Cinema western – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 C’era una volta Sergio Leone https://www.carmillaonline.com/2025/02/12/cera-una-volta-sergio-leone/ Wed, 12 Feb 2025 20:04:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86613 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, Giulio Perrone Editore, Roma 2024, pp. 146, 16 euro

Be’, c’è un film che ho visto una volta / su di un uomo che cavalcava nel deserto, l’attore era Gregory Peck. / Veniva ucciso da un ragazzino affamato che bramava di farsi un nome. / Gli abitanti della cittadina volevano prendere il ragazzo e appenderlo per il collo. / Be’, lo sceriffo lo pestò per bene / mentre il pistolero morente era sotto il sole ed esalava l’ultimo respiro. / «Lasciatelo libero, lasciatelo andare, [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, Giulio Perrone Editore, Roma 2024, pp. 146, 16 euro

Be’, c’è un film che ho visto una volta / su di un uomo che cavalcava nel deserto, l’attore era Gregory Peck. / Veniva ucciso da un ragazzino affamato che bramava di farsi un nome. / Gli abitanti della cittadina volevano prendere il ragazzo e appenderlo per il collo. / Be’, lo sceriffo lo pestò per bene / mentre il pistolero morente era sotto il sole ed esalava l’ultimo respiro. / «Lasciatelo libero, lasciatelo andare, lasciategli dire che mi ha sconfitto con lealtà. / Voglio che sappia che cosa si prova ad affrontare la morte in ogni momento.» (Bob Dylan, Brownsville Girl)

A partire da C’era una volta il West, il film di Sergio Leone del 1968, Diego Gabutti ci consegna ancora una volta un’opera-mondo, definizione certamente usata a sproposito al giorno d’oggi per troppi romanzi e saggi, ma che serve perfettamente a riassumere il lavoro del saggista e giornalista torinese appena pubblicato da Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana.

Come ogni opera realmente degna di questa definizione, a partire dal quarto film western realizzato da Leone, il sintetico saggio di Gabutti mette a fuoco ed esplora, aprendosi a riflessioni che procedono per cerchi concentrici, sia lo storia del cinema western che quella del regista italiano, allargandosi progressivamente a tutto l’immaginario cinematografico, hollywoodiano e non, e pop del secolo appena trascorso, con qualche puntata anche negli anni più recenti, per poi tornare alle origini e al suo centro reale: la novità rappresentata dal regista stesso e dal suo cinema.

Cinema innovativo che ha anticipato, si scusi ancora l’utilizzo di un altro termine fin troppo abusato, tutto ciò che è stato definito postmoderno, sia nella letteratura che nell’arte e nel cinema, nei decenni successivi. Un cinema totale, ma non reale o realistico, in cui tutto l’immaginario, popolare e dotto, a partire da Omero fino a Popeye passando per la letteratura picaresca e il vaudeville oppure Tex Willer e John Ford e dalla commedia dell’arte alla commedia all’italiana, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito, è stato riassunto, sintetizzato e magnificamente portato sugli schermi con un successo di pubblico, anche se non sempre di critica, enorme e, probabilmente, mai raggiunto da tutto il cinema italiano precedente e successivo. Con buona pace di tutti gli estimatori, spesso sfegatati e immotivati, del neorealismo.

E proprio su questo punto è giusto sottolineare le pagine autobiografiche in cui l’autore ricorda, con la sua solita ironia, un esame di Storia del cinema sostenuto col vate del realismo “critico” e dell’intellighenzia cinematografica italiana di un tempo ormai lontano: Guido Aristarco. Critico cinematografico e docente universitario, fondatore della rivista “Cinema Nuovo”, esponente della critica materialista e avverso al cinema di Leone, ma i cui dettami della sua idea di cinema sono probabilmente rappresentati ancora oggi da film assolutamente improponibili e inguardabili di molto cinema italiano e da un’erronea concezione di ciò che dovrebbe essere considerato cinema d’autore (con tutte le ambiguità e le pretese intellettualistiche che tale definizione reca con sé). D’altra parte, come avrebbe avuto modo di affermare lo stesso Gabutti in un’intervista rilasciata diversi anni or sono:

