Corruzione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 22 Feb 2025 21:00:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Craxi e Ricraxi https://www.carmillaonline.com/2020/01/19/craxi-e-ricraxi/ Sun, 19 Jan 2020 20:57:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57490 di Alessandra Daniele

L’installazione dei missili nucleari NATO a Comiso. Le complicità neocolonialiste in Somalia. Lo smantellamento della Scala Mobile che adeguava i salari al costo della vita. La retorica delle Riforme adoperata per cancellare diritti e garanzie. Il doppio accordo spartitorio con la Democrazia Cristiana a livello nazionale, e col PCI a livello locale, per l’occupazione bulimica di tutti i posti di potere raggiungibili, la cosiddetta “politica dei due forni”. L’epurazione del Partito Socialista Italiano da qualsiasi traccia di socialismo, e la sua trasformazione in lista personale, Cerchio Magico [...]]]> di Alessandra Daniele

L’installazione dei missili nucleari NATO a Comiso.
Le complicità neocolonialiste in Somalia.
Lo smantellamento della Scala Mobile che adeguava i salari al costo della vita.
La retorica delle Riforme adoperata per cancellare diritti e garanzie.
Il doppio accordo spartitorio con la Democrazia Cristiana a livello nazionale, e col PCI a livello locale, per l’occupazione bulimica di tutti i posti di potere raggiungibili, la cosiddetta “politica dei due forni”.
L’epurazione del Partito Socialista Italiano da qualsiasi traccia di socialismo, e la sua trasformazione in lista personale, Cerchio Magico di fedelissimi, cortigiani e miracolati.
Il minaccioso disprezzo per critiche e dissenso. La vanagloria faraonica.
La corruzione elevata a sistema, a infrastruttura statale, e rivendicata come imprescindibile strumento di azione politica.
Bettino Craxi non è soltanto una delle più perniciose incarnazioni dell’arroganza del potere che la Storia d’Italia ricordi. È anche l’origine dell’orrido timeloop nel quale siamo prigionieri.
Un sub-universo che si forma negli anni ’80. Come quello di Donnie Darko.
Risvegliando il nefasto archetipo mussoliniano del cosiddetto “uomo forte”, Bettino Craxi il Decisionista dà inizio a quella serie di Cazzari, a quella spirale discendente di Re Sòla che arriva fino a Matteo Salvini.
Negli anni ’80, Craxi consegna tutta la televisione commerciale a quello che sarà il primo dei suoi successori nella spirale, Silvio Berlusconi, facendone il Demiurgo del sub-universo italico appena formato. Mentre i viceré craxiani alla Rai, per una barzelletta, ordinano il Daspo TV per Beppe Grillo, accreditandolo come martire della satira, dell’onestà e del libero pensiero agli occhi dei futuri grillini.
Craxi è il punto d’origine.
Per questo il suo spettro continua ad apparire per indicare la strada (sbagliata) ai suoi successori, gusci sempre più vuoti.
Matteo Salvini non lavora per i russi.
Non lavora per gli americani.
Matteo Salvini non lavora.
Si esibisce.
Ha cominciato come concorrente Mediaset de Il Pranzo è Servito, adesso batte le campagne – elettorali – baciando mortadelle e rosari (in quest’ordine) e mangiando tutto quello che gli passa davanti, nell’attesa spasmodica di tornare Re Sòla.
Anche Matteo Renzi, che di Craxi si ritiene l’unico erede legittimo, non si rassegna che il suo giro di giostra come Cazzaro in carica sia già finito, e continua ad azzannare le caviglie del bisConte.
Mentre la spirale decade però le iterazioni diventano sempre più rapide, il sub-universo s’avvia all’implosione.
Che sia salvino o sardino, il prossimo a svegliarsi come Donnie Darko al richiamo dello spettro del Duce Decisionista potrebbe non fare neanche in tempo ad alzarsi dal letto.

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Loro 1 di Paolo Sorrentino https://www.carmillaonline.com/2018/05/04/loro-1-di-paolo-sorrentino/ Thu, 03 May 2018 22:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45417 di Mauro Baldrati

C’è una novità: Paolo Sorrentino ha rinunciato al tabagismo. Non è una notizia da poco, considerando la pignoleria con la quale rappresentava continuamente il rito della sigaretta.

Ma non l’ha eliminato e basta. C’è stata una vera e propria sostituzione dell’oggetto transizionale: via le paglie e avanti la figa e la coca. Autotreni di ragazze, naturalmente tutte giovani, tutte danzanti, illuminate da luci calde, potenziate da una colonna sonora eroica. Costituiscono lo sfondo animato della scena nella quale si muovono i personaggi, “Loro” appunto, individui abbastanza macchiettizzati che [...]]]> di Mauro Baldrati

C’è una novità: Paolo Sorrentino ha rinunciato al tabagismo. Non è una notizia da poco, considerando la pignoleria con la quale rappresentava continuamente il rito della sigaretta.

Ma non l’ha eliminato e basta. C’è stata una vera e propria sostituzione dell’oggetto transizionale: via le paglie e avanti la figa e la coca. Autotreni di ragazze, naturalmente tutte giovani, tutte danzanti, illuminate da luci calde, potenziate da una colonna sonora eroica. Costituiscono lo sfondo animato della scena nella quale si muovono i personaggi, “Loro” appunto, individui abbastanza macchiettizzati che sniffano quasi in ogni scena. Badilate di coca, la forza motrice indispensabile per tenere alto il ritmo.

Per una buona metà del film non si fa altro. I personaggi sfilano, si presentano, sullo skyline dinamico della figa. C’è il mezzo imprenditore ruffiano, col faccione del bravo Scamarcio (che tuttavia non riesce a scrollarsi di dosso una certa aria da ragazzo per bene), figlio di un imprenditore “onesto” (disdicevole, si confida una notte con la capa delle escort, perché onesto = sfigato), forse l’ultimo della specie; traffica coi contratti truccati, la cui forma di pagamento è costituita dalle escort; si agita, briga, trama, con l’unico scopo di entrare nel giro che conta e conoscere finalmente “Lui”, il principe, l’inarrivabile.

C’è poi il reclutatore personale di “Lui”, una specie di rettile linfatico polimorfo, che gli esperti hanno identificato con Lele Mora. Esamina le ragazze, ne valuta la temperatura puttanesca, le giudica idonee o le scaccia con un gesto della mano morta.

E il ministro poeta, innamorato dalla moglie-compagna di Scamarcio, che si atteggia a super escort ma non la dà via, soprattutto a lui (a meno che non ci scappi un bel ricatto). Qualcuno, nella sovralimentazione di eccessività, chiasso cialtrone, sbracamento, sciatteria, ha giudicato i personaggi e gli eventi del film improbabili. Beh, è sbagliato. Forse è una speranza inconscia, il desiderio intimo che il mondo possa non essere così. Ma chi ha letto le poesie di Sandro Bondi dedicate a Berlusconi sa che non esiste limite, e tutto è permesso.

L’andamento ripetitivo di questo recital del leccaculismo e della corruzione, che a un certo punto trasuderebbe noia e disagio – sentimenti temibili tenuti a bada dal virtuosismo estetico di Sorrentino – subisce finalmente una svolta con l’entrata in scena di “Lui”: un Jep Gambardella all’ennesima potenza, dove lo spleen decandentistico dissipatorio è stato fagogitato dalla ferocia del principe che tutto può, tutto possiede, tutto può schiacciare con un’alzata di spalle. Ovviamente non è possibile riprodurre la maschera pietrificata dell’androide coi capelli di plastica, ma l’icona Toni Servillo riesce comunque a creare un personaggio credibile, impenetrabile, scafato, cinico. Pure simpatico, e questo è uno dei problemi. E’ un Berlusconi per niente sciatto, per niente volgare, è persino raffinato nella sua freddezza. Cita addirittura Natalia Ginsburg (non dimentichiamo che la matrice originaria si vantò di non leggere mai un libro).

“Lui” sta cercando di recuperare il rapporto con la moglie Veronica (interpretata da una perfetta Elena Sofia Ricci), una donna infelice, piena di rancore verso il marito anaffettivo e puttaniere compulsivo. Per la verità questa prima parte del film (la seconda uscirà il 10 maggio) non si sofferma su questo aspetto del principe, ma lancia dei segnali: il suo sguardo malinconico quando finalmente nota l’enorme motoscafo oceanico stracarico di ragazze in festa che Scamarcio ha noleggiato (caricandosi di debiti) apposta per attirare la sua attenzione mentre è a bordo del gigantesco jacht spettrale in compagnia di Veronica. Oppure l’incursione alla festa di Naomi Letizia, la ragazzina minorenne che il principe “frequenta” con l’approvazione dei genitori, proprio come un ayatollah settantenne che può sposare una bambina.

A questo punto il martellamento parossistico della follia edonista si attenua. Ci facciamo coinvolgere dalle due vicende portanti, che procedono con la scansione della telenovela: i traffici di Scamarcio e le beghe matrimoniali del principe (che verranno espanse nella seconda parte, dove “Lui” viene “riscaldato”).

C’è anche un personaggio posticcio, che non c’entra nulla con la storia, un certo “Dio” che nessuno conosce, uno che riceve le escort con un asciugamano sulla testa e chiede una masturbazione di 4 secondi esatti. Compare solo in una scena, quasi un errore di montaggio, per cui vedremo se nella famosa seconda parte avrà un seguito.

Insomma, sembra di essere in un film di fantascienza, tipo Star Trek quando gli eroi sbarcano su pianeti sconosciuti popolati da creature non umane. Perché esistono solo “loro”, nient’altro, nessun altro. E questo è il suo limite, che fa di Loro 1 un film egoista, desideroso solo di essere scritto, di essere girato e guardato. Offre il fianco alla stessa ambiguità di Gomorra, un’empatia obbligata con quei personaggi negativi da ogni punto di vista. Come quelli di Loro 1, che sono gaudenti, felici di essere quello che sono, di fare quello che fanno. Non esiste un contraltare, nessun mutamento del paesaggio. Non c’è l’astronave di Star Trek, pronta a riprendere il viaggio. Siamo bloccati, non sappiamo perché siamo capitati qui né come possiamo uscirne. E’ un Pensiero Unico, a suo modo.

Ma è anche un prodotto certificato made in Italy da esportazione, di grande potenzialità. Gli americani puritani, i tedeschi sassoni impazziranno ammirando gli eccessi, l’amoralità, la vita viziosa degli “italiani”, ultimi eredi dei principi e dei papi del Rinascimento: feste sfarzose, veleni, tradimenti, concubine; e se ci mettiamo anche Gomorra abbiamo pure mafia, violenza, guerra, strage. Se facciamo addirittura cappotto con la politica… chi può fermarci? Chi può competere? Chi può osare?

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Pastorale emiliana 2 – La vendetta https://www.carmillaonline.com/2018/01/06/pastorale-emiliana-2-la-vendetta/ Fri, 05 Jan 2018 23:01:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42604 di Giovanni Iozzoli

Eccolo, ci mancava un ingrediente decisivo. Arrivano sulla scena quei sindacati complici che firmano un accordo, separato e truffaldino, per soccorrere il padrone e dividere i sommersi dai salvati. Alla vicenda della Castelfrigo mancava solo questo elemento tradizionale – la corruzione sindacale – per avvicinarsi compiutamente alla Chicago anni Trenta: mafiosi capi di cooperative, narcotrafficanti addetti alle risorse umane, lavoratori schiavizzati, spremuti e buttati sul lastrico e adesso, finalmente, scendono in campo anche i sindacalisti venduti. Così, se Sergio Leone dovesse decidere di reincarnarsi, tra qualche anno potrà girare un [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Eccolo, ci mancava un ingrediente decisivo. Arrivano sulla scena quei sindacati complici che firmano un accordo, separato e truffaldino, per soccorrere il padrone e dividere i sommersi dai salvati. Alla vicenda della Castelfrigo mancava solo questo elemento tradizionale – la corruzione sindacale – per avvicinarsi compiutamente alla Chicago anni Trenta: mafiosi capi di cooperative, narcotrafficanti addetti alle risorse umane, lavoratori schiavizzati, spremuti e buttati sul lastrico e adesso, finalmente, scendono in campo anche i sindacalisti venduti. Così, se Sergio Leone dovesse decidere di reincarnarsi, tra qualche anno potrà girare un nostalgico “C’era una volta a Castelnuovo Rangone” dove non mancherà nessuno degli stereotipi classici della crime story – senza lieto fine, ovviamente, perché nella terra del maiale niente finisce lietamente: anche se l’assassino è pubblicamente smascherato, continua imperterrito a produrre crimine e impunità.

