Defund the police – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 22 Feb 2025 21:00:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dagli USA una nuova fase della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2020/07/14/dagli-usa-una-nuova-fase-della-lotta-di-classe/ Tue, 14 Jul 2020 21:55:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61345 di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta [...]]]> di Nico Maccentelli

Gli USA che non hanno mai fatto bene i conti con l’oppressione razziale…

Non è stato un fulmine a ciel sereno. Le forti tensioni sociali antirazziste di queste ultime settimane negli USA, dovute all’assassinio brutale e gratuito di George Floyd ad opera di cops di Minneapolis, sono lo sbocco politico e organizzato che si è snodato da tempo in una sequenza di riots avvenuti negli ultimi anni. Il movimento Black Lives Matter (BLM) in particolare, cresciuto a dismisura negli ultimi sei anni, è stato la risposta agli innumerevoli atti oppressivi e criminali da parte della polizia contro gli afroamericani.

Del resto, dalla guerra civile statunitense del 1861-65 non c’è mai stata una reale emancipazione degli afroamericani, se non nella misura in cui il capitalismo USA aveva necessità di allargare il mercato e formare una classe lavoratrice, un proletariato in funzione dell’accumulazione capitalistica e del profitto. Detto in termini brutali.

A questa minoranza oppressa, e a quella originaria dei nativi, se ne sono poi aggiunte altre nel corso delle migrazioni, lungo un lasso di tempo lungo 150 anni: italiani (poi assimilati nella categoria di “bianchi”) latinos, asiatici. Il pensiero liberale che ha la sua culla nel mondo anglosassone non ha mai messo in discussione ciò che per le élite bianche statunitensi è un dogma intoccabile: la superiorità dei bianchi, la loro egemonia sul resto della società (1). E le varie giustificazioni liberali dello schiavismo, si trasformate nel tempo insieme al dominio di classe in una rete dispositivi discriminatori. Ovviamente l’oppressione ha varie gradazioni: va dalle discriminazioni negli stati del sud ex-confederati (balzate alla cronaca mondiale dai tempi di Rosa parks e M.L. King) e dal suprematismo bianco a un razzismo più sottile, con la presunzione di essere politically correct, ma non meno funzionale all’intero sistema de capitalismo razziale. Ma se i quartieri ghetto e le carceri piene di afroamericani non bastassero, l’asino casca su quella che è la cartina di tornasole del razzismo USA: la polizia.

La realtà è che gli USA bianchi delle classi dirigenti sono razzisti fino al midollo, politically correct o no. E’ l’intera geografia dei simboli in tutto il paese a parlare. Ed è la ragione per cui oggi è presa di mira dal movimento. Per fare un esempio eloquente: immaginatevi che il dipinto di un artista del quattrocento avesse aperto la strada alla visione pittorica della prospettiva. Solo che questo dipinto raffigura un Cristo crocifisso a testa in giù, tra simboli di caproni demoniaci e stella pentangolari. Sarebbe stato tesoro della civiltà e della comunità di qualsiasi paese? Io dico di no.

Bene, Nascita di una nazione di David Wark Griffith sì: la sua pellicola originale è persino conservata presso il National Film Registry della Biblioteca del Congresso a Washington. Il film è considerato patrimonio e tesoro della nazione per il semplice fatto che rappresenta l’atto conciliatorio tra le “due americhe”: quella unionista e quella confederata. Al di là del fatto di essere uno dei primi lungometraggi con una narrazione più articolata (la pellicola è un muto del 1915).

Notate qualcosa? Le due americhe. Con i cattivi di turno nei neri violenti e assassini e addirittura il Ku Kux Klan che libera i cittadini minacciati. Avete capito bene: i suprematisti razzisti fanno da collante del paese, fanno fottutamente nascere la nazione. Gli USA non hanno mai fatto bene i conti con il loro passato schiavistico che poi è divenuto sfruttamento salariato, oppressione razziale e degrado. Potrete ben comprendere dunque gli attacchi alle statue simbolo di questa vera e propria tirannia violenta mai finita, operata da un’oligarchia che può essere più o meno brutale, che può far dire al “tenero” Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, che un nero che delinque non va ammazzato, ma gli si spara alle gambe. (2)

A essere messa in discussione è tutta la narrazione neoliberale che ha accompagnato la “nascita di una nazione” . In questo senso va letta la rimozione delle statue non solo di schiavisti dichiarati e personaggi storici della guerra civile americana come il generale Lee, ma l’origine stessa della colonizzazione selvaggia, dello sterminio dei nativi, della libertà d’impresa nella deportazione di schiavi dall’Africa, arrivando fino a Cristoforo Colombo.

“Le vene aperte” dell’America stanno riversando tutto il sangue di secoli di oppressione proprio nel cuore dell’imperialismo stesso, facendo saltare il tappo della “più grande democrazia del mondo”, che copriva la polarizzazione stridente tra miseria da una parte e lusso dall’altra, tra ghetti sterminati e cittadelle del consumo e del benessere neoliberista.

 

… ora devono fare i conti con qualcosa di più generalizzato: la lotta di classe.

Ma se volessimo soffermarci al carattere razziale dell’oppressione negli USA, avremmo fatto solo una parte della lettura di quella situazione.

Se ci chiedessimo perché a metà degli anni ’50 gli USA hanno avuto un fenomeno repressivo come quello del maccartismo, nel dare la risposta ci metteremmo già sulla strada giusta.

Joseph McCarthy mentre illustra la “presenza comunista” negli USA

Certo, avevamo la guerra fredda tra i due blocchi. Ma intanto l’URSS e i paesi del socialismo reale non rappresentavano solo una nomenclatura, ma un’idea diversa di mondo, e già nel secondo dopoguerra si accendevano lotte di liberazione antimperialiste, dalla guerra di Corea in poi. In particolare, ragione non secondaria della caccia alle streghe del senatore alcolizzato, il marxismo, l’anarchismo e la lotta di classe negli USA non sono mai stati momenti episodici ed estemporanei. 

Non è questa la sede per approfondire la storia della lotta di classe negli USA, ma la classe dirigente statunitense con la sua punta di lancia McCarthy cercò di fare piazza pulita di un fenomeno che aveva profonde radici sociali (si pensi solo all’IWW, il sindacalismo rivoluzionario degli anni ’20), alimentate anche per oltre un secolo dalle forti migrazioni.

La vulgata ideologica USA hollywoodiana che stiamo subendo ormai da una sessantina d’anni, ci mostra invece un paese dove il comunismo è stato debellato: un mondo patinato fatto di kolossal, attori, cantanti, uomini politici di successo e… grandi possibilità di farsi strada. Una “way of life” del tutto falsa da sempre. La realtà è ben diversa; e c’è chi la combatte, ora come allora.

Il ciclo di lotte sociali poderose, avviatosi con l’emergenza COVID-19 negli USA, ha tutta l’aria di aprire di fatto una nuova fase della lotta di classe a livello mondiale. Infatti, la crisi mondiale del capitalismo, sta accrescendo da tempo le contraddizioni sociali e di classe anche nel cuore del capitalismo stesso: gli USA. E la pandemia con la battuta d’arresto dell’economia statunitense, i milioni di licenziamenti non ha fatto altro che accentuare la miseria sociale e le ricadute sulla salute per la mancanza di copertura sanitari per milioni di cittadini. Il COVID-19 ha acuito ancora di più una situazione di miseria e disoccupazione largamente diffuse. In pratica non è piovuto, ma diluviato sul bagnato.

Ma più in generale, la pandemia sta lasciando in uno stato ancora più profondo di miseria e depressione tutti i paesi del mondo occidentale, e naturalmente non solo loro, come ulteriore effetto sulla crisi generale mondiale di sovraproduzione di capitale nella caduta tendenziale del saggio di profitto, che è crisi strutturale e sistemica. Al di là degli indicatori drogati di borsa, che millantano una ripresa con i loro rialzi azionari, assistiamo a una contrazione dei mercati con la riduzione dei flussi commerciali internazionali. Ne consegue una flessione dei livelli occupazionali e una maggior crisi delle economie nazionali.