Non c’è mai stata un’influenza dei film di Leone sul cinema italiano, tranne che al tempo degli spaghetti-western, quando i suoi film erano banalizzati e fraintesi da una pletora d’imitatori. Leone è stato un esempio per il giovane cinema americano degli anni sessanta e settanta. Era il regista preferito di Coppola, di Scorsese, di Lucas e di Spielberg. Chi ne apprezzava l’umorismo, chi l’arte di dirigere gli attori, chi gli eleganti e solenni movimenti di macchina, chi la natura aforistica dei dialoghi. Clint Eastwood, che gli deve tutto anche come regista, non è tra i suoi ammiratori dichiarati, anche se in ogni suo film, naturalmente, c’è qualcosa di Leone (a cominciare dalla sua faccia, dai suoi primi piani). In Italia – anche dopo C’era una volta in America, che non è il suo film migliore (il miglior film di Leone è senza discussioni C’era una volta il west) ma che è il suo solo film esaltato dai nostri critici parrucconi – è stato sempre amato dal pubblico e detestato dal milieu cinematografico. Critici che considerano Pasolini un regista cosa possono capire di Leone? (E di letteratura, e di politica, e di qualunque altra cosa?)

Ma ritorniamo alla tesi e al tema centrale del testo, da cui poi si diramano tutte le altre riflessioni: C’era una volta il West come ultima, unica e potentissima espressione del western classico e della sua fine. Dopo il quale non solo Leone non realizzerà più film alla stessa altezza, pur rimanendo fino all’ultimo uno dei registi dell’Olimpo della storia del cinema, non solo italiano, ma non sarà più possibile realizzare film western dello stesso livello, esclusi forse i due capolavori di Sam Peckimpakh: Il Mucchio Selvaggio e Pat Garrett e Billy the Kid.

Tutti e tre, anche se il film di Leone del 1968 rimane il più innovativo e il più radicale dal punto di vista della riscrittura delle saghe western, parlano della fine del West e del western tradizionale allo stesso tempo. Ferrovie, automobili, filo spinato per dividere le proprietà, grande finanza (non le banche che comunque si potevano ancora tranquillamente rapinare fuggendo a cavallo oppure con l’auto come avrebbe fatto la banda Cavallero proprio negli anni della leoniana Trilogia del Dollaro1 ), avevano finito per chiudere definitivamente gli spazi dei cavalieri, degli sceriffi e dei banditi romantici. La ferrovia sarebbe arrivata fino all’Oceano Pacifico finendo di unificare l’unica potenza che si sarebbe potuta affacciare contemporaneamente sui due Oceani maggiori, rendendo meno ”avventuroso” e quindi niente affatto mitico quel «Go West, Young Boy!» da cui la leggenda aveva avuto inizio. Almeno sugli schermi e nella narrativa popolare.

Ancora una volta la lettura del testo di Gabutti si presenta come una cavalcata, e in nessuna altra occasione il paragone potrebbe essere più adatto, attraverso la storia del cinema western, da The Great Train Robbery (film della durata di 11 minuti realizzato nel 1903) fino a Quentin Tarantino, ma anche attraverso la vita dello stesso Leone, che l’autore ebbe modo di conoscere ed intervistare più volte e sul quale aveva già pubblicato quarant’anni prima un altro libro altrettanto bello e importante: C’era una volta in America2.

Nello specifico vanno comunque segnalate le pagine dedicate alle superbe intepretazioni di Charles Bronson (Armonica), che mai avrebbe più raggiunto tale intensità espressiva; Henry Fonda (Frank) nella sua forse unica e credibilissima interpretazione del villain di turno; Jason Robards (Cheyenne), il più bravo tra i protagonisti e il più romantico dei banditi e, infine, di Claudia Cardinale (Jill), all’apice della sua bravura, bellezza e sensualità istintiva.

Cinema e volti di un tempo che fu e che, nonostante gli sforzi successivi, non sarebbero mai più tornati ad essere visti sugli schermi, considerato anche che, come afferma Gabutti, quel film aveva di fatto «esaurito il genere» e, aggiunge chi scrive, il cinema del mito. Quello di Hollywood o comunque ispirato dagli studios dell’epoca d’oro che, come aveva scritto da qualche parte Amadeo Bordiga in una frase raccolta in epigrafe dall’autore torinese, copiava «dal paradiso terrestre».

