Brigate Rosse – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 29 Mar 2025 21:00:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le contraddizioni e le moderne intuizioni di un editore militante https://www.carmillaonline.com/2024/01/10/la-contraddittoria-rete-di-un-editore-rivoluzionario/ Wed, 10 Jan 2024 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80486 di Sandro Moiso

Davide Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, pp. 288, 20 euro

Molto si è scritto, detto e discusso a proposito della lotta armata in Italia, attraverso saggi, articoli, dibattiti e testimonianze di vario indirizzo, calibro e dalle finalità non sempre limpide. Così si è scritto e discusso di formazioni molto note, altre meno, alcune importanti e altre al limite della visibilità politica e mediatica, mentre una è rimasta a lungo ai margini delle ricerche, anche se centrale per la comprensione di ciò che quell’andare “alle armi” rappresentò per i movimenti antagonisti [...]]]> di Sandro Moiso

Davide Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, pp. 288, 20 euro

Molto si è scritto, detto e discusso a proposito della lotta armata in Italia, attraverso saggi, articoli, dibattiti e testimonianze di vario indirizzo, calibro e dalle finalità non sempre limpide. Così si è scritto e discusso di formazioni molto note, altre meno, alcune importanti e altre al limite della visibilità politica e mediatica, mentre una è rimasta a lungo ai margini delle ricerche, anche se centrale per la comprensione di ciò che quell’andare “alle armi” rappresentò per i movimenti antagonisti e i militanti rivoluzionari dei primi anni ’70 e del lungo decennio successivo: i Gruppi di Azione Partigiana (Gap), ideati, fondati e finanziati, fino al momento della morte, da Giangiacomo Feltrinelli.

Una formazione, quella analizzata nel testo pubblicato da DeriveApprodi, spesso trattata a livello di ipotesi oppure di illazioni che, spesso, sono andate dalle narrazioni complottiste sui servizi segreti dell’Europa Orientale e i loro rapporti con l’editore milanese a quelle, più o meno benevole, che discettavano a proposito di una sorta di infantilismo politico dello stesso. La cui scelta politica è stata in alcuni casi vista quasi come la realizzazione del desiderio di un uomo che, con la sua straordinaria ricchezza, dopo aver provato tutto avrebbe voluto provare anche il brivido dell’azione “partigiana”.

Finalmente l’opera di Davide Serafino – assegnista presso la SNS di Pisa, borsista presso la Fondazione Burzio di Torino, l’IISS di Napoli e il DHI di Roma e che si è occupato dei fenomeni della violenza politica e della lotta armata in Italia attraverso la sua tesi di dottorato, La lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse (1969-1981), da cui è stato tratto il volume La lotta armata a Genova (1969-1981) – che ha potuto avvalersi della testimonianza diretta di un gappista mai precedentemente identificato, ma che ebbe un ruolo di primaria importanza nei Gap e che lavorò a stretto contatto con Giangiacomo Feltrinelli finendo col diventarne quasi il braccio destro, costituisce un valido documento per la ricostruzione della storia di quella formazione e del percorso politico-militante di una figura complessa come fu quella dell’editore, fino alla mattina del 14 marzo 1972, ultimo giorno della sua vita.

Il testimone, a lungo silente, è un ingegnere oggi ottantacinquenne, Vittorio Battistoni, la cui dettagliata testimonianza, anche su precisi aspetti tecnici dell’operato dei Gap, ha permesso allo storico di ricostruire nel dettaglio una vicenda che pur avendo incrociato quelle delle più importanti formazioni del periodo, come Potere operaio e le Brigate rosse, e di organizzazioni «minori», come quella genovese del Gruppo 22 ottobre, sembrava essere rimasta ai margini degli studi sulle pratiche politiche di quel periodo.
Come afferma Giorgio Moroni nell’iniziale nota editoriale:

Succede assai raramente che un improvviso squarcio di luce sottragga alle tenebre, e in modo definitivo, le dinamiche e le ragioni di episodi e di eventi tra i più clamorosi e significativi della storia, la cui vera natura è occultata dalle risultanze giudiziarie e i cui contorni sono resi misteriosi o impenetrabili da ipotesi complottiste di maniera, condite dall’intervento dei Servizi segrati “deviati” o di agenti al soldo di potenze straniere […] Questo testimone diretto si è anche rivelato in grado, con le sue meticolose ricostruzioni, di riprodurre la temperie dei primi anni Settanta e di trasferirla inalterata allo storico Davide Serafino1.

Ecco allora che la prima cosa da segnalare, ancora più della ricostruzione dei fatti la cui scoperta, da parte di chi scrive queste poche note, si preferisce lasciare al lettore per non rovinare la lettura di un libro spesso emozionante, è la validità di un metodo che, in qualche modo, rivaluta una sorta di oral history, la storia orale (trattandosi di testimonianze raccolte durante lunghi incontri personali tenutisi a Chiavari) come unico strumento, o quasi, valido per superare i limiti sia della storia documentaria ricostruita attraverso le veline dei giornali oppure gli atti e le inchieste della magistratura, degli archivi di polizia o, ancora, del loro diretto equivalente politico: gli scritti, i documenti e le testimonianze prodotti dalle organizzazioni politiche oppure dai loro più visibili e noti dirigenti e rappresentanti. Quasi sempre orientati, questi ultimi, a sottolineare la continuità ideologica oppure la coerenza individuale dei maggiori protagonisti più che a illuminare la complessità dei fatti che hanno contribuito a determinare un certo momento storico e una scelta politica derivata, invece spesso, da mille contraddizioni e sovrapposizioni di ipotesi, comportamenti e azioni.

Una storia dal basso, si potrebbe dire, che è l’unica e sola capace di illuminare non solo i vertici, ma anche il contorno sociale, culturale e politico di ogni singola vicenda e dei suoi protagonisti anche minori e meno noti. Storie che magari languiscono per decenni negli scantinati della memoria collettiva e individuale, ma che quando ritornano alla luce, spesso “illuminano” il passato più di tante altre ufficiali o più note al pubblico dei militanti o dei media, rivelando possibilità interpretative più vicine alla concreta realtà dei fatti che non alla loro manipolazione ideologica o istituzionale e poliziesca.

Come scrive Serafino nell’introduzione:

Questa ricerca non vuole essere “solamente” una ricerca sulla figura di Feltrinelli, su cui è già stato detto e scritto molto, ma vuole provare a ricostruire, per la prima volta, la parabola del gruppo armato fondato dall’editore. I Gap furono un gruppo atipico e forse nemmeno un gruppo vero e proprio – non avevano una struttura solida e organizzata, non avevano una vera e propria forma organizzativa, o quantomeno questa era piuttosto fluida, i vari Gap locali presentavano molte differenze tra di loro – ma una rete di relazioni intessuta dall’editore con singoli militanti e con porzioni di altre formazioni molto più ramificate di quanto si è soliti pensare, tanto che appare verosimile, almeno nei suoi caratteri generali, l’opinione di Gianbattista Lazagna secondo cui i Gap erano una sigla universale utilizzata da Feltrinelli per i gruppi clandestini a lui collegati, che poi l’editore cercò di dotare di una strategia comune. Il gruppo non sopravvisse al proprio fondatore e i suoi militanti andarono incontro a destini diversi: chi si avvicinò alle nascenti formazioni armate, soprattutto alle Brigate rosse; chi si avvicinò ai gruppi della sinistra rivoluzionaria; chi, scosso dalla morte violenta di Feltrinelli, si ritirò a vita privata [e] offre una chiave di lettura che consente di entrare meglio nelle vicende dei Gap e aiuta a sottrarre la figura dell’editore ai cliché del miliardario folgorato sulla via di L’Avana, del ricco mecenate della rivoluzione, provando a rendere giustizia non solamente alla figura di Feltrinelli militante politico – un militante le cui idee, al di là che siano state capaci o meno di cogliere i cambiamenti in atto, furono sempre il frutto di un’analisi razionale e non di un’estasi mistica rivoluzionaria – ma anche a quella di coloro che scelsero di collaborare con l’editore, come Vitttorio Battistoni, e che in lui videro un interlocutore credibile e affidabile, un sincero compagno di lotte politiche e non solamente, come vorrebbero altri cliché altrettanto banali, un ingenuo finanziatore dei gruppi rivoluzionari2.

Per certi versi i Gap ricalcarono più le bande partigiane cui si ispirarono fin dall’inizio, proprio per la visione antifascista e antigolpista che ispirava inizialmente Feltrinelli, più che le organizzazioni maggiormente centralizzate, sia dal punto di vista ideologico che organizzativo, che si svilupparono successivamente su un modello più di carattere marxista-leninista e questo, visto che l’unica centralizzazione sembrava convergere sulla figura dell’editore, fu forse il principale motivo del loro rapido sbandamento, successivo alla morte dello stesso.

Una visione che era in contraddizione con quella di un gruppo come Potere operaio che «non considerò mai prioritario, dal punto di vista politico, lo scontro con il Msi e i neofascisti – tale scontro era visto come una battaglia di retroguardia, in alcuni frangenti necessaria, ma pur sempre di retroguardia»3. Ma che non impedì mai a Feltrinelli di finanziare:

riviste, movimenti, gruppi e singoli militanti della sinistra rivoluzionaria e armata italiana e internazionale, l’acquisto di basi e di armi e la creazione di una rete logistica a disposizione dell’intera area rivoluzionaria, ma non lo fece nel modo ingenuo, e fondamentalmente stupido, che molti vogliono far credere, lo fece sempre con cognizione di causa e coerenza, lo fece – e fu il primo in Italia – avendo in mente una strategia rivoluzionaria globale. Una strategia ambiziosa e farraginosa allo stesso tempo, una strategia che strideva con l’impostazione neoresistenziale dei primi Gap, una strategia che non si sarebbe mai dispiegata pienamente e che, sostanzialmente, fallì, non soltanto per la morte precoce dell’editore, ma per i limiti intrinseci a un progetto che voleva tenere insieme realtà sociali ed economiche diversissime – dal Sudamerica alla Palestina, dalla Sardegna alle metropoli europee – e gruppi che muovevano da necessità e perseguivano obiettivi molto lontani tra di loro4.

Eppure, forse proprio in questo risiedeva la vera modernità, la fondamentale intuizione di Giangiacomo Feltrinelli e dei militanti che lo accompagnarono in quel primo periglioso e rovinoso tratto di strada, poi abbandonato in seguito da coloro che ne furono gli emuli successivi, tutti intenti a collegarsi ad un’unica causa all’interno di un mondo, invece, sempre più complesso e contraddittorio. Quello della guerra civile globale con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti.

L’interesse principale di questa ricerca risiede quindi, e soprattutto, nella riscoperta di un’intuizione troppo moderna per i tempi in cui venne formulata e nella immediatezza dell’esposizione e della narrazione dei fatti e delle idee. Qualità, oggi, da considerare davvero di non poco conto.


  1. G. Moroni, Nota editoriale in D. Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, p. 5.  

  2. D. Serafino, Introduzione a op.cit., pp. 9-10.  

  3. Ivi, p. 154.  

  4. Ibidem, pp. 10-11.  

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Cronache marsigliesi / 6: È la lotta che crea l’organizzazione. https://www.carmillaonline.com/2023/06/29/cronache-marsigliesi-6-e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione/ Thu, 29 Jun 2023 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77971 di Emilio Quadrelli

E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato vecchia talpa! (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Riprendiamo a scrivere dopo che, in Francia, l’ultimo sciopero generale è andato incontro a un colossale flop. Negli articoli precedenti, andando ampiamente controcorrente, avevamo evidenziato i limiti oggettivi che quelle mobilitazioni si portavano appresso e come quella “composizione di classe” non potesse che arenarsi di fronte a un conflitto che si poneva, senza ambiguità [...]]]> di Emilio Quadrelli

E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato vecchia talpa! (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Riprendiamo a scrivere dopo che, in Francia, l’ultimo sciopero generale è andato incontro a un colossale flop. Negli articoli precedenti, andando ampiamente controcorrente, avevamo evidenziato i limiti oggettivi che quelle mobilitazioni si portavano appresso e come quella “composizione di classe” non potesse che arenarsi di fronte a un conflitto che si poneva, senza ambiguità di sorta, sul terreno del potere. L’anomalia di massa di queste mobilitazioni sono stati i netturbini di Parigi, non per caso a maggioranza di “pelle scura”, i quali sono stati puntualmente messi all’angolo sia dalle organizzazioni sindacali sia da gran parte di quella “aristocrazia operaia” che non ha mai fatto mistero di trovarsi a proprio agio intorno alla “linea del colore” che governa la società francese oltre a percepirsi come “ceto medio”.

La questione della “bianchità”, costantemente eluso dagli irriducibili socialdemocratici e dagli improvvisati estremisti, è riemersa in tutto il suo portato strategico anzi, se la “frattura coloniale” è stato il leitmotiv della società francese del secondo dopo guerra, oggi questa frattura si fa “forma stato” a tutto tondo poiché è proprio intorno alla “linea del colore” che si è riorganizzato il comando. Tuttavia non sempre tutto il male viene per nuocere poiché il “movimento francese” ha sicuramente insegnato qualcosa di importante, l’epopea della mediazione è al tramonto e il rapporto tra proletari e stato non può che darsi sul terreno della “guerra” e del “potere”. “Guerra” perché per il comando le masse subalterne vanno e devono essere annichilite e private di qualunque legittimità politica e sociale per poter essere tranquillamente perimetrate negli impolitici ambiti della marginalità e dell’esclusione; “potere” perché ogni lotta diventa un corpo a corpo tra le classi e il dominio. In questo modo saltano per intero le divisioni tra “lotte economiche” e “lotte politiche” e ogni “lotta economica”, come l’operaismo italiano aveva abbondantemente anticipato, diventa immediatamente “lotta politica”.

Ciò che Macron e il suo governo, attraverso una intransigenza e una determinazione non proprio irrilevanti, hanno voluto esplicitare eludendo ogni dubbio di sorta è stata proprio una affermazione di potere. Di fronte a ciò quel movimento non poteva che naufragare ma, come si è detto, non tutti i mali vengono per nuocere. La sconfitta ha semplicemente ratificato l’archiviazione di una fase storica e di un segmento di classe che la ha ampiamente incarnata, non certo il tramonto del conflitto di classe, piuttosto il contrario. Il comando può, e lo sta facendo, porre in soffitta l’aristocrazia operaia ma non per questo può illudersi di inibire il lavorio della vecchia talpa.