Per questo, con tutta probabilità la grande onda statunitense può essere considerata una prima importante avvisaglia di un cambio di fase della lotta di classe mondiale. Questo movimento ci dice che siamo arrivati ai limiti di un neoliberismo sfrenato che non ha fatto altro che mettere a profitto con il super-sfruttamento di risorse umane e ambientali l’intero pianeta o quasi. Questi limiti ormai sono piuttosto evidenti e la pandemia non ha fatto altro che imprimere un’accelerazione alle contraddizioni sociali e alla comprensione di massa sempre più estesa della tara economica che il neoliberismo stesso porta con sé.

Un anno fa c’erano già lotte proletarie e popolari di vasta portata come in Cile, ad Haiti, in Libano, in Francia, in Irak, che mostravano le forti crepe nel fronte neoliberista. Ma ovviamente una lotta e un processo di trasformazione sociale che partano dal cuore dell’impero hanno tutta un’altra influenza sull’andamento generale dei movimenti anticapitalisti di vario segno nel mondo.

E negli USA , già negli anni precedenti si intravvedevano delle avvisaglie di protesta nella crescita di un antagonismo organizzato contro le brutalità della polizia statunitense, che sedimentavano una coscienza conflittuale contro il carattere razzista del capitalismo a stelle e strisce. Ma si intravvedevano anche nelle lotte sociali per i 15 $ di salario minimo, nelle innumerevoli lotte autonome sui posti di lavoro (vedremo alcuni esempi tra breve), ma anche nella presenza organizzata alle primarie dei democratici di una forte tendenza socialista aggregata nella coalizione di Bernie Sanders.

L’attivismo di autodifesa armato contro gli attacchi dei suprematisti bianchi si è manifestato un po’ ovunque

L’assassinio di Floyd ha fatto da detonatore a un antagonismo di classe e di massa nato come risposta popolare a un neoliberismo sfrenato.

Per questo, oggi la critica di massa e la massa critica che si sono sviluppate in tutti gli USA, hanno travalicato la questione razziale, estendendo il conflitto sociale a tutto il sistema di rapporti sociali. In campo ci sono soggettività multirazziali che subiscono la miseria e la sopraffazione delle classi egemoni. Soggettività che mettono al centro temi fondamentali come i servizi, il reddito, il pubblico, la qualità e la dignità della vita, la sicurezza da un punto di vista popolare e non dei ceti che attraverso la polizia impongono la tutela della proprietà privata a scapito della vita umana: molto forte infatti è la rivendicazione attorno alla piattaforma Defund the Police. Dunque, ridurre questo movimento a una mera protesta per soprusi estemporanei di alcuni agenti di polizia razzisti significa non capire la situazione, né il conseguente salto qualitativo delle lotte sociali. 

In questi giorni (mentre sto scrivendo) a Richmond, militanti armati di BLM presidiano la statua del generale Lee ormai piuttosto variopinta dalle scritte della comunità in lotta, un intero quartiere di Seattle è in mano ai manifestanti: il CHAZ, Capitol Hill Autonomous Zone, ossia Zona Autonoma di Capitol Hill (o CHOP, Capitol Hill Organized Protest, anche la non definibilità precisa del nome è una modalità di riscrivere il territorio) è una zona liberata e la sindaca della città Jenny Durkan, in contrasto con Trump, anche se sta cercando di mettere fine all’esperienza sociale, definisce questa parte di popolo in rivolta non come terroristi ma come patrioti.

Riaffiorano esperienze che si sono caratterizzate nella fase di Occupy, innestandosi nel radicalismo militante della sinistra rivoluzionaria e creando nuove realtà organizzate e coordinate tra loro. Un esempio è Rising Majority, una coalizione intersettoriale di organizzazioni e movimenti che raggruppa realtà organizzate del sindacalismo di base ed espressioni politiche di opposizione antirazzista degli afroamericani o degli asiatici. (3)

(L’incursione degli attivisti afroamericani a Stoney Mountain, culla del suprematismo del Ku Kux Klan)

 

Le narrazioni interessate di casa nostra su questo movimento

Nell’ambito sovran-populista qualche anima bella punta ad associare il BLM e gli Antifa USA al deep state e a Soros in chiave anti-trumpiana. Operazione per esempio di PandoraTv, network pseudo-alternativo ormai definitivamente decotto dopo la prematura scomparsa di Giulietto Chiesa. Rivelando così di schierarsi con la destra ultrareazionaria anti-globalista ma altrettanto neoliberista, come se Bannon e Orban siano interlocutori politici “anti-sistema” insieme a Salvini. L’alternativa non è certo il capitalismo egoistico, razzista e di territorio dei ceti medi reazionari. Il nuovo movimento USA sta facendo piazza pulita anche di questi mentecatti, finti ignari del fatto che là negli USA l’ultradestra ha i fucili automatici dei suprematisti filo-Trump, che li usa contro le manifestazioni antifasciste e antirazziste. E che la falsa “cura” Trump al globalismo è peggio della malattia.

Altro che Soros! Lungi dall’essere eterodiretta, l’onda antagonista popolare che si è innescata con l’omicidio di Floyd, covava come brace sotto la cenere. Oltre a essere reazionari, gli orfanelli di Chiesa, amici di Fusaro, non hanno capito nulla, o non vogliono capire. Questo movimento ha il pregio di rimettere al centro, insieme alla liberazione dal razzismo, i bisogni delle classi popolari, i diritti sul lavoro della classe operaia, attraverso una rottura generalizzata con le istituzioni del paese. Al suo interno sono presenti tendenze socialiste, comuniste, libertarie anarchiche, femministe, che rendono il movimento piuttosto eterogeneo. Ma questa eterogeneità è una ricchezza, poiché mette in dialettica tra loro le diverse anime del movimento, rappresentando un salto qualitativo rispetto a Occupy. Infatti, tutte le positività politiche anticapitalistiche hanno una parte preponderante nella vastità della protesta sociale e delle sue anime differenziate.

Penso che questo movimento faccia chiarezza anche su ogni nostrana incursione “nazionalista” che una certa sinistra radicale italiana ammalata di populismo ha portato avanti in questi ultimi anni. Una tendenza che ritengo essere arrivata al capolinea e che si è nutrita di un sacrosanto anti-europeismo anti-neocolonialista, ma con il risultato di fare il verso alle destre, nella velleità di competere con loro sul loro stesso campo. Si pensi solo a certe posizioni discriminatorie sui migranti e alla definizione della migrazione come “invasione”. In realtà, il vero discrimine nei paesi occidentali ed europei sulla questione della sovranità non è la nazione, ma la classe, detto in termini molto schematici, certo, ma per capirci fino in fondo. E dagli USA arriva una bella lezione e non a caso da lì: dove la classe è multirazziale e dove al di là del proprio potere classista, non esiste alcun “padrone esterno”. Il centro dell’imperialismo per eccellenza ce l’hanno in casa.

L’insegna del dipartimento di polizia occupato a Seattle

Dunque, la crisi del neoliberismo riaccende la lotta di classe dal basso verso l’alto. Crea i presupposti per rimettere al centro ipotesi di paradigma socialiste, comunità collettivistiche che non possono certo essere riedizioni delle esperienze passate, ma che sono tutte da realizzare e sperimentare. Nel caso italiano, il centro dello scontro sociale non potrà non essere la rottura con l’Unione Europea e i suoi trattati ordoliberisti, perché da qui discende tutta la devastazione economica e sociale degli ultimi decenni, tra privatizzazioni, impossibilità dell’intervento statale a favore delle aziende in crisi, speculazioni finanziarie contro un paese che non stampa moneta, che non ha una politica economica indipendente.

