo tradizionali che, dopo l’elezione di Trump, evento che ha ulteriormente rafforzato la loro notorietà mediatica, in molti casi ha dato luogo, come prevedibile, ad esasperate lotte intestine.

La metafora della “pillola rossa” ha permesso tanto ai misogini quanto ai razzisti di raccontare come si sono “risvegliati” «dall’ingannevole prigione mentale del pensiero liberal»12. L’alt-right ha un ruolo di primo piano nella cosiddetta  “maschiosfera”, ambito egemonizzato dalla misoginia di individui in preda a forme di risentimento nei confronti delle donne, come nel caso di quanti si dichiarano soggetti al “celibato involontario” o denunciano le preferenze delle donne per i “maschi alfa” su quelli “beta”. «Sotto i vessilli del “movimento degli uomini” negli Stati Uniti si sono riuniti gruppi di diverso orientamento, da quelli cristiani come i Promise Keepers al movimento mitopoietico del poeta Robet Bly, impegnato nella ricerca dell’autenticità maschilista persa in una società moderna femminilizzata e atomizzata»13.

Tra le figure più note della galassia in cui misoginia e razzismo si mescolano vi è sicuramente James C. Weidmann (“Roissy in DC”) autore di proclami in cui miscela psicologia evoluzionista, antifemminismo e difesa della razza bianca dicendosi convinto che il “declino della civiltà bianca” derivi dall’immigrazione, dalla mescolanza razziale e dalla scarsa attività procreativa delle donne bianche “fuorviate dal femminismo”. Secondo Weidmann, tale declino potrebbe essere invertito attraverso la “restaurazione del patriarcato” e la “deportazione di chi non è bianco”.

Il sito Vox Day, oltre a vedere nel femminismo una minaccia per la civiltà occidentale, palesa la sua contrarietà al concetto di “stupro nel matrimonio” ritenendolo “un attacco all’istituto del matrimonio, al concetto di legge oggettiva e, di fatto, al fondamento stesso della civiltà umana”. Il movimento separatista di uomini eterosessuali Men Going Their Own Way (MGTOW) rifiuta “relazioni romantiche” con donne per protestare contro la cultura che le invita alla realizzazione personale e all’indipendenza. Tra i personaggi più in vista a cui si rifà il movimento vi è lo scrittore maschilista e suprematista bianco Francis Roger Devlin, nemico della “morale elastica” e della “confusione dei ruoli”.

Secondo Nagle molti giovani statunitensi sono attratti dalla galassia dell’estrema destra per il suo denunciare la rivoluzione sessuale come causa delle unioni matrimoniali sempre meno durature e per il suo aver posto fine ai vincoli del matrimonio non appena scemato il rapporto d’amore sgravando i coniugi dal tradizionale obbligo di sacrificarsi per la famiglia. Il prolungarsi indefinito dello stato di irresponsabilità adolescenziale avrebbe dunque condotto a una gerarchia sessuale in cui le donne, rotti i vincoli di monogamia, si concederebbero quasi esclusivamente ai maschi al vertice della piramide sociale condannando tanti altri al celibato involontario.

L’ostilità viscerale degli uomini nei confronti delle donne presente sul web sembra spesso mossa da un senso di rivalsa nei loro confronti. «Sono proprio i giovani uomini con difficoltà relazionali con l’altro sesso e che hanno sperimentato il rifiuto a riempire spazi come Incel, la sezione di Reddit dedicata al celibato involontario, nella quale cercano consigli o soltanto la possibilità di esprimere la propria frustrazione»14. La rabbia che cova tra i livelli inferiori della “gerarchia sessuale”, ossia i maschi che si sentono scarsaemnte desiderati dalle donne, è tale da esplodere, in taluni casi, in maniera estrema.

Alla maschiosfera appartengono anche i Proud Boys, fondati da Gavin McInnes, che si rifanno alla dottrina “No Wanks” e che indicano tra i loro principi guida: «governo minimo, massima fedeltà, opposizione alla correttezza politica, diritto a detenere armi, guerra alle droghe, confini chiusi, opposizione alla masturbazione, culto dell’imprenditorialità e culto delle casalinghe»15. McInnes ha più volte affermato di aver derivato alcune linee di condotta dalla scena hardcore statunitense degli anni Ottanta; non a caso le stesse produzioni grafiche dei Proud Boys riprendono la pratica do-it-yourself degli ambienti punk-hardcore.

L’eterogeneo universo dell’alternative right statunitense si contraddistingue anche per la presenza di una serie di teorie del complotto proliferate e cresciute online poi, in taluni casi, uscite dagli schermi fino a raggiungere il manistream16.

I teorici del complotto lavorano sullo stupore, sulla fascinazione, sui punti di vista inconsueti. Nel fare questo, intercettano e soddisfano bisogni autentici: nelle nostre vite abbiamo bisogno di sorpresa, meraviglia, nuove angolature da cui guardare il mondo e sentirci diversi. I teorici del complotto forniscono tutto ciò e fanno sentire speciali i loro seguaci. Non a caso usano la metafora della “pillola rossa” tratta dal film Matrix: prendere la pillola rossa significa scoprire la verità sul complotto e vedere finalmente la griglia nascosta della realtà»17.

[continua]


La pillola rossa dell’alt-right completo: Parte 1 – Parte 2  – Parte 3


  1. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 158-159. 

  2. Cfr. George Hawley, The Demography of the Alt-Right, in “Institute for Family Studies”, 9 agosto 2018. 

  3. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, op. cit., p. 161. 

  4. Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, Milano-Udine, 2023 [su Carmila] 

  5. Alain Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2018. 

  6. Fabio Ciabatti, Dopo Trump, il rilancio dell’idea comunista per superare lo sgomento, in “Carmilla”, 12 maggio 2018. 

  7. Sandro Moiso, Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo), in “Carmilla”, 21 febbraio 2017. 

  8. Sandro Moiso, Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo), op. cit. 

  9. Ivi, p. 149. 

  10. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018, p. 53. 

  11. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018, p. 66. 

  12. Ivi, p. 126. 

  13. Ivi, p. 125. 

  14. Ivi, p. 139. 

  15. Ivi, p. 135. 

  16. Cfr.: Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, prima parte, in “Internazionale”, 15 ottobre 2018; Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte, in “Internazionale”, 29 ottobre 2018. 

  17. Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte, op. cit. 

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Il radicalismo conservatore: il caso austriaco https://www.carmillaonline.com/2022/09/10/il-radicalismo-conservatore-il-caso-austriaco/ Sat, 10 Sep 2022 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73767 di Armando Lancellotti

Natascha Strobl, Le nuove destre. Un’analisi globale del conservatorismo radicalizzato, LEG Edizioni, Gorizia, 2022, pp. 126, € 14,00

Quando Natascha Strobl – politologa e pubblicista viennese – dava alle stampe il volumetto recentemente tradotto in Italia da LEG Edizioni (Radikalisierter Konservatorismus. Eine Analyse) era l’estate del 2021 e il governo austriaco era ancora retto da Sebastian Kurz, leader della ÖVP (Österreichische Volkspartei), il Partito popolare austriaco. Si trattava del secondo governo guidato dal giovanissimo cancelliere federale, dal momento che il primo aveva preso il via a seguito della sua netta [...]]]> di Armando Lancellotti

Natascha Strobl, Le nuove destre. Un’analisi globale del conservatorismo radicalizzato, LEG Edizioni, Gorizia, 2022, pp. 126, € 14,00

Quando Natascha Strobl – politologa e pubblicista viennese – dava alle stampe il volumetto recentemente tradotto in Italia da LEG Edizioni (Radikalisierter Konservatorismus. Eine Analyse) era l’estate del 2021 e il governo austriaco era ancora retto da Sebastian Kurz, leader della ÖVP (Österreichische Volkspartei), il Partito popolare austriaco. Si trattava del secondo governo guidato dal giovanissimo cancelliere federale, dal momento che il primo aveva preso il via a seguito della sua netta e brillante affermazione elettorale del dicembre 2017, che aveva dato luogo alla coalizione “turchese-blu” con la FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), il Partito della libertà austriaco, ossia la formazione di estrema destra portata alla ribalta della scena politica austriaca ed internazionale una ventina di anni prima da Jörg Haider. Il primo governo Kurz fu travolto nella primavera del 2019 dal cosiddetto “Ibiza-gate”, che vide coinvolti soprattutto gli esponenti della FPÖ, che nelle successive elezioni anticipate subì un ridimensionamento tale da vedersi esclusa dal nuovo governo; ma questo non riguardò il partito di Sebastian Kurz, che, forte di un nuovo solido successo elettorale, diede il via al proprio secondo mandato, guidando una colazione governativa con i Verdi. Nuove accuse e sospetti di corruzione hanno poi indotto il cancelliere Kurz alle dimissioni verso la fine del 2021, cosa che, ad oggi, non ha però impedito alla medesima coalizione tra Partito popolare e Verdi di continuare a governare la Repubblica austriaca.

Questa premessa si è resa necessaria per tratteggiare la cornice politica entro la quale Natascha Strobl elabora e propone le proprie interessanti analisi, indirizzate alla descrizione e alla comprensione del fenomeno del “conservatorismo radicalizzato”, di cui la ÖVP di Sebastian Kurz rappresenta un esempio significativo, che la studiosa austriaca esamina in parallelo ad altri e in Italia più conosciuti casi, quali quello di Boris Johnson e del partito conservatore inglese e quello statunitense di Donald Trump. L’aspetto più interessante del lavoro di Natascha Strobl consiste proprio nel tentativo di elaborare un modello teorico generale capace di inquadrare un fenomeno politico che va diffondendosi rapidamente in Europa, seppur con aspetti differenti a seconda dello specifico contesto nazionale, e che vede le forze politiche conservatrici spostarsi sempre più decisamente verso posizioni di estrema destra, della quale assumono e assimilano atteggiamenti, parti del discorso e del linguaggio politico, nuclei ideologici, che producono l’effetto della radicalizzazione del conservatorismo politico.

L’analisi della politologa viennese prende le mosse da una ricostruzione delle principali caratteristiche del conservatorismo “classico”, che come ideologia e visione generale della società si è contrapposta, a partire dal XVIII secolo e poi nel XIX, prima al liberalismo illuminista e poi al socialismo. Il conservatorismo è un’ideologia antiegualitaria, che imposta la propria visione della società sui principi della gerarchia, dell’ordine e della proprietà. In essa giocano un ruolo fondamentale il riferimento ai valori tradizionali, in particolare quelli della fede religiosa. «In breve, quindi, intendiamo per conservatorismo un atteggiamento antiegalitario, antirivoluzionario, classista, i cui valori più alti sono l’ordine e la proprietà» (p. 14).
I fascismi “storici” hanno condiviso molti dei principi del conservatorismo, del cui appoggio si sono avvantaggiati nella fase dell’ascesa al potere, ma a differenza di questo non sono antirivoluzionari, anzi, si propongono come portatori di un progetto di ricomposizione conservatrice della società (in opposizione agli stravolgimenti dei processi di modernizzazione liberali, democratici e socialisti), ma attraverso il sovvertimento rivoluzionario delle istituzioni politico statali, che non intende restaurare un regime precedente, bensì crearne uno nuovo, che però si richiama ad un passato originario, capace di fare da mito fondativo, secondo una visione palingenetica della missione politica: l’etnia o razza, la primigenia comunità popolare, ecc. Nel caso del nazismo, a cui Strobl fa maggiormente riferimento, è l’antisemitismo il baricentro attorno a cui ruota tutta la lunga serie di altre diseguaglianze e discriminazioni: antiziganismo, antislavismo, l’ostilità verso le diverse forme di disabilità fisico-mentale e di indisciplina sociale, l’antifemminismo, ecc. Pertanto, conclude Natascha Strobl, «Il conservatorismo è un’ideologia di dominio per la salvaguardia delle relazioni (di proprietà) esistenti. Il fascismo è un’ideologia che – attraverso un (certo) scambio delle élite di potere – vuole superare l’ordine politico esistente» (p. 16).

Il “conservatorismo radicalizzato” odierno è un fenomeno politico ibrido, che nasce dalle molteplici occasioni e forme di contatto tra il conservatorismo e l’estrema destra fascista. La conseguenza è un neofascismo strisciante, che, a differenza dei piccoli gruppi organizzati dell’estrema destra militante più ideologica – facilmente riconoscibili ed emarginabili o comunque marginali – è decisamente più presente di quanto si tenda a credere nelle forme di pensiero diffuse, nelle formule linguistiche più usate, negli atteggiamenti comuni e più frequenti, insomma in tutte quelle che possono considerarsi forme pre-politiche di vita sociale. Questa infiltrazione carsica delle idee di estrema destra è stata resa possibile, dalla fine degli anni ’60, in particolar modo dal fenomeno della cosiddetta Nouvelle Droite in Francia, che si è sforzata di abbandonare il riferimento vetero nostalgico diretto al nazionalsocialismo e al fascismo storici; si è posizionata in un differente campo di lotta e di azione, non solo quello della politica in senso stretto, ma quello “pre-politico” e lo ha fatto adattando ai propri scopi le teorie gramsciane sull’egemonia culturale, al fine di acquisire una posizione di forza a livello del discorso pubblico, che rendesse egemonici i principi, il linguaggio, la mentalità conservatori e fascisti. «Era nata la Nouvelle Droite come spettro ibrido o sovrapposizione tra l’estremismo di destra tradizionale (etnico e neonazista) e il conservatorismo borghese statalista» (p. 21). Anche recenti forme di estremismo di destra nostrane, come CasaPound, vanno ricondotte a quella svolta epocale all’interno del neofascismo del dopoguerra.

Il fenomeno sociologico correlato al conservatorismo radicalizzato è quello della “borghesia grezza” (Rohe Bürgerlichkeit), concetto formulato per la prima volta dal sociologo tedesco Wilhelm Heitmeyer, che – come Natascha Strobl riporta – così lo definisce nel suo saggio del 2018, Autoritäre Versuchungen: «l’attenzione non è sulla classe economica, ma piuttosto sul fatto che sotto un sottile strato di maniere civili e conservatrici (“borghesi”) si nascondono atteggiamenti autoritari che stanno diventando sempre più chiaramente visibili, soprattutto sotto forma di una retorica sempre più rabbiosa» (p. 23). Insomma, secondo il sociologo tedesco, la “borghesia grezza” abbandona definitivamente (ed in particolare in tempi di crisi come quelli attuali) valori quali la giustizia, l’equità, la solidarietà sociale e fa propria un’ideologia fatta di durezza, di rivendicazione e difesa della propria posizione di vantaggio, di disprezzo verso i gruppi più deboli, in nome dei principi di efficienza, utilità, convenienza. Se la violenza non è certo appannaggio di un’unica classe sociale – sottolinea Strobl – tuttavia quella della “borghesia grezza” si nasconde dietro ad una facciata di maniere civili e di comportamenti presentabili e conformi alle regole sociali, che ne favorisce la diffusione e l’affermazione sotto forma di un «conservatorismo molto sicuro di sé e consapevole del proprio potere e così (attraverso istituzioni, i circoli sociali e i media) ha una grande influenza sul clima sociale» (citato da W.Heitmeyer) (p. 24). I grandi partiti conservatori tradizionali, che si spostano sempre di più a destra, si avvantaggiano del fenomeno della “borghesia grezza”, che al contempo alimentano, assumendo elementi ideologici ed atteggiamenti propriamente fascisti e, quando conquistano la guida dei governi, provocando un evidente deterioramento delle istituzioni democratiche.