Il comando è sicuramente in grado di esercitare il dominio ma non di porre rimedio alle contraddizioni che il suo sistema si porta appresso anzi, a un occhio minimamente attento, diventa evidente come l’esercizio del dominio sia direttamente proporzionale alla progressione geometrica delle contraddizioni. A fronte di ciò asserire che il “testamento” di Rosa, ero, sono, sarò, potrebbe rivelarsi più che un semplice augurio frutto dell’ottimismo della volontà ma la realistica constatazione della concretezza della ragione ha una sua sensatezza. Tutto questo all’interno di un contesto di guerra che non è più una semplice tendenza bensì il qui e ora dello scenario internazionale.

Certo, a ben vedere, l’Europa non è mai stata in pace tanto che, la stessa espressione “secondo dopoguerra”, fotografa appieno quella “bianchità” propria delle nostre società. L’Europa, e con lei l’insieme dell’Occidente è stata costantemente in guerra con le popolazioni non bianche ed è sulle sue baionette che hanno marciato le politiche imperialiste un aspetto che la fine del bipolarismo e l’affermarsi dell’era globale ha ampiamente enfatizzato. Oggi, però, siamo di fronte a qualcosa di diverso a un vero e proprio salto di qualità della guerra, oggi l’Europa è coinvolta nella guerra in prima persona e la conduzione della guerra interna contro le proprie masse subalterne assume i tratti della complementarietà rispetto alla guerra nel suo insieme.

Guerra interna e guerra esterna sono le due facce attraverso le quali il comando esercita il suo dominio, questa la “porta stretta” attraverso la quale ogni conflitto sarà obbligato a passare. Un compito che realisticamente non poteva e non può essere retto dalla aristocrazia operaia ma solo da un proletariato in grado di assumere la guerra come “cuore del politico”. Se tutto ciò avverrà è impossibile dirlo ma sapersi muovere dentro questa strettoia è il compito di ogni comunista, del resto, per dirla con Blanqui, il dovere di un rivoluzionario è fare la rivoluzione.
Chiusa questa breve premessa entriamo nel merito della questione.

Se, nell’articolo precedente abbiamo provato, in maniera sicuramente tutt’altro che esaustiva, a delineare l’attuale “piano del capitale” oggi, sulla scia delle informazioni che l’inchiesta ci ha fornito cercheremo di dire qualcosa intorno alla soggettività della classe. Con non poche acume Marx, già nel Manifesto, avvertiva come il capitalismo sovvertisse in continuazione non semplicemente la produzione ma tutti gli ambiti e le sfere della vita sociale. Per molti versi il capitale è sin da subito “capitale totale” e il suo divenire non può che darsi sotto le spoglie di una “rivoluzione permanente”. Una rivoluzione che è figlia non solo di quelle che possiamo chiamare le tendenze oggettive del capitale ma, e soprattutto, del conflitto di classe che è il motore stesso dello sviluppo capitalista.

Tutto ciò, ovviamente, non può che andare a intaccare per prima cosa la “composizione di classe” il che ha delle ricadute non proprio irrilevanti. Ciò che abbiamo provato a descrivere e raccontare nelle puntate precedenti ne ha fornito più di una traccia. Queste tracce sono importanti poiché è proprio da queste che è possibile sovvertire un vecchio vizio dell’ortodossia marxista ovvero leggere il divenire storico a partire dal punto di vista del capitale il quale diventa tanto il punto di partenza quanto di arrivo del processo storico. Su ciò si basa l’oggettivismo e il coevo scientismo che ha fatto da sfondo allo storicismo marxista. In tutto ciò il punto di vista della classe diventa un fattore tanto inutile quanto superfluo tanto da renderla una realtà sempre uguale a se stessa. Ciò che per Marx (la classe), in fondo, è assunto come modello ideal–tipico, per l’ortodossia comunista diventa elemento empirico a tutto tondo. La soggettività della classe, a conti fatti, diventa del tutto inessenziale poiché solo attraverso la soggettività politica (il partito) sarebbe in grado di animarsi. Un fare che va oltre l’autismo e si mostra palesemente contro fattuale rispetto al mondo reale e la riduzione a qualcosa di non distante dalla setta talmudica degli innumerevoli partiti e organizzazioni comuniste odierne ne rappresentano il tragicomico approdo.

Vestali di una ortodossia, comicamente declinata in una quantità di chiese da far invidia al burlesco mondo religioso statunitense, passano mestamente il tempo, oltre che nella reiterazione delle liturgie, andando alla ricerca della “vera” interpretazione dei testi. Così come la Bibbia, il Corano, la Torah e il Talmud, a seconda dei gusti, hanno già detto tutto anche i “sacri testi marxisti” sono, in sé, esaustivi si tratta solo di saperli interpretare. Un fare dottrinario il quale, grottesco a parte, dimentica che tutta la storia del movimento comunista è storia di eresie e, sotto questo aspetto, il leninismo è stata l’eresia per eccellenza.

Ogni fase storica non può che rompere con il passato e porre in atto la “sua ortodossia” che risulta, e non potrebbe essere altrimenti, blasfema nei confronti di ciò che l’ha preceduta, ma non solo. Ogni composizione di classe elabora un “punto di vista” che è il frutto di molteplici fattori i quali nulla hanno più a che fare con le retoriche che hanno fatto da sfondo alle epoche passate. Come ricorda Marx è la borghesia rivoluzionaria che, per glorificare se stessa, attinge dalle epoche eroiche del passato tanto che, la Grande rivoluzione, si specchiò nella Roma repubblicana, ma ciò non vale per il proletariato. Le rivoluzioni proletarie stanno sempre sul filo del tempo e benché se con le spalle sono sempre rivolte al futuro, è sul presente che focalizzano sguardi e desideri. A ben vedere, infatti, il famoso vogliamo tutto (e lo vogliamo adesso) degli operai Fiat non era poi così innovativo poiché non era altro, sicuramente sotto altra forma, del sogno comunardo che sparando agli orologi liberava, qui e ora, il tempo e la vita dagli imperativi del capitale o dell’Ottobre che poneva fine alla guerra e consegnava, qui e ora, il potere ai Soviet.

La classe è sempre “immediatista” e non potrebbe essere altrimenti, il che la rende poco prona alle retoriche del “sol dell’avvenir”. La sua “Teologia” è sempre una teologia del presente poiché se “lo stato di eccezione” è la condizione di vita normale degli operai la lotta per la sua abolizione non può che avvenire adesso. Per la classe il “paradiso” non può attendere e per questo non può che elaborare in continuazione una “eresia” in grado di farsi programma di potere del e per il comunismo. In questo senso, allora, si può parlare a ragione di “invarianza” della “linea di condotta” operaia e proletaria ma, una volta riconosciuto ciò, quella che va colta è la dimensione concreto all’interno della quale la “invarianza proletaria” prende forma.

Se pensiamo all’Italia, il paese dove tra gli anni ’60 e ’70 il conflitto di classe ha raggiunto la massima tensione all’interno di un contesto imperialista, è abbastanza facile notare quanto solo le realtà “eretiche” siano state le sole a incarnare le necessità della nuova composizione di classe. Lotta continua e Potere operaio prima, L’Autonomia operaia (con tutte le sue anime), le Brigate rosse e Prima linea dopo sono state le organizzazioni che, alla scala della storia, possono dire di aver rappresentato l’espressione concreta della classe e della sua soggettività mentre la miriade di partiti, partitini e organizzazioni sorte ideologicamente e non materialisticamente sull’onda della lotta operaia e proletaria hanno conosciuto un’esistenza effimera della quale il mondo si è velocemente dimenticato.

Le organizzazioni sopra ricordate, invece, sono state in grado di segnare un’epoca proprio in virtù delle rotture che hanno esercitato nei confronti dell’ortodossia terzinternazionalista verso la quale, invece, tutti gli altri cercavano di farne risorgere i fasti. Un po’ come oggi le varie sette si interrogano su quale sia il modo giusto e corretto di interpretare le scritture in quel periodo gruppi e gruppetti, all’ombra della salma di Lenin ma non della sua teoria politica, si arrovellavano il cervello per rimettere in vita il cadavere della Terza internazionale e più si intestardivano in ciò, più precipitavano nel tragicomico.

Lotta continua e Potere operaio per prime e successivamente le organizzazioni sorte dalle ceneri di queste si caratterizzarono proprio per la rottura con la pur eroica storia della Terza internazionale. L’operaismo constatò, e fu una vera e propria rivoluzione copernicana, la fine della separazione tra lotta economica e lotta politica mentre, le Brigate rosse, decretarono la fine della divisione tra politico e militare. Due passaggi che rompevano radicalmente con tutta una tradizione ma che, alla prova dei fatti, risultarono essere decisivi per ciò che una determinata composizione di classe e coeva soggettività aveva imposto al treno della storia. Con non poca ironia rimane da rilevare come nei confronti di tutte queste esperienze gli ortodossi dell’epoca riversarono tutte le accuse che i leader della Seconda internazionale rovesciarono su Lenin. Le accuse di blanquismo, anarchismo, terrorismo, spontaneismo ecc., andarono a ruba ma il tempo è galantuomo e dei censori dell’epoca non è rimasto traccia mentre quelle organizzazioni fanno parlare di sé ancora oggi.

A partire da questa premessa proveremo a dire qualcosa sulla classe tenendo conto di ciò che i materiali empirici raccolti sembrano raccontarci. Se nell’articolo precedente abbiamo parlato del “punto di vista” del capitale, poiché l’omogeneità del suo progetto sembra uniformare l’intero fronte borghese con buona pace dei “tardo comunisti” alla ricerca di frazioni di borghesia da cooptare in un novello “fronte nazionale sovranista” al fine di ridare fiato al mostro dello stato–nazione, adesso siamo obbligati a parlare dei “punti di vista” della classe.

Già, “punti di vista” poiché ciò che empiricamente ci racconta la classe è una pluralità che solo i ciechi e gli ottusi, o entrambi, non sono in grado di cogliere ma non solo. Se per molti versi ciò è sempre stato vero poiché la classe non è mai stata un tutto omogeneo, oggi a venir meno è l’esistenza di un settore di classe in grado di riunificare sotto la sua direzione l’intero corpo di classe. Oggi nessuna frazione della classe può assolvere a questo compito poiché alcun luogo di lavoro può vantare quella centralità che, per esempio, è stato in grado di esercitare, nel corso degli anni ’60 e ’70 italiani, il proletariato concentrato nella grande fabbrica fordista . La frantumazione del lavoro e il suo essere flessibile e precario ha posto in essere un proletariato la cui esistenza ben poco ha a che spartire con il passato, ma non solo.

Il mondo globale ha fatto saltare, o lo sta facendo, tutte le retoriche europee del “novecento” dando forma e corpo a una tipologia proletaria affine a ciò che possiamo in qualche modo definire proletariato internazionale. Una figura che ha perso, o tende a farlo, la “particolarità europea” per allinearsi, sicuramente con gradazioni assai diverse, a quella massa operaia, proletaria e subalterna attraverso la quale il comando dell’era globale pone in atto i suoi cicli di accumulazione su scala planetaria. Ma questo, andando al sodo, cosa comporta? Partiamo da ciò che la nostra modesta inchiesta è in grado di raccontarci.

Il primo aspetto che pare sensato evidenziare riguarda le piccole rotture che si sono verificate all’interno del corpo sociale che ha dato vita al movimento contro la legge sulle pensioni. Abbiamo visto come, se pur in maniera estremamente ridotta, piccoli gruppi di aristocrazia operaia abbiano rotto gli argini, posizionandosi in maniera del tutto anomala rispetto al grosso del movimento. Blocchi selvaggi e azioni di sabotaggio hanno caratterizzato questa rottura. Non siamo certo in grado, a partire da queste scarne notizie, di ipotizzare cosa e dove porterà tutto ciò, quello che possiamo fare, però, è tentare un ragionamento su questa tendenza. Sicuramente, almeno per ora, la stragrande maggioranza del mondo dei garantiti sembra ben distante dal cogliere il vero senso della posta in palio di ciò che ha rappresentato lo scontro sulle pensioni e continua a coltivare l’illusione che, in fondo, tutto finirà con l’aggiustarsi ma questa convinzione non può che andare in frantumi a fronte di ciò che il “piano del capitale” si è posto come obiettivo strategico. A quel punto i garantiti dovranno prendere atto che o accettano di lottare sui livelli di scontro imposti dal comando o devono rassegnarsi a soccombere.

Sicuramente la parte di garantiti più avanti negli anni, non senza sensatezza, proverà a tirare a campare e a gestirsi una vecchiaia senza troppi scossoni, ma in Francia tra i garantiti vi sono moltissime persone giovani per le quali le trasformazioni in atto avranno conseguenze non proprio irrilevanti e per le quali tirare a campare non sarà possibile poiché, un passo dopo l’altro, la loro condizione sarà sempre più assimilata a quella massa sterminata di “proletariato senza volto” i cui numeri, anche in Francia, sono già maggioranza. Certo questo settore di classe, per condizione e tradizione, non ha grande dimestichezza con determinate forme di lotta ed è sicuramente più moderato del “proletariato senza volto” ma, dalla sua, ha una non secondaria attitudine all’organizzazione e alla disciplina aspetti che, palesemente, sembrano assenti al resto della classe.

Nei probabili scollamenti del prossimo futuro queste attitudini non verranno sicuramente meno e potrebbero essere riversate, sicuramente in maniera non meccanica, sull’intero corpo di classe offrendo loro una base intorno alla quale costruire processi organizzativi il che sarebbe tanta manna per un proletariato più prossimo al riot che alla strutturazione di una lotta di lunga durata. Il tutto senza dimenticare che, questa classe operaia e questo proletariato, trova la sua base di forza dentro i luoghi di lavoro i quali, una volta depurati dalle retoriche prone alla concertazione, potrebbero trasformarsi in luoghi del potere operaio a tutto tondo.

Stiamo sognando? Forse, ma in fondo non è da oggi che ci muoviamo dicendo: “Bisogna sognare!” e siamo pericolosi e realisti proprio perché sogniamo si ma “a occhi aperti”. Quanto appena esposto è sicuramente solo un’ipotesi e una possibile tendenza le cui basi, però, hanno ben poco del fare ingenuo degli eterni acchiappa nuvole, ma affondano le loro radici all’interno dei processi materiali posti in atto dal comando stesso perciò: chi vivrà, vedrà!