Ma i temi centrali qui come negli USA sono i medesimi: non si può lasciare ai mercati (leggi: i centri del potere finanziario e multinazionale) le redini dell’economia di un paese. Occorre un forte e profondo cambiamento democratico che dia tutti gli strumenti a un potere popolare per pianificare l’economia, per socializzare i mezzi di produzione e di circolazione del capitale a partire da quelli vitali per la società.

Basta, dunque, fare il verso alle destre, che siano europeiste o sovraniste. Più che di nazioni autoreferenziate in un mondo sempre più interconnesso, ci sono tutti i presupposti per il rilancio di un nuovo internazionalismo popolare e proletario.

Vista in maniera più ampia, si può constatare come il centro dell’imperialismo mondiale, gli USA, sia sottoposto a un attacco fuori e dentro il suo territorio nazionale, come portato di secoli  di oppressione schiavistica, coloniale e neocoloniale da parte del capitalismo liberale razziale. Le resistenze bolivariane in America Latina, tra alterni colpi di mano, le lotte popolari in tutto il continente sudamericano esprimono la risposta all’attuale neocolonialismo yankee. E dal cortile di casa, si è passati… direttamente in casa.

Solo la “sinistra” nostrana, euroriformista, non si è accorta di questo fenomeno politico piuttosto dinamico e in progress, che si sta espandendo in tutto il mondo “anglosassone”, ossia in quei paesi come il Regno Unito, che vivono in modo altrettanto stridente il neoliberismo selvaggio sviluppatosi in questi decenni, paesi che sono stati la culla del tatcherismo e del reaganismo. La nostra “sinistra” riduce la rivolta statunitense a proteste umanitarie e antirazziste contro la brutalità poliziesca contro gli afroamericani, senza nulla toccare del sistema che ha generato queste condizioni. Ma perché questa riduzione superficiale fa comodo per non rimettere in discussione nulla qui da noi delle politiche di asservimento europeista e atlantista al capitalismo continentale e del servilismo del nostro ceto politico alle élite d’oltreoceano.

E’ auspicabile che la nuova onda statunitense sia anticipatrice (come gran parte dei i fenomeni sociali partiti da là) di una tendenza che presto inizierà a manifestarsi anche qua. Che chiuda i conti con questi teatrino fatto di Papetee e sardine. Perché se all’ignavia PD e dei suoi cespuglietti che sostengono nei fatti la deriva neoliberista in Italia e in Europa sta facendo da contraltare la peggiore destra ammantata di “sovranismo” populista, l’unica possibilità è sintetizzata della parola d’ordine degli zapatisti: que se vayan todos!.

Ovviamente alla “sinistra” nostrana fa molto comodo ridurre la chiave di lettura della nuova onda americana alla sola questione razziale che sì è fondamentale, ma non ci fa capire nulla di quanto sta accadendo negli USA se ci limitiamo ad essa.

Già abbiamo visto le Sardine cavalcare con la parola d’ordine “I can’t breath” il processo di liberazione irreversibile negli USA, bypassando completamente ciò che è scomodo ai loro mentori italiani, ossia il PD e i partitini vari alla LeU e Coraggiosa che gli fanno da contorno: le questioni del lavoro, lo sfruttamento del capitale sul lavoro e la miseria sociale dilagante in tutti gli stati dell’Unione.

Ma qui in Italia l’impostazione politica è completamente diversa e vede la totale subalternità della post-sinistra (definiamola così, non offenderemo più chi si sta rotolando nella tomba) al neoliberismo: subalternità diretta, da parte del PD, che ne è l’asse politico centrale; o per conseguenza: LeU, Coraggiosa, ecc.. E parlo di quel neoliberismo che là negli USA è ben chiaro a quelle sinistre e che viene quindi combattuto, ma che qua fa l’effetto della latrina per chi ci vive dentro e non sente più il fetore di piscio. Qui vige una sorta di totalitarismo politico che impedisce una presenza realmente critica dentro l’ala sinistra della borghesia imperialista ed euroliberista di qualsiasi realtà organizzata della sinistra radicale, una capacità di incidere nelle sue politiche.

L’esempio di Bernie Sanders, dei DSA e di stelle nascenti del socialismo come la Ocasio Cortez (4), qui sarebbe impensabile e lasciamo al mondo dell’autoillusione, o meglio, alla disonestà intellettuale personaggi come la Schlein o Fratoianni, che vogliono farci credere che in coalizione col PD si possa avere lo stesso scenario del bipolarismo USA, e che quindi con le primarie dem e l’internità sia possibile introdurre elementi progressivi su tanti temi come la salute, il lavoro, l’ambiente. In realtà il ruolino di marcia dei Bonaccini a livello regionale o degli esecutivi governativi in cui partecipa il PD a livello nazionale non si tocca. Il “piccolo dettaglio” che differenzia questi personaggi di piccolo cabotaggio nostrano, che fanno leva su qualche rivendicazione, dalla presenza socialista alle primarie dem, è la forte pressione dal basso che ha consentito anche a personaggi come Sanders di capitalizzare questa forza sui temi sociali. Ma soprattutto è la lotta che attraversa tutta la società civile statunitense.

 

La pressione dal basso sui dem USA, sviluppatasi in anni di conflitto di classe, l’antagonismo, le lotte

I democratici USA devono fare i conti con una marea montante antagonista che, nella migliore delle ipotesi, si presenta come socialista riformista, appunto Sanders e soci (5), ma che di fatto va ben oltre per conflittualità sociale e coscienza politica. L’intera élite statunitense deve fare i conti con lotte che qui nemmeno ci immaginiamo. Vediamone alcune per sommi capi.

Partiamo da un punto sostanziale: sono anni che la sinistra americana, sin dai tempi di Occupy e del “noi siamo il 99%”, ossia dal 2011, sostiene tre punti fondamentali: salario minimo a 15$, il medicare ossia un sistema sanitario che deve tornare a essere pubblico e garantito a tutti, e la questione più politica di democrazia economica, ossia il fatto che il reddito degli americani più ricchi, ossia l’1%, dal 1979 al 2007 è aumentato del 275%, mentre i salari sono cresciuti nel frattempo meno dell’inflazione (6). (Detto per inciso, quando mai queste questioni sono state agitate da una sinistra imbelle e capitolazionista come la nostra?)

A questi punti si accompagna un chiaro orientamento strategico al socialismo che qui non esiste. O viene timidamente sbandierato da forze decotte ed euroriformiste come Rifondazione Comunista. Giusto Potere al Popolo ne fa qualche accenno, avendolo nel suo dna. Il DSA è forse politicamente più rivoluzionario anche della sinistra radicale italiana? (7) E’ una domanda provocatoria, ma pertinente, visti gli esiti del conflitto sociale USA, la sua crescita e il ruolo che giocano le stesse forze “moderate” come i DSA. Negli USA si parla di socialismo, qua no.

Ma torniamo alle tappe della crescita della lotta di classe al capitalismo razziale in USA.

Occupy Wall Street, 2011

Il 2011 segna un passaggio importante per la sinistra radicale americana: è l’anno di Occupy, ossia di un vasto ed eterogeneo movimento contro le forti disuguaglianze sociali e il potere della finanza nato per certi aspetti e caratteristiche dalle esperienze no-global dell’ondata precedente, quella di Seattle del 200. Ma in quell’anno c’è anche un altro fenomeno importante: il governatore del Wisconsin Scott Walker con il Budget Repair Bill cercò di rendere illegali le contrattazioni collettive per i lavoratori del pubblico impiego, oltre a tagli alla sanità, alla tutela dell’ambiente e all’istruzione pubblica. Ciò provocò una risposta di massa piuttosto vasta: oltre centomila persone invasero la capitale Madison, gli insegnanti organizzarono un assenteismo di massa, fu occupato il Campidoglio dai manifestanti (8).