L’epica lotta dei forzati del prosciutto si avvia verso il suo sentiero finale, con orgoglio, consapevolezza, ma anche con un retrogusto amaro: la Cisl e l’azienda hanno tirato fuori un accordo, tenuto segreto per un mese, che tutela – assai debolmente – 52 dei 127 licenziati; si tratta esattamente del perimetro dei suoi iscritti, oltre a tutti quelli che non avevano partecipato ai due mesi di mobilitazione precedente. Un’attenta cernita. Del resto, il padrone non è tipo da nascondere la mano, era stato abbastanza esplicito già tempo addietro: sceglietevi la tessera giusta o ne pagherete le conseguenze. La faccenda ha destato scandalo persino sulla stampa locale – troppo smaccata la provocazione, troppo infame il comportamento cislino – finanche il sindaco di Castelnuovo ha dovuto mimare qualche timida ripulsa. Se il “paccotto” di Natale si confeziona con modalità così luride, dove va a finire l’auspicata “mediazione sociale”, l’appello “al dialogo e alla ragionevolezza”, la ricerca di “soluzioni condivise”?

Ma la vicenda Castelfrigo cos’è, se non la riproposizione su scala minore del modello Pomigliano e del metodo Marchionne, a suo tempo pienamente metabolizzato e legittimato dentro la società italiana? Perché il più grande gruppo industriale italiano avrebbe il diritto di spacchettare oscenamente i diritti e i destini dei suoi dipendenti, mentre nel più modesto comparto carni tutto ciò dovrebbe essere evitato? Perché questa, stringi stringi, è stata la “rivoluzione di Marchionne”, quella a suo tempo salutata come l’avvio di una nuova era: chi sciopera, chi ha la tessera non gradita o anche solo chi è potenzialmente individuato come disturbatore, è pregato di accomodarsi fuori. E alla Castelfrigo, oggi, spaccarsi la schiena e i polsi nelle celle frigorifere (per un contrattino interinale di tre mesi) è diventato un privilegio che si paga con la sottomissione, la presa di distanza dai reprobi, la resa unilaterale davanti al padrone. Questa è l’Italia sordida che abbiamo lasciato dilagare, in questi anni.

Flashback: da più di vent’anni, nel cuore dell’economia modenese, la filiera agroalimentare e il rinomatissimo “distretto carni”, le aziende hanno permesso l’insediamento di cooperative spurie, spesso gestite da malavitosi, grazie alle quali, con un complicato sistema di appalti e subappalti, si può risparmiare il 50% del costo del lavoro e praticare una generalizzata evasione fiscale e contributiva. In questo modo le imprese, grandi marchi o loro importantissimi terzisti, hanno dimostrato in pratica, a mo’ di teorema, che il discrimine tra economia criminale ed economia capitalistica ordinaria, sostanzialmente non esiste. Le mafie non sono un “cancro”, come dice la retorica legalitaria: sono una variante, un’opzione, una potenzialità in più del meccanismo economico.

Tutto ciò negli anni si è consolidato, in questo assai poco ridente angolo di provincia modenese, in forma organizzata e capillare di “sistema”, distribuendo miseria a chi lavora e consentendo margini di competitività ad imprese che per reggere la concorrenza globale farebbero ogni schifezza, anche riempire i polpettoni di carne operaia, se servisse.

Da un paio d’anni, i nuovi schiavi dei prosciuttifici hanno cominciato ad alzare la testa e ribellarsi. Si tratta di lavoratori spesso stranieri, eternamente precari, ogni anno più poveri e ricattabili sulla base dei furiosi cambi appalto che fanno sparire e ricomparire magicamente i formali datori di lavoro. La loro presa di parola, il coraggio della lotta, non era cosa né facile né scontata. E se già in altre aziende, vedi la Alcar, il conflitto aveva prodotto visibilità, è stato alla Castelfrigo che una lotta operaia ha fatto finalmente irruzione nell’agenda politica e costretto tutto il territorio a interrogarsi, con corpose ricadute nazionali.

E anche questo recente accordo truffa, tirato fuori tra Natale e Capodanno, non consentirà di seppellire né la vertenza, né le questioni che essa ha evocato. Finalmente il muro d’omertà diffuso, che aveva sostanzialmente salvaguardato il caporalato criminale per tutelare “le eccellenze produttive locali”, ha cominciato a sgretolarsi. Gazzettieri, amministratori, politicanti, magistrati e semplice opinione pubblica: tutti hanno dovuto toccare con mano che dietro i marchi scintillanti dei banconi degli ipermercati, si poteva leggere una storia durissima e vergognosa di sfruttamento paraschiavistico; la vetrina della qualità gastronomica italiana era chiazzata di sangue – e non in senso metaforico.

Dopo un paio di mesi di incessante mobilitazione davanti ai cancelli dell’azienda di Castelnuovo Rangone, con il protagonismo reale di una compagine determinatissima e disperatamente vitale, che è riuscita a inventarsi giorno per giorno un’enorme volume di iniziative, i centri di potere locali non hanno potuto più ignorare il problema; troppo insistente l’irruzione operaia, troppo clamore, troppi reportage, troppe vergogne nascoste per lunghi, lunghissimi anni, dietro le mura di capannoni che sbandierano il “made in Italy” come garanzia di qualità. Piano piano sono arrivati i pronunciamenti, le prese di distanza, gli ordini ispettivi e istituzionali e le denunce. Come un novello Candide, il ceto politico da sempre al governo da queste parti, ha manifestato indignazione per una realtà che tutti conoscevano da almeno vent’anni. La verità è che queste terre avevano lungamente alimentato una “congiura del silenzio” degna dell’Aspromonte: l’impresa è sacra, la competizione è selvaggia, il fatturato è inviolabile – chi parla di diritti e contratti è un disfattista, un estraneo imbucato, uno che non afferra la modernità delle filiere, un troglodita.

Questi straordinari ragazzi ghanesi, albanesi, maghrebini, cinesi (sì, evviva, ci sono anche i cinesi in testa alle mobilitazioni, ed è un segnale di novità) che hanno dato corpo questa lotta, inseguendo il padrone persino nei suoi sacri spazi privati, hanno prodotto in sé un mutamento di coscienza straordinaria: la lotta di classe è una scuola politica, culturale e umana che non ha eguali. Ogni santo giorno hanno animato la loro assemblea, accumulato competenze, concesso interviste, discusso da pari a pari con i sindacalisti professionisti a cui non hanno delegato nulla. Mesi che valgono come anni per lavoratori che se – come è scritto nei protocolli firmati ai tavoli regionali – dovessero trovare una nuova collocazione in aziende del territorio, dentro realtà meno piratesche e compromesse, resteranno comunque sentinelle vigili contro il nuovo schiavismo che avanza. Quadri operai, non merce.

Si è detto, senza retorica, che questi proletari, in massima parte stranieri, hanno insegnato molto agli italiani. Però attenzione: anche loro hanno imparato qualche lezione, pure quelli che vivono qui da un quarto di secolo e pensavano di sapere tutto.

Lezione 1
In Italia, oltre alla “cooperative spurie” esistono i “sindacati spuri”. Non si tratta di semplice corruzione (anche se in questi casi, mazzette e marchette non sono mai sgradite). O meglio: stiamo parlando di una corruzione più profonda, ontologica, viene da dire; un sindacato che fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare, una perversione dei fini che mette in contrasto il nome e la cosa: come se il WWF si mettesse a organizzare safari. Questa espressione, “spuria”, tipica di un italiano desueto e burocratico, significa letteralmente (leggiamo dal Garzanti): “di natura non definita, bastardo”. Naturalmente la natura dei sindacalisti Cisl appare ben definita!

Lezione 2
In Italia non basta aver ragione, non serve che il sindaco o il Governatore della tua Regione o i giornali e la Rai, la Commissione Lavoro di Montecitorio o persino il Santo Padre e l’Onu, ti diano ragione. La vera ragione sta in bilico, ben nascosta dentro il rapporto di forza; la democrazia è solo una favola per anime semplici: patrimonio, fatturato, batterie di avvocati e complicità che contano, questo decide se le ragioni si incarnano in cambiamenti o restano pezzi di carta. Castelfrigo ha subito gravi danni di immagine e forse perso un po’ di commesse. Ma la vicenda dell’accordo separato, conferma che l’arroganza del padrone può anche fare a meno del consenso. È una rivendicazione di autonomia del comando d’impresa, una maligna dichiarazione di indipendenza che racconta bene la brutale ideologia esibita dai padroni oggi: dite pure quello che vi pare, io rispondo con i milioni. Se la vicenda Castelfrigo finirà con qualche sentenza in Tribunale e un po’ di risarcimenti, sarà l’ennesima vittoria delle ragioni d’impresa: la violazione della Costituzione è monetizzabile e con i soldi si compra tutto

Lezione 3
La vicenda Castelfrigo ha effettivamente smosso l’agenda politica e fatto uscire i paguri dal loro guscio. Ma l’ostinazione a non “spingersi troppo oltre”, a rimanere “sul terreno democratico”, una certa fissazione legalista, la scelta in definitiva di non praticare i blocchi dei cancelli, ha impedito che si sperimentasse l’ultimo miglio della lotta, quello in cui, esperite tutte le fasi di pubblica sensibilizzazione, il rapporto di forza diventa nudo e crudo, e si fa la cernita tra amici interessati, tartufi e solidali. I lavoratori hanno il diritto e il dovere di non abbandonare nessuna delle armi in loro possesso, se vogliono vincere.

Lezione 4
Non bisogna confidare nel fatto che i pronunciamenti istituzionali a favore di questa battaglia siano irreversibili: in Italia non esiste la nozione di “irreversibilità”, tutto è riassorbibile, niente passa davvero in giudicato. Peraltro siamo sotto elezioni, i politici italiani sono bestie impudiche e senza ritegno (soprattutto quelli nelle due versione piddine double face – PD e MDP). Le lotte sociali sono viste con sostanziale fastidio, come elementi di disturbo del traccheggiamento quotidiano a cui sono abituati; appena esse rifluiscono, le priorità tornano quelle tradizionali: prima il mercato poi tutto il resto.

Lezione 5
I padroni sanno cos’è la lotta di classe e soprattutto conoscono bene la solidarietà di classe. Confindustria non ha mollato un centimetro, ha considerato i padroni di Castelfrigo “colleghi che sbagliano” da non abbandonare, il fronte imprenditoriale è rimasto stoicamente compatto: si può e si deve difendere l’indifendibile! – molleranno prima loro, si son detti, con le loro pezze al culo e gli affitti in arretrato, piuttosto che noi, pilastri benemeriti del territorio. Una lezione di coerenza, per i proletari.

