cinema fantastico – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Hyde, le censure e il sentire (Victoriana 57) https://www.carmillaonline.com/2025/03/08/hyde-le-censure-e-il-sentire-victoriana-57/ Sat, 08 Mar 2025 21:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87198 di Franco Pezzini

Hyde in Time, a cura di Mario Gazzola, ricerche iconografiche e grafica a cura di Roberta Guardascione, pp. 251, € 20, EdiKiT, Brescia 2023.

Tra i miti dell’età vittoriana passati transmedialmente nell’orizzonte postmoderno, uno notissimo riguarda il personaggio duplice ed eponimo della novella gotica Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde di Robert Louis Stevenson (1886). Può interessare poco in questa sede la plausibile ispirazione al caso di Eugène Marie Chantrelle (1834-1878), conosciuto personalmente da Stevenson, assassino della moglie ed ex-pupilla Elizabeth Dyer e impiccato a Edimburgo, la cui vicenda piuttosto squallida tuttavia è ben lungi dall’esaurire [...]]]> di Franco Pezzini

Hyde in Time, a cura di Mario Gazzola, ricerche iconografiche e grafica a cura di Roberta Guardascione, pp. 251, € 20, EdiKiT, Brescia 2023.

Tra i miti dell’età vittoriana passati transmedialmente nell’orizzonte postmoderno, uno notissimo riguarda il personaggio duplice ed eponimo della novella gotica Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde di Robert Louis Stevenson (1886). Può interessare poco in questa sede la plausibile ispirazione al caso di Eugène Marie Chantrelle (1834-1878), conosciuto personalmente da Stevenson, assassino della moglie ed ex-pupilla Elizabeth Dyer e impiccato a Edimburgo, la cui vicenda piuttosto squallida tuttavia è ben lungi dall’esaurire la ricchezza di spunti dello Strange Case stevensoniano. Sull’onda dei quali, ma con inevitabili impoverimenti, questo troverà infiniti trasposizioni e derivati – teatrali, su schermo eccetera –, assurgendo a mito pop di straordinaria fortuna. Il cinema ne miscelerà la saga con quelle di altre storie nere vittoriane (soprattutto Jack the Ripper, 1888, e Sherlock Holmes, ma si arriverà alle fantasie pseudostokeriane su The Mummy) o precedenti (le “iene di Edimburgo” Burke & Hare, 1828): e tutto ciò in un crescendo al pastiche che traghetterà il dottore e il suo scimmiesco alterego (Darwin scànsete) all’interno di summae geniali come Anno Dracula di Kim Newman (a partire dal 1992) e The League of Extraordinary Gentlemen di Alan Moore (a partire dal 1999). Dove però il discorso si sposta semmai sulle ragioni e potenzialità dello strumento pastiche, in riferimento alla specifica scelta dello sfondo vittoriano.

Tale vortice di imprestiti e adattamenti per cui Hyde diventa di volta in volta la versione (non più bruta, ma) più disinvolta e faustianamente giovane del vecchio dottore, o quella femminile, o altro (parodie comprese), è evocato con ironia, consapevolezza e una buona mappatura di citazioni da questo Hyde in Time, a cura – o piuttosto a firma – di Mario Gazzola, che tra gioco semiotico e fantasia pop impazza sul tema dei manoscritti ritrovati: ben tre, già a suggerire una tensione a mappare le più diverse variabili. Hyde e l’altro si presenta come apocrifo di Stevenson, presunta prima versione “estrema” della novella; Il lupo di Whitechapel attribuito a Samuel Lloyd Osbourne, figlioccio di Stevenson, vede la rivincita di Hyde nei panni di Jack the Ripper; Hyde in Time di Samuel Osbourne II, ultimo della famiglia, presenta nerissime ricadute della storia nel XXI secolo, tra arte e psicoterapia. Strepitose le tavole di Roberta Guardascione, che gioca liberamente con stili dell’Otto (Walter Sickert compreso) e del Novecento. Il gioco è colto e divertente, il libro intelligente e godibile: emerge evocato tra l’altro un ricco tessuto di scoperte e novità tecniche d’epoca, a denunciare una buona ricerca alla base.

Poi ovvio, sul tema la fantasia di un narratore popolare insegue oggi, quasi inevitabilmente, le tinte dell’estremo: violenza e componenti sessuali esplicite sono fatti reagire in termini sornioni con le agenzie immaginali delle diverse società susseguitesi, dai paradigmi dell’età vittoriana profonda al crepuscolo di quel mondo e fino alle odierne categorie psicopatologiche. E tutto questo può avere un senso nell’ambito di una narrativa popolare, di cui accoglie un fitto tessuto di citazioni sottese. Quindi successo dell’operazione.

Resta un dato da ricordare, non solo per pignoleria critica ma proprio per ragionare su eventuali nuove provocazioni narrative: Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde come Stevenson ce lo affida è una straordinaria e sottile opera letteraria, che non si esaurisce nella brillantezza di una trama e neppure nell’oggettivo interesse di un contesto (le scienze umane in età vittoriana, eccetera). E di fronte all’insistenza di riletture odierne – comprensibile, sensata – sulle dimensioni estreme richiama a una chiave letteraria molto più censurata, con tutto ciò che il gioco di allusioni comporta e attiva. Questo tipo di narrativa impregnata di puritanesimo almeno culturale implicava ineludibilmente nella sua evocazione dell’orrore – pensiamo anche a Carmilla, a Dracula… o a tanto Poe, quando evoca nefandezze peggiori di quelle di Erode, Caligola o Eliogabalo (che saranno mai?) – proprio una straniante dimensione censoria, uno sforzo mitologico di tenere tanta roba sotto il tappeto.

Nelle trasposizioni e in questo libro, troviamo Hyde perpetrare eccessi – potremmo dire – a luci rosse: per quanto riguarda quello di Stevenson, al contrario, vediamo assai poco. Un omicidio brutale, la violenza cieca nel calpestare una bambina, una serie di allusioni dall’eco sessuale che potrebbero far pensare alla frequentazione di prostitute e a sodomia, ma nell’ambito di una nebulosa mitica sul sesso perverso le cui censure linguistiche risultano infinitamente più minacciose nella loro vaghezza di qualunque tentativo di puntarvi i riflettori. Perché giocate al filtro di un sentire meglio espresso dall’allusione che da qualunque visione diretta: un sentire mitologico, di impliciti e indicibili, di pelle più che di ascolto di notizie. Il lettore odierno potrebbe persino chiedersi: Tutto qui? Ma non comprenderebbe quel magma di turbamenti che sta in fondo dietro a tutto il nero vittoriano e agli spettri del suo registro narrativo.

Il che costringe forse a ricordarci che non è tanto la trama a suggerire un sapore gotico, ma il rapporto di echi, allusioni e non detti con i brividi e i perturbanti, con le censure e i desideri inconfessabili di una società. Più che vedere Hyde, il Nascosto per antonomasia, dovremo dunque sentirlo: al filtro delle censure nostre, di ciò che per noi è un’esperienza limite – ma lui sta oltre. Potremmo obiettare che i vittoriani, catafratti da pudori e fantasmi puritani oggi dismessi un po’ ovunque in occidente, vincono facile, e forse anche per questo un certo tipo di immaginario ha saputo restare nel tempo, adattandosi attraverso infiniti mascheramenti, declinando diversamente gli oggetti dei fremiti ma mantenendo un’ambigua numinosità.

Eppure il nostro tempo che crede di poter vedere tutto, di poter mostrare tutto, non è esente da censure – saranno meno evidenti, ma forse non meno gravide di mito. Vi entrerà il sesso, con ogni probabilità; plausibilmente la politica, forse la religione, ma così si resta fin troppo sul generico. Però per capire il Nascosto o almeno provarci, occorre costringerci su questa pista. Non tanto per comprendere se Hyde sarà scimmiesco, o invece giovane e belloccio, o magari di un diverso genere sessuale; ma per mettere a fuoco cosa davvero ci turbi, ci provochi e non riusciamo a dire, cosa i miti del nostro tempo qualifichino come indicibile o irriducibile al vocabolario. Forse per questo, al di là di un eterno ritorno condotto anche con intelligenza – come senz’altro in questo caso – la sfida oggi dello scrivere gotico (o weird) non riguarda tanto un’originalità di contenuti ma di tagli per parlarne, di passi e di forme. Che non sono mai semplici vestitini della sostanza, ma identificano una voce.

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Ossessioni familiari e deficit di forza vitale https://www.carmillaonline.com/2024/10/31/ossessioni-familiari-e-deficit-di-forza-vitale/ Thu, 31 Oct 2024 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85129 di Franco Pezzini

All’edizione del ToHorror di quest’anno è stato presentato al cinema Massimo un interessante film giapponese (sottotitoli inglesi più, per la manifestazione, quelli italiani) a tema case infestate. Qualcuno dirà – per il vecchio stolido pregiudizio che il fantastico debba reggersi su una novità di trama, laddove si tratta semmai di una novità di chiave e di modo di narrare – che lo spunto non è così originale: e invece House of Sayuri (Sayuri) di Kôji Shiraishi, 2024, è un film originalissimo, che mixa vertiginosamente linguaggi, filoni narrative, emozioni. Basato su un manga horror di Rensuke Oshikiri, sa combinare [...]]]> di Franco Pezzini

All’edizione del ToHorror di quest’anno è stato presentato al cinema Massimo un interessante film giapponese (sottotitoli inglesi più, per la manifestazione, quelli italiani) a tema case infestate. Qualcuno dirà – per il vecchio stolido pregiudizio che il fantastico debba reggersi su una novità di trama, laddove si tratta semmai di una novità di chiave e di modo di narrare – che lo spunto non è così originale: e invece House of Sayuri (Sayuri) di Kôji Shiraishi, 2024, è un film originalissimo, che mixa vertiginosamente linguaggi, filoni narrative, emozioni. Basato su un manga horror di Rensuke Oshikiri, sa combinare felicemente toni diversi: non necessariamente in questo ordine, dalla paura al grottesco, al comico, al patetico, al delicato, all’avventuroso e in ultima analisi al satirico, perché mira in modo corrosivo contro alcuni punti fermi del panorama sociale nipponico (e non solo nipponico). Il topos filmico dell’infestazione si lega in tal modo ad altri, da quello della vendetta più o meno pirotecnica alla Park Chan-wook ai motivi della commedia di costume, con intersezioni su storie manga e anime di adolescenti e batticuori a scuola, iniziazioni alle arti marziali e alla vita, malinconie da lutto; e nell’impossibilità di raccontare senza svilire a suon di spoiler, che in questo caso sarebbero criminosi perché la sorpresa fulminante ha qui efficacia di cifra stilistica, merita dedicare riflessione a qualche tema sviluppato.

Il primo oggetto della satira del film è la famiglia, con due esemplari – una buona e più estesa, i Kamiki (genitori, tre figlie e i nonni), l’altra cattiva e motore dell’infestazione (genitori e due figlie). Ma la famiglia buona ha le sue magagne: al di là della nonna rimbambita e di vivace caratterino – lo cogliamo all’inizio da commenti fuggevoli – che a suo tempo aveva fronteggiato nientemeno che gli uomini della yakuza, il peccato più grave del clan Kamiki è di essere totalmente prono a un modello di vita asfittico. Il padre che si danna (così i sottotitoli, occorrerebbe vedere eventuali sottotesti metafisici del verbo giapponese utilizzato) col lavoro per comprare la casa fatale; la madre che, alle più che ragionevoli osservazioni del figlio dopo le prime vittime – lasciamo la casa e torniamocene in un appartamento – lo aggredisce a tavola perché svilisce l’acquisto di suo padre buonanima; il nonno che, alla domanda del nipote più piccolo se sia male pensare alla morte, offre una risposta in sé di buonsenso, ma che in realtà denuncia un vivacchiare: ora siamo vivi, cerchiamo di farlo al meglio… Laddove il fantasma sarà invece sconfitto (questo si può dire, senza dettagli – gustosissimi) proprio puntando sull’accrescere la forza vitale.

La casa infestata ha più piani, virtualmente quanti le generazioni coinvolte, a rendere l’edificio un simbolo della famiglia; il giardino presenta i suoi lugubri segreti, che sta agli anziani disvelare – e il recupero delle ossa del fantasma non basta a placarlo. Mentre a combatterlo, in forme forse non troppo ortodosse ritualmente ma efficaci, saranno le categorie non produttive, anziani e ragazzi, nella sostanziale débâcle degli adulti integrati – padri lavoratori indefessi, ometti dall’aria perbene ma con turbe disgustose, esorcisti sussiegosi a pagamento. Anche la vicina “amichevole” è nei fatti il corrispettivo nipponico di una beghina impicciona.

Gli stigmi dell’ossessione demoniaca sono quelli dell’orizzonte hikikomori, cartocci di cibo-schifezza a tappezzare il pavimento e trasmissioni demenziali senza soluzione di continuità; e lo stesso body shaming, nel grassofobico Giappone, assume nella vicenda valenze critiche interessanti.

Gli attori sono molto bravi, anche se probabilmente ignoti a chi non frequenti il cinema giapponese. Zen Kajihara interpreta Akio Kamiki, il padre un po’ gnocco che acquista la casa; a interpretare la bella, desolata moglie Masako è Fusako Urabe; le parti dei nonni sono rette dall’anziano Kitarô, e dalla straordinaria Toshie Negishi. Keiko (Kokoro Morita) è la figlia avvenente da cui si avvia il rapporto di ossessione – e la scelta non sembra dettata solo dalla stanza che occupa. Molto simpatici risultano i personaggi dei due figli maschi, Norio (Ryôka Minamide) e il piccolo Shun (Rei Inomata), e la preoccupata, incantevole compagna di scuola Sumida (Hana Kondô), con una descrizione delle dinamiche affettive tra adolescenti estremamente delicata.

Ma in primo piano, potremmo dire, è il tema del deficit di forza vitale. E qui la società ammodo del Sol Levante sembra inquietantemente vicina alla nostra, che non a caso spurga fantasmi. Nonché cadaveri viventi: un paese depresso come il nostro ormai ragiona (forse il verbo non è sempre giusto) e sceglie sulla base della paura, cioè vivacchia – ma non riesce a lavorare sulla forza della vita, a fare scelte coraggiose e vitali, a progettare futuri che non siano la fotocopia spiegazzata dei passati più asfittici. Una haunted house nazionale: e la retorica, anche recentissima, del “fare la Storia” – cioè rassegnarsi a esponenti e priorità di ideologie già marcite nel Novecento, tra scandali e intrallazzi – puzza delle peggiori pagine del passato. Un fenomeno che impatta a tutti i livelli, collettivi come personali.

Come Luca Rastello scriveva nella sua ultima lettera alle figlie:

 

Se c’è un augurio che posso farvi, allora, è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione: quasi sempre quella che si presenta come «la vita com’è», secondo un’espressione cara ai realisti (gente che in segreto ama la schiavitù), è una truffa. Si può uscire, scartare, fare ancora un giro, magari due, magari di più, e poi sorprendersi di come era facile e possibile quello che sembrava impedito dalla logica ferrea di un mondo che ci mettiamo addosso come una prigione ed è invece solo fantasia, malata fantasia che si spaccia per realtà. […] Secondo me, meno volte direte «meglio di no», meglio sarà.

 

Se riusciamo a metabolizzare tutto questo, potremo ricacciare i fantasmi cattivi da dove sono venuti.

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Le radiazioni atomiche del dottor Frankenstein https://www.carmillaonline.com/2024/06/22/le-radiazioni-atomiche-del-dottor-frankenstein/ Sat, 22 Jun 2024 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82891 di Franco Pezzini

È appena uscito il volume di Ginevra Ballati e Iacopo Cassigoli, Per i nostri voli interplanetari. Disastri atomici, UFO e inquietudini spaziali tra arte, letteratura del secondo Dopoguerra e immaginario pop, pp. 160, volume con immagini a colori, € 20,81, UrsaMaior, Pistoia 2024. Quella che segue è la mia introduzione. F.P.

1958: in una fase di continui richiami all’energia atomica come rischio e insieme potenzialità esce il film Frankenstein 1970 di Howard W. Koch – una pellicola di fantascienza orrifica certamente minore ma di notevole interesse simbolico. Il barone Victor von Frankenstein sta continuando la sua attività di scienziato [...]]]> di Franco Pezzini

È appena uscito il volume di Ginevra Ballati e Iacopo Cassigoli, Per i nostri voli interplanetari. Disastri atomici, UFO e inquietudini spaziali tra arte, letteratura del secondo Dopoguerra e immaginario pop, pp. 160, volume con immagini a colori, € 20,81, UrsaMaior, Pistoia 2024. Quella che segue è la mia introduzione. F.P.

1958: in una fase di continui richiami all’energia atomica come rischio e insieme potenzialità esce il film Frankenstein 1970 di Howard W. Koch – una pellicola di fantascienza orrifica certamente minore ma di notevole interesse simbolico. Il barone Victor von Frankenstein sta continuando la sua attività di scienziato dopo le traumatiche vicissitudini patite sotto il nazismo, quando era stato torturato e sfigurato per il suo rifiuto di collaborare. La guerra è finita da anni, e ora per motivi economici il barone permette a una troupe televisiva di girare un horror sulla sua storia familiare (i grandi costruttori di mostri del passato) nel proprio castello in Germania.

Il fatto è che anche lui, come gli antenati, vagheggia di portare in vita una creatura. Per questo si è procurato un reattore atomico, ma per i corpi deve ricorrere ai soliti vecchi sistemi: e avvia dunque la disinvolta mattanza della squadra televisiva. Ovviamente la creatura si rivolterà contro il barone, ed entrambi periranno per un incidente al reattore. Scese le radiazioni a livelli di sicurezza, emergerà infine che sotto le bende il mostro ha lo stesso viso del barone, e avrebbe dovuto perpetuare l’esistenza dell’ultimo epigono della stirpe Frankenstein.

Come detto, a parte l’indubbio divertimento, la pellicola è interessante a livello di simboli e implicazioni. Anzitutto il barone è interpretato da Boris Karloff, il più leggendario interprete della creatura (anzi, del Mostro, come si usa dire nel cinema americano) in film consegnati all’immaginario planetario dalla stagione d’oro Universal, attraverso la produzione geniale e poetica postespressionista degli anni Trenta e quella più popolare e folle dei Quaranta: l’agnizione finale che il volto sia quello di Karloff non costituisce dunque solo un Amarcord, ma una sorta di garbata rivendicazione entro una storia che parla (non casualmente) di riprese video e di troupe. Il mostro della Universal è quello del baraccone delle meraviglie, il gangster dell’anima latore delle ambiguità del Vecchio Mondo, l’impressionante e fiabesca anomalia in un onirico e freudiano bianco e nero che minaccia la società – in particolare qualche giovane coppia pegno del futuro – e dovrà scomparire in un incidente clamoroso. Dal fondo ora di un film indipendente come Frankenstein 1970, Karloff ammicca a quei fasti passati ormai acquisiti da un fandom ultrapopolare e giovanissimo da drive-in, che trova il suo santo protettore nell’incredibile Forrest James Ackerman e ha appena visto inanellarsi surreali naïveté come I Was a Teenage Werewolf di Gene Fowler Jr. e I Was a Teenage Frankenstein di Herbert L. Strock, entrambi 1957 (a fronte dei quali il film con Karloff presenta ovviamente un’altra dignità).

Il fatto è che negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, sull’onda della Guerra fredda, i vecchi mostri del gotico sono stati archiviati per lasciar spazio ai raggelanti alieni del Pianeta Rosso (comunista), a qualche mostruosità avventurosa da fronteggiare con la scienza invece che con l’occulto (il birichino sciupafemmine uomo pesce della Laguna Nera, 1954-56, alcuni gotici “riconvertiti”) e a un linguaggio di tipo fantascientifico.

Ma sta succedendo dell’altro: l’Inghilterra si sta riprendendo il gotico con le mitologiche riscritture Hammer delle saghe di Frankenstein (1957) e Dracula (1958), con Peter Cushing e Christopher Lee, per la regia di Terence Fisher e la sceneggiatura di Jimmy Sangster – e con loro cambia tutto. Il mostro diventa una figura impastata delle ambiguità sociali di tutto un mondo circostante (nella saga di Frankenstein il vero mostro è il barone, che però spicca da titano sull’odiosa società intorno); e se c’è un eroe non è più il giovanotto facciafresca di un’America che ostenta ottimismo, ma un uomo maturo e segnato dalla vita, affidabilmente british anche quando porta il cognome olandese Van Helsing. Il lavoro della Hammer, col miracolo di una piccola casa di produzione che subentra al colosso Universal nel dettare gli incubi a tutto il pianeta, avrà un peso non relativizzabile nell’immaginario – con curiosi cortocircuiti tra manti neri vampireschi e minigonne della Swinging London – e contribuirà all’innesco dello stesso revival magico dei Settanta. Inizia così una nuova stagione del gotico su schermo (ora in costume ottocentesco e a colori, sangue compreso) e Frankenstein 1970 con le sue radiazioni atomiche è il canto del cigno della vecchia.

Mary Shelley aveva probabilmente immaginato il materiale tecnico necessario allo studente (giovanissimo e borghese, non barone) Victor Frankenstein come un paio di borse di attrezzature galvaniche, che il giovanotto si porterà a zonzo per l’Europa assieme ai pezzi anatomici; ma già le prime liberissime trasposizioni teatrali avevano piazzato sulla scena istallazioni ingombranti come negli opifici della rivoluzione industriale. La stessa autrice, nell’edizione definitiva 1831, mostrerà di recepire questi spunti. Che, trasposizione dopo trasposizione, con attrezzature sempre più incontrollabilmente steampunk, alla fine si arrivi all’energia atomica non è dunque strano.

Del resto, radiazioni atomiche recheranno conseguenze impreviste anche nei laboratori del film giapponese Furankenshutain tai Baragon, letteralmente “Frankenstein contro il Baragon”, in Italia Frankenstein alla conquista della Terra) di Ishirō Honda, 1965. Lì il superuomo da guerra progettato da scienziati tedeschi nel secondo conflitto, e a distanza di anni realizzato dai giapponesi, diventa il mostro di Frankenstein e ingigantisce accidentalmente per effetto delle radiazioni: finirà utilizzato per fronteggiare l’ennesimo collega di Godzilla, il kaijū (cioè “mostro radioattivo”) Baragon emerso da un tempio maledetto a minacciare il Sol Levante… In un paese che cerca di metabolizzare il trauma di Hiroshima e Nagasaki, c’è qualcosa di un po’ disturbante che il feticcio pop sia il caposaldo di un’intera stirpe di mostri che flirta con l’atomica.