Nel 2014 a Ferguson, l’assassinio di Michael Brown, un adolescente afroamericano ad opera di un ufficiale di polizia bianco, scatenò un’ondata di proteste e scontri e la nascita di Black Lives Matter, che chiedeva la fine del razzismo e delle uccisioni dei neri da parte della polizia. Ma è evidente, come già evidenziato, che tutte queste esperienze di lotta hanno avuto un processo di convergenza alimentata dalla miseria sociale dilagante e dallo strapotere nei luoghi di lavoro e sul territorio da parte dei guardiani razzisti e classisti del capitale.

Il fronte sociale e politico è piuttosto eterogeneo: va dall’Antifa all’anarchismo organizzato, dal BLM alle campagne per le primarie di DSA e sostenitori di Sanders, alle lotte di realtà autonome nel mondo del lavoro come Fight for 15$. 

In specifico, nell’ambito dell’antagonismo di classe, è significativa l’unificazione di varie entità organizzate sotto il cartello del già prima menzionato Rising Majority, a cui hanno aderito personalità dell’attivismo anticapitalista come Naomi Klein, e comuniste storiche della lotta antirazzista e contro il carcere imperialista e le sue strutture privatizzate come Angela Davis (9).

In particolare è degno di rilievo lo sviluppo e l’unificazione delle proteste in seguito all’assassinio di George Floyd, l’attivismo dei BLM nelle città statunitensi, le mobilitazioni sul territorio come la già citata esperienza di CHAZ a Seattle. Interessanti a tal proposito sono le considerazioni di Noam Chomsky su questa esperienza:

“Creare delle strutture di mutuo soccorso e cooperazione che liberino le persone dalle strutture governative, che si sono dimostrate totalmente inadeguate nell’affrontare problemi specifici, come garantire l’acqua a tutti e tutte – o altri problemi più gravi ancora che spiegano come mai siamo stati così disperatamente impreparati per questa crisi. La zona autonoma è un esempio interessante di questa tendenza. È anche impressionante vedere il supporto che arriva [da persone come] il sindaco di Seattle, e l’enorme sostegno popolare, che sta facendo impazzire Trump e Fox News. È un segnale positivo, una cosa importante. Credo che sia una manifestazione del fatto che iniziamo a pensare di poter prendere il controllo delle nostre vite, di non poterle lasciarle nelle mani delle autorità che si presentano come nostri padroni. Dobbiamo farcene carico noi.” (10)

Ingresso a CHAZ, la zona liberata a Seattle

Un’esperienza di autogestione popolare che va oltre l’accampata di Occupy per arrivare su un terreno di contropotere. A ciò si aggiungono le lotte sui luoghi di lavoro, il costituirsi di comitati popolari, esperienze come il boicottaggio da parte degli autisti di mezzi adibiti al trasporto dei manifestanti nelle carceri, l’appoggio al già citato Defund the Police, all’istanza di definanziare le spese per la polizia nella lotta per estromettere dai sindacati la polizia stessa (11).

In particolare i comitati popolari di base nei luoghi di lavoro e nel territorio delineano l’orientamento che vanno assumendo la ricomposizione di classe, l’organizzazione e la lotta verso la costituzione di consigli operai e popolari. Leggo dal summenzionato articolo di Left Voice:

“Questi comitati popolari di base possono costruire il potere di colpire e fermare la produzione, sia per misure di sicurezza durante la pandemia che a sostegno della rivolta. E possono essere il modo di coordinare nuovi settori della classe lavoratrice per unirsi alle mobilitazioni e ai combattimenti di strada.” (…) “Ma altrettanto importante è l’agitazione ovunque e ogni volta che possiamo per la creazione di assemblee di massa come quelle emergenti a Minneapolis e Seattle. Queste assemblee di massa possono essere cruciali per unificare, collegare e coordinare le lotte di manifestanti, attivisti sindacali e liberi lavoratori non sindacali.”

La rivolta sociale divampata negli USA ha anche e soprattutto le caratteristiche sul piano identitario e delle vertenze di una vera e propria lotta di classe del basso contro l’alto, una lotta proletaria che riunifica una sommatoria di istanze sociali, che tende verso la costruzione di un contropotere consiliare ancora embrionale, ma significativo.

Amazon (Amazonians Unidos) e Instacart sono altri esempi in cui i lavoratori hanno costituito infrastrutture organizzate, ma esperienze di lotta si annoverano anche in altri contesti del lavoro come McDonald e anche tra i lavoratori agricoli.

Afroamericani, latinos, asiatici e tanti bianchi precari e poveri, nonché il soggetto doppiamente sfruttato e vessato, quello femminile, costituiscono la vasta e variegata realtà dell’antagonismo sociale statunitense, espressione dei profondi guasti lasciati dal neoliberismo, che qui ha la sua culla, dell’abissale polarizzazione tra ceti agiati e classi popolari con in mezzo una media borghesia devastata (come qua) dalle veloci dinamiche di esproprio sociale e di rapida caduta dalla scala sociale nella perdita di lavoro e potere d’acquisto, proprie della società USA, quindi dalla fuori uscita dalle coperture previdenziali e dal ritrovarsi dall’oggi al domani in mezzo alla strada.

Per quanto riguarda i “reietti del paese”, il rapido sviluppo di una loro coscienza di classe e di realtà di base antirazziste e anticapitaliste rivoluzionarie, le parole di Angela Davis sono più eloquenti di qualsiasi bella analisi:

“Questo è un momento straordinario. Non ho mai sperimentato nulla di simile alle condizioni che stiamo vivendo attualmente, la congiuntura creata dalla pandemia di Covid-19 e il riconoscimento del razzismo sistemico che è stato reso visibile in queste condizioni a causa delle morti sproporzionate nelle comunità di Blacks e Latinos. E questo è un momento in cui non so se mi sarei mai aspettata di sperimentare (…) ho spesso detto che non si sa mai quando le condizioni possono dar luogo a una congiuntura come quella attuale, che sposta rapidamente la coscienza popolare e ci consente improvvisamente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale.” (13)

 

In conclusione

Se andiamo oltre i singoli alberi e vediamo la foresta nella sua interezza, diviene chiaro ciò che sta accadendo a partire dagli USA, con la caduta dei livelli di gestione capitalistica dello stato di cose vigente. Come le borghesie imperialiste si stiano preparando per contenere le masse d’urto popolari e le possibilità di intervento politico delle forze marxiste rivoluzionarie e antagoniste in una molteplicità di ambiti sociali, del lavoro, ambientali, ma anche più politici sui rapporti di forza tra classi, ossia di contropotere e autogestione, di rimessa al centro del pubblico in una nuova visione di Stato popolare.

Sinora i punti di frizione maggiori di questa lotta di classe erano all’esterno: tra imperialismo e popoli, con punti focali come il Venezuela, la mai doma Cuba, il Medio Oriente, l’intera America latina. Con capovolgimenti di forze alterni: Macrì in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Lenin Moreno in Ecuador, il golpe in Bolivia e poi ancora la vittoria popolare del peronismo kirchneriano in Argentina. In particolare l’attacco al bolivarismo pur con le sue contraddizioni e all’emancipazione sociale di cui è portatore nei confronti dei popoli e paesi dell’America latina che si affrancano dal dominio imperiale yankee viene tutt’ora condotta senza esclusione di colpi.

Certo, il tentativo delle oligarchie imperialiste più in generale è quello di contrastare l’ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi attori capitalisti, di predare o mantenere il controllo su materie prime e risorse energetiche, ma anche quello di stroncare esperienze politico-sociali del tutto alternative al modello neoliberale. E questo è il fronte più caldo. Ora però questo fronte è divenuto mobile, e si è esteso arrivando geograficamente e socialmente fino al cuore delle contraddizioni sociali del sistema imperialista stesso. Questa guerra sociale è arrivata fin dentro le metropoli. 

