Centroamerica – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Haiti non esiste: i rifugiati haitiani alla frontiera di Tijuana https://www.carmillaonline.com/2016/11/23/haiti-non-esiste-rifugiati-haitiani-alla-frontiera-tijuana/ Tue, 22 Nov 2016 23:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34812 di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes)

haitiani-tijuana-1Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere [...]]]> di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes)

haitiani-tijuana-1Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere riconosciuti come rifugiati; ora i migranti centroamericani che incarnano una crisi umanitaria che sembra non avere fine. Basterebbe osservare chi si muove attraverso e attorno a el bordo -come a Tijuana chiamano il confine, distorcendo la parola inglese “border”- per intuire quello che succede nell’intera regione. Da qualche mese una nuova presenza si somma a questa eclettica fusione di umanitá: sono le centinaia di uomini e donne haitiani che arrivano giornalmente dopo aver intrapreso un viaggio interminabile. Chi non riesce a trovare posto nei diversi centri di accoglienza, dorme in piccoli hotel o case di privati che hanno improvvisato alloggi informali, ma in molti si ritrovano a passare la notte per strada. Secondo l’Istituto Nazionale di Migrazione messicano da maggio di quest’anno ad oggi circa 14mila haitiani sarebbero entrati in Messico; a Tijuana sarebbero circa 6mila e ulteriori arrivi sono previsti nei prossimi mesi a causa dei danni provocati dall’uragano Matthew che a inizio ottobre si é abbattuto sull’isola.

haitiani-tijuana-5Quella haitiana é una migrazione forzata dovuta a condizioni di vita insostenibili: da anni sono migliaia le persone che decidono di cercare fortuna altrove a causa della profonda instabilitá politica, economica e sociale. L’espropriazione delle terre da destinare a megaprogetti turistici di lusso finanziati da imprese internazionali, il buco nero in cui sono scomparse le donazioni piovute a fiotti per l’emergenza del terremoto del 2010, un regime salariale da fame e l’insicurezza dilagante, sono solo alcune delle calamitá che pesano su Haiti.

Le migliaia di migranti che in questi mesi stanno approdando a Tijuana sperano di poter dare il passo finale ed essere accolti come richiedenti asilo negli Stati Uniti. Dal 22 settembre scorso la situazione si é peró complicata: il governo USA ha dato il via a una repentina manovra di chiusura delle frontiere, revocando lo stato di protezione temporanea (TPS) che dal 2012 veniva concesso alla popolazione haitiana a causa della devastazione provocata dal terremoto.

 Il viaggio

Gli Stati Uniti non sono stati l’unico paese ad offrire permessi di soggiorno: dopo il terremoto, che provocó circa 250mila morti, anche diversi paesi latinoamericani aprirono le porte alla popolazione haitiana. In Brasile le circostanze sono risultate piuttosto proficue per l’economia nazionale: molti degli sfollati haitiani hanno trovato impiego nella costruzione delle infrastrutture dei mondiali di calcio del 2014, per cui era necessaria manodopera a basso costo e in abbondanza. La carenza di politiche pubbliche in materia d’accoglienza ha aggravato le condizioni dei migranti, propiziando ostilitá e rigurgiti xenofobi da parte della popolazione brasiliana. Negli ultimi anni sono stati denunciati diversi casi di “lavoro schiavo” -in cui imprese private mantenevano i lavoratori haitiani in condizioni di vita degradanti- anche se la maggioranza delle situazioni di sfruttamento estremo continua a rimanere sommersa. La crisi economica e politica in cui negli ultimi tempi é sprofondato il Brasile ha determinato l’espulsione massiccia dei lavoratori meno qualificati, rimasti presto disoccupati. Migliaia di haitiani hanno cosí iniziato a lasciare il gigante del sud per mettersi nuovamente in viaggio; lo stesso é accaduto con altri paesi latinoamericani. La maggior parte dei migranti che ora cercano di raggiungere gli USA non parte da Haiti ma si ritrova a migrare per la seconda o terza volta, in preda alla volatilitá del capitale.

haitiani-tijuana-6Angel Jean Louis é un uomo di bassa statura dagli zigomi forti e i gesti misurati, sicuri. Come molti altri suoi connazionali che ora si ritrovano concentrati a Tijuana, anche lui ha lasciato Haiti da tempo. Racconta la sua storia in uno spagnolo impeccabile, dalla forte cadenza caraibica; di tanto in tanto pesca una parola in portoghese poi una in francese. É nato 45 anni fa a Cap-Haïtien, il secondo porto del paese, dove é propietario di un piccolo terreno. La sua é stata una transumanza costante: fin da bambino ha fatto il pendolare tra Haiti e la Repubblica Dominicana, poi mettendo su famiglia da un lato e facendo ogni tipo di lavoro dall’altro. Nell’ottobre del 2014 ha deciso di cercare fortuna in Brasile; la crisi peró si faceva ormai sentire e dopo aver lavorato come impiegato in un centro commerciale, poi in un’industria di prodotti alimentari e infine come muratore, ha scelto di migrare ancora. Il salario minimo brasiliano (70 reales al giorno, equivalenti a circa 20 euro) e i periodi di disoccupazione sempre piú lunghi non gli permettevano di garantire una vita dignitosa ai quattro figli rimasti in patria.

La traversata verso nord porta i migranti haitiani a percorrere dai nove ai dieci paesi e a investire una media di 5000 dollari a persona. Angel Jean Louis e sua moglie sono partiti dalla frontiera di Rio Branco, tra Brasile e Perú; hanno attraversato l’Ecuador e la Colombia, dove sono stati rimbalzati indietro diverse volte prima di riuscire ad entrare a Panamá. Una volta in Costa Rica hanno camminato per una settimana nella selva armati di galloni d’acqua, gatorade, biscotti, riso e pentole per cucinare. Anche se non esiste un registro ufficiale, sono molte le persone che non riescono a sopravvivere alle inclemenze della foresta. Secondo i racconti di molti migranti il Nicaragua rappresenta il punto piú complicato del viaggio: da mesi il paese ha chiuso le frontiere agli haitiani e per attraversarlo bisogna affidarsi ai coyotes (persone che guidano i migranti attraverso le frontiere) locali che impongono un pedaggio di almeno 1500 dollari a persona e che spesso lavorano in accordo con gruppi di assaltanti.

haitiani-tijuana-3“Passare per il Nicaragua é un vero inferno -conferma Angel Jean Louis-: é pieno di reciniti elettrificati, molta gente muore nel cammino. Quando scappi dalla polizia non fai troppa attenzione a dove metti i piedi, scappi e basta perché se ti fermano ti portano indietro e perdi i soldi con cui hai pagato il coyote”. La frustrazione, l’attesa infinita nei centri d’accoglienza improvvisati lungo la frontiera, le condizioni sanitarie precarie e il rischio di essere derubati o sopresi dalle autoritá nicaraguensi, fanno sí che la situazione stia diventando una bomba a orologeria. Se il governo nicaraguese continuerá ad ostacolare il libero transito dei migranti, non solamente i prezzi imposti per attraversare il paese clandestinamente aumenteranno, ma nell’intera zona si potrebbe consolidare la tratta e il traffico di persone.

