Cochi e Renato – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il Pelé, le osterie e la vecchia Milano https://www.carmillaonline.com/2024/12/16/il-pele-le-osterie-e-la-vecchia-milano/ Mon, 16 Dec 2024 21:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86042 di Paolo Lago

Roberto Farina con Giancarlo Peroncini, La ballata del Pelé, Milieu, Milano, 2022, pp. 167, euro 15,90.

Vale la pena parlare adesso del bel libro La ballata del Pelé, nonostante sia stato pubblicato un paio di anni fa da Milieu, anche perché recentemente è uscito l’altrettanto bel documentario dal titolo “Mavadarviailcul Marvinhagler, a giro con il Pelé”, realizzato da Luca Falorni (alias Falco Ranuli), videomaker e scrittore livornese che ha vissuto diversi anni a Milano. Protagonista indiscusso del documentario (come del libro) è il Pelé, Giancarlo Peroncini, artista e cantastorie popolare milanese, importante testimone di una Milano che non [...]]]> di Paolo Lago

Roberto Farina con Giancarlo Peroncini, La ballata del Pelé, Milieu, Milano, 2022, pp. 167, euro 15,90.

Vale la pena parlare adesso del bel libro La ballata del Pelé, nonostante sia stato pubblicato un paio di anni fa da Milieu, anche perché recentemente è uscito l’altrettanto bel documentario dal titolo “Mavadarviailcul Marvinhagler, a giro con il Pelé”, realizzato da Luca Falorni (alias Falco Ranuli), videomaker e scrittore livornese che ha vissuto diversi anni a Milano. Protagonista indiscusso del documentario (come del libro) è il Pelé, Giancarlo Peroncini, artista e cantastorie popolare milanese, importante testimone di una Milano che non esiste più. La ballata del Pelé appare come un racconto ininterrotto, un po’ in italiano un po’ in dialetto, che il Pelé, grazie all’intermediazione di Roberto Farina, srotola ai lettori come il mago di un avanspettacolo inesorabilmente perduto. È lo stesso Pelé a spiegarci con un aneddoto il motivo del suo soprannome in una intervista a Roberto Marelli posta in appendice al suo racconto: “Il mio nome è Giancarlo Peroncini detto Pelé perché correvo forte, la storia è questa… un piccolo furtarello, il padrone mi ha visto, ha chiamato le guardie, io sono scappato! Esco dalla fabbrica, vedo tanta gente che corre e ho cominciato a correre anch’io… era la Stramilano… primo sono arrivato io, secondo il brigadiere che mi inseguiva”.

Nel racconto del Pelé rivive davanti ai nostri occhi un mondo che non esiste più: le osterie, la “ligera”, la malavita milanese (immortalata letterariamente da Danilo Montaldi nel suo Autobiografie della leggera), col suo codice d’onore, i Navigli di una volta, gli angoli di una Milano sottoproletaria e proletaria, il tutto solcato da grandi e irripetibili personaggi, veri geniacci dell’arte popolare dalle cui battute e dalle cui canzoni hanno tratto ispirazione cantori più noti della milanesità come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci o Cochi e Renato. Secondo Primo Moroni (del quale troviamo anche un testo in appendice al libro), frequentatore di questo mondo e amico del Pelé, la ligera del dopoguerra era formata da frange di popolazione che aveva partecipato alla Liberazione e che, quando la classe borghese riprese in mano la città, rimase delusa nelle sue aspettative di una società più giusta. Si trattava di una malavita che incarnava la ribellione del popolo, poco incline a un disciplinamento borghese, non immune anche da certe connotazioni ‘romantiche’. Fatto sta che la caratteristica del malavitoso della “ligera” era quella di essere prima di tutto uno svantaggiato, un deviante, uno che rubava per fame e non per profitto, guidato da un rigoroso codice morale, disposto ad aiutare qualsiasi amico in difficoltà economiche (“Con gli anni Settanta scompariva un’epoca. La ligera era sempre andata contro al soldo, non alle persone. Tutto è cambiato il giorno in cui la gente ha cominciato a rubare per il profitto e non per il bisogno”, dice il Pelé). La violenza e l’uso delle armi arriveranno dopo, con gli anni Settanta, con l’avvento dell’eroina che cominciava ad uccidere tanti giovani.