Nella rivolta statunitense, le componenti rivoluzionarie non hanno certo un ruolo secondario. In intere masse giovanili, che si credevano educate da bravi bimboni ad hamburger king size da McDonald e videogame, rivivono le evocazioni anticapitaliste, comuniste, libertarie tipiche degli anni ’60 e ’70. Antichi percorsi che si credevano interrotti definitivamente, si riallacciano con modalità organizzative e in contesti socio-culturali e comunitari diversi, con intelligenza politica e metodo. E le scene delle manifestazioni e del conflitto di strada sono molto simili a quelle nostre degli anni ’70 in Italia: il meglio che il movimento di classe antagonista qui da noi abbia mai potuto esprimere.

La lotta di classe ritrova una sua pratica soggettivazione proprio nell’epicentro del capitalismo mondiale, ormai attraversato dalla devastazione sociale, frutto di decenni di macelleria sulle classi lavoratrici, privatizzazioni, di un liberismo che ha avuto il suo sviluppo con Reagan e Tatcher, e che oggi mostra tutti i suoi limiti più osceni: l’aver portato a dei livelli intollerabili e a un punto di non ritorno le diseguaglianze e tutte le tare mai superate delle “democrazie” liberali come il razzismo, la supremazia oligarchica bianca, la privazione di ogni diritto e dignità nel nome del mercato.

Ecco perché si tratta di un passaggio epocale. La rivolta cilena contro Piñera dell’anno scorso, nel paese simbolico dove tutto è iniziato nel 1973 con gli esperimenti economico-sociali dei fanatici iperliberisti dei Chicago boys, è stato il colpo di diapason. Ma la marea montante ha la sua prosecuzione non in qualche remoto territorio delle periferie dell’imperialismo; il suo sviluppo, che segna il passaggio di fase insieme alle devastazioni profonde accentuate dal Covid, è proprio nell’Occidente nord americano, dove la miseria già da anni segna la vita di decine di milioni di persone senza alcuna soluzione che non sia il tentativo di girare individualmente la roulette del darwinismo sociale, del “cane mangia cane”, del gioco al massacro del libero mercato.
Minneapolis e poi Seattle, Boston, Oakland, New York, Washington e il resto delle grandi metropoli statunitensi, rappresentano l’inizio della grande crisi sociale del capitalismo avanzato, imperialista, l’esplosione del ventre della bestia.

Vedere le immagini degli scontri non rende quanto le migliaia di pugni alzati antifascisti, di una sinistra irriducibilmente antagonista che ci riassume tutta la storia dei movimenti operai e socialisti del secolo scorso, riannodando un filo rosso che si pensava interrotto definitivamente, pensato fino a ieri solo come ipotesi, eventualità quasi utopica. E’ una presa di coscienza della forza sociale che riguarda anche i diretti protagonisti, che in queste settimane si sono ben saggiati. E la questione non finisce qui.

Democratici e repubblicani, neocom di entrambi i campi fittizi della medesima oligarchia, del deep state USA, lo sanno bene: chi sfila nelle piazze degli Stati dell’Unione è una massa eterogenea, composta da una minoranza che vota e una maggioranza che non voterà mai più o che non ha mai votato. Sono i focus target delle campagne politiche che se ne vanno dagli orizzonti di un’autonomia del politico che è solo regime, fuori e contro le vuote e asfittiche istituzioni del comando e delle lobby, che, nella “migliore” delle ipotesi possono essere tutt’al più un’opzione obamiana, quella elitaria, dell’oligarchia, che ha stroncato con la frode clintoniana in due primarie le spinte socialiste e di giustizia sociale incarnate da Bernie Sanders. Tutti passaggi politici che hanno portato nella testa di vaste masse alla caduta di ogni credibilità di poter cambiare lo stato di cose dall’interno, di appoggiarsi al nemico apparentemente più “buono”.

Ma lo stesso copione viene articolato anche qua, in un TINA (there is no alternative) che non guarda neppure più la necessità di gestire il consenso. Come se i bugiardoni di regime, le veline, le menzogne, le bufale potessero influire su un corpo sociale senza alcun new deal, azione concreta per intervenire sulla devastazione acuita dal covid, sulle economie distrutte. Resta solo il vuoto delle cittadelle della rendita, simulacri di patti sociali che non esistono più. Ma questa è un’altra storia, che necessiterebbe altre, più approfondite quanto urgenti riflessioni.

Mi limito ad affermare che sta in noi dunque, alle forze della sinistra di classe, ai comunisti, prendere esempio dal lavoro straordinario fatto dalle realtà marxiste rivoluzionarie statunitensi, per non lasciare al populismo reazionario il ruolo di oppositori e quindi una falsa iniziativa politica “anti-sistema” che non è altro che l’altra faccia dell’orrida medaglia capitalista. Qui c’è ancora molta confusione, c’è tanta arretratezza politica. Ma i segnali della crisi sociale ci sono tutti. Sapremo esserne all’altezza?

 

NOTE

1) A tal proposito consiglio la lettura di Controstoria del liberalismo, di Domenico Losurdo, ed. Laterza, che analizza l’approccio allo schiavismo da parte del pensiero liberale dalla sua genesi: John Locke, John Calhoun, John S. Mill.

2) Sui secoli di oppressione degli afroamericani e sulle attuali lotte antirazziste è interessante l’intervista a Carl Williams, attivista di supporto legale al BLM Boston qui

3) Ecco il sito: https://therisingmajority.com e una lista parziale delle organizzazioni aderenti: Black Lives Matter / Grassroots Global Justice / Working Families Party /  Southern Vision Alliance / U.S. Labour Against the War / National Domestic Workers / Left Roots / Fight For $15 / Women’s March / Black LGBTQA+ Migrant Project

4) Si vada a leggere qui

5) Va detto che il ceto dirigente dei democratici USA, esponenti del deep state, fa sempre di tutto per boicottare la politica radicale dei socialisti, ma appunto le dinamiche politiche rispetto all’Italia sono differenti e differente e più incisiva è la pressione della sinistra radicale.

6) Bashar Sunkara, Manifesto del socialismo del XXI secolo, pag. 216.

7) La stessa Angela Davis nei lontani anni ’60 definì come radicali coloro che vanno alle radici delle cose; ma qui in Italia si sono perse proprio le radici…

8) Vedi l’articolo (qui) di Valerio Evangelisti sulla nostra testata il 2 marzo 2011

9) Qui la tematizzazione dei contenuti e del dibattito interno all’inizio della pandemia negli USA e alla vigilia della rivolta sociale

10) Qui, in questo articolo di Jacobin Italia l’intera intervista

11) In merito a questo, leggere qui

12) Questi e altri dati sulle esperienze di lotta attuali evidenziate da Left Voice si trovano su questo articolo

13) Citazione presa dall’articolo-intervista a Kent Ford, attivista storico delle Black Panthers, fondatore della loro sezione a Portland negli anni ‘60 su Contropiano (qui)

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I don’t live today: scene dalla guerra di classe in America (e non solo) https://www.carmillaonline.com/2020/06/24/i-dont-live-today-scene-dalla-guerra-di-classe-in-america-e-non-solo/ Wed, 24 Jun 2020 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60919 di Sandro Moiso

Will I live tomorrow? Well I just can’t say But I know for sure I don’t live today (I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria [...]]]> di Sandro Moiso

Will I live tomorrow?
Well I just can’t say
But I know for sure
I don’t live today

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria vittoria definitiva della propria classe su quella degli oppressi.
Le notizie di tali eventi hanno fatto rapidamente il giro del mondo e, esattamente come le lotte contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta, hanno infiammato le piazze dei paesi occidentali e di altri continenti.

La forza delle manifestazioni, il timore suscitato dal loro rapido diffondersi, la capacità di risposta politica dimostrata dai manifestanti (in grado di utilizzare tanto la violenza quanto l’abilità di influenzare mediaticamente e politicamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale), la strategia messa in atto collettivamente nelle strade e nelle piazze hanno costituito una brutta sorpresa per un potere politico e finanziario che da anni si pensava ormai vincitore nel confronto con i subordinati di ogni colore e credo.