Detto ciò proviamo a dire qualcosa intorno al caos che fa da sfondo alla stragrande maggioranza della classe. Abbiamo visto come le vite di questo proletariato siano ben poco stabili per cui lo scavo della “vecchia talpa” non può avere un cammino lineare. Rispetto all’epoca che ci siamo lasciati alle spalle una prima cosa sembra centrale: il territorio più che il luogo di lavoro può essere il punto di forza della classe. Siamo cresciuti in epoche in cui il “potere operaio” di fabbrica si irradiava sul territorio dando forza a tutte le componenti del proletariato metropolitano oggi, con ogni probabilità è necessario praticare l’inverso. Se, per tutta una fase, era stato possibile fare della fabbrica un Vietnam oggi quella logica va riversata sul territorio il che non vuol dire abbandonare i posti di lavoro come luoghi del conflitto ma, più realisticamente, prendere atto dei rapporti di forza in atto; del resto, anche nel corso dell’epopea del potere operaio di fabbrica, in determinati contesti era l’esterno a fare da supporto all’interno, il territorio all’officina,

Accanto alla grande fabbrica fordista o alle consorelle di media dimensione erano pur sempre presenti un pullulare di piccole aziende e officine dove i rapporti di forza padroni – classe operaia non potevano certo vantare quelli messi in campo dentro le grosse concentrazioni operaie e che, per molti versi, vivevano una condizione non dissimile da quella che riscontriamo oggi tra gran parte della classe. In quei contesti, per poter vincere, la lotta operaia necessitava di un supporto, tutta la storia delle ronde e delle squadre operaie racconta esattamente questa storia. Per alcuni versi, quindi, molti aspetti del passato sembrano doverosamente convivere con alcuni tratti del presente.

L’organizzazione all’interno dei posti di lavoro rimane sicuramente essenziale, e fortunatamente abbiamo non secondarie avvisaglie di settori precari che si muovono in quella direzione, ma resta pur sempre il fatto che se lasciate a se stesse queste lotte possono essere facilmente isolate prima, annichilite dopo. Perché queste lotte non rimangano invisibili occorre che vengano fatte proprie in maniera militante da ampi spezzoni di classe e questo ci porta a affrontare uno dei temi costantemente emersi nel corso della ricerca: la militarizzazione del territorio.

Abbiamo visto come sia intorno all’industria del turismo che la forza lavoro precaria trova occupazione e come questi luoghi, per assolvere appieno alla loro funzione produttiva, debbano essere forzatamente pacificati. In questi luoghi del conflitto non si deve avere neppure il più lontano sentore. Ciò comporta che, anche una normale lotta “sindacale”, non possa essere tollerata ma non solo perché andrebbe a incrinare quel frame che è l’inizio e la fine della “città turistica”. Qua ogni lotta deve essere rimossa e rimossa deve essere tutta quella parte di popolazione mobilitatasi intorno alla lotta. Tutto ciò, per forza di cose, impone un salto politico e organizzativo, il “diritto alla lotta” può essere esercitato solo attraverso la messa in campo di determinati rapporti di forza e questi rapporti, senza girarci troppo attorno, comportano anche la strutturazione di una “forza operaia” in grado di arginare e incrinare le logiche e pratiche di militarizzazione intorno alle quali è costruita la “città turistica”.

Abbiamo fatto solo un piccolo esempio che, però, è in grado di evidenziare la complessità che l’organizzazione del nuovo proletariato si porta appresso. La questione della militarizzazione non si ferma a ciò. Abbiamo visto come è dentro il quartiere proletario che si raggiungono i massimi livelli repressivi e militari, ma abbiamo visto anche come, proprio dentro il quartiere, forme di organizzazione più o meno formali prendano corpo. Il quartiere proletario è un concentrato di tensioni e conflitti che la “forma–stato” attuale può solo contenere e reprimere non certo mediare. Lì diventa possibile costruire “forme di potere proletario” che facciano del territorio una sorta di “zona liberata” all’interno della quale lo stato ha sempre più difficoltà a intervenire. Certo, come alcune interviste hanno ben evidenziato, dentro i territori non esiste una sola narrazione piuttosto una molteplicità di “punti di vista” che non possono essere unificati per decreto ma solo attraverso la sperimentazione e la prassi, la sfida è esattamente qua.

Abbiamo visto, e non è un esempio secondario, come le donne e le loro lotte assumano un ruolo sempre più importante nei conflitti contemporanei e, per molti versi, si può anche asserire che le donne rappresentino uno dei punti più alti dello scontro in atto. La loro critica al patriarcato è immediatamente critica al mostro statuale il che non è proprio un passaggio privo di ricadute. Le donne chiudono a ogni illusione sulla “forma–stato” delle cui nefandezze, semmai ve ne fosse ancora bisogno, il “socialismo reale” ha dato ampia testimonianza. Nella pratica e nelle lotte delle donne si afferma un “potere costituente dal basso” che, per alcuni versi, fa riecheggiare quel: Tutto il potere ai Soviet! su cui si era irradiato l’Ottobre ma lo fa in maniera decisamente più radicale poiché, alle spalle, ha una storia e una pratica che ha posto in evidenza come sia impossibile fuoriuscire dai rapporti sociali capitalisti se non si intaccano a fondo le strutture, la famiglia e tutti i suoi derivati normativi in primis, che di questi rapporti ne sono i capi saldi. La lotta contro il sessismo e l’omofobia ne rappresentano un tratto per nulla secondario, infine sono le donne che, quasi all’unisono, pongono la questione della autodifesa e dell’esercizio della forza e non è proprio una cosa da poco.

Un altro aspetto emerso riguarda il retaggio della memoria coloniale e l’assunzione in termini “culturali”, l’ostentazione del “velo” ne è la migliore esemplificazione, di questa storia. Si tratta di qualcosa, almeno per noi, di spiazzante ma che non può e non deve essere liquidato come qualcosa di irrisorio. Abbiamo visto come queste retoriche, significative le interviste che hanno affrontato il tema della prigione, siano in grado di ottenere una certa presa, poiché in grado di fornire una identità forte, tra gli strati più bassi della popolazione postcoloniale e per questo non possono essere liquidate in quattro battute.

In fondo queste retoriche ci dicono quanta “fame di politica” abbiano le masse e questa “fame”, se non trova una sponda comunista, finisce facilmente con l’essere saziata dai vari “fondamentalismi”. Sulla “fame di politica” delle masse si era consumata, e mai come in questo frangente sembra il caso di ricordarlo, una drastica rottura tra Lenin e ciò che passerà alla storia come menscevismo poiché, mentre i menscevichi consideravano l’operaio incapace di andare oltre alla “lotta per il copeco”, Lenin coglieva il bisogno di politica, che per lui era il bisogno dell’insurrezione, che, anche se in maniera spesso confusa si agitava tra le masse.

Il “gemito degli oppressi” di queste masse, allora, non è altro, pur se in forma alienata , che la richiesta di una prospettiva politica che lo porti fuori dallo “stato di eccezione”. La cooperazione di alcuni di questi dentro le lotte per la casa nei quartieri è di per sé indicativo. Siamo di fronte a un proletariato frantumato che solo dentro la lotta può ipotizzare di ricomporsi e costruire organizzazione, per questo l’inchiesta militante è un momento essenziale della relazione tra soggettività della classe e soggettività politica.

Sulla scia di ciò, senza cullare eccessive aspettative, pare sensato asserire che nonostante tutto la Vecchia talpa sia viva e vegeta. L’autunno prossimo si profila particolarmente caldo poiché l’attacco del comando alle condizioni di vita del proletariato francese conoscerà un nuovo “grande balzo”, la sanità e i suoi costi sono già stati posti nel mirino di Macron. Per quelle date ci auguriamo di riprendere le nostre “cronache marsigliesi” con narrazioni maggiormente entusiaste.

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Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2 https://www.carmillaonline.com/2023/02/28/il-mondo-della-prigione-tra-alterita-e-realismo-storico-la-morte-di-francis-turatello-2-2/ Tue, 28 Feb 2023 21:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76073 di Emilio Quadrelli e Bruno Turci

La morte di Francis più che l’inizio della fine sembra essere la puntuale registrazione di una trasformazione interna al mondo della prigione e della illegalità retrodatabile di almeno un paio d’anni quando, sia all’interno del carcere ma soprattutto all’esterno, le organizzazioni criminali iniziano a farsi egemoni. Quella composizione prigioniera a lungo ‘politicamente egemone’ già sul finire del 1978 inizia a essere messa all’angolo mentre sempre più massiccia e ramificata diventa, anche nelle carceri speciali, la presenza delle organizzazioni criminali. Non va ignorato infatti che, nel circuito [...]]]> di Emilio Quadrelli e Bruno Turci

La morte di Francis più che l’inizio della fine sembra essere la puntuale registrazione di una trasformazione interna al mondo della prigione e della illegalità retrodatabile di almeno un paio d’anni quando, sia all’interno del carcere ma soprattutto all’esterno, le organizzazioni criminali iniziano a farsi egemoni. Quella composizione prigioniera a lungo ‘politicamente egemone’ già sul finire del 1978 inizia a essere messa all’angolo mentre sempre più massiccia e ramificata diventa, anche nelle carceri speciali, la presenza delle organizzazioni criminali. Non va ignorato infatti che, nel circuito normale, le organizzazioni criminali avevano iniziato a prendere gradatamente il sopravvento almeno da un paio d’anni quando, con l’apertura delle Carceri speciali, la frazione più radicale era stata separata dall’insieme del corpo prigioniero. All’interno delle carceri normali le organizzazioni criminali erano state l’elemento determinante della pacificazione e di quella complementarietà propria della relazione “crimine – polizia”. Questa funzione normalizzatrice, a partire dal 1979, viene esportata nell’ultima roccaforte della composizione prigioniera in pieno tramonto. Su questo aspetto occorre minimamente soffermarsi al fine di non dare adito a interpretazioni prone al complottismo e amenità simili. La funzione normalizzatrice della criminalità organizzata non è il frutto di un accordo sancito da questo o quell’apparato statuale con i vertici della mafia, della camorra e via dicendo. Non dobbiamo pensare a un salotto dove gli uomini delle due parti si incontrano e stabiliscono un ipotetico piano d’azione ma alla assoluta similitudine tra apparati statuali e apparati criminali. Le organizzazioni criminali funzionano come elemento di normalizzazione poiché rappresentano e incarnano la statualità dentro i mondi illegali. Non sono, come una letteratura prona al legalitarismo ama definire, l’anti-stato1, ma lo Stato sotto altra forma. La logica e i comportamenti della criminalità organizzata sono comportamenti statuali in tutto e per tutto o, nella migliore delle ipotesi, la loro è una funzione concertativa. Le organizzazioni criminali, tutte interne ai processi di valorizzazione del capitale, non possono mai essere fuori e contro le istituzioni ma sempre dentro. Quel processo di normalizzazione che lo stato era riuscito a intraprendere dopo l’ondata rivoluzionaria del ’77 non lascia certo immuni i mondi della prigione. Catturata e rinchiusa, insieme alle soggettività comuniste, la parte più radicale dell’illegalità dentro il circuito delle Carceri speciali, il mondo della prigione era stato sostanzialmente normalizzato. Gran parte della popolazione prigioniera aveva iniziato a essere il frutto maturo di quella ‘guerra a bassa intensità’2 che, attraverso l’eroina, stato e padroni avevano condotto contro un’intera generazione operaia e proletaria, mentre un’altra era formata da quelle non secondarie schiere legate alle organizzazioni criminali tradizionali e, ancor più, da quelle emergenti come la NCO o la Nuova famiglia. Repentinamente il mondo delle ‘batterie’, che era stato in grado di imporre il suo potere per circa un decennio, evapora e, con questo, quella critica della prigione che gli aveva fatto da sfondo. Ma la critica della prigione era stata possibile solo grazie all’esistenza di ‘comunità belligeranti’ che della dimensione collettiva aveva fatto il suo stile di vita. Nel mondo degli individui che inizia a prendere forma non può esservi spazio per alcuna dimensione collettiva e tanto meno comunitaria. I peggiori incubi hobbesiani si fanno concretezza storica. Nel mondo delle Carceri speciali l’omicidio di Turatello indica esattamente la consumazione di questo passaggio. Ma, a questo punto, è giunto il momento di far parlare Bruno che di tutto ciò è stato un testimone non secondario.

3. Nel ventre del mostro

Allora, Bruno, sono passati quasi quaranta anni dalla morte di Francis. Come in tutte le cose il tempo permette di osservare e raccontare gli eventi con più distacco e minore emotività. Prima di affrontare ciò che è accaduto e le sue conseguenze puoi tracciare un breve profilo di Francis sul quale si è detto e scritto di tutto e il contrario di tutto?

Intanto partiamo da una constatazione solo apparentemente banale: sono passati una quarantina di anni. Sicuramente, se questa domanda mi fosse stata rivolta allora, avrei dato risposte diverse. Questo non perché nel tempo io abbia cambiato giudizio e opinione su Francis ma perché oggi posso leggere quanto accaduto con una visione e comprensione delle cose che all’epoca non avrei potuto avere. Il dolore e l’amarezza per quella morte rimangono intatti, ciò che è cambiata è la comprensione di che cosa è successo a Nuoro. Ho voluto fare questa piccola premessa perché la ritengo essenziale per tutto ciò che proverò a dire, sperando di riuscire a farmi capire. Parto quindi da Francis e dal mio rapporto con lui. Con Francis ci eravamo conosciuti a Milano nel ’76 durante la mia latitanza. Da Genova mi ero spostato a Milano dove facevo principalmente rapine. Molte nel milanese, anche se in alcuni casi mi spostavo anche in Liguria e in Piemonte. Francis l’ho conosciuto in uno dei suoi locali e abbiamo immediatamente simpatizzato e iniziato a costruire un legame che, in brevissimo tempo, si è fatto quanto mai solido e fraterno. Non a caso ero considerato, a tutti gli effetti, il suo Delfino. Francis aveva in mano tutto il giro delle bische oltre a un certo numero di locali, anche se non disdegnava, visto il suo passato, le rapine. Si è detto che Francis controllava Milano ma è una affermazione che va abbastanza smentita. La verità più vicino al vero è che Francis, più che controllare Milano, non faceva controllare Milano. Cosa voglio dire? Voglio dire che Francis aveva sicuramente un peso rilevante su Milano e che sicuramente era a conoscenza di tutto ciò che a Milano si muoveva ma non imponeva alcuna forma di governo e di controllo sugli altri. Il suo problema era che nessuno agisse per intralciare in qualche modo le sue attività, dopo di che rispettava tutti e da tutti pretendeva rispetto. Questo suo modo di agire faceva sì che nessuno gli si mettesse contro e che, al contempo, tutti avessero un occhio di riguardo nei suoi confronti.

Tutto questo che relazione ha con la sua morte?