Siamo ormai approdati all’immaginario su Godzilla (o più filologicamente Gojira), e all’ultima parte dell’originalissimo lavoro di Ginevra Ballati e Iacopo Cassigoli che a partire dalle provocazioni sullo spazio tra Movimento Spazialista e Movimento Nucleare, trasmissioni nell’etere e dischi volanti, arte interplanetaria e radiazioni cosmiche, minacce atomiche e Eaismo, infinitamente piccolo dell’atomo e infinitamente grande degli spazi, porta su e giù – come è prezioso fare – tra cultura “alta” e “bassa”, arte e fantascienza, cronaca e affabulazione – una serie di parole d’ordine, e finisce con l’implicare una lunghissima storia immaginale. Una storia collettiva, ma in fondo anche personale di quanti, come il sottoscritto, siano figli del boom economico e in quell’orizzonte hanno visto svilupparsi una serie di miti d’epoca qui ben evocati.

 

La televisione richiamata in Frankenstein 1970 è quella del resto tanto importante per la nostra generazione: e lo spoglio del materiale del Radiocorriere TV (oggi meritevolmente riproposto online) mi permette di collocare al 1972 nell’ambito della serie Realtà e fantasia la programmazione alla TV del ragazzi del film giapponese Atragon del già citato Ishirō Honda, 1963, che avrebbe molto colpito la mia immaginazione. Atragon – probabilmente da “drago atomico”, il tipo di sottomarino in questione – mostrava l’epico scontro tra l’incredibile sottomarino Gotengo in grado di muoversi anche nella terra o nell’aria, e sottratto a fine guerra dall’irriducibile capitano Hachiro Jinguji (Jun Tazaki) per riscattare l’onore del Giappone, e il redivivo impero di Mu, attualmente sommerso, che ça va sans dire mira a conquistare il mondo. Di qui la concitata tagline giapponese “Il temuto regno sottomarino sfida la superficie! La risposta d’emergenza della corazzata atomica multiuso!”, nell’ambito di una storia godibilissima dove non manca il solito kaijū, in questo caso il serpentiforme Manda, dio e custode di Mu (in seguito integrato nella saga di Godzilla). A commentare il film al passaggio in Rai erano stati il geofisico Antonio Rapolla dell’Università di Napoli, il direttore generale della Tecnomare Giuseppe Muscarella e il titano dell’orizzonte che questo libro andrà a scandagliare, il giornalista esperto di misteri e mondi perduti Peter Kolosimo.

Ma quella storia di energia atomica volta a scopi difensivi contro un nemico di tutti i popoli della terra emersa – i Mu di un’imperatrice cattivissima – presentava anche un altro abbinamento significativo di quella temperie culturale: quello tra un futuro estremamente avanzato e tempi passati non solo recenti (gli echi del secondo conflitto mondiale) ma anche molto remoti. Ecco così Kolosimo che parla dei continenti scomparsi Atlantide, Mu e Lemuria in libri che più generazioni divoreranno e portatori eventuali di tecnologie avanzatissime (anche Atlantide, il continente perduto di George Pal, 1961, metteva in scena sommergibili e un’arma dalla distruttività similnucleare); ecco i dischi volanti della clipeologia, il sottosettore dell’ufologia attento ai presunti contatti con oggetti volanti nel passato, tanto florida a Torino negli anni Sessanta (quando nel 1964 vi viene fondata la rivista «Clypeus»); ecco un’archeologia che flirta con lo spiritismo (a suon di rivelazioni di spiriti egizi o etruschi). Però i rivoli sono tanti: pensiamo a un libro come Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, 1960, in Italia 1963, con le sue riflessioni sulle tecnologie perdute, o al lavoro sul linguaggio fantastico del gruppo torinese Surfanta nato nel 1964. E attraverso una serie di maree culturali nella risacca della Guerra fredda, la voglia di mistero si declina in forme ora parascientifiche (archeologia misteriosa, ufologia, parapsicologia…), ora occultistiche (sotto il velo della cultura ufficiale nei lunari anni Sessanta – a usare l’aggettivo di un bel saggio di Fabio Camilletti –, ma pronte a eruttare fuori col grande revival magico dei Settanta). Un’ondata di pubblicazioni emerge negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, e sui rotocalchi spuntano come funghi lisergici articoli su questi temi…

La televisione – oggetto-simbolo del viaggio nell’etere – registra le aperture d’epoca, la nuova frontiera e le sue varie declinazioni, sia per adulti (si pensi a Sapere, ricchissimo programma di divulgazione scientifica varato da Giovan Battista Zorzoli, e trasmesso 1967-1976, che non disdegna i risvolti pop), sia per ragazzi (per esempio Spazio – Il settimanale dei più giovani, a cura di Mario Maffucci – dove già il titolo suona indicativo).

Ed è in fondo la televisione, con buona pace dei cospirazionisti, a renderci partecipi di un evento epocale come lo sbarco sulla luna. Preceduto da fiumi di dirette alle quali assistevo (non a quella a notte fonda dell’allunaggio, domenica 20 luglio 1969, ma ricordo l’indomani mattina l’acquisto del giornale con i titoloni alla piccola edicola di quartiere), renderà lo spazio qualcosa di più concreto per gli spettatori. E stabilirà una sorta di paradigma del modo di interrogarsi dell’uomo dell’età atomica: come lo sintetizza la rivista «Epoca», varando nel 1972 la storica serie di inserti Gli uomini del mistero (primo numero su Nostradamus), “Perché nell’era spaziale rinasce l’interesse per maghi, veggenti e alchimisti?”. È l’avvio del grande revival magico, più o meno coevo allo sbarco sulla luna ma anche al Sessantotto e alla rivoluzione sessuale.

E intanto, tra manifesti, esperimenti, suggestioni l’arte – nelle sue varie declinazioni – è attenta a cogliere le energie d’epoca: Buzzati, Fellini, Giorgio Monicelli fondatore di «Urania», Calvino, David Bowie, Flaiano, Zanzotto, e tanti altri (fino idealmente ai Wu Ming di Ufo 78, 2022), contribuiscono con il loro lavoro a un immaginario che media tra il panico legato al rischio d’un cataclisma atomico e l’ottimismo sotteso a un’epoca ancora in grado di coniugare al tempo futuro. Fin nell’uso innovativo di termini come spazio o nucleare.

Poi certo, come mostrano Ballati e Cassigoli, una serie di suggestioni era assai precedente, fin dall’origine della Guerra fredda: il Movimento Spazialista era nato nel 1946 attorno alla personalità di Lucio Fontana, il primo manifesto in italiano era stato redatto nel 1947, nel 1948 è seguito il secondo, nel 1950 il terzo, e nel 1952 il Manifesto del Movimento spaziale per la televisione. A collocare queste intuizioni all’inizio della confusa e diramatissima storia fin qui abbozzata, che con i conflitti culturali della Guerra fredda ha molto a che vedere e condurrà a strascichi imprevisti: come quando nel 1977, sull’onda del fortunato filone anticristico del primo The Omen dell’anno prima, esce Holocaust 2000 di Alberto De Martino – che associa all’Anticristo nientemeno che la costruzione di una fatale e gigantesca centrale termonucleare.

Si riserva dunque agli autori la libertà (rigorosa) di articolare il discorso con l’originalissimo taglio che da Fontana traghetta a Godzilla. E intanto ci lasciamo portare dall’affascinante esperienza di un viaggio che per molti di noi recupera almeno scampoli di un passato amato e remoto.

Torino, maggio 2024

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Hammer Show (II) https://www.carmillaonline.com/2022/08/05/hammer-show-ii/ Fri, 05 Aug 2022 20:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73330 di Franco Pezzini

(qui la prima parte)

Fantasmi a West Wycombe

La nostra indagine non può dirsi conclusa davanti al muro di cinta di Medmenham: e per trovare qualche altra traccia dello sfuggente Sir Francis puntiamo verso West Wycombe, sede del suo palazzo di famiglia e di una certa parte delle sue gesta. Mentre maciniamo le circa sei miglia del tragitto abbiamo agio di pensare all’entità dell’impatto dell’epopea libertina sul paese dove poi sboccerà l’età vittoriana – due poli simbolici più profondamente connessi, in realtà, di quanto superficialmente si possa immaginare. Certo [...]]]> di Franco Pezzini

(qui la prima parte)

Fantasmi a West Wycombe

La nostra indagine non può dirsi conclusa davanti al muro di cinta di Medmenham: e per trovare qualche altra traccia dello sfuggente Sir Francis puntiamo verso West Wycombe, sede del suo palazzo di famiglia e di una certa parte delle sue gesta. Mentre maciniamo le circa sei miglia del tragitto abbiamo agio di pensare all’entità dell’impatto dell’epopea libertina sul paese dove poi sboccerà l’età vittoriana – due poli simbolici più profondamente connessi, in realtà, di quanto superficialmente si possa immaginare. Certo in questa galleria di personaggi c’è di tutto: ma per capire Dashwood è opportuno proprio considerare la contraddittoria commistione di scandali e pretese di status, istanze genuine di libertà e sprofondamenti nichilistici nell’autodistruzione fisica e morale di cui è punteggiata una stagione culturale protratta in Inghilterra dal Sei all’Ottocento.

Si pensi per esempio a John Wilmot, secondo conte di Rochester (1647-1680), autore di opere satiriche ed erotiche, amico di Carlo II ma periodicamente in disgrazia a corte – e abbastanza spudorato, durante uno di questi esilî (ma sarebbe meglio dire latitanze) da dispensare cure sotto falsa identità come “dottor Bendo” specialista in problemi ginecologici. Muore ancor giovane devastato da malattie veneree e abuso di alcolici, ma raccoglie stima tra i letterati dell’epoca e si guadagnerà il ruolo di protagonista nel film The Libertine con Johnny Depp, presentato al Toronto Film Festival nel 2004. E d’altra parte, restando ai letterati, pensiamo ad Aphra Behn (1640-1689), una delle prime donne inglesi a fare della scrittura una vera professione, capace di cantare liberamente e analizzare con sottigliezza il desiderio da un’ottica femminile, ma senza rigide barriere di genere – tanto più che è serenamente bisessuale. Autrice prolifica – poesia, prosa e soprattutto opere teatrali – riesce a svolgere anche attività di spia per conto della corona.

Per il secolo successivo, ricordiamo il convitato delle ultime feste George Augustus Selwyn (1719-1791), educato a Eton e Oxford (da cui è cacciato per una parodia dell’eucarestia dove forse ha usato il suo sangue), in seguito sfaccendato parlamentare con qualche redditizia sinecura. Molto popolare in società per il suo gusto artistico, e frequentatore egli pure – pare – dell’orizzonte Hellfire Club, è però un personaggio molto più sinistro di Dashwood. Come testimonierà Walpole che l’ha conosciuto già a Eton, Selwyn non apprezza nulla quanto un criminale, a parte l’esecuzione di costui: il Nostro ama infatti i dettagli più macabri dei fatti di sangue, e nutre una vera passione per le scene sui patiboli. Basti dire che nonostante la guerra dei Sette Anni, nel 1757 si fionda a Parigi per godersi la (spaventosa) esecuzione di Robert-François Damiens, attentatore alla vita di Luigi XV: nessuno stupore che i francesi, considerando la professionalità del turista, arrivino a chiedergli se il boia è lui. Risposta del Nostro (se non è una leggenda): “No, Monsieur, non ho un tale onore: sono solo un amatore”. Selwyn non si sposerà mai, ma è documentata la sua tenerezza (un po’ ossessiva ma pare candida) verso figli e figlie di amici, in particolare Maria “Mie Mie” Fagniani figlia della marchesa Fagniani e del Duca di Queensberry, della quale otterrà la custodia tutelare lasciandola alla fine ricchissima. Selwyn impazzerà in società persino quando ormai sembra un manichino di cera, tanto è conciato, e morirà di gotta come tanti aristocratici d’epoca rimpinzati di carne, ma avrà sopravvivenza nel ricordo e nell’immaginario: dal già citato Chrysal, Or the Adventures of a Guinea al Melmoth the Wanderer di Maturin, e ancora molto più tardi. Per esempio, il raggelante personaggio di Le Convive des dernières fêtes di Auguste Villiers de L’Isle-Adam, 1883, è ispirato probabilmente a lui, e in modo anche più diretto La Faustin di Edmond de Goncourt, 1914, mostra un gentiluomo inglese con pulsioni sadiche, tale George Selwyn, in cui l’omonimo settecentesco è mixato col virtuoso della frusta Algernon Swinburne. Di fronte a simili personaggi hanno buon gioco i connazionali di Sade a etichettare un po’ acidamente il sadomasochismo (più propriamente il gioco con le fruste) come vice anglais. Ma ci si può domandare se il Selwyn Mangiamorte di Harry Potter non sia ancora un ricordo del vecchio necrofilo.

E ancora – ma l’elenco dei simil-libertini eccellenti in terra britannica potrebbe continuare assai più a lungo – pensiamo a William Beckford (1760-1844), il voltairiano e (proto)romantico Califfo di Fonthill autore del fantasmagorico Vathek, nonché edificatore di un’altra Abbey ancora più folle nella campagna del Wiltshire: non solo il suo romanzo più noto rappresenta una sorta di malizioso mandala del Caos, una rilettura cinica e gotica delle Mille e una Notte, ma la sua relazione con il giovanissimo amico William “Kitty” Courtenay sarà causa di scandalo e scomunica sociale… Volti insomma diversissimi, accomunati tra gli eccentrici padri di ogni futura sovversione britannica.

 

 

Arriviamo finalmente a West Wycombe. Con la grandiosa villa della famiglia Dashwood costruita tra 1740 e 1800, West Wycombe Park, a ricapitolare la storia delle mansion aristocratiche del Settecento britannico tra palladiano e neoclassico e riccamente ispirata a spunti italiani: una lunga serie di produzioni cinematografiche e televisive vi troveranno set, dall’Arancia meccanica di Kubrick (1971) alle serie The Crown (2019), Belgravia (2020) e  A Very British Scandal (2021). Ovviamente passeggiando nello splendido parco non è possibile accorgersi che la forma rappresenti un corpo femminile: ma nella ricca serie di tempietti, padiglioni e follies disseminati qua e là secondo l’uso dell’architettura di giardini settecentesca, il Temple of Venus abbina il tempietto vero e proprio con una copia della Venere di Milo, a un piccolo tumulo sottostante con un parlatorio, una grotta artificiale grande quanto una stanza. Vi si accede attraverso un’apertura ovale fiancheggiata da pareti curve, a evocare un sesso femminile come punto focale del parco, almeno se visto dalla casa (cfr. qui). Puntiamo però, a questo punto, alle famigerate Caves.

Il negozio di dolci.

 

Il pittoresco paesotto, un migliaio di abitanti, è amorevolmente curato dal National Trust fin dal ’29: stretti attorno alla solita High Street sono infatti piccoli gioielli dell’architettura di villaggio databili dal Cinque al Settecento, come il Church Loft già luogo di accoglienza dei pellegrini, e alcune deliziose botteghe – compresa quella con la grande scritta Sweets, dolci a volontà, che attira le concupiscenti attenzioni dei nostri figli. Un’attenzione particolare merita però The George and Dragon Hotel, per la storia (riporta il depliant del posto) di “Sukie, la deliziosa arrampicatrice sociale il cui fantasma, si dice, infesta l’edificio”. La storia richiede un preambolo.

Da moltissimo tempo – se non dalla preistoria – le Chiltern Hills sono state sforacchiate per trarne selci, abbondanti nel bianco gessoso del calcare dove formano macchie e striature scure; e nelle maps della zona (compresa quella di Google) sono indicate varie Hell Fire Caves, in qualche modo connesse agli allegroni di cui sopra. Proprio di fianco a West Wycombe si apre in effetti la più nota, fatta scavare da Dashwood dichiarando fini simili alle odierne occupazioni di pubblica utilità. Tre successive crisi nei raccolti hanno messo a terra gli abitanti, per cui Milord offre loro lavoro per uno scellino al giorno: dovranno scavare un lungo tunnel all’interno della collina – il calcare è abbastanza morbido da non offrire eccessiva resistenza – ricavando selce per pavimentazioni stradali e costruzioni, come in parecchi edifici a West Wycombe. È possibile che i lavori facciano sparire tracce di una cava preesistente; visto però, fa notare qualcuno, che la selce copre i fianchi della gessose Chiltern Hills, la motivazione di uno scavo tanto profondo a fini estrattivi pare almeno discutibile. Comunque sia, tra il 1748 e il 1754 la Caverna è estesa alle attuali ragguardevolissime dimensioni, offrendo al Nostro una simpatica tavernetta, la gratitudine degli ex-contadini e – sostengono i malevoli – la loro disponibilità a chiudere un occhio su quanto avverrà all’interno. Pare in effetti che le riunioni dei Monaci dopo il ’62 avvengano qui dentro, o almeno un certo numero di riunioni: ma sulla loro natura c’è dibattito. Certo, ricordando i bunga-bunga di Medmenham, è abbastanza facile immaginare che i grandi spazi ricavati nelle cosiddette Hell Fire Caves siano finalizzati alle stesse attività; e non manca chi faccia confusione tra i due luoghi. In realtà non sussistono prove certe per sostenere un uso orgiastico, anche se i motivi per negarlo a priori (la datazione relativamente tarda dell’utilizzo, quando l’esperienza dei Monaci sarebbe stata ormai al tramonto, e l’oggettiva scomodità di talune pratiche nell’umido di una grotta) restano altrettanto deboli.

Nel cortile d’ingresso alle Caves.

Comunque sia, dai giorni di Dashwood le Caves rappresentano un importante punto di riferimento per l’immaginario della comunità di West Wycombe: e ad esse si collega anche la storia di Sukie. Secondo la tradizione, la ragazza fa parte della servitù del The George and Dragon. E se la tira un tantino: carinetta, ha rifiutato le proposte di tre giovanotti del villaggio sulla base del deterministico progetto di diventare moglie di un aristocratico. Ovvio che quando un bel giorno un tipo dall’aria altolocata si ferma alla locanda, Sukie ce la metta tutta per farsi notare. E ci riesce così bene che il gentiluomo comincia a farsi veder lì ogni giorno. Se davvero si tratta di un aristocratico non è così facile che alla fine ci scappi un matrimonio, ma in campagna non si può mai dire: e possiamo immaginare questa signorina tutto pepe che, tra cambi di asciugamani e piatti da rigovernare, brilla di luce propria ogni volta che appare il suo bello. Il problema è che i tre spasimanti rifiutati non l’hanno presa affatto bene, e decidono a questo punto di darle una lezione. Preparano così una lettera firmata – simulano – dal gentiluomo: travolto dalla passione, chiede a Sukie di fuggire con lui. La ragazza dovrà solo indossare un vestito bianco e andare a incontrarlo quella notte stessa alle Caves… Sukie non se lo fa dire due volte, col buio raggiunge il posto, accende una torcia e penetra nella grotta. Ovviamente non immagina che i tre birbanti se ne stiano in agguato nascosti dietro una roccia: e appena lei passa, fanno in modo che la torcia le cada e si spenga. Terrorizzata, Sukie si mette a scappare nelle tenebre, con i tre urlanti alle calcagna: ed è allora che capita l’incidente. Un piede in fallo, la craniata contro la parete della grotta… Invano i tre, con i soccorsi subito chiamati, la raccolgono riportandola alla sua stanza nella locanda: Sukie è ormai in coma, e il dottore chiamato non può impedire che si spenga. Sono le prime ore del mattino: e da allora la sventurata apparirebbe come fantasma proprio in quel tempo fatale. Sono passati infatti solo pochi giorni e una coppia di ragazze che si dividono quella stanza finiscono con lo scappare a gambe levate per la fifa, rifiutando poi di tornare alla locanda – e in seguito si moltiplicheranno le attestazioni sull’ombra bianca femminile lì a zonzo nelle prime ore del mattino. Insieme, va detto, ad altri fantasmi, secondo la migliore tradizione britannica.

Le Grotte del Fuoco dell’Inferno.

Se a Medmenham tutto cospira per rendere difficile la nostra ricerca, qui la situazione è opposta: le Grotte del Fuoco dell’Inferno sono un luogo da weekend per famiglie, con sala da tè e vendita di libri e pupazzetti gotici. Ad accoglierci troviamo un ingresso amabilmente in tema, comprensivo di rovina pittoresca sovrastante la grotta (originale) e fiamme finte (moderne); e la definizione web usata da un visitatore per le Caves, “fantastically kitsch”, pare congrua. Pagato il biglietto entriamo infatti in una dimensione sotterranea popolata di manichini in costume, che riesce tuttavia a risultare suggestiva – a patto almeno di non soffrire di claustrofobia.

Le pareti del tunnel – quelle, si presume, su cui la povera Sukie si ruppe la testa – offrono cartelli con dettagliate spiegazioni sulla storia del luogo e le avventure di Dashwood & soci, ma anche altre iscrizioni di epoca varia: dal graffito che commemora un ottocentesco Lord Luxford, forse di passaggio, a un più moderno pentacolo a gessetto. Può restare invece il dubbio se alcune facciotte che sembrano spuntare dalle pareti rappresentino grottesche – o meglio, ombre appena sbozzate di grottesche, come spiritelli che prendano lentamente forma – o non piuttosto formazioni casuali. In qualche caso però sono chiaramente volute, e si apre piuttosto la questione se siano originali o invece risalgano ai lavori di sistemazione che a metà del ventesimo secolo permettono la riapertura delle Caves. L’undicesimo baronetto discendente e omonimo del vecchio Sir Francis, impressionato dalla quantità di visitatori nelle americane Carlsbad Caverns, ha fiutato l’affare per quelle di famiglia: dunque già nel ’51 il percorso sotterraneo è aperto ai turisti, ma i lavori continuano e la Grande Sala viene sistemata solo nel ’74.

Le facciotte sulle pareti delle Caves.