La richiesta improvvisa e radicale dello scioglimento delle forze di polizia o almeno di un loro radicale ridimensionamento e di una sostanziale revisione dell’uso della forza ad esse consentito è stato un passo di portata storica, non soltanto per i movimenti americani ma anche per quelli che in ogni angolo del mondo si oppongono ormai da anni alle violenze poliziesche e, più in generale, dello Stato nei confronti di chi difende, sul fronte opposto, gli interessi di classe, ambientali, di genere e appartenenza culturale e etnica. Defund the police è diventato uno slogan politico che potrebbe avere, anche qui da noi, una funzione niente affatto secondaria per rilanciare il dibattito pubblico sul ruolo attivo delle forze dell’ordine nella repressione sociale e nella creazione di autentici casi giudiziari, come ad esempio in Val di Susa nei confronti del movimento NoTav.

La sorpresa con cui è stata accolta la richiesta da diverse amministrazioni locali statunitensi, la confusione in cui sono rimasti intrappolati i vertici militari e politici manifestano non soltanto un vacuo ‘pentimento’ per le violenze subite da secoli dalla comunità afro-americana, ma anche la crisi sociale, politica ed economica in cui si dibatte ormai da tempo la maggior potenza imperialista dell’Occidente. Una crisi di cui abbiamo parlato già più volte su Carmilla, destinata inevitabilmente a sfociare in un nuovo conflitto globale per il contollo dell’economia planetaria oppure in una nuova guerra civile di cui da tempo si parla negli ambienti politici e culturali statunitensi. Guerra civile che già da anni ispira, anche soltanto metaforicamente, molte trame della produzione letteraria, cinematografica e fumettistica statunitense.

Guerra civile a venire (o forse già in atto) che ha prodotto un immaginario che già la “comprende” e che, a sua volta, spinge, nemmeno più troppo inconsciamente, verso una sua concreta deflagrazione.
Guerra civile che, proprio in quanto tale, non può essere animata e agita da due soli attori, come la concezione tradizionale dello scontro di classe vorrebbe. Le guerre civili infatti decidono di come le società e le economie dovranno essere ristrutturate una volta concluse e una volta emerso il vincitore.

Così fu per la guerra civile americana, durante la quale il presidente repubblicano Abramo Lincoln guidò la costruzione di un’America industriale sulle ceneri di un’altra America agricola, schiavista e dipendente dalle esportazioni verso l’impero britannico. In cui la questione della schiavitù e dell’oppressione divenne dirimente soltanto a partire dal 1863, con il proclama con cui il presidente del Nord abolì la stessa nella speranza che la rivolta degli schiavi mettesse in crisi il Sud, fino ad allora vincente nello scontro militare. Vittoria finale del Nord cui la classe operaia dello stesso, anche sotto l’invito dei socialisti ispirati da Karl Marx e Friedrich Engels, aveva dato un significativo contributo in termini di arruolamento e partecipazione, non tanto per la liberazione degli schiavi afro-americani, quanto piuttosto a favore di uno sviluppo industriale nazionale che permettesse e favorisse lo sviluppo della stessa classe e il miglioramento delle sue condizioni di vita e di partecipazione democratica alla vita politica nazionale.

Ecco, proprio quella guerra civile ci permette di cogliere l’essenza di tutte le guerre civili: più attori in lotta sullo stesso campo, divisi oppure uniti da interessi che talvolta coincidono e ancor più spesso divergono.
Capitalisti industriali del Nord, banchieri, grandi proprietari terrieri del Sud, piccoli proprietari terrieri degli Stati confederati, schiavisti, abolizionisti, afro-americani schiavi oppure liberi nelle principali città del Nord, operai industriali, socialisti, repubblicani, democratici (questi ultimi all’epoca rappresentanti della proprietà terriera del Sud) furono infatti gli attori principali di quel dramma.

La vittoria dei primi dell’elenco delineò il destino di grande potenza degli Stati Uniti, gli schieramenti politici successivi, gli allineamenti di classe rispetto agli interessi nazionali, odii e conflitti mai rimarginati ma, soprattutto, non risolse il problema della sottomissione degli afro-americani al potere bianco che, comunque, da quella guerra non fu minimamente scalfito o indebolito, ma piuttosto rafforzato da alleanze (ad esempio quello tra gli interessi economici del gran capitale e quelli dell’aristocrazia operaia del Nord) semplicemente impensabili prima di allora.

No sun comin’ through my windows
Feel like I’m livin’ at the bottom of a grave

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

Anche la Grande Crisi degli anni Trenta non contribuì ad un ravvicinamento tra gli interessi dei lavoratori, dei piccoli contadini bianchi impoveriti e quelli della comunità afro-americana. Troppo vicine risultavano, soprattutto al Sud, le ferite lasciate ancora aperte dalla guerra civile; troppo nazionalista risultava ancora la politica di una sinistra americana che incoraggiava gli operai bianchi a partecipare allo sforzo collettivo in vista dello scontro militare con le potenze del male, rappresentate all’epoca da Germania, Italia e Giappone (anche se ai vertici dell’establishment economico e politico statunitense non poche erano le simpatie per quei regimi politici) mentre lo stalinismo spingeva i ‘neri’ alla creazione di un proprio stato autonomo nel Sud degli Stati Uniti, basato unicamente sul presupposto della maggior presenza di discendenti degli schiavi, in stati come l’Alabama, la Georgia e il Mississippi, rispetto alla popolazione ‘bianca’.

In realtà la crisi della segregazione razziale ebbe inizio soltanto un secolo dopo, negli anni Sessanta del ‘900, a seguito di una crisi di coscienza politica sviluppatasi tra gli anni della Nuova Frontiera di kennedyana memoria e la critica del macello imperialista in Vietnam, che vide comunque protagonisti, oltre agli afro-americani, gli studenti, gli intellettuali e una parte dei reduci di quella guerra più che i lavoratori della classe operaia o della classe media bianca. Ancor aggrappati, questi ultimi, ad un sogno americano che per gli altri andava rapidamente disfacendosi nella repressione poliziesca dei movimenti giovanili, nei ghetti delle metropoli e nelle paludi del Sud-est asiatico. Soltanto là dove la componente afro-americana era predominante, come nel caso di Detroit, la classe operaia bianca si unì ai neri nella lotta, che ebbe comunque sempre al suo centro rivendicazioni inerenti l’autonomia di classe, il lavoro e le sue condizioni salariali ancor più che i diritti civili1.

La vera novità di queste ultime settimane, invece, è data dal fatto che le proteste hanno coinvolto soggetti diversi, sia dal punto di vista etnico-culturale che di classe, vedendo uniti nelle protesta la comunità afroamericana (che rappresenta circa il 12% della popolazione statunitense) insieme a quella ispanica, nativa americana, asiatica e almeno ad una parte di quella bianca. Un fatto sicuramente inedito per le proporzioni che ha raggiunto nella partecipazione alle proteste.

D’altra parte l’omicidio del quarantaseienne George Floyd, seguito a distanza di pochi giorni da quello del ventisettenne Rayshard Brooks da parte della polizia di Atlanta sono stati non soltanto gli ultimi casi di una catena di violenze e prevaricazioni di cui la comunità afroamericana e vittima da sempre, ma anche le classiche gocce che hanno fatto traboccare un vaso già colmo.

La crescita abnorme delle disuguaglianze sociali nel corso dell’ultimo decennio ha cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. La precarizzazione delle vite dei lavoratori e l’impoverimento della middle class sono state ulteriormente aggravate dall’epidemia di Covid-19 che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera e, in genere tutte le fasce più deboli della popolazione. Creando le condizioni per una tempesta perfetta.