Natascha Strobl individua di seguito alcuni passi fondamentali attraverso i quali ritiene che sia possibile ricostruire e articolare il percorso di formazione e di sviluppo del conservatorismo radicalizzato: la violazione delle regole; la polarizzazione della scena politica; l’affermazione della figura del leader; la trasformazione antidemocratica dello stato; la messa in scena mediatica; il complottismo e la post-verità.

È opportuno distinguere tra le regole formali, cioè innanzi tutto la Costituzione e le leggi dello stato e le regole informali della vita politica, vale a dire l’insieme di consuetudini e di norme di decoro, moralità e buona educazione politica. I leader del conservatorismo radicalizzato violano programmaticamente e sistematicamente entrambe. Nel primo caso, spesso il vantaggio che si consegue è di molto superiore alle sanzioni previste per la violazione delle leggi. L’esempio a cui Strobl fa ricorso riguarda Kurz e il superamento dei limiti di spesa previsti dalla legge austriaca per la campagna elettorale nel 2017: la sanzione che la ÖVP dovette pagare fu di molto inferiore al vantaggio politico che ottenne, vincendo in modo netto le elezioni. Nel secondo caso, l’effetto che si produce come conseguenza della violazione continua delle regole non scritte dell’azione e del confronto politici è quello di diffondere l’idea che non debbano esserci più regole e che la trasgressione di esse sia comunque possibile, o addirittura lecita ed auspicabile.

Gli oppositori dei conservatori radicali – osserva la studiosa – si illudono che la denuncia delle violazioni delle regole informali e il richiamo al loro rispetto siano sufficienti per rimettere in ordine le cose, ma accade esattamente il contrario, in quanto le menzogne e le infrazioni delle norme del galateo politico rimangono del tutto senza conseguenze, o addirittura e più spesso producono conseguenze positive per chi le compie in termini di popolarità e consenso. «Come Trump, anche Kurz sa che non ci sono conseguenze di nessun tipo se non si fa “la cosa giusta”: gli appelli al decoro e all’onore rimangono inascoltati. Al contrario: il loro successo si basa proprio sul fatto che non fanno quello che si “dovrebbe” fare […]. Una bugia è una bugia, ma una bugia che viene ripetuta senza conseguenze diventa la verità» (pp. 38-39).

Il conservatorismo radicale rivendica per sé populisticamente la rappresentanza della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, che va a costituire il “noi” da contrapporre a “gli altri”, secondo una elementare logica dicotomica e manichea che produce polarizzazione nella società. Si tratta di uno degli aspetti che più evidentemente il conservatorismo radicalizzato ha assunto dall’estrema destra; nel fascismo storico e nel nazismo in particolare, a cui Strobl fa riferimento, la contrapposizione era concepita “biologicamente” come lotta tra il “noi” della comunità etnica-nazionale e “gli altri”, rappresentati soprattutto dagli ebrei e da altre categorie di nemici della razza. Osserva Natascha Strobl: «La versione neoliberale di una visione manichea del mondo è la divisione in operosi e pigri» e i secondi sono definiti tali «per bassezza o debolezza di carattere», a cui si aggiungono frequentemente caratteristiche etniche e di classe sociale. Sono i “chavs”, di cui parlava Boris Johnson nel 2005 sul Daily Telegraph, quando li definiva come il 20% della società inglese, che vive nei quartieri degradati e che vota Labour per ricevere elemosine assistenziali e, aggiungeva, sono «i grezzi, i perdenti, i ladri e i tossicodipendenti e i 70.000 detenuti delle nostre prigioni» (p. 40). Oppure si tratta dei “thugs” (teppisti) di Trump, termine usato dal presidente statunitense per indicare i neri dei quartieri degradati, considerati naturalmente inclini alla violenza, a cui vanno aggiunti i militanti di sinistra, le élite urbane a lui ostili, i musulmani e altre minoranze, che, tutti assieme, formano “gli altri”, dalle minacce dei quali deve essere difesa la working class americana, che Trump ha saputo in buona parte attrarre a sé. Si tratta, però, di una working class rigorosamente bianca e nazionale, minacciata dalla manodopera a basso costo dei migranti, i cui interessi dovrebbero convergere – nella prospettiva di Trump – con quelli della controparte, il capitale nazionale, messo in pericolo dalla concorrenza della globalizzazione finanziaria; i valori di riferimento condivisi ed accomunanti le due parti (capitale e lavoro nazionali e bianchi) sarebbero lo spirito di sacrifico, la cultura del lavoro, il saper “lavorare sodo”, che ancora sopravviverebbero nella provincia statunitense.

Anche Kurz dice qualcosa di simile – osserva Strobl – quando sostiene che a Vienna, in certe famiglie, solo i bambini si alzano alla mattina per andare a scuola, alludendo soprattutto agli stranieri e agli immigrati (pigri e disoccupati) che abitano la multietnica metropoli austriaca, a cui contrapporre e preferire l’incorrotto ambiente rurale, in cui si conserverebbero gli autentici valori nazionali, così come avviene nella provincia americana in opposizione agli ambienti metropolitani. La schiera dei nemici, degli “altri”, si infittisce poi con l’aggiunta degli antifascisti e dei militanti di sinistra in genere, degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, ecc. Il modo di rapportarsi agli oppositori del conservatorismo radicale, preso in toto dall’estrema destra fascista, è quello tipico dell’ordine del discorso complottista, che stereotipizza l’avversario, ne ingigantisce i presunti tratti pericolosi per la comunità dei “noi” e a lui riconduce la ragione di ogni problema o negatività.

Un altro punto fermo dell’estrema destra fascista che i partiti conservatori radicalizzati hanno fatto proprio riguarda la maniera di intendere la leadership politica e il suo rapporto con il partito stesso e con la base, che ricalca le modalità proprie del Führerprinzip fascista: il leader rappresenta in modo assoluto l’intera comunità dei “noi”, che a lui si affida, e scavalca, esautorandoli, gli organi interni e le strutture del partito tradizionale, per riassegnare il potere decisionale alla cerchia ristretta dei consulenti e dei collaboratori di sua fiducia ed esclusiva scelta. Per spiegare questo processo, Natascha Strobl richiama la teoria della “democrazia identitaria” di Carl Schmitt degli anni Venti del Novecento: «Secondo lui, la democrazia è l’unità spirituale tra chi guida e chi viene guidato. Le elezioni si tengono per acclamazione, cioè tramite un sostegno messo in mostra pubblicamente» (p. 58). Si tratta di un processo di “de-democratizzazione” del sistema politico in cui l’azione del popolo si riduce alla legittimazione pubblica del potere del leader-governante. I leader dei partiti conservatori radicalizzati, inoltre, tendono a presentare se stessi come le vittime di trame occulte e di complotti, tesi a diffamarli e a screditarli e come i portatori di “dure verità”, che altri non hanno il coraggio di pronunciare e che solitamente riguardano gli ambiti della giustizia sociale e della migrazione.

«Il pericolo dall’interno viene attribuito a presunti disoccupati pigri e ai migranti o ai rifugiati, mentre la minaccia dall’esterno è rappresentata dai nuovi movimenti migratori di massa che minacciano l’identità del paese. L’anello di congiunzione e l’immagine del nemico unificante è l’indefinita potente rete di attori politici e della società civile di sinistra che si annidano dietro ogni angolo e che controllano i media e persino ampie parti dello stato. […] Questo gioco non è nuovo. È la strategia del populismo di destra alla Haider. La novità è che la strategia di una figura di leadership superpolitica e sovrumana non è più invocata solo dall’estrema destra, ma è portata avanti dalle forze conservatrici» (p. 63).
I bersagli principali verso i quali si dirige l’azione politica del leader dei conservatori radicalizzati sono il sistema giudiziario, considerato attore protagonista delle trame complottiste della sinistra; il parlamento, mal sopportato in quanto strumento politico democratico obsoleto da scavalcare in direzione di un populismo che si regga sul rapporto diretto tra il leader e il popolo, che non necessita di mediazioni; lo stato sociale, da ristrutturare e smantellare, in ossequio alle idee guida del neoliberismo imperante, ma dietro la maschera della presunta tutela degli interessi del proletariato “nazionale”, insidiato da quello straniero e migrante.

Tra gli effetti più manifesti prodotti dal conservatorismo radicalizzato vi è la riforma antidemocratica dello stato. Osserva Natascha Strobl: «La separazione dei poteri, costitutiva del moderno stato nazionale democratico, viene così rapidamente e sistematicamente affievolita. Il cosiddetto quarto potere, i media, viene anch’esso costretto e sabotato, e lo stato sociale, la più grande conquista del movimento sindacale nel XX secolo, viene indebolito» (p. 63).
Il caso austriaco del governo “turchese-blu” del 2017 (ÖVP e FPÖ) guidato da Kurz è quello che Strobl analizza un po’ più nel dettaglio. La riforma del reddito minimo di cittadinanza prevedeva che l’erogazione completa fosse subordinata al possesso o conseguimento di un titolo di scuola dell’obbligo, di certi requisiti di competenza linguistica e di un numero massimo di figli. In questo modo a rimanere tagliate fuori erano un alto numero di famiglie straniere e di migranti. L’elemento apertamente razzista e discriminatorio serviva per affermare un punto fermo ideologico e soprattutto come “distrattore”, sia che lo si condividesse sia che lo si avversasse, capace di mettere in secondo piano il fatto che la piena attuazione di quella riforma avrebbe dato il via allo smantellamento del sistema sociale austriaco e a farne le spese sarebbero stati tutti i lavoratori e le fasce sociali più deboli, anche quelle bianche ad austriache.

Di fondamentale importanza per il successo del conservatorismo radicalizzato e del suo leader è la capacità di utilizzare i media per «praticare la politica in modalità di campagna elettorale permanente» (p. 76), che si regge sulla programmatica e continua costruzione di campagne scandalistiche. Così riflette Natascha Strobl: «Trump ha portato l’industria dello scandalo nel cuore della democrazia statunitense. Sebastian Kurz l’ha portata nel cuore della democrazia austriaca. Quest’ultimo ha il vantaggio di essere considerato un politico serio e rispettabile fin dall’inizio, con la sua tranquilla personalità e il suo modo di presentarsi. Kurz e Trump, tuttavia, adottano entrambi il gioco dell’estrema destra con vecchi e nuovi media. Un esagerato motivo di scandalo, divisivo e rivolto contro le minoranze, viene presentato come prova di una dura verità che finalmente qualcuno ha il coraggio di dire» (p. 80).

Il ricorso aggressivo e spregiudicato ai social media e l’adozione dell’ordine del discorso cospirazionista producono il fenomeno della “stan culture”. «Gli attori del conservatorismo radicalizzato non hanno più solo sostenitori politici, ma veri e propri fan, persino superfan – in contesti pop-culturali sono chiamati “stans” e l’attività corrispondente “to stan”. […] Applicato al campo della politica, questo significa che la gente non si limita più solo a votare per un partito o per dei candidati, ma li segue incondizionatamente. Questi fan […] si legano direttamente a una persona. Il privato e il politico si confondono, l’opinione personale, la conoscenza scientifica e le rivendicazioni politiche si mescolano in un’unica brodaglia. Tutto ciò che la persona oggetto del desiderio del fan fa è giusto, tutto ciò che dice è vero. Qualsiasi critica o opinione dissenziente è illegittima» (pp. 85-86). L’effetto che ne consegue è la creazione di un al di là della verità e della realtà, di una realtà parallela in cui si annullano le differenze tra verità e menzogna, tra spiegazione e stravolgimento della realtà delle cose. Nella dimensione della post-verità il leader del conservatorismo radicalizzato si trova e si muove a proprio agio e il caso statunitense di QAnon e di Trump costituisce l’esempio più esplicito di tutto ciò.

Nelle ultime pagine del lavoro di Natascha Strobl, non manca un riferimento storico – seppur solo abbozzato – a due casi tanto noti quanto importanti di “conservatorismo radicalizzato” del passato: la cosiddetta “rivoluzione conservatrice” tedesca del periodo di Weimar e l’austro-fascismo di Engelbert Dollfuss. Esempi di collaborazione, commistione e sovrapposizione tra conservatorismo e fascismo storico che non poco contribuirono al successo di quest’ultimo in area tedesca poco meno di un secolo fa. Con questo l’autrice non intende compiere una improbabile ed inverosimile sovrapposizione tra presente e passato e paventare un impossibile ritorno del fascismo nelle sue forme storiche, bensì dimostrare come il terreno di contatto tra fascismo e conservatorismo sia più esteso e più poroso di quanto non si possa immaginare e come, in un quadro globale di crisi economico finanziaria che si trascina dall’ormai lontano 2008, di crisi climatica pressoché irreversibile, di crisi sanitaria, di tensioni internazionali, geopolitiche e di guerra – tutti fattori dell’aumento a dismisura delle disparità ed iniquità sociali (internamente ai singoli paesi e tra le diseguali parti del mondo) – le forze conservatrici abbiano saputo affermarsi sulla scena politica, imboccando la via della radicalizzazione e dell’estremismo di destra. Processo per altro favorito dal fallimento epocale delle forze della sinistra di governo, che, abdicando al loro ruolo storico e abiurando i propri ideali, hanno sposato programmi e principi del neoliberismo imperante, lasciando alla destra campo libero di conquistare un crescente consenso popolare.

 

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Le trame e l’ordito della repubblica https://www.carmillaonline.com/2021/11/17/la-trama-e-lordito-della-repubblica/ Wed, 17 Nov 2021 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69084 di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e [...]]]> di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e ricostruzione storica, è anche vero che il ruolo politico ed economico giocato dalla prima all’interno della storia italiana del ‘900 è indiscutibilmente assai più rilevante. Soprattutto, a detta dello stesso Giannulli, per la forte influenza costantemente esercitata «sulle scelte politiche di governo e non solo in materia di politica economica e sindacale, ma anche in politica estera e più in generale sull’indirizzo politico complessivo del governo – soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta».

La ricerca di Catania, pur ripercorrendo a grandi linee la storia dell’associazione degli industriali dalle sue origini fino al Fascismo e alla Repubblica, si sofferma, in particolare, proprio sul ruolo svolto dalla stessa nella fase in cui era al massimo del suo potere. Potere di cui si servì innanzitutto per ostacolare in ogni modo l’ascesa economica, politica e sociale della grande massa dei lavoratori.
E per fare ciò, sia come singoli gruppi imprenditoriali sia come associazione, minacciò più volte, oppure rasentò, lo sbocco del colpo di Stato, finanziando o incoraggiando, indirettamente o direttamente, la destra eversiva di stampo dichiaratamente fascista.