 

Diavoli, burloni e cinefili

Tra gli amici del vecchio peccatore figura, curiosamente, anche Benjamin Franklin: e la quinta tappa nel condotto (dopo l’ingresso, il Toole Store, la Whitehead’s Cave e il Lord Sandwich Circle – quest’ultimo così chiamato perché il tunnel vi assume una forma ad anello) è appunto la cosiddetta Franklin’s Cave. Benché qualcuno annoveri senz’altro Franklin tra i Monaci, sembra che egli prenda parte agli incontri della Fratellanza solo occasionalmente, come non-membro, durante il suo soggiorno in Inghilterra. Non è strano, perché i Monaci comprendono parecchi nomi politici di rilievo, e Franklin – che potrebbe aver svolto sull’isola attività in qualche modo spionistica – avrebbe avuto motivi obliqui e molto concreti per interloquire con loro. In quel contesto, o forse più tardi, l’americano visita anche le Caves. Sembra comunque che la strana coppia Dashwood-Franklin funzioni, e i due si trovino simpatici. Passeranno insieme tre soggiorni estivi a Wycombe; e il vecchio blasfemo che negli ultimi anni si era volto a una visione deistica, intraprendendo anche una revisione in tal senso del Prayer Book, chiederà l’aiuto dell’americano per le sue riscritture. A pensarci, non è strano: entrambi sono massoni, e la prospettiva di un’iniezione di deismo massonico in credo e liturgie della Chiesa d’Inghilterra non può che vederli fare comunella.

La Franklin’s Cave ha una strana forma, e culmina nella cosiddetta Children’s Cave. Ma di fianco il condotto riprende e conduce alla spettacolare, gigantesca Banqueting Hall, con l’alta volta e statue pagane piazzate nelle nicchie (sospetto, in realtà, dai gestori moderni): un posto sicuramente pittoresco per cenette con gli amici. Possiamo immaginare alla luce di infinite candele i gentiluomini imparruccati che si affaccendano con dita unticce su pollame e selvaggina, mentre il fuoco strappa riverberi dai bicchieri: e si può sospettare che non manchi loro la buona compagnia. La sala è rotonda, ma il tunnel continua di lato a semicerchio – forse anche per permettere alla servitù un più libero movimento. Proseguendo, si arriva dunque a un’altra curiosa struttura, chiamata Triangle perché il tunnel corre con un percorso triangolare attorno a un pilone di roccia; e, superata anche la cosiddetta Miner’s Cave, si arriva a un piccolo corso d’acqua sotterraneo pretenziosamente chiamato Stige. L’Inner Temple – ultima tappa, da cui si è poi costretti a tornare indietro – è popolato di manichini, più numerosi di quelli incontrati qui e là durante il percorso: anche Dashwood vi è effigiato, nel costume sultanesco di un altro suo celebre ritratto (del resto fa parte anche dell’esclusivo Divan Club, dei gentiluomini che abbiano avuto contatti con la Turchia), e in un angolo compare un babbuino.

Qualcuno dei manichini nelle Caves.

Nel citato Chrysal; Or the Adventures of a Guinea, infatti, emergeva la storia divertente e forse inventata di uno scherzo di Wilkes (i nomi mancano, ma l’identificazione è chiara) ai danni dei confratelli. Il burlone nasconde la scimmia, camuffata da diavolo con corna e mantellina, in una cassa sotto il proprio sedile; e al momento giusto la fa aprire, liberando l’animale. Improbabile che un babbuino se ne stia silenzioso in uno spazio tanto ristretto – a meno ovviamente che Wilkes preveda un tale fragore della tavolata da non temere una scoperta prematura. Comunque il babbuino zompa sulle spalle di Lord Sandwich che (continua la storia), avendo un po’ la coda di paglia e credendo di aver richiamato il Maligno con le pratiche della Fratellanza, si metterebbe a strillare: “Risparmiami, grazioso Diavolo! Risparmia un disgraziato che non è mai stato sinceramente un tuo servitore… Ho peccato solo della vanità di seguire la moda – tu lo sai che non sono mai stato perverso neppure la metà di quanto pretendevo. Che non sono mai stato capace di praticare la millesima parte dei vizi di cui mi vantavo…”. E proprio questa figuraccia indurrebbe Lord Sandwich, secondo il gossip, alla sorda ostilità verso Wilkes in cui la Fratellanza sprofonderà. Pare però che a Medmenham un babbuino ci sia davvero, e che Dashwood gli offra regolarmente l’ostia – non sappiamo se consacrata – in una parodia della comunione.

Una delle statue delle Caves.

Se la povera Sukie e qualche collega allignano nella locanda del paese, i beninformati comunicano che queste grotte sono intollerabilmente infestate: non possiamo dire di averne avuto esperienza, ma tutto è possibile. In ogni caso un fantasma c’è, in queste grotte, ed è quello del sesso: e già si è accennato alla diatriba sull’utilizzo o meno degli spazi per baccanali. Ma un altro fronte riguarda la struttura stessa delle Caves, se e quanto cioè la forma bizzarra sia legata a elementi contingenti – la preesistenza per esempio di una cava da allargare, o la presenza di filoni minerali che imponessero talune deviazioni del tunnel – o non sia piuttosto debitrice del sistema simbolico della Fratellanza. Non è chiaro per esempio cosa avvenisse nell’Inner Temple: un’alcova? Suggestiva a questo punto la teoria offerta dallo studioso Daniel P. Mannix (non citata nelle pubblicazioni del National Trust, e rifiutata dai discendenti di Dashwood): si tratterebbe cioè di simbologia sessuale, con l’utero nella Banqueting Hall, la rinascita attraverso il Triangle femminile, una sorta di battesimo nello Stige e i piaceri finalmente raggiunti nell’Inner Temple. Se non è vera, la soluzione è almeno intrigante.

Se comunque a Medmenham si vedeva troppo poco, qui nelle Caves si finisce col vedere troppo – dai manichini ai pupazzetti, tra frotte di famigliole in gita. Col rischio di perdere di vista la complessità storica degli eventi, al di là delle loro connotazioni grottesche. E una terza tappa s’impone.

St Lawrence, sulla collina di Wycombe, con la grande sfera dorata sul campanile.

Sempre qui, in realtà, dobbiamo solo risalire la collina. E posteggiando ritroviamo il silenzio: in questo momento non piove, solo un paio di persone passeggiano sotto il cielo grigio. Un tempo qui sorgeva un hill fort dell’Età del ferro, poi fu eretta una torre normanna: e sulle sue rovine il vecchio peccatore costruì la chiesa che ora ci appare dietro una macchia d’alberi, a sovrastare un cimiterino pieno di fiori. St Lawrence – tale il nome – fu costruita con la solita selce della collina secondo modelli veneziani, in uno di quegli slanci di passione per l’Italia comuni ai gentiluomini del Grand Tour; e sorge in corrispondenza dell’Inner Temple sotterraneo, novantun metri più in basso, a provocare domande sull’eccentrico committente. L’interno vanterebbe affreschi inspirati, pare, a quelli di Palmira in Oriente (richiamata anche nella villa, plausibilmente in memoria delle letture di Robert Wood, The ruins of Palmyra; otherwise Tedmor in the desart, London 1753): ma purtroppo non possiamo vederli, visto che l’edificio è aperto solo in certi orari, e nessun prete o sacrestano è disponibile. Visibilissima è invece l’enorme sfera dorata erta sul campanile. La si avvista a miglia di distanza, e non è un caso: la Golden ball ha un portello e permette l’accesso a un paio di persone. A quanto pare, serviva a Dashwood per spedire eliogrammi agli amici.

Subito oltre il cimiterino, però, c’è dell’altro: e qualunque cultore Hammer è pronto a riconoscerlo. L’enorme Mausoleo di Dashwood, 1765, è ispirato al Colosseo, ma con una strana pianta esagonale. Lo raggiungiamo e giriamo attorno sbirciando all’interno dalle cancellate, chiuse a impedire accessi non rispettosi: una struttura quasi teatrale di enorme fascino, costruita a ridosso del declivio e punteggiata sui muri interni di lapidi e sacelli della famiglia Dashwood. E in centro, serrata da un cancello come all’interno di un piccolo tempio, campeggia la tomba del Nostro. Le sbarre non c’erano, però, quando proprio qui venne girata la scena finale di uno degli ultimi film Hammer, To the Devil a Daughter (Una figlia per il diavolo) di Peter Sykes, 1976, liberamente tratto del romanzo di Dennis Wheatley.

Un personaggio, quest’ultimo, relativamente poco conosciuto in Italia, ma che sul piano narrativo meriterebbe una scoperta. Figura all’incrocio tra fiction, occultismo e servizi segreti, e ben informato sul giardino conchiuso di ciascuno di questi mondi, il prolifico Wheatley (1897-1977) va collocato nel suo mondo di monarchico tradizionalista e reazionarissimo con buoni e cattivi schierati senza equivoci: eppure i suoi romanzi, non esenti (ci pare oggi) da qualche lentezza d’epoca, ma tali da farlo griffare come “il Principe degli scrittori thriller” tra gli anni Trenta e i Sessanta, presentano spunti di notevole fascino. Consideriamo solo che l’immaginario sulla setta quale mostro-plurale, che ai nostri giorni miete tanto successo, trova proprio in Wheatley il proprio codificatore: per li rami, registi e sceneggiatori spesso ripropongono senza saperlo, attraverso una serie di debiti ispirativi, i topoi che proprio lui ha definito. Wheatley bazzica vari filoni, dall’avventura al fantastico/fantascientifico, dalla storia fino appunto all’occultismo di cui è considerato uno specialista (anche in grazia di conoscenze dirette dei mattatori di quel sottomondo, da Crowley a Montague Summers); e le sue opere forniscono abbondante materia al cinema popolare, in particolare alla Hammer.

Speciale rilievo ha, a questo proposito, la serie di undici romanzi incentrata sul personaggio del duca di Richleau, un aristocratico francese esiliatosi in Inghilterra in polemica col regime “socialista e borghese” della sua patria, e costretto a fronteggiare svariati pericoli sovrannaturali legati a sette sataniche. Particolarmente famoso è The Devil Rides Out, 1934, dove il duca combatte una specie di Crowley, lo stregone Mocata: e di lì la Hammer trae nel 1968 una splendida trasposizione sceneggiata da Richard Matheson e diretta da Terence Fisher. De Richleau è interpretato da un carismatico Christopher Lee, che approfondisce la parte con ricerche personali in campo esoterico; negli ultimi anni dell’attore correva anzi la voce di un suo possibile ritorno al ruolo. Rispetto al romanzo The Devil Rides Out, con l’incalzante susseguirsi di colpi di scena e la pirotecnia occultistica sfruttata fino alle estreme possibilità, il successivo To the Devil – A Daughter, 1953, è meno avvincente; e parallelamente il paragone tra i film presenta uno scarto tra il capolavoro di Fisher e l’onesta prova di Sykes – criticatissima dai cinefili seri, ma pur sempre godibile anche per l’ottimo apporto degli interpreti. Dove può non rilevare tanto la qualità del taglio horror – in fondo misurata a posteriori con criteri opinabili, e spesso con giudizi a piedi uniti che in questa sede interessano poco – ma l’enorme fascino antropologico e d’ambiente (un’Inghilterra di metà anni Settanta tra folk horror e nuove inquietudini) che, a dispetto di stroncature “facili”, un film del genere può a tutt’oggi vantare. Le concessioni al sesso inserite nel film (non esclusi i nudi frontali dell’allora quattordicenne Nastassja Kinski) a sviluppo di quelle allusive del romanzo indurranno Wheatley sdegnato a rompere i rapporti con la Hammer.

Se nel romanzo-base il maturo campione che sventa l’intrigo demoniaco è un militare, il colonnello Verney, nella pellicola trattane molto liberamente John Verney diventa uno scrittore esperto di occulto (come Wheatley, insomma) interpretato da Richard Widmark, e Christopher Lee veste i panni del vilain, cioè lo spretato diabolista Michael Rayner. Cambia anche il senso dell’avventura: qui si tratta di salvare la giovane novizia Catherine Beddows (appunto Nastassja Kinski) da un rito che la renderà incarnazione del Demonio. Dopo aver assistito alle orrende morti di due compagni, Verney deve accorrere proprio tra le mura del Mausoleo di Dashwood per strappare la ragazza dalle mani dello stregone – che ovviamente cerca di corromperlo offrendogli il potere supremo accanto a Catherine. Ma (per un complicato intreccio di trama che in questa sede non è importante riassumere) il cattivo Rayner ha mancato nei confronti dello stesso demone che serve, Astaroth, e Verney lo ammonisce: “Tutti i diavoli la odiano, Rayner, e la stanno aspettando”.

 

Rayner: “Il cerchio di sangue mi protegge; se ha consultato il Libro dovrebbe saperlo. Tra poco Astaroth rivivrà in questa fanciulla e io sarò di nuovo l’Eletto”.

Verney: “No, io la porto con me”.

Rayner: “E allora cosa aspetta a entrare nel cerchio e a prenderla?”

Verney: “Se lei pensa davvero che quel cerchio possa proteggerla, è un ingenuo”.

Rayner: “Questo cerchio è situato su una collina di silice [N.d.R.: guarda caso, proprio la selce scavata dagli ex-agricoltori del posto per ordine di Dashwood] e la silice è la pietra sacra di Astaroth”.

Verney: “Ma questa pietra [N.d.R.: quella con cui ha ucciso un adepto di guardia] è stata macchiata dal sangue di un suo discepolo. E adesso i demoni proteggeranno me”.

 

Quindi varca il cerchio, accoppa lo stregone e salva la ragazza. Allo spettatore resta un po’ criptico – ed è stato molto criticato – il fatto che all’improvviso il corpo di Rayner non ci sia più, forse portato via dai demoni. Eppure il bellissimo confronto di questo finale, in un luogo di enorme suggestione come il Mausoleo di Dashwood, resta indimenticabile – e basta a giustificare il viaggio fin qui.

Pur avendo visto il film – nei fatti, il canto del cigno della Hammer – solo molti anni più tardi, ricordo le locandine all’epoca dell’uscita in Italia. Era stata l’estate del mio primo innamoramento, e associo quell’immagine (i volti dei due maturi avversari su fondo scuro, e la ragazza in mezzo, sdraiata a gambe larghe per il parto blasfemo) al confuso rimescolio di emozioni. Un’ulteriore conferma, in fondo, del legame della Hammer con tutta una vita interiore.

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Hammer Show (I) https://www.carmillaonline.com/2022/07/29/hammer-show-i/ Fri, 29 Jul 2022 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73229 di Franco Pezzini

“Piacevoli stradine di campagna”

Arrivando da Heathrow, Windsor si trova a poca distanza: un luogo vivace pieno di negozi e turisti, dominato dalla massa impressionante del Castello reale. Il più grande castello abitato del mondo, visto che copre un’area di quarantacinquemila metri quadri; nonché quello abitato da più tempo, perché già Guglielmo il Conquistatore Buonanima aveva iniziato a costruirlo in un’area dove forse sorgeva una reggia anglosassone, e progressivamente i re hanno provveduto a allargamenti degli alloggi e nuove fortificazioni. La presenza, poco distante, del parco tematico Legoland Windsor col [...]]]> di Franco Pezzini

“Piacevoli stradine di campagna”

Arrivando da Heathrow, Windsor si trova a poca distanza: un luogo vivace pieno di negozi e turisti, dominato dalla massa impressionante del Castello reale. Il più grande castello abitato del mondo, visto che copre un’area di quarantacinquemila metri quadri; nonché quello abitato da più tempo, perché già Guglielmo il Conquistatore Buonanima aveva iniziato a costruirlo in un’area dove forse sorgeva una reggia anglosassone, e progressivamente i re hanno provveduto a allargamenti degli alloggi e nuove fortificazioni. La presenza, poco distante, del parco tematico Legoland Windsor col suo sabba di mattoncini e modellini – compreso un castello – finisce con l’assumere involontariamente un vago sapore allusivo.

Il Castello (quello vero) è una delle tre principali residenze ufficiali della Regina, con Buckingham Palace di Londra e Holyrood Palace di Edimburgo; e rappresenta ovviamente uno dei luoghi-simbolo della monarchia britannica e del suo rapporto con il popolo. Guardie al portone abituate a farsi fotografare sorridenti col bambino di turno, bandiere, la statua della regina Vittoria – “la vedova di Windsor” lì autoesiliata alla morte del marito Albert – davanti alle mura… Tributati dunque i giusti onori al turismo di rito, siamo autorizzati a cercare qualcosa di meno consueto: e a darci idealmente lo spunto è proprio la grande Vittoria, l’imperatrice di Sherlock Holmes e di Jack the Ripper, di Jekyll e dei nemici di Dracula, dei maghi della Golden Dawn e dello steampunk. L’imperatrice, in sostanza, di quella porzione del nostro immaginario – di chiunque in Occidente, in termini più o meno ampi – che risponde alle coordinate dell’età vittoriana.

Montati dunque in macchina, usciamo dal traffico di Windsor e superiamo le indicazioni stradali per Legoland e quelle per Eton – altro luogo di costruzione, sia pure con mattoni un po’ diversi – puntando a ovest in direzione Maidenhead. Dopo un po’ la circolazione si fa più tranquilla, mentre ai due lati della strada si impone una campagna qui e là punteggiata di boschi, memoria di quelli ben più estesi dei secoli passati. Se a Windsor le tracce delle Allegre Comari non sono molto evidenti, è da queste verzure che potrebbero sorgere i folletti farlocchi chiamati a confondere Falstaff.

E proprio tra gli alberi, a un certo punto, si apre sulla destra l’ingresso di un hotel. Ovviamente del tutto al di fuori da ogni possibilità passata, presente e (sono certo) futura delle nostre tasche: ma c’è un motivo specifico per cui vale la pena entrare, percorrere il vialetto fino al parcheggio fitto d’auto di lusso e guardarsi il castelletto turrito in neogotico vittoriano che ospita matrimoni, pranzi ufficiali e turismo d’alto bordo. Inalberando un sorriso da sfinge, entro: e affettando interesse quale potenziale cliente – compresa richiesta di depliant, anche se il mio aspetto straccione deve lasciare parecchio perplessi i custodi – butto un occhio nell’atrio. Tutto che brilla, gran traffico di gente che entra ed esce. Oakley Court, tale il nome del castelletto, viene costruito nel 1859 per un’autorità della zona, Sir Richard Hall Say, pare richiamando modelli d’Oltremanica per sovvenire alle nostalgie della giovane moglie francese. Tra i successivi proprietari vi abita il francese Ernest Olivier, console turco a Montecarlo, che lo rende luogo d’incontro di diplomatici e politici; e ospite è lo stesso De Gaulle allorché, durante la Seconda Guerra Mondiale, il castelletto diviene quartier generale della Resistenza francese. Olivier muore nel ’65, e Oakley Court rimarrà senza abitanti per parecchi anni, fino alla conversione in hotel alla fine del 1981; ma nel frattempo le sue mura conoscono una nuova stagione di celebrità come set cinematografico.

Oakley Court

In un’Inghilterra uscita faticosamente dalla Seconda Guerra Mondiale, i vertici di una piccola casa di produzione cinematografica, quella Hammer riemersa da bancarotta e peripezie assortite, trovano infatti più conveniente girare in vecchie ville di campagna che affittare costosi teatri di posa. Il risultato è che già nel 1949 vari film vengono realizzati a Oakley Court; e il castelletto ricomparirà periodicamente sullo sfondo di trame più o meno fantastiche nei decenni seguenti. Per esempio in The Reptile (La morte arriva strisciando) e The Plague of the Zombies (La lunga notte dell’orrore), due horror interessanti e non troppo considerati, entrambi 1966; ma anche in produzioni extra-Hammer come Mumsy, Nanny, Sonny and Girly, 1969, il pregevole And Now the Screaming Starts! (La maledizione), 1973, il birichino Vampyres (Ossessione carnale), 1974, e persino in The Rocky Horror Picture Show, 1975, come castello del dottor Frank N. Furter.

Però la vicina proprietà di Down Place, con la sua villa elegante e asimmetrica, è anche più spaziosa: all’inizio dunque degli anni Cinquanta la Hammer provvede all’acquisto e vi installa i leggendari Bray Studios, luogo di culto per un’intera generazione di amanti del fantastico. In quest’angolo del Berkshire, località Water Oakley – il villaggio di Bray, da cui il nome, si trova appena oltre – nel ’53 vengono girati i primi due film di fantascienza della casa, Four Sided Triangle e Spaceways (Viaggio nell’interspazio), entrambi diretti da quel Terence Fisher il cui nome resterà indissolubilmente associato al marchio; e qui in prosieguo ricompariranno in scena i grandi mostri dell’horror, archiviati dagli USA con la Guerra Fredda contro il Pianeta Rosso Comunista, e riproposti dalla Hammer con uno scatto di orgoglio gotico (roba inglese, no?) proprio grazie a Fisher e alla mitologica coppia di Peter Cushing & Christopher Lee.

Agli immensi studios Universal con legioni di figuranti si contrappone così alla fine degli anni Cinquanta, con impatto planetario, quest’angolo sperduto di campagna britannica con la sua compagnia quasi teatrale, che va dai produttori alla signora che prepara i panini, e una villa continuamente riadattata come un palcoscenico. Gli Studios sfruttano palmo per palmo gli spazi di Down Place: ci sono due aree per le riprese, cioè una sala al pianterreno della villa e un’altra lì accanto, costruita apposta, destinata ad accogliere in seguito il laboratorio di The Curse of Frankenstein (La maschera di Frankenstein), 1957, e salone e scalinata del successivo Dracula (Dracula il vampiro), 1958. Altri due set verranno allestiti in prosieguo, ma ogni angolo della costruzione può all’occorrenza ospitare riprese, tanto più che pareti teatrali vengono montate e smontate: e i cultori dei film Hammer possono bearsi di riconoscere, da uno all’altro, le ingegnose modifiche apportate attraverso giochi di scenografia e quelle pitture su vetro – le cosiddette matte – antesignane degli sfondi in computer grafica.