Al 21 giugno gli Stati Uniti risultano essere infatti il paese maggiormente colpito dall’epidemia con con 2.255.119 casi e 119.719 decessi. In un contesto in cui il settore dell’assistenza sanitaria costituisce:

il più grosso fallimento del sistema economico americano. Un disastro che, oltre a provocare un numero infinito di drammi individuali, lacera pericolosamente il tessuto sociale mettendo con le spalle al muro un ex ceto medio già molto impoverito e accentua ulteriormente le disuguaglianze estreme dell’America del Ventunesimo secolo. E quando le disuguaglianze si misurano non con gli squilibri di reddito ma con la differenza tra vivere e morire, le cose, evidentemente, cambiano.[…] I racconti commoventi o che suscitano rabbia sono infiniti: Pazienti in lotta con il cancro che si sono visti negare la chemioterapia per via di una polizza sanitaria che copriva solo il primo ciclo; malati terminali costretti, tra mille sofferenze, a combatter con i call center della propria assicurazione per negoziare qualche rimborso; migliaia di famiglie andate in bancarotta perché non in grado di pagare il prezzo esorbitante dei trattamenti medici erogati dal pronto soccorso. Il motivo è che in America, oltre alle aziende, possono dichiarare fallimeto anche i singoli individui: l’impossibilità di far fronte alle spese mediche è la prima causa di bancarotta2

Immaginiamo come tutto questo si sia incrociato con la pandemia e aggiungiamo il video di nove minuti girato da una ragazza di 17 anni che in poche ore ha fatto il giro del mondo con un effetto dirompente e, circa 48 ore dopo, il fuoco che ha distrutto il terzo distretto di polizia a Minneapolis, che ha invece prodotto l’immaginario della protesta contro le ingiustizie e il razzismo.

“Col passare dei giorni e delle settimane, la narrazione della vera natura della rivolta continuerà a essere discussa” scrive un cronista che ha seguito da vicino la prima settimana a Minneapolis. “[…] Non puoi fare un censimento durante una rivolta, ma il mio resoconto personale è che i giovani in prima linea sono stati sproporzionatamente neri e marroni, per lo più non affiliati a un’organizzazione ufficiale.“
Ma la vera importante novità sono le seconde linee: li’ trovi anche ispanici, latinos, bianchi, asiatici, nativi americani, donne e persone anche anziane3.

A tutto ciò va poi ancora aggiunto che:

Tra il 1998 e il 2015 gli stabilimenti manifatturieri negli Stati Uniti sono passati da 366.249 a 292.825; soprattutto, il numero delle fabbriche con più di 1000 dipendenti si è quasi dimezzato
(da 1504 a 863) e quello delle fabbriche con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo (da 3322 a 2072). A sua volta il numero dei posti di lavoro nel settore manifatturiero è passato da 18.640.000 alla fine del 1980 a 17.449.000 nel dicembre 1998, a 12.809.000 nel dicembre 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni nel 1980 a quasi 276 milioni nel 1998 e a 327 milioni nel 20183.
La seconda rivoluzione industriale aveva creato le grandi città statunitensi, la terza le ha distrutte.
[…] Tra il 1975 e il 2017 il PIL reale degli Stati Uniti è passato da quasi 5500 miliardi a poco più di 17.000 miliardi e la produttività è cresciuta di circa il 60%, ma i salari orari reali di gran parte dei lavoratori sono rimasti invariati o si sono addirittura abbassati. In altre parole, «per quasi quattro decenni una minuscola élite si è accaparrata quasi tutti i guadagni derivanti dalla crescita economica». Il che testimonia, tra l’altro, che i partiti che si sono alternati al potere negli ultimi decenni – «la politica», con poche eccezioni individuali – hanno avuto la non volontà di legiferare a protezione degli strati mediobassi, cioè della maggioranza della popolazione, e hanno mostrato subalternità agli interessi della piccola minoranza dei potentati economici e finanziari.

L’impressionante aumento di ricchezza dei ricchi[…](ha) cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. E l’insicurezza prolungata ha prodotto a sua volta estraniamento, isolamento e disperazione. I suicidi sono aumentati del 24% tra il 1999 e il 2014; nello stesso arco di tempo, il tasso di suicidi è cresciuto del 63% per le donne tra i 45 e i 64 anni e del 43% per gli uomini della stessa età. Il loro numero è passato da 29.199 del 1999, a 42.773 del 2014, a 47.173 nel 2017 (quando le morti per alcol e droghe sono state più di 100.000). Infine, il fatto che l’arricchimento dei ricchi sia continuato durante la cosiddetta Grande recessione iniziata nel 2008, ha generato nuove frustrazioni, suscitato risentimenti e minato i pilastri della stessa tradizionale fiducia degli statunitensi nella loro democrazia in quanto prassi sociale informale e condivisa, prima ancora che impalcatura istituzionale.4

A questo punto è facile comprendere come le proteste e i riot che sono seguiti al brutale omicidio di George Floyd in quasi tutti gli stati della federazione, vanno ben oltre la pur fondamentale lotta contro la discriminazione razziale e pongono, invece e in maniera lampante, una questione socio-politica che, forse per la prima volta nella storia americana, potrebbe unificare le differenti componenti etniche in unico, autentico melting pot di classe.

Naturalmente, si è cercato fin da subito di vedere nelle rivolte un complotto dei suprematisti bianchi (tornando all’inveterata tradizione degli opposti estremismi che serve sempre a dipingere come fascista o populista qualsiasi forma di lotta non immediatamente inquadrabile nelle maglie istituzionali)5, ma è indubbio che la pressione sociale negli USA è salita a livelli critici a causa della crisi economica da Covid-19, che ha prodotto nel giro di poche settimane un aumento vertiginoso di richieste di nuovi sussidi di disoccupazione, aumentate di circa 40 milioni.

Anche se la maggioranza dei nuovi disoccupati è probabilmente da ricercare nei settori lavorativi contraddistinti dal precariato e vedono coinvolti soprattutto lavoratori e lavoratrici appartenenti alle minoranze etniche e ai millennial bianchi (i quali ultimi hanno visto ridursi del 16% le loro possibilità occupazionali soltanto tra marzo e aprile6), è altrettanto indubbio che tale situazione ha aperto un ulteriore baratro di fronte agli occhi di quella classe media bianca, operaia e non, che già dal 2008 ha imparato cosa significhi perdere rapidamente non solo il posto di lavoro, ma anche la casa e qualsiasi altro tipo di garanzia sociale ed economica (risparmi e investimenti nei fondi pensionistici privati in primis).

Ecco allora che se nel Michigan lavoratori e miliziani bianchi armati avevano occupato il parlamento dello Stato armi alla mano, nei giorni successivi alcuni gruppi di boogaloo boys (militanti di formazioni armate di varia natura e non sempre apparteneti soltanto alla destra bianca) hanno manifestato solidarietà con la morte di George Floyd, in nome di una comune lotta (boogaloo è, né più né meno, che un sinonimo gergale per guerra civile) contro lo Stato federale, le sue leggi, i suoi apparati di sicurezza e la sua volontà di controllare la diffusione delle armi a discapito del secondo emendamento della Costituzione americana7.

Certo in tale manifestazione di “solidarietà” sono rintracciabili elementi di opportunismo e di provocazione, forse solo un autentico bluff, ma non dimentichiamo mai che, soprattutto tra le frange impoverite dei piccoli farmers tali posizioni estreme, di destra e armate, hanno preso piede da decenni8 proprio a partire dal venir meno di qualsiasi speranza in un ulteriore miglioramento delle proprie condizioni economiche a seguito di un sempre maggior indebitamento nei confronti delle banche, oggi accompagnato spesso dai danni causati in molti territori, ancora utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento, dalla pratica del fracking, ovvero della fratturazione idraulica del sottosuolo per la ricerca e l’estrazione del petrolio e dello shale gas.

E’ una geografia politica, mentale e spaziale estremamente frantumata quella degli Stati Uniti attuali.
Un mosaico impressionista di emozioni, rivendicazioni, miseria e rabbia che spesso assume i contorni della dichiarazione di zone liberate. Dalla attuale Zona Autonoma di Capitol Hill a Seattle alla ciclica dichiarazione di indipendenza di zone rurali, caratterizzate dalla rivolta contro il prelievo fiscale e l’austerity di stampo governativo, che hanno contraddistinto la storia della federazione americana dalla Shay’s Rebellion del 3 febbraio 1787 fino ai giorni nostri9.