Come ti ho detto oggi mi è molto più facile inquadrare la morte di Francis perché mi permette di osservarla ben oltre il fatto in sé. La morte di Francis ha significato la fine di un’epoca e questo mi è stato chiaro solo in seguito quando gli effetti di quella morte si sono fatti sentire in tutti gli ambiti e gli aspetti del nostro mondo, del nostro modo di vivere e di concepire i rapporti con gli altri. Andando al sodo, Francis è stato ucciso perché alcuni gruppi volevano prendersi Milano. Sicuramente Cutolo e la NCO che avevano grosse mire su Milano, ma anche i palermitani e soprattutto i catanesi che perseguivano lo stesso obiettivo e con non poca determinazione. Cutolo e i catanesi sono stati i principali ispiratori, mentre i palermitani si sono limitati a assecondare il progetto. A uccidere Francis, non a caso, è Barra, uomo di Cutolo, Faro, uomo dei palermitani, Maltese, un povero idiota fatto su da Faro, e Andraus, vero e autentico Giuda perché fino a un attimo prima era legatissimo a Francis e si è repentinamente venduto ai catanesi. Francis penso che potesse immaginare tutto tranne che nei suoi confronti ci fosse una cospirazione in corso. Con la sua morte e la veloce disgregazione della sua rete organizzativa esterna la sua epopea tramonta e con questa un’intera epoca. Ma forse occorre dire che la morte di Francis più che l’inizio della fine è un po’ il punto di arrivo di una trasformazione in atto da tempo. Io credo che solo pochi anni prima un fatto del genere non sarebbe potuto accadere perché il clima presente dentro le carceri non lo avrebbe permesso. Molti si sarebbero opposti, non tanto per una particolare simpatia nei confronti di Francis, ma perché le logiche che hanno portato alla uccisione di Francis non avrebbero trovato legittimità dentro le prigioni. Ora provo a spiegarmi.

Prima di proseguire una domanda. Nel passeggio nel quale Francis viene ucciso vi sono anche due della tua ‘batteria’, Cesare e Paolo: come reagiscono alla cosa? La domanda mi sembra legittima per almeno due motivi: in prima battuta perché, a quanto mi risulta, i loro rapporti con Francis erano più che buoni e, aspetto ancora più importante, sapevano benissimo il legame di fratellanza esistente tra te e Francis. Non prendere posizione, ovvero non intervenire in difesa di Francis, non significa anche registrare una sorta di rottura con te e, come immancabile conseguenza logica, mettere fine a quel legame proprio dell’essere ‘batteria’? La morte di Francis non rappresenta anche la vostra fine? Non opporsi alla morte di Francis non significa forse rompere in maniera netta e recisa quei vincoli di amicizia e fratellanza che erano stati alla base del vostro essere?

Sicuramente sì. È chiaro che starsene a guardare mentre viene ucciso uno che è un mio fratello significa, se la parola fratello ha un senso, non solo e semplicemente non avere alcun riguardo nei miei confronti ma rompere il legame con me. Ma se rompi il legame con me significa che a venire meno sono tutti i presupposti che in quel legame erano impliciti. A quel punto è evidente che continuare a parlare di ‘batteria’ non ha più il senso di prima, e infatti molte cose iniziano a cambiare. Gli anni successivi di questo ne saranno una triste conferma3. Qualcosa è successo e tutti quanti, in qualche modo, rimaniamo travolti da quel qualcosa che modifica tutto. Come si può descrivere tutto questo? Direi che, a un certo punto, abbiamo cessato di essere e pensarci come gruppo, come banda, come essere il pugno chiuso di una mano, per diventare, invece, tante dita isolate che si incontrano solo per motivi di interesse rimanendo però dita singole. In qualche modo sicuramente continuiamo a esistere come gruppo, siamo ancora i ‘genovesi’, ma siamo già diventati una cosa diversa.

Torniamo però al carcere. Perché la morte di Francis segna un vero e proprio passaggio epocale? Perché da quel momento in poi nulla sarà più come prima? Quali equilibri, in sostanza, una figura come quella di Francis garantiva?

Il passaggio è così spiegato. Nelle carceri, anche se occorre precisare negli speciali perché nel circuito normale le cose erano ormai molto diverse, a contare era solo e unicamente la biografia del singolo ossia non aveva importanza a chi eri legato e neppure lo spessore delle tue azioni così come, visto che all’epoca c’erano numerosi politici, neppure a quale fede o gruppo appartenevi. Le simpatie di Francis, per dire, erano dichiaratamente di destra, tanto che a Nuoro stava in cella con Concutelli, ma sicuramente non aveva prevenzioni di sorta nei confronti dei comunisti. Quando faceva colloquio il pacco lo divideva con tutta la sezione senza curarsi a quale credo politico appartenessero. Tra noi degli speciali, anche perché di fatto ci conoscevamo da tempo, c’era una relazione di fratellanza basata proprio sulla stima e la fiducia che ognuno di noi nutriva per l’altro. Possiamo dire che c’era un rapporto sostanzialmente egualitario. Nessuno, dentro gli speciali, ha mai avuto il problema del mangiare, delle sigarette o dei vestiti. Chi aveva di più dava a chi aveva di meno perché l’unica cosa che contava era l’essere o meno un ‘bravo ragazzo’. Francis, le cui disponibilità economiche non erano certo irrisorie, di questo vero e proprio ‘stile di vita, ne rappresentava un po’ il paradigma. Questo cosa significa? Significa che in questo clima contano i singoli e non le loro appartenenze anche perché le appartenenze sono sostanzialmente del tutto simili: o batterie di rapinatori o veri e propri cani sciolti o lupi solitari. Nessuno, in poche parole, era interessato a diventare una forza egemone dentro il carcere anche perché, questo il fatto veramente decisivo, tutti, o almeno la stragrande maggioranza, avevano in mente una sola cosa: evadere. Non bisogna dimenticare infatti che negli speciali, almeno nella prima fase, finiscono coloro che o sono evasi, spesso armi in pugno, o hanno cercato di farlo. I prigionieri degli speciali stanno dentro ma hanno costantemente la testa rivolta a fuori. Non vogliono diventare i padroni del carcere, vogliono unicamente andarsene. Questo il collante che lega tutti ed è ovvio che se questo è il comune sentire tutto il resto non può che essere conseguente. Ciò che palesemente rimane estraneo in questo scenario sono il denaro e l’interesse. Con l’ingresso prepotente delle organizzazioni, la NCO ma non solo, tutto questo cambia. La prigione diventa una specie di parlamento dove non si ci parla più come biografie ma come componenti. Ci sono i cutoliani, i catanesi, i palermitani, i milanesi, i genovesi, i brigatisti, quelli di prima linea e così via. Questo comporta una mutazione decisiva perché implica una divisione e un modo diverso di ragionare. Inoltre le organizzazioni criminali non sono interessate a scappare ma a governare il carcere insieme all’esterno: la morte di Francis è l’esatto corollario di questa logica. Francis viene ucciso perché cutoliani, palermitani e catanesi vogliono prendersi Milano, le bische e non solo, per questo dovevano rimuovere Francis il quale, tra l’altro, era prossimo alla scarcerazione e da lì a poco sarebbe tornato nella sua Milano. Fare la guerra a Francis fuori sarebbe stato un problema non solo perché poteva contare ancora su un saldo gruppo di fedelissimi ma perché, con ogni probabilità, tutti gli indipendenti avrebbero sicuramente appoggiato più volentieri Francis piuttosto che gli altri. L’omicidio di Francis, inoltre, infrange un tabù quello di non uccidere se non di fronte a prove certe di infamia. Uccidere per interesse non era ammesso e così, sfregio nello sfregio, Francis verrà accusato dai suoi assassini di infamia e di collaborazionismo con la direzione carceraria4.

Quali saranno, quindi, le ricadute concrete all’interno della prigione di questo episodio?

Saranno enormi. Ma già come si è consumato l’atto in sé è indicativo. Nessuno, tranne Concutelli, prova a difendere Francis. Credo che solo qualche mese prima questo non sarebbe accaduto e di fronte a quell’aggressione del tutto immotivata, almeno secondo il costume che regolava il carcere, i più si sarebbero messi di mezzo e avrebbero impedito l’omicidio e a finire sotto accusa sarebbero stati gli aggressori. Col senno di poi credo che sia sensato dire che l’omicidio di Francis più che essere l’inizio della fine sia un po’ il capolinea di quello che ormai nelle carceri era avvenuto. L’omicidio di Francis non farà altro che rendere esplicito ciò che era implicito ormai da qualche tempo.

Potresti essere più chiaro?

Voglio dire che il modo in cui si è consumato l’omicidio implica palesemente il fatto che quel vincolo e quel legame che aveva caratterizzato il mondo degli speciali si è ormai eclissato, il senso di appartenenza e fratellanza è ormai poco più che un contenitore vuoto. Da lì in poi tutto ciò sarà estremamente evidente e al limite del banale. Non tutti, ma quasi, correranno a arruolarsi in questa o quella organizzazione o comunque a essere da queste sovradeterminati. Con la morte di Francis un’epoca è decisamente chiusa e il mondo della prigione diventa un’altra cosa.

Quanto appena affermato dalle parole di Bruno Turci è ulteriormente rinforzato da un altro attore sociale con alle spalle una lunga attività di rapinatore autonomo, un vero e proprio lupo solitario il quale, pur ‘lavorando’ con diverse batterie, non ha mai stipulato vincoli eccessivamente stretti con nessuno. La sua testimonianza appare preziosa perché, per molti versi, sintetizza al meglio ciò che era il mondo della prigione e ciò che repentinamente è diventato.

In maniera molto sintetica puoi raccontarmi come hai vissuto la morte di Turatello e tutto ciò che nelle carceri è seguito?

Io conoscevo Francis da tempo e con lui ho sempre avuto ottimi rapporti tanto che, in una circostanza, mi ha anche regalato delle armi lunghe delle quali con il mio gruppo avevamo bisogno per fare un lavoro. Tuttavia non sono mai stato legato in alcun modo a lui, io ho sempre fatto rapine e non mi sono mai interessato di altro. A volte andavo a giocare in una delle sue bische o passavo la serata in qualche suo locale ma nulla di più. Sicuramente era un amico e un gran bravo ragazzo sempre disponibile a dare una mano a chi si trovava in una qualche difficoltà. La sua morte non mi ha stupito più di tanto perché che il clima nelle carceri speciali fosse cambiato era già evidente da qualche tempo. Questo io, probabilmente perché non legato a nessuno in maniera particolarmente stretta, ho avuto modo di percepirlo con un certo anticipo.

Per quali motivi?

Perché, un giorno dopo l’altro, questi delle organizzazioni e specialmente i cutoliani prendevano campo e palesemente chi non si affiliava veniva guardato con sospetto se non considerato come un vero e proprio nemico. In più, cosa che per noi era del tutto impensabile, iniziavano a vedersi atti di sopraffazione nei confronti dei meno attrezzati sino a arrivare all’emissione di sentenze di morte per il solo fatto che qualcuno non si sottometteva ai capricci di un qualche camorrista del cazzo.

Per esempio?

Le cose più indegne. Ho visto dei bravi ragazzi essere marchiati come infami solo perché si erano rifiutati di pulire i piatti o lavare gli indumenti di un qualche piccolo boss. L’aria nelle carceri era diventata irrespirabile tanto che, neppure in pochi, proprio per togliersi da quella situazione invivibile hanno chiesto di essere posti volontariamente in isolamento.

Quindi, secondo te, la morte di Turatello è una sorta di frutto maturo della trasformazione che aveva ormai pervaso il mondo carcerario?

Sì, è così. Francis muore perché, tutto sommato, anche se diverso da noi con noi condivideva un modo di vivere che per questi delle organizzazioni era decisamente incompatibile. (V. P.)

Giunti a questo punto proviamo a trarre una qualche sintetica conclusione. La morte di Turatello segna, dentro la prigione e i mondi illegali, per prima cosa la fine della dimensione autonoma e di obiettiva contrapposizione al potere che un certo tipo di illegalità aveva coltivato e praticato. Con ciò siamo ben lungi dal voler ascrivere gangster e batterie nell’ambito della rivoluzione ma, con molto più realismo, asserire che la stagione dei Turatello, dei Cochis e tantissimi altri può essere considerata come una sorta di breve estate dell’anarchia dentro i mondi illegali i quali, se una qualche assonanza con quanto si stava muovendo nella società, lotte operaie, lotte studentesche, rivolte nelle carceri, lotte femministe, guerriglia diffusa e lotta armata, hanno sicuramente avuto, è stato sul piano esistenziale più che politico. Turatello rifiuta l’offerta dello stato non certo perché nutra una qualche simpatia nei confronti dell’azione Moro ma perché lui è un ‘bravo ragazzo’ e ‘bravi ragazzi’ sono i brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo stato è solo un infame. Non diverso è il punto di vista di Cochis il quale, anche lui uomo con maggiori simpatie a destra che a sinistra, non ha un attimo di dubbio nel rigettare l’allettante offerta dei carabinieri. Questa illegalità era tanto irriverente quanto irriducibile alle logiche del potere e, dentro una complessiva normalizzazione degli assetti sociali, doveva essere rimossa. Con lei doveva essere rimossa, e qua la non secondaria assonanza con ciò che si consuma in fabbrica, quel senso di essere collettivo che aveva caratterizzato l’operaio in lotta. Ciò che viene annichilito è, insieme al senso di appartenenza collettiva, l’idea stessa della lotta. Niente più lotta in fabbrica, niente più rivolte nelle prigioni, niente più cortei interni in fabbrica, niente più evasioni dalle carceri bensì il rigido ripristino di robuste gerarchie sociali inamovibili. Individui atomizzati e de-solidarizzati, sotto il controllo rigido e ferreo di un potere burocratico, diventano gli abitanti della prigione ma questa è esattamente la società italiana che prende forma negli anni Ottanta. Questa società può certamente felicemente convivere con ogni forma di organizzazione criminale ma non può tollerare gangster e banditi. È il tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale tutti noi siamo immessi così come quella tragica epopea è stata per intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la barricata.

(Fine)


  1. Uno dei maggiori sostenitori di questa tesi è sicuramente Pino Arlacchi: al proposito si può vedere La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell’inferno, Milano, Il Saggiatore, 2007.  

  2. Sul ruolo avuto dagli apparati statuali nella diffusione massificata dell’eroina controrivoluzione preventiva si veda Rai Storia, Operazione Blumoon. Eroina di stato.  