E’ questo un tema importante, non tanto per tornare ancora una volta sulle trame mai chiarite e sulle vittime fin troppo chiare della stagione della “strategia della tensione”, ma piuttosto per far luce, sulla menzogna che sembra costituire l’unica formula identitaria su cui basare la richiesta di una collaborazione tra le classi, rivolta in particolare al coinvolgimento dei lavoratori e dei ceti sociali meno abbienti nell’interesse nazionale, nei momenti di crisi sociale, politica, economica o pandemica che sia: quella della grande unità democratica e antifascista.

Menzogna talmente evidente e di maglia ormai talmente larga che oggi, in occasione di fatti come quello dell’assalto alla sede romana della CGIL, può essere sbandierata tanto dai partiti della sinistra istituzionale e dai sindacati confederali quanto dalla destra parlamentare, anche la più estrema, cui è richiesto ipocritamente di prendere le distanze dalla sua unica fonte di ispirazione, il fascismo1.

Se è vero che, a livello ideologico oppure mitopoietico, l’antifascismo è stato uno dei maggiori collanti istituzionali della Prima Repubblica, è anche vero che mentre i discorsi istituzionali devono per forza esplicitarsi pubblicamente attraverso formule discorsive e retoriche, cariche di significati simbolici, buone per tutti gli usi, l’ordito reale del tessuto dello Stato repubblicano è più sottile e nascosto. Non per complottismo innato, ma per le intrinseche funzioni che lo Stato deve svolgere in quanto rappresentante degli interessi del capitale e dei suoi funzionari.

Non è dunque un caso che, a fronte del ruolo giocato da Confindustria nel definire gli assetti politico-economici della Repubblica succeduta al regime fascista, si abbiano solo indizi, riflessi, echi della reale attività svolta dalla maggiore associazione imprenditoriale italiana, «quasi si trattasse di un attore secondario dello scontro»2.

I documenti che riguardano questo ruolo risultano infatti rari o carenti e la stessa associazione «non è stata molto generosa nel concedere agli storici l’accesso alla propria documentazione d’archivio e, peraltro, anche i grandi gruppi industriali non hanno largheggiato in questo senso. Il mondo imprenditoriale ha preferito agire verso le istituzioni in modo assai discreto, nell’ombra di incontri riservati, di finanziamenti occulti, di diplomazie felpate e tutto questo ha prodotto una certa ritrosia ad aprire il libro dei ricordi»3.

D’altra parte, questa scarsità di documentazione sull’operato “reale” di Confindustria costituisce soltanto uno dei tanti aspetti dell’occultamento e della rimozione di gran parte della storia repubblicana, verrebbe da dire, “profonda”. Al cui centro appunto rimane il tema della continuità con il fascismo o, perlomeno, con l’autoritarismo di cui fu portatore nel segno della modernità capitalistica.

Anche se numerosi sono ormai i saggi sulla continuità di funzionari di ruolo significativo tra il regime e la repubblica4, altrettanto non si può dire a proposito della più generale continuità insita in tutte, o quasi, le istituzioni dello Stato e le sue funzioni5, nonostante lo sviluppo, nell’ambito della ricerca, della cosiddetta storiografia della continuità, cui si richiama lo stesso Catania, ispirata dalle ricerche di Claudio Pavone e S,J. Woolf6.

Il lavoro di Elio Catania, pur inserendosi in tale contesto di ricerca, è il frutto, a detta dello stesso autore: «di oltre dieci anni di ricerche e studio sul tema della strategia della tensione e di quel fenomeno particolare che abbiamo definito pacto del olvido7 nella storia dell’Italia repubblicana».

Il punto di vista intorno a cui si è articolata la ricerca segue due piani:

quello dell’azione pubblica di Confindustria, le pressioni, i legami politici, il lobbysmo e la difesa dei propri interessi, di cui molti autori hanno già ricostruito con cure le vicende particolari; quello della “guerra coperta”, non dichiarata e inconfessabile, che vide l’intero schieramento industriale impegnato per almeno il primo trentennio di vita repubblicana contro il “nemico interno” e i progetti politici che dal loro punto di vista minacciavano gli interessi della produzione […]; in secondo luogo, si è deciso di seguire come un “filo rosso” la formazione del blocco civico-militare che , dopo aver vissuto il momento embrionale negli anni Cinquanta e il preambolo nei Sessanta a cavallo tra dimensione nazionale e internazionale della Guerra fredda, manifesta appieno i suoi propositi nel “quinquennio nero” 1969-74. La strategia della tensione, assunto il suo carattere pienamente di Stato, rimane per noi uno dei principali nodi irrisolti della storia recente nazionale e Confindustria – che usufruì delle modalità della transizione senza rottura del dopoguerra – fu parte integrante di quel blocco civico-militare che, pure nelle sue diverse correnti e ramificazioni, accettò l’alleanza con l’estrema destra e legittimò tutto quanto fosse necessario fare per realizzare il principio destabilizzare per stabilizzare8.

Certo, secondo l’autore, l’azione di Confindustria non può essere considerata omogenea e uniforme, lineare e priva di contrasti al suo interno, poiché:

il punto di vista interno fu sempre diversificato e ciò comportò scontri anche aspri tra le sue correnti – che però si seppero ricompattare al momento opportuno, di fronte alla percepita “minaccia marxista” o in occasione di cicli particolarmente duri e intensi di conflitto sociale. In tal senso, Confindustria, assieme alla coalizione sociale politica di riferimento, riuscì a determinare alcuni caratteri peculiari della modernizzazione in Italia, tra cui il mantenimento per lungo tempo nella condizione di subalternità dei ceti non proprietari, lavoratori, a medio e basso reddito, esclusi dai circuiti di riproduzione sociale e nell’accesso alle risorse9.

L’ordalia capitalistica nei confronti del lavoro vivo ebbe così modo di manifestare la sua potenza non solo attraverso il normale uso degli apparati dello Stato, già preposti al mantenimento all’ordine di classe precostituito, ma anche per il tramite di strumenti eccezionali maneggiati dal terrorismo di stampo fascista e dai servizi… tutt’altro che “deviati”, come invece vorrebbe la vulgata democratica.
A dimostrazione che qualsiasi discorso sulla violenza dovrebbe sempre e immancabilmente distinguere l’uso di classe che di questa può essere fatto dai differenti contendenti. Rifiutando di accogliere in unico abbraccio “nazionalista” tutte le vittime della stessa, come se si trattasse di semplici nomi e date da porre su una linea infinita di “pietre d’inciampo”.

Tale discorso è talmente vero che l’autore apre il suo lavoro iniziando proprio dagli effetti della pandemia da Covid-19 e dalle misure di salvaguardia della produzione e dell’economia, più che della salute, prese. all’inizio del 2020, in quell’area lombarda che proprio negli anni Settanta aveva visto la strategia fascista, appoggiata dal grande capitale, effettuare i due attentati che di fatto delimitarono con chiarezza d’intenti il quinquennio 1969-74: Piazza Fontana e Piazza della Loggia.

Nel citare alcuni drammatici dati riportati da Francesca Nava nel suo bel libro sull’inizio della pandemia a partire dalla Val Seriana10, Catania sottolinea come si sia ormai diffuso a livello di discorso pubblico l’uso sulla storia dell’industria e della finanza italiana «che vuole il capitale privato al centro del progresso e dell’avanzamento storico della società». Mentre, in realtà:

Ci sembra di poter dire che il maggiore attivismo politico della Confindustria e degli operatori privati, che un costo così elevato ha causato in questi nostri tempi recenti di pandemia, non sia fenomeno del solo presente ma abbia radici profonde; soprattutto, che la valutazione positiva di cui è oggetto derivi anche da una rimozione: quella del ruolo svolto, nel determinare indirizzi e forme del modello di sviluppo nazionale, in particolare dalla Confederazione generali dell’industria italiana – CGII, dalla sua fondazione fino alla seconda metà degli anni Settanta, quando i mutati equilibri politici nazionali e internazionali conclusero con un compromesso de facto i lunghi cicli di conflitto sociale al centro dei processi di modernizzazione del Paese. Sebbene infatti il profilo dell’attuale Confederazione industriale sia profondamente diverso da quello della Confindustria storica – basti considerare la fuoriuscita della FIAT nel 2012 e la scomparsa dei principali gruppi che la costituivano -, è possibile rintracciarne la continuità grazie all’indagine storiografica11.

Perciò, nonostante la celebrazione ufficiale del 25 aprile veda sempre tra i protagonisti e i commentatori principali i rappresentanti della stessa e il suo organo di informazione più autorevole, “Il Sole 24 Ore”, i fatti storici dimostrano che il vero nerbo della reazione italiana a qualsiasi tipo di cambiamento sociale, politico ed economico si sia sempre celata proprio nell’anima “dura” dell’associazione degli imprenditori industriali.

Come dimostrano anche i tanti documenti raccolti nell’archivio digitalizzato della Procura di Brescia in occasione del processo per la strage di Piazza della Loggia, che, in particolare, include gran parte del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana. Al cui interno sono custodite anche le perizie realizzate in oltre vent’anni di lavoro dallo storico Aldo Giannulli, di cui l’autore è stato ausiliario, nominato perito dal PM Francesco Piantoni, in occasione della prima fase dell’ultima istruttoria bresciana.

Mentre è spesso fin troppo facile sentir parlare di mandanti anonimi, servizi deviati e fascisti latitanti o morti da anni, è sempre difficile veder venire a galla le responsabilità di un’associazione che è ritenuta, a destra come a sinistra, un’istituzione intoccabile e che, al massimo, viene nominata meno positivamente soltanto in occasione del rinnovo dei contratti di categoria. Elio Catania invece, con coraggio e autorevolezza, sbatte in faccia a tutti una realtà e una storia spesso negate e rimosse, prendendo di punta la grande menzogna su cui si basa anche l’altra: quella della repubblica nata anti-fascista e democratica.

Forse, una ricerca storica come la sua andrebbe accompagnata da un’altra, ancora tutta da svolgere nell’ambito della storiografia della continuità: quella riguardante la mancata approvazione dell’articolo della Carta Costituzionale, che alcuni padri fondatori della Repubblica avrebbero voluto come 3°, destinato a giustificare la reazione del popolo al mancato rispetto del patto costituzionale e di governo. Allora impedito dalla tacita intesa tra DC degasperiana e PCI togliattiano12.

Da quella rimozione del diritto alla resistenza contro un governo autoritario derivano ancora infatti sia la rimozione storica, mediatica e politica di ogni nefandezza attribuibile al grande capitale e, dall’altra, la sin troppo facile criminalizzazione di chiunque, e in qualunque modo, si opponga all’attuale regime. Sia che si tratti dei definire “terroristi” i militanti No Tav valsusini, come ha fatto recentemente l’attuale direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari, che di stabilire lockdown a pioggia senza mai chiudere davvero i luoghi di lavoro, come è avvenuto nella recente pandemia, oppure ancora di scaricare sui singoli individui le responsabilità del diffondersi di una sindemia che affonda le sue radici nello stesso modo di produzione che si vuole difendere ad ogni costo.

Così da dimostrare che, in un paese in cui lo stragismo di Stato ha costituito per anni la cifra politica dell’azione antiproletaria, la continuità con l’autoritarismo fascista non è mai stata spezzata, mentre è stata al contrario rafforzata da tutti i provvedimenti che continuano a negare la legittimità della lotta di classe e della difesa dal basso degli interessi collettivi.

(Il testo di Elio Catania sarà presentato a Milano, in occasione di BookCity, venerdì 19 novembre alle ore 17,30. Interverranno l’autore, Aldo Giannulli e Elia Rosati)


  1. Soltanto per fare un esempio, tra i tanti possibili, si veda qui  

  2. A. Giannulli, Prefazione a E. Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, p.12  

  3. Ivi 

  4. Si veda, a solo titolo d’esempio: Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla repubblica italiana, Einaudi editore, Torino 2017 e 2018  

  5. Si consideri, ad esempio, la mai del tutto avvenuta scomparsa del codice penale Rocco (1930) che resta invece ancora una delle fonti del diritto penale vigente  

  6. C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995 e J. S. Woolf, Risorgimento e fascismo: il senso della continuità nella storiografia italiana, in “Belfagor”, vol. 20, n. 1 (31 gennaio 1965), pp. 71-91  

  7. Il Pacto del Olvido (patto dell’oblio in spagnolo) è la decisione politica dei partiti di sinistra e di destra della Spagna di evitare di affrontare direttamente l’eredità del franchismo dopo la morte di Francisco Franco nel 1975  

  8. E. Catania, Introduzione in E.Catania, op.cit., pp. 18-19  

  9. Ibidem, p. 20  

  10. Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, recensito qui su Carmilla  

  11. E. Catania, op. cit., p.16  

  12. In particolare, fu il partigiano Giuseppe Dossetti, non ancora sacerdote, padre Costituente e componente della Commissione dei 75, a lottare perché fosse uno degli
    articoli della nostra Costituzione. Doveva essere l’art. 3 e così: La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino.
    Si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
    In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, tuttavia non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente  

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Guerrevisioni. Il sangue oltre gli schermi. Uccidere così, come in un videogioco https://www.carmillaonline.com/2021/04/22/guerrevisioni-il-sangue-oltre-gli-schermi-uccidere-cosi-come-in-un-videogioco/ Thu, 22 Apr 2021 21:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65704 di Gioacchino Toni

Ricorrendo alla definizione di videogioco proposta da Marco Accordi Rickards1 che lo vuole “un’opera multimediale interattiva che richiede l’immersione in un mondo simulato e regolato da leggi tecniche ove le azioni del fruitore attivo siano teleologicamente orientate”, è facile comprendere come il suo sviluppo creativo e tecnologico non potesse che sconfinare il territorio del mero intrattenimento per investire ambiti di carattere artistico, scientifico, didattico, divulgativo e militare.proprio ad alcuni sconfinamenti dell’universo videoludico in ambito bellico [...]]]> di Gioacchino Toni

Ricorrendo alla definizione di videogioco proposta da Marco Accordi Rickards1 che lo vuole “un’opera multimediale interattiva che richiede l’immersione in un mondo simulato e regolato da leggi tecniche ove le azioni del fruitore attivo siano teleologicamente orientate”, è facile comprendere come il suo sviluppo creativo e tecnologico non potesse che sconfinare il territorio del mero intrattenimento per investire ambiti di carattere artistico, scientifico, didattico, divulgativo e militare.proprio ad alcuni sconfinamenti dell’universo videoludico in ambito bellico che si intende qua far riferimento dopo aver visto come più che al semplice ricorso dell’apparato militare a tecnologie sviluppate nell’industria dei videogiochi, sembrerebbe essere di fronte, almeno secondo alcune interpretazioni, a uno scambio determinato da un immaginario condiviso.