Dopo aver letto il libro di Roberto Farina che ci trasmette il racconto del Pelé, sbiadirà sicuramente nel nostro immaginario lo stereotipo che vuole Milano esclusivamente una “capitale morale” del paese, borghese, produttiva e austera perché anche qui c’era (un po’ come nella Roma pasoliniana, e non a caso Pasolini rimase affascinato anche da questa Milano) un fitto sottobosco sottoproletario, “tutta quell’umanità cioè di persone refrattarie all’integrazione nella disciplina di fabbrica, al lavoro stabile e più in generale al perbenismo dei ceti egemoni. Un’umanità estranea ai valori dell’accumulo e del risparmio, liberale, generosa, incosciente, dissipatrice: si fa un colpo e si offre da mangiare e da bere a tutta la comitiva” (Giovanni Manzari, Tra milanesità e cultura popolare, in appendice al libro). Un universo – è bene ribadirlo – ormai completamente livellato e annientato dalla macina della produttività capitalistica: come scrive Gianni Mura in un articolo di cui leggiamo uno stralcio sempre in appendice, oggi “i milanesi affollano i Navigli di notte, fino a tardi, fra una finta osteria e un ristorante che ha esposto il menù solo in inglese, tra decine di locali che hanno trasformato i Navigli in un divertimentificio quasi obbligatorio”.

Il racconto del Pelé assume spesso tonalità poetiche e malinconiche e riesce a materializzare una Milano che assomiglia alla Parigi del realismo poetico del cinema francese: una Milano che sembra uscita da un film di Marcel Carné o da una poesia di Jacques Prévert o, ancora, dall’intreccio narrativo del film Casco d’oro (1952) di Jacques Becker, in cui una malavita ancora ottocentesca è legata ai codici d’onore; e i Navigli di cui ci parla il Pelé assomigliano al “quartiere dei lillà” dell’omonimo film di René Clair del 1957, in cui campeggia il personaggio dell’Artista, interpretato da George Brassens, un cantante, musicista e chitarrista sempre al verde, frequentatore di locali e brasserie. In questo scenario quasi teatrale sul quale si avvicendano tantissimi personaggi dall’anima plautina (che nei litigi si scambiano perennemente l’imprecazione “mavadarvialcul” che dà anche il titolo al documentario di Falorni), uno degli sfondi privilegiati è l’osteria, ma quella vera, quella di una volta. Un luogo di aggregazione e di fratellanza, una vera e propria casa in cui si staglia un’umanità marginale che, tutta insieme, costituisce un’autentica famiglia allargata. Protagonista è allora la Briosca, l’osteria del “Pinza”, alias Luciano Sada, da lui gestita dal 1968 al 1972 sul Naviglio Pavese: qui si avvicendano, nel racconto del Pelé, figure immortali (e immortalate nei bei disegni di Elfo che arricchiscono il libro) come il Wanda, un geniale cabarettista che era stato un ballerino di Wanda Osiris, il Zola, il Conte (così chiamato perché assomigliava al conte Dracula e, in un aneddoto, rincorse Mogol e Battisti fuori dall’osteria spaventandoli a morte), il Gilberto e la sua donna, la Tiziana, Didi Martinaz, grande cantante di culto della mala milanese e poi, naturalmente, lo stesso Pelé (gestore anche lui di un’altra osteria, Le Tre Fontane), che suonava uno strumento particolare da lui stesso creato, il tolón, cioè il “tollofono”, “fatto con una grossa tolla (latta), dal bordo alto un centimetro” attaccato a un manico di scopa ai cui lati era legata una corda “di quelle per stendere i panni”.