  3. Di come la ‘batteria’ dei genovesi finisca con l’andare in frantumi se ne avrà una corposa riprova quando, nell’ottobre del 1990, venne ucciso Gaetano Gardini ‘Gughi’ per opera del clan mafioso Fiandaca ma su mandato di Cesare Chiti, proprio uno degli elementi di maggio spicco, sin dalle origini, della ‘batteria dei genovesi’. Per molti versi si assiste a qualcosa di molto simile a quel Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, curiosamente uscito un mese prima della morte di ‘Gughi’, film che racconta con grande realismo il dissolversi di ogni legame amicale all’interno dei mondi criminali e l’imporsi di un cinismo individualista sostanzialmente narcisista. C. Lash, La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in una età di disillusioni collettive, Vicenza, Neri Pozza, 2020.  

  4. Ciò è quanto, infatti, sostiene V. Andraous («Dissi io a Barra di unirsi all’omicidio Turatello», Spazio 70) il quale nega l’esistenza di mandanti ma rivendica interamente a sé l’ideazione dell’omicidio a seguito della collaborazione di Turatello con la direzione penitenziaria. Sembra importante rivelare come l’uso della calunnia, da quel momento in poi, divenne moneta corrente in tutto il mondo carcerario. Gran parte degli omicidi che segnarono drammaticamente quella stagione furono giustificati, appunto, attraverso l’accusa di collaborazionismo quando, in realtà, erano solo questioni di affari. Quando un gruppo doveva liberarsi di un concorrente per prima cosa si adoperava per mettere in moto la ‘macchina del fango’. A ciò non si sottrassero neppure le Brigate rosse le quali, dopo le scissioni interne, iniziarono bollare come ‘infami e traditori’ i nuovi avversari politici.  

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Un contadino nella metropoli degli anni ‘70 https://www.carmillaonline.com/2023/01/14/un-contadino-nella-metropoli-degli-anni-70/ Fri, 13 Jan 2023 23:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75370 di Alessandro Barile

Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Pgreco 2023, pp. 352, € 20,00.

La ripubblicazione di Un contadino nella metropoli a dieci anni dalla morte del suo autore, Prospero Gallinari (1951-2013), è opportuna almeno per due motivi. Il primo, rimettere in circolazione un libro stranamente introvabile, nonostante la prima edizione affidata a Bompiani, la notorietà della persona, l’attenzione (a volte genuina, più spesso morbosa) riguardo agli anni Settanta e alla lotta armata nel nostro paese. Vi è poi l’occasione di celebrarne il ricordo a [...]]]> di Alessandro Barile

Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Pgreco 2023, pp. 352, € 20,00.

La ripubblicazione di Un contadino nella metropoli a dieci anni dalla morte del suo autore, Prospero Gallinari (1951-2013), è opportuna almeno per due motivi. Il primo, rimettere in circolazione un libro stranamente introvabile, nonostante la prima edizione affidata a Bompiani, la notorietà della persona, l’attenzione (a volte genuina, più spesso morbosa) riguardo agli anni Settanta e alla lotta armata nel nostro paese. Vi è poi l’occasione di celebrarne il ricordo a dieci anni dal suo funerale-evento: al cimitero di Coviolo, Reggio Emilia, il 19 gennaio 2013 si convocarono spontaneamente un migliaio di persone, compagni di tutta Italia, reduci e giovani, brigatisti, non brigatisti, anti-brigatisti, chiunque si sentì toccato da una morte che sembrava trascinare con sé un’intera epoca. Una foto di gruppo, tra parenti spesso litigiosi, eppure accomunati, e non solo dal ricordo umano.

Ma la ripubblicazione di questo libro di «ricordi di un militante delle Brigate rosse» può servire anche ad altro, forse di più importante, o almeno di più utile. È un libro di memorie, e come tale è andato a suo tempo ad ampliare la già vasta produzione memorialistica sugli anni Settanta. Una memorialistica che, negli ultimi venti anni, ha dapprima lasciato spazio alla contro-memorialistica delle vittime (delle vittime reali ma, molto più di frequente, delle vittime indirette: familiari, amici, conoscenti); per poi cedere il passo a una storiografia che si è andata occupando molto di anni Settanta e del loro enigma indecifrato. La ricostruzione storica è rimasta però alquanto sterile. Nell’attuale, spasmodica, convalida di un suo statuto scientifico, la ricerca storica ha generato una tecnicizzazione degli eventi studiati. Siamo stati così invasi di libri sul lungo Sessantotto italiano, sulla lotta armata e sulla «strategia della tensione», sui profili umani e su quelli disumani. Ricerche metodologicamente affinate, eppure, appunto, sterili. Incapaci di condurre a una vera comprensione degli eventi perché ne veniva espunta, da questi, la dimensione squisitamente storico-politica. L’événement, a volte rivestito dai comodi panni della microstoria, si è preso la rivincita su di una processualità più articolata e problematica. E così sappiamo i nomi dei protagonisti, le date significative, la sequenza di fatti finora ignorati, nascosti o sottovalutati: ma ci manca il perché. Ci manca il raccordo tra longue durée, soggettività e scelte politiche, nelle molteplici forme che tale intrico assunse in quegli anni. Ci manca il rapporto vivo tra verità e ideologia, rapporto che muoveva le ragioni della politica, non solo nel marxismo. Un risvolto che, a ben guardare, caratterizza anche la storiografia sul Pci, oramai completamente disincarnata da qualsivoglia rimando alla persistenza storico-politica delle sue vicende.

I ricordi di Prospero Gallinari avvicinano il lettore a questa dimensione di problemi. Certo, lo fanno da par loro, è un punto di vista parziale, interno, “caldo”. Non è la ricostruzione dall’alto, necessariamente distaccata, “intellettuale” di una vicenda decisiva del nostro paese. Nessuno glielo chiede. È solo un tassello, forse non tanto piccolo, del più vasto mosaico-rompicapo. Alcune di queste memorie, e tra le tante sicuramente quelle di Gallinari sono ancora tra le più oneste, mantengono un rapporto vivo con i problemi storici del tempo, che investono non solo la particolare vicenda della lotta armata, ma contribuiscono a spiegare perché il Sessantotto in Italia durò un decennio, si radicalizzò non perdendo per strada la partecipazione di massa, una partecipazione di massa che si riversò anche nelle organizzazioni armate, organizzazioni che videro il proprio culmine quantitativo dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e non prima. Problemi, con ogni evidenza, storiograficamente ancora aperti.

Una forma di tecnicizzazione è anche quella assunta dalle ricostruzioni anti-dietrologiche. Il «fronte della fermezza», e in particolare una parte della pubblicistica legata al Pci, per anni ha seminato e coltivato dubbi sull’autenticità di molte vicende collegate agli anni Settanta. In primo luogo, va da sé, sulla lotta armata. L’eterodirezione diveniva così lo strumento con il quale aggirare il problema: veniva preservato l’album di famiglia e il suo timbro democratico. L’Italia era al centro di manovre e interessi contrapposti, che usavano la protesta, la violenza politica – di destra e di sinistra – per stabilizzare o destabilizzare (a seconda di convenienze e punti di vista) il quadro politico. Una ricostruzione favorita dalle mille trame reali che avvolgono la storia italiana. Una storia, però, che non mira a “svelare il complotto”, ma che se ne serve (anzi lo costruisce ex-post) per auto-assolversi, per giustificare scelte politiche dirimenti e, spesso, gattopardesche. Di fronte all’inquinamento dei pozzi rappresentato dalla storiografia complottistica, l’anti-dietrologia si è eretta a necessario vaccino dalle scemenze pseudo-storiche e giornalistiche annichilenti. Detto dunque che il Sessantotto, gli anni Settanta, la lotta armata, le Br, sono fenomeni collegati tra loro e all’evoluzione contraddittoria delle lotte di classe in Italia; di come queste lotte non si incontrarono con il Partito comunista italiano (e anzi, a partire dal 1973-74 si scontrarono sempre più apertamente); di come questa evoluzione condusse a una “estremizzazione” della lotta politica, culminata nel biennio 1977-78: si è detto tutto quanto vi era da dire sulla lotta armata? In realtà, se ne sono solo poste le premesse “euristiche”, se così vogliamo dire. Il toro, dunque, va preso per le corna.

Ma c’è anche un altro punto di vista che andrebbe discusso, promosso soprattutto (ma non solo) da alcuni dei protagonisti principali delle Brigate rosse: la centralità dell’identità operaia della lotta armata. È un dato di fatto che le Br nascono e si diffondono nella grande fabbrica del cosiddetto “triangolo industriale”, tra Torino, Milano, Genova, con l’aggiunta di Marghera. Un collegamento che in tal senso ha tutta la lotta armata, anche quella di Prima linea, per fare che un esempio. Ma la natura, e anche l’ispirazione politica, “fabbrichista” (e non “operaista”), sono un marchio che caratterizzerà anche un certo “costume mentale” brigatista. E questo anche dopo la discesa a Roma per la «campagna di primavera» del 1977-78. Di questo rapporto reale con la classe operaia tutta la lotta armata ne ha fatto motivo d’orgoglio. Tutta la prima parte della storia delle Br, diciamo tra il 1970 e il 1976, è sì – da subito – una storia “politica”, ma che assume specialmente le forme del sostegno armato alle lotte operaie in fabbrica, e che si fa anche “usare” degli operai nel loro rapporto di forza con il padronato. Anche per questo tutta la vicenda brigatista è molto più interna a una certa tradizione politica del comunismo storico rispetto agli altri soggetti che pure si posero in quegli anni sul terreno dello scontro armato. Questo spiega anche la relazione complessa, non riducibile al mero campo della “nemicità”, delle Br con il Pci. Le Br non sono altro dal comunismo storico incarnato anche dal Partito comunista italiano, ma ne costituiscono una sua estremizzazione. Un Pci “secchiano”, per dire, avrebbe forse visto comunque lo svilupparsi del Sessantotto e la sua progressiva radicalizzazione politica contrapposta frontalmente al partito; è tutto da vedere, però, che avrebbe visto la nascita delle Brigate rosse dal suo stesso seno. Ebbene, questa identità operaia, pure da evidenziare, non esaurisce le ragioni del lottarmatismo né le spiega nella sua complessità. Lo evidenzia Gallinari in alcuni passaggi del libro:

L’organizzazione è nata nelle fabbriche. Ha sviluppato la sua iniziativa a contatto con i problemi degli operai […]. Ma le Brigate rosse sono nate anche da una consapevolezza “strategica”: “l’iniziativa rivoluzionaria genera inevitabilmente un antagonismo organizzato: la controrivoluzione”. […] La reciprocità delle due dimensioni, l’intervento nella fabbrica e lo scontro diretto col potere, è stata teorizzata dalle Brigate rosse fin dal principio della loro storia. […] Occorre superare l’orizzonte della fabbrica, prendendo di petto il “nucleo duro” del potere: la polizia, la magistratura, gli organi della repressione. […] Occorre attaccare la politica, […] bisogna portare la lotta sul piano di uno scontro generale.

Insomma l’identità operaia sostanzia un’identità comunista, in funzione di una lotta per il potere, dimensione che contraddistingue tutte le organizzazioni politiche dell’estrema sinistra degli anni Settanta, non solo le Br. Dire questo significa verificare nuovamente una versione dei fatti che collega troppo rigidamente composizione di classe, conflitto operaio in fabbrica e violenza politica fuori da essa. Erano dunque “i tempi”, e non le scelte consapevoli (e le accelerazioni soggettive, anche), a spiegare gli eventi, e la ristrutturazione economica ha dileguato non solo la figura (in parte mitologica) dell’«operaio massa», ma anche il carico di radicalità politica annessa. Come espresso nel documento che «le compagne e i compagni di Prospero» pubblicano in calce al testo (Sugli anni Settanta, scritto in carcere nel 1994), la logica posta alla base dello scontro politico lungo tutto il decennio è quella della «occasione storica reale», che spiega i posizionamenti, le idee, le azioni di tutta l’estrema sinistra di quegli anni. Questa occasione storica era davvero reale? È un problema che, certamente, oggi può essere osservato con una strumentazione maggiore, riducendo il portato di questa possibilità materiale. Il tema della «rivoluzione in Occidente», in Italia negli anni Settanta, non prevedeva, oggi lo sappiamo, una diffusione di massa della violenza politica (nella sua versione operaista o brigatista), tale da portare al fatidico salto dalla quantità alla qualità. Ma questa valutazione continuerebbe a non riconoscere che le scelte politiche delle organizzazioni comuniste avvenivano sulla scorta di un “pensiero strategico” che prevedeva questo salto, pur nell’ampio spettro delle varie e divergenti posizioni. Si era in ogni caso aperta una finestra storica, e l’onda lunga del Sessantotto generava rivoluzioni nel terzo mondo e conflitti radicali nella metropoli imperialista, conflitti – si badi bene – sostenuti da una ideologia specifica, il marxismo. Se non allora, quando? È del tutto evidente che l’estrema sinistra non seppe governare questa possibilità, non tanto a causa della sua frammentazione (condizione storica del movimento operaio), quanto nell’incapacità di collegare lotta politica legale e illegale, consenso di massa e conflittualità diffusa, sul modello basco o irlandese. Lo riconobbe, prima e meglio di altri, Luigi Bobbio nella sua bella Storia di Lotta continua. Per paradosso della storia, sarà proprio la magistratura ad edificare uno spericolato teorema (con gli arresti del 7 aprile 1979) di fatto fondato sul disvelamento del presunto rapporto legale-illegale: l’Autonomia operaia (con la sua ramificazione territoriale, i suoi intellettuali, le sue case editrici, le sue riviste) quale proiezione (o camuffamento) “legale” di un partito armato clandestino. Ma gli incubi di Calogero prevedevano una consapevolezza “strategica” che nessuno, nell’estrema sinistra italiana del tempo, riuscì ad avere.