Matteo Bittanti, nell’introduzione al voluminoso libro da lui curato, Game Over. Critica della ragione videoludica (Mimesis, 2020), afferma perentoriamente che l’immaginario videoludico contemporaneo risulta dominato da due ideologie solo apparentemente contraddittorie:

il fascismo, che si presenta spesso nella modalità stealth del criptofascismo, e il neoliberismo. Queste due espressioni non sono ravvisabili esclusivamente nei prodotti consumati – i videogiochi – ma anche nei consumatori – i videogiocatori. […] Pur non essendo apertamente fascista, la cultura videoludica manifesta evidenti tendenze totalitariste. Infatti, come spiegano Nick Dyer-Witheford e Greig de Peuter, il videogioco nasce come espressione del complesso militare-industriale nordamericano, a sua volta fondato sull’imperialismo, sullo sciovinismo e sull’iper-mascolinità. Prodotti e consumati in un contesto connotato come essenzialmente maschile, i videogiochi hanno a lungo celebrato le figure del “cittadino-soldato, dell’imprenditore, dell’avventuriero cyborg o del criminale aziendale”.2.

Emblematica in tal senso è la campagna d’odio esplosa in ambito videoludico incentrata sul sessismo e, più in generale, su posizioni fortemente reazionarie denominata Gamergate scatenata tra il 2014 e il 2015 negli Stati Uniti da parte di una galassia identitaria che individua il modello normativo del gamer nel maschio bianco eterosessuale, ciò che Andrea Braithwaite e Michael Salter definiscono “mascolinità geek”3.

Secondo quanto ricostruito a posteriori da Sarah Jeong sul “New York Times”4, il Gamergate è stato il primo evento di rilievo a dimostrare come a partire da una discussione priva di rilevanza pubblica, un gruppo di individui, grazie al web, è riuscito a dare vita a una campagna reazionaria di proporzioni spropositate rispetto alla causa scatenate.

La vicenda prende il via nell’agosto del 2014 quando un giovane pubblica su un blog un’invettiva contro l’ex-fidanzata sviluppatrice di videogiochi tirando in ballo anche un giornalista recensore di produzioni videoludiche. Da quel momento numerosi utenti hanno diffuso sul web – sfruttando soprattutto Twitter, 4chan e 8chan – fantasiose ricostruzioni di favori sessuali elargiti dalla ragazza al fine di ottenere dal giornalista una buona recensione (in realtà inesistente). L’episodio è stato abilmente sfruttato da una nicchia di giovani gamer maschi e bianchi per dare vita a un’incredibile campagna votata a denunciare la “corruzione” del mondo dei videogiochi in buona parte, a loro dire, determinata dalla presenza di alcune donne intenzionate, con le loro produzioni, a stravolgere un mondo, quello videoludico, che doveva continuare a restare maschile.

Charlie Warzel ha scritto a tal proposito sulle pagine del “New York Times” che ormai è l’intero web ad essere divenuto una sorta di grande Gamergate.

C’è un fil rouge che collega la pressione su alcune aziende da parte dei seguaci di Gamergate – che ha spinto Intel a ritirare i propri investimenti pubblicitari da siti come “Gamasutra” – alla campagna di Sean Hannity nel 2017 contro il brand Keurig, che ha convinto centinaia di telespettatori di Fox News a gettare dalla finestra le loro macchinette del caffè, filmare il gesto e condividerlo su Twitter. Si tratta del medesimo filo che lega gli youtuber antifemministi che usano Patreon per finanziare i loro massacri e losche campagne di crowdfunding per “costruire il muro” ai complottisti di Pizzagate e QAnon. […] E, naturalmente, c’è la presunta premessa centrale di Gamergate, il bigottismo mascherato da critica ai media5.

Riprendendo il concetto di “razionalità tecnologica” formulato da Herbert Marcuse per denunciare lo svilupparsi, nel corso del Novecento, di una nuova ideologia totalizzante basata sull’innovazione tecnologica, Michael Salter ritiene che il videogioco sia riconducibile alla medesima matrice disumanizzante, pertanto il fenomeno Gamergate confermerebbe come l’universo dei videogame, insieme a quello dei social media con cui si intreccia, sia attraversato da modalità comunicative incentrate sulla prevaricazione e sull’insulto scatenate da quelli che Ian Williams ha perentoriamente definito “soggetti incompleti” dotati di identità fabbricate da aziende che esortano a consumare determinate merci nelle modalità prescritte6, una galassia di individui che riscattano vere o presunte deficienze personali attraverso il surrogato videoludico, dunque privi di reale autorità. Il gamer, sostiene Bittanti, «si serve delle fantasie elettroniche per conferire significato a un’esistenza che considera vuota, deludente o fallimentare»7. Esisterebbe dunque, secondo lo studioso, una sorta di affinità elettiva, di convergenza culturale, tra un certo tipo di gamer e la galassia politica dell’estrema destra.

Aldilà di un’acritica accettazione della logica consumistica – mascherata dalla natura interattiva del videogioco che feticizza il fruitore “attivo”, “partecipativo” e “autonomo” rispetto al presunto consumatore passivo della televisione, del cinema e della letteratura – ciò che preoccupa maggiormente è la convergenza tra l’identità gamer e l’estrema destra8.

A sostengo del proprio convincimento Bittanti ripropone le posizioni di Alfie Bown che ritengono la logica e il tipo di divertimento associati all’attività videoludica come del tutto funzionali alle posizioni politiche di destra per almeno due motivi:

In primo luogo, le ideologie di destra sono pervasive e dominanti nella storia dei videogiochi. Sebbene influenzati dal contesto, i videogiochi hanno a lungo privilegiato temi quali l’espulsione degli “alieni” (da Space Invaders a XCOM), la paura dell’infezione impura (da Half-Life a The Last of Us), il controllo dei confini (da Missile Command a Plants vs. Zombies), la conquista del territorio (da Command & Conquer a Splatoon), la costruzione degli imperi (da Civilization a Tropico), il salvataggio delle principesse (da Mario a Zelda) e la necessità di ripristinare l’armonia naturale (da Sonic a FarmVille). In secondo luogo, i videogiochi spingono l’utente ad agire in modo istintivo, sollecitando un’adesione “spontanea” alle ideologie che essi veicolano. Giocare a Resident Evil non equivale a guardare l’omonimo film, perché il giocatore che impugna il controller percepisce i desideri del videogioco come propri, anziché come i desideri di qualcun altro9.

In un suo recente volume Alessandro Alfieri invita a guardare alla “violenza dell’immaginario” come a una violenza gestita, edulcorata da surrogati utili al mantenimento degli equilibri sociali ma che continua a pulsare sotto la superficie e che, in qualche modo, può farsi violenza agita. «Il web diventa un’ulteriore forma di gestione dell’ira accumulata, che però definisce il passaggio all’azione e perciò stesso alla responsabilità etica: non si tratta più solo di fruire della violenza più o meno palesata nella produzione audiovisiva, ma di partecipare attivamente – anche se “non troppo”»10.

Bittanti ricorda poi come tali derive fascisteggianti non siano tanto diverse da quelle presenti in quel libertarismo estremo che ha definito fin dall’inizio gran parte delle culture videoludiche in rete. Negli ultimi decenni, secondo lo studioso, all’interno della cultura videoludica si è affermata una logica binaria del “noi contro di voi” che si palesa anche nella violenta ostilità che gli hardcore gamer manifestano nei confronti di quanti vengono considerati una minaccia al loro divertimento.

Parafrasando Herbert Marcuse, si potrebbe affermare che il gamer è un uomo a due dimensioni, quelle dello schermo: concepisce infatti la realtà concreta come un’estensione delle fantasie di cui si nutre. Nel momento in cui la realtà smette di conformarsi alle illusioni, le frizioni sono inevitabili. Detto altrimenti, non ci troviamo di fronte a un equivoco epistemologico – la presunta confusione tra reale e virtuale paventata dagli psicologi pop dei talk show televisivi – quanto alla precisa volontà di trasformare dei deliri di onnipotenza in realtà11.

Le parole di Bittanti riferite alla contiguità tra diffusi settori della cultura videoludica e le posizioni politiche dell’estrema destra e della cultura neoliberista sembrano applicabili anche al riversarsi della tecnologia videoludica – intesa non semplicemente come insieme di conoscenze tecnologiche ma, in linea con Michael Salter, come ideologia disumanizzante – direttamente all’interno dell’ambito militare. Vale dunque la pena citare almeno alcuni tra i sempre più numerosi esempi di inquietante sconfinamento videoludico in ambito bellico.

Nel corso di una conferenza internazionale sull’Intelligenza artificiale tenutasi a Melbourne, in Australia, nell’agosto del 2017, più di un centinaio di scienziati ed esperti provenienti da tutto il mondo hanno indirizzato un appello all’ONU per porre fine allo sviluppo dei cosiddetti “robot killer”, sistemi d’arma autonomi in grado di uccidere senza alcun intervento umano. Mentre veniva presa in considerazione l’ipotesi di una moratoria a proposito dello sviluppo di tali armi sia dalle Nazioni Unite che dal Parlamento europeo, che ha votato nel 2018 una risoluzione richiedente la loro messa al bando a livello internazionale12, sono stati diversi gli stati che hanno continuato a sviluppare un arsenale bellico che sembra riprendere quanto introdotto dai videogiochi.

Da tempo l’Israel Aerospace Industries sta sviluppando un particolare tipo di carro armato – denominato Carmel – dotato di sensori, telecamere, completamento privo di finestre visto che l’osservazione dell’ambiente circostante è garantita da uno schermo panoramico che permette di regolare i movimenti e la gestione dell’armamento con i dati che compaiono in costante aggiornamento sul lato dello schermo, proprio come nei videogiochi. Si tratta di un sistema pensato per essere usato da militari giovani che non necessitano di un lungo processo di addestramento essendo abituati alla logica dei videogiochi.

Il Carmel non guarda ai videogiochi solo per l’interfaccia o per quanto riguarda il controllo ma anche per quanto concerne l’implementazione di un’intelligenza artificiale che è stata allenata in larga parte con StarCraft II e che è stata integrata nel carro armato con l’Engine Unity e la piattaforma VBS. StarCraft II viene considerato un allenamento ideale per una IA perché propone situazioni competitive molto varie, in tempo reale e caratterizzate anche da tempi di scontro piuttosto lunghi. Il tutto con informazioni incomplete sui combattenti e con centinaia di variabili. Per migliorare ulteriormente l’IA sono anche stati sfruttati titoli che come DOOM [che] insegnano strategie diverse per gli spostamenti, l’individuazione degli obiettivi, la selezione delle armi e altre capacità autonome. Grazie a queste implementazione si dà vita a un mezzo corazzato che ha modalità completamente autonome, semiautonome e completamente manuali13.

Altro caso di sconfinamento del videogioco in ambito militare riguarda il sistema di gestione dei sottomarini nucleari della US Navy elaborato da Microsoft sull’onda della sua esperienza relativa al controller Xbox dei videogiochi, sistema che è stato preferito al tradizionale joystick realizzato da Lockheed Martin decisamente costoso e non altrettanto intuitivo14. Sempre in ambito statunitense, l’esercito e l’Idaho National Laboratory stanno congiuntamente sviluppando la gestione di robot militari attraverso il controller del popolare sistema di gioco Nintendo Wii (Wiimote) rivelatosi efficace nel ridurre il carico di lavoro dell’operatore e permettere un allargamento dei domini d’impiego.15. In questo caso, attraverso il raggio a infrarossi gestito attraverso un sistema di IA, diviene possibile indirizzare il robot a un luogo specifico ed attendere, al sicuro, che questo svolga il suo compito.

In Cina, oltre ad una riconversione di parte dei tradizionali carri armati in mezzi corazzati controllabili da remoto in grado di fronteggiare il nemico, sono stati sviluppati robot armati e dotati di videocamere di sorveglianza mobili di forma ovoidale denominati Anbot che ricordano R2D2 di Star Wars e Dalek di Doctor Who.16. In Corea del Sud invece è stato progettato per i suoi confini con la Corea del Nord un robot sentinella prodotto da Samsung denominato Techwin SGR-A1 dotato di sensori infrarossi, videocamere termiche, mitragliatrici e lanciagranate con un raggio d’azione di circa tre chilometri. Sebbene al momento tale dispositivo sembri essere ancora controllato da remoto, risulterebbe già in grado di svolgere la maggior parte dei suoi compiti in piena autonomia17. Tra i robot mobili finalizzati al monitoraggio disponibili alle forze armate statunitensi si può invece segnalare Groundbot, un dispositivo a forma di sfera dal diametro di circa 60 cm dotato di telecamere esterne in grado di muoversi con facilità su diversi terreni18.

Sempre nell’ambito dei robot impiegati in ambito militare, l’esercito iracheno si è dotato di una jeep telecomandata denominata Alrobot19, mentre negli Stati Uniti la Carnegie Mellon University ha sviluppato per il corpo dei Marines un veicolo da combattimento denominato Gladiator, disponibile sia in versione a sei ruote che cingolata, dotato di lanciarazzi e mitragliatrici comandato da remoto ma in grado di lavorare in autonomia. Anche MAARS (Modular Advanced Armed Robotic System) progettato da QuinetiQ Nord America è un robot militare comandato a distanza, dotato di batterie, con una capacità visiva di 360°, armato di mitragliatrice, lanciagranate e in grado di mettere in sicurezza i militari feriti20. La stessa Marina militare nordamericana sta sviluppando navi da guerra prive di equipaggio sia in una versione di ricognizione che in una di combattimento dotata di missili.

Numerosi sono poi i paesi che hanno sviluppato “droni kamikaze” di dimensioni estremamente ridotte, difficilmente individuabili ai radar, attivabili tanto in maniera manuale che automatica: una versione russa è realizzata dalla celebre ditta Kalashnikov, mentre negli USA si lavora a micro-droni come PD-100 Black Hornet, dal peso di soli 16 grammi, equipaggiato con foto e termocamera in grado di agire autonomamente una volta attivato21 e RoboBee sviluppato dall’Università di Harvard, vero e proprio drone-insetto di soli 8 grammi in grado di elevata autonomia di azione e pensato per operazioni di ricognizione o soccorso22.

Riprendendo il progetto “Future Soldier” statunitense che sin dagli anni Novanta intendeva sviluppare equipaggiamenti e tecnologie in grado di amplificare le abilità dei militari sul campo di guerra, anche l’Italia ha stanziato importanti finanziamenti per sviluppare il suo “Soldato futuro” ad opera di Selex (Finmeccanica, Beretta, Sistema Compositi e Aerosekur).23.

Nonostante il progetto statunitense sia stato cancellato nel 2016 e quello italiano sembri aver subito una battuta d’arresto, ingenti somme continuano a finanziare l’ambizione di ibridare macchina e soldato, come testimonia il progetto Next Generation Squad Weapons24 portato avanti dagli Stati Uniti che prevede militari iperconnessi, sostenuti da amplificazione sensoriale e dotati di armi con balistica computerizzata in grado di calcolare in autonomia le condizioni ambientali e la posizione del bersaglio, assistendo il soldato attraverso informazioni proiettate sull’ottica o ricorrendo a realtà aumentata o mista in modo da operare senza esporsi al nemico. Sono in fase di sviluppo anche sistemi di monitoraggio della salute del militare attraverso chip sottocutanei impiantati al polso.