Lezione 6
Quando Diego – insieme a Chen, Frank e tutti gli altri – sostiene che alla Castelfrigo “stanno scrivendo un pezzo di storia sindacale” sta dicendo la verità, al di là di quali saranno gli esiti finali della vertenza. Il presidio andrà avanti, orgogliosamente, fino a quando tutti i lavoratori esclusi non saranno ricollocati in aziende della provincia (ci sono impegni assunti in tal senso dalla Lega delle Cooperative e da attori importanti del comparto, tutti ansiosi di cancellare l’onta e le polemiche di queste settimane e di ricacciare la polvere sotto al tappeto). Ma adesso è il momento di andare avanti, di non mollare, di spostarsi davanti ai cancelli delle altre decine di Castelfrigo che ammorbano il tessuto economico. Il rischio è che escano dal portone le cooperative “spurie” e rientrino dalla finestra gli appalti interni, tramite Srl “fatte in casa”- con la medesima finalità: non stabilizzare i lavoratori e comprimere il loro costo vivo. Bisogna proseguire, col coltello in mezzo ai denti. Perché è lì, dentro quei contratti farlocchi, dentro quegli stipendi miserabili, dentro lo spezzettamento della base occupazionale, dentro la sacrosanta disaffezione al lavoro, che cova e marcisce l’eterna crisi italiana: nella svalorizzazione cronica del lavoro, nel suo deprezzamento, nella sua marginalità, nel suo scadimento qualitativo e professionale. Quella è la vera cancrena italiana – il lavoro che un tempo fu ricchezza, civilizzazione, mobilità sociale, oggi è maledizione, povertà, cristallizzazione delle gerarchie. Si blatera tanto di ricette economiche e strategie di uscita dalla crisi. Viene da sorridere. Se si vogliono capire le ragioni della crisi, basta dare un’occhiata alla paga oraria in Castelfrigo. Là dentro è scritto l’arcano della crisi. E più si affannano a erodere i salari, a precarizzare le prestazioni, più la crisi, sghignazzando oscena, si avvita su se stessa. L’unica misura anticiclica oggi la potrebbero mettere in campo i proletari scioperando e strappando ricchezza.

Intanto il presepe emiliano traballa e scricchiola sempre di più. La figura operaia, simbolo dell’iconografia para-socialista che per alcuni decenni aveva dato corpo all’ideologia emiliana – l’operaio integrato, l’operaio in ascesa sociale, l’operaio professionale e dalla tuta immacolata, l’operaio con il figlio dottore, l’operaio cooperatore, civico, sentinella del territorio affacciato sulla soglia della sezione, a fronte strada –, quella figura operaia, dicevamo, sta solo nei ricordi sbiaditi e malinconici degli anziani, protagonisti inconsapevoli dell’epopea del compromesso sociale. Il microcosmo della lotta alla Castelfrigo ha squadernato brutalmente, in modo quasi didascalico, la moderna composizione del lavoro produttivo. I nuovi operai sono figure picaresche, tragicamente povere, sbattute come foglie al vento tra i diversi gironi di un mercato del lavoro pericoloso e inafferrabile. I più esposti e precari, come i forzati delle cooperative spurie, sperano in una stabilizzazione che li consegni a vita alla schiavitù di una busta paga sicura – e per molti è un miraggio chimerico; gli altri, quelli con un impiego e un contratto un po’ più solido, si tengono stretti la ciotola, bestemmiando, ringhiando, pagando bollette, mutui e rette sanguinose che devono garantire il destino di giovani e vecchietti di famiglia, abbandonati dalla ritirata del Welfare. Annaspano tutti insieme, sgomitando, a tentoni in mezzo alle nebbie padane – giorno per giorno, mese dopo mese, prestito su prestito, nella pallida speranza che Grillo, Salvini, Gesù Cristo o chissà chi altro, riesca a parlare al loro livore, alla paura del futuro, alle loro speranze deluse. Altro che miti socialisti. L’Emilia Romagna, proprio dentro le sue vetrine produttive, sta covando silenziosamente i virus più infidi e pericolosi. C’è qualcuno a sinistra, che trova il coraggio di rimettere le mani dentro questi laboratori tossici?


Pastorale emiliana – prima parte


Pastorale emiliana 2 – La vendetta

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]]> Corruzione di Don Winslow https://www.carmillaonline.com/2017/09/01/corruzione-don-winslow/ Thu, 31 Aug 2017 22:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40337 Einaudi Stile Libero Big, Torino 2017, pp 552, € 21

di Mauro Baldrati

Il lettore di thriller di solito è paziente e incline al perdono. Deve esserlo. L’autore di questo genere letterario ha una trama da portare avanti, talvolta con variabili di difficile gestione. Per quanto si dia da fare per pianificarla, per prevedere svolte e colpi di scena, spunta sempre qualcosa, durante la narrazione, che spariglia tutto. Eccolo allora incartato, coi personaggi impigliati in una rete che non aveva previsto, e non sa, non riesce a capire come mai sia arrivato a [...]]]> Einaudi Stile Libero Big, Torino 2017, pp 552, € 21

di Mauro Baldrati

Il lettore di thriller di solito è paziente e incline al perdono. Deve esserlo. L’autore di questo genere letterario ha una trama da portare avanti, talvolta con variabili di difficile gestione. Per quanto si dia da fare per pianificarla, per prevedere svolte e colpi di scena, spunta sempre qualcosa, durante la narrazione, che spariglia tutto. Eccolo allora incartato, coi personaggi impigliati in una rete che non aveva previsto, e non sa, non riesce a capire come mai sia arrivato a quel punto morto; come mai abbia permesso ai suoi eroi di insabbiarsi così.

Per uscirne spesso è costretto a ricorrere a espedienti facili che fanno sospirare il lettore preparato, che mugugna, mentre legge: “Va beh. Però, che palle.”
Un espediente molto usato è il caso. L’eroe della storia, l’investigatore, o l’agente del controspionaggio, sono “piantati” nella loro ricerca e non trovano risorse aggiuntive per arrivare all’epilogo. Sembrerebbe una sconfitta.

Allora l’autore, attraverso il cosiddetto narratore onnisciente, crea il miracolo. Il personaggio-narratore, dopo pagine e pagine di ricerche avventurose, è arrivato al capolinea. Ma non ha trovato l’assasino, né il terrorista, né il capo della congiura. E non si vede una via d’uscita. Allora che fa l’onnisciente? Fa spuntare un personaggio-comparsa, che non ha alcune rapporto col testo, per esempio un mendicante cieco o storpio che si rivolge al personaggio-narratore e pronuncia una frase misteriosa, tipo quartina di Nostradamus, che crea la svolta. Il nostro ha un’illuminazione e si precipita in un luogo dove risolve finalmente l’arcano.

Il lettore, che un po’ si è divertito, un po’ ha sonnecchiato nel testo, sospira. “Eh, ma dai, poteva pure andare dalla fattucchiera a farsi leggere le carte.”

Ma la storia è così. Gestire un testo, perdipiù di impostazione thriller, o “crime”, è operazione molto complessa. Gli avversari della scrittura di genere, soprattutto gli autori di classificazione “elevata”, che sbuffano per certi successi dei “gialli”, dovrebbero riflettere sul fatto che al tecnico del thriller non sono concesse troppe licenze letterarie, né cambi improvvisi di registro, come invece può permettersi l’elevato, in quanto artista puro. Devono sbrogliare matasse che si ingarbugliano da sole durante la narrazione, nonostante l’autore abbia tracciato linee d’azione e preparato schemi. Il lettore deve avere pazienza. Deve perdonare.

Però c’è un limite. L’autore non deve esagerare coi sotterfugi e i trucchi. Se ciò avviene il lettore si sente preso in giro, e potrebbe tracciare una bella croce sul nome di quell’autore: “Mai più”.

Gli scrittori americani di successo, che possiamo identificare come industriali (vendono milioni di copie, hanno ghost-writer che raccolgono dati, fanno ricerche, sopralluoghi), ci stanno attenti. Non che siano esenti da queste scappatoie, ma cercano di evitare le facilonerie, e di solito ci riescono, anche se il pericolo è sempre dietro l’angolo.

Alcune scappatoie comode non le disdegna neanche Don Winslow, autore industriale tra i più preparati e coraggiosi. Ha da poco pubblicato Corruzione, che fa seguito all’ottimo Il Cartello. Il sergente Malone, che “batte” le strade di New York infestate dal crimine, quando deve trovare alla svelta un certo trafficante si rivolge a un informatore, un tossico che rintraccia subito, nei vicoli di Manhattan, il quale sa sempre tutto, conosce i nascondigli segreti dei boss o le date di certe consegne di droga o armi. Una specie di Nsa ambulante. E lo salva regolatmnte dallo stallo.

Fatta roba, pensa il lettore, quando è stato agganciato dalla vicenda, ma non si scandalizza più del dovuto. La storia deve pur andare avanti, meglio qualche faciloneria di decine di pagine di contorte spiegazioni.

Anche perché il problema di questo libro non è il ricorso ai sotterfugi (banali) da parte dell’onnisciente che deve disimpegnarsi, ma le prime 222 pagine. Ovvero quasi la metà del libro. Il che non è proprio un dettaglio.

Winslow deve avere pensato di preparare il terreno, far sfilare i personaggi, le loro storie personali, il sistema in cui sono inseriti. Però se l’è presa comoda. Fin troppo. Tutta la parte iniziale sembra una riedizione dell’ispettore Callaghan, le dure strade di NY popolate di spacciatori, stupratori, assassini, rapinatori, con dovizie di particolari, accanimenti narrativi. Perdipiù pare di assistere anche a un inserimento di Rocky, con varie vicende sentimentali nel contesto del mondo sporco, violento e corrotto. Così dobbiamo seguire Malone, che guida una task foce che ha il compito di tenere sotto controllo la violenza di strada, nei suoi contatti, nelle sue peregrinazioni nei locali, e nelle case della ex moglie, della nuova fidanzata, delle famiglie dei colleghi, con descrizioni dei figli, dei barbecue, che rendono la lettura lenta, accidentata e dispersiva. Ma possibile, si chiede il lettore esigente, che sia tutto così?

Manca una storia avvincente, sembra di vivere alla giornata con Malone, anche se notiamo che è tutto uno scambio di bustarelle, che Malone intasca volentieri, oppure le consegna ad altri poliziotti, a un superiore di grado. E dai dialoghi – molto americani, pieni di “vaffanculo”, “te lo ficco in culo”, “stronzo”, “che cazzo vuoi?”, lo slang di strada che piace tanto ai lettori puritani americani (e anche ai colonizzati dell’Impero) – sappiamo che la bustarella è la norma, che tutti sono coinvolti, perché vogliono la vita facile, adorano andare nei ristoranti di lusso, negli alberghi di lusso, proprio come i chiassosi mafiosi italiani, o quel ne resta, visto che le nuove mafie, in particolare quella dominicana, li stanno detronizzando. Tutti corrotti, perché quello è il sistema. E il sistema si basa su una sorta di accordo: noi poliziotti permettiamo a te, mafioso, di esercitare il gioco d’azzardo, le protezioni, la prostituzione (di cui, tra l’altro, tutti usufruiscono, poliziotti in prima fila, talvolta anche come magnaccia), però non spacci eroina nelle “mie” strade. E mi paghi anche la percentuale. In questo modo si configura una pace sociale, dove tutti pappano e al contempo le strade non sono infestate dall’eroina e dagli omicidi. In questo accordo sono coinvolti anche gli ufficiali, i capi della polizia, che ovviamente intascano bustarelle più consistenti.

Non c’è alternativa, sembra. Il crimine esiste ed esisterà sempre, per cui è meglio venire a patti, per salvaguardare un minimo di legalità e di tranquillità.

Per cui, durante le 222 pagine iniziali, in gran parte descrittive, prive di tensione, entriamo in questa dinamica duplice, ma anche ambigua. Malone infatti è un duro, un “re” di Sud Manhattan temuto e rispettato, che sembra procedere su due binari: quello della corruzione e quello parallelo dell’eroismo, della generosità, dell’onore, anche se disonora di continuo il suo ruolo e il corpo a cui appartiene. Ma in realtà non lo disonora, perché quello è il mondo, e non c’è alternativa possibile. Si è corrotti, ma corrotti onesti. Eppure sì, lo disonora ogni giorno, essendo un predatore vorace e insaziabile, anche se pare devolvere una parte dei fondi neri per la ex moglie e i figli, per la distribuzione dei tacchini la notte di natale nei quartieri poveri; ma già che c’è mette da parte i soldi, li nasconde in luoghi segreti, li tiene per i momenti difficili. E intanto emerge il ventre molle della società americana: tutto costa una follia, l’università per i figli, l’assicurazione sanitaria, la casa, ogni cosa è fuori portata della classe media. E Malone, e i suoi due pard, non vogliono sottostare a questa miseria. Vogliono il meglio per sé e per le loro famiglie.