Stiamo attenti, molto attenti, la creazione di un fronte comune tra bianchi impoveriti, armati e arrabbiati e movimenti afro-americani, ispanici o altri ancora è altamente improbabile, ma come scriveva l’ultimo maestro dello haiku: Eppure, eppure10.
La situazione negli USA è altamente esplosiva e sicuramente i vertici politici, finanziari e militari del paese non possono escludere alcuna possibilità di sollevamento e rivolta sociale. Non a caso gli stessi vertici sembrano aver formalmente “abbandonato “ Trump per concedere ai movimenti ben più di quanto il presidente avrebbe voluto (ovvero nulla o quasi), mentre continua ad abbaiare il suo slogan di Law and Order e le sue minacce di dieci anni di galere per chi imbratta o abbatte le statue del passato colonialista e schiavista.

Lo stesso presidente, però, è ben conscio della situazione altamente instabile con cui ha a che fare e, dal chiuso del suo bunker assediato non solo metaforicamente, non smette di soffiare sull’unica risorsa che gli rimane, almeno apparentemente, per vincere le prossime elezioni: ovvero quello del razzismo e dell’odio viscerale che molti lavoratori, piccoli proprietari agricoli e membri impoveriti di una classe media un tempo fiorente, nutrono nei confronti delle banche, dello Stato federale e di una upper class di cui lo stesso Trump è, in fin dei conti, il più agguerrito rappresentante.

L’elastico delle contraddizioni sociali è ormai teso allo spasmo e qualsiasi errore tattico da parte della classe al potere e dei suoi apparati militari e repressivi potrebbe tracimare in uno scontro il cui finale sarebbe ancora tutto da scrivere. Non a caso Obama, sotto la cui presidenza gli omicidi di afro-americani non sono certo diminuiti, e tutto l’apparato del Partito Democratico spingono per cercare di racchiudere la protesta in un ambito puramente elettorale, in cui la questione dei diritti civili sia l’unica componente unificante.

Fin dalla seconda metà dell’Ottocento, a proposito dei lavoratori irlandesi sfruttati dai padroni e maltrattati dagli operai inglesi, Marx aveva ammonito i secondi, affermando che chi non è in grado di difendere i diritti altrui non è neppure in grado di difendere poi i propri. E tale monito deve continuare a splendere come una stella polare per chiunque abbia a cuore la trasformazione e il superamento del modo di produzione vigente, ma allo stesso tempo occorre che chi vuole lottare efficacemente contro lo stesso tenga presenti tutte le contraddizioni e i bisogni che lo stesso suscita tra segmenti diversi di classe e/o di classi sociali differenti.

Per fare uno scomodo esempio, riferibile all’attuale situazione italiana, sia durante l’epidemia da Covid, con l’obbligo di lavorare per i dipendenti di migliaia di imprese che non si sono mai fermate, che dopo, è qui utile ricordare quanto affermato Sergio Bologna in una recente intervista:

Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva.11

Ecco: il conflitto, industriale e/o sociale, può essere il terreno di coltura di una nuova e allargata strategia di classe che veda finalmente riuniti i differenti temi che agitano le rivolte di ogni tipo in nome di un superamento dell’esistente e non del suo mantenimento in vita in chiave green o pseudo-democratica e liberal. A costo di riprendere l’unico illuminista in grado di proiettarsi oltre l’Illuminismo, Jean Jacques Rousseau, occorre ancora ricordare che l’unica vera disuguaglianza tra gli uomini è quella economica, tra chi ha e chi non ha12. E che da questa, fondamentale a partire dall’invenzione della proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, derivano tutte le altre.

Superare la prima significherà travolgere le altre, anche se secoli di abitudini sedimentate e di incrostazioni ideologiche e religiose avranno bisogno di un certo tempo per essere cancellate del tutto. Cercare di farlo significa però, in maniera tutt’altro che utopistica, cercare di riunificare ciò che il capitale e lo Stato tendono continuamente a dividere per distogliere la rabbia dal conflitto reale e volgerla ad uno più utilmente sfruttabile ai fini del mantenimento dei rapporti di forza attuali tra le classi.

Come ha recentemente affermato Angela Davis:

“Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.[…] Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco13.

Sia Trump che i democratici stanno soffiando su un fuoco che, però, non è soltanto elettorale, visto che chiunque dei due vinca alle prossime elezioni, avrà grosse difficoltà nel mantenere le promesse fatte e in ogni caso dovrà fare i conti con una rabbia sempre meno celata e sempre meno rimovibile dalle coscienze.

Abbiamo, come già affermato, qui su Carmilla nella serie di articoli sull’Epidemia delle emergenze14, una grande possibilità da cogliere oggi, in America e non solo, a patto di non ridurre il tutto ad una serie di sardineschi inchini e saper invece affrontare la catastrofe che già è in corso, di qua e di là dell’Atlantico.
Perché l’impossiblità di vivere oggi, per la maggior parte della specie umana, è anche la vera ragione della nostra insopprimibile forza.

I don’t, live today
Maybe tomorrow, I just can say
But a, I don’t live today
It’s such a shame to waste
your time away like this
Existing


  1. Sull’eperienza del DRUM (Dodge Revolutionary Union Movement) si veda qui  

  2. M. Gaggi, Crack America. La verità sulla crisi degli Stati Uniti, RCS Media Group, Milano 2020, pp. 57-59  

  3. https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dollari-e-no-gli-stati-uniti-dopo-la-fine-del-secolo-americano-intervista-a-bruno-cartosio  

  4. B. Cartosio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del «secolo americano», DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 6 – 23  

  5. Come ha affermato il governatore del Minnesota in un articolo di R.J. Armstrong, Minneapolis senza pace: dietro la rivolta, la mano dei suprematisti, la Repubblica, 30 maggio 2020  

  6. F. Rampini, “Generazione sfortunata”. E i Millenial bianchi si saldano alla rivolta, la Repubblica, 9 giugno 2020  

  7. Si veda R. Menichini, Camicie hawaiane e mitra: la destra dei “Boogaloo Bois” in piazza per Floyd (e per la seconda guerra civile), la Repubblica, 16 giugno 2020 oppure anche https://www.bellingcat.com/news/2020/05/27/the-boogaloo-movement-is-not-what-you-think/  

  8. Si pensi soltanto al bellissimo film Betrayed (Tradita), diretto da Costa-Gavras, autore tutt’altro che di destra, nel 1988. Si consultino, inoltre: J. Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, Roma 2002 e J. Bageant, La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, Bruno Mondadori, Milano 2010. Infine, per un autentico ed importante case study sulla trasformazione dal punto di vista sociale e politico di un territorio un tempo caratterizzato da una grande tradizione di lotta di classe, si veda A. Portelli, America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli Editore, Roma 2011  

  9. Di cui uno dei casi più drammatici è rappresentato dalla violenta repressione della comunità “indipendente” di Waco nel Texas avvenuta nel 1993, sotto la presidenza di Bill Clinton. In tale occasione 76 persone, tra cui molte donne e bambini, bruciarono vive nel rogo che seguì all’assalto delle forze federali alla comunità, dopo un assedio durato 51 giorni. Si veda in proposito C. Stagnaro, Waco, una strage di stato americana, Stampa Alternativa, 2001  

  10. «è di rugiada / è un mondo di rugiada / eppure, eppure» scriveva Kobayashi Issa (1763-1827), dopo aver perso il figlio  

  11. S. Bologna, «E’ giunta l’ora di invocare il diritto di resistenza», il Manifesto, 25 maggio 2020  

  12. J.J. Rousseau, Origine della disuguaglianza (1754), Feltrinelli, Milano 1997  

  13. https://www.infoaut.org/approfondimenti/angela-davis-it-s-about-revolution  

  14. Oggi raccolti in Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020  

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