Un fan, David L. Rattigan, tempo fa aveva raccolto nel suo sito foto di estremo interesse per cogliere questa trasformazione fantastica degli spazi. Le finestre sporgenti a vetrata della sala da ballo di Down Court appaiono per esempio in The Mummy (La mummia), 1959, quale esterno della casa dell’archeologo protagonista John Banning; e l’ingresso principale della villa, usato per il carcere svizzero di The Curse of Frankenstein, torna come cortile di monastero transilvano in Dracula Prince of Darkness (Dracula il principe delle tenebre), 1966, e mercato russo in Rasputin: The Mad Monk (Rasputin, il monaco folle), 1966. Da un altro lato della villa è allestito il backlot, cioè l’area con set da esterni permanenti: inizialmente usato per suggerire accessi con fossati verso castelli (Dracula, 1958, The Hound of the Baskervilles / La furia dei Baskerville, 1959), diviene scena di villaggio in vari film successivi (The Brides of Dracula / Le spose di Dracula, 1960, The Curse of the Werewolf / L’implacabile condanna, 1961, Captain Clegg / Gli spettri del Capitano Clegg, 1962, The Phantom of the Opera / Il fantasma dell’Opera, 1962, The Scarlet Blade / La lama scarlatta, 1963, e The Devil-Ship Pirates / La nave del diavolo, 1964); acquista una grandiosa struttura a colonne nei citati Dracula Prince of Darkness e Rasputin; e ritorna infine villaggio in The Plague of the Zombies and The Reptile, Frankenstein Created Woman (La maledizione di Frankenstein) e The Mummy’s Shroud (Il sudario della mummia), gli ultimi due del 1967, anno finale della Hammer a Bray prima di passare ai più anonimi studi di Elstree e Pinewood.

Alla vaghezza atemporale degli horror Universal, dove la dimensione storica non interessava, si oppone in Inghilterra una riscoperta del gotico in costume, con la ricostruzione d’ambiente di un Ottocento (mitteleuropeo o britannico non importa) profondamente vittoriano – come profondamente vittoriano è Fisher. E al baraccone dei mostri degli anni Trenta e Quaranta, circonfuso di meraviglioso e poesia e nutrito di Bibbia e freudismi precotti, si contrappone qualcosa di ben più sfuggente e perturbante. In The Curse of Frankenstein e nei seguiti il vero mostro è lo scienziato, coi suoi demoni interiori; nel Dracula, il vampiro è lo spettro erotico che aggredisce dall’interno la società vittoriana nella sua dimensione più profonda, il sesso; in The Mummy, emerge il fantasma di una necrosi generazionale e culturale che rende l’archeologo interiormente sclerotico quanto la Mummia lo è esteriormente… Fino al mostro-femmina di The Gorgon (Lo sguardo che uccide), 1964, il fantasma che si insedia a ogni anello di una catena umana di amanti condannati, in un apologo amarissimo, più poetico che orrifico, sulle conseguenze devastanti del sentimento. Se ormai i dati tecnici sono reperibili ovunque online e l’approccio da fandom può interessare fino a un certo punto, oggi è prezioso riflettere soprattutto sul motivo per cui questi film piacciono ancora tanto: e in particolare sulla mitologia sottesa, sugli archetipi e le dinamiche in scena, sul tipo di “misteri” – in accezione totalmente laica, ma simbolicamente fortissima – celebrati a beneficio di un pubblico che partecipa idealmente e anche contraddittoriamente a una simile liturgia.

I mostri Hammer non sono quelli del baraccone come nell’età Universal, ma fantasmi delle crisi di un’epoca, della psiche e della cultura, dell’educazione e dei sentimenti; mostri di un mondo nuovo, a colori, dove il sangue recupera il suo colore (più o meno) naturale e il sesso è evocato con una potenza allusiva tutta vittoriana, mai prima conosciuta nel cinema popolare. E anzi proprio gli abiti continuamente riproposti dell’età di Vittoria, tempo mitico di certezze e di crisi & paradiso perduto del gotico, finiscono con l’incontrare idealmente le minigonne di una Swinging London che irrompe.

A distanza di parecchi anni, nelle sue memorie, Cushing ricorderà con parole affettuose quegli studi “nella serenità boschiva sulle rive del Tamigi, con ampi prati che scendevano fin sul bordo dell’acqua”; l’autostrada non c’era e occorreva più tempo per arrivare, “ma percorrevamo piacevoli stradine di campagna in mezzo a scenari pastorali, proprio belli nella prima luce del mattino”. Ancor oggi, con un traffico certo maggiore, è possibile capire cose Cushing intendesse: e abbiamo appena ripreso la strada in direzione Maidenhead, quando un’insegna che richiama graficamente uno stralcio di pellicola indica la stradina che sulla destra conduce agli studi. Nell’immetterci, mi scopro emozionato: e dopo un po’, a un gomito dello stretto sentiero, appare il cancello con l’insegna Bray Studios. Non è possibile entrare – le vicissitudini della proprietà hanno movimentato raccolte di firme – ma mi basta fermarmi un momento. I custodi ci guardano perplessi mentre accostiamo e scattiamo qualche foto, ma arriva il furgone della posta e impegna la loro attenzione. In distanza si erge nel verde il profilo di Oakley Court, attorno è silenzio. Del resto, scopriremo, niente qui attorno ricorda esplicitamente quella stagione lontana: non targhe, né vetrine con locandine o pubblicazioni sull’epoca d’oro, e neppure insegne di pub con Dracula che azzanna fanciulle. Solo silenzio, a ricordare che da questo cancello sono passati i protagonisti di una delle più grandi epopee novecentesche dell’immaginario.

L’ingresso ai Bray Studios

Torniamo alla strada principale. Chi abbia tempo può permettersi – ennesima deviazione sulla destra – una capatina al villaggio di Bray, graziosissimo e molto curato, con l’antica chiesa parrocchiale di St Michael, il più antico club di cricket del Paese (1798) e un paio di ristoranti alla moda. Ma la prossima tappa è Maidenhead: non perché ci sia alcunché da vedere in loco (al di là del solito centro commerciale), ma si tratta di una comoda tappa per alcune escursioni un po’ particolari che ci siamo riproposti.

Piccoli rave a Medmenham

Nel sistema mitologico Hammer ritorna con insistenza la figura dell’aristocratico impenitente, pronto a perpetrare i più empi misfatti, magari all’insegna di quella ritualità (sacrifici di fanciulle e dintorni) che con toni diversi corre un po’ in tutta la produzione della casa. Ovviamente si tratta di un modello mutuato da una lunga tradizione gotica: eppure viene da domandarsi se la squadra di Bray non riceva qualche suggestione dalla fama di un certo personaggio che viveva non distante, e dal suo giro di compari brillanti quanto equivoci. A poche miglia di lì, poco oltre Maidenhead, si trovano infatti i luoghi d’azione del più celebre dei cosiddetti Hellfire (o Hell Fire) Clubs, termine generale per le conventicole libertine di nomi eccellenti sorte tra Inghilterra e Irlanda fin dagli inizi del Settecento, con connotati relativamente misteriosi e fama sulfurea: in questo caso il gruppo di aristocratici e artisti raccolto attorno al potente Sir Francis Dashwood (1708-1781), figlio di un uomo d’affari assurto a baronetto. In realtà l’interessato, che potrebbe aver fatto parte di un Hellfire Club negli anni Trenta e aderiva a una Society of Dilettanti (1732) con membri, pare, di un altro Hellfire Club precedente, non riproporrà mai quel termine per la propria compagnia – ma il contesto sembra analogo e viene pacificamente utilizzato. Si dice sia stata l’esperienza del Grand Tour (comune a ogni gentiluomo dell’epoca, ma nel suo caso estesa fino alla Russia) a fargli incontrare esperienze religiose ch’egli giudica connotate da un totale rifiuto di Natura e Ragione: e restano celebri le sue burle ai danni di pellegrini a Roma e poi ad Assisi. D’altra parte l’idea di fondare in chiave di beffa un’istituzione che ad ascesi e rinunzie contrapponga tra Bacchi, Veneri e Priapi più sollazzevoli pratiche di “social felicity” non pare strana nel contesto di un anticlericalismo inglese nutrito di ateismo libertino e suggestioni neopagane.

Dashwood raccoglie così un gruppo di allegroni, “dilettanti in arte e letteratura” tra gli uomini più potenti del regno: in particolare c’è quel John Montagu, quarto conte di Sandwich che noi rammentiamo quasi solo come inventore del panino imbottito (sul tema c’è discussione), ma che all’epoca vanta ben altro rilievo. Sono poi della partita il fratello del fondatore, John Dashwood-King, gli alleati politici George Bubb Dodington e Paul Whitehead, vari parlamentari tra i quali il giornalista John Wilkes (che più tardi negherà di aver fatto parte della cerchia più ristretta, ma il legame c’era), vari professionisti e possidenti, il noto artista William Hogarth che lascerà una ricchissima documentazione in chiave grottesca sull’Inghilterra del suo tempo, alcuni poeti… Nasce così la cosiddetta Brotherhood of St. Francis of Wycombe, od Order of Knights of West Wycombe, dal luogo della dimora di famiglia di Dashwood nel Buckinghamshire: e pare si scelga di celebrarne proprio a West Wycombe il primo ritrovo nella Notte di Valpurga del 1752 (benchè altre fonti datino l’inizio delle attività sociali al ‘49, o addirittura al ‘46). La villa palladiana del Nostro è abbastanza confortevole per simili festini – in seguito, vedremo, egli disporrà anche delle Caves nella collina, anche se non è sicuro il tipo di utilizzo – e del resto ci sono le ricche case dei confratelli, utilizzabili all’occasione per quei primi incontri.

Ma nel frattempo Dashwood ha adocchiato il corpo in rovina di un’abbazia cistercense del XII secolo a Medmenham (sempre Buckinghamshire), di proprietà dell’amico Francis Duffield: nel 1751 provvede dunque ad affittarlo, e lo affida all’architetto Nicholas Revett per una sontuosa ricostruzione nello stile del revival gotico. L’Abbazia, all’epoca e poi in seguito nella tradizione gotica (fino alla Carfax Abbey del Dracula cinematografico), è il luogo-simbolo di un passato suggestivo, il concentrato di esotismi pseudopapisti, rovine ammantate di mistero e serraglio di sogni. Nessuno stupore dunque che gli incontri della Fratellanza vengano spostati da West Wycombe a Medmenham, rifugio assai più appartato e insieme spalancato a tanta suggestione: donde il nome birichino di Monaci o Frati di Medmenham che i membri assumeranno. Un celebre ritratto dei tardi anni Cinquanta per mano di Hogarth, parodiante l’iconografia sacra, mostra Dashwood in saio francescano (in fondo si chiama Francis), in devota contemplazione di una donnina nuda davanti a un testo erotico, sotto un’aureola da cui occhieggia malizioso il sodale Lord Sandwich. I membri – a sentire almeno il gossip degli anni Sessanta – si chiamano l’un l’altro “Fratello”, sotto la direzione di un “Abate” che periodicamente cambia: e gli abiti rituali prevedono il bianco per i primi (pantaloni, giacca, cappello) e il rosso per il secondo. I “felici discepoli di Venere e Bacco” – così Wilkes – si distinguono però in due ordini: quello superiore di una dozzina di “apostoli” e uno inferiore di quaranta o cinquanta adepti. Quanto alle signorine di servizio – chiamate “ospiti”, secondo l’eufemistico uso per prostitute, o più genericamente nuns, “suore” – non vengono tutte dai bordelli: la schiera è accresciuta da ragazze del posto in cerca di brividi e soprattutto da signore della buona società (Lady Montagu compresa), legate ai Monaci da rapporti di parentela, fidanzamento o matrimonio. Come ricorderà il contemporaneo Horace Walpole – che non li sopporta – gli adepti sono di osservanza “rigorosamente pagana: Bacco e Venere erano le divinità alle quali offrivano sacrifici quasi pubblicamente; e le ninfe e le botti raccolte in occasione delle feste di questa nuova chiesa informavano a sufficienza il vicinato del temperamento di tali eremiti”.

Sempre secondo le informazioni che poi circoleranno, i rave di cibo, vino & sesso (due volte al mese, più un soggiorno di almeno una settimana in giugno o settembre) prevedono parodie di riti sacri con abbondanti connotazioni porno. Ovviamente si diffonde anche la voce, come per i precedenti Hellfire Clubs, che il gruppo coniughi a vizio, nunsploitation e blasfemie assortite un vero culto del diavolo. In teoria non si può escludere che venga scomodato per beffa anche Belzebù; e del resto, considerando come nell’immaginario britannico il diavolo assuma volentieri il saio (si pensi al Faustus di Marlowe) la scelta non apparirebbe così innovativa. Sul tema si favoleggerà tanto che qualunque saggio sul satanismo deve oggi riportare almeno una menzione dei Monaci di Medmenham. Ma una tale devozione è ben poco probabile, al di là di quel satanismo ludico (la definizione è di Massimo Introvigne, cfr. il suo I satanisti, SugarCo 2010), cioè per épater le bourgeois, che i Monaci condividono con altre realtà dell’epoca; mentre troviamo la voce cavalcata dai nemici di Dashwood in quel contesto di divisioni e scandali degli anni Sessanta in cui l’Ordine sembrerà affondare. Nel 1762, il Conte di Bute nomina Dashwood Cancelliere dello Scacchiere, nonostante l’uomo non sia affatto preparato per il ruolo (e lo lascerà di corsa l’anno dopo, per i tumulti causati da una tassa sul sidro che ha inopinatamente varato). In ogni caso il libertino siede alla Camera dei Lord come quindicesimo barone le Despencer quando scoppia il caso (1763) di un libello sedizioso a firma di Wilkes: e le indagini conducono a ulteriori scoperte nei suoi cassetti, relative a materiali pornografici – An Essay on Woman, che parodiava in modo bricconcello An Essay on Man di Alexander Pope, e potrebbe essere stato scritto non da Wilkes ma da Thomas Potter, un altro dei Monaci – subito denunciati da Lord Sandwich in Parlamento. In effetti, a dispetto di alcune pregevoli iniziative per limitare il potere dell’esecutivo e del legislativo (come il divieto degli arresti arbitrari, il diritto degli elettori di scegliere propri candidati senza veti istituzionali e la libertà di critica dei giornali al governo e di riportare i testi delle sedute parlamentari), e di una grande popolarità, il profilo del radicale Wilkes può non risultare limpidissimo: ma è anche grazie a lui, ricordiamolo, che una serie di diritti civili entreranno nella civiltà occidentale. Per contro, certo limpido non è Lord Sandwich, coinvolto nelle attività dei Monaci e per un periodo amante, in contemporanea di Wilkes, della stessa cortigiana, la bella e a suo modo dignitosa Fanny Murray (1729-1778), a cui era dedicato An Essay on Woman: e la popolazione non riconosce a questo maneggione aristocratico la dignità morale di accreditarsi a censore. Col risultato che il tribunale viene invaso dalla folla e il simbolico rogo di An Essay on Woman viene impedito.

Il fatto è che, dosando le rivelazioni, Wilkes ha accennato a presunte attività sataniste all’Abbazia: sperando (dicono i suoi avversari) di estorcere almeno un incarico all’estero. Sia vero o meno, invano l’ex-amico Dashwood ha cercato di chetare Wilkes, e a un certo punto il governo (che a Bute, forse pure coinvolto nei fatti dell’Abbazia, ha visto succedere nel 1763 Grenville) è intervenuto facendogli perquisire casa. Ma all’insegna del tanto peggio, tanto meglio, Wilkes continua i racconti piccanti su Medmenham tramite i propri giornali, e a supportarlo interviene un altro ex-complice, il pastore Charles Churchill che attacca Lord Sandwich – ricordandone tra l’altro la vivace attività nella caccia notturna alle nuns. Quando Lord Sandwich si dichiara dubbioso se la morte verrà a Wilkes sulla forca o per sifilide, si sente rispondere: “Dipende, Milord, se prima abbraccio i principi di Vossignoria o l’amante di Vossignoria” (la battuta in realtà, attribuita spesso a Wilkes perché compatibile con la sua ironia, sembra oggi più credibilmente attribuita al drammaturgo e attore Samuel Foote) – ma ha la soddisfazione a un certo punto di vederlo andare temporaneamente in esilio.

Nel frattempo però l’ondata del gossip viene accresciuta dalla pubblicazione del romanzo Chrysal; Or the Adventures of a Guinea (circa 1760, spesso attribuito all’avvocato Charles Johnstone, ma in realtà scritto forse dalla vivace Frances Vane, viscontessa Vane) attribuendo voce a una moneta – appunto una ghinea – si narrano le avventure dei personaggi tra i quali è passata: e attraverso un mix tra racconti di Wilkes e libera fantasia, volti e situazioni del giro di Medmenham sono descritti in chiave compiutamente satanista. Lo scontro tra confratelli e lo scandalo derivato induce a quel punto Dashwood a far sparire dall’Abbazia il materiale più compromettente, e nel 1766 l’Ordine sembra sciogliersi – anche se si parla di riunioni dei Monaci fino al 1778, poco prima della morte del fondatore. Ma è del ’95 il poema The Confessions of Sir Francis of Medmenham and the Lady Mary His Wife di John Hall-Stevenson, che conferma le accuse e rincara raccontando i presunti incesti di Dashwood con madre e tre sorelle, una delle quali lesbica (sarebbe interessante sapere se Stoker ricorderà tale voce a proposito delle tre spose di Dracula); e nei due secoli successivi la mitopoiesi sull’Ordine demoniaco potrà solo arricchirsi, offrendo una sghemba “ispirazione” ai satanismi successivi.

L’influsso di Dashwood sull’immaginario sarà in effetti notevole. Tanto più se fosse vero, come qualcuno sostiene, che Walpole tragga ispirazione proprio dalla tenebrosa fama della combriccola per il suo The Castle of Otranto (1764), opera prima e fondante del gotico letterario propriamente detto. Sembra d’altronde possibile che il nome del primo vampiro a puntate, quel Sir Francis Varney abitante in Ratford Abbey che tanto successo avrà apparendo tra il 1845 e il 1847 nei settimanali penny dreadful (l’ha riproposto in Italia Gargoyle, tre voll., 2010), possa attingere proprio a Dashwood. Lo stesso Cushing prenderà parte al film The Hellfire Club (Robin Hood della Contea Nera), 1961, liberissimamente ispirato al tema; e il mischione di fantasie sessuali all’insegna del motto Fay ce que vouldras (già proprio della rabelaisiana abbazia di Thélème e in seguito recuperato da Crowley) e il presunto satanismo spalancheranno a Dashwood e complici una carriera postuma di vilain nella cultura popolare attraverso romanzi, fumetti, anime, album di musica gotica e siti web. Un titolo tra tutti, il pastiche di Carrie Bebris, Sospetto e sentimento, 2005 (in Italia 2008, per TEA), nell’ambito della serie di apocrifi pseudo-austeniani Le indagini di Mr. e Mrs. Darcy: i protagonisti di Orgoglio e pregiudizio, ormai sposati, incontrano i Dashwood di Ragione e sentimento, e la suggestiva identità di cognome con il Nostro vede intrecciarsi una storia potenzialmente intrigante a base di magia e possessione. Che poi purtroppo si sgonfia, per la scarsa capacità di una vivace autrice di commedia nel gestire il meccanismo fantastico. Inevitabile dunque pensare a Dashwood e ai suoi sodali di fronte al banchetto dello scellerato Sir Hugo all’inizio del The Hound of the Baskervilles marca Hammer, o di altri diabolici libertini dei film della casa.

Per le suggestive relazioni con l’immaginario, insomma, Dashwood risulta un personaggio almeno meritevole d’indagine. Decidiamo dunque di puntare su Medmenham: e quando superiamo il cartello stradale col nome del luogo, immerso tra gli alberi, scopriamo che è poco più di una frazione. Invano cerchiamo qualcosa di simile a una piazza del paese: in un attimo ci si trova già fuori. Torniamo dunque indietro, fermando l’auto vicino alla graziosa chiesa di St Peter and St Paul: piove, ma l’edificio – soggetto a pesanti restauri nel 1839 – è talmente piccolo che il tempo di un esame dell’interno non permette al pur volubile clima britannico di cambiare parere. Qualcuno racconta che tra queste mura serene, nel 1755, presenti Dashwood e Lord Sandwich, quest’ultimo liberasse una scimmia camuffata durante un servizio liturgico, scatenando il panico tra i fedeli come a un’irruzione di Satana. L’episodio sembra però rappresentare una semplice duplicazione dell’altro più noto che narrerò in seguito.

Medmenham: St Peter & St Paul

A poca distanza sorge un pub-ristorante, lo storico The Dog and Badger risalente nientemeno che al 1390. Il problema è che invece della malfamata Abbey di Dashwood non troviamo traccia, né indicazioni – e non mi sento di chiederle al pio ministro di culto intravisto alla chiesa. Finalmente, in modo fortuito, imbrocchiamo la direzione: tentando lungo un viale perpendicolare tra gli alberi arriviamo al Tamigi, e riesco a riconoscere nell’ultimo edificio sul fiume – appena visibile al di là del muro di cinta – il profilo dell’Abbey incontrato in foto durante le mie ricerche. Certo, dall’altra riva deve vedersi molto meglio, ma l’intrico di strade e la mancanza di un ponte nelle vicinanze ci sconsiglia di cercare una migliore panoramica (scopriremo poi che occorrerebbe dirigersi verso Hurley, via Henley, e aggiungere una mezz’ora di passeggiata). In ogni caso qui, su questo magnifico tratto del fiume tra Henley and Marlow, con sponde verdi sotto il cielo piovoso che suggeriscono una tranquillità assoluta, si fatica a identificare il torbido Tamigi che tanta storia e tante storie ha fatto maturare presso Madre Londra. Come lo stuolo di deliziose paperette, che dalla riva alcuni ragazzini provvedono a rifocillare con briciole di pane, offre una scena di candore lontana mille miglia dal losco quadro delle sere di festa all’Abbazia, con le barche di Monaci e Suore fasulli che tra luci livide arrivano e ripartono nella più equivoca privacy.