Forse Winslow ha cercato di sperimentare, creando un personaggio border line tra corruzione ed eroismo, crimine e guerra allo stesso. Ma il risultato non è del tutto soddisfacente. Infatti se guardiamo all’eroe, nonostante sia “sporcato”, non possiamo non dubitare di lui quando viene fuori un lurido affare di eroina che lo coinvolge in prima persona. Viceversa, se Malone non è altro che un criminale non riusciamo a spiegarci l’empatia che ci lega a lui, alla sua sincera volontà di garantire ad ogni costo la pace sociale nelle strade, per il bene di tutti (lui compreso).

Poi, da pag. 223, la storia finalmente decolla. C’è un colpo di scena, anche se preparato con l’introduzione/spoiler (appena apriamo il libro troviamo Malone in galera, a riflettere sulla vita, gli eventi e se stesso, per cui durante la lettura sappiamo che le cose si metteranno male per lui, tanto che finirà al gabbio). Parte la vicenda con una trama che spacca, per cui il lettore resta attaccato alla pagina in una narrativa tesa che è il vero regalo dei romanzi “crime”. Il gioco si fa sempre più duro, Malone si trova a combattere anche contro i suoi colleghi, sempre più isolato, sotto accusa, mentre la terra gli frana sotto ai piedi e la linea di confine tra adattamento al sistema e crimine puro sembra spezzarsi.

E viene fuori, sempre più inquietante, la vera corruzione, quella di alto livello, quella protetta nei palazzi del potere e negli appalti, una melma putrida che coinvolge tutti, il capo della polizia, il sindaco, i giudici corrotti, i palazzinari.

Un’aria irrespirabile, mefitica, si sprigiona dalle pagine, e sembrerebbe un romanzo dove tutto è male, dove tutto si decompone e non c’è speranza né riscatto.

Ma queste atmosfere terminali non sono per gli americani moderni di successo, per quanto astuti e scafati essi siano. E’ troppo forte il richiamo della giustizia nonostante tutto. Lo è in loro in quanto autori individuali, ma soprattutto lo è nel pubblico di massa. Così seguiamo Malone nella catarsi finale, prevedibile nella corsa verso la conclusione che procede a rotta di collo, col fiato sospeso.

Col consueto talento di narratore di serie A (quando vuole? Quando gli riesce?) Don Winslow sfreccia verso il baratro, verso il recupero della natura ancestrale del “bravo poliziotto”, e noi cerchiamo di stargli dietro, anche saltando qualche paragrafo (per esempio le eccessive descrizioni toponomastiche, quasi che W volesse dimostrare ad ogni costo che conosce NY come le sue tasche), per raggiungere quello che deve essere, quello che sarà, quello che è.

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I poteri occulti del terrore in Guatemala e il movimento #RenunciaYa contro il presidente https://www.carmillaonline.com/2015/05/09/i-poteri-occulti-del-terrore-in-guatemala-e-il-movimento-renunciaya-contro-il-presidente/ Fri, 08 May 2015 22:00:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22358 di Martina Oliviero*

Guatemala CIACCSSabato 25 aprile Città del Guatemala è stata scenario di un evento tutt’altro che ordinario per la vita di questo paese. Ha, infatti, avuto luogo una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi decenni, una marcia pacifica che non si è voluta identificare con nessun partito né colore politico e che è riuscita a bloccare il centro della città per l’intero fine settimana. Le proteste sono infatti proseguite anche il giorno seguente, lasciando in molti la sensazione e la speranza d’esser state solo le prime di una lunga [...]]]> di Martina Oliviero*

Guatemala CIACCSSabato 25 aprile Città del Guatemala è stata scenario di un evento tutt’altro che ordinario per la vita di questo paese. Ha, infatti, avuto luogo una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi decenni, una marcia pacifica che non si è voluta identificare con nessun partito né colore politico e che è riuscita a bloccare il centro della città per l’intero fine settimana. Le proteste sono infatti proseguite anche il giorno seguente, lasciando in molti la sensazione e la speranza d’esser state solo le prime di una lunga serie. Nonostante l’ingente dispiego di forze di polizia disposto dal Governo e l’abitudine di queste ultime a non farsi troppi problemi a ricorrere alla violenza, non vi sono stati scontri fisici, anche se è stato comunque imposto per diverse ore il blocco di qualunque segnale telefonico in tutta l’area della manifestazione e sono state installate telecamere che hanno, illegalmente, ripreso ogni particolare della marcia.

RENUNCIA-250415-MZS-05-webIl movimento civile che ha indetto queste giornate di contestazione, conosciuto sui social netwok come #RenunciaYa, ha come principale obiettivo le dimissioni del Presidente della Repubblica, il generale in pensione Otto Pérez Molina, e della Vicepresidentessa, Ingrid Roxana Baldetti Elías, entrambi membri del Partido Patriota (PP), il partito conservatore al potere dal 2012. Ciò è stato puntualizzato attraverso il comunicato pubblicato il 20 aprile scorso sulla pagina Facebook dello stesso movimento, sottolineando particolarmente il totale non coinvolgimento di qualunque partito politico in tutto ciò che riguarda l’organizzazione delle proteste e le richieste avanzate.

Hanno partecipato all’incirca ventimila persone, a cui si sono aggiunti tremila studenti dell’Università San Carlos, l’università pubblica più grande del paese. Atti di protesta di questa portata non sono frequenti in Guatemala. La guerra civile che ha dilaniato il paese dal 1960 al 1996 ha inevitabilmente intaccato la voglia e la capacità di organizzazione della società civile e tutt’ora omertà e sfiducia sono sentimenti prevalenti tra la popolazione indigena, senza contare la durissima repressione a cui sono sempre stati sottoposti manifestanti e dissidenti. Durante i trentasei anni di conflitto il governo guatemalteco, guidato dai militari, ha perpetrato un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni maya provocando circa 250.000 morti ed oltre 40.000 desaparecidos, “giustificando” questa persecuzione con la volontà di annientare la guerriglia che combatteva contro il regime.

RENUNCIA-250415-MZS-010-WEBCICIG e “poderes ocultos”

Le richieste avanzate dal movimento in questione sono diretta conseguenza del cosiddetto scandalo de “la Linea”, scoppiato il 16 aprile scorso e che sta facendo tremare le alte sfere del governo guatemalteco. A seguito di un’indagine durata all’incirca otto mesi portata avanti dalla Commissione Internazionale Contro l’Impunità in Guatemala (CICIG), in collaborazione con il Pubblico Ministero e la Polizia Civile Nazionale, il 16 aprile sono state arrestate venti persone, appartenenti alla classe dirigente guatemalteca, con l’accusa di frode fiscale, contrabbando doganale ed associazione illecita con fine di contrabbando.

 La CICIG è un organo internazionale indipendente nato a seguito dell’accordo stipulato il 12 dicembre 2006 tra l’Organizzazione delle Nazioni Unite ed il Governo guatemalteco, all’epoca guidato da Óscar Berger a capo della Gran Alianza Nacional (GANA), ovvero la coalizione di cui facevano parte il PP, il Movimento Reformador (MR) ed il Partido de Solidaridad Nacional (PSN). L’accordo venne poi ratificato dal Congresso della Repubblica il 1 agosto 2007. Attraverso l’azione congiunta con istituzioni guatemalteche, quali il Pubblico Ministero e la Polizia Civile Nazionale, la Commissione nasce con lo scopo di combattere i CIACS (Cuerpos Ilegales y Aparatos Clandestinos de Seguridad).

In Guatemala esiste infatti una fitta e ben organizzata rete di cosiddetti poderes ocultos, retaggio della recente guerra civile. Con questo termine si fa riferimento ad una struttura informale di individui che ricoprono o ricoprivano posizioni di potere entro le strutture politche e/o economiche del paese e che utilizzano la loro posizione e la propria relazione con il settore pubblico per arricchirsi illegalmente e proteggersi di fronte alla persecuzione legale dei crimini commessi.[1]

RENUNCIA-250415-MZS-09-webElemento portante di questa rete sono appunto i CIACS. Nati durante il conflitto e composti da membri dell’esercito e dell’intelligence guatemalteca, erano parte del sofisticato apparato di servizi segreti di cui i governi militari fecero largo uso durante gli anni dello sterminio e delle persecuzioni. Il sistema d’intelligence da cui si sono originati i CIACS era denominato Estado Mayor Presidencial (EMP) e venne istituito negli anni ’70 con il pretesto di proteggere il presidente e la sua famiglia, ma ben presto si convertì in una struttura dedita al controllo dell’opposizione e alla repressione. L’attuale Presidente della Repubblica, Otto Peréz Molina, era membro di questa oscura organizzazione e, in diversi momenti, arrivò a ricoprire ruoli di comando al suo interno.

Al termine della guerra civile questi controversi gruppi non vennero smantellati, anzi si convertirono in vere e proprie imprese criminali organizzate dedite al narcotraffico, al contrabbando, alla vendita di passaporti falsi e al traffico di esseri umani. I più influenti e conosciuti, assieme all’EMP, sono La Cofradía, El Sindicato, Las Patrullas de Autodefensa Civil e Red Moreno.  Fanno parte di questi nuclei delittuosi militari in pensione ed ex funzionari del governo, membri delle forze speciali ma anche funzionari tutt’ora attivi, civili e militari, che operano entro le strutture statali. La collusione tra questi e l’esercito, così come con le alte sfere governative, è evidente e spesso risulta difficile distinguere i confini tra l’una e l’altra organizzazione.[2]

Nel 2006 nacque quindi la CICIG con l’obiettivo di investigare riguardo questi gruppi, operare per smantellarli incentivando le indagini a loro carico, incoraggiare la persecuzione penale ed il castigo dei suoi membri e prevenirne la crescita e l’affermazione sostenendo eventuali riforme giuridiche ed istituzionali. La Commissione ha l’obbligo di operare attenendosi alle leggi guatemalteche, utilizzando il procedimento penale previsto dalla Repubblica del Guatemala.[3]

Inizialmente la CICIG entrò in funzione per la durata di due anni ma le tre proroghe, richieste dal Governo ed approvate dal Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon nel 2009, 2011 e 2013, ne hanno prolungato l’esistenza e l’operato sino ad ora. In questi sette anni i casi seguiti dalla Commissione sono stati molti ed hanno prodotto arresti e scandali che hanno coinvolto le più alte cariche pubbliche accusate di crimini orrendi quali la partecipazione in esecuzioni extragiudiziali, il traffico di essere umani, frodi d’ogni genere, corruzione e riciclaggio. Nel 2010 il Caso Portillo portò addirittura all’arresto dell’ex-presidente Alfonso Portillo e all’estradizione di quest’ultimo verso gli Stati Uniti, con lo scopo di sottoporre quest’ultimo a giudizio per il crimine di riciclaggio di denaro.

La Linea: SAT e uffici doganali organizzano la frode fiscale

RENUNCIA-250415-MZS-04-webProprio durante il mese di aprile 2015 il Governo guatemalteco discuteva riguardo un ulteriore rinnovo dell’accordo firmato nel 2006 e quindi la possibilità di richiedere un’estensione della presenza della CICIG nel paese sino al 2017. Ma il 16 aprile, dopo quasi un anno di indagini, la CICIG annuncia un processo in atto per evasione fiscale ed evasione delle imposte doganali nei confronti di ventidue persone. Il giorno stesso venti di queste vengono arrestate dalla Polizia Civile Nazionale e La Commissione rende pubblico il cosiddetto caso de “la Linea”. Si tratta dell’inchiesta che ha come oggetto l’intricata rete che sta alla base di una colossale truffa fiscale in cui sono coinvolti i più alti esponenti della Superintendencia de Administración Tributaria (SAT), tra cui lo stesso sovrintendente Alváro Omar Franco Chacón, alti funzionari della dogana ed il cui capo viene individuato nel segretario personale della Vicepresidentessa, Juan Carlos Monzón Rojas.