Veniamo, però, al racconto di Gallinari, e di come questi ragionamenti si fanno carne viva. Vi è soprattutto un fatto che attraversa tutte le memorie del dirigente forse più rispettato dell’intera lotta armata italiana: Gallinari era un contadino e un comunista. Comunista come si poteva esserlo nella Reggio Emilia degli anni Cinquanta e Sessanta: fedeltà al partito, rispetto del lavoro, della terra, della cooperazione, persino della fabbrica, intesa come momento di questa cooperazione sociale, da sottrarre agli interessi privati del “padrone”, non da abbattere. E come lui tutto il gruppo emiliano, da Alberto Franceschini a Tonino Paroli a Roberto Ognibene. Ma a differenza di altri, Gallinari non poteva dirsi, semplicemente, “un estremista”. Il rapporto con la tradizione del movimento operaio, e quindi anche con il Pci, era intenso e per nulla liquidatorio. Non era “moderazione”, quanto rifiuto dell’avventurismo fine a se stesso, dell’accelerazione soggettiva sconnessa con il corpaccione operaio che, in ultima istanza, legittima e giustifica anche l’azione più combattiva. La tradizione da cui proveniva, che costituiva almeno uno parte del suo retroterra politico, non è molto diversa da quella risalente a Secchia, Lazagna, Alberganti. La «resistenza tradita», le «occasioni perse», il mito della «doppiezza», alimentavano uno orizzonte politico-ideologico che unificava idee e aspirazioni di una parte del proletariato del nord Italia. Le sliding doors, anche qui, sono alla base di una divaricazione politica che condurrà agli antipodi Pci e Br, ma non era nelle premesse. Questo spiega anche la notevole internità che le Br avevano nella metropoli operaia, dove la città-giungla, coi suoi quartieri proletari (pensiamo solo al Lorenteggio di Pietro Morlacchi), quartieri non solo proletari, ma comunisti – cioè controllati dal Pci – riconosceva e copriva le azioni dei propri figli forse esaltati, ma non sconsiderati. Non “altro-da-sé” da denunciare alla polizia, come vorrebbero dimostrare oggi scriteriati storici al servizio di una “verità di partito” addomesticata.

Il racconto di Prospero Gallinari affronta le tappe intrecciate della sua “educazione alla rivoluzione”, dalla Fgci al carcere e fino al dissolvimento delle Br nel 1988. Franco Venturi, parlando del populismo russo, aveva definito brillantemente un certo spirito rivoluzionario nei termini della «consequenzialità». Appare applicabile anche alla vicenda brigatista, almeno di molti dei suoi militanti e dirigenti, e sicuramente a Gallinari. Un piano inclinato in cui, una volta intrapresa la strada della rivoluzione, non poteva questa che determinare scelte sempre più – appunto – consequenziali. Fino alla morte, messa in conto al proprio destino, ma anche data ai “nemici di classe”, pur sempre uomini e donne reali. Le azioni brigatiste, gli omicidi, vengono rievocati con asciutta obiettività. Ci è risparmiato il cinismo degli esaltati e il romanticismo dei tifosi. Ci è risparmiato l’inutile “avevamo ragione”, e l’ancor più odioso “avevamo torto”, che riempiono le pagine di molte testimonianze. Si tratta di tragedie di cui è difficile parlare. Come scritto dai suoi compagni nell’Introduzione, «proprio nella sconfitta Prospero ebbe virtù particolari», alieno ad ogni vittimismo o reducismo fuori tempo e fuori luogo.

Le pagine che parlano del carcere, che compongono tutta la seconda parte del libro (e della sua vita), sono anche quelle in cui la riflessione politica è più profonda, e forse più amara: «il carcere allontana dalla realtà», constaterà, e il risultato sarà quello di scivolare «in un dotto schematismo che semplifica la realtà». Una realtà che impedirà alla Brigate rosse di valutare il loro isolamento reale (che è poi il riflesso dell’isolamento di tutta la classe operaia negli anni Ottanta, un isolamento che perdura), a fronte di una capacità organizzativa ancora forte per tutti i primi anni Ottanta. Qualcuno potrà dire: l’isolamento è esattamente il portato dell’azione suicida del “terrorismo” e del radicalismo di quegli anni, che privò le lotte di classe di un assestamento medio da cui ripartire. Può essere una risposta, che però non fa i conti con Reagan, Tatcher, Craxi in Italia, l’89, la dissoluzione del comunismo storico. Br o non Br, la sconfitta non appare, oggi, come la conseguenza di determinate scelte politiche, quanto piuttosto un’onda che investì tutta la classe operaia in Occidente e che sommerge ancora oggi ogni ipotesi di emancipazione.

È in queste pagine che Gallinari accenna a una ipotetica evoluzione politica delle Br. La possibilità, cioè, di superare la fase lottarmatista, immaginandola (sognandola?) reversibile: «un ruolo da partito, ecco il punto, che non siamo ancora in grado di esercitare». La «gestione del consenso» – come definisce Gallinari il dopo-Moro – imponeva una «transizione di fase»: dalla propaganda armata all’organizzazione delle masse. Certo, questa organizzazione era pensata ancora sul terreno della lotta armata, e d’altronde il «consenso», di cui pure le Br furono oggetto tra migliaia di militanti politici dell’estrema sinistra, si stabiliva su quel piano, non sul piano del “marxismo-leninismo”, dell’ideologia o della conflittualità diffusa sul modello dell’Autonomia. Le Br senza lotta armata si sarebbero probabilmente risolte nell’ennesimo partitino ideologico, posto che vi fosse uno spazio reale per una evoluzione legale. Gli esempi basco e irlandese, ma anche quello curdo, debbono sempre tenere in conto le torture di massa, le fosse comuni, gli omicidi mirati, la repressione diffusa di cui furono sempre oggetto i partiti legali e i loro dirigenti, non (solo) i militanti illegali, non solo l’Eta e l’Ira. Insomma, non poteva darsi una soluzione facile, a portata di mano. Bisognava sperimentare, ed è andata male. Questa è la storia di Prospero Gallinari, un pezzo di storia d’Italia ormai chiusa. Ma la storia, conclude giustamente Prospero, continua.

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La storia perfida di Bellocchio https://www.carmillaonline.com/2022/12/03/la-storia-perfida-di-bellocchio/ Fri, 02 Dec 2022 23:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74928 Alessandro Barile

L’uscita, tra il 14 e il 17 novembre scorso, del film a puntate Esterno notte sulla Rai, ha fomentato nuovi dibattiti e conseguenti polemiche sull’interminabile rievocazione del rapimento Moro. Stavolta, però, i clamori sembrano giungere soprattutto da sinistra. Se la rilettura storica di Bellocchio, nella sua commistione onirica di realtà e immaginazione, ha messo d’accordo gli epigoni della «fermezza», chi da questa fermezza venne a suo tempo travolto si è trovato ancor più confuso di prima. Tra i protagonisti reali e gli eredi ideali degli anni Settanta molte cose [...]]]> Alessandro Barile

L’uscita, tra il 14 e il 17 novembre scorso, del film a puntate Esterno notte sulla Rai, ha fomentato nuovi dibattiti e conseguenti polemiche sull’interminabile rievocazione del rapimento Moro. Stavolta, però, i clamori sembrano giungere soprattutto da sinistra. Se la rilettura storica di Bellocchio, nella sua commistione onirica di realtà e immaginazione, ha messo d’accordo gli epigoni della «fermezza», chi da questa fermezza venne a suo tempo travolto si è trovato ancor più confuso di prima. Tra i protagonisti reali e gli eredi ideali degli anni Settanta molte cose sembrano fuoriuscire da una certa zona di comfort storico-politica. Ma prima di tutto bisogna riconoscere a Bellocchio, qualsivoglia lettura si abbia della vicenda storica e di come il film la racconta, di essersi opportunamente tenuto lontano dalle scorciatoie complottiste: «dietro le Brigate rosse ci sono solo le Brigate rosse» è la sentenza emessa dal funzionario americano in un colloquio con Cossiga. Tanto basta per accostarsi al film con maggiore serenità d’animo. Il banchetto dietrologico di Cia e Kgb, palestinesi e piduisti avrà modo di riconvocarsi in altra sede. E con questo non vogliamo negare le interferenze interessate e i “poteri paralleli” che si attivarono durante il sequestro (nazionali e internazionali). Movimenti e interessi che si scatenarono però dopo e che, in ogni caso, non determinarono gli eventi ma tentarono, per quanto possibile, di non subirli passivamente. Il lungo Sessantotto italiano, il portato della sua violenza politica, è generato e rimane comprensibile storicamente e politicamente solo nella logica di scontro tra la mobilitazione politica e lo Stato, all’interno della quale i diversi attori chiamati ad interpretarne una parte agirono più o meno liberamente.

Il rapporto tra movimento e lotta armata è una delle maggiori controversie. Bellocchio, piegando in maniera disinvolta alcuni eventi simbolici (l’esproprio dell’armeria del 12 marzo 1977 in diretta connessione con il marzo 1978), edifica un collegamento chiaro: il lottarmatismo è il frutto, non storicamente inevitabile, ma politicamente logico, del livello di mobilitazione raggiunto dai movimenti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. Con ciò il regista non propone, semplicisticamente (e anche stupidamente), una giudiziaria chiamata in correo, men che meno un legame esplicito e cosciente tra “partito legale” (ma quale?) e organizzazione armata. Bellocchio non è Calogero. Quel che invece emerge è un rapporto di filiazione: da quel livello, già di per sé “esasperato”, di mobilitazione, di violenza politica diffusa, di “consequenzialità” di certe scelte, di militarizzazione delle strategie, poteva sorgere – e infatti è sorto – un piano di lotta ancor più esasperato: lo scontro armato tra una parte della sinistra e lo Stato. Esprimere tale concetto ci sembra dunque affrontare la realtà per quel che è stata, senza celarne i lati spiacevoli o in contrasto con analgesiche mitopoiesi. Le Br romane non vengono dal nulla. Sono, al contrario, il risultato di un processo storico-politico preciso, e composte da militanti riconosciuti e attivi nei gruppi della nuova sinistra. Dire ciò, raccontarlo in un libro di storia o in un film che gioca molto con la fantasia delle sliding doors, significa fare della cattiva storia? Significa, semmai, rigettare le versioni di comodo. E d’altronde, a parlare di «geometrica potenza» del 1978, da coniugare con la «terribile bellezza» del 12 marzo 1977, non era certo un ingenuo tifoso della lotta armata, ma un noto dirigente dei movimenti degli anni Settanta.

Il film (composto di sei “episodi”, o temi narrativi) affronta l’affaire Moro attraverso una specifica chiave autoriale: l’introspezione psicologica dei personaggi. Un motivo di lungo corso in Bellocchio, derivante dalla sua lunga frequentazione con Massimo Fagioli. La psicologia del potere democristiano è presentata nei suoi vari tipi antropologici e morali: Moro vittima degli eventi (e del potere), Cossiga corroso tra amicizia e ragion di Stato, Andreotti severo (e taciturno) guardiano degli equilibri di potere. La psicologia dei brigatisti è raccontata attraverso il rapporto-scontro tra Valerio Morucci e Adriana Faranda, ambedue dubbiosi ma sottomessi al duro “realismo della rivoluzione” impersonato da Mario Moretti. E vi sono poi ruoli di contorno: il Papa, Berlinguer e il Pci, la famiglia di Moro. Qui la narrazione di Bellocchio procede controversa. Funziona bene nel raccontare la Dc e i suoi principali esponenti, perché i dilemmi, i tic e le perversioni dei protagonisti appaiono come il frutto velenoso dell’esercizio del potere. Dirigenti ben integrati “nel sistema” (culturale, professionale, universitario, economico) reagiscono al Beruf weberiano attraverso forme di inevitabile dilaniamento interiore. Inevitabile, forse, perché troppo recente, ancora – come dire – “piccolo borghese”, dipendente da voleri altrui (il Vaticano, la grande industria, gli Usa e la Nato). E se la santificazione di Moro è il pegno che sembra inevitabile pagare alla possibilità di raccontare la vicenda (vedasi Todo modo per capire com’era trattato Moro prima della sua morte), la ricostruzione dei meccanismi psicologici di potere risulta nonostante tutto efficace, beffarda, realistica.

Funziona meno bene, invece, quando ad essere psicologizzati sono i militanti delle Br. Qui non c’è professione, ma vocazione, e i suoi interpreti, lungi dall’essere integrati ingrati al “sistema”, ne rappresentano una possibile disintegrazione. Non esiste la violenza politica perché vi sono dei “terroristi malati” e preda di “astratti furori” nichilistici (una sorta di nečaevšina di matrice dostoevskiana); semmai, sono le scelte tragiche che ogni lotta palingenetica impone ad incidere anche sulla mente dei militanti, alterandola. La psicologizzazione del rivoluzionario è d’altronde un territorio assai frequentato, e da Dostoevskij a Conrad a Nabokov è sempre servita a sottrarre legittimità razionale alle scelte politiche radicali. Anche Bellocchio cede alla versione di comodo che fa della rivoluzione il risultato d’uno straniamento interiore, che tresca – peraltro – con esibiti rimandi alle tematiche vitaliste di matrice dannunziana (la “bella morte”, i riferimenti al Mucchio selvaggio ecc). Pensare a Prospero Gallinari o Mario Moretti come esaltati nietzscheani, insomma, ce ne vuole. Ciò non toglie che qualcuno possa esserlo stato (ma bisognerebbe cercare altrove che nelle Br) ma, anche qui, non spiegherebbe nulla del processo storico che ha portato alla lotta armata in Italia. I Sàvinkov, in quegli anni, furono semmai altri.
Quello che invece assolutamente non convince è il ruolo del Pci, e di Berlinguer in particolare. Un ruolo sottodimensionato, laterale, subalterno. Di fatto irrilevante. Eppure il Pci è stato il soggetto decisivo nel condurre in porto una «politica della fermezza» che aveva contro non solo i socialisti e il Vaticano, ma una parte importante della stessa Democrazia cristiana. Lo smarcamento comunista avrebbe lacerato irrimediabilmente la tenuta del potere democristiano, con tanti saluti alle pur invadenti pressioni americane. La domanda decisiva è allora: perché in un paese così apparentemente debole si impose una ragion di Stato pronta a sacrificare uno dei suoi massimi esponenti? Le ragioni sono molteplici, nessuna delle quali conduce al rischio di un “riconoscimento politico” dei brigatisti. In gioco vi erano due interessi concorrenti e compartecipi nell’edificazione di una politica serrata alle preghiere del prigioniero Moro. Da un lato il posizionamento dell’Italia nello scenario internazionale. Cedere su Moro avrebbe comportato l’automatica retrocessione del paese a entità compiutamente dipendente dai voleri del campo euro-atlantico. Nonostante la sua indipendenza geo-politica sia stata, dal 1945 in avanti, relativa, questa stessa “relatività” era un fatto di non poco conto, che garantiva di un certo margine d’azione e di proiezione internazionale che l’Italia della guerra fredda giocava con discreta originalità. Ma vi era anche la questione del “compromesso storico”. Un Moro liberato, e libero a quel punto di far valere la sua “ritorsione morale” sulla parte della Dc fautrice della fermezza (Andreotti in primis), avrebbe dapprima indebolito la Dc, poi probabilmente accelerato l’incontro coi comunisti, a quel punto dischiudendo loro le porte degli incarichi ministeriali (ricordiamo che nel governo Andreotti che si apprestava a ricevere la fiducia alla Camera il 16 marzo vi era l’appoggio, ma non la presenza diretta, di esponenti comunisti).