Honduras, Guatemala e Messico sono le ultime tappe di un percorso che puó durare dai due ai tre mesi. Il Messico -che i migranti attraversano a bordo di autobus di lunga percorrenza viaggiando per tre giorni consecutivi- si é trasformato nella frontiera finale di una crisi migratoria che ha iniziato a incubarsi da tempo e a cui nessun paese ha voluto prestare troppa attenzione.

Haiti non esiste

Bernard Deshommes é originario di Porto Principe, dove per anni ha gestito un emporio di vestiti che gli assicurava buoni incassi. Grazie agli studi e a una buona inclinazione per le lingue parla speditamente spagnolo, portoghese e inglese, oltre al creolo e al francese. Per problemi familiari ha deciso di lasciare il suo paese, passando prima dalla Repubblica Dominicana, poi per le Isole Vergini, nuovamente per la Repubblica Dominicana e arrivando poi in Cile, dove ha cercato lavoro come interprete ma senza successo, dice, per il forte razzismo che esiste nei confronti della popolazione nera. Dopo due mesi di viaggio per mezzo continente si vede deperito e assomiglia poco al ragazzo dallo sguardo serio e le guance piene che appare nella foto pubblica del suo profilo whatsapp.

Da diversi giorni aspetta con impazienza nel rifugio che hanno improvvisato i fedeli di una piccola comunitá evangelica incastonata nella Divina Provvidenza, un quartiere che si perde nelle vallate terrose del Canyon dello Scorpione, nella zona occidentale di Tijuana: poco lontano le sbarre del famoso muro che divide il Messico dagli Usa emergono arrugginite dalla spiaggia fino a perdersi nel mare come la spina dorsale di un grosso mammifero marino rimasto incagliato nella sabbia.

haitiani-tijuana-2Mentre racconta del viaggio e del suo paese, Bernard Deshommes sbotta con rabbia: “Haiti é parte del continente americano ma nessuno lo vuole riconoscere: il mondo non vuole ammettere che stiamo soffrendo. A nessuno piace abbandonare il suo paese, ma se mancano il lavoro, i servizi medici e non c’é sicurezza, che fai?”.

A causa del terremoto devastante del 2010 Haiti conquistó le prime pagine dei giornali per poi essere risotterrata nel silenzio generale. Nelle ultime settimane l’uragano Matthew ha provocato la stessa breve notorietá mediatica ed emergenziale: Haiti inizia ad esistere solo quando qualche catastrofe miete centinaia di vittime, per il resto sembra essere condannata all’invisibilitá. Eppure é stato il primo paese d’America ad abolire la schiavitú e il primo a dichiararsi indipendente: ogni paese latinoamericano nutre nei suoi confronti un debito storico e ideologico enorme. Nonostante i miliardi che la cooperazione internazionale ha fatto piovere sull’isola ogni qual volta si presentasse un’“emergenza umanitaria” Haiti non smette di essere la nazione piú povera dell’intero continente americano, occupando il 163° posto di 188 nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano.

Da oltre un decennio nel paese si convive con le truppe della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (MINUSTAH). Installata nel 2004 dopo la deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide, la missione é da piú parti considerata come una vera e propria occupazione di stampo umanitario. Negli anni la poca concretezza delle operazioni d’aiuto, gli abusi di cui sono spesso protagonisti i soldati e la militarizzazione del territorio -specialmente delle zone piú marginali- hanno suscitato un’opposizione popolare sempre piú dura. L’organizzazione haitiana femminista SOFA (Solidarity Fanmi Ayisèn) ha denunciato numerosi casi di violenza sessuale perpetrati dai soldati della MINUSTAH. Anche l’epidemia di colera scoppiata nel 2010 é da rimettersi alla presenza militare: dopo anni di disinformazione e depistaggi la ONU ha recentemente riconosciuto la responsabilitá dei caschi blu, in particolare del contingente nepalese, nella diffusione del batterio che in brevissimo tempo ha provocato la morte di almeno 9mila persone.

Bernard Deshommes ha lavorato per un breve periodo per la MINUSTAH, ma é un’esperienza della quale preferisce non parlare; secondo lui Haiti é un’isola sfortunata: “Ci sono momenti in cui vorrei cambiare nazionalitá: in certi paesi se dici che sei haitiano ti arrestano. Per questo diciamo che veniamo da altri paesi, come il Congo: lí c’é una guerra civile. Se ci riconoscono come congolesi possiamo sperare di ottenere asilo politico!” spiega, riferendosi alla strategia che moltissimi haitiani applicano quando sono registrati dalle autoritá migratorie dei diversi paesi che attraversano.

Deportati

haitiani-tijuana-4a recente chiusura della frontiera USA ha provocato la separazione di numerose famiglie: mentre donne e bambini sono stati fatti passare, la maggior parte degli uomini sono stati respinti o rinchiusi nei centri di detenzione per migranti da dove non riescono piú a comunicare con familiari e amici. Per la legge statunitense i richiedenti asilo possono essere ammessi nel territorio nazionale per poi venir detenuti se non possiedono i documenti sufficienti o nel caso in cui non riescano a dimostrare una “paura credibile” di persecuzione; nel caso dei richiedenti asilo haitiani il rischio della detenzione e della deportazione, alto fin dall’inizio, si é concretizzato bruscamente pochi giorni fa. Nonostante le ferite dell’uragano Matthew siano ancora fresche, nell’ultima settimana gli Stati Uniti hanno silenziosamente dato il via alle deportazioni. I primi voli stanno giá atterrando tra le migliaia di sfollati, la scarsitá di scorte alimentari e le nuove ondate epidemiche di colera che imperversano nell’isola. I migranti non solo verranno deportati nel mezzo di una grave crisi, ma molti di loro si ritroveranno a vivere in un paese che hanno lasciato ormai da anni. Con le recenti elezioni negli Stati Uniti muri e deportazioni tornano all’ordine del giorno, intanto a Tijuana la temperatura sta iniziando a scendere e le notti si fanno gelide.

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¡Berta Cáceres presente! https://www.carmillaonline.com/2016/03/29/berta-caceres-presente/ Mon, 28 Mar 2016 22:00:29 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29497 bertadi Helena Scully Gargallo e Nino Buenaventura

[Presentiamo un testo di Helena Scully Gargallo sull’attivista Berta Cáceres, vilmente uccisa il 3 marzo scorso in Honduras. La sua lotta e la memoria non si fermano. Il testo è stato letto il 23 Marzo 2016, ore 19.34, calendario Mediterraneo, Circolo Anarchico Berneri, Bologna. Di seguito riportiamo una poesia di Nino Buenaventura dedicata a Berta, “Ritratto d’amore con assassinio”, scritta in italiano e tradotta in spagnolo dallo stesso Nino. F.L.]