 Viene quindi evidenziata l’esistenza di una struttura che nasce all’interno della SAT e coinvolge le sette dogane più trafficate del paese con lo scopo di appropriarsi delle imposte doganali applicate sui prodotti importati. L’organizzazione offriva infatti la possibilità agli importatori di pagare somme irrisorie al posto delle suddette tasse in cambio di una tangente, con la garanzia che questi avrebbero comunque passato i controlli doganali. Grazie ad affiliati all’interno del personale di dogana, era possibile dichiarare il falso riguardo la merce in entrata, aggirare i controlli e pagare imposte ben più basse di quanto previsto dalla legge per quegli stessi prodotti.[4]

Al momento dello scoppio dello scandalo la Vicepresidentessa Baldetti ed il suo segretario Monzón si trovavano all’estero, precisamente in Corea del Sud, dove la signora Baldetti era stata invitata a ricevere una laurea honoris causa. I due lasciarono Città del Guatemala il 13 aprile. Nonostante la notizia sia stata resa pubblica il 16, la Baldetti si è presentata in conferenza stampa solamente il 19 aprile, senza acclarare se il suo volo di rientro sia decollato da Seul il 17 o il 18. Infatti le informazioni fornite dalla stessa e dal vicedirettore dell’Aeronautica Civile, incaricato di trasmettere questo tipo di notizie, risultano incomplete e poco convincenti. Monzón, al contrario, non è salito sullo stesso volo e, secondo le ultime dichiarazioni dell’Interpol, si è diretto dapprima a Madrid il 17 per poi essere intercettato il 21 in Salvador, su un volo proveniente da Bogotà e con destino finale Honduras. Monzón non è ancora stato localizzato e continua ad essere ricercato dall’Interpol.

genocidio guatemalaIl Presidente e la Vicepresidentessa della Repubblica hanno negato qualsiasi coinvolgimento nei fatti e fino ad ora non vi sono procedimenti legali aperti nei confronti di questi ultimi, anche se è curioso osservare come in soli due mesi la Baldetti sia stata chiamata a testimoniare già quattro volte, per due differenti processi. Il 19 aprile, durante la conferenza stampa, la Vicepresidentessa ha annunciato l’allontanamento di Monzón dall’incarico di suo segretario personale, affermando comunque di non conoscere l’esatta localizzazione dell’indagato.

Il 22 il Partido Guatemalteco del Trabajo (PGT) ha emesso un comunicato in cui appoggia l’operato della CICIG, sottolineando però come quest’ultima non abbia reso pubblica alcuna notizia riguardo imprenditori ed aziende che usufruirono ampiamente del sistema della Linea e come il recente scandalo sia solo la punta dell’iceberg, fatto di corruzione e truffe, su cui poggia il sistema politico guatemalteco.[5] Il 23 aprile il Presidente ha ufficialmente richiesto al Segretario delle Nazioni Unite un’ulteriore estensione del mandato della CICIG, sino al settembre 2017, scartando l’ipotesi precedentemente avanzata di porre fine all’esistenza della stessa Commissione. La rapida risposta dell’ONU è stata, come prevedibile, positiva.

 Crimini nuovi e vecchie figure

Gli indagati sono accusati di associazione illecita con fine di contrabbando, contrabbando doganale e frode tributaria. La CICIG calcola che gli incassi derivanti dagli illeciti commessi si aggirino attorno ai due milioni di quetzales settimanali (circa 240.000 €): una frode da centinaia di milioni. Per decisione del giudice Marta Sierra Stalling, sei dei venti arrestati sono già stati rilasciati e si trovano al momento in libertà provvisoria, nonostante tra questi vi siano figure identificabili come i leader del meccanismo fraudolento. In particolare, si tratta di Salvador González Álvarez e di Francisco Javier Ortiz Arriaga. Il primo è rappresentante dell’importante consorzio di mezzi di comunicazione Corporación de Noticias S.A., società guatemalteca che controlla i quotidiani nazionali Siglo XXI e Al Día, mentre il secondo è un veterano del contrabbando. Egli stesso nelle intercettazioni telefoniche eseguite nel corso dell’indagine afferma di avere “oltre diciotto anni d’esperienza in frodi fiscali”.[6] Si tratta infatti di un integrante della Red Moreno, CIACS nato negli anni ’70 e composto da ufficiali dell’esercito e funzionari governativi, per scopi di controllo doganale, poi utilizzato per vere e proprie azioni di contrabbando. Durante il governo di Álvaro Arzú (1996-2000) ebbero inizio, però, le indagini che portarono allo smantellamento della Red. Nel 1996 Ortiz Arriaga era funzionario doganale e prese parte alla lunga serie di illeciti commessi da quest’organizzazione, ma durante l’inchiesta decise di collaborare con le forze dell’ordine, evitandosi quindi il carcere e salvando le ricchezze accumulate.[7]

Otto-Perez-Molina-e vicepresidenta guatemalaSolamente quattro degli indagati si sono presentati a dichiarare di fronte al giudice. Al momento le indagini stanno proseguendo, rivolgendo particolare attenzione alle imprese che utilizzarono il sistema della Linea per i propri affari. Il movimento di protesta nato sui social network chiede infatti al Governo e alla CICIG la pubblicazione dei nomi delle aziende coinvolte, dato che queste non sono state minimamente menzionate nelle dichiarazioni fatte fino ad ora.

Incongruenze e resistenza

Alla consueta marcia del primo maggio, in occasione della Festa Internazionale dei Lavoratori, si sono uniti cortei studenteschi appartenenti a diverse università del paese per chiedere nuovamente le dimissioni dei capi di Governo. Le proteste sono poi proseguite il giorno seguente quando la folla, riunitasi nella piazza principale di Città del Guatemala, ha occupato il palco che era stato montato per i comizi politici programmati per l’inizio della campagna elettorale. Per tutto il pomeriggio persone d’ogni età e provenienza sociale, senza indossare le bandiere di nessun partito, hanno, a gran voce, ripetuto la richiesta di rinuncia da parte del Presidente e della Vicepresidentessa.

Sono state annunciate altre manifestazioni pacifiche nella capitale ed in altre città del paese il 16 maggio. Proseguono quindi le proteste che, al grido di “ci hanno rubato tutto, persino la paura”, richiedono le dimissioni del binomio presidenziale. Ma i vertici del Guatemala non sembrano voler abbandonare le proprie comode poltrone ed il Presidente ha controbattuto che la richiesta delle sue dimissioni proviene da una piccola parte della popolazione, che non rispecchia il volere dell’intero popolo.[8] Ma le manifestazioni degli ultimi giorni ci dicono che nemmeno i guatemaltechi sono disposti a rinunciare: dopo anni di silenzio, l’ampia partecipazione alle proteste sembra significare l’inizio di un risveglio sociale.

Non mancano, però, le perplessità attorno a questo complesso caso. Il Guatemala si troverà presto in piena campagna elettorale. Le elezioni generali sono previste per il 6 settembre di questo stesso anno e porteranno al rinnovo delle principali cariche politiche, quali il presidente, il vicepresidente, 158 deputati del Congresso della Repubblica, 20 deputati del Parlamento Centroamericano nonché dei sindaci e dei vari assessorati dei 337 municipi.

Inevitabilmente lo scandalo della Linea avrà pesanti conseguenze sulla campagna e sulle stesse elezioni. Alejandro Sinibaldi, candidato presidenziale per il PP, ha pubblicamente rinunciato alla candidatura ed ha rassegnato le proprie dimissioni dal partito, dando a questo un ulteriore scossone.

Altro fatto curioso è che il caso sia stato reso pubblico proprio durante la breve assenza dal paese del principale indagato nonché leader dell’intera organizzazione. Inoltre risulta che Monzón non avesse mai accompagnato la Vicepresidentessa in altri viaggi e la consegna di una laurea honoris causa a quest’ultima non sembra essere una ragione che ne motivi la presenza. È stato poi sottolineato come le indagini della CICIG siano state rese pubbliche proprio nel periodo in cui si stava discutendo sulla possibilità di non richiedere all’ONU il rinnovo dell’accordo che regola l’esistenza della Commissione e come, in seguito, il Presidente sia stato invece obbligato ad inoltrare frettolosamente tale domanda al Segretario delle Nazioni Unite, data l’emergenza del caso.

Ad uno scenario storico piuttosto oscuro e controverso si aggiunge quindi una serie di contingenze che lasciano a dir poco perplessi. In ogni caso, non sorprenderebbe l’eventualità che tutto possa concludersi in una grande bolla di sapone, pronta a scoppiare in qualsiasi momento, senza lasciare traccia di sé. Ma è auspicabile che questi eventi lascino, invece, nella memoria del popolo guatemalteco un’impronta indelebile, che risvegli la voglia di organizzarsi contro i quotidiani abusi provenienti dall’alto.

PS. [L’8 maggio 2015 (mentre stava per uscire questo articolo) la Viceprensidentessa Rossana Baldetti ha rassegnato le proprie dimissioni. L’annuncio è stato fatto dal Presidente Otto Peréz Molina durante una rapida conferenza stampa in mattinata. Il Presidente ha affermato che non si tratta di una decisione presa a causa delle pressioni ricevute, bensì di una scelta che ha lo scopo di facilitare le indagini. La Baldetti rinuncia quindi all’immunità di cui il ruolo di vicepresidente gode. Restano in programma le manifestazioni previste per questo fine settimana e per il prossimo.]

NOTE:

* Le foto sono di Moysés Zúñiga Santiago (tranne la prima e le ultime due)

[1]“Poderes ocultos, Grupos ilegales armados en la Guatemala post conflicto y las fuerzas detrás de ellos”, Susan C. Peacock y Adriana Beltrán

[2]es.insightcrime.org

[3]www.cicig.org

[4]Quotidiano Prensa Libre, 22 aprile 2015

[5]www.partidocomunistadeguatemala.blogspot.com

[6]Quotidiano Prensa Libre, 17 aprile2015

[7]www.nómada.gt, 17 aprile 2015 e www.cmiguate.org (centro de medios indepedientes), 17 aprile 2015

[8]Quotidiano Prensa libre, 29 aprile 2015

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Il tunnel alla fine della luce https://www.carmillaonline.com/2015/03/22/il-tunnel-alla-fine-della-luce/ Sun, 22 Mar 2015 21:13:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21491 di Alessandra Daniele

tunnelVi siete accorti dei miliardi di draghi in arrivo? Non guardate dalla finestra, non sto parlando d’uno stormo di giganteschi rettili alati dal respiro di fuoco giunti ad oscurare il cielo e incendiare la terra. Parlo del Quantitative Easing di Mario Draghi, la pioggia di miliardi stampati per far ”ripartire” l’economia europea. Se non ve ne siete accorti, il motivo è semplice: non sono per noi. Sono per le banche. È una pioggia sul bagnato. L’Italia ha però sempre coltivato un’altra particolare forma di Quantitative Easing: [...]]]> di Alessandra Daniele

tunnelVi siete accorti dei miliardi di draghi in arrivo?
Non guardate dalla finestra, non sto parlando d’uno stormo di giganteschi rettili alati dal respiro di fuoco giunti ad oscurare il cielo e incendiare la terra. Parlo del Quantitative Easing di Mario Draghi, la pioggia di miliardi stampati per far ”ripartire” l’economia europea. Se non ve ne siete accorti, il motivo è semplice: non sono per noi. Sono per le banche.
È una pioggia sul bagnato.
L’Italia ha però sempre coltivato un’altra particolare forma di Quantitative Easing: la corruzione, che allo stesso modo fa regolarmente piovere miliardi sulla fanghiglia, soprattutto attraverso le opere pubbliche.
Se nel tunnel del CERN si accelerano le particelle, in quello della TAV si accelerano le bustarelle.
A poche settimane dall’apertura dell’Expo, è pronto solo un decimo delle strutture previste. Le altre ancora incompiute saranno nascoste da una felliniana serie di enormi quinte e fondali chiamata Camouflage.
Probabilmente ai turisti la soluzione sarà spacciata per una scelta artistica che rappresenta plasticamente l’incompiutezza del progetto di “nutrire il pianeta”.
Mentre s’ingrassano i ladri.
Tutti i Lupin mannari del brulicante ceto parassitario che sistematicamente s’avventa sulle cosiddette Grandi Opere come gli stafilococchi sulle piaghe infette, mandandole in cancrena.
Renzi è il Camouflage dietro il quale l’Italia continua a marcire e venire divorata. Tutto il suo attivismo fasullo, il suo giovanilismo anni ’80 non sono che una quinta di cartapesta.
Mentre un’altra di quelle piaghe, il Giubileo straordinario, viene aperta da Bergoglio, l’altro presunto rottamatore.
Il Papa-immagine che dorme in un sobrio bilocale (all’interno di un enorme palazzo da 20 milioni di dollari) e lascia che i suoi cardinali vivano in superattici di 700 metri quadri. Che scomunica i corrotti, e poi gli offre l’ennesimo banchetto, li induce in tentazione con la sua versione del Quantitative Easing per far girare l’economia, e organizzare uno spot planetario per la sua azienda.
Anche lui, con tutto il suo pauperismo mediatico, non è che un paravento (sacro) una facciata dietro la quale la Chiesa rimane esattamente la stessa.
Fra lupi, draghi, nani, e fate, pure Berlusconi ha appena ricevuto il suo Quantitative Easing. Le azioni Mediaset sono in rialzo, eMondadori ha comprato RCS Libri.  La riforma della Rai poi gli trasformerebbe la concorrenza in tre innocue reti tematiche, una culturale (reading di Baricco, migrazione degli gnu, e viceversa) una sperimentale (monoscopio in 3D) e una generalista, che sotto il totale controllo del governo si trasformerà nella versione renziana di Mediashopping: una catena ininterrotta di televendite.
Intanto Renzi prende l’interim dei Lavori Pubblici. Anche il “Cantiere delle Riforme” è una delle Grandi Opere.