Medmenham Abbey (tristemente, dal muro)

Ma l’inavvicinabilità dell’Abbazia oggi, richiusa tra alte mura nella quiete di Medmenham, sembra una buona metafora per i misteri di quella di Dashwood. Resta per esempio la curiosità su come dovesse presentarsi all’epoca, visto che le testimonianze restano vaghe e frammentarie. Pare per esempio che il “garden of lust” presentasse, oltre alle numerose camere da letto, una grande sala da pranzo, un salotto e una sala capitolare, adorni di pilastri marmorei con iscrizioni pornografiche in latino maccheronico e sacelli fintoellenici, statue in pose birichine e figure di divinità omertose – del silenzio, della segreta passione… – dal mondo classico o dall’Egitto. Gli affreschi sui muri, si dice per mano di  Hogarth, recavano copie di fantasie erotiche romane o ritratti di famose prostitute britanniche. Sopra una porta, in vetro colorato, campeggiava il motto (rabelaisiano, prima che crowleyano) Fay ce que vouldras: e al di sotto dell’Abbey, una serie di spazi ricavati da una caverna preesistente (e probabilmente un po’ umidi, considerando il fiume vicino) dovevano apparire essi pure allegramente decorati con temi mitologici e simboli sessuali. Ma si tratta di informazioni non provate: per quanto riguarda per esempio la sala capitolare, nel 1763 Walpole – curiosissimo – riuscirà a corrompere una cuoca per buttare un occhio nell’Abbey in assenza di Dashwood, trovando però quella porta chiusa a chiave. A completare il tutto c’era poi la biblioteca, sembra con una ricchissima collezione di pornografia. Ma di tutto ciò non rimane più nulla, e già nel 1766 – a ridosso degli scandali – la sala capitolare risulta “ripulita”.

Medmenham Abbey (la cancellata)

Tornando indietro lungo il viale ottengo conferma, da un campanello a una lussuosa cancellata, che l’Abbey è proprio l’edificio intravisto. Non so immaginare quanto gli attuali, ricchi proprietari apprezzino la memoria di Sir Francis. Alla morte di lui, il nipote Joseph Alderson fonda però una Phoenix Society – più tardi Phoenix Common Room – con qualche stabilità dal 1786, proprio in onore del vecchio gaudente: a noi il nome ricorda un po’ Harry Potter, ma in quel contesto si tratterebbe di un simbolico rinascere dalla ceneri del gruppo di Dashwood. Animata da un forte orgoglio di appartenenza, la Phoenix Common Room esisterebbe ancor oggi. A saldare idealmente il cerchio, va ricordato che l’attrice che in La furia dei Baskerville interpreta la bella Cecile che flirta col baronetto/Lee, Marla Landi, cioè la torinese Marcella Teresa Scarafina (1933), finisce con lo sposare nel 1977 proprio l’omonimo discendente Sir Francis Dashwood (1925-2000), andando a vivere a West Wycombe House, di cui parleremo in prosieguo.

(continua)

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“Io sono quella cosa lì”: Un’intervista a Valerio Evangelisti su Wonderland https://www.carmillaonline.com/2022/05/21/io-sono-quella-cosa-li-unintervista-a-valerio-evangelisti-su-wonderland/ Fri, 20 May 2022 22:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71893 Per gentile concessione di Rai 4, pubblichiamo la trascrizione della versione integrale di una bella intervista realizzata nel 2012 da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer per Wonderland, la trasmissione televisiva più aggiornata e interessante su tutto quanto riguarda la narrativa e il cinema di genere e la cultura popolare dei fumetti e dei videogiochi, in onda da dieci anni su Rai 4. Alcuni estratti sono andati in onda nella puntata del 03/05/2022, visibile sul sito di RaiPlay. (Si è mantenuto, per quanto possibile, la spontaneità del linguaggio colloquiale della versione filmata).

 

Domanda: la fantascienza nasce con un grosso potenziale, [...]]]> Per gentile concessione di Rai 4, pubblichiamo la trascrizione della versione integrale di una bella intervista realizzata nel 2012 da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer per Wonderland, la trasmissione televisiva più aggiornata e interessante su tutto quanto riguarda la narrativa e il cinema di genere e la cultura popolare dei fumetti e dei videogiochi, in onda da dieci anni su Rai 4. Alcuni estratti sono andati in onda nella puntata del 03/05/2022, visibile sul sito di RaiPlay. (Si è mantenuto, per quanto possibile, la spontaneità del linguaggio colloquiale della versione filmata).

 

Domanda: la fantascienza nasce con un grosso potenziale, antagonismo anche politico che, nel corso del tempo e per varie ragioni, si è molto annacquato. Allora mi chiedo quanto di questo potenziale oggi è ancora attivo in vita e quanto può esserlo in prospettiva.

Evangelisti: io credo che l’antagonismo politico sociale nella fantascienza oggi abbia perso molto terreno almeno a livello letterario. C’è stato un tempo in cui anche gli autori più conservatori esponevano tesi che sembravano il contrario. Un conservatore deciso e Reaganiano addirittura è Robert Silverberg. Chi direbbe che Robert Silverberg lo sia? Le sue opere erano completamente diverse. E un personaggio che sicuramente apparteneva alla destra americana come Robert Heinlein. In realtà, in alcune sue opere sembrava l’esatto contrario. Tutto il genere letterario spingeva verso che cosa? Verso alternative al presente o critiche del presente. Oggi mi sembra che sia venuto meno l’aspetto critico. Devo dire che lo si trova ancora a livello di telefilm, nel cinema non direi perché il cinema di fantascienza è un po’ spento, a livello di televisione lo si trova ancora. Ci si spinge quasi sul terreno della divulgazione scientifica, oppure si spendono tante parole: ci sono romanzi che sono enormi quanto inconcludenti. Quando io ero ragazzo, leggevo romanzi brevi e pieni di cose, pieni di idee, un’idea dopo l’altra e tutto quello era in armonia con chi provava fastidio con un certo tipo di società e che pensava che potessero esistere delle alternative. Oggi l’idea che è venuta meno è quella che esistano alternative al presente, questo mi dispiace molto.

Domanda: dopo il cyber punk della fantascienza che cosa è successo? C’è stato qualcos’altro? Qual è lo stato dell’arte?

Evangelisti: in genere il cyber punk andrebbe inquadrato non da un punto di vista italiano, perché in Italia tutte quelle opere sono arrivate 10 anni dopo e a volte molto mal tradotte, tant’è vero che riusciva difficile da leggere. Hanno dovuto ritradurre Gibson, per esempio Neuromante perché nella prima versione era veramente illeggibile, era difficile. Tutto questo è arrivato da noi con 10 anni di ritardo. Noi lo abbiamo ritenuto un fenomeno modernissimo mentre non lo era. Però è stato un genere importante anche perché ha dato tutto un linguaggio al nostro presente. Voglio dire, il termine “cyber” era già diffuso ma prima del cyber punk la rete non era un vero e proprio tema all’ordine del giorno invece dopo lo è diventato e cosi tante altre cose. Non consideriamo di solito che certi termini che usiamo normalmente, tipo astronave, vengono dalla fantascienza non è che ci fossero prima. Il cyber punk è stata l’ultima espressione di tutto ciò. Cos’è arrivato dopo. Sempre con i soliti ritardi con cui arrivano le cose in Italia, è arrivato un salto all’indietro, e si è tornati alla fantascienza ipertecnologica, la cosiddetta Sci-Fi; oppure all’illustrazione di tesi della meccanica quantistica o altro attraverso la letteratura. Questo non è il buon modo di procedere perché ha creato un grande distacco tra lettore e testo. Una volta magari il romanzo non valeva tanto, era avventuroso, però si esploravano altri mondi, si viaggiava: adesso con romanzi sostanzialmente difficili da leggere e a volte veramente noiosissimi, è capitato che  il pubblico si sia disaffezionato. Il pubblico dei lettori intendo dire. Per cui noi siamo passati da 60.000 mila copie di Urania negli anni ’50 e soprattutto ’60 a 3.000 o 4.000 copie attuali. Una presenza marginale anche nelle edicole. E poi parliamo di Urania, una collana sopravvissuta. Per il resto, c’è un grande ripescaggio di classici, questo si. Per cui, Asimov, Heinlein… non vanno mai in pensione. Ma di produzione nuova non ce n’è, perché? Perché non ci sono lettori. Allora succede che, il genere fantasy diventa poi l’unico genere fantastico considerato. La fantascienza diventa estremamente marginale. Praticamente noi abbiamo oggi una sola collana che ancora esce che è Urania, che deve poi coprire 30.000 mila edicole, cosa assai difficile, e abbiamo poche case editrici, alcune specializzate tipo De Roses Books ma vendono per corrispondenza, essenzialmente poco in libreria. Oppure fanno uscite che propongono dei classici. Non vedo la situazione come positiva. Quello che posso dire però è che è cosi ovunque. Mettiamo una delle riviste più note la Isaac Asimov’s Magazine non esce più in edicola e del resto vendeva 5.000 mila copie negli Stati Uniti, cioè dov’è una platea di lettori enorme. Quello che resta lo vendi nell’Europa dell’Est molto, perché si sono modernizzati in gran fretta, lo vendi in Asia, ma come genere affermato da noi, io direi che non lo è e mi dispiace dirlo perché lo adoro, lo adoro molto più del fantasy o altro.

Domanda: in questo momento che cos’è che potrebbe produrre uno scatto in avanti?

Evangelisti: intanto diciamo che lo sbarco sulla luna sarà stato anche importante per la fantascienza però sulla luna c’eravamo andati un secolo prima, anzi fu una grande illusione per me. Ricordo che ero un ragazzo quando vidi che sulla luna non c’era nulla sostanzialmente. E poi, la luna l’abbiamo persino abbandonata. La fantascienza ha continuato, aveva già cominciato e ha continuato ad andare ben oltre la luna, cioè, mi ricordo la trilogia galattica di Isaac Asimov Cronache della galassia, Il crollo della galassia, erano universi infiniti e tutto questo aveva ben poco a che fare con l’astro lunare. Io non credo che sia una spinta scientifica che possa ridare vita alla fantascienza perché la scienza, tra l’altro non ha neanche soldi. Tempo fa mi intervistò una radio, disse “In Giappone hanno fatto dei robot che si comportano esattamente come esseri umani, quale sarà la loro diffusione?” e io diedi una risposta stranissima per loro, dissi “nessuna perché costano troppo”.  Cioè non ci sono soldi per produrli. nè soldi per venderli sostanzialmente. Non è da questo che può derivare un rilancio della fantascienza. Può derivare invece da una visione dello sviluppo non tanto tecnologico quanto sociale. Ci sono stati degli esperimenti interessanti, tutta una serie di film ispirati a Philip Dick senza essere tratti direttamente da lui. Tipo Matrix, tipo Dark City, Gattaca, opere di un estremo interesse. Ma li non era tanto che ci fosse di mezzo il missile, il robot, c’era di mezzo l’essere umano come potrebbe un domani venire piegato dal controllo della mente. Ecco, io direi che è su questo piano che la fantascienza può avere un futuro. Qualcosa ogni tanto leggo, certe opere: c’è un autore che si chiama John Scalzi che ha scritto un romanzo divertente ma interessante. Però lo trovo soprattutto al cinema. Mettiamo una serie grandiosa come Battlestar Galactica, voglio dire la nuova versione, era veramente grandiosa a parte il finale scemo, era veramente grandiosa perché metteva insieme conflitti umani in un contesto differente. Una serie come Lost, magari un po’ più ripetitiva, però ti spiazzava di continuo, perché c’era di mezzo una diversa umanità anche quella poi finiva in maniera discutibile diciamo, molto discutibile. Sta di fatto che, in qualche modo, gli autori, di televisione, sembrano indovinarci più volte di altri. Non dico quello Spielberg, non saprei come definire Steven Spielberg oggi, se non come una minaccia per il cinema, attenti a quell’uomo, sta facendo delle schifezze televisive impressionanti. Quella storia di dinosauri, veramente inguardabile. Lasciamo stare lui, però ci sono altri autori interessanti. Quando per esempio J.J Abrams non cade vittima di Spielberg e fa una schifezza di film come Super 8, riesce a fare degli spettacoli televisivi più che decorosi e pieni di idee. E anche il suo film Star Trek magari poco fedele all’originale è un film pieno di idee. Io amo quelle cose li, le storie piene di idee credo che anche il lettore medio ami le cose piene di idee. Ancora oggi quando sembra che avere un’idea sia proibito dalla legge no, però la fantascienza era quello e se vuol tornare in vita deve essere di nuovo quello. Sia poi telefilm, videogioco sia quello che vuole, in fondo, la fantascienza è stata tanto forte da compattare l’intero immaginario per cui è presente in tutti i campi, dalle pubblicità ai giochi di ruolo per dirne una. Questo può tornare a essere se torna a scoprire la sua mole di fondo cioè l’intelligenza.

Domanda: rapporto tra la cultura italiana e la fantascienza. A grandi linee ci puoi tracciare la storia della percezione che la società e la cultura italiana hanno avuto nella fantascienza dagli anni ’60 ad oggi.

Evangelisti: il rapporto dell’Italia con la fantascienza è stato curioso perché da un lato si affermava con le pubblicazioni scritte, Urania in certi momenti superava già la Mondadori, come fascicoli venduti. Oppure anche col cinema, in fondo, abbiamo inventato un cinema di fantascienza popolare magari affidato ai vari Maciste e Ercole, ma a volte era Maciste contro gli uomini della luna cose di questo tipo. Abbiamo avuto un nostro cinema di fantascienza, dei titoli, secondo me, straordinariamente evocativi, magari più del film stesso, tipo Il pianeta degli uomini spenti o I criminali della galassia etc. dove l’alieno a volte era la luce di una lampadina elettrica, però, sta di fatto che, la gente voleva questo, andava al cinema e si nutriva in qualche misura di questo. Erano gli anni in cui furoreggiavano i Godzilla e quelle altre cose giapponesi. La cultura ufficiale di fronte a questo ha reagito male. Ci sono stati dei personaggi che hanno intuito, in qualche modo, questo tipo di potenzialità, ma abbiamo avuto un doppio fenomeno: da un lato, se uno scrittore scriveva un libro di fantascienza doveva subito dopo premurarsi di dire “ma la mia non è vera fantascienza, io faccio altro. Adesso prendo in prestito questa modalità però la mia non è vera fantascienza.” Oppure un certo compatimento, si sono dei bravi ragazzi, fanno delle cosine graziose, ma la cultura è altro. Poi questo altro si spostava sempre più lontano, diciamo cosi. Pochi mesi fa è morto un mio amico veramente fraterno che si chiamava Vittorio Curtoni, e’stato, non solo un grande promotore di fantascienza, ma è stato un grande traduttore. Molto richiesto come traduttore in tutti i campi al di là della fantascienza. Però, salvo rarissime antologie, quello che lui ha scritto di fantascienza non è considerato dalla cultura attuale. C’è il gruppo dei fan, chiaro, c’è sempre stato, che segue questo tipo di personaggi ma, voglio dire se…io ho fatto un articolo dove ricordavo Vittorio Curtoni, tantissimi mi hanno scritto dicendo “ma chi è questo?”, per voi non ha contato nulla, ma è stato quello che ha scoperto i più grandi. Lui è stato quello che ha pubblicato Dick, che adesso è considerato un grande della letteratura. Lui ha pubblicato Stallion che è considerato non un grandissimo della letteratura ma è pubblicato da Adelphi oggi. Cioè vogliamo ringraziarla questa gente qua? Che ci ha fatto conoscere degli universi incredibili ? Io prima di leggere Vittorio Curtoni, Dick lo leggevo riassunto su Urania, considerato autore di romanzetti. Dopo di che si pubblica una sua biografia e si comincia a scoprire che è un grande autore e vengono pubblicati tutti i suoi romanzi. Ma Curtoni lo aveva già detto. E non solo Curtoni, anche altri lo avevano già detto. Allora, se un critico oggi, non dico tutti, ci sono critici molto validi, comunque, se mi viene fuori a citare Dick io gli dico “guarda che io Dick lo leggevo 20/30 anni fa” e sapevo che era un grande autore ed è inutile che tu me lo venga a dire adesso. Tu cattedratico, vedi di aggiornarti su quello che esce e soprattutto di capire che esiste tutto un mondo letterario che tu non hai mai conosciuto. Magari sarà spregevole ma adesso, che ne so, esaltano praticamente tutti Emilio Salgari: io lo leggevo che avevo 12 anni ed era disprezzato da tutti in realtà. Erano edizioni pessime, proprio scadentissime. E poi adesso mi viene fuori quello che dice “Grandissimo Salgari” o Salgàri non so bene come si pronuncia, i salgariani dicevano Sàlgari ve lo dico. Sta di fatto che queste scoperte a scoppio ritardato, non mi sembrano sintomo di una grande brillantezza culturale. Eppure qui in Italia va cosi, del resto io ho partecipato, racconto un piccolo aneddoto, ci doveva essere il seppellimento al Pantheon di Alexandre Dumas e dovevano essere portate le ceneri al Pantheon a Parigi. Io ero a Parigi in quel periodo, solo che lessi male no, e c’ero io e 10.000 mila poliziotti i quali seguivano ogni mio movimento. Però sono stato felicissimo di essere il primo a rendere omaggio ad Alexandre Dumas ma non l’ultimo perché in Francia c’è stata tanta altra gente che gli ha reso omaggio, da noi no. Da noi si rende omaggio cosi per simpatia, era un tipo bizzarro, curioso, Salgari che ne so, Curtoni o mettiamo tanti altri che erano anche più bizzarri, quindi possiamo simpatizzare per loro. Non erano tipi bizzarri facevano parte della cultura, facevano parte della cultura in cui ho vissuto anche io. Senza pretendere di essere io, esponente di alta cultura, non lo sono francamente. Però loro si, loro si, e ho avuto la fortuna di poterli leggere. Basta.

Domanda: per ragioni politiche, una parte della produzione fantastica in Italia, è stata monopolizzata da una cultura di destra come facciamo i conti con questa cosa?

Evangelisti: in effetti poi certi autori tipo Tolkien e Lovecraft, solo in Italia, sono stati appannaggio di critici, diciamoli cosi, non di destra ma di estremissima destra. Estremissima vuol dire che andiamo ben al di là di quello che era o di quello che è la destra istituzionale. Andiamo nel campo della destra extraplanetare. Ora, sono operazioni che sono avvenute solo qua. Curioso. Mettiamo, sicuramente Tolkien era un cattolico, ed era anche un conservatore, lo era alla maniera inglese, come lo possono essere gli inglesi, non come lo si poteva essere …. in Italia. Lovecraft è stato apertamente nazista, salvo che accettava la dottrina economica marxista. Era un personaggio singolare molto vicino alle idee di Maurras, dell’action francaise, su questo non c’è dubbio. Poi, manifestò alcune simpatie di sinistra poco prima di morire. In Francia è considerato un estremista di sinistra che è un’altra esagerazione. In Italia no, in Italia è rivalutata proprio quell’altra parte del suo pensiero. Ma quelli non sono pensatori, sono romanzieri. Per cui, come ho parlato di autori americani di destra che poi scrivevano cose di sinistra, cosi sono difficili da classificare questi personaggi. Tolkien è stato un idolo anche per gli hippies. Heinlein anche lui, che forse non lo sospettava nemmeno di fare una fine del genere. Lovecraft è stato uno che ha condotto una vita infelice praticamente isolato dal mondo, senza contatti. Lovecraft chiamava comunista Robert Howard, quello di Conan il barbaro, secondo lui Robert Howard era un comunista. Non possiamo basarci su queste cose qua. Occorrerebbe cercare una via razionale e smettere di interpretare tirando un personaggio da una parte o dall’altra. Nella loro vita han fatto quel che han voluto, poi hanno scritto delle cose e io, Lovecraft non lo considererò mai di destra o di sinistra, voglio dire è uno che si occupava di sogni, di psiche in qualche modo, andava in profondità forse al di là di quello che lui stesso volesse. Quello che non accetto è che a posteriori venga presentato come un esoterista, un mago Otelma del suo tempo. Se c’era uno assolutamente razionale era lui. Lo stesso vale in maniera completamente diversa per Tolkien. Che poi i suoi personaggi diventino eroi, nei campi hobbit cosi chiamati. Ma gli hobbit, se uno si vede bene il Signore degli anelli, gli hobbit sono la merry England, sono gli inglesi della piccola borghesia che vivono con i loro giardinetti e hanno una loro vita ideale agli occhi di Tolkien. Eroi fascisti questi? bah! ma neanche per sogno! Si tratta di tutt’altro, si tratta di un’espressione di una cultura che potrà essere accettata o meno ma va letta come cultura e soprattutto va letta nell’opera in se. Non andiamo a vedere se Tolkien simpatizzava per Mussolini o no e chi se ne frega!… E gli hobbit militanti protonazisti, è una sciocchezza, è puramente una sciocchezza.

Domanda: che problema abbiamo in Italia con la rappresentazione del male?

Evangelisti: con la rappresentazione del male, più che del male dell’ambiguità, perché Eymerich è un personaggio che sta un po’ di qua e un po’ di là, cioè è sicuramente perfido ma anche molto intelligente. Va detto che la prima recensione in assoluto che ebbi fu sull’Avvenire ed era estremamente positiva: si vede che qualcuno degli azionisti di questa testata si riconosceva molto nel personaggio o lo trovava positivo. Io non l’ho mai voluto rappresentare come positivo, l’ho voluto rappresentare come psichicamente complesso; va detto che, la prima versione che feci di Eymerich, che da racconto diventò romanzo, lo vedeva come quasi un fantasma, non aveva sostanza reale. Dopodichè io a quell’epoca facevo lavori per conto terzi. Cioè una specie di ghostwriter, non autore di romanzi, ma bensi autore di saggi. Mi trovai a collaborare con uno psichiatra molto bravo che però non aveva capacità di scrittura e arrivai su un capitolo intitolato “La subpersonalità schizoide”, lo lessi e dissi “sono io quello là” : cioè ero io lo scrittore sostanzialmente. Allora poi decisi di trasferire tutto questo poi su un personaggio, sul personaggio letterario che avevo creato che fino a quel momento non aveva spessore. E nacque cosi Eymerich come personaggio vero, perché in parte rifletteva me stesso e la gente, sembra, l’ha capito, cioè, in effetti ha avuto un successo che neanche io mi attendevo all’inizio. Però, ecco, quando si arriva al problema di tradurlo in film, sebbene ci siano state tante proposte in questo senso, ci si scontra con due questioni: primo, è un personaggio complicato, cioè, non è buono, non è cattivo, è una via di mezzo; la radio è stata molto comprensiva in questo, ma non cinema e televisione, sebbene fossero molto interessati a questo personaggio. Seconda cosa, è un membro della Chiesa in effetti, essendo un inquisitore. Mi viene fatta anche una proposta davvero strana, non dico da chi e come, di farlo inquisitore privato cioè che non fosse un prelato, un frate domenicano, bensì che fosse uno che andasse in giro a bruciare streghe o stregoni in privato. Questo per non avere problemi con le autorità ecclesiastiche. Che poi io alla fine sono convinto che, le autorità ecclesiastiche sarebbero più comprensive di quanto non sia un funzionario della televisione pubblica su questo tipo di cose. Comunque, non è mai uscito nessun film, nessun telefilm, non ce ne sono in programma, per molti anni ho campato con i diritti che mi pagavano senza poi realizzare nulla, ma ho avuto tante altre manifestazioni: il videogioco per esempio. Il primo parlato in latino. A me va bene cosi. Il personaggio del resto, non so se qualcuno lo abbia mai voluto sopprimere ma non c’è mai riuscito perché è talmente popolare…mi ritrovo in altri romanzi, mettiamo Niccolò Ammaniti in uno dei suoi romanzi dice “era peggio dell’inquisitore Eymerich” cose del genere. Mi ritrovo in tante parti, magari non si tratta esplicitamente però si capisce che il contesto era quello. Di fatto è che una volta creata una figura cosi non è facile da fermare, perché è una figura che ha vita propria. Per cui io sarò dimenticato, dimenticatissimo, presto temo, invece il mio personaggio non credo. Basti pensare che alcuni miei romanzi sono alla 30esima edizione, certo non le edizioni di lusso. Io ho un pubblico giovanile, più che altro per due terzi sono studenti quelli che mi leggono. Però si passano questi libri quasi di generazione in generazione, e ho questo tipo di fortuna, che poi mi ha concesso di diventare uno dei pochi scrittori di genere in Italia che possa vivere solo di genere, anche senza grosse considerazioni da parte della critica, salvo alcuni, e anche con un profilo molto marginale ma io non è che pretendo molto di più.