Vi era poi un interesse comunista. Il Pci espresse la più rigida fermezza (seppure nelle forme gesuitiche che Bellocchio mette perfidamente in scena nel confronto tra Berlinguer e gli altri leader politici: «fatela» – la trattativa (economica) coi brigatisti – «ma non ditelo») per due ordini di motivi. Il primo è stato più o meno rilevato da tutti: la sua trasformazione in “partito d’ordine”, pienamente fedele alla legalità costituzionale, era compiuta e non poteva darsi altra scelta realistica che non l’assoluta difesa delle istituzioni. Una difesa dell’ordine costituito che Berlinguer – e tutto il gruppo dirigente comunista – portarono alle ultime conseguenze persino di fronte alla possibile scomparsa della loro sponda politica in seno alla Dc: Moro appunto. La morte di Moro era un problema politico per il partito comunista, e nonostante ciò non vi fu mai tentennamento. E questo anche perché – ed è il secondo ordine di motivi, che però nessuno evidenzia – una “vittoria” dei brigatisti avrebbe comportato un indebolimento del partito in quei settori operai che non stavano partecipando affranti al requiem della democrazia. Se sarebbe esorbitante parlare del rischio di “perdere le fabbriche”, nondimeno per il Pci si sarebbe aperta una fase di più complicata gestione nel proprio bacino sociale, militante ed elettorale. Non vogliamo con questo esagerare l’internità del brigatismo nelle fabbriche del nord Italia. Sarebbe però un errore negarla risolutamente. E questa “zona grigia” poteva ampliarsi, coprire con una certa “indifferenza” le azioni terroristiche in fabbrica, corrodere l’ideologia della legalità che il Pci aveva costruito in quarant’anni di lavoro culturale, sindacale e sociale nella classe operaia del paese. Con ciò occorre, però, un supplemento di interpretazione, onde evitare possibili fraintendimenti.

Nelle concitate giornate successive al sequestro, precisamente il 28 marzo (e poi ancora il 2 aprile), Rossana Rossanda scrisse due celebri articoli su «il manifesto» in cui si riferiva alle Brigate rosse come parte «dell’album di famiglia comunista». Parte, dunque, di una storia comune, per linguaggi, temi, modo di articolare le posizioni politiche, conclusioni a cui si giungeva. La (ancora oggi geniale) uscita di Rossanda incontrò il più violento (e prevedibile) rifiuto del Pci. A seconda di come si interpreti il passaggio dell’album di famiglia, avevano però ragione sia Rossanda che Macaluso (che rispose a nome del Pci all’articolo del «manifesto»). Aveva ragione Macaluso a rifiutare qualsiasi possibile contiguità: sin dall’origine del “partito nuovo” nella Resistenza, il Pci aveva di fatto abbandonato qualsiasi ipotesi di fuoriuscita dalla legalità. La difesa (e anzi la sostanziazione effettiva) dell’ordine costituzionale, col suo corredo istituzionale fondato sulla lotta parlamentare, costituiva l’orizzonte pressoché unico della sua strategia politica. La famigerata «doppiezza» di cui Togliatti sapientemente si serviva era funzionale proprio a tenere dentro al partito tutte le molteplici spinte provenienti dalla classe operaia, governandole in funzione di una tattica parlamentare che si sovrapponeva alla strategia di lungo periodo. Era insomma l’articolazione della guerra di posizione gramsciana (certo piegata, e forse un po’ travisata, dal Togliatti editore di Gramsci), che comportava il consolidamento delle proprie posizioni e l’accrescimento graduale della propria forza politica ed elettorale. L’unica “lotta armata” pensabile per il Pci sarebbe stata quella da attuarsi in caso di colpo di mano reazionario, fino almeno ai primi anni Settanta tra le possibili (ma non probabili) opzioni dei vari poteri in competizione nel paese. E però aveva ragione anche Rossanda: le Br non appartenevano all’album di famiglia del Pci, ma sicuramente facevano parte di una tradizione del movimento comunista che solo i corifei del togliattismo postumo potevano negare con tale vigore e sprezzo della storia del movimento operaio. Il blanquismo, il bolscevismo e il cominternismo degli anni Trenta, e poi gli innesti del maoismo e del castrismo, costituiscono elementi di una storia comune, anzi: di un’unica storia, a cui senza dubbio apparteneva anche il Pci, ma che non si esauriva epifanicamente nel Pci. Questo era la lotta armata in Italia, di cui si possono condannare le scelte politiche, le soluzioni estremistiche, le ipotesi irrealistiche di partenza e di arrivo, ma di cui non si può disconoscere una matrice interna alla storia e alle logiche di emancipazione della classi subalterne.

Il Pci fu dunque sicuramente vittima degli eventi, ma non spettatore inerme. Si mosse coscientemente in una direzione precisa, e non valutarne il ruolo di puntello strategico delle scelte di Andreotti e Cossiga significa, qui sì, fare una cattiva storia, una storia addomesticata. E d’altronde, la scena delle guardie del corpo di Moro e Berlinguer (il “popolo”) che fraternizzano mentre i due leader orchestrano l’incontro storico (in macchina, come sovversivi in clandestinità), un incontro avverso alle resistenze tanto degli “estremisti di sinistra” quanto a democristiani e americani, è la sintesi e la summa di una visione politica identificabile, che da Togliatti e De Gasperi arriva a Moro e Berlinguer passando per Scalfari e «Repubblica».
La conclusione del film lascia spazio a facili what if di limitata capacità euristica. La storia, per chi la vuole conoscere, è già tutta dispiegata. Una pagina sanguinante della storia d’Italia, che sarebbe ora di chiudere giuridicamente per continuare a valutarne politicamente tutta la portata.

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«Persichetti non si può recensire» https://www.carmillaonline.com/2022/11/11/persichetti-non-si-puo-recensire/ Fri, 11 Nov 2022 22:55:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74601 Ovvero, dell’alleanza fra la polizia della storia e il baronato accademico

di Marco Gabbas

Molti fra i lettori sapranno già i punti fondamentali dell’affare Persichetti che è salito all’onore delle cronache nel giugno 2021. Paolo Persichetti, nato a Roma nel 1962, entrò a far parte delle Brigate rosse nel 1986. Dopo una controversa storia giudiziaria e l’aver scontato circa 15 anni di carcere, Persichetti ha riacquistato la libertà nel 2014. Da allora, è diventato un ricercatore indipendente molto attivo nello studio e nella divulgazione della storia della lotta armata in [...]]]> Ovvero, dell’alleanza fra la polizia della storia e il baronato accademico

di Marco Gabbas


Molti fra i lettori sapranno già i punti fondamentali dell’affare Persichetti che è salito all’onore delle cronache nel giugno 2021. Paolo Persichetti, nato a Roma nel 1962, entrò a far parte delle Brigate rosse nel 1986. Dopo una controversa storia giudiziaria e l’aver scontato circa 15 anni di carcere, Persichetti ha riacquistato la libertà nel 2014. Da allora, è diventato un ricercatore indipendente molto attivo nello studio e nella divulgazione della storia della lotta armata in Italia. In particolare, Persichetti conduce una costante attività informativa e divulgativa attraverso il suo blog Insorgenze.net, e ha al suo attivo diversi libri. In particolare, in Esilio e castigo (Napoli: La città del sole, 2005) racconta la sua estradizione dalla Francia avvenuta nel 2002. Ha anche collaborato con Valerio Evangelisti e altri autori vari per il libro Il caso Cesare Battisti: quello che i media non dicono, (Roma: DeriveApprodi, 2009). Più di recente, nel 2017, ha pubblicato assieme a Elisa Santalena e a Marco Clementi il primo, corposo volume di una monumentale storia delle Brigate rosse, intitolato: Brigate rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Vol. I (Roma: DeriveApprodi, 2017).

Nella sua lunga opera di storico indipendente e divulgatore, Persichetti ha sempre proposto una visione alternativa e per certi versi scomoda della lotta armata in Italia. Citando dalla quarta di copertina dell’ultimo libro menzionato: le Br nacquero in un periodo in cui «vecchie gerarchie e consolidate autorità» venivano travolte.

Da quella crisi scaturirono nuovi movimenti portatori di inedite forme di protagonismo, di rivendicazioni e di lotte. Furono anni in cui i dimenticati e i dannati trovarono voce. Un vento di libertà s’insinuò nei varchi aperti dalle lotte operaie, proiettando sulla scena nuovi soggetti usciti da una condizione di marginalità civile e politica. Gli umili e gli oppressi trovarono così occasioni di forza, dignità e rispetto. Le strategie di rottura guadagnarono terreno sulle posizioni contestatrici e riformiste. Fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-’69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori di movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo.

Evidentemente, l’interpretazione di Persichetti e degli altri autori si discosta dalla convinzione comune che le Br e altre simili organizzazioni fossero piccoli gruppi terroristici (composti specialmente da giovani borghesi che giocavano alla rivoluzione) che poterono agire grazie alla funesta presenza di opposti estremismi. Oltre a ciò, Persichetti è stato sempre un duro critico delle numerose tesi dietrologiche e complottistiche sulle Br, secondo le quali sarebbero state un’organizzazione «fascista», eterodiretta dal KGB o dalla CIA, che i suoi membri si sarebbero allenati in Cecoslovacchia, che Aldo Moro sarebbe stato ucciso dietro commissione di suoi compagni di partito che avrebbero avuto interesse a eliminarlo. Come Persichetti e altri autori hanno recentemente notato (v. libro di Wu Ming 1 La Q di Qomplotto, Roma: Edizioni Alegre, 2020), le fantasie del complotto nascono spesso da dei traumi psicologici irrisolti. Nel caso specifico, sembra che ci sia un problema di massa ad ammettere che le Br sono esistite e che sì, sono state semplicemente quello che sono state. Un’altra questione scomoda sulla quale Persichetti ha spesso portato l’attenzione è quella delle torture inflitte ai membri delle Br e di altre simili organizzazioni da parte delle forze dell’ordine (v. Maria Rita Prette, a cura di, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 2022). Paradossalmente, col passare degli anni e a reati prescritti sono stati proprio alcuni dei responsabili di queste torture ad ammettere candidamente di averle commesse. Eppure, si assiste a un generale disinteresse e rimozione di questo tema.

Da quanto appena detto, pare evidente che Persichetti è un ricercatore e divulgatore scomodo, sia per il suo passato, sia per le tesi contro corrente che cerca di divulgare. Persichetti si è infatti trovato a dover pagare il prezzo di questa sua scomodità e autonomia di pensiero nel giugno 2021, quando è stato accusato di fare parte di una organizzazione terroristica sovversiva e gli è stato sequestrato un archivio digitale accumulato in anni e anni di paziente lavoro. Il nome, i programmi, le dichiarazioni e le azioni concrete di questa presunta organizzazione terroristica non sono mai stati espressi. Il sequestro e la denuncia contro Persichetti appaiono illegittime proprio secondo le leggi vigenti. Ma, evidentemente, i crismi della legalità sono superflui quando si tratta di perseguitare e tappare la bocca a un ricercatore scomodo.

È interessante che questa disavventura capitata a Persichetti nel 2021 sia stata preceduta da un episodio minore che mi ha visto coinvolto. Nel 2018, mentre svolgevo delle ricerche sulla sinistra extra-parlamentare per conto di una università italiana, mi capitò di leggere il volume di Santalena, Persichetti e Clementi. Dato che l’avevo trovato ottimo o ben fatto, scrissi una recensione che proposi a una rivista accademica di storia contemporanea, per la quale avevo già scritto altre recensioni, senza mai avere problemi. La mia recensione venne formalmente accettata per la pubblicazione. Solo, mi si disse, non mi si potevano dare garanzie sui tempi, a causa del grande numero di testi da pubblicare e delle rare uscite della rivista. Ciononostante, dopo due anni di attesa ritenni opportuno chiedere numi sullo stato della mia recensione. Il responsabile che avevo contattato mi scrisse candidamente che la mia recensione non sarebbe stata pubblicata, dato che c’era un veto censorio nei confronti degli autori da parte di un pezzo grosso della rivista. Contemporaneamente, avevo scritto anche al suddetto pezzo grosso, il quale mi aveva però rifilato una spiegazione diversa: la mia recensione non poteva essere pubblicata, dato che il tema del libro non era adatto alla rivista. Balla colossale: se così fosse stato, il mio testo sarebbe stato respinto subito, come solitamente avviene. Si tratta di un sotterfugio molto diffuso nel cosiddetto mondo accademico: quando si vuole censurare o rifiutare qualcosa, ma non si ha il coraggio di farlo sul merito, si tirano fuori delle scuse formali. Io risposi al pezzo grosso allegando la verità fuggita dal seno dell’altra persona. Messo alle strette, il Nostro fu costretto ad ammettere che la mia recensione non sarebbe stata pubblicata perché c’era un suo personale veto censorio nei confronti di Persichetti e Clementi, definiti dei pericolosi «fanatici» a cui bisognava tappare la bocca. Nessuna menzione fu fatta di Elisa Santalena, pure autrice del libro assieme agli altri due, non si capisce bene se perché è una donna, o perché viene ultima in ordine alfabetico. L’arroganza e il fanatismo censorio di questo baronetto accademico furono senz’altro molto istruttivi, dato che mi aprirono gli occhi sull’altisonante ipocrisia del mondo accademico. Seguendo un paradigma seguito già altre volte, mi rivolsi allora a una prestigiosa rivista statunitense, Terrorism and Political Violence. Da notare che si tratta di una rivista assolutamente “rispettabile” che si occupa di studi di sicurezza, ben lontana quindi da qualunque velleità rivoluzionaria. Fui accolto a braccia aperte e la mia recensione, in inglese, fu pubblicata in tempi rapidissimi.[1] Anzi, con tante grazie perché avevo proposto un libro in italiano, quanto di solito la rivista riceveva solo recensioni di libri in inglese.