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Fine anno, fine della corsa? https://www.carmillaonline.com/2014/12/20/anno-corsa/ Fri, 19 Dec 2014 23:01:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19547 di Sandro Moiso

walter white Quello che infastidisce maggiormente nello spettacolo di Mafia capitale è l’accento posto sull’eccezionalità del caso romano, la sorpresa che tutti i media sembrano mostrare nei confronti di quello che non è altro che un caso (tutt’altro che anomalo) di corruzione amministrativa e politica quotidiana nell’Italia degli scandali legati all’Expo, al Mose e a molti altri ancora. Ma, ormai, il termine Mafia ha preso il posto dell’Uomo Nero, di Freddie Krueger, di Walter White e di qualsiasi altra figura dell’immaginario più diabolico e viene sbandierato ad ogni piè sospinto per dimostrare che ciò che c’è di [...]]]> di Sandro Moiso

walter white Quello che infastidisce maggiormente nello spettacolo di Mafia capitale è l’accento posto sull’eccezionalità del caso romano, la sorpresa che tutti i media sembrano mostrare nei confronti di quello che non è altro che un caso (tutt’altro che anomalo) di corruzione amministrativa e politica quotidiana nell’Italia degli scandali legati all’Expo, al Mose e a molti altri ancora. Ma, ormai, il termine Mafia ha preso il posto dell’Uomo Nero, di Freddie Krueger, di Walter White e di qualsiasi altra figura dell’immaginario più diabolico e viene sbandierato ad ogni piè sospinto per dimostrare che ciò che c’è di marcio nella società attuale non dipende dai rapporti di classe e dall’appropriazione privata della ricchezza sociale prodotta, ma da poche figure negative che guastano i sani rapporti sociali basati sui principi del capitalismo e che possono anche arrivare a minacciare gli equilibri politici faticosamente raggiunti.

Da una parte dunque i buoni servitori dello Stato (e del Capitale) e dall’altra i corrotti, le anime perse che non hanno saputo resistere alle seduzioni del Grande Tentatore (di solito un singolo uomo, ex-terrorista di destra oppure capo-bastone di un clan, il solito “grande vecchio” che la sinistra istituzionale ci ha insegnato a vedere dappertutto). Anche se sappiamo tutti che questa narrazione è falsa, come la promessa di Renzi di resistere fino al 2018.

Tutti i commentatori, partendo anche da presupposti diversi, convergono infatti su un unico proposito: salvare l’immagine del capitalismo italiano, cercando di dimostrare che le cose vanno male a causa della corruzione diffusa o, ancor peggio come ha affermato qualche giornalista del solito TgNews RAI 24, che basti un unico individuo, in questo caso Buzzi o Carminati, ad infettare un sistema. Che naturalmente si presume sano.

buzzi poletti E che sano non è. Basta rivolgere lo sguardo alle inchieste più recenti, da quelle riguardanti l’Expo o il Mose arrivando fino all’intrico di interessi che si celano ancora dietro al TAV in Val di Susa (dove la presenza di interessi legati alla ‘ndrangheta sono stati individuati e parzialmente perseguiti così come è evidente il coinvolgimento delle coop nella sua realizzazione),1 per comprendere che la scelta del capitalismo italiano e della sua imprenditoria grande e media è stata proprio quella di “migliorare” le proprie prestazioni finanziarie (certo non quelle produttive) affidandosi spesso alle ruberie nelle tasche del solito Stato Pantalone o, ancor meglio, direttamente nelle tasche dei cittadini.

La stessa candidatura entusiasticamente avanzata in questi giorni affinché Roma sia sede dei giochi olimpici del 2024 conferma ancor di più tale ipotesi, perché mentre da un lato il governo presenta una proposta di disegno di legge che serve soltanto a gettare polvere negli occhi di chi spera in un giro di vite contro la corruzione, dall’altro prepara il terreno per un’altra grande opera che potrebbe diventare davvero, se messa in atto, la madre di tutte le speculazioni e di tutti i possibili intrecci politico-amministrativi con mafie e ‘ndrine.2

Da anni scrivo di questo su Carmilla e non mi pare che qualcosa sia significativamente cambiato oppure che ci siano state solide smentite di questa ipotesi. Il capitale italiano, soprattutto quello finanziario, è in fuga dal settore produttivo e, come tutti dovrebbero aver già capito da tempo, anche le leggi e le iniziative attuali sul lavoro (inique e retrograde più che mai) sono soltanto rivolte ad attirare sulle imprese italiane in svendita nuovi acquirenti stranieri, attratti dai bassi costi che possono facilitare qualsiasi tipo di speculazione e dalla facilità con cui si potrà licenziare a partire dall’approvazione del Job Act.

Bastino a confermare ciò le recenti rivelazioni sull’uso fatto dalle banche del prestito Tltro promosso dalla BCE: “Dei 26 miliardi di euro che le banche italiane hanno preso in prestito dalla Banca Centrale Europea a settembre, due terzi sono stati investiti per l’acquisto di Buoni poliennali del Tesoro. Quindi solo 8 miliardi sono stati effettivamente utilizzati per i prestiti alle imprese, e quindi introdotti nell’economia reale del Paese. Secondo quanto riferisce la Banca d’Italia, gli istituti di credito italiani hanno investito ad ottobre 18,4 miliardi di euro in BTp, portando gli asset governativi al livello mai raggiunto prima di 414,3 miliardi di euro. I nuovi acquisti in Btp, in sostanza, consistono nei due terzi di quei 26 miliardi di euro che le banche hanno preso dalla Banca centrale europea nell’asta Tltro del settembre scorso. I prestiti Tltro si differenziano dai prestiti Ltro proprio per quella T, che sta per “targeted” ovvero vincolati a un uso specifico: il sostegno alle imprese non finanziarie, senza troppi margini di discrezionalità3

In effetti vi è una liquidità estremamente volatile che circola vorticosamente a caccia di investimenti redditizi a breve o brevissimo termine, cosa che non può far altro che favorire, da un lato, la crescita esponenziale della spesa pubblica destinata a coprire gli interessi pagati sui titoli di stato e, dall’altro, speculazioni e appropriazioni indebite di attività lasciate spesso morire di inedia a causa di investimenti e prestiti che non arriveranno mai a destinazione. E’ il destino di tanta piccola e media industria, destinata a seguire, anche involontariamente, le orme delle grandi famiglie del capitalismo italiano e delle loro imprese e società per azioni. Destinate a loro volta ad essere acquisite e smembrate per fornire ai nuovi acquirenti la proprietà di un marchio di prestigio (e non vale assolutamente le pena di ritornare qui ad elencarli tutti poiché sono ormai centinaia) oppure una base “produttiva” per aggirare i divieti posti dall’Europa alle merci provenienti da altri continenti.

Possiamo quindi tranquillamente ipotizzare che non sono state soltanto la corruzione e le infiltrazioni mafiose o della malavita ad inficiare la vita politica e le attività economiche, ma che, al contrario, proprio le nuove regole del gioco hanno permesso l’allargamento del tavolo a gruppi ed attività un tempo sì significative, ma ancora relativamente marginali rispetto al peso esercitato sul PIL. Mentre oggi, non a caso, proprio i proventi di tutta una serie di attività illegali connesse alla grande criminalità organizzata (prostituzione, contrabbando, spaccio) sono ormai conteggiati anche nel PIL nazionale.4 In attesa soltanto di rientrare in circolo attraverso le banche e attività speculative più o meno legali.

Stupirsi della corruttela presente nelle cooperative bianche o rosse, come ha fatto recentemente il presidente dell’Autorità Nazionale Anti-corruzione Raffaele Cantone nella trasmissione serale di Lilli Gruber,5 significa quindi non aver colto la grande trasformazione che è avvenuta negli ultimi trent’anni all’interno dell’economia italiana, della sua classe imprenditoriale e della sua classe politica. Sempre di più tesa a realizzare profitti individuali nel minor tempo possibile, anche a costo di abbandonare qualsiasi norma di carattere economico, civile e morale. Come continua a dimostrare in primo luogo l’azienda torinese produttrice di auto, e capofila dell’imprenditoria italiana, che ha spostato la sua gestione patrimoniale e aziendale all’estero per non pagare le tasse in Italia, così come ha denunciato anche in questi giorni il numero uno dell’Agenzia delle entrate Orlandini.

Il lento declino di Silvio Berlusconi e del suo partito sta infatti contribuendo a rivelare che il “berlusconismo” non era il solo elemento a produrre la corruzione e il deragliamento istituzionale, che in altri paesi (vedi Germania) non è avvenuto oppure non ha avuto le stesse preoccupanti caratteristiche; in realtà non era altro che il prodotto di una trasformazione già in atto e in gran parte già avvenuta e di cui uno dei principali interpreti politici era proprio l’ex-PCI , poi PDS e poi PD. l'ultima cena E il cui nodo degli interessi “materiali” comuni sta proprio negli interessi economici incrociati di gran parte delle coop, di ogni colore e sigla, nel business degli appalti e nelle amministrazioni locali. Ad ogni livello. Con un partito caduto oggi talmente in basso da far sì che Matteo Orfini si è visto costretto a lanciare l’idea, apparentemente ridicola, di un corso di formazione anti-corruzione per i militanti romani.

Cooperative che si rivelano, intanto e sempre di più, tutt’altro che impermeabili alle infiltrazioni speculative, mafiose, criminali o più semplicemente “politiche”. Tanto quelle che non ci stanno sembrano destinate a morire. Come ben dimostra il caso della Cooperativa Un sorriso, al centro delle proteste, evidentemente manovrate, degli abitanti di Tor Sapienza, vero obiettivo di chi voleva togliere di torno un concorrente scomodo nell’affare dell’accoglienza degli immigrati.