Le possibilità di ibridazione tra l’universo videoludico e quello militare sono dunque molteplici ma aldilà degli elementi di coincidenza culturale tra alcuni settori della galassia dei videogiochi, l’estrema destra, le logiche neoliberiste e l’universo militare, quel che è certo, e inquietante, è che il ricorso alla forza e alla sopraffazione, che si tratti di hater da tastiera o di forze armate in divisa, sembra sempre più disincarnarsi e disumanizzarsi in quanto gli attacchi vengono portati da vere e proprie comfort zone che preservano dai rischi di un confronto diretto con il nemico, ormai percepito come un’incorporea immagine sullo schermo. Insomma, con sempre più “naturalezza” si sarebbe indotti ad agire sulla realtà come si trattasse di un videogioco. Massacrare esseri umani non è mai stato così facile.


Guerrevisioni


  1. Marco Accordi Rickards, Storia del videogioco. Dagli anni cinquanta a oggi (Carocci 2020). 

  2. Matteo Bittanti, Introduzione: Make Videogame Great Again, in Matteo Bittanti (a cura di), Game Over. Critica della ragione videoludica, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 7-8. Circa le argomentazioni dei due autori citati si veda Nick Dyer-Witheford, Greig de Peuter, Games of Empire: Global Capitalism and Video Games, University of Minnesota Press, Minneapolis, Minnesota 2009. 

  3. Si vedano a tal proposito i saggi di Andrea Braithwaite, Per un’etica del giornalismo videoludico? #gamergate e la mascolinità geek e di Michael Salter, Dalla mascolinità geek a Gamergate: la razionalità tecnologica dell’abuso online, entrambi pubblicati in Matteo Bittanti (a cura di), Game Over. Critica della ragione videoludica, Mimesis, Milano-Udine, 2020. 

  4. Sarah Jeong, When the Internet Chases You From Your Home, “New York Times”, 15 agosto 2019. 

  5. Charlie Warzel, How an Online Mob Created a Playbook for a Culture War, in “The New York Times”, 15 agosto 2019. Riportato in Matto Bittanti, op. cit., pp. 8-9. 

  6. Ian Williams, Death to the Gamer, in “Jacobin”, settembre 2014. 

  7. Matteo Bittanti, op cit., p. 13. 

  8. Matteo Bittanti, op. cit., p. 14. 

  9. Alfie Bown, How video games are fuelling the rise of the far right, in “The Guardian”, 12 marzo 2018. Riportato in Matto Bittanti, op. cit., pp. 17-18. 

  10. Alessandro Alfieri, Video web armi. Dall’immaginario della violenza alla violenza del potere, Rogas, Roma, 2021, p. 95. 

  11. Matto Bittanti, op. cit., p. 26. 

  12. Risoluzione approvata con 566 voti a favore, 47 contrari e 73 astensioni il 12 settembre 2018: European Parliament resolution of 12 September 2018 on autonomous weapon systems 

  13. Alessandro Baravalle, Xbox controller, StarCraft II e Doom. Non è una console ma Carmel, un carro armatoisraeliano, in “Eurogamer.it”, 31 luglio 2020. Si veda anche Noah Smith, Leore Dayan, A new Israeli tank features Xbox controllers, AI honed by “StarCraft II” and “Doom”, in “The Washington Post”, 28 luglio 2020. 

  14. Si veda, ad esempio, Travis M. Andrews, The Navy’s adding a new piece of equipment to nuclear submarines: Xbox controllers, in “The Washington Post”, 25 settembre 2017. 

  15. Si veda, ad esempio, Eric Bland, Wii-controlled robots made for combat, in “Nbc News”, 19 dicembre 2008. 

  16. Si veda, ad esempio, Jane Wakefield, Tomorrow’s Cities: Dubai and China roll out urban robots, “BBC News” 10 giungo 2018. 

  17. Si veda, ad esempio, Future Tech? Autonomous Killer Robots Are Already Here, in “Nbc News”, 15 maggio 2014. 

  18. Si veda, ad esempio, Rotundus GroundBot spherical surveillance robot broadcasts live in 3D, in “New Atlas”, 24 ottobre 2011. 

  19. Si veda, ad esempio, Mark Frigg, The remote controlled robot tank fighting ISIS: Iraqi military confirms Alrobot has been deployed in Mosul, in “Daily Mail”, 8 novembre 2016. 

  20. Si veda, ad esempio, Heba Soffar, Modular Advanced Armed Robotic System (MAARS robot) features, uses & design, in “Sciences Online”, 19 marzo 2019. 

  21. Si veda, ad esempio, PD-100 Black Hornet Nano Unmanned Air Vehicle, in “Army Technology”. 

  22. Si veda, ad esempio, Giorgio Bellocci, I droni-insetto con laurea a Harvard per situazioni di soccorso, in “Robotica”, 23 maggio 2016. 

  23. Se ne parla anche nel sito dell’Esercito italiano: “Future Soldier” Program, in “Esercito – Ministero della Difesa”. 

  24. Next Generation Squad Weapons (NGSW) – U.S. Army Acquisition Support Center (USAASC). 

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Derive Rosso-brune https://www.carmillaonline.com/2020/08/04/derive-rosso-brune/ Mon, 03 Aug 2020 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61277 di Walter Catalano

David Bernardini, Nazionalbolscevismo: Piccola storia del rossobrunismo in Europa, Shake Edizioni, pag. 175, 14,00 €.

Nell’ormai lontana primavera del 2003, all’inizio della campagna d’invasione dell’Iraq da parte della coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America che si sarebbe conclusa solo alla fine del 2011, venne diffuso nel contesto antagonista che allora si definiva ancora no global, un manifesto antiamericanista, denominato People Smash America e promosso da un sedicente Campo Antimperialista, gruppo costituito in origine da membri di area trotzkista. Non furono pochi i militanti o simpatizzanti di una [...]]]> di Walter Catalano

David Bernardini, Nazionalbolscevismo: Piccola storia del rossobrunismo in Europa, Shake Edizioni, pag. 175, 14,00 €.

Nell’ormai lontana primavera del 2003, all’inizio della campagna d’invasione dell’Iraq da parte della coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America che si sarebbe conclusa solo alla fine del 2011, venne diffuso nel contesto antagonista che allora si definiva ancora no global, un manifesto antiamericanista, denominato People Smash America e promosso da un sedicente Campo Antimperialista, gruppo costituito in origine da membri di area trotzkista. Non furono pochi i militanti o simpatizzanti di una generica sinistra antagonista, non necessariamente legati allo stesso ambiente politico dei promotori ma mossi da una sincera avversione per l’aggressione scatenata dalle potenze occidentali, a firmare quel manifesto e a partecipare alle numerose iniziative tenute in varie città italiane in case del popolo, locali e spazi gestiti, in linea di massima, sotto l’egida di Rifondazione Comunista.

Anche chi scrive queste righe, per ingenuità, ignoranza o disattenzione, ma del tutto in buona fede, si ritrovò firmatario del documento ed ebbe occasione durante un affollato incontro pubblico, di conoscere il variegato sottobosco che ormai patrocinava l’iniziativa: vi si potevano incontrare fianco a fianco intellettuali di indubbia fede marxista, come il filosofo Domenico Losurdo (che aveva allora appena pubblicato il monumentale e non sospetto volume Nietzsche, il ribelle aristocratico), ed altri in varia misura “eretici”, come Costanzo Preve,  che stava per saltare il fosso, o lo aveva già appena saltato, con Marx inattuale. Eredità e prospettiva, l’ultimo suo libro ad essere ancora pubblicato da un editore “normale” e non legato alla destra radicale. In mezzo a loro gravitavano distribuendo rivistine, volantini e libelli, personaggi quantomeno inquietanti: arabisti in teoria antisionisti ma di fatto ferocemente antisemiti, “comunisti”- comunitaristi e nazionalitari, rivoluzionari “al di là della destra e della sinistra” e quant’altro. Molti dei loro nomi, quello di Preve compreso, ad andarseli a cercare con attenzione, li si sarebbero potuti ritrovare fra i collaboratori di Eurasia di Claudio Mutti o di Risguardo di Franco Freda, e delle loro case editrici, All’insegna del Veltro o Ar, in compagnia di personaggi altrettanto “non-conformisti” – come li chiamano loro – al pari di Evola, Goebbels o Codreanu. Tanto per dimostrare da che parte si va a cadere quando ci si proclama “oltre la destra e la sinistra”.

Anch’io nel giro di poche settimane – meglio tardi che mai – mi resi conto dell’errore commesso e interruppi qualunque contatto con tali “antiamericanisti”, ma la mia firma stava ancora tra le altre in calce a quel manifesto e il mio nome era ormai in qualche modo macchiato (me ne sarei accorto nei mesi seguenti…). Questa sgradevole esperienza personale serve da premessa al libro che David Bernardini ha appena pubblicato per Shake Edizioni, Nazionalbolscevismo, Piccola storia del rossobrunismo in Europa, un testo agile ma completo, utilissimo per farsi un quadro preciso di certe dimensioni politiche ambigue, sfuggenti e infide, evitando al lettore, se non altro, di incorrere in equivoci madornali come quello che ho descritto.

Bernardini traccia un percorso completo del fenomeno percorrendolo a ritroso: parte cioè dalle sue manifestazioni più recenti e a noi prossime, per retrocedere progressivamente verso l’origine di questa deriva politica e approfondirne ragioni ed esiti che rimontano agli anni delle Germania di Weimar, a quella congerie complessa di movimenti detta – termine che l’autore non condivide e preferisce non utilizzare – “Rivoluzione conservatrice”, nel 1933 interrotta o, più propriamente, fagocitata dal trionfo politico nazionalsocialista e hitleriano.

Il contesto storico dell’epoca aveva portato i due paesi reietti dalla Società delle nazioni – la Germania sconfitta, giudicata unica responsabile del conflitto mondiale a Versailles, e la Russia sovietica, pericolosa esportatrice del comunismo – a stringere relazioni non ufficiali anche a livello governativo. Molti nazionalisti tedeschi, fra i nostalgici prussiani del Kaiser, i militaristi dei Frei Korps, i mistici völkisch o i naturisti wandervogel, fino a certa sinistra nazionalsocialista, trovarono quindi quasi naturale sentire maggiori affinità con il comunismo sovietico – da loro letto in chiave distortamente stalinista, come socialismo nazionale, e mettendo in secondo piano la lotta di classe – che con la liberal-democrazia delle potenze occidentali umiliatrici della Germania. Anche notevoli figure di intellettuali e scrittori fiancheggiarono gli agitatori politici di questi movimenti, dall’eroe di guerra Ernst Jünger soprattutto nel suo Der Arbeiter, all’ex comandante dei Frei Korps Ernst von Salomon nel suo Die Geächtete (personaggio che resta però, sostanzialmente, un fucilatore di socialisti…).

 Un brulichio di associazioni e gruppi segnarono questa linea di pensiero, dal Widerstand di Ernst Niekisch, allo Schwarze Front del nazista di sinistra Otto Strasser dopo la rottura con Hitler, dai socialrivoluzionari di Karl Otto Paetel, all‘Eidgenossenbund di Werner Lass. Bernardini descrive in dettaglio questi gruppi e i loro tortuosi percorsi nella seconda parte del libro, ma quello che soprattutto emerge e che torna utile per meglio comprendere quanto delineato invece nella prima parte, è il fatto che formule, simboli e modelli “di sinistra“ assunti da questi movimenti di destra, sono soprattutto una soluzione strategica nata da un’incomprensione e da un’interpretazione superficiale e distorta delle dottrine socialiste; come spiega Bernardini: “In questo fenomeno ideologico-politico così complesso, mi sembra però possibile individuare alcuni tratti comuni. Il suo orizzonte ideologico ultimo rimane la nazione (declinata anche come Europa-nazione o in chiave eurasiatica) e la comunità organica, organizzata gerarchicamente e guidata da un’élite. […] Il richiamo al socialismo è allora funzionale a mantenere l’ordine sociale, a imbrigliare il capitalismo e la proprietà privata. Il riferimento alla classe è passeggero poichè è un mezzo, uno strumento per realizzare, anzi rigenerare la nazione, salvandola dalla decadenza della democrazia liberale. Questo, a parer mio, nebuloso anticapitalismo si coniuga con una fraseologia sovversiva che però rimane antimarxista, antimaterialista, anticosmopolita, anti-internazionalista. Lo stesso disprezzo per l’antifascismo nelle sue varie declinazioni la dice lunga sulla dimensione politica di questa corrente“. La prova ulteriore e definitiva è l’incontrovertibile fatto che gran parte dei gruppi e movimenti storici nazionalbolscevichi weimariani, dopo l’avvento al potere di Hitler, confluirono tutti, quasi senza colpo ferire, nella Volksgemeinschaft nazionalsocialista.

La prima parte del volumetto traccia invece i percorsi successivi al crollo dei fascismi europei tratteggiando il recupero e riutilizzo puramente strumentale della confusa ideologia di una dimenticata corrente politica che, se nella Mitteleuropa prebellica poteva ancora avere una qualche sua giustificazione, diventa nel mutato contesto storico-geografico, mera strategia di infiltrazione e disinformazione, camuffamento e riproposizione del fascismo tout court (nel senso dell’Urfascismo, come lo intendeva Eco) sotto altro nome e altra foggia. Bernardini passa in rassegna, capitolo per capitolo, personaggi e situazioni afferenti alla costellazione rosso bruna. Si parte da Carlo Terracciano e Massimo Murelli, la Società Editrice Barbarossa e la rivista Orion, e il loro riciclaggio di un già caotico pantheon urfascista che mescola SS come Degrelle, tradizionalisti integrali come Evola e Guénon, collaborazionisti come Drieu La Rochelle e Brasillach, fascismi periferici come la Guardia di Ferro di Codreanu o la Falange spagnola, mescolato e ibridato, in un aberrante patchwork ideologico, da riferimenti al comunismo di Zjuganov, Mao o Che Guevara, e dall’esaltazione di regimi totalitari come l’Iran dell’Ayatollah Khomeini o la Libia di Gheddafi. Naturali i collegamenti sia con Franco Freda e il suo libello La disintegrazione del sistema, uscito nello stesso anno della strage di Piazza Fontana e teorizzante l’unione degli estremisti di destra e di sinistra contro il regime borghese, sia con Il sistema per uccidere i popoli dell’ex attore pornografico Guillaume Faye, divenuto maître à penser della nouvelle droite francese insieme al meno delirante Alain de Benoist. E proprio de Benoist ha teorizzato quel “gramscismo di destra” che tanta influenza avrebbe avuto su Costanzo Preve, tanto da condurlo ad una revisione così radicale del suo originario marxismo da approdare all’Eurasia di Mutti. Una proliferazione ipostatica di teratologiche aberrazioni, come nei sincretismi sfrenati di un vangelo gnostico, che ci porta dal male al peggio e che da Preve – figura che, con tutte le sue contraddizioni, aveva almeno innegabile fascino e spessore culturale – conduce al suo allievo degenere, il ridicolo Diego Fusaro e ai “valori di destra e idee di sinistra” del suo partito sovranista Vox Italia.