E’ giusto, però, far scorrere i titoli di coda di un libro che ogni amante del cinema dovrebbe leggere accompagnandoli con le chitarre distorte e l’armonica minacciosa del tema dell’uomo dell’armonica o da quello romantico di Jill oppure, ancora, dalle note della marcetta dedicata a Cheyenne o quelle tristi che accompagnano la sua morte. Autentici capolavori di un compositore, Ennio Morricone, che legò indissolubilmente il suo nome a quello di Leone, conosciuto ancora sui banchi di scuola, e al successo planetario dei suoi film.


  1. Sostanzialmente composta dai primi tre film del regista: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966)  

  2. D. Gabutti, C’era una volta in America. Dollari, cowboys, whisky, donne, oppio, gangster e pistole… Un’avventura al saloon con Sergio Leone, Rizzoli Editore, Milano 19844.  

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Blek Macigno https://www.carmillaonline.com/2022/10/06/blek-macigno/ Thu, 06 Oct 2022 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74300 di Giorgio Bona

È trascorso più di mezzo secolo. Avevo sette o otto anni, non di più. Aprii i cassetti di un mobile nel ripostiglio di casa mia e trovai l’intera collezione dei fumetti de Il grande Blek, che mio padre conservava come una reliquia.

Come tanti coetanei e dintorni, anch’io ero alla scoperta del mondo del fumetto, un viatico per la nostra immaginazione che conduceva alla rivelazione di  un universo che forse avrebbe lasciato un segno nel tempo.

L’ambientazione era quella del Nord America della metà del XVIII secolo, dove una colonia [...]]]> di Giorgio Bona

È trascorso più di mezzo secolo. Avevo sette o otto anni, non di più. Aprii i cassetti di un mobile nel ripostiglio di casa mia e trovai l’intera collezione dei fumetti de Il grande Blek, che mio padre conservava come una reliquia.

Come tanti coetanei e dintorni, anch’io ero alla scoperta del mondo del fumetto, un viatico per la nostra immaginazione che conduceva alla rivelazione di  un universo che forse avrebbe lasciato un segno nel tempo.

L’ambientazione era quella del Nord America della metà del XVIII secolo, dove una colonia di trapper combatteva contro lo strapotere della corona inglese nella regione dei Grandi Laghi ai tempi delle lotte di indipendenza. Questo manipolo di uomini coraggiosi, abitatori della foresta, temerari come pochi, si sacrificava per una causa giusta: la conquista della libertà.

Il loro capo era un erculeo personaggio chiamato Blek Macigno, aiutato dal giovanissimo Roddy e dal Professor Occultis. Affrontava i suoi nemici a calci e pugni sfruttando la sua poderosa forza, ma era bravo anche a usare il coltello e il fucile dei trapper di marca Kentucky, dimostrando una mira infallibile. Blek era il capo riconosciuto da tutto il popolo dei boschi che si affidavano alla sua guida nella lotta contro i soprusi delle forze militari inglesi, le giubbe rosse, trasformandosi da semplici cacciatori di pelli in patrioti.

Io non so dire se tutti i grandi lettori di un fumetto come questo si possano identificare nel film Il grande Blek di Giuseppe Piccioni del 1987, con un titolo, appunto, che fa riferimento alla passione del giovane protagonista per il mondo dei fumetti e in particolare alla collana degli albi dell’eroe in questione. Allora speravo di veder realizzato sullo schermo un film dedicato all’invincibile trapper, lo immaginavo nelle distese praterie del Canada con paesaggi mozzafiato che avevano sullo sfondo montagne innevate e corsi d’acqua entro verdi vallate. Alla fine degli anni Ottanta Gianfranco Manfredi ebbe la possibilità di una co-produzione con il Canada per realizzare un telefilm su Blek Macigno, ma il progetto per problemi di produzione non andò in porto.