Difficile parlare con la rabbia e il dolore che percorrono tutto il corpo, bloccando la gola, impedendo [...]]]> bertadi Helena Scully Gargallo e Nino Buenaventura

[Presentiamo un testo di Helena Scully Gargallo sull’attivista Berta Cáceres, vilmente uccisa il 3 marzo scorso in Honduras. La sua lotta e la memoria non si fermano. Il testo è stato letto il 23 Marzo 2016, ore 19.34, calendario Mediterraneo, Circolo Anarchico Berneri, Bologna. Di seguito riportiamo una poesia di Nino Buenaventura dedicata a Berta, “Ritratto d’amore con assassinio”, scritta in italiano e tradotta in spagnolo dallo stesso Nino. F.L.]

Difficile parlare con la rabbia e il dolore che percorrono tutto il corpo, bloccando la gola, impedendo alla parola e al pensiero di fluire.

Difficile sfidare l’impotenza suscitata dalla consapevolezza che ci stanno ammazzando e che per loro la vita non ha nessun valore.

Le lacrime devono essere versate per dissipare il dolore, per far si che l’acqua del pianto ci rinverdisca dentro e che quello che crescerà in noi ci riempia di vita.

Quando la rabbia ci pervade, la miglior cosa è respirare profondamente e organizzarci, tanto collettivamente, come individualmente, cosicché, piano piano, si trasformi in ribellione.

Lo scorso tre marzo, Berta Cáceres, compagna fondatrice e coordinatrice del Consejo Cívico Popular e Indígena de Honduras (COPINH) è stata assassinata dalle pallottole d’un sistema che disprezza la vita, che ha paura della forza dei popoli che difendono i loro fiumi, le loro terre, il loro crescere e il loro vivere condividendo.

berta-vive-la-lotta-continuaBerta era e continua a essere la forza dei popoli originari di Abya Yala. Il riecheggiare dei suoi passi persiste nelle strade della Esperanza (Honduras), dove è nata ed è stata uccisa. La sua potente voce continua a nascere dalle nostre bocche per gridare agli assassini della terra, che l’organizzazione popolare della forza Lenca è più forte del piombo con il quale la vogliono far tacere, che la nostra scommessa è per la vita, nel senso più ampio della parola, e soprattutto, che la vita non è un regalo che loro gentilmente ci concedono, la vita non si impone, la vita si rinforza, si purifica e si organizza, per combattere contro la paura, il proiettile, la diga idroelettrica, la miniera, l’esercito e tutti i meccanismi di morte e controllo che ci vogliono imporre e con i quali vogliono distruggere il nostro spazio vitale.

Berta è stata assassinata dallo stato hondureño che dà in concessione e vende le terre che non gli appartengono, perché la terra e di chi la cammina, la semina, la vive. Colpevoli della sua morte sono l’impresa costruttrice di capitali locali DESA (Desarrollos Energéticos S.A.), e una delle più potenti costruttrici, la cinese Sinohydro. Assassino è il governo golpista e dittatoriale di Juan Orlando Hernández, che è anche colpevole di non dar la protezione necessaria e mantenere in un territorio ostile e pericoloso il compagno Gustavo Castro Soto, testimone diretto dell’omicidio di Berta Cáceres e ferito nell’attacco. Il malgobierno hondureño sta impedendo che Castro esca dal paese, mettendo in pericolo la sua integrità fisica e mentale. Gustavo Castro è, come Berta, un difensore della terra, coordinatore di Otros Mundos Chiapas (organizzazione messicana per la difesa dei diritti umani, i beni comuni e la madre terra).

Berta insieme al COPINH riuscirono ad impedire la costruzione della centrale idroelettrica Agua Zarca che pretendeva incarcerare ed avvelenare le acque del fiume Gualcarque, da dove sorgono le voci sacre delle bambine del popolo Lenca. La costruzione è stata fermata temporaneamente, ma la militarizzazione della zona e il continuo assedio delle e degli integranti del COPINH, che resistono nel territorio, è estremamente preoccupante.

L’Honduras è uno dei paesi più pericolosi per gli attivisti. Centodieci ambientaliste e ambientalisti sono stati uccisi negli ultimi cinque anni; l’assassinio di Berta non è un caso isolato, e sappiamo che la sua morte non è stata la prima e purtroppo non è stata nemmeno l’ultima; due settimane dopo che è stata strappata la vita della nostra compagna, sorella, amica, madre, è stato ucciso Nelson Garcia, compagno facente parte del COPINH. È stato assassinato due ore dopo aver partecipato alla resistenza contro lo sgombero degli abitanti della comunità di Río Chiquito.

berta_vive_xlargeCon l’assassinio di Berta, con l’esproprio delle nostre terre, delle nostre acque, dei nostri spazi di costruzione di altri mondi, quello che cercano è terrorizzarci, farci credere che non abbiamo possibilità di agire, farci aver paura di conoscere le nostre strade, i nostri quartieri, le nostre campagne.

Voglio dire, come giovane messicana, come compagna di tutti voi in basso a sinistra: il loro sistema di morte solo rinforza la nostra lotta per il Buen Vivir, la loro imposizione perpetua del terrore come modello di vita ci spinge a organizzarci per recuperare e per far crescere i semi che rinverdiranno i nostri prossimi passi.

Adesso più che mai, gridiamo: ¡Berta vive! ¡La lucha sigue! ¡El pueblo Lenca vive! Berta non è morta, ne sono nate altre cento!

Abajo y a la izquierda compas, continuiamo a seminare di vita il desde abajo per far vedere a quelli di sopra che la morte non ci renderà muti, che sarà distrutta la loro imposizione del terrore.

Continuiamo ad organizzarci affinché la nostra cieca rabbia si dissipi; per risolvere con il lavoro comunitario, con il dialogo con altre realtà, fra di noi, i problemi che ci impongono e le sfide che si presentano, senza mai arrenderci.

Non riusciranno a strapparci la parola, nonostante continuino a riempire di sangue le nostre terre, le nostre case, i nostri corpi… amori ed amicizie.

Non fermeranno la lotta dei nostri popoli. Non riusciranno a violentare le nostre terre, non riusciranno a venderle. Perché se toccano una di noi, toccano tutte.

Berta, esempio di tutto, insegnante, Utopía, Esperanza, come si chiamavano i suoi spazi di lotta.

La nostra Berta respira, nei ricordi di ognuna di noi. Quella Berta che suscitava la mia ammirazione e allo stesso tempo m’intimidiva, con la sua voce da gigante. “E te, perché non parli?” Mi rimproverava Meli mentre camminavamo due passi dietro mia madre e la madre della mia amica Berthita, “Mi fa paura la sua forza” – “La forza di un popolo non ti deve mai intimorire, Helena”.

Il propagarsi dei suoi passi dà un significato al futuro di costruzione di nuove forme e sguardi per capire il territorio-corpo, la lotta femminista e indigena, il sentire dell’acqua.

Ringrazio la vita per avermi permesso di conoscere le sue terre, seguendola nel suo camminare.

Berta si espande nella resistenza del popolo Lenca e nella resistenza di ogni popolo di Abya Yala e del mondo.


RITRATTO D’AMORE CON ASSASSINIO – Per Berta Cáceres

Le tue figlie sono minute,

una di esse si morde il labbro

e parla con la tua voce da gigante.

Eri madre

ed eri figlia del tuo popolo,

una combattente senza gloria,

senza fortuna.