Chi insufflò le prove di pogrom di Tor Sapienza? Chi doveva incassare i dividendi delle notti di fuoco, sassi e cocci di bottiglia di una borgata “rossa” che improvvisamente, a metà novembre, si era accesa al comando di saluti romani e ronde assetate di “negri” e “arabi”? Sono stati scomodati i sociologi per provare a dare un senso alla furia della banlieue di Roma.
E invece, per raccontare quella storia bisogna cominciare da un’altra parte. Dagli appetiti mafiosi del Mondo di Mezzo. Dai Signori degli appalti del “terzo settore” Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci, oggi a Regina Coeli per mafia, dal loro interfaccia “nero” Massimo Carminati e dalla sua manovalanza del Mondo di Sotto . E da una coraggiosa donna salentina, Gabriella Errico, presidente della cooperativa sociale Un sorriso, che in quelle notti ha perso tutto. I 45 minori non accompagnati di cui aveva la custodia e la struttura che li ospitava, resa inagibile da un assedio violento
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A confermare la contiguità tra finanziarizzazione delle attività economiche, comportamenti speculativi e coop è giunta una recentissima indagine di Mediobanca in cui si afferma che: “Nel 2013 le Coop hanno guadagnato più dalla finanza che dai supermercati […] I proventi finanziari hanno rappresentato l’1,9% dei ricavi aggregati del 2013 (pari a 11,2 miliardi di euro) e si sommano a un margine operativo netto (cioè al reddito della gestione industriale) che si ferma solo allo 0,4%. Nel periodo 2009-2013 la gestione industriale delle Coop ha prodotto utili lordi per 249 milioni a fronte di 889 milioni di proventi della gestione finanziaria.[…] I 12,2 miliardi di investimenti delle Coop includono 3,1 miliardi di titoli di stato e 2,4 miliardi di obbligazioni, 2,1 miliardi di partecipazioni (in gran parte concentrate sul gruppo Unipol, che le Coop controllano attraverso Finsoe, a cui si aggiungono l’1,85% di Mps e l’1,5% di Carige)[…] Sei delle undici cooperative esaminate hanno chiuso con una gestione industriale in perdita, con risultati particolarmente negativi per Ipercoop Sicilia (-9,4% dei ricavi) e Unicoop Tirreno (-3,2% dei ricavi). Grazie al contributo della finanza le Coop in ‘rosso’ nel 2013 sono scesa a quattro: Unicoop Tirreno (-24,2 milioni), Coop Lombardia (-15,3 milioni), Ipercoop Sicilia (-13,5 milioni) e Distribuzione Roma (-8,8 milioni)“.7

Non a caso, poi, proprio a livello di cooperative sono state sperimentate tutte quelle forme di lavoro che oggi, con il Job Act, sembrano essere diventate legge. Con la difesa strenua e vergognosa fatta dal ministro Poletti in Parlamento del diritto degli imprenditori di poter fare ciò che vogliono per garantire i propri interessi e investimenti.coop expo
Sì, perché se il Re è oggi più nudo che mai lo è anche “grazie” al fatto che tale ideologia, così strenuamente difesa dal Presidente del Consiglio e dal suo ministro, non può fare altro che arrivare anche a giustificare indirettamente forme di coinvolgimento tra istituzioni e malaffare. Con tanto di cene e contributi, da cui si sta cercando di distogliere l’attenzione del pubblico.
Ma tutto ciò non può più costituire soltanto un problema morale e giudiziario. Qui è un sistema intero che va raso al suolo.

Pur essendo l’Italia già di fatto parzialmente commissariata dall’Unione Europea, nonostante il tanto celebrato semestre di presidenza italiana, Padoan, rispondendo a Juncker, può però affermare che le riforme fatte sono quelle che “ci servono e non perché ce l’hanno detto”. E ha ragione perché effettivamente tutte le riforme varate da Monti in avanti hanno semplicemente fatto comodo al capitale finanziario e speculativo italiano (togliere risorse al lavoro e alla società per favorire la rendita). Anche se la girandola di poteri e di governi alternatisi in Italia dal 2011 in avanti sta giungendo alla fine della corsa. Magnificamente e simbolicamente rappresentata dal baratro apertosi intorno alla giunta capitolina e dall’imminente uscita di scena di Giorgio Napolitano. Cosa di cui lo stesso Presidente è ben conscio e preoccupato.

Sul quale ultimo iniziano già ad abbattersi gli strali anche di un politologo moderato come Gianfranco Pasquino che, commentando il recente discorso del Capo dello Stato all’Accademia dei Lincei, ne ha sottolineato il fallimentare progetto politico affermando che: ”non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito […] Non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica.“. E augurandosi infine che lo stesso Napolitano “rinunci a nominare altri senatori a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Ma non sarà così“.8

Così, mentre inizia la corsa per la nomina del nuovo Capo dello Stato, lo stesso Napolitano è costretto a difendere ancora a spada tratta, e vanamente, l’operato dell’ultima sua creatura con un endorsement privo di precedenti che sembra avere tutte le caratteristiche di un ultimo e disperato colpo di coda. Job Act, riforme istituzionali autoritarie, vaneggiamenti e febbre da annuncite del giovane premier sono tutti presentati, dal Presidente uscente, come passi essenziali per garantire ancora la stabilità del paese.

Nel fare questo Giorgio Napolitano è però costretto a rovesciare la realtà dei fatti, imputando l’instabilità politica, sociale ed economica del paese a chi si oppone con le lotte, nel tentativo di criminalizzare ancora una volta qualsiasi forma di opposizione, mentre in verità tale instabilità è insita proprio nelle scelte politiche portate avanti da una compagine governativa e da una classe dirigente estremamente divisa al proprio interno, che, come un branco di iene, è capace di riunirsi intorno ad un progetto soltanto quando si tratta di spogliare le carcasse delle proprie vittime designate o di quelle già abbandonate da altri, e superiori, predatori. Con un governo capace soltanto di proseguire a colpi di voti di fiducia, ma incapace di qualsiasi formulazione coerente, come il rinvio fino all’ultimo istante del maxi-emendamento sulla legge di stabilità ha dimostrato ancora una volta.

Mentre qualsiasi candidatura per l’elezione del futuro Presidente della Repubblica non farà che confermare lo stato di debolezza, incertezza e paralisi in cui si trovano le forze di governo, prive di qualsiasi possibilità di ricambio o cambiamento di rotta, se non quella di affidare ancora ad un esecutore testamentario vicino a Bruxelles un mandato settennale. Consegnando così, come al tempo delle Signorie, il governo delle proprie contraddizioni ad una forza mercenaria esterna.

All’inizio del mandato di Renzi avevo affermato che avremo visto i due personaggi uscire di scena insieme. 9 La cosa si sta, nemmeno troppo lentamente delineando all’orizzonte, in un contesto in cui l’ultimo argomento rimasto in mano al Governo e ai suoi rappresentanti, messi sempre più a nudo dall’ultimo scandalo, sembra essere infatti soltanto quello della minaccia dell’arrivo della Troika europea. Mentre la capitale scivola lentamente verso il baratro e Piazza Affari corre sulle montagne russe, la nave affonda e i topi scappano, lanciando dietro di sé dei fumogeni nell’inutile tentativo di coprirsi la ritirata.eataly

Gli stessi giochi all’interno del teatrino politico del PD sembrano cercare soltanto di allontanare o ritardare tale ipotesi con altre elezioni, pur sapendo, viste le recenti percentuali dell’astensionismo di massa, di essere giunti alla frutta.
Non c’è un’altra alternativa e il tentativo di gonfiare mediaticamente l’immagine di Salvini (così come era stato fatto nel 2013 con Grillo, oggi consapevolmente auto-sgonfiatosi) non ha altro scopo che quello di far andare ai seggi qualche elettore in più, sia da una parte che dall’altra.
Anche se difficilmente il gioco potrà riuscire anche questa volta.


  1. Proprio oggi il presidente dell’Autorità Anti-corruzione, Cantone, ha definito clamoroso il fatto che “nella realizzazione della Torino-Lione non ricorreranno interdittive antimafia perché i lavori avvengono sulla base del diritto francese dove l’interdittiva antimafia non c’è” (Paolo Griseri, La denuncia di Cantone: “Per la Tav valgono le leggi francesi, inutili i controlli antimafia”, La Repubblica 19 dicembre 2014  

  2. Vale forse la pena di ricordare, a questo proposito, che mentre i governi precedenti avevano almeno respinto a priori l’eventualità che Roma fosse candidata ad un’opera di questo genere, Renzi l’ha abbracciata e sostenuta in pieno, rivelando così ancora una volta quali siano le reali forze che lo sostengono insieme al suo governo. Basti qui citare, come esempio, la forte presenza tra gli sponsor e appaltatori dell’Expo milanese del 2015 della Lega Coop e di Eataly (del grande elettore renziano Natale “Oscar” Farinetti), che vedono a loro volta i loro interessi intrecciarsi con quel business agro-alimentare che fornirà il pretesto di facciata per tutto l'”affaire”. Di cui, paradossalmente, il tema del “cibo”, scelto per rappresentare l’evento, sembra costituire un’efficace metafora.  

  3. Bce, due terzi del prestito Tltro per aiutare le imprese sono stati investiti in Btp. Ecco dove sono finiti i soldi di Mario Draghi, Huffington Post 10 dicembre 2014  

  4. Ciò è reso possibile dall’entrata in vigore a breve del Sec ( Sistema europeo dei conti nazionali) 2010 che va a sostituire il precedente Sec 1995  

  5. Otto e mezzo, 12 dicembre 2014  

  6. Carlo Bonini, Minacce, aggressioni e avvertimenti mafiosi: l’ombra di Buzzi sui tumulti di Tor Sapienza, La Repubblica 11 dicembre 2014  

  7. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/12/18/news/per_le_coop_pi_utili_dalla_finanza_che_dai_supermercati-103222321/?ref=HREC1-18  

  8. Giorgio Napolitano, per il politologo Gianfranco Pasquino “ha fallito” perché si è affidato a “un manipolo di ipocriti”, Huffington Post 11 dicembre 2014  

  9. https://www.carmillaonline.com/?s=sierra+charriba”>  

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La tempesta perfetta. https://www.carmillaonline.com/2013/10/02/la-tempesta-perfetta-lettera-aperta-chi-si-oppone/ Tue, 01 Oct 2013 23:00:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9724 di Sandro Moiso

tempesta

La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico  in prossimità dei  banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel  film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000.  Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello  debole: l’Italia.

L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti [...]]]> di Sandro Moiso

tempesta

La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico  in prossimità dei  banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel  film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000.  Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello  debole: l’Italia.

L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti in un orizzonte molto più ampio,

in cui la sempre più evidente debolezza diplomatica e militare dell’impero americano incrocia il costante rischio di défaut economico dello stesso (rinviato sino ad ora soltanto dalla continua immissione sul mercato di nuovi dollari che valgono come carta straccia e sono garantiti unicamente dalle portaerei di Washington); la crisi del progetto europeo (misurabile nella distanza sempre più evidente tra la Germania e gli altri paesi del Sud e dell’Ovest, nei sempre più marcati dubbi Londra nei confronti del progetto e nell’inutile rigonfiamento di penne militari da parte del galletto francese); la presa di distanza che per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale, ha caratterizzato le scelte del parlamento inglese rispetto a quelle politico-militari americane e la gigantesca crisi economica (caratterizzata da una disoccupazione senza precedenti) che caratterizza l’assetto generale dell’economia occidentale.

 Va detto subito: per quanto, ancora una volta, la minaccia più paventata di fronte all’elettorato sia quella del défaut italiano o del commissariamento europeo delle politiche economiche e sociali nazionali, la verità è che la crisi politica ed istituzionale di quella che rimane la seconda economia industriale d’Europa non ha assolutamente la valenza di quella greca né di altre nazioni. E’ roba da far tremare i polsi, anche a quella finanza che fino ad oggi ha giocato abilmente sull’interesse pagato sui titoli di stato e sul conseguente taglio di ogni spesa sociale e dei salari. Come ben dimostrano le preoccupazioni del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, quando dichiara alle agenzie di stampa che la crisi italiana “creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari”.

 Per ottenere interessi e vantaggi di carattere finanziario per gli investitori, in cambio di lacrime e sangue per i lavoratori, i giovani e tutte le fasce deboli (donne, pensionati, disoccupati), occorre infatti un governo forte o, almeno apparentemente, autorevole. E questo in Italia non esiste più, a meno che il colpo di stato politico continuato degli ultimi anni non si trasformi in un autentico colpo di stato militare. Non esiste più alcuna possibilità di giustificare politicamente i governi dei sacrifici: sia perché c’è ormai ben poco da sacrificare, ma anche, e soprattutto, perché nel giro di meno di 24 mesi sono state bruciate le due carte principali del progetto, Mario Monti ed Enrico Letta. E, con loro, il principale artefice istituzionale del tutto: Giorgio Napolitano.