E allora che dire di quei fumetti a stelle e strisce che raccontano un grande periodo della storia di un’America che cerca di scrollarsi di dosso il colonialismo inglese e lo fa attraverso un manipolo di uomini coraggiosi, senza macchia e senza paura? Come i grandi fumetti del dopoguerra, nato nel 1954, Il grande Blek rispecchiò certamente la rappresentazione dell’eroe. Il contesto storico è ben determinato e se l’eroe è quello che deve stare dalla parte dei più deboli, degli oppressi, ecco che il nemico non può che essere la dominazione britannica con i soprusi, le angherie e le violenze di chi spadroneggia. Il fumetto, ideato dal gruppo EsseGesse (sigla che riunisce i nomi dei tre disegnatori Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Piero Sartoris) nasce negli anni in cui è in corso la ricostruzione del Bel Paese (1954), quando il discorso sulle libertà e i diritti sta alimentando le coscienze. All’interrompersi dei rapporti tra editore e autori (1965), la serie ha ormai un tale successo da poter continuare con altre firme.

Al di là di una certa ripetitività nei temi, storie come queste riescono a essere libere da dimensioni propagandistiche e di pressione psicologica connotanti invece per una parte importante il fumetto degli anni del regime. Tale tipo di vincolo è stato spezzato col dopoguerra, offrendo a questa forma artistica uno slancio sicuramente diverso e aprendo a potenzialità letterarie. Non tanto, ovviamente, nel caso di prodotti popolarissimi come Il grande Blek, e si può discutere sulla considerazione del fumetto come genere propriamente letterario; ma è importante ricordare che all’inizio del secolo scorso, con tutte le ragioni del caso, Paola Lombroso Carrara (1871-1954), figlia del noto Cesare, ebbe la straordinaria idea di dare impulso ai giornali illustrati come strumento di alfabetizzazione dei fanciulli dei ceti più poveri, meno avvicinabili in modo diretto alla letteratura. Nasceva così per esempio il Corriere dei piccoli (1908), coi suoi fumetti.

A distanza di tempo, leggendo qualche episodio de Il grande Blek dopo oltre mezzo secolo viene quasi spontaneo chiedermi: si tratta di un buon medium per la memoria o la conoscenza della Storia? Ma è ovvio che il fumetto rappresenta un mezzo dell’immaginario come lo sono il cinema e la letteratura che alla Storia attingono.

Il west americano con le sue praterie era il luogo deputato dei sogni d’avventura di noi ragazzi, tanto che la frase “Arrivano i nostri”, lanciata dagli spettatori dei film western nelle fumose sale di terza visione o nei cinema parrocchiali agli squilli del terzo reggimento di cavalleria in un insperato intervento di salvezza della carovana attaccata dagli indiani cattivi, era in voga, accompagnata da applausi e urla di giubilo.

Dunque ecco un eroe, Blek Macigno, adattato ad ambienti a noi lontani, sconosciuti alle nostre immaginazioni di bambini e, perché no, degli stessi adulti di quegli anni. E una delicata ironia tutta italiana trapela da questi racconti che stanno attaccati alla Storia come un pesce all’amo, e si differenzia per una sua originalità dai modelli americani. L’eroe protagonista indiscusso nella grande tradizione americana è una figura necessaria al potere politico per costruire la Storia; mentre Blek Macigno rispecchia il mito dell’eroe in versione casareccia, dove comicità e sberleffo sono sempre in agguato per rispecchiare ingredienti che il Bel Paese chiede. Ecco perché la presenza di comprimari come il Professor Occultis con le sue teorie e di Roddy sempre pronto a mettersi nei guai. Ma un eroe sta sempre dalla parte giusta e la parte giusta è quella dei più deboli, degli oppressi e non degli oppressori.

Rileggendo a distanza di tempo alcune ristampe di questo fumetto trovo una notevole analogia con il periodo storico della rivolta dei meticci francofoni in Canada nella prima metà dell’Ottocento. La figura di spicco era Louis Riel (1844-1885), il capo indiscusso dei trapper che organizzò la rivolta e finì successivamente impiccato.

Ora diventa impossibile accostare la figura della fantasia del fumetto di Blek Macigno con Louis Riel. Anzitutto per l’interpretazione offertane da Francis McDonald in Giubbe Rosse, film del 1940 di Cecil DeMille, che aveva protagonista Gary Cooper e racconta con toni romanzati e antifrancesi la ribellione del nord ovest. Poi Blek è l’eroe, il paladino che ci cattura sulla pagina, mentre Riel era un politico, membro del parlamento canadese condannato all’esilio e rientrato dagli Stati Uniti per costruire una repubblica indipendente.