 

Poi sono venuti gli omuncoli del denaro

con assetate idrovore meccaniche,

sono venuti a quantificare la vita di un popolo,

a chiuderla in disumane barriere

a trasformare la vita in capitale

e la morte in bene comune.

La prepotenza del piombo

ha potuto con te quello che non ha potuto

la strisciante lascivia del denaro.

 

Ascoltate! Hanno assassinato Berta!

Hanno assassinato uno dei sorrisi

che si scagliava contro il tempo.

Ascoltate! Hanno assassinato una di noi,

ed è come se in un sol colpo

avessero asportato un’intera foresta,

come se in un lampo avessero dimezzato una montagna,

avessero potuto incendiare i fiumi e i mari.

Ascoltate! Hanno assassinato Berta,

e l’acqua or schizza furibonda dai propri argini!

 

Per te scrivo queste righe,

per te mai conosciuta

per te intravista

nella figura sfuocata di tua figlia,

nelle lacrime di una amica.

 

Chiedo a te Berta,

di poter accarezzare il tuo nome,

la tua forza,

per essere un po’ anch’io figlio tuo,

e madre… perché in me nasca l’alba di una nuova alba.

Perché il tuo sorriso sia il marchio inconfondibile

che smentisca la rassegnazione dei pessimisti,

degli spossati.

 

Nino Buenventura

 

[Versione in spagnolo – Versión en español]

 

RETRATO DE AMOR CON ASESINATO – Para Berta Cáceres

Tus hijas son menudas,

una de ellas se muerde el labio

y habla con tu voz de gigante.

Eras madre

y eras hija de tu pueblo,

una combatiente sin gloria,

sin fortuna.

 

Y llegaron los homúnculos del dinero

con sedientas tragadoras mecánicas,

llegaron a cuantificar la vida de un pueblo,

a cerrarla en deshumanas barreras

a transformar la vida en capital

la muerte en bien común.

La arrogancia del plomo

pudo contigo lo que no pudo

la serpentina lascividad del dinero.

 

¡Escuchen! ¡Asesinaron a Berta!

Mataron una sonrisa

que se arrojaba contra el tiempo.

¡Escuchen! Asesinaron a una de nosotros,

y es como si de un solo golpe

hubiesen extirpado una entera foresta,

como si en un relámpago hubiesen demediado una montaña,

como si pretendieran incendiar los ríos y los mares.

¡Escuchen! ¡Asesinaron a Berta,

y ahora el agua salpica furibunda desde su proprio manto!

 

Por ti escribo estos versos

jamás conocida,

por ti vislumbrada

en la figura difuminada de tu hija,

en las lagrimas de una amiga.

 

Te pido, Berta

acariciar tu nombre,

tu fuerza,

para ser por un poco hijo tuyo,

y madre… para que en mí nazca el alba de una nueva alba.

Para que tu sonrisa sea la señal inconfundible

que desmienta la resignación de los pesimistas,

de los postrados.

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I poteri occulti del terrore in Guatemala e il movimento #RenunciaYa contro il presidente https://www.carmillaonline.com/2015/05/09/i-poteri-occulti-del-terrore-in-guatemala-e-il-movimento-renunciaya-contro-il-presidente/ Fri, 08 May 2015 22:00:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22358 di Martina Oliviero*

Guatemala CIACCSSabato 25 aprile Città del Guatemala è stata scenario di un evento tutt’altro che ordinario per la vita di questo paese. Ha, infatti, avuto luogo una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi decenni, una marcia pacifica che non si è voluta identificare con nessun partito né colore politico e che è riuscita a bloccare il centro della città per l’intero fine settimana. Le proteste sono infatti proseguite anche il giorno seguente, lasciando in molti la sensazione e la speranza d’esser state solo le prime di una lunga [...]]]> di Martina Oliviero*

Guatemala CIACCSSabato 25 aprile Città del Guatemala è stata scenario di un evento tutt’altro che ordinario per la vita di questo paese. Ha, infatti, avuto luogo una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi decenni, una marcia pacifica che non si è voluta identificare con nessun partito né colore politico e che è riuscita a bloccare il centro della città per l’intero fine settimana. Le proteste sono infatti proseguite anche il giorno seguente, lasciando in molti la sensazione e la speranza d’esser state solo le prime di una lunga serie. Nonostante l’ingente dispiego di forze di polizia disposto dal Governo e l’abitudine di queste ultime a non farsi troppi problemi a ricorrere alla violenza, non vi sono stati scontri fisici, anche se è stato comunque imposto per diverse ore il blocco di qualunque segnale telefonico in tutta l’area della manifestazione e sono state installate telecamere che hanno, illegalmente, ripreso ogni particolare della marcia.

RENUNCIA-250415-MZS-05-webIl movimento civile che ha indetto queste giornate di contestazione, conosciuto sui social netwok come #RenunciaYa, ha come principale obiettivo le dimissioni del Presidente della Repubblica, il generale in pensione Otto Pérez Molina, e della Vicepresidentessa, Ingrid Roxana Baldetti Elías, entrambi membri del Partido Patriota (PP), il partito conservatore al potere dal 2012. Ciò è stato puntualizzato attraverso il comunicato pubblicato il 20 aprile scorso sulla pagina Facebook dello stesso movimento, sottolineando particolarmente il totale non coinvolgimento di qualunque partito politico in tutto ciò che riguarda l’organizzazione delle proteste e le richieste avanzate.

Hanno partecipato all’incirca ventimila persone, a cui si sono aggiunti tremila studenti dell’Università San Carlos, l’università pubblica più grande del paese. Atti di protesta di questa portata non sono frequenti in Guatemala. La guerra civile che ha dilaniato il paese dal 1960 al 1996 ha inevitabilmente intaccato la voglia e la capacità di organizzazione della società civile e tutt’ora omertà e sfiducia sono sentimenti prevalenti tra la popolazione indigena, senza contare la durissima repressione a cui sono sempre stati sottoposti manifestanti e dissidenti. Durante i trentasei anni di conflitto il governo guatemalteco, guidato dai militari, ha perpetrato un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni maya provocando circa 250.000 morti ed oltre 40.000 desaparecidos, “giustificando” questa persecuzione con la volontà di annientare la guerriglia che combatteva contro il regime.

RENUNCIA-250415-MZS-010-WEBCICIG e “poderes ocultos”

Le richieste avanzate dal movimento in questione sono diretta conseguenza del cosiddetto scandalo de “la Linea”, scoppiato il 16 aprile scorso e che sta facendo tremare le alte sfere del governo guatemalteco. A seguito di un’indagine durata all’incirca otto mesi portata avanti dalla Commissione Internazionale Contro l’Impunità in Guatemala (CICIG), in collaborazione con il Pubblico Ministero e la Polizia Civile Nazionale, il 16 aprile sono state arrestate venti persone, appartenenti alla classe dirigente guatemalteca, con l’accusa di frode fiscale, contrabbando doganale ed associazione illecita con fine di contrabbando.