Il secondo capitolo è dedicato al Partito nazionalbolscevico russo, la cui bandiera è identica a quella nazista con l’unica differenza di aver sostituito la svastica con la falce e martello. I due fondatori Alexandr Dugin e Eduard Limonov sono stati separati nel corso degli anni ’90, da una diversa presa di posizione di fronte alla dominazione imperiale del nuovo Zar Putin, il primo – tradizionalista evoliano e misticheggiante – ne è divenuto fervente sostenitore (la russian connection della Lega – pare – passa anche attraverso di lui, che parla l’italiano certo meglio di Salvini); il secondo – mediocrissimo scrittore e dandy pseudo-dannunziano portato alla notorietà dalla fortunata e prevalentemente immaginaria “biografia” che gli ha dedicato Emmanuel Carrère – è invece passato all’opposizione scontando anche qualche anno di carcere. Bernardini ritrova sia nell’eurasismo di Dugin che nel nazionalbolscevismo di Limonov una stessa matrice tipicamente russa: “la concezione di uno stato forte e militare, la mitizzazione del popolo russo e il risentimento contro ebrei e Occidente, talvolta coprendo il tutto con una fraseologia apparentemente marxista-leninista”.

I capitoli dal terzo al quinto presentano invece le complesse filiazioni del rossobrunismo in area francofona, partendo dalla figura di Dominique Venner con il suo libro del 1962, Per una critica positiva, che va ad unire i reduci sconfitti dal Viet Minh di Ho Chi Min e i difensori dell’Algeria francese confluiti nell’Oas (Organisation de l’armée secrète), applicando il modello leninista del Che fare ? alla riorganizzazione della destra radicale francese. Il suo incontro con Jean-Francois Thiriart, ex SS belga e militante contro l’indipendenza del Congo, porta alla fondazione di Jeune Europe, raggruppamento che usa per primo il simbolo neofascista della croce celtica. Thiriart teorizza una “lotta armata insurrezionale contro l’occupazione americana” per un’Europa socialista e (nazional)rivoluzionaria, attraverso la costituzione di Brigate europee che i suoi sodali in seguito millanteranno come prototipo delle Brigate rosse, secondo la discutibile teoria dell’ ”incontro fra gli estremi”.

La Giovane Europa di Thiriart produrrà di lì a poco in Italia, innestandosi su propaggini più o meno ortodosse di Ordine Nuovo, Lotta di Popolo, in cui già appare il nome del futuro eurasista Claudio Mutti e, di passaggio, quello dell’immancabile Franco Freda: si comincia a parlare di nazi-maoismo, deriva duramente criticata dai tradizionalisti ordinoviani come Adriano Romualdi e lo stesso “barone nero” Julius Evola. Da lì seguiranno “Costruiamo l’azione” e Terza Posizione in cui muoveranno i primi passi Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, in seguito leader rispettivamente di Forza Nuova e di CasaPound. Vediamo quindi come il serpente si morda la coda, e dal passato all’attualità, il groviglio sia del tutto interno alle dinamiche e ai rapporti spesso conflittuali dell’estrema destra. Il comunismo c’entra poco o nulla, per fortuna.

Onde avere ben chiaro senza dubbi o riserve almeno questo concetto basilare, risulta quanto mai proficua la lettura del libro di David Bernardini. Come dice l’adagio inglese: forewarned is forearmed.

 

 

 

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La pandemia, l’immaginario e il conflitto sociale https://www.carmillaonline.com/2020/05/27/la-pandemia-limmaginario-e-il-conflitto-sociale/ Wed, 27 May 2020 21:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60110 Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020, pp. 150, euro 13,00

[Compare tempestivamente, ed è già disponibile on line sul sito Il Galeone Editore, un testo che raccoglie una dozzina di testi, scritti da redattori e collaboratori di Carmilla, sui differenti problemi sanitari, sociali, economici e politici suscitati dal diffondersi del virus Covid-19 a livello italiano e internazionale. Crediamo che la sua pubblicazione possa [...]]]> Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020, pp. 150, euro 13,00

[Compare tempestivamente, ed è già disponibile on line sul sito Il Galeone Editore, un testo che raccoglie una dozzina di testi, scritti da redattori e collaboratori di Carmilla, sui differenti problemi sanitari, sociali, economici e politici suscitati dal diffondersi del virus Covid-19 a livello italiano e internazionale. Crediamo che la sua pubblicazione possa rivelarsi utile soprattutto in occasione della problematica apertura di una fase due che rischia, sotto tutti gli aspetti, di mettere in scena soltanto una finzione di normalità, così come nei mesi precedenti si è finto un lockdown mai veramente effettuato per un numero troppo grande di settori lavorativi e caratterizzato soltanto da un inasprimento del controllo militare e poliziesco dei territori e del tessuto sociale. Autentico periodo di gestazione di infezioni e conflitti futuri, il momento attuale è contrassegnato da politiche incerte e provvedimenti destinati a favorire soltanto grandi imprese e mafie politico-economiche e, fino ad ora, da una scarsa reazione della sinistra antagonista e delle forze del lavoro, mentre la destra estrema sembra poter liberamente approfittarne per tornare ad emergere in maniera significativa a livello sociale. Sciogliere il nodo tra sicurezza per la salute collettiva e ripresa del conflitto in chiave anticapitalista diventa perciò un passaggi obbligato per le comunità resistenti che vorranno opporsi alla ripartizione dei danni economici e sanitari soltanto tra le fasce meno abbienti della società e tornare ad un’iniziativa di classe in grado di sconfiggere il sempre risorgente fascismo insieme al modo di produzione che lo porta, comunque, in grembo.
Qui di seguito si riporta l’introduzione al testo.]

Il lampo del virus illumina l’ora più chiara.
Smaschera il mondo in maschera.

I testi qui raccolti sono usciti tra il 4 marzo e il 29 aprile 2020 sulla webzine “Carmilla on line” che si occupa, da quasi vent’anni, di letteratura, immaginario e cultura di opposizione.
Con queste premesse programmatiche era inevitabile che gli autori non potessero esimersi dallo sviluppare una riflessione a largo raggio sui temi della pandemia, delle risposte governative che ha suscitato e della crisi economica e sociale che ha scatenato. Per questo sono scritti nati nella e dalla urgenza di una situazione che necessitava (e continua ad aver bisogno) non soltanto di una ponderata riflessione sulle sue cause, ma anche di una spiegazione in grado di fornire risposte agli interrogativi suscitati tra i cittadini, i lavoratori e i militanti di area antagonista colpiti da tale catastrofe sia in chiave sanitaria che economica e politica.
Che sia di origine “naturale” o meno, il virus ha messo a nudo le debolezze di un sistema e di un modo di produzione la cui auto-narrazione e il cui immaginario non sono più sufficienti a giustificare né le politiche messe in atto per fronteggiarlo, né tanto meno le spiegazioni fornite per mantenere attivo un circuito produttivo che, dietro la mera apparenza del lockdown, non ha mai smesso di funzionare, almeno al 60%, secondo le sue norme principali, legate allo sviluppo, al mantenimento delle quote di mercato nazionale e internazionale e basate esclusivamente sulle leggi del profitto, dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta e della produzione di merce come fine ultimo del lavoro.
Così, se precedentemente i drammi legati all’emergenza climatica, alle guerre e all’impoverimento progressivo di vaste aree, geografiche e sociali, del globo rimanevano, nonostante tutto, ai margini dello sguardo dei lavoratori ancora impiegati con un contratto stabile e dei membri di una classe media ormai destinata all’estinzione, l’esplodere della pandemia ha letteralmente servito in tavola ciò che, prima, poteva ancora essere rimosso per distrazione e ritenuto possibile soltanto oltre i confini dell’Occidente.
Il modo di produzione capitalistico non solo ha dimostrato di aver progressivamente aperto, come un novello apprendista stregone, il vaso di Pandora costituito dall’intreccio tra sfruttamento delle risorse umane e ambientali, scienza prostituita agli interessi finanziari e industriali e politiche rivolte esclusivamente all’arricchimento di una frazione sempre più minoritaria della specie umana, ma ha anche mostrato la sua totale incapacità di risolvere i problemi suscitati dal suo stesso agire e dalla sua irrefrenabile e vampiresca sete di guadagno.
L’unica risposta possibile è stata, così come in ogni occasione e in ogni angolo del pianeta nel corso degli ultimi anni, di carattere per lo più repressivo e militare, confortata e supportata soltanto dalla volontà degli Stati di normare burocraticamente ogni aspetto della vita e dell’esistente.
Per questo motivo, considerata la tendenza diffusasi negli anni, ad affrontare caso per caso singoli aspetti dell’epidemia delle emergenze, senza quasi mai uno sguardo d’insieme, anche nei movimenti che pur si vorrebbero antagonisti, gli scritti riportati in questa antologia assumono inoltre e consciamente la funzione di strumento di agitazione e battaglia politica. Perché, molto probabilmente, il tempo dei rinvii e delle speranze è finito. Così come sembra essere finito quello del demone che li ha alimentati esclusivamente a proprio vantaggio. Non sarà la fine del mondo, ma potrebbe essere la fine del modo di produzione basato sulla schiavitù salariale e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del genere sul genere e dell’economia mercantile e monetaria sulle risorse naturali, questo forse sì.
Buona e proficua lettura a tutte e tutti!

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Sex and the Magic: il Dumas d’America (III) (Victoriana 28/3) https://www.carmillaonline.com/2019/10/16/sex-and-the-magic-il-dumas-damerica-iii-victoriana-28-3/ Wed, 16 Oct 2019 21:10:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55372 di Franco Pezzini

La mazurka del barone, della Sophiale e della posizione

Cerchiamo di recuperare i fili. 1931, Parigi: in un incrocio trafficato della città, uno sconosciuto porge a Maria de Naglowska (cfr. seconda puntata) un manifestino. Degli editori in viaggio, vi si annuncia, intendono pubblicare una lussuosa edizione del Magia Sexualis di Paschal Beverly Randolph (cfr. prima puntata). Il distributore dei volantini scompare subito, ma una voce – interiore? – annuncia a Maria che sarà per lei, perché ne è degna… A suo dire, circolava la storia di note segrete [...]]]> di Franco Pezzini

La mazurka del barone, della Sophiale e della posizione

Cerchiamo di recuperare i fili. 1931, Parigi: in un incrocio trafficato della città, uno sconosciuto porge a Maria de Naglowska (cfr. seconda puntata) un manifestino. Degli editori in viaggio, vi si annuncia, intendono pubblicare una lussuosa edizione del Magia Sexualis di Paschal Beverly Randolph (cfr. prima puntata). Il distributore dei volantini scompare subito, ma una voce – interiore? – annuncia a Maria che sarà per lei, perché ne è degna… A suo dire, circolava la storia di note segrete di Randolph ancora da trascrivere in modo leggibile e che da un sessantennio una serie di ostacoli avrebbe sempre impedito di pubblicare. A suo dire, e non si hanno conferme indipendenti: dunque potrebbe anche trattarsi – ormai un po’ la conosciamo – di spregiudicata pubblicità dell’opera.

Si è datato l’episodio 1931 in quanto data probabile, lei resta un po’ nel vago: comunque ad aprile 1931 riceverebbe materialmente il manoscritto – proprio in un momento critico per la sua rivista “La Flèche” che rischia di chiudere – provvedendo a tradurlo. Un’operazione magica, sostiene, le permette di scegliere l’editore Robert Télin; ma in realtà dalla pubblicità sul “Figaro” risulterebbe che lo svizzero Télin, che è anche libraio, scrittore e conferenziere attento ai filosofi americani e con un passato un tantino controverso, era già detentore del manoscritto… Teniamo presenti queste due versioni, tra poco ne arriverà una terza.

Comunque l’operazione viene avviata e La Sophiale può consigliare ai lettori di “La Flèche” l’acquisto del volume, le cui copie – garantisce – si esauriranno prima di quanto non si pensi, a sostegno della stessa rivista. Chi abbia letto e studiato Magia Sexualis può non dubitare più che dal sesso, compreso e praticato nel modo corretto, scaturisce la verità. Anche se Maria tiene a sottolineare (nel 1933, sempre su “La Flèche”) un proprio ruolo autonomo dal “celebre americano” indicato come autore: lei non è discepola di Randolph, ma l’annunciatrice di una nuova religione, rivelatale a Roma e da lei riportata con parole umane nell’opera La Lumière du Sexe. Qualcosa che non è in contraddizione con i contenuti di Magia Sexualis, ma sarebbe frutto – spiega – di un’illuminazione diversa. Randolph ragiona come teosofi ed esoteristi della vecchia scuola, cioè in termini individuali e sostenendo l’evoluzione indipendente di ogni particella animica: un’ottica però fondamentalmente  egoistica, generatrice in ultima istanza di tutti i mali del genere umano. Al contrario il divino insegnamento che Maria proclama è che non esiste nulla di meramente individuale o separato: gli esseri umani non procedono verso l’Unità, ma sono l’Unità, e la separazione delle particelle dell’Universo sarebbe un’illusione di quel satanismo maschile cui appartengono tutti gli uomini della cultura e delle religioni “antiche”, Randolph compreso.

Tutto chiaro? Fino a un certo punto. Infatti a fronte di un bacino importante – come abbiamo visto – di scritti di Paschal Beverly Randolph di autenticità sicura e pubblicati a suo tempo nella lingua dell’autore, il grosso problema è che al contrario il testo di Magia Sexualis non emerge per vie diverse dall’edizione francese. Il che significa che del testo edito da Télin con curatela di Maria non abbiamo un originale nella lingua in cui Randolph era solito scrivere. Certo, in teoria un presunto testo originale inglese dovrebbe in prospettiva vedere le stampe: a fine dicembre 1931 secondo le pagine pubblicitarie nel corpo della stessa edizione, a fine febbraio 1932 a detta di “La Flèche” (1931, n. 8), ma in realtà non comparirà mai (mentre verranno edite traduzioni in inglese del testo francese, ma è chiaramente un’altra cosa). Non solo: a dispetto delle parole di Maria – che, ormai lo sappiamo, vanno prese con parecchia cautela –, non perviene altra testimonianza su materiali di Randolph con tale specifico contenuto circolanti tra un lato e l’altro dell’Atlantico.