Oggi, molte delle osterie sono state demolite, buttate giù con la ruspa, oppure trasformate in locali eleganti in un processo di trasformazione e ‘normalizzazione’ della marginalità urbana iniziato probabilmente un po’ in tutta Italia negli anni Ottanta; un povero Paese devastato in nome del profitto e di ciò che viene chiamato ‘riqualificazione’ delle città, un processo imposto dal potere che non ha fatto altro che annientare la bellezza. Di questo mondo, di quest’Italia popolare sopravvissuta forse fino agli anni Settanta, il Pelé è un prezioso testimone. Leggendo questo libro che racconta la sua “ballata” come le gesta di un antico cavaliere riusciamo a scorgere la magia e la bellezza (a fianco, naturalmente, della estrema durezza che le accompagna perché non siamo certo di fronte a vite facili e comode) che emergono per pochi attimi da un mondo che molti di noi (me compreso) non hanno mai conosciuto e non potranno conoscere nella realtà. Un mondo in cui i robotici meccanismi del capitale non avevano ancora rovinato i rapporti fra le persone, in cui l’amicizia era amicizia perché, come dice il Pelé, “in inverno la brina rosicava tutti i colori e pizzicava la pelle. Milano sembrava un fantasma, ma a quel punto bastava entrare in osteria. Lì c’era da bere. Ma bere non serve, se non ci sono gli amici. Questa è una regola: per esser davvero buono il vino deve essere bevuto fra amici. Il vino bevuto con gli amici scalda più di un ciocco di legno e frega la nebbia”.

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Tutti allora qui facevano i contadini https://www.carmillaonline.com/2020/11/16/tutti-allora-qui-facevano-i-contadini/ Mon, 16 Nov 2020 22:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63427 di Sandro Moiso

Franco Ghigini (a cura di), Gli Antichi Originari. Cimmo e Tavernole. La storia, la comunità, l’arte, il paesaggio, con contributi di Mauro Abati, Barbara D’Attoma, Valeria Ganzola, Roberto Mondinelli, Chiara Moroni, Mariangela Pezzotti, Carlo Rizzini, Carlo Sabatti, Giordano Saleri, Laura e Stefano Soggetti, Comunità Montana di Valle Trompia 2018, vol. 1° pp. 360 – vol. 2° pp. 374, 25,00 euro

E’ davvero con colpevole ed eccessivo ritardo che recensisco qui i due volumi sulla tradizione comunitaria e proprietaria di Cimmo e Tavernole in Valle Trompia in provincia di Brescia. La loro pubblicazione è inserita in un contesto [...]]]> di Sandro Moiso

Franco Ghigini (a cura di), Gli Antichi Originari. Cimmo e Tavernole. La storia, la comunità, l’arte, il paesaggio, con contributi di Mauro Abati, Barbara D’Attoma, Valeria Ganzola, Roberto Mondinelli, Chiara Moroni, Mariangela Pezzotti, Carlo Rizzini, Carlo Sabatti, Giordano Saleri, Laura e Stefano Soggetti, Comunità Montana di Valle Trompia 2018, vol. 1° pp. 360 – vol. 2° pp. 374, 25,00 euro

E’ davvero con colpevole ed eccessivo ritardo che recensisco qui i due volumi sulla tradizione comunitaria e proprietaria di Cimmo e Tavernole in Valle Trompia in provincia di Brescia. La loro pubblicazione è inserita in un contesto in cui la Comunità Montana, spesso con il contributo intellettuale di Franco Ghigini, etnografo ed etnomusicologo, e in questo caso grazie soprattutto all’Associazione Antichi Originari dell’ex-comune di Cimmo, ha inteso rivalutare e riscoprire le tradizioni e le culture locali, in un tempo i cui il rapido avanzare della modernizzazione digitale rischia di cancellare dalla Storia e dalla memoria, con «una veloce e silenziosa corrente di mutamento che inghiotte il passato spesso senza neanche incresparsi in superficie»1, un contesto sociale locale che, in questo caso, può rimandare ad una ben più ampia tradizione di organizzazione comunitaria, sia economica che socio-culturale.