 La CICIG è un organo internazionale indipendente nato a seguito dell’accordo stipulato il 12 dicembre 2006 tra l’Organizzazione delle Nazioni Unite ed il Governo guatemalteco, all’epoca guidato da Óscar Berger a capo della Gran Alianza Nacional (GANA), ovvero la coalizione di cui facevano parte il PP, il Movimento Reformador (MR) ed il Partido de Solidaridad Nacional (PSN). L’accordo venne poi ratificato dal Congresso della Repubblica il 1 agosto 2007. Attraverso l’azione congiunta con istituzioni guatemalteche, quali il Pubblico Ministero e la Polizia Civile Nazionale, la Commissione nasce con lo scopo di combattere i CIACS (Cuerpos Ilegales y Aparatos Clandestinos de Seguridad).

In Guatemala esiste infatti una fitta e ben organizzata rete di cosiddetti poderes ocultos, retaggio della recente guerra civile. Con questo termine si fa riferimento ad una struttura informale di individui che ricoprono o ricoprivano posizioni di potere entro le strutture politche e/o economiche del paese e che utilizzano la loro posizione e la propria relazione con il settore pubblico per arricchirsi illegalmente e proteggersi di fronte alla persecuzione legale dei crimini commessi.[1]

RENUNCIA-250415-MZS-09-webElemento portante di questa rete sono appunto i CIACS. Nati durante il conflitto e composti da membri dell’esercito e dell’intelligence guatemalteca, erano parte del sofisticato apparato di servizi segreti di cui i governi militari fecero largo uso durante gli anni dello sterminio e delle persecuzioni. Il sistema d’intelligence da cui si sono originati i CIACS era denominato Estado Mayor Presidencial (EMP) e venne istituito negli anni ’70 con il pretesto di proteggere il presidente e la sua famiglia, ma ben presto si convertì in una struttura dedita al controllo dell’opposizione e alla repressione. L’attuale Presidente della Repubblica, Otto Peréz Molina, era membro di questa oscura organizzazione e, in diversi momenti, arrivò a ricoprire ruoli di comando al suo interno.

Al termine della guerra civile questi controversi gruppi non vennero smantellati, anzi si convertirono in vere e proprie imprese criminali organizzate dedite al narcotraffico, al contrabbando, alla vendita di passaporti falsi e al traffico di esseri umani. I più influenti e conosciuti, assieme all’EMP, sono La Cofradía, El Sindicato, Las Patrullas de Autodefensa Civil e Red Moreno.  Fanno parte di questi nuclei delittuosi militari in pensione ed ex funzionari del governo, membri delle forze speciali ma anche funzionari tutt’ora attivi, civili e militari, che operano entro le strutture statali. La collusione tra questi e l’esercito, così come con le alte sfere governative, è evidente e spesso risulta difficile distinguere i confini tra l’una e l’altra organizzazione.[2]

Nel 2006 nacque quindi la CICIG con l’obiettivo di investigare riguardo questi gruppi, operare per smantellarli incentivando le indagini a loro carico, incoraggiare la persecuzione penale ed il castigo dei suoi membri e prevenirne la crescita e l’affermazione sostenendo eventuali riforme giuridiche ed istituzionali. La Commissione ha l’obbligo di operare attenendosi alle leggi guatemalteche, utilizzando il procedimento penale previsto dalla Repubblica del Guatemala.[3]

Inizialmente la CICIG entrò in funzione per la durata di due anni ma le tre proroghe, richieste dal Governo ed approvate dal Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon nel 2009, 2011 e 2013, ne hanno prolungato l’esistenza e l’operato sino ad ora. In questi sette anni i casi seguiti dalla Commissione sono stati molti ed hanno prodotto arresti e scandali che hanno coinvolto le più alte cariche pubbliche accusate di crimini orrendi quali la partecipazione in esecuzioni extragiudiziali, il traffico di essere umani, frodi d’ogni genere, corruzione e riciclaggio. Nel 2010 il Caso Portillo portò addirittura all’arresto dell’ex-presidente Alfonso Portillo e all’estradizione di quest’ultimo verso gli Stati Uniti, con lo scopo di sottoporre quest’ultimo a giudizio per il crimine di riciclaggio di denaro.

La Linea: SAT e uffici doganali organizzano la frode fiscale

RENUNCIA-250415-MZS-04-webProprio durante il mese di aprile 2015 il Governo guatemalteco discuteva riguardo un ulteriore rinnovo dell’accordo firmato nel 2006 e quindi la possibilità di richiedere un’estensione della presenza della CICIG nel paese sino al 2017. Ma il 16 aprile, dopo quasi un anno di indagini, la CICIG annuncia un processo in atto per evasione fiscale ed evasione delle imposte doganali nei confronti di ventidue persone. Il giorno stesso venti di queste vengono arrestate dalla Polizia Civile Nazionale e La Commissione rende pubblico il cosiddetto caso de “la Linea”. Si tratta dell’inchiesta che ha come oggetto l’intricata rete che sta alla base di una colossale truffa fiscale in cui sono coinvolti i più alti esponenti della Superintendencia de Administración Tributaria (SAT), tra cui lo stesso sovrintendente Alváro Omar Franco Chacón, alti funzionari della dogana ed il cui capo viene individuato nel segretario personale della Vicepresidentessa, Juan Carlos Monzón Rojas.

 Viene quindi evidenziata l’esistenza di una struttura che nasce all’interno della SAT e coinvolge le sette dogane più trafficate del paese con lo scopo di appropriarsi delle imposte doganali applicate sui prodotti importati. L’organizzazione offriva infatti la possibilità agli importatori di pagare somme irrisorie al posto delle suddette tasse in cambio di una tangente, con la garanzia che questi avrebbero comunque passato i controlli doganali. Grazie ad affiliati all’interno del personale di dogana, era possibile dichiarare il falso riguardo la merce in entrata, aggirare i controlli e pagare imposte ben più basse di quanto previsto dalla legge per quegli stessi prodotti.[4]

Al momento dello scoppio dello scandalo la Vicepresidentessa Baldetti ed il suo segretario Monzón si trovavano all’estero, precisamente in Corea del Sud, dove la signora Baldetti era stata invitata a ricevere una laurea honoris causa. I due lasciarono Città del Guatemala il 13 aprile. Nonostante la notizia sia stata resa pubblica il 16, la Baldetti si è presentata in conferenza stampa solamente il 19 aprile, senza acclarare se il suo volo di rientro sia decollato da Seul il 17 o il 18. Infatti le informazioni fornite dalla stessa e dal vicedirettore dell’Aeronautica Civile, incaricato di trasmettere questo tipo di notizie, risultano incomplete e poco convincenti. Monzón, al contrario, non è salito sullo stesso volo e, secondo le ultime dichiarazioni dell’Interpol, si è diretto dapprima a Madrid il 17 per poi essere intercettato il 21 in Salvador, su un volo proveniente da Bogotà e con destino finale Honduras. Monzón non è ancora stato localizzato e continua ad essere ricercato dall’Interpol.

genocidio guatemalaIl Presidente e la Vicepresidentessa della Repubblica hanno negato qualsiasi coinvolgimento nei fatti e fino ad ora non vi sono procedimenti legali aperti nei confronti di questi ultimi, anche se è curioso osservare come in soli due mesi la Baldetti sia stata chiamata a testimoniare già quattro volte, per due differenti processi. Il 19 aprile, durante la conferenza stampa, la Vicepresidentessa ha annunciato l’allontanamento di Monzón dall’incarico di suo segretario personale, affermando comunque di non conoscere l’esatta localizzazione dell’indagato.