“Gli eroi sono tutti giovani e belli” cantava Francesco Guccini in una sua celebre canzone. Da smentire subito se si pensa all’eroe del cinema western: e mi torna in mente quando Ronald Reagan, attore di film western e non solo, fu eletto presidente degli Stati Uniti (1981). All’ingresso dell’università di Via Balbi, a Genova, tra le tante scritte sui muri ne campeggiava una che colpiva particolarmente: “Reagan cowboy, ritorna con gli eroi”.

Non i nostri eroi.

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I pezzenti di Capitan Jack https://www.carmillaonline.com/2022/08/07/i-pezzenti-di-capitan-jack/ Sun, 07 Aug 2022 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73372 di Giorgio Bona

La filmografia western americana è ben avara nel racconto dei fatti soprattutto quando si hanno a che fare i conti con la propria storia.

Ben poco, tolto rare eccezioni, ha raccontato nel modo giusto un’epoca che ha segnato uno dei più grandi crimini: lo sterminio dei nativi americani.

Si dice che la storia la scrivano i vincitori, poi capita che qualche volta ci sia qualcuno che nel pollaio provi ad alzare la testa e diventa una mosca bianca prendendo le difese dei vinti.

Mi venne in mente guardando un film [...]]]> di Giorgio Bona

La filmografia western americana è ben avara nel racconto dei fatti soprattutto quando si hanno a che fare i conti con la propria storia.

Ben poco, tolto rare eccezioni, ha raccontato nel modo giusto un’epoca che ha segnato uno dei più grandi crimini: lo sterminio dei nativi americani.

Si dice che la storia la scrivano i vincitori, poi capita che qualche volta ci sia qualcuno che nel pollaio provi ad alzare la testa e diventa una mosca bianca prendendo le difese dei vinti.

Mi venne in mente guardando un film abbastanza scontato su una delle reti che ormai hanno preso pieno possesso dell’etere (non ricordo se Iris o Rai Movie, comunque poco importa).

Il film in questione, un vero film commerciale e falsificatore, dove gli eroi sono da una parte sola e non sono certamente gli sconfitti è Rullo di tamburi (Drum Beat) di Delmer Daves del 1954 prodotto dalla Jaguar Productions.

Un film schierato da una parte, anche se cerca di essere impregnato di uno spirito pacifista; e il personaggio meglio riuscito, il cattivo per intenderci, è Kintpuash detto anche Capitan Jack capo della tribù dei Modoc, interpretato da Charles Bronson, una delle figure indiane più controverse della storiografia di quel periodo di conquista.

Alan Ladd nella parte del buono era l’attore che rappresentava il portavoce impegnato a ristabilire la pace su quel tratto del territorio.

Nel film la scena principale va di gran lunga contro la realtà e contro la storia: al tavolo di una complessa trattativa viene organizzato un incontro tra i Modoc e i membri del congresso scortati da alte autorità militari e governative. E qui il grande tradimento con un agguato organizzato dai Modoc che lasciano la controparte morta sul campo.

La realtà, inutile dire, fu completamente diversa e trae spunto da altre vicende che il film non rileva, lasciando al pubblico l’immagine del selvaggio crudele e spietato.

Tutto ebbe inizio diversamente, nel 1853, quando un gruppo di minatori, per vendicare un eccidio che si scoprì in seguito non essere opera dei Modoc, attaccò la loro piccola comunità provocando un massacro dove donne e bambini vennero uccisi senza alcun motivo.

Una strage che non ebbe la stessa risonanza di quello dei volontari di John Milton Chivington, il fanatico religioso che con la sua milizia del Colorado attaccò un campo Cheyenne a Sand Creek che aveva firmato e stava rispettando il trattato di pace e compì uno dei crimini più brutali e violenti di quel periodo.

Nonostante si cercasse di far calare il silenzio su questo crimine, la reazione della piccola tribù si fece presto sentire e non poteva passare inosservata.

I Modoc si rifecero attaccando una carovana dove persero la vita trentaquattro coloni, e soltanto tre superstiti riuscirono a raggiungere il villaggio di Yreka e raccontare l’accaduto.

E qui si mente alla storia e la menzogna incalza ribaltando la realtà.

Correva il maggio del 1856, erano trascorsi tre anni dai fatti precedenti e l’esercito non era ancora riuscito a domare la piccola tribù: allora adottò un infido stratagemma.