Domanda: che idea ti sei fatto dell’inquisizione e della Chiesa cattolica. Nel costruire il personaggio e farlo vivere che cosa immagini che resti a chi ti legge?

Evangelisti: all’inizio non avevo idee molto precise sulla vita di Eymerich. Avevo trovato il suo nome su un libro che si chiamava Storia dell’intolleranza in Europa. Mi aveva colpito molto il nome perché sembrava una frustata, un colpo di coltello, di rasoio, una cosa del genere e del resto come lo si pronunci riesce sempre cosi. Poi cominciai ad approfondire e sono riuscito ad entrare in contatto con storici veri dell’Inquisizione, biografi di Eymerich in Italia, in particolare, ho un amico che si chiama Andrea Del Colle, che ha scritto una bellissima storia dell’Inquisizione in Italia. Quanto alla mia visione dell’Inquisizione, prima di tutto togliamo di mezzo quello che non c’entra. Cioè, almeno nel Medioevo non era caratterizzata dalla tortura. In seguito l’Inquisizione è diventata uguale a tortura no? Si torturava è vero, però senza eccedere, erano più che altro coloro che applicavano le tesi dell’Inquisizione che torturavano. Voglio dire l’Inquisizione non ha mai usato la Vergine di Norimberga o cose del genere, anche perché era proibito e irreligioso versare sangue. Quindi potevano slogare gli arti ma non versare sangue. Questa è stata tutta una esagerazione. Dopo di ché si è passati all’estremo opposto, cioè alla totale assoluzione. Vale a dire, c’è tutta una scuola che chiamerei revisionista che dice che l’Inquisizione era il solo tribunale onesto del suo tempo e che c’era comunque un avvocato difensore. Attenzione, Eymerich nel suo manuale dice che se l’avvocato difensore esagera va arrestato anche lui: comunque c’era un avvocato difensore e le garanzie erano rispettate. Falso, totalmente falso, niente affatto vero. Intanto le Inquisizioni sono state tante, e bisogna vedere come era applicata questa forma di interrogatorio in loco. C’è stata anche un’Inquisizione protestante per esempio. Ci sono stati principi che magari non si rivolgevano all’Inquisizione però ne usavano i manuali e si rivolgevano invece a degli ecclesiastici. A Trento per esempio nei principati tedeschi era là che c’era la Vergine di Norimberga e tutto questo non c’era sicuramente a Roma. Si trattava in qualche modo di spezzare il pensiero di qualcuno. In questo senso era molto anticipatore come tribunale. Mi ricorda altri che in seguito hanno tentato di rompere il pensiero di qualcuno, di indurlo a ritrattare a pentirsi. Di zona in zona poi, il bersaglio chi erano? Gli ebrei mettiamo. L’Inquisizione spagnola fu indirizzata contro gli ebrei. Oppure le streghe. Nel ‘400 era un organo contro le donne. Oppure cosi via, di soggetto in soggetto fino ai napoleonici, i protestanti etc. bisognava che smettessero di pensarla come prima. Ora questo a me non sembra molto libertario come principio direi. Diciamo che l’inquisizione poi è finita ai primi dell’800. All’inizio è curioso perché questi personaggi sono detestati, tipo Antonio Llorente e altri. All’inizio fu contestata da cattolici e dall’interno, cattolici o altri cristiani che non ci stavano a questo gioco qua e dicevano “ma noi stiamo processando degli innocenti”; non l’avessero mai fatto furono i primi bersagli. Insomma, veramente era una macchina di distruzione della coscienza. E qualche storico finiva poi per dire che gli inquisitori avevano quasi ragione, che Giordano Bruno era un fanatico mentre chi lo processava no. Io ho paura che fosse il contrario a dir la verità, ma comunque anche un grande storico e cosi ce ne sono stati altri Del Colle per esempio. Ma non solo. Ritengo che si debba capire che chiamare in causa l’Inquisizione non vuol dire attaccare la Chiesa cattolica di oggi, è qualcosa di completamente di diverso anche se il papa attuale è stato l’ultimo inquisitore, anzi penultimo perché adesso ce n’è un altro. Non significa attaccare l’idea cattolica, però, insomma, ogni istituzione ha avuto la sua storia e la Chiesa ha avuto la sua. E nessuno mi venga a dire che sono stati sempre innocenti perché allora io potrei cominciare a tempestarli di riferimenti. Ho un’intera biblioteca sull’Inquisizione e spesso sono dati poco contestabili. Ci sono state stragi, ci sono stati roghi. Mi vengono a dire che l’Inquisizione ad esempio in Sicilia ha ucciso una trentina di persone ma non hanno letto l’elenco completo, cioè cominciano da una certa data arbitraria da lì, hanno ucciso 30 persone. Mi mancano le centinaia di prima e uccisi perché? Perché erano sospetti, non si pentivano, io sono ebreo mi converto però resto ebreo e va beh, allora vai al rogo e cosi via. Cioè, persecutori di minoranze sostanzialmente. Tutto questo lo giudico molto negativamente anche se devo dire che si, si è creata la cosiddetta leggenda nera sull’Inquisizione ma non era tutto leggenda. Non era tutto leggenda. Una storica cattolica francese ha fatto il conto di quanti impazzivano nelle torture dell’Inquisizione di Spagna. È incredibile, incredibile, la regola di non versare sangue non veniva rispettata. A volte la regola che rendeva non perseguibili i bambini sotto i 12 anni non era rispettata. Un frate di Bologna suggeriva l’uso di cordicelle con una specie di paletto per fare male alle dita mettiamo. Oppure le fustigazioni, in un caso l’Inquisizione di Spagna, la Suprema, l’organo che la governava, permise di torturare una donna incinta, cosa che non era normalmente permessa. O permise di torturare una bambina di 9 anni. C’è stato anche questo nella storia della chiesa. Certo uno mi potrebbe rispondere che nella storia del comunismo c’è stato anche di peggio ma stiamo parlando di una cosa non dell’altra, cioè sono due discorsi differenti. Basta.

Domanda: per quanto riguarda il discorso sul fantastico, su questo immaginario: c’è una responsabilità in Italia da parte della cultura ufficiale che ha costruito sul piano della critica una certa idea di letteratura e un’angoscia perversa, come adesso la Chiesa, verso il fantastico. Tu che ne pensi? Da dentro, da scrittore?

Evangelisti: la cultura di sinistra in Italia è stata carentissima sul tema del fantastico. Perché, il fatto è che fin dalle origini, riteneva che il realismo fosse l’unica vera letteratura. Questo è già presente in Gramsci perché si rifaceva a Croce e dunque pur essendo più aperto di altri, non è che considerasse di molto la narrativa di genere, chiamiamola cosi, anticipando un po’ i tempi. Poi diventò addirittura feroce in quelle critiche. Per loro, il fantastico era, primo, perdita di tempo; secondo, mancanza di emozione di classe e terzo, letteratura di intrattenimento, come se tutta la letteratura fosse poi di intrattenimento. Questa cosa ha pesato parecchio. Io mi ricordo da ragazzo, i miei genitori erano degli insegnanti, erano tutti e due maestri elementari, e ricevevano una specie di diario per maestre elementari di chiara impostazione di sinistra. Pare che si chiamasse Amico, non son sicuro. E poi lo passavano a me. Io in realtà adoravo il diario … mi trovavo con questa roba del maestro che era noiosissima e uscì un’edizione dedicata alla fantascienza dove si diceva che la fantascienza non racconta la verità. E dunque va tolta dalle mani dei bambini.  Si faceva un esempio di un romanzo chiamato “Schiavi degli invisibili” dove delle entità, è un romanzo inglese, invisibili chiamate vitoni assumono il controllo della mente umana. Qual era l’argomentazione che si svolgeva? I vitoni non esistono. Allora sono anch’io che non esisto. Questo bastava ad eliminare i vitoni dalla mia gioventù. Del resto, mi ricordo un articolo su L’Unità degli anni ’60, io ero proprio un ragazzino, dove veniva presa di mira la fantascienza in generale perché si diceva è una narrativa di destra. Si faceva l’esempio di tale Luigi Naviglio chiamato Louis Navire, si firmava cosi, che penso sia ancora al mondo, non lo so, il quale Naviglio parlava di una legione nera del futuro che con stivaloni portava la civiltà romana nel cosmo o qualcosa di questo tipo. Ora è vero c’erano quelle robe li. In Italia, ci sono state per moltissimo tempo e ci sono ancora a dire la verità: esistono delle ucronie su Mussolini che non sarebbe morto ma sarebbe un saggio politico di oggi. Sono esistite quelle cose ma esisteva anche tanto altro. Cosa me ne fregava a me di ste cose qua, io leggevo Il segreto degli Slan di Alfred Helton Van Vogt: omini con le antennine, ritenuti una minoranza brutta e cattiva perché erano verdi di colore, e sapevano leggere il pensiero. Mi leggevo le opere di Dick prima che venisse riscoperto, mi leggevo Asimov, Clifford Simak. Allora che novità dovesse propormi la fantascienza solo citando un racconto, peraltro oscurissimo, di un autore italiano, mi sembrava un’operazione culturalmente volgare. In ogni caso, era tutta una lotta riuscire a leggere quei libri li. E quand’ero alle scuole medie, ci facevano tenere un quaderno delle letture estive: che libri avevi letto durante l’estate. E io scrivevo quelli che avevo letto: era un po’ di tutto. Per la verità io leggevo di tutto, dall’Idiota di Dostoevski a Cronache della galassia. Leggevo tutto questo. Mi ricordo che ne misi, tra l’altro non era neanche tanto bello, uno che si chiamava La porta sull’estate di Robert Heinlein… La professoressa andò in bestia “tu leggi queste cose qua” e chiamò i miei genitori e disse “guardate che questo qua legge della fantascienza” . E una volta che andai in vacanza, tornai e i miei genitori avevano scoperto la mia biblioteca nascosta di fantascienza, che era nascosta sotto al termosifone, in questa stessa casa che una volta era fatta in maniera diversa. E mio padre buttò tutto dalla finestra, io poi andai a raccogliere, per non lasciare sporco, tutto quanto. Tornai dalla vacanza andai in cortile e trovai la copertina de I mostri all’angolo della strada di Lovecraft ed era rimasta solo la copertina. A quei tempi non era tanto colpa dei miei genitori, era colpa della cultura diffusa, si sosteneva che la fantascienza facesse paura ai bambini per esempio. E allora si diceva che io leggevo libri dell’orrore. Mi impedirono di vedere fino alla fine il film La cosa dell’altro mondo che poi riuscii a vedere solo molti anni dopo. Io lì cominciai la mia resistenza, cominciai a ricomprarmi tutti gli Urania ancora adesso ne ho più di 500, ma veramente li cercai tutti quanti. E quando potei scrissi fantascienza.

Domanda: adesso cosa è cambiato in Italia? Chi è che in Italia ti attacca e perché? Quali sono gli argomenti per poter sostenere che quella è letteratura di genere e che quindi essendo letteratura di genere non è letteratura perché la letteratura alta è la letteratura d’autore. E poi, davvero Ammanniti o Nove sono autori e tu no?

Evangelisti: i critici italiani sono, quando prendono in considerazione, abbastanza divisi: alcuni sono totalmente ostili, ad esempio Cortellessa, è uno che ce l’ha con me, non mi ricordo come mi chiami ma diciamo il polentone perché scrivo dei romanzoni. Altri sono più amichevoli, tipo Filippo Porta, a suo tempo Goffredo Fofi, e cosi via. Qualcosa si è spostato perché ora, in effetti, il genere che pratico è seguito; a volte, però, vengo in qualche modo censurato. Voglio dire, ho scritto un romanzo storico chiamato One Big Union, praticamente quasi una Bibbia dei centri sociali, ma non è stato recensito da nessuno, dal Manifesto e basta. In quel caso, è un altro tipo di censura. Però, il resto è una battaglia un po’ difficile che non voglio combattere perché sono troppo vecchio, ci penseranno altri che vengono dopo. Quanto al valore delle mie cose paragonato ad altri autori, non è un mio problema. Io scrivo quello che mi sento, so benissimo di non avere uno stile particolare, ma cerco lo stile più efficace in quel momento. A volte, la frase può risultare estremamente poetica ma non è che io cerchi la frase poetica, butto giù. Adesso ho delle difficoltà a scrivere per problemi tutti miei di salute. Però quando mi metto a scrivere sono come invasato. mi getto e vivo quelle storie lì, le vivo fino infondo. Se poi non vengono capite, ritenute grezze o cose del genere va beh, a me basta già che ci siano tanti lettori che mi seguono e che mi vogliono bene. Mi scrivono ogni giorno, io ricevo due o trecento mail di gente che mi è veramente affezionata, affezionata ai miei personaggi e al mio mondo. Cosa voglio di più?  Io sono quella cosa lì.

Ultima domanda: film e romanzo preferito di fantascienza.

Evangelisti: film di fantascienza preferito, cosa che stupirà molti, Zardoz. Io l’ho sempre trovato un film estremamente raffinato, l’ho adorato, non so quante volte l’ho visto, lo conosco a memoria. Libro preferito, qui andiamo sull’antico, La guerra dei mondi di Wells dove, attenzione, non si prevedevano meccanismi tecnologici o tecnologie del futuro. Si contemplava il crollo dell’Impero inglese sotto una spinta esterna non identificata: dei cilindri che cadevano dal cielo, neanche ben descritti. Ecco, quello forse è il romanzo che mi ha più condizionato.

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Lombroso, il freddo e le larve (Victoriana 35) https://www.carmillaonline.com/2022/04/19/lombroso-il-freddo-e-le-larve-victoriana-35/ Tue, 19 Apr 2022 20:37:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71415 di Franco Pezzini

[Nella situazione triste di questi giorni abbiamo scelto di proseguire secondo la programmazione già decisa assieme a Valerio: contributi specifici sul suo lavoro e la sua figura saranno inseriti via via. Carmilla non muore e ci sembra questo il modo migliore di portare avanti la linea del nostro Direttore. F.P.]

Andiamo indietro di parecchi anni. Torino, un tardo pomeriggio d’inverno, ormai buio ma con le luci di Piazza Vittorio scintillanti sul fiume; un freddo tremendo. Sono lì con amici, il regista Max Ferro e la scrittrice [...]]]> di Franco Pezzini

[Nella situazione triste di questi giorni abbiamo scelto di proseguire secondo la programmazione già decisa assieme a Valerio: contributi specifici sul suo lavoro e la sua figura saranno inseriti via via. Carmilla non muore e ci sembra questo il modo migliore di portare avanti la linea del nostro Direttore. F.P.]

Andiamo indietro di parecchi anni. Torino, un tardo pomeriggio d’inverno, ormai buio ma con le luci di Piazza Vittorio scintillanti sul fiume; un freddo tremendo. Sono lì con amici, il regista Max Ferro e la scrittrice Anna Berra, per girare il promo di un documentario: lì si apre via Bava, e al numero 6 s’era consumato nell’anno 1900 un episodio davvero curioso. È il famoso poltergeist di via Bava citato in tutti i volumi di parapsicologia: nella “Bottiglieria Cinzano” aperta sulla via con un’ampia sala, i proprietari coniugi Fumero, nativi di Nole Canavese, avevano dovuto fronteggiare davanti al garzone e ad alcuni avventori episodi fastidiosi ma (almeno all’inizio) francamente buffi. Possiamo immaginare le espressioni dei presenti e le loro esclamazioni, da commedia di Macario: le caraffe che iniziano lentamente a inclinarsi da sole versando fuori il contenuto, per essere poi scagliate da una mano invisibile contro le pareti, bicchieri sollevati in aria che poi spariscono per non essere più ritrovati, le casseruole fluttuanti come in un cartone animato Disney, sedie sbattute a sfasciarsi contro i muri e armadi pesantissimi che si spostano da soli con disinvoltura, vestiti che svolazzano e un vago sentore gelatinoso nell’aria, avvertito da tutti i testimoni… All’arrivo delle forze dell’ordine e della scienza, cioè rispettivamente lo scettico (almeno all’inizio) maresciallo Cavallo e nientemeno che Cesare Lombroso, fortemente incredulo sul fiorire modaiolo di fenomeni medianici, le stranezze non si placano: ha un bel cercare, il trasecolato Lombroso, fili nascosti o altre diavolerie teatrali da spettacolo spiritico… In questa sede ci può interessare limitatamente lo sviluppo del caso, che conduce a infestazioni persino in appartamenti dello stabile e in ultimo al ritrovamento in cantina di uno scheletro (tal Antonio Barbero, assassinato mezzo secolo prima dalla moglie che temeva mutasse testamento a favore dell’amante): al che tutto si ferma. Interessa poco anche la faccenda del nostro documentario: interpellato un signore della casa che sembra aver memoria dell’esistenza della Bottiglieria, il freddo è talmente tremendo che con Anna finiamo a bere punch nel locale più vicino, e il documentario comunque non verrà prodotto.

Mentre l’episodio ha conseguenze più rilevanti per la storia dell’opera lombrosiana e in generale per l’immaginario: con buona pace del Ballo Excelsior, la “Nuova rivelazione” spiritista – come la chiama Conan Doyle – permetterebbe in quel clima di conciliare fede religiosa e dimostrabilità a tavolino (è il caso di usare la locuzione) della vita dopo la morte. Un approccio insomma che con il positivismo ha parecchio a che fare, e Lombroso, a lungo scettico, verso la fine della vita rivede le proprie posizioni. Quindi non solo lascia una dettagliata relazione dei fatti di via Bava, ma si schiera per l’autenticità delle sedute della nota medium Eusapia Palladino (1854-1918), di cui vengono invece rilevati una serie di trucchi, e pubblica l’opera Dopo la morte – cosa? (1909, l’anno in cui si spegne).

Che Lombroso, come sostiene la figlia, possa negli ultimi anni soffrire di arteriosclerosi potrebbe spiegare alcune cose: ma certo occorre considerare il clima di un’epoca, in tutto l’occidente e nello specifico a Torino. Dove i Savoia per anni hanno guardato con una certa benevolenza a forme di credo che indebolissero il monopolio cattolico, e la città ha assunto un ruolo di rilievo tra le capitali dello spiritismo (fondazione della prima Società Spiritica Italiana, 1856, e di quella Società Torinese di Studi Spiritici, 1863, che vara con sforzi di approccio scientifico gli Annali dello Spiritismo in Italia, eccetera); ma dove sotto la protezione dell’arcivescovo opera per esempio una delle rare figure di esorcista donna dell’età moderna, Enrichetta Naum, nata nel 1843 (o 1846), specializzata nel cacciare spiriti infestanti da persone sofferenti. Quando muore, tre anni dopo Lombroso, nel 1911 dell’Esposizione internazionale dell’industria e del lavoro, la notizia viene liquidata in poche righe di cronaca e solo dopo qualche giorno sulla Gazzetta del Popolo: ma sbaglieremmo a considerare quel coevo trionfo del pragmatismo industriale nell’attenzione pubblica come segno di cambio della guardia. Sia perché nell’appartamento di via Cappel Verde dove abitava e operava Enrichetta si manifesterebbe ancora il suo fantasma, o piuttosto le ombre che lei faceva spurgare dai “pazienti” e avrebbero impregnato i muri; sia perché lo spiritismo avrà ancora modo di crescere negli anni inquieti fino alla Grande guerra e soprattutto in quel contesto terribile e con la relativa coda di lutti. Genitori disperati e spose affrante offrono in quella situazione una robusta rendita di posizione a legioni di medium, che le società di ricerche psichiche tentano di controllare. D’altra parte Lombroso stesso avrà accesso alla narrativa del sovrannaturale persino con le sue fantasiose tesi antropologiche: per esempio in Dracula, dove viene citato come espressione di punta della scienza d’epoca, e il conte non morto diviene per la beninformata Mina Harker il paradigma dell’arcicriminale.