Il 22 il Partido Guatemalteco del Trabajo (PGT) ha emesso un comunicato in cui appoggia l’operato della CICIG, sottolineando però come quest’ultima non abbia reso pubblica alcuna notizia riguardo imprenditori ed aziende che usufruirono ampiamente del sistema della Linea e come il recente scandalo sia solo la punta dell’iceberg, fatto di corruzione e truffe, su cui poggia il sistema politico guatemalteco.[5] Il 23 aprile il Presidente ha ufficialmente richiesto al Segretario delle Nazioni Unite un’ulteriore estensione del mandato della CICIG, sino al settembre 2017, scartando l’ipotesi precedentemente avanzata di porre fine all’esistenza della stessa Commissione. La rapida risposta dell’ONU è stata, come prevedibile, positiva.

 Crimini nuovi e vecchie figure

Gli indagati sono accusati di associazione illecita con fine di contrabbando, contrabbando doganale e frode tributaria. La CICIG calcola che gli incassi derivanti dagli illeciti commessi si aggirino attorno ai due milioni di quetzales settimanali (circa 240.000 €): una frode da centinaia di milioni. Per decisione del giudice Marta Sierra Stalling, sei dei venti arrestati sono già stati rilasciati e si trovano al momento in libertà provvisoria, nonostante tra questi vi siano figure identificabili come i leader del meccanismo fraudolento. In particolare, si tratta di Salvador González Álvarez e di Francisco Javier Ortiz Arriaga. Il primo è rappresentante dell’importante consorzio di mezzi di comunicazione Corporación de Noticias S.A., società guatemalteca che controlla i quotidiani nazionali Siglo XXI e Al Día, mentre il secondo è un veterano del contrabbando. Egli stesso nelle intercettazioni telefoniche eseguite nel corso dell’indagine afferma di avere “oltre diciotto anni d’esperienza in frodi fiscali”.[6] Si tratta infatti di un integrante della Red Moreno, CIACS nato negli anni ’70 e composto da ufficiali dell’esercito e funzionari governativi, per scopi di controllo doganale, poi utilizzato per vere e proprie azioni di contrabbando. Durante il governo di Álvaro Arzú (1996-2000) ebbero inizio, però, le indagini che portarono allo smantellamento della Red. Nel 1996 Ortiz Arriaga era funzionario doganale e prese parte alla lunga serie di illeciti commessi da quest’organizzazione, ma durante l’inchiesta decise di collaborare con le forze dell’ordine, evitandosi quindi il carcere e salvando le ricchezze accumulate.[7]

Otto-Perez-Molina-e vicepresidenta guatemalaSolamente quattro degli indagati si sono presentati a dichiarare di fronte al giudice. Al momento le indagini stanno proseguendo, rivolgendo particolare attenzione alle imprese che utilizzarono il sistema della Linea per i propri affari. Il movimento di protesta nato sui social network chiede infatti al Governo e alla CICIG la pubblicazione dei nomi delle aziende coinvolte, dato che queste non sono state minimamente menzionate nelle dichiarazioni fatte fino ad ora.

Incongruenze e resistenza

Alla consueta marcia del primo maggio, in occasione della Festa Internazionale dei Lavoratori, si sono uniti cortei studenteschi appartenenti a diverse università del paese per chiedere nuovamente le dimissioni dei capi di Governo. Le proteste sono poi proseguite il giorno seguente quando la folla, riunitasi nella piazza principale di Città del Guatemala, ha occupato il palco che era stato montato per i comizi politici programmati per l’inizio della campagna elettorale. Per tutto il pomeriggio persone d’ogni età e provenienza sociale, senza indossare le bandiere di nessun partito, hanno, a gran voce, ripetuto la richiesta di rinuncia da parte del Presidente e della Vicepresidentessa.

Sono state annunciate altre manifestazioni pacifiche nella capitale ed in altre città del paese il 16 maggio. Proseguono quindi le proteste che, al grido di “ci hanno rubato tutto, persino la paura”, richiedono le dimissioni del binomio presidenziale. Ma i vertici del Guatemala non sembrano voler abbandonare le proprie comode poltrone ed il Presidente ha controbattuto che la richiesta delle sue dimissioni proviene da una piccola parte della popolazione, che non rispecchia il volere dell’intero popolo.[8] Ma le manifestazioni degli ultimi giorni ci dicono che nemmeno i guatemaltechi sono disposti a rinunciare: dopo anni di silenzio, l’ampia partecipazione alle proteste sembra significare l’inizio di un risveglio sociale.

Non mancano, però, le perplessità attorno a questo complesso caso. Il Guatemala si troverà presto in piena campagna elettorale. Le elezioni generali sono previste per il 6 settembre di questo stesso anno e porteranno al rinnovo delle principali cariche politiche, quali il presidente, il vicepresidente, 158 deputati del Congresso della Repubblica, 20 deputati del Parlamento Centroamericano nonché dei sindaci e dei vari assessorati dei 337 municipi.

Inevitabilmente lo scandalo della Linea avrà pesanti conseguenze sulla campagna e sulle stesse elezioni. Alejandro Sinibaldi, candidato presidenziale per il PP, ha pubblicamente rinunciato alla candidatura ed ha rassegnato le proprie dimissioni dal partito, dando a questo un ulteriore scossone.

Altro fatto curioso è che il caso sia stato reso pubblico proprio durante la breve assenza dal paese del principale indagato nonché leader dell’intera organizzazione. Inoltre risulta che Monzón non avesse mai accompagnato la Vicepresidentessa in altri viaggi e la consegna di una laurea honoris causa a quest’ultima non sembra essere una ragione che ne motivi la presenza. È stato poi sottolineato come le indagini della CICIG siano state rese pubbliche proprio nel periodo in cui si stava discutendo sulla possibilità di non richiedere all’ONU il rinnovo dell’accordo che regola l’esistenza della Commissione e come, in seguito, il Presidente sia stato invece obbligato ad inoltrare frettolosamente tale domanda al Segretario delle Nazioni Unite, data l’emergenza del caso.

Ad uno scenario storico piuttosto oscuro e controverso si aggiunge quindi una serie di contingenze che lasciano a dir poco perplessi. In ogni caso, non sorprenderebbe l’eventualità che tutto possa concludersi in una grande bolla di sapone, pronta a scoppiare in qualsiasi momento, senza lasciare traccia di sé. Ma è auspicabile che questi eventi lascino, invece, nella memoria del popolo guatemalteco un’impronta indelebile, che risvegli la voglia di organizzarsi contro i quotidiani abusi provenienti dall’alto.

PS. [L’8 maggio 2015 (mentre stava per uscire questo articolo) la Viceprensidentessa Rossana Baldetti ha rassegnato le proprie dimissioni. L’annuncio è stato fatto dal Presidente Otto Peréz Molina durante una rapida conferenza stampa in mattinata. Il Presidente ha affermato che non si tratta di una decisione presa a causa delle pressioni ricevute, bensì di una scelta che ha lo scopo di facilitare le indagini. La Baldetti rinuncia quindi all’immunità di cui il ruolo di vicepresidente gode. Restano in programma le manifestazioni previste per questo fine settimana e per il prossimo.]