 Un governo, come si è già detto in passato, nato morto che per sei mesi non ha fatto nulla; blaterando di tutto e di niente, sempre pronto ad accondiscendere alle volontà del Popolo della Libertà, in effetti l’unica forza politica ad avere avuto due, per quanto inutili e mefitiche, proposte politiche da portare avanti in accordo col proprio elettorato: abolizione dell’Imu e blocco  dell’aumento dell’IVA. Ci voleva poco a capire che il grande progetto napolitanico non aveva gambe e speranze per marciare e durare. E le tardive lacrime presidenziali in occasione della celebrazione di Luigi Spaventa (che fu, ai tempi del PCI, fermamente contrario alla moneta unica europea), sono diventate simboliche lacrime di rabbia per il proprio fallimento. 

Il colpo di testa o coup de théâtre berlusconiano è intervenuto a frantumare la destra prima che una parte di questa potesse ricostituirsi in quella tanto auspicata destra moderata (e democristiana) su cui tanti (PD in testa, seguito da CEI, Casini e Monti) facevano affidamento per un passaggio ad un’alleanza di ferro, blindata nei contenuti e nelle comuni modalità di governo. La mossa del cavaliere di Arcore ha reso più difficile, se non impossibile, tale passaggio di consegne, di cui il sacrificio del suo ruolo politico avrebbe costituito la garanzia formale. Le parole del pallido Bondi sono state, per una volta, chiare: “Non ci faranno fare la fine del PSI e della DC“.

La crisi è istituzionale, ma in senso più profondo rispetto a quello suggerito da tutte quelle forze (PD, Confindustria, CEI, banche) che vedevano nella grande coalizione all’italiana la soluzione ideale per calcificare all’infinito i rapporti di classe a proprio esclusivo vantaggio. Bruciata questa carta, e questo è sicuro, anche se Re Giorgio riuscirà a far ripartire con  novelli senatori a vita e con un nuovo gruppo parlamentare  di transfughi berlusconiani (Nuova Italia? Allegria!) un miserevole e cagionevole di salute governo Lettino-bis, non rimangono in mano a quelle stesse forze altre carte importanti o possibili.

 Oggi, domani e dopodomani, nelle eventuali elezioni politiche a breve o brevissimo periodo non ci sarebbero vincitori, con o senza porcellum. Non il Pdl frantumato, non il PD azzoppato definitivamente dalle scelte operate anche nell’ultimo semestre e rimasto, nonostante le bufale di D’Alema, con il solo Renzi come possibile candidato premier, e neppure Grillo che, nello stesso semestre, ha dimostrato tutta l’insipienza della sua farraginosa e raccogliticcia armata Brancaleone.

La più grave crisi della Repubblica è aperta, l’Europa è preoccupata e la finanza internazionale pure. Ma le forze antagoniste e/o di opposizione cosa possono e devono fare? Perché questo è il problema che sta più a cuore di chi da sempre si oppone all’esistente, in generale, e a questi governi in particolare. Governi e non nomi di premier perché gli ultimi torneranno, fin che potranno, l’uno a pontificare dalla cattedra universitaria e l’altro a giocare a subbuteo con l’amico Angelino, impallinato come lui dal fuoco ex-amico del Sansone di Mediaset.

 “Muoia Berluscones con tutti i Filistei!” sembrerebbe poter essere lo slogan alla base dell’attuale crisi politica, ma se l’antagonismo e le forze di opposizione dovessero cedere ancora una volta al richiamo mediatico delle sirene anti-berlusconiane e costituzionaliste l’errore sarebbe gravissimo perché già nelle precedenti elezioni l’anti-berlusconismo era stata l’unica e poco proficua, dal punto di vista del risultato elettorale, foglia di fico con cui il PD  poteva cercare di nascondere ancora la propria subalternità al capitale e alla finanza internazionale. L’unica cosa, pretesa, di sinistra che potesse dire o sbandierare. E tradita comunque nell’alleanza realizzata  a sostegno di  quest’ultima  e disastrosa legislatura.

  Per chi non ha perso la bussola è invece chiaro che, almeno dalla Comune di Parigi in poi, qui, in Europa, qualsiasi alleanza con la borghesia, una sua parte o alcuni suoi partiti, non può più portare alcun vantaggio alla maggioranza della classe storicamente avversa: quella dei lavoratori. E la questione morale, su cui in questi anni si è tanto, inutilmente dibattuto, è stata ben riconosciuta come trappola per l’opposizione di classe fin dagli albori del ‘900.

 “Ad esempio la moralizzazione politica e amministrativa del Meridione è certamente un postulato rispettabile. La caccia al ladro è un’ottima cosa, purché, però, non ci faccia perdere di vista che la nostra critica investe tutto il sistema politico attuale, e che nemici dei proletari sono tutti i borghesi, ladri e onesti. Se questo non si vuol dimenticare si vedrà subito come sia un errore unirsi al borghese sedicente onesto per sloggiare il ladro: poiché si confondono quei concetti nella mente dei lavoratori. Infatti, la mancata differenziazione politica dei partiti ridiviene causa della immoralità degli amministratori, che approfittano dell’incoscenza delle masse per cambiare appena giunti al potere il loro programma moralista con la pratica del più sfacciato affarismo”. (Amadeo Bordiga, Il socialismo a Napoli e nel Mezzogiorno, in Utopia, Rivista quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano, Milano 15 – 28 Febbraio 1914)

 Altro terreno scivoloso e infido è quello della difesa della carta costituzionale, intesa come intoccabile e sacro strumento di garanzia democratica, vero altare della patria, dimenticando che le costituzioni sono sempre frutto di un compromesso tra le forze e, quindi, sostanzialmente frutto dei rapporti di forza in campo. Quella italiana non è, come qualcuno afferma, la Costituzione più bella del mondo, ma il frutto di un compromesso tra democratici cristiani, stalinisti e liberali alla fine del secondo conflitto mondiale, con un articolo 1 preso di peso da quella, mai entrata in vigore, della Repubblica di Salò e con l’esclusione di qualsiasi accenno al diritto dei cittadini ad insorgere contro il cattivo governo (così come aveva almeno richiesto una parte della Sinistra Cattolica).

 “In generale, una storia del costituzionalismo borghese non può che essere la storia dei tentativi di cogliere, di volta in volta, le caratteristiche fondamentali della composizione politica di classe e di assoggettarne l’esistenza alle necessità dello sviluppo capitalistico. Assoggettarne l’esistenza significa da un lato identificare ed organizzare gli elementi di riproduzione della classe, mistificandoli e possedendoli dal punto di vista capitalistico, dall’altro identificare ed escludere (coattivamente) tutti quei momenti della composizione di classe sui quali può organizzarsi il partito rivoluzionario.

La vecchia Costituzione del 1948 è stata capace di piegarsi, talora concedendo notevoli spazi, alla composizione politica della classe uscita dalla seconda grande guerra imperialista. Un grado di conflittualità medio, da comprendere nella trionfante ideologia del lavoro; una possibilità di mediazione fondata sulle caratteristiche arretrate del rapporto tra classe operaia e contadini; una condizione di miseria delle classi inferiori (ivi compresa la piccola borghesia) da giocare nel progetto di sviluppo: la Costituzione del ’48 è in realtà un «piano di lavoro». E’stata la base sulla quale il capitale è riuscito a porre il progetto di un passaggio ad una fase più avanzata di sviluppo, in tutte le sue dimensioni” (Antonio Negri,  La forma Stato, pp. 466 – 467, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2012, prima edizione Milano 1977)

 “Oggi non è solo morta la Costituzione del ’48. E’ morta la costituzione materiale che la costituiva in progetto. I rapporti di forza che presiedevano ad ogni eventuale modello di sviluppo si sono fracassati” (Antonio Negri, op. cit., pag 468) Parole profetiche (1977) che, se all’epoca erano scritte durante l’ultima grande esplosione di lotte e rivolte operaie e giovanili, e prime in nome della specie, oggi valgono ancora, dopo decenni di sconfitte e trionfi della Destra sostenuta fedelmente dalle politiche economiche del PD e dei governi di centro-sinistra. Con buona pace di Landini, Rodotà e Zagrebelsky.

Archiviati questi due punti (anti-berlusconismo e costituzionalismo d’accatto), restano però ad una opposizione reale parecchie e significative frecce nella propria faretra,  tali da permetterle di rappresentare una efficace cassa di risonanza delle lotte e delle esigenze sociali, di cui in ultima analisi i movimenti reali sul territorio e sui luoghi di lavoro sono l’espressione materiale, qualora  cogliessero l’occasione per dare forma e sostanza a un nuovo potere costituente, totalmente avverso a quello che ha dominato gli ultimi trent’anni di storia.

Per raggiungere questo obiettivo, però, i movimenti dovranno smettere di delegare ad altri la politica (ad esempio ai 5 Stelle). Per essere più chiari: dovranno evitare, ad ogni costo, di farsi rinchiudere in una sorta di ghetto limitando la propria azione alle manifestazioni pubbliche, al sabotaggio o alle mailing list  e riuscire a far valere direttamente le proprie istanze politiche anche di fronte all’istituzione stessa. Così come tutti i gruppi e gruppuscoli dovrebbero una volta per tutte abbandonare il settarismo ideologico che li contraddistingue e le speranze nella rappresentatività dei propri minuscoli ed insignificanti leader. Le lotte e i programmi contano, gli individui molto meno. Solo così sarebbe possibile superare le divisioni tra i vari settori di movimento che si distinguono per le differenti pratiche messe in atto (pacifisti integrali, ambientalisti, comunisti duri e puri, etc.), come i giorni di Seattle, nel 1999, avevano già saputo vittoriosamente dimostrare.

 Proseguendo sulla strada della delega politica ed istituzionale si rischierebbe soltanto di non vedere che tutto ciò che così arrogantemente vorrebbe ergersi al di sopra dei propri avversari è già superato. Come il progetto per il TAV, che non è affatto forte come si vorrebbe dimostrare con qualche centinaio di metri di galleria scavati dalla talpa o mandando ancora più soldati a cercare di controllare e soffocare la Val di Susa, ma che è già morto nel semplice annuncio che sul lato francese gli espropri dei terreni coinvolti nel progetto avverranno nell’arco dei prossimi quindici anni o più. Oppure, ancora, le continue, arroganti, insopportabili dichiarazioni di Napolitano a proposito dell’anomalia rappresentata da eventuali elezioni anticipate (alla faccia della democrazia…appunto) e quelle di Letta a proposito della durata del suo governo fino al 2015. Hanno soltanto paura! E’ il capitale a non credere più in se stesso e tanto meno dovranno credere ancora nelle sue risorse i suoi antagonisti. Non occorre  uccidere un drago già morto, come alcuni irresponsabili inviti alla lotta armata ancora vorrebbero far credere, ma occorre già pensare al futuro, al dopo. In teoria i movimenti hanno già vinto, ma così non sarà se non sapranno o non vorranno ragionare in questa prospettiva.

 Le settimane e i mesi a venire saranno segnati da forti tensioni politiche, economiche e sociali. Istituzioni europee ed internazionali (BCE e FMI in testa), governi stranieri, servizi ed apparati repressivi insieme ad una risorgente estrema destra intorbidiranno le acque e mireranno a diffondere paura e scoramento tra i cittadini e i lavoratori con minacce, provocazioni ed aggressioni e la probabile coincidenza della crisi italiana con il défaut pubblico statunitense sarà motivo di autentici terremoti borsistici. La partita che si è aperta è troppo grossa. Per tutti.

La prova per il movimento reale sarà durissima, ma soltanto la capacità di porsi propositivamente davanti al mondo e al futuro, guardando già oltre lo squallido e fallimentare presente, potrà rafforzarlo, più di qualsiasi scaramuccia notturna e più di qualsiasi astratta discussione. Giovani e lavoratori hanno già dimostrato di saper reggere lo scontro fisico: oggi e domani dovranno sostenere quello politico. Il più duro. Con tutte le difficoltà  organizzative e di informazione che tutto ciò comporterà. A meno che non si voglia lasciare per sempre al capitale ogni spazio di iniziativa, nella convinzione di dover solo e sempre giocare di rimando e in contropiede. Ovvero dopo e mai, come oggi occorre, in anticipo sui tempi.

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