Fu organizzato un tavolo di pace con un imponente banchetto. I bianchi provvidero a condire i manicaretti offerti agli indiani con una spolveratina di stricnina.

Il veleno non sembrò produrre alcun effetto sugli ospiti che continuarono a rimpinzarsi.

A questo punto gli americani, che si stavano spazientendo, cominciarono ad aprire il fuoco e a sparare. Trentasei Modoc caddero morti e tra questi il capo Combutwaush. Gli altri riuscirono a fuggire.

A parte questo fatto fondamentale, che rovescia la realtà presentandoci l’indiano cattivo, tutto si giustificò con la considerazione che in fondo i Modoc erano considerati dei pezzenti, addirittura maltrattati da tribù vicine.

Eppure quel gruppo di straccioni, con una tenace resistenza, diede vita ad una schermaglia sanguinosa denominata “la guerra dei Modoc”, una delle guerre più costose per gli Stati Uniti, tenuto conto del numero esiguo dei nemici e che si protrasse per diversi anni.

La storia racconta che nel 1972 Capitan Jack e un numero di settanta guerrieri con le loro famiglie uscirono dalla riserva e tornarono nei territori che avevano un tempo abitato, dove si era già insediata una comunità di coloni.

Il film narra di Modoc assetati di sangue che perpetrano uno sterminio di intere famiglie.

Nella realtà, nonostante le proteste dei coloni, il governo americano concesse alla piccola tribù l’assegnazione delle terre che erano già in loro possesso e soltanto un anno dopo il sovrintendente degli Affari Indiani diede ordine di ripiegare nella riserva di loro competenza.

Si cercò di stabilire l’accordo con l’esercito americano che aveva circondato il campo indiano, mentre il sottocapo Scarface Charley estrasse la pistola scaricandola sulla truppa.

Era troppo evidente dagli antichi rancori che non ci si poteva fidare della parola pronunciata troppe volte: pace.

E qui si riprende con il film, senza far riferimento precedenti, che ricostruisce la trattativa che il governo americano vuole mettere in campo per concludere una tregua e convincere la piccola tribù a rientrare nella riserva.

Fu il generale Eduard Richard Sprigg Camby a condurre la trattativa stessa: e Capitan Jack, ricordandosi di quanto era successo poco tempo prima all’incontro con le autorità si presentò prevenuto e sparò in mezzo agli occhi del generale con una colt dell’esercito. La stessa fine fecero gli altri delegati.

La notizia di quel massacro, al contrario di quello avvenuto in precedenza, fu una cassa di risonanza per tutto il paese dove i mezzi di informazione orchestrarono una campagna perché si prendessero provvedimenti durissimi con il consenso della popolazione.

Inutile raccontare l’epilogo di questa storia anche se i modoc diedero ancora parecchio filo da torcere all’esercito americano.

Le parole di Capitan Jack a un processo farsa che fece da vetrina al perbenismo dell’epoca risuonarono chiare: “abbiamo forse noi indiani gli stessi diritti di voi bianchi? Io dico di no. Voi potete tranquillamente sparare contro gli indiani sia in guerra che in pace e continuare a vivere tranquilli. Potete dirmi quando un bianco è stato punito per aver ucciso un Modoc? Io sono giunto alla fine e vi accuso di assassinio non una, ma tantissime volte”.

Capitan Jack fu condannato a una fine atroce e fu impiccato la mattina del 4 ottobre 1873 dopo aver scritto una delle più belle pagine della resistenza del popolo rosso.

La vendetta dei bianchi, però, non era ancora placata.

Il suo corpo venne imbalsamato e spedito in diverse città degli Stati Uniti dove chiunque poteva vederlo pagando la modica cifra di dieci centesimi.

Un orrore.

Una ferita ancora aperta.