NOTE:

* Le foto sono di Moysés Zúñiga Santiago (tranne la prima e le ultime due)

[1]“Poderes ocultos, Grupos ilegales armados en la Guatemala post conflicto y las fuerzas detrás de ellos”, Susan C. Peacock y Adriana Beltrán

[2]es.insightcrime.org

[3]www.cicig.org

[4]Quotidiano Prensa Libre, 22 aprile 2015

[5]www.partidocomunistadeguatemala.blogspot.com

[6]Quotidiano Prensa Libre, 17 aprile2015

[7]www.nómada.gt, 17 aprile 2015 e www.cmiguate.org (centro de medios indepedientes), 17 aprile 2015

[8]Quotidiano Prensa libre, 29 aprile 2015

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Elezioni presidenziali e nodi irrisolti di El Salvador https://www.carmillaonline.com/2014/02/20/elezioni-presidenziali-e-nodi-irrisolti-di-el-salvador/ Thu, 20 Feb 2014 00:00:45 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=12816 di Fabrizio Lorusso

fmln el salvadorIl 2 febbraio scorso ci sono state le elezioni presidenziali a El Salvador. Nessun candidato ha superato il 50% più uno dei voti, quindi si andrà al ballottaggio il 9 marzo per decidere chi sarà il nuovo presidente tra il 2014 e il 2019. Nel “Pulgarcito de América” (Pollicino d’America), com’è soprannominato questo paese per le sue piccole dimensioni (poco più di 21.000 km quadrati, più o meno come la Puglia o l’Emilia Romagna) sono tante le questioni aperte, al di là della campagna elettorale e dei sondaggi che, per ora, stanno favorendo [...]]]> di Fabrizio Lorusso

fmln el salvadorIl 2 febbraio scorso ci sono state le elezioni presidenziali a El Salvador. Nessun candidato ha superato il 50% più uno dei voti, quindi si andrà al ballottaggio il 9 marzo per decidere chi sarà il nuovo presidente tra il 2014 e il 2019. Nel “Pulgarcito de América” (Pollicino d’America), com’è soprannominato questo paese per le sue piccole dimensioni (poco più di 21.000 km quadrati, più o meno come la Puglia o l’Emilia Romagna) sono tante le questioni aperte, al di là della campagna elettorale e dei sondaggi che, per ora, stanno favorendo la sinistra del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN) al secondo turno. Un primo dato è che per la prima volta hanno potuto votare i quasi tre milioni di salvadoregni residenti all’estero, due milioni e mezzo solo negli Stati Uniti, anche se solo 142mila di loro si sono potuti effettivamente iscrivere nelle liste elettorali. L’affluenza alle urne è stata bassa: solo il 52% degli aventi diritto (17% in meno rispetto al 2009), cioè 4 milioni 955 mila su un totale di 6,3 milioni di abitanti. E’ la quinta volta che i salvadoregni votano alle presidenziali dalla fine della guerra civile (1980-1992) che fece 75mila vittime e 15mila desaparecidos e vide confrontarsi i guerriglieri dell’FMLN e le élite conservatrici delle cupole politiche e imprenditoriali, sostenute dall’esercito.

Il partito attualmente al governo, l’FMLN, nato dopo l’incorporazione della guerriglia alla vita politica, ha vinto le presidenziali per la prima volta nella sua storia nel 2009 con un candidato di “compromesso”, cioè l’ex corrispondente di CNN in America centrale, Mauricio Funes, un personaggio non organico al Frente, gradito al mondo dell’impresa e alla classe media, quindi percepito come meno radicale. Quest’anno, invece, il candidato che per un soffio (ha preso il 49% dei voti) non ha ottenuto la vittoria al primo turno è l’ex combattente e sindacalista Salvador Sánchez Cerén, ex Ministro dell’Istruzione che ricopre la carica di vicepresidente e incarna l’anima più autentica dell’FMLN. In caso di vittoria definitiva il 9 marzo sarà accompagnato da un candidato alla vicepresidenza, Óscar Ortiz, che è anch’egli un dirigente del Frente anche se rappresenta la corrente più innovatrice e critica della verticalità ereditata dalla struttura di partito che dominava durante e dopo la guerra civile. Sánchez Cerén potrebbe diventare il terzo presidente ex guerrigliero in America Latina, dopo la brasiliana Dilma Roussef e l’uruguaiano José Mújica.

La “tensione generazionale” all’interno del partito tra innovatori e vecchia classe dirigente (la comandancia guerrigliera) sembra aver trovato una sintesi accettabile nel duo presidente/vice e dovrebbe andare a sostituirsi a un’altra “tensione” che è prevalsa in questi anni di governo (2009-2013). Si tratta di quella tra il Frente e il capo di stato attuale Funes, un moderato che nel 2009, da una parte, ha permesso all’FMLN di sdoganarsi come forza di governo, ottenendo consensi anche tra i settori conservatori, e dall’altra è considerato come un outsider poco propenso a toccare gli interessi imprenditoriali e a cambiare con decisione la direzione della politica economica in senso meno ortodosso e neoliberale. In effetti, all’atto pratico, è andata proprio così, nonostante l’introduzione di alcuni programmi sociali e di un ruolo più attivo dello stato. Ad ogni modo il Frente ha mostrato la sua capacità di governare e d’integrarsi ala politica dell’epoca post-conflitto armato, per cui ora le frange più organiche e storiche del partito reclamino un ruolo centrale.   

La destra salvadoregna è rappresentata fondamentalmente da due gruppi della medesima oligarchia nazionale, ossia dalla “moderata” coalizione Gana (Gran Alianza por la Unidad Nacional) dell’ex presidente (2004-2009) Elías Antonio Saca e dal partito più estremista Arena (Alianza Republicana Nacionalista), già al potere dal 1989 al 2009, che ha presentato il candidato Norman Quijano, ex sindaco della capitale. Arena sorse negli anni ottanta e durante il conflitto armato si vincolò agli squadroni della morte. Il suo fondatore, Il Maggiore Roberto d’Aubuisson, fu accusato di essere l’autore intellettuale dell’assassinio di Monsignor Arnulfo Romero nel 1980.

Con proposte che sono variazioni sul tema del dogma neoliberista, Quijano, odontologo di 67 anni, ha avuto il 39% delle preferenze, mentre Saca ha ottenuto l’11,4% dei voti, sostenuto dall’alleanza Gana e dal suo nuovo Partido Concertación Nacional, nato da una costola di Arena. Il suo bacino elettorale potrà essere determinante per il ballottaggio tra Quijano di Arena e Sánchez Cerén del Frente. Di fatto la presenza di Saca e di una destra divisa tra “moderati” e “intransigenti” in campagna elettorale è stata il catalizzatore degli attacchi di Arena che ha sottovalutato il pericolo di una vittoria delle sinistre.