Proprio il tema centrale trattato nei due volumi (pubblicati indivisibilmente) di cui qui si parla, quello degli Antichi Originari ovvero quelle famiglie di Cimmo e Tavernole che hanno mantenuto per lungo tempo una sorta di statuto o funzione speciale nella gestione delle proprietà, rinvia ad un modello comunitario di condivisione e organizzazione dei suoli e del loro prodotto che è riscontrabile storicamente lungo tutto l’arco alpino, da Ovest ad Est2. Modello comunitario di proprietà della terra e condivisione del lavoro e delle responsabilità sociali che rinvia ad età precedenti alla modernità e, in molti casi, anche pre-comunali.

Parliamo quindi di una storia di lunga durata che ci parla di epoche in cui la centralizzazione statale e la concentrazione delle ricchezze e degli strumenti di produzione in pochissime mani era ben lontana dal venire e dall’affermarsi. Una storia fatta di famiglie e non di istituzioni che attraversa il Medio Evo, il dominio veneziano sul bresciano, la discesa di Napoleone in Italia, l’inizio dello Stato unitario, la Prima Guerra Mondiale, il Fascismo e la successiva Repubblica per giungere, attraverso le voci dei discendenti attuali documentate, e spesso riprodotte nel dialetto/lingua locale, nella straordinaria raccolta di testimonianze orali registrate da Franco Ghigini nel corso di anni e contenuta nelle prime 300 pagine del secondo volume, fino ai giorni nostri.

Oggi, di fronte alla catastrofe pandemica e all’incapacità delle amministrazioni centralizzate di far fronte nell’interesse di tutti alle necessità in ambito sociale ed economico suscitate o, meglio, ampliate dalla stessa, una riflessione sulla storia di quelle antiche esperienze appare almeno necessaria; proprio per superare il modello unico di società e mercato ancora troppo spesso esaltato oggi nonostante i suoi evidenti fallimenti.

Per chi appartiene alla mia generazione è ancora possibile ricordare quando, negli anni ’70, due giovani Cochi e Renato, agli albori della loro carriera in un programma contenitore televisivo domenicale, assumevano la Val Trompia come luogo di arretratezza ed ignoranza. Con l’ironia apparentemente bonaria, figlia di un’epoca progressista che, tanto a Destra che a Sinistra con parole d’ordine differenti ma finalità simili, mirava a cancellare, ritenendole superate, quelle civiltà contadine e montane che pur avevano resistito attraverso i secoli all’assalto dei poteri centralizzati, riuscendo allo stesso tempo a garantire ai propri membri una vita dignitosa, nel rispetto dell’ambiente e delle risorse fondamentali come l’acqua e la terra.

In questo senso vale dunque l’annotazione, tratta dallo storico francese March Bloch, posta in esergo al saggio curato da Carlo Rizzini: «La storia non è soltanto ciò che è stato, ma anche ciò che se n’è fatto». Che aggiunge, poi ancora, nelle pagine successive:

E’ alla storia di lungo periodo, alla storia sommersa e silenziosa, ma effettivamente costruttrice delle vicende umane, che appartiene l’esperienza degli Antichi Originari.
Chiarito questo concetto, è evidente come sia necessario abbandonare la pretesa di una visione universale, ponendo invece attenzione ai particolari: le singole persone e la comunità che esse hanno costruito sono i reali protagonisti della storia, di ogni storia. Così, in queste pagine, pur attraverso documenti e fonti assai diversificate, pur dovendo tener conto dell’istituzione creata, dei rapporti tra istituzioni locali e rappresentanti governativi, pur non ignorando fatti e aspetti amministrativi, statistici, economici e politici, dobbiamo ricordare che stiamo ripercorrendo le vicende delle famiglie Cioli, Comini, Cottali, Ganzola, Garneri, Mutti, Pelizzari, Saleri e Zuccotti3.

La prima testimonianza scritta della comunità formatasi intorno agli antichi detentori delle terre, amministrate e gestite in comune, sul territorio di Cimmo e Tavernole risale al 1372 e costituisce di per sé testimonianza, assai evidente, che il Comune stesso costituiva uno dei più antichi insediamenti valtrumplini. Si tratta degli Statuti di Cimmo e Tavernole, il cui manoscritto originale è oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Venezia.