Ma è meglio esaminare questo e altri problemi con il testo davanti, nell’ultima edizione italiana per i tipi delle romane Edizioni Mediterranee: e già sembra strambo che di tutta l’opera del Dumas d’America nel Belpaese sia stato tradotto solo un campione tanto dubbio. Eppure il volume merita due parole perché traghetta a plaghe dell’immaginario anche molto più vicine a noi. La prefazione è – sorpresa – del vecchio frequentatore di Maria, Julius Evola, e la Nota introduttiva di Gianfranco de Turris, “segretario della Fondazione Julius Evola, per conto della quale cura tutte le ristampe dei libri del filosofo tradizionalista” (traggo da Wikipedia) nonché co-curatore del volume assieme allo specialista di cose naglowskiane Vittorio Fincati. Dove i nomi di Evola e de Turris già indirizzano in termini trasparenti verso una certa area ideologica.

Apparso nel 1969, Magia Sexualis ha conosciuto due successive edizioni – 1977, 1996 – prima della quarta 2017 riveduta e ampliata: un ampliamento che ci si poteva giustamente attendere (nelle prime c’era solo il testo randolphiano con la Prefazione di Evola), a fronte delle maggiori notizie emerse. Va detto subito che l’opera non è affatto un Kamasutra in salsa occulta, come potrebbe pensare il lettore ingenuo di fronte al titolo, e presenta ben poco di pruriginoso: le posizioni ci sono, ma niente che soddisfi appetiti facili.

Cominciamo dalla struttura del testo attribuito a Randolph, venticinque capitoli, a partire dalle note introduttive (capp. 1-4). Si parla poi dei principi-cardine di questo impianto esoterico (capp. 5-8): volitismo, cioè autodominio e tensione ad accrescere le proprie forze; decretismo, la decisa capacità di recare mutamenti; posismo, il nesso plastico tra postura e altri elementi dell’atto magico; tiroclerismo, potere di evocazione. Seguono un corpus centrale sulla magia (capp. 9-18), e una sezione finale sugli specchi magici (capp. 19-25). Al di là dell’interesse “tecnico”, alcuni capitoli sono di grande suggestione narrativa: il cap. 13 sulle cariche magiche parla del modo di fissare intere scene a certi oggetti rendendole visibili attraverso il tempo; i capp. 23 e 24 si soffermano su quadri o statue viventi, cioè immagini capaci di animarsi.

Come detto, il testo non ci giunge nell’originale inglese degli scritti del Dumas d’America: si tratterebbe infatti della riproposta non di un’opera in sé compiuta (non esistente in quanto tale), ma di istruzioni interne di un gruppo magico legato a Randolph, anzi della selezione di una parte del relativo corpus circolante in forma manoscritta. Come curatrice, Maria l’avrebbe tradotto in francese “costruendo” l’opera in forma di volume. Secondo la Nota finale della curatrice il gruppo sarebbe la stessa Eulis Brotherhood di Randolph, e il materiale corrisponderebbe alla seconda parte del secondo grado degli insegnamenti ai membri. Nella Nota si sottolinea il senso della scelta di omettere qualche porzione del corpus (nozioni astrologiche generiche, ricette che potrebbero condurre gli incauti a sperimentare sostanze pericolose) e il fatto che il manoscritto completo delle istruzioni fosse in sessanta copie (manoscritte) per i membri.

Eppure il testo pare strano. Vi troviamo una tensione sistematica non altrove documentata in Randolph (corrispondenze, ore e giorni appropriati ai riti, eccetera), un’attenzione all’astrologia quasi assente dagli altri suoi scritti, e un impianto linguistico che rende difficile intravedere un testo inglese a monte: elementi che hanno portato a maturare un certo scetticismo sulla genuinità dell’attribuzione. Anche se è vero che non si tratta di criteri assoluti, tanto più che non disponiamo di simili istruzioni per gruppi autenticamente gestiti dal mago americano.

In realtà Maria parla nella Nota finale di “note manoscritte […] servite alla redazione”, un’espressione un po’ generica che fa pensare a un libero adattamento più che a una traduzione nel senso filologico. A comprendere per esempio materiale confezionato non dal magister ma da uno più collaboratori come certe dispense universitarie; oppure, come si è inteso, insegnamenti sempre di Randolph ma di tradizione orale, che Maria avrebbe espresso con una certa libertà. Del resto nel periodo successivo alla morte del Dumas d’America le sue idee sono state abbondantemente rielaborate nell’ambito di gruppi come la Hermetic Brotherhood of Luxor o ad opera di entusiasti come Reuben Swinburne Clymer (ne parleremo tra poco). Il materiale di Randolph che arriva a Maria può essere insomma già spurio: il che non è strano, considerando come i testi operativi magici siano spesso opere stratificate, e il riferimento a un nome non implica un rigore filologico nell’attribuzione.

Dato interessante, si è osservato come nel lancio di Magia Sexualis su “La Flèche”, vengano menzionati titoli di capitoli che poi non compaiono nel testo edito (per esempio sull’onanismo evocatorio e su tecniche magico-sessuali per ringiovanire), a far pensare a un corpus più ampio di materiali “randolphiani” – con tutte le virgolette del caso – circolanti nel sottobosco magico in cui La Sophiale si muove. Di più, la Nostra potrebbe avervi inserito materiali “altri” che le parevano congrui: e Mario Praz ha fatto notare come uno dei capitoli rechi una sospetta consonanza con una scena dal romanzo di Joséphin Peladan, À coeur perdu (1888).

Ma, fatta salva una base di idee effettivamente di Randolph, Fincati – che interviene sul tema anche in una pagina di appunti online molto ricca di documenti, Una gnostica a Montparnasse. Maria de Naglowska – ipotizza una tesi ancora più radicale: cioè la costruzione a tavolino da parte di Maria, con la complicità del disinvolto Télin, di un testo che Randolph non avrebbe mai scritto neppure nella forma di istruzioni, ma che ne conterrebbe semplicemente un po’ di idee rivedute e corrette pescate dai suoi volumi più noti, mischiate a quelle di altri e della stessa Sophiale. Chi si occupa di testi sacri (di tutti i tipi) o magici sa che non solo in molti casi si tratta di opere “collettive” – in più forme – ma che le attribuzioni sono spesso tendenziali, magari per nobilitare i testi medesimi o inscriverli in una certa tradizione: il concetto di diritto d’autore è in questo senso un’urgenza moderna e laica, ma nella realtà piuttosto conservativa dell’occulto i poli dell’entusiasmo e della truffa vedono infinite posizioni soggettive intermedie. Cercando una sintesi, diciamo che si tratta di materiale di gruppi che in qualche modo si rifanno a Randolph: e in assenza (almeno per ora) di dati più sicuri non resta che accogliere l’attribuzione in chiave problematica.

Ma riprendiamo l’esame dell’edizione per Mediterranee. Che nello specifico rimonta a una copia dell’originale francese rimasta alluvionata a Firenze nel 1966 e passata da un amico appunto a Julius Evola, che l’aveva tradotta. Il risultato è oggi questa nuova edizione con carta elegante (questa collana è molto bella) e di oggettivo fascino per i mille misteri che intesse. Il testo “randolphiano” con la Nota finale di Maria vi occupa le pp. 39-174. Il resto del volume presenta una serie di materiali di interesse che va ben oltre lo specifico del contenuto magico.

A partire da una serie di testi riguardanti Maria, dove si apprezza l’apporto di Fincati, che offre una netta svolta qualitativa rispetto alle edizioni precedenti. Già traduttore in Italia dell’opera Le Rite Sacré de l’Amour Magique, e forte di ricerche documentali complesse, lo studioso dedica un contributo erudito (pp. 21-28), in generale accurato, equilibrato e tale da render conto della problematicità del personaggio della Sophiale. Colpisce solo il tenore di alcune espressioni (“Preferiamo tacere sugli aspetti di mistificazione sfacciata e anche stupida, oltre ai deliranti attacchi di misticismo, con i quali essa ha infarcito i suoi due libri successivi”): le dottrine naglowskiane presentano tutte le equivocità denunciate, ma resta la sensazione che esoteristi di sesso maschile non verrebbero stigmatizzati con una simile durezza terminologica. Fincati ricorda comunque le conoscenze esoteriche che Maria mostra di avere, forse tramite contatti con la sezione francese della Confraternita di Luxor, o attraverso ambienti russi; e per la profetessa del Regno della Madre istitutrice di sacerdotesse dell’amore parla correttamente di femminismo sacro, anche sul filo delle riflessioni di Sarane Alexandrian. Citandolo anche quando dice: “Con un’audacia serena, Maria de Naglowska ha attaccato le convenzioni che paralizzano la destinazione occulta della donna, e non soltanto le convenzioni sociali ma anche il partito preso sentimentale”. (Anche se poi sempre Alexandrian se ne esce con alcune espressioni che comunque riportano a un certo spiacevole sottomondo ideologico: “Oggi, la donna che vuol essere uguale all’uomo coltiva a dismisura la ragione. È questo il grande errore del secolo e l’origine di tutti i mali di cui soffriamo”, eccetera – lascio alle lettrici di esprimersi.)

Fincati osserva però che a dispetto degli entusiasmi dei discepoli la magia sessuale della donna naglowskiana risulta, “in fin dei conti, in funzione del maschio”: e nutre riserve sulle fantasie di riforma della società e sulla sostanza del femminismo proclamato dalla Sophiale, visto più come una patina superficiale che una radicata convinzione. Nella citata pagina web dove raccoglie parecchio materiale su di lei (e offre un gustoso bozzetto di Evola, non presentabile nel volume curato in coppia con l’evoliano de Turris) Fincati chiarisce anche meglio: il ruolo della donna come ierodula dei misteri del sesso magico non c’entra nulla con le rivendicazioni femminili sulla parità di diritti. Il che è vero, e le posizioni politiche di Maria negli anni Trenta non autorizzano a pensare diversamente. Ma come spesso succede, la forza intrinseca di una posizione libertaria esonda ben oltre le categorie di chi l’aveva abbozzata: per cui, a dispetto di tutte le sue ambiguità, la bizzarra gnosi di Maria de Naglowska volta all’instaurazione del Regno della Madre e alla liberazione da cinque millenni di patriarcato finisce con il recare provocazioni sociali più forti – e con un baricentro comprensibilmente un po’ spostato – di quelle che lei intendeva proporre. Confluendo in un più ampio filone di femminismo “magico” (in tutte le possibili accezioni) in chiave di garanzia di futuro e di urgenza di ridiscussione della dinamica tra sessi, compresa quella imperante in certo mondo esoterico.

Fincati, che cita volumi anche recenti, cura poi personalmente una Premessa al testo “randolphiano” su alcune peculiarità dell’edizione del 1931 (pp. 31-32) e un’Appendice con un paio di documenti (pp. 175-185) che chiariscono meglio le posizioni naglowskiane. Da questo versante, insomma, l’edizione soddisfa le esigenze di un lettore che cerchi buona informazione.

Dove il testo convince meno – e il recensore, partito con grandi speranze, è rimasto deluso – è nella parte dedicata a Randolph. È vero, il materiale della Magia Sexualis è di attribuzione dubbia: ma visto che è il nome di Randolph a comparire nell’intestazione, che l’opera ne contiene (almeno in parte, almeno indirettamente) il pensiero e che di lui all’interno si parla il problema sorge. Anche qui, esaminiamo il materiale offerto: dopo la Premessa di Fincati troviamo una Breve nota biografica “storica” su Randolph, tratta dall’edizione 1931 e firmata da tale Allan F. Odell, che l’editore presenta semplicemente come “studioso americano” (pp. 33-34), poi un profilo sempre di Randolph a firma di Maria (pp. 35-37). Quale il problema? Il fatto che i dati siano fermi alle conoscenze degli anni Trenta. E cioè al ritratto mitizzante e manchevole di Randolph che circola dagli inizi del secolo, legato alla fantasiosa e agiografica ricostruzione spacciata dall’occultista e medico alternativo americano Reuben Swinburne Clymer (1878-1966) a colmare la scarsità di notizie allora reperite sul Dumas d’America.

Clymer, entusiasta di Randolph di cui si sente erede tramite i gruppi rosicruciani americani, prende a ricollegare disinvoltamente a lui le proprie fondazioni magiche: fatto in sé non strano, è un classico dei gruppi esoterici cooptare fantasiosamente qualche figura del passato come fondatore virtuale, onorario. Ma soprattutto, convinto della propria affidabilità di storico dell’esoterismo, Clymer produce un Randolph rivisto e corretto in un mischione che ne semplifica idee e contraddizioni, lo inserisce in una più ampia traditio rosicruciana egizia, e lo aggancia – tramite fantomatici contatti, o nessi societari, o suggestioni di vario tipo – a personaggi eccellenti della grande storia magica e non: il Conte di St. Germain (circa 1691/1712-1784), Albert Pike (1809-1891), Éliphas Lévi (1810-1875), Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (1842-1909), Gérard Encausse detto Papus (1865-1916) e lo stesso Napoleone III. Clymer enfatizza anche i rapporti tra Randolph, il suo ordine e Lincoln, accrescendo di molto il peso del Dumas d’America agli occhi del presidente. Le oscurità sopravvissute nella ricostruzione vengono presentate come inevitabilmente frutto di distruzioni documentali da parte di nemici di Randolph, identificabili (è ovvio) in quelli dello stesso Clymer, di continuo coinvolto in furiose polemiche. E visto che scrive molto, i suoi scritti resteranno influenti negli studi su Randolph proprio a causa della difficoltà per molto tempo di trovare notizie credibili. Gli studi recenti permettono oggi di prendere queste ricostruzioni con beneficio d’inventario e di ridimensionarne le suggestioni.

È quello di Clymer, comunque, il ritratto di Randolph che emerge nella paginetta dell’americano Allan F. Odell: e per inciso non è chiaro se possa trattarsi dello studioso di scienze di tal nome citato in pubblicazioni d’epoca, di un ignoto omonimo, o piuttosto di uno pseudonimo d’occasione per Maria (il contenuto della paginetta, ma senza firma, appare anche in “La Flèche” 1931, n. 8) o eventualmente per lo stesso Télin (magari ispirato dai cataloghi dove si muove abilmente) onde offrire una patina di americanità al tutto.

Quando dunque “Odell”, chiunque sia, parla del successo di Randolph negli ambienti occultisti europei ed elenca una serie di nomi eccellenti con cui avrebbe avuto rapporti – il generale Ethan Allen Hitch(c)ock militare e studioso di alchimia, Éliphas Lévi, lo scrittore e occultista Bulwer-Lytton, Charles Mackey (probabilmente Mackay, autore di Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds, 1841), l’erudito massone Kenneth Mackenzie e altri “scrittori massonici”, il conte Brasinsky (Brasynsky), Napoleone III, il medium Alexis Didier e suo fratello Adolph(e) scrittore di temi mesmerici, il conte Tsovinski, il generale Pélissier duca de Mal(a)koff, Hargrave Jennings teorizzatore del fallo come simbolo originale di tutte le religioni – sta in realtà importando suggestioni da un romanzo dello stesso Randolph, The Wonderful Story Of Ravalette, come se il personaggio più o meno autobiografico fosse tout court l’autore (sul tema cfr. Joscelyn Godwin, Theosophical Enlightenment). I contatti in questione sono tutti da verificare e richiamano piuttosto a un’idea astratta di comunità magica e rosicruciana.