La coalizione Gana s’è proposta come una forza centrista di bilanciamento e sarà oggetto dei corteggiamenti de primi due partiti. Lo stesso Sánchez Cerén, appena usciti i risultati, ha messo le mani avanti e s’è dichiarato disposto a “lavorare con tutti per costruire un’agenda per il paese”. L’ex presidente Saca potrebbe “far pagare” un prezzo politico per il suo sostegno al Frente nel medio periodo, per esempio nel 2015 quando si voterà per rinnovare il congresso unicamerale di 84 deputati. Ad oggi l’FMNL ha una maggioranza relativa alla camera con i suoi 31 deputati, ma ha bisogno dei voti di Gana e dei suoi 11 deputati, oltre a quello di altri gruppi minori, per avere la maggioranza assoluta.

L’accordo con una destra “presentabile” ricorda molto le larghe intese all’italiana, ma pare un’alternativa viabile nel caso salvadoregno. Con un astensionismo intorno al 50% anche un recupero di voti tra indecisi e delusi è una strada per il Frente che, secondo i sondaggi più recenti, dovrebbe avere comunque un margine di vantaggio sufficiente per vincere il ballottaggio. Ciononostante, dopo i fatidici cento giorni di luna di miele post elettorale, potrebbero nascere più contrasti tra le anime organiche e di sinistra del Frente e la coalizione centrista Gana di Antonio Elías Saca di quanti non ne siano esplosi durante il mandato di Funes.

La sua amministrazione non ha rotto gli schemi neoliberisti, anche se ha mostrato alcune tendenze, non rivoluzionarie ma almeno differenti, che dovrebbero rinforzarsi in caso di conferma del Frente al governo: il maggior coinvolgimento statale nella formulazione della politica economica coi piani di sviluppo, in materia sociale per la riduzione della povertà e in tema di sicurezza nella lotto contro la criminalità organizzata, specialmente i narcos e le pandillas o gang della mara salvatrucha. Sono politiche che per essere continuate e ampliate richiedono risorse maggiori di quelle disponibili, sempre molto limitate per via della scarsa capacità dello stato di riscuotere le tasse, la mancanza di un sistema fiscale progressivo e l’avversione della classe imprenditoriale verso il fisco. Inoltre la crisi mondiale del 2008-2009 (e seguenti) s’è fatta sentire a El Salvador più che nel resto dell’America Latina che, in genere, ha retto bene in questi anni. Quindi senza riforme la capacità riformatrice del Frente avrà un freno, anche se l’economia dovesse riprendere a crescere a ritmi sostenuti.

Funes scelse di non aderire all’ALBA (Alternativa Bolivariana para las Américas), l’alleanza creata e promossa dal defunto presidente venezuelano Hugo Chávez, mentre decise di partecipare come osservatore all’Alleanza per il Pacifico, un blocco commerciale cui aderiscono il Cile, la Colombia, il Messico e il Però, sotto l’egida degli USA e col sostegno degli imprenditori nazionali, soprattutto degli esportatori. L’economia salvadoregna si basa da una parte su una gran massa di micro-proprietà agricole di sussistenza, necesssarie ma insufficienti per sfamare la maggior parte della popolazione rurale, e dall’altra sull’agricoltura per l’export (caffè, cotone, mais e zucchero coltivati nei latifondi), sull’industria tessile e la maquila, cioè le fabbriche di assemblaggio.

Le relazioni con il gruppo dell’oligarchia “esportatrice”, ridotto numericamente ma potente economicamente, rappresentano dunque la grande sfida di governo sul tema dell’equilibrio fiscale, per ora nettamente favorevole ai più ricchi. Altri punti chiave sono i vincoli e le alleanze internazionali, per ora più di tipo commerciale che strategico, il controllo della violenza imperante nel paese, e le riforme dello stato e dell’economia in senso più includente ed equo.  

La campagna elettorale non è stata esente da dure accuse reciproche tra i candidati riguardo alla politica da seguire con la mara salvatrucha e il crimine. L’FMLN non ha potuto affrontare integralmente il problema, ma è riuscito a far scendere sensibilmente il tasso di omicidi nel paese, negoziando una tregua parziale con la criminalità organizzata. Per questo l’opposizione l’accusa di aver stipulato un “patto criminale”. Invece Sánchez Cerén ha incolpato a sua a volta la destra di Arena di aver scatenato ondate di violenza preelettorali utilizzando squadroni di sicari e delinquenti per destabilizzare la situazione di relativa calma che regnava. L’uso mediatico della violenza da parte dell’opposizione conservatrice ha chiuso il cerchio, ma non ha funzionato. Infatti, un cavallo di battaglia del Frente è stata la “questione morale”, cioè la denuncia di corruzione rivolta contro l’ex presidente Francisco Flores, eletto con Arena nel periodo 1999-2004, il quale avrebbe tentato la fuga dal paese nel gennaio scorso dopo essere stato accusato di aver ricevuto, e in parte intascato, tra i 10 e i 20 milioni di dollari in donazioni da parte del governo di Taiwan durante il suo mandato.

Il “patto” o tregua con le gang, che prevede un trattamento carcerario migliore per i boss detenuti in cambio di una diminuzione della violenza e i conflitti tra le gang, non rappresenta certamente una soluzione definitiva, ma ha dato alcuni risultati, per lo meno in termini statistici: il tasso di omicidi ogni 100mila abitanti è sceso da 70 a 45 tra il 2010 e il 2012 e nel 2013 è stato di 39. Sono medie altissime, anche se inferiori a quelle dei paesi vicini che formano, insieme a El Salvador, il cosiddetto “triangolo della morte”: il Guatemala ha un tasso di 42 omicidi ogni 100mila abitanti e l’Honduras 82, tra i più elevati del mondo. La destra propone “mano dura” senza mediazioni contro la delinquenza e militarizzazione della politica di sicurezza contro narcos e pandillas, una “soluzione” facile per la propaganda, ma già rivelatasi nefasta in altri paesi, come il Messico, dove è stata propinata con risultati pessimi.

Il nuovo presidente assumerà l’incarico il primo giugno in un contesto di disuguaglianze estreme e stagnazione economica, con un PIL in crescita dell’1,9%, meno rispetto agli altri paesi latinoamericani, e la povertà che, sebbene sia diminuita del 7% negli ultimi 5 anni, colpisce ancora il 40% della popolazione. Alla mano dura delle destre il Frente contrappone la “mano intelligente”, cioè una serie di programmi di reinserimento sociale dei detenuti e degli ex carcerati, accompagnata dal mantenimento dei programmi governativi in favore delle scuole pubbliche e delle borse di studio finanziate da Alba Petroli, un’impresa mista dei comuni salvadoregni e del governo venezuelano.

Non si scorgono all’orizzonte, però, né proposte di riforma fiscale, né piani progressivi per la ricostruzione istituzionale e l’espansione della copertura della previdenza sociale, della salute, dei servizi pubblici, dei beni comuni e dell’educazione. Questi restano sempre sottoposti a logiche private o, nel migliore dei casi, a politiche clientelari o parziali, per cui stentano ad assumere un carattere veramente redistributivo e universale per via delle pressioni esterne, foriere di politiche economiche ortodosse ed escludenti, e di un’élite locale di certo più parassitaria che lungimirante.

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