Ma tale testimonianza “scritta” rivela, quasi sicuramente, che tale accordo per la gestione comunitaria delle terre e del loro prodotto doveva risalire a tempi ben più antichi e che tale testo scritto doveva essere già il prodotto di mutamenti avvenuti nel corso del tempo. Trasformazioni la cui memoria rimane muta in un contesto in cui per secoli era stata la cultura orale a predominare su quella scritta (sicuramente poco diffusa tra le comunità montane per lungo e immemorabile tempo). Una cultura e un’organizzazione socio-economica, potremmo dire pre-omerica, che soltanto l’arciprete di Inzino, Bernardino de Caciis da Cimmo, e il notaio Bressanino Bicocchi de Milanibus, avrebbero sistematizzato per iscritto nell’aprile di quell’anno.

Al giorno d’oggi siamo portati a ritenere che una proprietà possa essere considerata secondo una duplice opzione: pubblica o privata. Ignoriamo che in epoche remote esisteva anche un altro modo di possedere, ovvero la proprietà collettiva. Essa è il chiaro esempio di un legame solidaristico, espresso in uno spirito cooperativo, che si manifesta all’interno di una comunità, non inteso in senso moderno come appartenenza a un ente, bensì nel senso più appropriato di sintesi di individui: i singoli si sacrificano e sacrificano il proprio personale interesse per il raggiungimento di un bene comune.
L’origine delle proprietà collettive deriverebbe, secondo varie teorie, dall’usanza romana di concedere ai soldati congedati dei terreni da colonizzare, come tributo per il servizio svolto; in alternativa, si considera attendibile l’origine germanica di questo tipo proprietà, laddove le invasioni barbariche portarono a nuovi stanziamenti e al controllo di territori dell’ex-impero romano. Probabilmente entrambe le interpretazioni sono verosimili e si sovrappongono a tradizioni autoctone poiché il legame tra l’uomo e la terra, intesa come il necessario mezzo di sostentamento, doveva essere comune a molte popolazioni anche di diversa origine; solo successivamente entrò in campo il concetto di proprietà privata: E’ quindi evidente che, per fissare l’origine per questo tipo di gestione economica, si deve risalire ad un’età precomunale, ovvero ben prima dell’istituzione dei Comuni stessi nelle loro forme giuridiche4.

Per meglio comprendere il significato storico e pratico di tali modelli di organizzazione sociale è forse bene citare le parole di Elinor Ostrom, premio Nobel per l’Economia nel 2009, riportate dallo stesso Rizzini:

Ciò che si può osservare a livello globale è che né lo Stato né il mercato sono in grado di garantire sempre lo sfruttamento produttivo, nel lungo periodo delle risorse naturali. Non meno importante deve essere la consapevolezza dell’esistenza di istituzioni non identificabili in modo netto in base alla dicotomia stato-mercato, che sono state in grado di amministrare a livello locale dei sistemi di risorse naturali, conseguendo successi significativi e per lunghi periodi di tempo (E. Ostrom, Governare i beni collettivi, Venezia, Marsilio 2006, p.12)5.

Ciò che viene poi indagato in questa storia dei Grandi Antichi di Cimmo e Tavernole è il significato che assume lo scontro col forestiero quando, a seguito di spostamenti di individui o gruppi famigliari sul territorio comunitario oppure di contrasto con le comunità confinanti, questo, o questi, chiede di partecipare alla condivisione della ricchezza prodotta. Al di là degli episodi di violenza cui tutto questo può dare atto (e nella storia delle due comunità non sono pochi), occorre però dire da subito che chiunque volesse avvicinare, per qualsiasi motivo, tali conflitti a quelli attuali riguardanti l’immigrazione trans-mediterranea, sarebbe completamente fuori luogo poiché nei conflitti del passato di cui si parla spesso era la comunità a difendersi dal tentativo istituzionale (Chiesa, Stato o Principato, borghesia in ascesa) di penetrare al suo interno per minarla e privarla delle sue risorse.