Stesso discorso per la fantomatica missione in Russia da parte di Lincoln, presentata così: “Non si capisce bene quale fosse la sua missione, ma certamente fu di ordine sia occulto che politico. Probabilmente si trattò di sollecitare un appoggio russo per controbilanciare l’Inghilterra”, dove al netto della stima di Lincoln per un uomo come Randolph, è pura spy story pensarlo inviato in funzione diplomatica. Certo, non sarebbe teoricamente impossibile che nei suoi viaggi verso il Vecchio Mondo il Dumas d’America si fosse trovato a porre piede anche in territorio russo; ma la missione così descritta è una bufala, dove “Odell” sta rifacendosi agli entusiasmi di Clymer.

Qualunque sia il legame con “Odell”, a questo ritratto fantasioso di Randolph attinge comunque anche Maria per il profilo offerto sia su Magia Sexualis sia altrove: come su “La Flèche” n. 7, dove ne tira fuori una delle sue. Forte della propria origine russa, La Sophiale sostiene di avere ricevuto una prima iniziazione da una defunta e non meglio identificata principessa Elena in una filiale della loggia di Randolph da lui fondata a San Pietroburgo nel suo fantomatico viaggio. Poi certo, si tratta di capire se non esistesse qualche cenacolo esoterico russo che fantasticava una fondazione randolphiana: ma dato il tenore un po’ retorico dell’affermazione, viene più da pensare alle solite fantasie di Maria. Davvero un personaggio su cui varrebbe la pena lavorare letterariamente.

Il tutto per tacere di veri e propri errori: “Odell”, parlando delle opere di Randolph, scrive “solo alcune delle quali furono pubblicate lui vivente”, il che suona paradossale per un autore tanto editato (e fa sorgere ulteriori dubbi sull’americanità dell’autore); mentre Randolph non può aver cominciato gli studi, come sostiene Maria, “in seno alla Società segreta nota con le cifre H.B. of L. (Hermetic Brotherhood of Luxor)” la cui fondazione è parecchio più tarda.

Per inciso, il Randolph che possono conoscere Hoffmann Price e Lovecraft è evidentemente quello di Clymer. Ma (alla luce di quanto detto nella prima puntata di questa serie) considerato il botto nel 1931 di Magia Sexualis che fa conoscere Randolph in Europa e il numero di americani su e giù dalla Parigi della Sophiale, fa riflettere che “Through the Gates of the Silver Key” venga scritto tra ottobre 1932 e aprile 1933: a fronte delle curiosità occultistiche del complice di HPL, un nesso anche solo accidentale nella genesi del personaggio Étienne-Laurent de Marigny potrebbe insomma trovare ulteriore credibilità.

Tornando però all’edizione italiana, niente di male nell’offrire su Randolph quei dati un po’ disinvolti per mancanza all’epoca di documentazione, e che possono anzi evocare un clima d’epoca: ma oggi andrebbero robustamente glossati. Come detto, negli ultimi decenni su Randolph sono usciti parecchi volumi importanti con una quantità di informazioni affidabili sulla sua vita, sui gruppi frequentati via via, sul loro clima ideale, eccetera: e nessuno di questi viene qui citato. Tantomeno la fondamentale (e oltretutto bellissima) già menzionata unica biografia di John Patrick Deveney con Franklin Rosemont del 1996. L’unico cenno che fa intuire si conosca l’esistenza di altra letteratura è un’informazione-lampo (quasi invisibile) nell’aletta di terza di copertina, dove la biografia di Randolph viene liquidata in due parole veloci comprensive di queste frasi: “Si dedica attivamente alla politica, diventa amico di Lincoln e, dopo la guerra civile, si batte per i diritti dei neri. / Dopo il 1866, deluso dalla politica, si consacra esclusivamente” eccetera. Ma gli studi mostrano compatti che Randolph è stato a tutto tondo e lungo tutto il corso della vita il sostenitore convinto – e per anni militante, anche prima della guerra – di una serie di diritti civili e politici, un importante (sì) intellettuale afroamericano: la sua vita non si è esaurita nei salotti magici d’Europa o in strambe missioni segrete, ma è stata spesa molto trasparentemente tra ambienti black dove recava forme di coscientizzazione e altri, come quelli dello spiritualismo americano, che almeno in parte muovevano su posizioni progressiste. In sostanza, l’omissione di tutta la letteratura su Randolph successiva agli anni Trenta nasconde quasi completamente questa figura schierata per richiamare soltanto, e in termini un po’ fantasiosi, l’esoterista esotico. Sì, è vero: stiamo parlando della curatela di un testo di magia, non di una biografia dell’“autore”. Ma per un’edizione arricchita del 2017 (cioè a distanza di più di vent’anni da una biografia ormai ricostruita dettagliatamente) tale silenzio sembra davvero un po’ grave.

Non possiamo però dimenticare chi promuove inizialmente la pubblicazione della Magia Sexualis, cioè Julius Evola, che vi fornisce una Prefazione (pp. 11-19). Interessante senz’altro per gli studiosi di Evola, ma molto poco per quelli di Randolph: le critiche che gli muove con una certa sufficienza (“Chi non è digiuno per quanto riguarda la letteratura sulla magia e sulle scienze esoteriche senza, per questo, indulgere in fantasie, dovrà leggerlo con molta prudenza, unita anche con una certa indulgenza”) partono da interpretazioni esoteriche di un certo mondo che non è affatto quello del primo mago americano, né della Sophiale, né di un intero filone di altri occultisti. Per esempio in tema di polarità sessuale, di cui Evola (tra soavi cenni al “pregiudizio evoluzionistico, […] quello umanitario” eccetera) discetta come se si trattasse di inattaccabili dati scientifici: “Le cose stanno in modo alquanto diverso”… Ma è abbastanza evidente che in questione sono solo differenti scuole di pensiero, sulla base di diversi – e tutti discutibilissimi – sistemi magici e antropologici.

Piuttosto, come osserva Introvigne nel suo bellissimo I satanisti (Sugarco 2010), può stupire che Evola consideri un testo dubbio quale Magia Sexualis come davvero rappresentativo delle idee di Randolph. È vero che in quel contesto “il barone” avanza anche dubbi su possibili manipolazioni dell’opera da parte della Sophiale. Ma sembra chiaro che, con tutto il suo sussiego, Evola sappia meno di quel che immagini di sapere.

A coronare il volume edito da Mediterranee è un’interessante Nota di Gianfranco de Turris (pp. 7-10), che ricostruisce gli eventi del contatto di Evola con l’editore e dell’arrivo di Magia Sexualis alle stampe in Italia. Ma interessante anche per due aspetti specifici.

Il primo riguarda la presunta disinvoltura dell’erotologo Evola e un suo “certo gusto a scandalizzare” lo stesso mondo di destra, per esempio attraverso un’intervista (1970) con un redattore di “Playmen”, il barone Enrico de Boccard (sul personaggio, cfr. qui). “Nella ‘candida conversazione’ con de Boccard, il filosofo criticò, ma non dal punto di vista bigotto, anzi all’opposto, il modo in cui la ‘rivoluzione sessuale’ affrontava la questione per andare ben oltre essa”: a ostentare il ritratto di un personaggio di larghe vedute che insomma piaccia al pubblico di oggi. Peccato che poche pagine dopo, nella Prefazione, Evola appaia figura un po’ diversa. Non tanto quando liquida Maria – con cui aveva collaborato a lungo, che l’aveva aiutato a tradurre in francese La parole obscure du paysage intérieur – Poème à 4 voix (1921), gli aveva offerto spazio e forse altro (di volta in volta i due sono stati detti amanti, o legati da una relazione tantrica o semplicemente da forti passioni comuni) – con un giudizio sprezzante sul suo sistema di iniziazione “‘satanica’, in tutto ciò essendo abbastanza evidente uno scandalismo a fini pubblicitari”: possiamo leggerla come valutazione meramente “tecnica”, anche se ci si può chiedere perché a quel punto lui mandasse contributi per “La Flèche”. Però a lasciare attoniti è soprattutto l’assoluto silenzio sul fatto che si siano conosciuti e la distanza che pone, come trattasse di un’estranea. Insomma l’Evola dalle presunte larghe vedute sembra comportarsi non diversamente dagli imbarazzati borghesucci desiderosi solo di far dimenticare ogni proprio trascorso con la scandalosa Maria.

Ma c’è un aspetto intrigante più generale in filigrana all’episodio dell’intervista su “Playmen”. Nella ricerca da parte del neofascismo di aree culturali sensibili e non già saldamente presidiate da forze dell’arco costituzionale, Evola aveva (anche comprensibilmente) individuato nell’erotologia un terreno interessante: e negli ultimi anni Sessanta il boom della rivoluzione sessuale finisce con l’aprire promettenti spazi di accreditamento per una destra che vuole presentarsi rinnovata. Un altro settore storicamente frequentato dall’estrema destra era poi quello dell’esoterico, anche se nel Revival magico che vede il botto proprio alla fine del decennio si afferma una forte concorrenza delle culture alternative di sinistra. Ma a quel punto è chiaro che proporre nel 1969 Magia Sexualis – cioè un’opera che coniuga erotologia ed esoterismo – non appare operazione ideologicamente neutra: sarebbe ingenuo pensare di trattarla come intrapresa puramente filologica di un testo di occultismo.

Il che finisce col traghettare all’oggi. Lo storytelling di estrema destra ama ancora considerare come una propria trincea – e grazie soprattutto a Evola e alla sua scuola – alcuni temi-chiave, con una rumorosa cassa di risonanza oggi sui social: in particolare nel mondo di un fandom weird dove de Turris è attivissimo, con una ricca serie di curatele editoriali, non sempre il pubblico comprende il gioco di sottotesti ideologici di alcune interpretazioni (enfatizzazioni, omissioni). Con l’emersione qui e là sul web di idee assunte acriticamente a dogmi:

  • il complottismo di sinistra contro le interpretazioni simboliche;
  • la bieca e cieca incomprensione da parte della critica progressista delle dottrine esoteriche e quindi dei relativi autori;
  • la lettura tout court del panorama dell’esoterismo sotto un cappellino evoliano.

Sul primo punto: solo una scarsa informazione (usiamo un termine morbido) diffusa in questa Italia può pensare di esaurire una dimensione fondamentale come il simbolo nella simbolica di parte di una certa tradizione. Il problema starà piuttosto nell’usare le interpretazioni simboliche in termini congrui al contesto, dove le intenzioni dell’autore e il suo retroterra culturale e storico le rendono credibili, e non appigliandosi a vaghezze metastoriche costruite in chiave ideologica (e manipolatoria). Siamo simboli e viviamo in essi, diceva Emerson: la prima parte dell’espressione conduce su vie sottili e di credo anche personalissimo che non è questa la sede per discutere, ma la seconda parte finisce col richiamare discorsi già altrove affrontati – e cari a questa testata – sul potere dell’immaginario. Chi ha scritto su ciò pagine a tutt’oggi preziose è Furio Jesi, non a caso uno dei nomi più temuti dall’estrema destra. Mentre l’enfasi entusiasta di certo fandom sui “pionieri delle interpretazioni simboliche” (in particolare quelle postevoliane di autori come Tolkien e Lovecraft) non arriva a porsi il problema della congruità storica e filologica del relativo contenuto e della motivazione ideologica un tantino capziosa del tipo di approccio.

Sul secondo punto: il dogma gioca sulla confusione tra tradizioni culturali e filoni ideologici. È vero, una critica di matrice illuminista non può amare troppo l’esoterismo: penso a Ripellino, che in quell’opera inarrivabile che è Praga magica chiama “ciarlatano mistico” il povero Meyrink, o a Eco con l’incredibile, geniale, a suo modo profetico Pendolo di Foucault. Ma progressista è un termine ambiguo (come il suo opposto, antimodernista, che permette confusioni assai equivoche); e solo la scarsa informazione – torniamo a chiamarla così – può far ignorare la varietà di declinazioni storiche nel corso del tempo di una galassia ideale complessa e variegatissima come quella dell’esoterismo. In sostanza, esaurirlo nell’ambito dell’estrema destra – che cerca di accaparrarselo – è semplicemente falso. Ne troviamo di marca che possiamo definire progressista o ancor meglio libertaria, c’è un socialismo magico e persino un Comunismo magico (titolo offerto da Francesco Dimitri all’omonimo volume per Castelvecchi, 2004). Ma ne troviamo anche nell’ambito di un pensiero di destra che non ha nulla in comune con l’estrema destra e anzi se ne ritrae con ripugnanza. Ho il sospetto che Meyrink, nemico del militarismo, rispettoso degli ebrei in un mondo che virava pesantemente verso l’antisemitismo, fautore di un dignitoso esoterismo di crescita interiore e non di acquisizione di spazi di potere (un distinguo spesso trascurato dagli interpreti nostrani), sarebbe piuttosto addolorato da certi accaparramenti del suo nome. Un personaggio poi come l’occultista Dion Fortune – donna di polso – probabilmente butterebbe “il barone” giù dalla collina di Glastonbury, gridandogli dietro cosa pensa delle sue idee sulle donne. La realtà è che anche nella provincialissima Italia l’esoterismo andrebbe affrontato con il rigore dedicatogli da ormai un ampio filone di studi internazionali, soprattutto anglosassoni, rappresentati nel Belpaese da autori come Introvigne e lo straordinario Marco Pasi. Ciò che permetterebbe di evitare le tirate per la giacca di autori e di opere.

Il che traghetta al terzo punto: proprio l’interpretazione di Evola in Magia Sexualis mostra una sostanziale incomprensione di altre chiavi esoteriche legate a realtà culturali semplicemente diverse. Al di là insomma dei suoi contenuti ideologici (che possono ripugnarci, ma non è questo ora in questione), l’evolismo, con la sua lettura tanto autocentrata, non è una lente in grado di comprendere e far comprendere sul piano scientifico un orizzonte esoterico assai più vasto e complesso. Evola parla di Evola, della sua lettura, delle sue teorie, del suo “razzismo spirituale” eccetera, ma è poco utile per capire Randolph, de Naglowska, Meyrink o altri.

Ma allora sorge il sospetto che il curioso silenzio di questa edizione sugli ultimi decenni di studi sul Dumas d’America non costituisca un accidentale segno di trascuratezza della curatela – interpretazione che del resto suonerebbe inaccettabilmente offensiva nei confronti di un curatore colto come de Turris (o come Fincati, che però in un’ideale ripartizione del lavoro sembra essersi occupato soprattutto della Sophiale). Mostrare il profilo politico di un mago “progressista”, antirazzista, schierato per diritti di classi subalterne – dove le etichette interessano poco, non si sta cercando di cooptarlo in qualche tifoseria ma di avere un quadro storicamente corretto – minerebbe uno dei dogmi circolanti sulla piazza dell’Italietta. Quelli di cui il lettore di scarsa informazione (continuiamo a chiamarla così) continua giulivo a farsi portavoce.

(3 – continua)

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