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Sotto il cielo del West https://www.carmillaonline.com/2014/11/28/grande-cielo-west/ Thu, 27 Nov 2014 23:01:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18888 di Sandro Moiso

guthrieAlfred Bertram Guthrie, Il grande cielo, Mattioli 1885, Fidenza 2014, pp.450, € 16,90

“L’epoca degli uomini della montagna nel Far West non fu mai narrata così bene. Probabilmente non lo sarà mai più” (Ernest Hemingway)

Le edizioni Mattioli 1885, nella loro pregevole opera di riscoperta e pubblicazione di opere ed autori della letteratura nord-americana del XIX e XX secolo, rendono nuovamente disponibile per il pubblico italiano, nella nuova traduzione di Nicola Manuppelli, uno dei capolavori meno conosciuti della letteratura statunitense. Pubblicato, infatti, negli Stati Uniti nel 1947, il romanzo di A. B. Guthrie fu tradotto e pubblicato per [...]]]> di Sandro Moiso

guthrieAlfred Bertram Guthrie, Il grande cielo, Mattioli 1885, Fidenza 2014, pp.450, € 16,90

“L’epoca degli uomini della montagna nel Far West non fu mai narrata così bene. Probabilmente non lo sarà mai più” (Ernest Hemingway)

Le edizioni Mattioli 1885, nella loro pregevole opera di riscoperta e pubblicazione di opere ed autori della letteratura nord-americana del XIX e XX secolo, rendono nuovamente disponibile per il pubblico italiano, nella nuova traduzione di Nicola Manuppelli, uno dei capolavori meno conosciuti della letteratura statunitense. Pubblicato, infatti, negli Stati Uniti nel 1947, il romanzo di A. B. Guthrie fu tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia dalla Mondadori nella collana Medusa nel 1950; in seguito ricomparve, ad opera della Rizzoli, nel 1978 per poi sparire definitivamente nel dimenticatoio.

Probabilmente ciò fu dovuto allo scarso interesse che la letteratura e il cinema di carattere western esercitarono in Italia a partire dalla fine degli anni settanta e per i decenni successivi. Dal libro era stato infatti tratto nel 1952 anche un film dall’omonimo titolo, diretto da Howard Hawks ed interpretato da Kirk Douglas, che, però, ne stravolgeva completamente storia e significato. Assolutamente lontano dai modelli di cinismo, violenza e ribellione che avrebbero caratterizzato il cinema western di Sergio Leone e di Sam Peckinpah negli anni sessanta.

Peccato, perché in realtà il romanzo di Guthrie anticipava di decenni il revisionismo western di cui sarebbero, poi, stati protagonisti i due registi ed autori come Cormac McCarthy, Larry Mc Murtry, Annie Proulx e, anche se per un solo romanzo,1 John Williams. Lontano dall’epica della Frontiera come creazione di un mondo nuovo e migliore, Guthrie mostrava, in quello che è stato unanimemente considerato il suo romanzo migliore, il peccato d’origine degli Stati Uniti: la distruzione dei nativi, delle specie animali, del territorio e di qualsiasi rapporto sociale che non fosse immediatamente basato sulle logiche dello scambio mercantile e del profitto individuale o delle grandi compagnie commerciali.

Un’America che nasce tutt’altro che vergine e che porta con se un peccato originale non di carattere religioso, come avrebbero voluto i Padri Pellegrini, ma di stampo capitalistico e mercantile; dando vita, come risultato inevitabile, ad una società spietata in cui tutte le contraddizioni del sistema si sarebbero manifestate senza alcuna remora. Una società in cui la presenza della morte avrebbe dominato non come conseguenza del puritanesimo importato col Mayflower, ma come risultato delle logiche distruttive messe in atto.

A.B. Guthrie Jr. (1901 – 1991), come ci rivela nelle preziose note poste a chiusura del testo il curatore e traduttore, aveva deciso preventivamente di narrare il West e i suoi avventurieri come mai nessuno li aveva narrati prima. Ci riuscì e nel corso della sua vita, in cui scrisse molti altri romanzi e racconti di ambiente western, si spostò sempre più su posizioni radicali a difesa dei nativi americani e dell’ambiente. Praticamente fino al termine dei suoi giorni.

Già negli anni successivi al college l’autore si dichiarava “agnostico, liberale e ribelle” e tutto ciò traspare fin dalle prime pagine del romanzo, in cui il protagonista Boone Caudill rompe violentemente con il padre e fugge, ancora diciassettenne, verso l’Ovest e verso l’ignoto; scontrandosi immediatamente con l’avidità degli uomini e la falsità della Legge e dei suoi tutori. Ma la sua odissea di formazione, come in seguito per tanti personaggi di Cormac McCarthy, non assumerà le forme né della liberazione né, tanto meno, della redenzione dai peccati della civiltà.