In questo quadro, è con scelta brillante che il regista Alessandro Rota riprende la figura di Lombroso in Larvae, 2022, pensato in origine come lungometraggio ma poi prodotto in forma di corto per il mancato sostegno a un film tanto “ambizioso” (questo, sul set, il tormentone dopo le risposte raggelanti ricevute sul piano dei finanziamenti). Girato in un Piemonte che raramente ha mostrato con tanta efficacia di fotografia le sue coordinate gotiche (Castello Reale di Govone, Casa dei Marchesi Del Carretto di Saluzzo, Castello di Agliè, Parco Naturale del Monviso, Cascata di Fondo di Traversella), il film mostra l’ultimo periodo della vita di Lombroso, amareggiato dopo un episodio che confuta in radice le sue speculazioni sui connotati denotanti l’uomo deliquente, e fino alla revisione – poche ore prima di morire, 19 ottobre 1909 – del saggio Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici. Realizzato in totale autonomia produttiva, attraverso la collaborazione tra l’Associazione Culturale Officine Ianós e Reddress s.r.l., con il supporto di diverse realtà istituzionali, presentato in prima visione il 28 marzo scorso al cinema Massimo di Torino, Larvae vede l’incontro tra Lombroso (Roberto Accornero, bravissimo) e l’anziano prestigiatore Lazar (Stewart Arnold, vero mattatore del film, una presenza scenica straordinaria): questi gli racconta delle proprie sedute medianiche truccate, con tanto di foto – pratica d’epoca – all’ectoplasma che gli fuoriuscirebbe dalla bocca, ma solo poco per volta comprendiamo che è in realtà un sensitivo capace di svelare la presenza delle larve, spiriti “bassi” capaci di possedere e spingere ad atti criminali…

Possiamo allora decrittare il titolo. Nel mondo latino, i morti buoni si identificherebbero con i Lari, se di natura incerta si parla di Mani, e per gli altri Lemuri – quelli cattivi, ombre informi, vaganti e vendicative di morti malvagi o inquieti a causa di una morte prematura o violenta, di mancati riti funebri o di mancato ricordo da parte dei familiari – il termine spesso usato è Larve (Larvae, “maschere”). Tali spettri, raffigurati a volte come scheletri, potrebbero condurre le vittime alla follia: plausibile dunque che, da loro posseduto (larvatus – come mostra Apuleio in un episodio strano e raggelante de L’asino d’oro), un vivo sia spinto fino al suicidio. Ovviamente non vanno confuse con le Larvae quelle cosiddette conviviales, cioè gli scheletri mostrati durante i banchetti per ricordare che la vita è breve e occorre viverla degnamente (si pensi a quella del banchetto del Satyricon). Molto più tardi, nello spiritismo, per larve si intendono spiriti parassiti: come quelli che nel cortometraggio un trucco molto felice mostra presenti – etimologicamente – attraverso maschere sui volti dei posseduti, talora inconsapevoli. Dir di più sarebbe spoilerare, ma – come sintetizzato in sede di presentazione alla prima – il film sul rapporto tra scienza e occulto si rivela in prima battuta un film sull’amore e gli amori, con quanto di struggente, ossessivo e fantasmatico la suggestione offra.

Oltre agli ottimi attori (a parte i citati, merita menzionare almeno gli altri due nei ruoli principali, Fabio Renis come Tommaso e Niccolò Fontana come Lorenzo), Larvae vanta scenografia, fotografia e musica di straordinario impatto. In particolare la colonna sonora, pubblicata da Machiavelli Music, è stata composta da Francesco Cerrato coinvolgendo musicisti di grande valore come Michele Barchi (clavicembalo), Daniele Ferretti (organo) e Stefano Cerrato (violoncello). Ma, come ricordato la sera della prima, un ruolo speciale – ovvio sul piano organizzativo, assai meno su quello umano – è stato da tutti riconosciuto al regista Alessandro Rota, la cui carica visionaria si sposa a una genuina umanità, fondamentale per la coesione di una squadra priva di appoggi economici e al lavoro in tempi di covid, nel produrre un film di altissima qualità.

Ancora, come ricordato dagli attori, un elemento si è riproposto costante nel corso delle riprese tra antichi palazzi piemontesi, cappelle, cimiteri e montagne: e cioè un freddo atmosferico micidiale. Come quella sera in via Bava, quasi una metafora di un freddo dentro al trascorrere dei fantasmi. O forse al timore che quelli, dopotutto, non ci siano: mentre altre larve, molto più allarmanti e criminogene – le larve di un paese in caduta libera, dove potenti che si credono persone di spirito esternano frasi volgari su pace & condizionatori, del tutto sprezzanti di una depressione psicologica sempre più diffusa tra la popolazione, e ignoranti delle conseguenze storiche che ciò può innescare – infestano i palazzi del nostro mondo.

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Augusta Wampyrorum https://www.carmillaonline.com/2021/06/19/augusta-wampyrorum/ Sat, 19 Jun 2021 21:23:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66804 di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano, per i tipi Odoya (pp. 400, € 25,00), Città di Castello 2021 – dove lo scarto tra i due termini anglosassoni folk e pop (entrambi resi in italiano con l’aggettivo popolare) è colto come tensione e contaminazione. Un’altra coppia di fattispecie resta però implicita, quella tra Folk Horror e Urban Wyrd: il volume, attraverso saggi e brevi narrazioni, affronta in chiave liberissima il primo ma con aperture al secondo, oggetto di [...]]]> di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano, per i tipi Odoya (pp. 400, € 25,00), Città di Castello 2021 – dove lo scarto tra i due termini anglosassoni folk e pop (entrambi resi in italiano con l’aggettivo popolare) è colto come tensione e contaminazione. Un’altra coppia di fattispecie resta però implicita, quella tra Folk Horror e Urban Wyrd: il volume, attraverso saggi e brevi narrazioni, affronta in chiave liberissima il primo ma con aperture al secondo, oggetto di un successivo volume dei curatori al momento in preparazione. In questo, tra storie di lupi e fantasie su Lovecraft in Italia, etruscologia metapsichica e teatri della morte, anime pezzentelle, bambole sinistre, sopravvivenze sciamaniche, massoni a Trieste e tanti diavoli, è apparso anche un contributo di chi scrive sulla genesi di un fortunato mito pop da giornali della sera emerso nella Torino degli anni Settanta e ormai assurto a brand: The Wicker Town. Torino magica & orrore popolare. Se ne riporta uno stralcio.

 

[…] Nella galleria di Haining & Parker [Peter Haining, Stregoneria e magia nera, I colibrì Mondadori 1972, a poca distanza dall’originale inglese Witchcraft and Black Magic, 1971, con un meraviglioso corpus d’illustrazioni di Jan Parker – cfr. qui] non manca uno spazio sui vampiri: e la bellissima raffigurazione di un volto inquietante con occhi azzurri, capelli rossi e labbro leporino, la consistenza incorporea venata però da una circolazione malsana, che emerge in un cimitero con aria maligna e assetata, è accompagnata da una spiegazione (un po’ banalizzante, ma tant’è) deliziosamente vintage.

 

Recentemente fantasiosi romanzi e films (specialmente quelli su Dracula, personaggio creato da Bram Stoker) hanno reso molto popolari questi “mostri” che molto probabilmente erano solo persone che soffrivano di disturbi mentali, bandite a causa della loro brama morbosa per il sangue [Peter Haining, Stregoneria e magia nera, cit., p. 93]

 

Tra le concause del revival magico si può senz’altro identificare – si è detto – il decennio di successo capitalizzato dai film gotici Hammer, a partire dai primi a fine anni Cinquanta con i quattro moschettieri Cushing, Lee, Fisher, Sangster (due attori, un regista, uno sceneggiatore) a innesco di una straordinaria operazione di mitopoiesi: e Haining pensa proprio a quelli. Non è questa la sede per un’analisi del fenomeno, dove la riappropriazione di un’eredità gotica inglese già sfruttata e buttata oltre oceano, ristrutturata film dopo film in chiave di sistema mitologico, si accompagna alla vera e propria liturgizzazione di misteri pagani: e tutto ciò attraverso storie che sempre più innervano i classici del fantastico di concessioni a una cultura del magico (riti, culti, sette…) covata nelle Isole Britanniche fin dall’Ottocento, poi rinverdita dai fasti popolari delle tesi negli anni Venti/Trenta di Margaret Murray sul presunto “dio delle streghe” e dal successo popolare dei romanzi di Dennis Wheatley. La provocatoria saldatura tra tutto questo e una Swinging London per una breve stagione tornata centro del mondo offre una nuova marcia all’horror popolare saldando nostalgie e nuove provocazioni. E incentivando lo sviluppo di filoni dall’origine autonoma come la (grande) stagione del gotico italiano su schermo.

Certo il pantheon (o pandemonium) Hammer comprende un’estrema varietà teratologica: ma altrettanto certamente i vampiri vi vantano un ruolo e un fascino particolare. Sia quelli della vecchia generazione – in particolare Dracula/Lee, vero mattatore dell’epoca nonostante le continue frenate dell’interprete che teme di restare confinato nella parte – sia le sempre più disinibite nipotine del ciclo Karnstein, Carmilla & Co. In rapporto da un lato, del resto, con un boom vampiresco nel segno della trasgressione, a cavalcare un’euforia sessuale d’epoca che vede ammorbidirsi drasticamente le maglie della censura: si pensi alle belle succhiatrici di Jean Rollin e Jess Franco, a La novia ensangrentada di Vicente Aranda, 1972, allo stesso recupero filmico di una figura amata dai surrealisti fin dagli anni sessanta, la Contessa sanguinaria Erzsébet Báthory, da cui la definizione per i primi anni del nuovo decennio come “the Golden Age of the Lesbian Vampires”. E dall’altro con l’entusiastica divulgazione da parte di Raymond T. McNally e Radu Florescu dell’esistenza di un Dracula storico, Vlad III Țepeș, argomento presto amato dalle riviste anche italiane [cfr. qui].

Inevitabile che il successo della creatura liminare per definizione – tra vita e morte, materiale e spettrale, umano e bestiale, ripugnante e seducente – influisca anche sui miti di una città liminare quale Torino. Dove fantasie vampiresche sono attestate in realtà da parecchio tempo, sia pure in forme liberissime: si pensi all’opera lirica Il vampiro di A. De Gasparini rappresentata per la prima volta proprio in città nel 1801; alla commedia satirica in cinque atti Il vampiro del torinese Angelo Brofferio, 1827; allo sfarfallare vampiresco attorno a due veronesi eccellenti insediati a Torino, cioè Emilio Salgari (che ben prima della truce saga uruguayana Il Vampiro della foresta, 1902, aveva messo in scena un Sandokan “che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi” in La Tigre della Malesia, 1883-1884, protoversione a forti tinte del poi rielaborato Le tigri di Mompracem, 1900) e Cesare Lombroso (che definisce il serial killer Vincenzo Verzeni “Sadico sessuale, vampiro e divoratore di carne umana” e viene omaggiato da Luigi Capuana della sua novella Il vampiro, 1904). Anche non in presenza di un nesso diretto, la pratica (barocca, ma perpetuata a lungo) di conservare nelle chiese corpi santi sotto cera che riempiva d’orrore me bambino traghetta a quella dimensione di cadaveri inquietantemente conservati che trova qualche eco anche nella mitologia vampiresca.

Un discorso a parte andrebbe poi condotto sulle pratiche di assunzione di sangue per via orale: a volte per mantenere un aspetto giovanile (come nel caso della “vampira di Torino” Agnese Draghetti, originaria di Serralunga d’Alba e morta novantottenne nel 1785 a Villadeati, nell’Alessandrino, ma vissuta a lungo nella Contrada degli Angeli, poi chiamata Contrada della Dogana, attuale via Carlo Alberto, al n. 2, che girava i sobborghi pagando giovani donatrici di piccole quantità ematiche); a volte a fini di cura dell’anemia, anche se in quel caso si ricorreva normalmente al sangue animale dei macelli, e la pratica è attestata diffusamente nell’Italia dell’Ottocento.

È una fiaba scherzosa la storia dell’uomo vampiro catturato nel 1863 in città: riportata sul sito del C.A.U.S. – Centro Arti Umoristiche e Satiriche, racconta di questo tipo enorme tenuto agli arresti domiciliari in uno spazio annesso alla caserma di San Salvario onde svolgere con più efficacia il compito di salassare secondo prescrizioni mediche (al tempo normalmente gestito con sanguisughe). Alla sua morte, così vien detto, la municipalità lo ricorderebbe favorendo l’inserimento sulle case di San Salvario di immagini vampiresche (ovviamente i mascheroni sulle facciate degli edifici torinesi presentano spesso fattezze più o meno richiamabili a tali tipologie). Vera e propria leggenda metropolitana è invece quella del vampiro di San Mauro Torinese che nell’autunno 1947 semina il panico soprattutto in due frazioni confinanti con Torino, Cascina del Molino e Barca, guadagnandosi gli onori della cronaca. Occhi fosforescenti, vestito di nero, cappa e cappello da montanaro, morderebbe il collo a donne sole e soprattutto giovani; ma presto emerge che la voce è stata messa in giro per frenare un po’ le figliole in un momento in cui, terminata la guerra, sembra più difficile trattenerle da fughe serali. E tuttavia un’aggressione vera e in apparenza analoga – almeno secondo la vittima, che però non ha il tempo di perdere sangue – si verificherebbe poco dopo in corso Matteotti, pieno centro di Torino. Impossibile ormai stabilire la consistenza dei fatti.

Ma coi nuovi tempi il richiamo assume un altro peso. È difficile non cogliere un nesso in chiave di sogghigno colto tra le pellicole vampiresche Hammer e un’opera-chiave del fantastico torinese, L’ultima notte di Furio Jesi (1941-1980), eminente studioso del rapporto tra miti e storia: un romanzo di vertiginosa erudizione e scintillante, divertita intelligenza composto tra il 1962 e il 1970 – in due versioni piuttosto diverse – e pubblicato solo postuma da Marietti nel 1987 (riedizione per Nino Aragno, 2015). Jesi, autore anche della voce “Vampiri” nel Grande Dizionario Enciclopedico Utet e della fiaba vampirica La casa incantata (Vallardi, 1982, poi Mondadori 2000), mette in scena nel romanzo il tentativo di rivincita dei vampiri, stirpe altra un tempo dominatrice della Terra: Dio concede loro, stanco dei guasti prodotti dagli uomini, di riprendersi quanto hanno perduto. Conquisteranno quasi tutto il pianeta, ridando spazio alla natura che gli uomini hanno violato in tutti i modi – torniamo insomma al fiato apocalittico di un’epoca – e proprio a Torino, dove i vampiri hanno installato il quartier generale nella Torre littoria sovrastante Piazza Castello, avverrà lo scontro definitivo. Tra scontri in piazza, piccoli eroi e profittatori, affannati conciliaboli coi santi e giochi anche di piccolo cabotaggio tra Cielo e mondo umano, il risultato lascerà intravedere la fine della Terra…

Con lo sguardo pure alle nuove provocazioni e insieme a una Torino-osservatorio è il film fantastico, visionario e ironico di Corrado Farina Hanno cambiato faccia, 1971, dove il dipendente di una grande azienda torinese dell’auto, Alberto Valle, viene invitato – novello Jonathan Harker – nella villa di campagna del presidente, l’ingegner Giovanni Nosferatu interpretato da Adolfo Celi. Nel parco si aggirano come lupi delle Fiat (pardon, Auto Avio Motor) 500, e il povero Valle dovrà constatare la natura vampiresca dell’industriale e del suo potere sui mezzi di produzione e di comunicazione.

Negli anni che seguono, l’icona del vampiro è molto presente nell’immaginario, veicolata a Torino attraverso pubblicazioni popolari, giornali, proiezioni del Movie Club – piccolo ma importante, sul tesserino figurava l’immagine di Dracula/Lee – e programmazioni sulle prime minuscole televisioni private locali: dove con molta fortuna, in assenza di segnalazioni dei palinsesti, ci si poteva imbattere in quei film horror ancora banditi dalla tv di Stato (la mia prima visione di Dracula il vampiro, incontrato al tempo su una di queste reti, parte in effetti da metà film). La ribellione magica dei Settanta trova nel vampiro eversore di ogni punto fisso di natura e cultura un’icona eminente, e nelle fantasie dei miei anni di liceo (conclusi nel 1980) si tratta di uno degli archetipi fantastici più amati; anche se sul tema non compaiono al tempo e per qualche decennio altri romanzi o produzioni di rilievo torinesi. Negli anni Ottanta, con l’inabissarsi dell’icona vampirica al cinema, si sviluppa però in Italia una vera e propria critica in tema di fantastico, iniziano a moltiplicarsi edizioni di autori introvabili (come Le Fanu, per esempio la bella edizione Sellerio di Carmilla, 1980, o la proposta di altri suoi testi per Serra e Riva e soprattutto per Theoria); e con il revival gotico dei Novanta e nuovi mezzi come i VHS anche la cinematografia sul tema inizia a essere più avvicinabile.

 

Vampiri di passaggio

Un discorso a parte può poi valere per alcuni dei citati (presunti) visitatori a Torino abbinati a storie vampiresche. Si parte naturalmente dall’esorcista di protovampire Apollonio, antenato virtuale di Van Helsing & Co.; mentre il vampiro Nostradamus interpretato da Germán Robles in alcune pellicole messicane (1960-62) sarebbe un solo ipotetico figlio del veggente. Quanto all’immortale Saint-Germain capace a sua volta – secondo alcuni racconti – di cacciare parassiti sovrannaturali, lo troviamo assurgere a vampiro buono nei romanzi di Chelsea Quinn Yarbro: a partire da quell’Hôtel Transylvania, 1978, proposto in Italia agli esordi (2005) della breve gloriosa stagione gotica della Gargoyle di Paolo De Crescenzo, a sua volta grande fucina editoriale di storie di vampiri.  

 

Una svolta si ha a Torino con il nuovo millennio, che vede uscire a breve distanza il film Io sono un vampiro di Max Ferro, 2002 – dove il non-morto attraversa i secoli dall’assedio del 1706 alla nuovissima movida – e il romanzo erotico/ironico L’ultima ceretta di Anna Berra per Garzanti, 2003: quest’ultimo avrebbe anzi dovuto intitolarsi Bevimi, a saldare suggestioni da Alice in Wonderland con le suzioni di una setta (umana) praticante il vampirismo in una villa di zona Crocetta. Qualche suggestione vampiresca emerge anche nella sua bella raccolta Piume di sangue. 69 racconti noir, Enrico Casaccia/Co.RE Editrice, 2009 [per un suo lavoro più recente in tema vampiri, cfr. qui]. In Quarto di luna per i tipi SBC, 2008, il musicista Marco Gallesi inscena invece l’arrivo a Torino di un vero vampiro, il soldato tedesco Rutger Haussman, trasformato durante la battaglia di Stalingrado; e vampiri vi porta Carla Oddoero/Blake B (Blink), che nel 2010 inizia a raccontare la saga di Zora von Malice, ventisettenne non-morta svegliatasi all’improvviso in una villa decadente della collina, edita in due volumi per i tipi Golem, La curiosità uccide il gatto e Il silenzio è dorato (l’autrice è purtroppo mancata prematuramente nel dicembre 2017). Più avanti nella città inizia e termina – anche se gran parte è ambientata a Budapest – il romanzo Tutto quel buio di Cristiana Astori per Elliot, 2018, nuova avventura della cacciatrice di film perduti Susanna Marino: la ricerca della prima pellicola su Dracula di attestata produzione, Drakula halála di Károly Lajthay, 1921, conduce a confrontarsi con le dimensioni vampiresche dell’uomo e della Storia. E ancora è chiaramente Torino la città non identificata della storia fantasiosissima e lugubre, e soprattutto vampiresca, narrata da Ade Zeno in L’incanto del pesce luna per Bollati Boringhieri, 2020.

Ma ormai e sempre più i vampiri sono raggiungibili via internet, mentre fioriscono iniziative aperte al tema come il TOHorror Film Fest, fondato nel 1999 e in progressiva crescita, alcuni eventi sgranati negli anni (per esempio la mostra Diversamente vivi al Museo Nazionale del Cinema, tra settembre 2010 e febbraio 2011) e spazi nell’ambito di realtà museali come il MUFANT – MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza. Non stupisce peraltro che proprio a Torino, tra Centro, Borgo Medievale e Valentino vengano girate scene della seconda stagione di A Discovery of Witches (Il manoscritto delle streghe), produzione televisiva britannica – 2018-in produzione  – ispirata alla Trilogia delle anime di Deborah Harkness, fitta di fattucchiere e appunto vampiri.

Certo, le storie di non-morti come normalmente presentate non sono ascrivibili a un contesto di Folk Horror o Urban Wyrd. E tuttavia attraverso il tessuto della Torino magica si può parlare di una sorta di obliquo genius loci. Che non movimenta ovviamente i Dracula Tour; ma in una città dagli scorci barocchi come le capitali mitteleuropee delle grandi epidemie vampiriche, e dove i non pochi richiami letterari e cinematografici al tema mantengono sottotono un’elusività tutta piemontese, un intero itinerario nel segno del vampiro potrebbe essere agevolmente disegnato sulla mappa urbana. Una Torino/Karlstadt, a dirla con la Hammer, tra gli uffici di grandi aziende e le chiese con corpi stranamente conservati, le palazzine di sette vampiresche e quel certo negozio (ormai chiuso) di San Salvario dove si trovavano un po’ sottobanco i film sulle vampire di Franco e Rollin; tra il pop dei Seventies, dalla vertiginosa saldatura di miti, e quello di oggi, coi real vampires che rilasciano interviste e la stessa domanda che mi è capitato di sentirmi porre (con serietà, e senza citare Emilio de’ Rossignoli) se credo nei vampiri. A un livello più sottile, per capire la natura di Augusta Wampyrorum occorre considerare come detto la circolazione negli anni Settanta dei primi testi di cinema horror, le apparizioni dei film di vampiri sfarfallanti e sgranate sulle prime tv locali, le fantasie di adolescenti che nell’icona dell’arconte dell’indecidibile – anni luce prima del mieloso Twilight – ritrovavano qualcosa delle loro inquietudini. Ma poi, e sempre più mentre crescevamo, emergeva la percezione di un vampirismo come sopravvivenza di dimensioni non-morte nella storia e nella società italiana, che hanno soltanto cambiato faccia: qualcosa certo non esaurito in Torino, ma che sul set della città di passaggio (già prima capitale, già capitale industriale, già città olimpica, eccetera eccetera) trova un teatro eccellente, a suo modo emblematico. […]

 

P.s. Seguendo i consigli di un’amica specializzata in Lingua e letteratura romena, adotto in questo pezzo la lezione  Augusta Wampyrorum invece che Augusta Vampyrorum come nel contributo al volume o in altre precedenti occasioni.

 

 

 

 

 

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Lo schermo mannaro https://www.carmillaonline.com/2019/11/25/lo-schermo-mannaro/ Mon, 25 Nov 2019 22:08:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56433 di Franco Pezzini

Stefano Leonforte, Guardatevi dalla luna. Il cinema dei licantropi, pp. 463, € 24, LEIMA, Palermo 2019

(Questi giorni di Torino Film Festival, in cui un’ampia retrospettiva è dedicata all’horror/gotico e varie pellicole toccano proprio il tema della mutazione, sembrano una giusta cornice per segnalare il volume in esame, in effetti appena uscito. Il testo che segue è la mia Prefazione.)