Ecco dunque il punto sostanziale: la proprietà dei beni e il diritto di usufruirne da parte di un gruppo di famiglie che, con tutta probabilità, in origine componevano l’intera comunità e che si trovavano a dover giustificare il possesso e la distribuzione delle rendite a quei rappresentanti dei governi che, via via cominciavano ad avere sempre maggior controllo sul territorio e a cui ricorrevano spesso i Forestieri, ovvero i nuovi arrivati della comunità, che ambivano a partecipare alla suddivisione delle rendite.
Non dobbiamo scordare che, a partire dal XVII secolo, gli Stati si organizzarono sempre più per garantirsi il controllo capillare dei propri territori, istituendo strutture giudiziarie, poliziesche, amministrative ed economiche in grado di tenere sotto controllo la situazione6.

Nel corso degli anni e con l’avvento dello Stato nazionale post-unitario «I motivi di contrasto si crearono sull’interpretazione e sull’applicazione delle norme e sul confronto con i poteri centrali, con architetture sempre più strutturate, quindi anche più difficili da affrontare che portavano avanti in modo più rigoroso il controllo sui territori.
Possiamo riassumere questi aspetti con una frase attribuita a Giovanni Giolitti: Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano»7.

Questa ultima e autentica anticipazione dell’attuale diritto penale del nemico serve anche per spiegare come il conflitto, spesso, potesse dare adito a delitti ed atti di violenza che furono in seguito usati per ridurre ulteriormente l’autonomia delle comunità. La questione Potrebbe dunque rinviare, anche se indirettamente, a quella della rimozione (ben più cruenta) e messa fuori legge, in alcuni casi per più di un secolo, di quei clan delle Highland scozzesi che si rifiutavano di accettare l’autorità della corona britannica e l’avvento dell’allevamento, diffuso sui terreni privatizzati, delle pecore destinato non al consumo in loco ma a sostenere lo sviluppo dell’industria laniera nella prima fase della rivoluzione industriale inglese8.

Per un’ultima osservazione, prima di congedare il lettore senza neppure aver potuto affrontare gli altri saggi contenuti nei due volumi, ancora una volta giungono in aiuto le parole di Elinor Ostrom:

Nonostante l’incertezza legata ai fattori ambientali, le popolazioni di queste località si sono mantenute stabili per lunghi periodi di tempo. Gli individui hanno condiviso il passato e prevedono di condividere il futuro. Per i singoli individui è importante mantenere la propria reputazione di elementi affidabili della comunità […] Inoltre la reputazione legata al mantenimento delle promesse, all’onestà e all’affidabilità, in n contesto circoscritto, è un bene prezioso […] In nessuna di queste situazioni chi partecipa all’uso delle risorse collettive appare diverso dagli altri in relazione al diritto di proprietà vantato sulla terra, all’abilità, conoscenze, etnia, razza o altre variabili che potrebbero fortemente dividere un gruppo di individui (E. Ostrom, op. cit. p. 132)9.

Parole perfette per comprendere il radicamento di una comunità nel suo territorio e per spiegare l’importanza storica, culturale e, perché no, anche politica di riflessioni e ricerche come quelle contenute nell’opera che è stata, anche se in maniera parziale e forse riduttiva, qui esaminata.


  1. K. Polannyi, La grande trasformazione, Einaudi 1974, p. 6  

  2. Per una sintetica eppur esaustiva trattazione dell’argomento, si consulti almeno Naturalmente divisi. Storia e autonomia delle antiche comunità alpine, progetto curato da Luca Giarelli e Marta Ghirardelli per la Comunità Montana della Valle Camonica e Provincia di Brescia, Lontàno Verde – I.S.T.A., maggio 2013, pp. 382  

  3. C. Rizzini, Gli Antichi Originari e la comunità di Cimmo, in Gli Antichi Originari. Cimmo e Tavernole, vol. 1°, pp. 15-16  

  4. C. Rizzini, op. cit. pp. 18-19  

  5. Op. cit. p.19  

  6. op.cit. p. 41  

  7. op. cit. p. 42  

  8. Si consultino in proposito: J. Prebble, The Lion in the North, Penguin Books 1971 e, ancora, J. Prebble, The Highland Clearances, Penguin Books 1963  

  9. Rizzini, op. cit. p. 20  

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