Scandita in cinque parti (1830, ancora 1830, 1837, 1842-1843 e 1843), la narrazione accompagna Boone attraverso le grandi pianure del bacino del Missouri e le Montagne Rocciose, fino al suo trentesimo anno e al suo, inutile, ritorno all’Est. Un Odisseo senza Itaca, perché quello che ritorna non è un Boone migliore o più maturo o più saggio. No, è soltanto un uomo indurito, con la nostalgia per un mondo che ha contribuito a conquistare e distruggere e in cui ha dimostrato di non sapere davvero amare. E che non potrà nemmeno portare a termine la vendetta che aveva meditato per così lungo tempo.

Un mondo di violenza e di sospetto, in cui il mito dell’amicizia virile non è altro che una leggenda come quella delle valli ancora piene di castori; che, invece, a loro volta sono già stati distrutti per soddisfare, con le loro pellicce rivendute anche a bassissimo costo, l’industria e il mercato dei cappelli a cilindro per i benestanti delle grani città. Un mondo duro e spietato dove un minimo errore può significare la morte e la vita scorre fino a quando non incontra un coltello, una freccia o una pallottola. Magari sparata da un amico.

Domina su tutto il grande cielo del West, infinito e imperturbabile; sia sulle vicende degli uomini bianchi che su quelle degli uomini rossi. I primi destinati a morire per gli agguati e le ferite oppure a soffrire la fame, la sete, il freddo o per le conseguenze di malattie veneree; i secondi destinati ad essere spazzati via per effetto delle devastazioni e delle violenze portate dalla civiltà e dalle epidemie diffuse ad arte. Vittime del primo grande genocidio moderno. Il tutto in uno scenario in cui domina una natura solo potenzialmente ancora incontaminata, ma, in realtà, già cartografata, divisa e contesa dalle grandi compagnie per il commercio delle pellicce.

Lewis e Clark sono passati da lì pochi anni prima, ma il danno è stato già fatto e non si potrà più tornare indietro. Esattamente come per Boone Caudill.
Mentre rimangono sullo sfondo le donne. Bianche e rosse. Le prime eterne Penelopi dalla vita passata in attesa di un ritorno che magari non avverrà mai oppure di un amore che non si rivelerà altro che violenza, anche sessuale, oppure, ancora, destinate a morire di fatica nelle povere case costruite in prossimità della Frontiera. Le altre destinate ad essere, nel rapporto con l’uomo bianco, null’altro che una merce di scambio o inconsapevoli oggetti e schiave sessuali.

Leggendo questo romanzo, durissimo e bellissimo, ci si rende conto che il cinema western tradizionale ha davvero fatto un cattivo servizio alla storia degli Stati Uniti e della Frontiera. Probabilmente lo sapevamo già tutti da tempo, ma Guthrie, che con il successivo “Il sentiero del West” avrebbe vinto il Premio Pulitzer, lo ha rivelato ben prima di tutti gli altri autori che abbiamo poi imparato a conoscere ed amare.

Non vi è traccia in Guthrie della visione pastorale di una America bucolica in cui potersi rifugiare e dove solo l’avvento della macchina a vapore, oppure del macchinismo tout court, avrebbe segnato l’inizio del declino e della rovina, così come Henry David Thoreau nel “Walden” aveva teorizzato fin dall’Ottocento.2 Non vi è romanticismo, ma una visione, che rasenta il naturalismo espressivo, ben lontana da qualsiasi forma di epica o di epopea.

Non resta così che augurarsi che l’editore continui nella riedizione dei romanzi e delle novelle dell’autore americano, sia di quelli già pubblicati in Italia sia di quelli ancora inediti. Un autentico Omero di una frontiera priva di qualunque funzione mitopoietica, le cui vicende non sono determinate dalla volontà di divinità sregolate e volubili, ma dal raziocinio del calcolo della profittabilità delle imprese e delle conquiste.


  1. Butcher’s Crossing, Fazi Editore 2013, edizione originale americana 1960  

  2. Si veda in proposito Leo Marx, The Machine in the Garden. Technology and the pastoral ideal in America, Oxford University Press 1964 – 2000  

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