È abbastanza chiaro che una percentuale importante dei miti ascrivibili alla nebulosa del gotico riguardi in qualche modo la questione dell’identità; o per meglio dire delle sue crisi, dei turbamenti [...]]]> di Franco Pezzini

Stefano Leonforte, Guardatevi dalla luna. Il cinema dei licantropi, pp. 463, € 24, LEIMA, Palermo 2019

(Questi giorni di Torino Film Festival, in cui un’ampia retrospettiva è dedicata all’horror/gotico e varie pellicole toccano proprio il tema della mutazione, sembrano una giusta cornice per segnalare il volume in esame, in effetti appena uscito. Il testo che segue è la mia Prefazione.)

È abbastanza chiaro che una percentuale importante dei miti ascrivibili alla nebulosa del gotico riguardi in qualche modo la questione dell’identità; o per meglio dire delle sue crisi, dei turbamenti e delle perversioni, dei dubbi e delle domande che il rapporto con l’io e con le sue umbratili dimensioni “sorelle” (Es, Ombra, Doppio… teniamoci larghi) spalanca nella percezione dell’uomo moderno. Suggestioni come quella – essenzialmente stokeriana, sulla base di spunti folklorici piuttosto vaghi – del vampiro che non si rifrange nello specchio, a implicare che forse non ci riconosciamo in quella nostra rifrazione vampiresca, ne rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Il bel libro che avete tra le mani incalza appassionatamente, con ricchezza di dati, uno dei filoni di questa inquietudine. Il modo cioè in cui una delle arti che già in radice ammiccano con più forza alla dimensione dello specchio – cioè il cinema, attraverso una quantità di elementi come luci, schermi, la stessa riproduzione del movimento che mima il nostro – affronta uno di questi dedali identitari, il rapporto sofferto tra uomo e bestia: non una bestia esterna, ma quella che l’uomo stesso può essere nel suo profondo o diventare.

Però attenzione, non una bestia a caso: e gli antropologi hanno dedicato ampi studi alla “strana” scelta di attribuire la parte del villain per eccellenza proprio al lupo – e non ad animali in fondo più pericolosi, come l’orso che invece pare tanto carino e coccolabile o quel leone che in antico s’incontrava in tutta Europa, e in effetti risulta ben presente nell’immaginario ma con altre valenze simboliche. Un lupo oggetto di un mix di odio (fino a connotazioni di vero e proprio sadismo nel tipo di caccia riservatogli) e di ammirazione: e per capire qualcosa di più dobbiamo risalire a un passato davvero remoto, quando questo bellissimo ed elegante animale appariva accreditato come il predatore per antonomasia – a cui dunque guardare quale modello nell’ambito di comunità umane altrettanto predatorie –, fratello libero del fedele e sottomesso cane, associato per assonanze onomastiche alla luce (lupo/λύκος, luce/λευκ-, λυκ-, cfr. λευκός, “brillante, chiaro, bianco”) e addirittura assunto a icona totemica, divina o eroica d’eccellenza. Non stupisce che per molto tempo l’assimilazione al lupo venisse cercata, in quelle che sono le prime esperienze attestate di licantropia come fenomeno rituale (in certi arcaici culti arcadi, per esempio); anche se già in antico l’immaginario poteva prevedere casi di “mutazione” non voluta. L’ingresso in un mondo diverso, prima quello classico e postclassico – che vede sopravvivere alcune esperienze come eccezionali – e poi quello cristiano, marginalizzerà fino a rendere penose forme di “diversità” o condannabili collusioni con le tenebre le tensioni verso una mutazione in lupo (o in altri animali). Tramite suggestioni folkloriche e vaghi echi dei processi a presunti mannari tra Cinque e Seicento il tema passerà nella narrativa gotica e romantica e in ultimo al cinema.

Fin qui sembra tutto facile: un lascito di tempi remoti, qualcosa che in fondo coinvolgerebbe poco le nostre emozioni di gente che i lupi li vede solo nei documentari, o al massimo vive la dialettica “pro o contro” tra ambientalisti e cacciatori. Ma è davvero tutto qui? Non proprio. Il fatto è che per capire un po’ meglio gli aspetti duplici dell’icona lupesca dobbiamo scavare più a fondo: perché il lupo non era solo immagine, odiata o ammirata di volta in volta, del predatore di capi di bestiame, accidentalmente spinto da contesti estremi ad attaccare gli uomini. È ben più ampia e oscura la dimensione implicata: e per esempio alla sfera simbolica e alla stessa etimologia del lupo rimanda la dea Lissa (Λύσσα), nata dalla Notte e dal sangue dell’evirato Urano, patrona del furore cieco negli esseri umani e anche della rabbia canina, che farebbe diventare il cane feroce come un lupo – cioè appunto mutare in lupo.

Di più: sulla base di una lunga elaborazione fin dal neolitico, il lupo e lo stesso cane sono associati alla sfera infera, nell’ampio spettro delle sue declinazioni. Di solito pensiamo al canino Anubi (dal sembiante non di sciacallo ma di un canide selvatico nordafricano imparentato proprio con il lupo), o agli dei inferi dei Greci, Ade, e degli Etruschi, Ajta, effigiati con il capo coperto da una pelle di lupo; oppure alle mitologie norrene che proietteranno quest’ombra di morte addirittura a livello cosmico ed escatologico, quando i lupi Hati e Skǫll si ingoieranno Luna e Sole e il padre dei due, l’arcilupo Fenrir, divorerà Odino. Ma lupesco è il mostro che emerge da un puteale – forse l’Olta sconfitto da Porsenna secondo Plinio il vecchio – effigiato su urne etrusche nei musei toscani; e non manca l’ipotesi che lo stesso sfuggente demone Caco ucciso da Ercole nell’area della futura Roma possa identificarsi nella figura con corpo umano e testa di lupo dell’arte villanoviana ed etrusca. Emblematica è poi la cosiddetta Tarasque di Noves, statua di un mostro antropofago dalle fauci di lupo ritto su due teste umane, conservata nel Museo Calvet di Avignone, e che nell’aspetto può richiamare la sagoma irsuta attribuita tanti secoli dopo alla Bestia del Gévaudan. La si è attribuita ai celtoliguri Cavari, associandola alla violenza delle acque della Durance al guado del Maupas (malus passus), ma è plausibile che la sua valenza mitica rimandi una predazione assai più generale e di carattere infero.

Se la discesa agli inferi può essere – lo sappiamo bene – una dimensione esistenziale concretissima nel corso del nostro itinerario terreno, l’incontro con questo lupo nelle profondità di noi stessi si rivela qualcosa di terribilmente serio: qualcosa che offre al pathos del Larry Talbot di turno – e la maschera sofferta di Lon Chaney Jr. può in fondo testimoniarlo – un sapore assai più autentico e vicino. L’immagine del puteale che pone in comunicazione la nostra vita quotidiana con i suoi abissi continua a parlare a distanza di tanti secoli: la bestia lupesca è pronta a eruttarne, per assidersi nella terribile maestosità dell’icona al Museo Calvet e infine straziarci. Possiamo chiamarla in tanti modi, lutto, dimensione di perdita, male di vivere: qualcosa comunque che rimanda a una forza infera che lacera e divora, che muove dalle nostre profondità e si apposta al malus passus di qualche momento dell’esistenza. Non abbiamo bisogno di coprirci di peli per sentir irrompere il lupo interiore, come specchiato ritualmente dalla liturgia profana del film horror. E il mito gotico torna a gettare qualche (livida) luce su ciò che abbiamo dentro, su ciò che siamo.

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Biancaneve e le sette (nane). Prolegomeni al sect cinema (II) https://www.carmillaonline.com/2019/08/26/biancaneve-e-le-sette-nane-prolegomeni-al-sect-cinema-ii/ Mon, 26 Aug 2019 21:05:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54308 di Franco Pezzini

(qui la prima puntata)

1.2. Sette per la vita, sette per la morte 

Il primo problema per chi voglia affrontare analiticamente il filone sect cinema – ormai una sorta di subgenere, anche se il termine va inteso con elasticità per i motivi che si diranno – è ovviamente di circoscriverne l’oggetto. Il che non è semplice come risulta invece in riferimento ad altri mostri.

Anzitutto del termine “setta” esistono varie definizioni scientifiche, ma lo sviluppo del tema nel cinema conosce connotati piuttosto fluidi, e abbraccia un’assai variegata [...]]]> di Franco Pezzini

(qui la prima puntata)

1.2. Sette per la vita, sette per la morte 

Il primo problema per chi voglia affrontare analiticamente il filone sect cinema – ormai una sorta di subgenere, anche se il termine va inteso con elasticità per i motivi che si diranno – è ovviamente di circoscriverne l’oggetto. Il che non è semplice come risulta invece in riferimento ad altri mostri.

Anzitutto del termine “setta” esistono varie definizioni scientifiche, ma lo sviluppo del tema nel cinema conosce connotati piuttosto fluidi, e abbraccia un’assai variegata serie di comunità o gruppi segreti. Ciò che rileva, infatti, non è tanto un inquadramento “teorico” del soggetto – cosa sia o non sia una setta – ma un contesto narrativo e una serie di stereotipi e dinamiche.

Accanto alle sette vere e proprie, dunque, potremo repertoriare da un lato società e ordini segreti o almeno velati da un silenzio iniziatico come Rosacroce, Massoneria e Illuminati, connotati da un peculiare esoterismo; dall’altro ordini religiosi storicamente riconosciuti ma oggetto di particolare mitopoiesi come i Templari. Ma anche quelle comunità cultuali che per fanatismo, marginalità o vocazione al segreto gli sceneggiatori apparentano di fatto – e con tutti i pregiudizi del caso – alle sette: certi culti esotici, per esempio, non importa quanto fantasiosi (per esempio il culto di Karnak dei film sulla Mummia reviviscente, o i simil-Thug di Indiana Jones e il tempio maledetto).

Per contro non andrebbero comprese nell’analisi (per assenza di un sottotesto magico-religioso dal concreto impatto sulla trama) le società segrete o criminali, anche se connotate nella descrizione filmica da richiami forti a simboli, riti e valori. Al di là di un certo apparato, si pensi solo a quei Beati Paoli di discussa esistenza storica, celebrati all’inizio del Novecento da Luigi Natoli e sul (piccolo) schermo per esempio in un famoso sceneggiato nostrano, L’amaro caso della baronessa di Carini di Daniele D’Anza, 1975.

Ma è l’immaginario a definire i confini. Così, per quanto a rigore le vicende della Family di Manson appartengano all’insieme dei gruppi criminali assai più che alle sette nell’accezione dell’antropologia religiosa, i confusi connotati “filosofici” del gruppo, le orrende modalità del crimine e il tipo di contesto retrostante finiscono con l’avvicinare al tema del diabolismo: solo l’anno prima Roman Polański, marito dell’attrice Sharon Tate – la vittima più nota dell’eccidio, all’ottavo mese di gravidanza – aveva girato quel sulfureo Rosemary’s Baby, 1968 che parlava proprio di una setta satanica e della nascita dell’Anticristo.

In secondo luogo si è accennato al filone delle sette come a un subgenere cinematografico – come, per intendersi, il vampire cinema oppure il cinema demoniaco. Ma anche da questo versante il discorso è più sfumato, visto che nei singoli casi la setta può non rappresentare affatto il “mostro” principale o più evidente. Si pensi ai citati film sulla Mummia reviviscente o a quelli che richiamano gli zombie alla loro origine folklorica: la setta c’è eccome – nel primo caso un sopravvissuto culto egizio, nel secondo un Vudu riletto più o meno fantasiosamente – ma resta in secondo piano o decisamente defilata rispetto al suo alfiere teratologico (che magari si ribellerà, ucciderà l’arci-vilain capo della setta eccetera). Oppure si considerino i film sulla stregoneria: solo in certi casi presentano una collettività streghesca, e a volte le streghe non appaiono affatto, anche se l’inquisitore di turno si mostra molto indaffarato coi roghi e possiamo parlare di setta presunta – che però può avere peso concreto nella trama.

Nel tentativo dunque di porre ordine in una materia tanto sfuggente, un criterio potrà ravvisarsi – con tutta l’elasticità del caso – nella tipologia di setta, in riferimento cioè all’oggetto del “culto” in scena. E una prima e fondamentale categoria riguarderà ovviamente le sette religiose – le più diffuse senz’altro nel tessuto sociale, anche se non necessariamente le più rappresentate al cinema. Da un primo fronte potremo anzi distinguerle in due ampi filoni: le sette emerse dall’interno dell’Occidente che conosciamo, a espressione di ipotetici revival pagani o invece di istanze criptoecclesiali, giocate sul rapporto fanatismo/plagio o sulla resistenza alla chiese dominanti; e le sette venute dall’esterno, connotate in genere da aggressive e pittoresche forme di esotismo. Esotismo geografico, come nel caso di quelle d’importazione dall’Africa selvaggia o dal predatorio Oriente, secondo i più vieti stereotipi transitati attraverso il pelago della cultura popolare tra Otto e Novecento; ma anche esotismo cronologico, in riferimento a realtà del passato evocate nei film in costume, oppure sopravvissute o riemerse dal passato entro il grembo del nostro tempo, come il citato culto di Karnak dei film sulla Mummia.

Un secondo filone, meglio rappresentato su schermo, riguarda la galassia di magia e stregoneria. Le sette insomma dell’occulto, variamente declinato: e se per le streghe, che aprono un orizzonte vastissimo di problemi, occorrerebbe circoscrivere l’esame agli aspetti di un “culto” più o meno recuperato dalla divulgazione popolare (non è detto che un film dov’è in scena una singola strega alluda a una qualche sua collettività di appartenenza), altre comunità emergono in toto dal mondo della fiction. Si pensi ai culti blasfemi ispirati agli scritti di Lovecraft, che con abbondanti forzature troveranno via via spazio nel cinema, o (per dire) allo sfuggente e bizzarro culto dei Pantos delle fantasie horrotiche del regista Jess Franco. A quest’ambito variegato si possono peraltro accostare anche le sette evocate dai film di vampiri – sette di vampiri o comunque legate a vampiri, riti di sangue e ansie d’immortalità – o di licantropi: sottofiloni che negli ultimi anni, attraverso il successo della saga Twilight e le divagazioni di un (com’è stato definito) romanticismo sexy, sia pure al plasma, hanno visto moltiplicarsi nella fiction conventicole sempre più simili alle associazioni adolescenziali da college.

Terzo grande gruppo, di conclamata rilevanza nell’immaginario e dunque ovviamente importantissimo su schermo, è poi quello delle sette sataniche – o più generalmente diaboliste. Varato dal capolavoro non sufficientemente conosciuto di Edgar Ulmer, The Black Cat, 1934, il filone è quello che con più pertinacia ripropone gli stereotipi del modello-setta offrendo materia ogni anno a un numero non compiutamente repertoriabile di pellicole.

A tali macroaree dovranno però aggiungersi altri insiemi filmicamente meno rappresentati e con legami più problematici con il modello-setta, pur trattenendone alcune caratteristiche nelle trame. Troveremo per esempio le citate società segrete “storiche” di tipo esoterico (Illuminati, Rosacroce eccetera…) ovviamente nell’ambito di liberissime riletture; certi gruppi di controllo e cospirazione a carattere sociopolitico (sette votate al dominio, sette di ricchi, gruppi “preoccupati”), o connotati sul piano generazionale (confraternite giovanili, hippies, “sette” di bambini) o sessuale (come certe sette femminili). Oltre ad altri gruppi chiusi che gli stilemi cinematografici riconducono in termini più o meno riconoscibili al modello-setta.

 

1.3. Le stagioni della setta

Nella produzione filmica in tema di sette è possibile individuare quattro periodi fondamentali.

Il primo e più lungo periodo potrebbe essere definito come età del feuilleton. La setta è descritta secondo gli stilemi di tutta una produzione romantica/gotica su società e gruppi segreti: l’arsenale tenebroso e pittoresco, l’esotismo e l’enfasi su un passato tirannico, il dominio arcano su forze misteriose e minacciose, i melodrammi delle eroine sono elementi che sottolineano uno scarto tra l’esperienza mostruosa della setta e la realtà sociale “normale” cui appartiene lo spettatore. Non che manchino, intendiamoci, richiami all’inquietudine; ma la setta è un paradigma dell’estremo che interpella solo in via di eccezione. In questi anni, seminale è l’opera di fiction del “principe degli scrittori thriller” tra i Trenta e i Settanta, Dennis Wheatley (1897-1977): tutti coloro che in seguito immagineranno il theatrum delle sette si rifaranno in modo diretto o indiretto a lui, e una delle ultime grandi opere di questa fase è The Devil Rides Out, 1968, tratto dal suo omonimo romanzo, diretto per la Hammer da Terence Fisher e sceneggiato da Richard Matheson.

La svolta si ha idealmente con il caso Manson, che punta diretto al cuore del cinema ma scatena il panico non solo a Hollywood: altri crimini della Family hanno colpito gente comune, talora con teatrale atrocità, e il combinato di totale devozione dei membri, difficoltà di provare le accuse a Manson e impossibilità di circoscrivere con chiarezza un gruppo tanto sfuggente (ammiratori e fiancheggiatori non si contano) spiazza gli investigatori e alla fine il pubblico. Colpita è una certa immagine dell’America, e il caso finisce col segnare una svolta nell’immaginario già investito dal terremoto simbolico del ’68: la carica di sovversione recata dalla setta sembra sovvertire in chiave satanica i valori di un paese fondato con la Bibbia in mano, minacciare ogni possibile ambito, infiltrarlo in radice (perverte persino il “peace and love” marca hippie), annunciare la presunta apocalisse sociale dell’Helter Skelter. Anche attraverso il sensazionalismo da rotocalco di un’epoca in cui le fonti per comprendere un fenomeno sono limitate e l’esplosione coeva del grande revival magico (che potremmo simbolicamente datare all’uscita nel 1970 di Man, Myth & Magic: An Illustrated Encyclopedia of the Supernatural is an encyclopedia of the supernatural a cura di Richard Cavendish, ma ovviamente vede una quantità di tasselli precedenti), il mostro-setta entra così a piedi uniti nel genere horror. Che sta capitalizzando proprio le confuse dinamiche di un’età di ribellione – si pensi agli innumerevoli film sulla persecuzione delle streghe, già avviati dal leggendario The Witchfinder General (Il Grande Inquisitore) di Michael Reeves, 1968 – e trova in quel soggetto teratologico collettivo un tema importante. Al di là di abbondanti concessioni al pruriginoso, i film di questo periodo – che potremo appunto chiamare età dell’Helter Skelter – rivelano ancora a una lettura odierna la propria carica provocatoria. Una dimensione che però alla fine degli anni Settanta tende a esaurirsi.

Se è difficile ravvisare un punto di svolta, pare possibile riconoscerlo almeno a fini convenzionali nel 1978: in corrispondenza cioè con un nuovo terribile evento di forti ricadute sull’immaginario, il cosiddetto massacro della Guyana. A portare alla morte di novecentodiciotto persone, bambini compresi, non è un satanista (come spesso viene imprecisamente definito Manson) votato all’eversione ma un religioso, il reverendo Jim Jones del Tempio del Popolo: e il rapido approdo su schermo di un evento tanto eclatante – Guyana: Crime of the Century (Il massacro della Guyana) di René Cardona Jr., 1979 – è già indicativo di un nuovo modo di raccontare le sette. Potremmo parlare di età dell’ordinaria crudeltà per il periodo che giunge fino all’inizio degli anni Novanta: esaurita la valenza provocatoria del tema – come per molti altri sottofiloni gotici, si pensi al vampire cinema – con l’età del riflusso la tendenza è di confezionare prodotti “sicuri” nel segno di uno stile definito come originalità decorosa. Non che, ovviamente, manchino in assoluto film coraggiosi; ma a livello diffuso, abbandonate le emozioni del classico feuilleton e anche quelle della rivolta lisergica, la setta diviene uno stereotipo mostruoso come altri, in un continuo rilancio all’atroce.

Con l’inizio degli anni Novanta, però, l’horror e in genere il fantastico conoscono una nuova primavera: e pare emblematica l’uscita nel 1991 del film La Setta di Michele Soavi. In questa fase la riscoperta dei classici del passato (anche grazie a strumenti come VHS, DVD e comunque il web), l’intento di recuperarne il sapore anche filologico, il dialogo con la cultura neogotica conducono a un’attenzione nuova ai miti neri. In tale età gnostico-gotica (così potremmo chiamarla) che vedrà figure antiche riprendere quota con impreviste impennate le sette ritrovano un ruolo importante nell’immaginario cinematografico. Si diffonde nella cultura popolare una fascinazione un po’ New Age per quel filone criptoecclesiale che già annuncia Dan Brown, e permette di innestare nel vecchio arsenale paleogotico (abbazie dirute, inquietanti segreti, ambigui monsignori…) un nuovo esoterismo di consumo: un fenomeno oggi arretrato ma conservando il valore di un riferimento “eccellente” e un certo target. Emblematico anche il successo di altre fantasie gotiche che con le sette possono trovare connessioni, dal fantasy gotico della saga di Harry Potter – che riporta in circolazione il tema dei gruppi magici – alla variegata offerta (Buffy, Twilight) in tema di vampiri e relative collettività segrete: anche su questo fronte si assiste oggi a un arretramento, ma si tratta di temi ormai entrati nell’immaginario collettivo.

Se, a distanza di quasi trent’anni, i richiami al “mostro plurale” iniziano a sembrare un po’ logori (ma sempre godibili e magari sanamente provocatori se gestiti con intelligenza) non è in questione forse solo la rapidità con cui il nostro mondo usa e getta. Il fatto è che l’età del sospetto ha ormai scoperchiato le cripte un tempo segrete: non perché il segreto in quanto tale non abbia più spazio nel nostro mondo iperconnesso, ma perché quelli che davvero esistono sono affogati nella chiacchiera. Montate come maionese dai social, bufale e crociate antibufale (magari per imbavagliare il web) presentano la stessa assenza di logos. Il cospirazionismo e il suo fratello gemello, l’anticospirazionismo di comodo – quello che inibisce qualunque dubbio sulla realtà come presentata, in nome d’interessi che restano di classe e non equivocamente di casta, nuovo nome della setta – lavorano felici assieme.

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