La riflessione che voglio fare collega questa piccola censura accademica alla persecuzione poliziesco-giudiziaria subita da Persichetti, che l’ha raccontata in dettaglio nel suo ultimo libro, La polizia della storia (Roma, DeriveApprodi, 2022). Specificando i veri motivi che hanno spinto la Giustizia a sequestrare il suo archivio e a inventarsi una inesistente associazione terroristica, Persichetti sostiene che in Italia è ormai attiva una vera e propria polizia della storia, che si arroga il diritto di accusare di un vero e proprio «reato di ricerca». Questi «storici con l’uniforme» o «nuovi sbirri del passato» (p. 30) sono pronti a denunciare chiunque si azzardi a proporre narrazioni che divergono dalla vulgata comune. Anche se molto probabilmente dopo lunghi strascichi giudiziari l’assurda accusa contro Persichetti cadrà, avrà comunque sortito il suo effetto: intimidire una persona, farle perdere anni di vita e di lavoro (nonché le risorse finanziare necessarie per difendersi), esporla al pubblico ludibrio distorcendo la realtà e presentandola per quello che non è. Come scrive Persichetti nel suo ultimo libro, «la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime» (p. 205). Insomma, sembra quasi il terrore per degli avvenimenti passati si trasformi in terrore per qualcosa che potrebbe avvenire. È questa l’impressione che si ha leggendo una relazione sulla sicurezza nazionale presentata nel 2019 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e citata da Persichetti (p. 29).[2] A p. 99 di questa relazione si legge che il «Comparto intelligence» ha svolto negli ultimi anni una «attività di costante monitoraggio informativo» che ha scoperto quanto segue:

il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti. La propaganda si è in particolare rivolta, in un’ottica di proselitismo, a un uditorio giovanile, con un occhio di riguardo alla composita area dell’antagonismo di sinistra, sulle cui sensibilità risulta tarata una lettura trasversale, in chiave rivoluzionaria, dell’“antifascismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“antimilitarismo” nonché delle questioni correlate al disagio sociale, dall’emergenza abitativa a quella migratoria, passando per le criticità del mondo del lavoro.

Dato che il documento è scritto con un linguaggio criptico e convoluto tipico di un certo stile poliziesco, non possiamo fare altro che cercare di interpretarlo, naturalmente rischiando di sbagliare. Questo «impegno divulgativo» e queste testimonianze di «militanti storici», quindi, farebbero parte di una vera e propria attività di «propaganda» rivolta a un «uditorio giovanile». Pare che lo scopo di questa propaganda sia quello di convincere questi giovani ad adottare strategie rivoluzionarie per affrontare le questioni del «disagio sociale», dell’«emergenza abitativa» e di quella migratoria, nonché le «criticità del mondo del lavoro». Non si dice niente di più preciso, ma tant’è.

Insomma, sembra che attorno ad autori scomodi come Santalena, Clementi e Persichetti sia necessario stringere un cordone censorio-sanitario per impedire loro di parlare. Questo cordone agisce su un duplice fronte: all’ostilità neanche tanto velata e alle vere e proprie censure dell’Accademia con la A maiuscola si sommano le azioni giudiziarie e di polizia. Questa duplice ed efficace azione non può che sortire un certo effetto. Ci si sarebbe aspettati da parte dell’Accademia ufficiale qualche protesta per la violazione della libertà di espressione subita da Persichetti, soprattutto da quelle associazioni che si occupano di storia contemporanea. Non risulta nulla di tutto ciò. Eppure, le stesse associazioni non esitano a difendere i propri colleghi quando vengono condannati, in via definitiva e sulla base di prove schiaccianti, per aver assunto come insegnante di storia una persona amica che non aveva i titoli (la persona in questione può essere messa legalmente a insegnare storia in una università italiana anche se ha una laurea in architettura anzi che in storia, come dimostra il paradossale caso di Giambattista Scirè).[3] In un caso del genere, cioè quando i propri privilegi baronali sono messi sotto attacco da elementi esterni, non si esita a rivendicare il «potere della scienza» (infusa?), cioè il diritto di poter assumere arbitrariamente chiunque senza dover giustificare la propria decisione, in barba alla Costituzione che pretende concorsi pubblici e trasparenti, basati sul merito e non sull’appartenenza a questa o quella cricca accademica (v. Giambattista Scirè, Mala università, Milano: Chiarelettere, 2021, p. 17). Evidentemente, il «potere della scienza» non va usato per difendere la pecora nera Persichetti. Che dire della radicalizzazione rivoluzionaria prospettata dai nostri apparati di sicurezza? È un’ipotesi plausibile? Non abbiamo la sfera di cristallo, ma certamente è importante tenere alta la guardia perché, quando la polizia della storia inizia a censurare, si sa dove inizia ma non dove finisce.

[1] https://www.tandfonline.com/eprint/NX6ZXEJETV7IC8JEFFMD/full?target=10.1080/09546553.2021.1864972

[2] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2020/03/RELAZIONE-ANNUALE-2019-4.pdf

[3] http://www.giambattistascire.it/denuncia.html

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Divine Divane Visioni – 83 https://www.carmillaonline.com/2022/06/16/divine-divane-visioni-antiquissime-83/ Thu, 16 Jun 2022 20:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72384 di Dziga Cacace

Tutto quello che conta è come puzziamo assieme (Re Julien, Madagascar 2)

948 – Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì di Adriano Celentano, Italia/ Repubblica Federale Tedesca 1985 Qui siamo dalle parti del capolavoro incomprensibile, un delirio cattoconfuso dove collidono aspirazioni altissime, pauperismo, ossessione anticomunista, megalomania incontenibile, intuizioni folli, momenti grotteschi e cristianesimo hippie, tutto assieme appassionatamente come si conviene a un musical con risultati indefinibili che oscilla tra Jesus Christ Superstar Yuppi Du ma con l’estetica traviata da Flashdance. In poche parole Adriano ci [...]]]> di Dziga Cacace

Tutto quello che conta è come puzziamo assieme (Re Julien, Madagascar 2)

948 – Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì di Adriano Celentano, Italia/ Repubblica Federale Tedesca 1985
Qui siamo dalle parti del capolavoro incomprensibile, un delirio cattoconfuso dove collidono aspirazioni altissime, pauperismo, ossessione anticomunista, megalomania incontenibile, intuizioni folli, momenti grotteschi e cristianesimo hippie, tutto assieme appassionatamente come si conviene a un musical con risultati indefinibili che oscilla tra Jesus Christ Superstar Yuppi Du ma con l’estetica traviata da Flashdance. In poche parole Adriano ci racconta di un secondo avvento, con un vagabondo postmoderno, Joan Lui, che arriva in Italia in treno, tra un Giuseppe ferroviere e una Maria che fa la maglia, e poi si trova a Genova (!). Intorno a lui si radunano tanti giovani con la faccia di cazzo e lui canta come la società sia vittima di violenza e droga e tutti siano omologati in questo mondo “transistorizzato” (sono scene al porto antico e sulla sopraelevata, con migliaia di persone affacciate ovunque per vedere le riprese e l’operatore che non si cura minimamente di tagliarle dalle inquadrature). In poco tempo il santone sui generis Joan diventa un personaggio del mondo dello spettacolo e continua la sua predicazione, atterrito da come sia ridotto il mondo. Invoca il Signore: “ma perché ci hai dato tutta questa libertà?”. E il mondo – non senza qualche buon motivo – non vuole ascoltarlo. Ci si mette anche un diabolico tale Jarak, Giuda redivivo, impersonificazione del maligno, che prova a comprarselo ma Joan Lui non cede e trova il tempo di fare una piazzata al Tempio (pieno di prostitute, intellettuali, spacciatori e mercanti) dove suona una band con musicisti vestiti da cardinali e si trovano baristi con la mitra in testa. È tutto un pastone, con riferimenti al presente (il rapimento di Emanuela Orlandi) e attacchi alla tecnologia, all’edonismo, all’aborto, alle dipendenze e al socialismo sovietico. Celentano ha le stimmate, miracola ciechi, deformi e storpi e alterna questi momenti, che volendo potrebbero anche sembrare blasfemi, a momenti di surreale comicità scimmiesca che non c’entrano nulla e sarebbero pure la cosa migliore. E tutto ciò con la grammatica del musical: ogni tanto lui, cioè Lui, comincia a cantare, tra inglese maccheronico e parole profetiche. È tutto… esploso, non so come dire, e ogni tanto ci sono lampi di creatività che non ti aspetti, col montaggio curato da Celentano, che sciorina overlap e jumpcut. Dopo tante vicissitudini (e una performance di Claudia Mori nuda sotto una cascata) si arriva a un’Ultima cena in trattoria – giuro – e a delle conclusioni che sembrano una risoluzione strategica delle B.R. in acido: “il mondo è un insieme di corporazioni che formano tutto intorno alla crosta terrestre come… uno spessore di merda stratificato su tutte le nazioni (…) e questa merda l’avete messa voi!”. Di fronte alla constatazione che se Cristo tornasse sarebbe ucciso di nuovo, e anche per meno di trenta denari, Joan Lui viene assassinato e risorge mentre scoppia l’apocalisse ed è troppo tardi per pentirsi: un terremoto distrugge ogni cosa in una apoteosi biblica e splatter. Io veramente con la mascella crollata davanti a ‘sta roba qui. (28/6/12)

955 – Vivere alla grande di Martin Brest, USA 1979
Questo devo averlo visto la prima volta in tivù nel 1986. Storia semplice e irresistibile: tre vecchietti stufi marci della vita ebete che conducono, compiono una improbabile rapina che gli frutta 37mila dollari. Una miseria che per loro è però una cifra notevole. Ma soprattutto è la botta di vita che li rende felici. Fin troppo. All’indomani del colpo Willie (il grande Lee Strasberg) ha un infarto. Gli altri due, per parare il colpo, decidono di volare a Las Vegas e fare quello che non hanno mai potuto permettersi: giocare senza stare attenti al centesimo. E come capita sempre ai principianti, vincono a mani basse 70mila dollari ulteriori. Ma la polizia li ha individuati e sfiancato dalla fatica e dalle troppe emozioni Al (Art Carney, anche lui grandissimo) ci rimane secco nel sonno. Il mattino dei funerali Joe (George Burns, il migliore del trio) viene arrestato come se fosse un pericoloso delinquente. Ha già lasciato tutti i soldi al genero di Al e se ne va in carcere senza battere ciglio. Non dirà mai dove ha messo il bottino e finalmente viene trattato con un po’ di affetto e rispetto dagli altri detenuti. Commedia dolce-amara, con lentezze pronunciate, leggerezza e senso: anche se superficialmente e con le classiche gag, si parla di vecchiaia, solitudine e memoria. Il regista Martin Brest sarà poi responsabile di un capolavoro (Prima di mezzanotte) e di un monumento al kitsch (Scent of A Woman): qui aveva 28 anni ed era già un regista maturo: il film è affettuoso, simpatico e gli voglio un bene dell’anima. (11/7/12)

956 – Alba rossa di John Milius, USA 1984
A Milius non puoi non essere affezionato per tanti motivi che qui sarebbe troppo lungo ricordare ma di fronte ad Alba rossa io vacillo completamente. In un film così o ci entri subito, accettando il patto con la regia, oppure soffri come un cane. E io ho sofferto eccome: l’ho trovato surreale nelle premesse e illogico e ridicolo nelle conseguenze. Si parte con delle severe didascalie: il raccolto è andato male e l’URSS deve fronteggiare la crisi economica, c’è maretta nel Patto di Varsavia e l’Europa è in mano ai verdi e ai soliti omosessuali pacifisti. Il Messico è sconvolto dall’ennesima rivoluzione e un bel giorno russi e cubani invadono gli USA. Si chiamerebbe sospensione d’incredulità ma qui siamo oltre. Vabbeh. La storia è ambientata in un freddo postaccio rurale, Calumet, abitato da burini montanari completamente rincoglioniti. Un gruppo di ragazzi scappa sulle montagne, dove per un po’ gioca ai boy scout ribelli (e anche se non è colpa loro sembrano dei paninari, con le Timberland, i piumini e i jeans): quando tornano in città sono invisibili. In teoria sono ricercati ma nessuno li ferma: del resto gli invasori sono dei pasticcioni capaci solo di allestire campi di rieducazione e di appendere manifesti di Lenin ovunque, e che siano riusciti ad avere ragione degli USA in un amen non suona per nulla contraddittorio. A me non importa che l’assunto ideologico sia sfacciatamente reazionario, è che qui faccio veramente fatica: trovo tutto sconclusionato, tristanzuolo e noioso, e manca completamente un’epica credibile, essendo il contesto ridicolo, la recitazione improbabile e la psicologia dei protagonisti elementare. Il cast è ricco di attori che sarebbero diventati poi famosi (Patrick Swayze e Jennifer Grey dopo tre anni diventeranno divi planetari con Dirty Dancing), qui incappati in una direzione che li costringe a scene madri assurde una dopo l’altra, piangendo come fontane a ogni piè sospinto. I novelli partigiani autonominatisi Wolverines e che di partigiano non hanno nulla, se non qualche baschetto di maniera, si nascondono nella foresta degli Arapaho (cosa che dà ancor più il sapore della burla ma solo per motivi italiani). Gli brucia ancora il culo per Saigon e compagnia bella, ma non hanno imparato niente dalla guerriglia vietcong. Quando arriva l’inverno, voilà, eccoli conciati come sissit finlandesi, giusto per accendere qualche sinapsi negli appassionati di storia. I cubani esibiscono baffoni e fumano il sigaro, i sovietici sono mentitori nati e vigliacchi, capaci solo di fucilare allegramente indifesi patrioti che cantano America the Beautiful (giuro). Il gioco al ribasso è tale, tra invasori dementi e partigiani stupidi senza proseliti, che l’orchite è spontanea e ti viene da parteggiare troppissimo per gli invasori. I ribelli vengono decimati, nonostante le parziali vittorie in cui sparano sempre meglio degli avversari che sono militari veri e propri, miracoli balistici del cinema. Gli unici sprazzi di vitalità si hanno nella cattiveria dell’esecuzione dei prigionieri, con l’interrogativo, di fronte alla barbarie: “qual è la differenza tra noi e loro?” e la pronta risposta, ottusa e ferrea: “Questa terra è mia!”, roba da far rivoltare nella tomba Woody Guthrie. La penultima scena ci riserva un momento sublime: Patrick Swayze, bucherellato, porta via il fratello morente, Charlie Sheen. Un militare cubano, ammirato dall’eroismo fraterno (ma anche dall’empito rebelde in lui mai spento, evidentemente), li lascia crepare in pace salutandoli con un onorevole “Vaya con Dios!”. Alla fine la guerra sarà vinta, ma non da loro. E ci mancherebbe altro. Questa cosa stupefacente è stata scritta da Milius rivedendo un plot di Kevin Reynolds, regista di Fandango. Io proprio non so, anche perché il film ha tanti ammiratori intelligenti e se rileggo in Rete i commenti mi sento un po’ stupido io. E poi ho trovato un’intervista a John Milius in cui il regista rifiuta di essere definito destrorso: preferisce dirsi libertario, contro l’autorità dello stato, al punto che apprezza Marx e i comunisti che lo stato lo vogliono abbattere. Gli fa schifo il sandinista Daniel Ortega ma Ho Chi Minh per niente e pure Fidel Castro che secondo lui è un puro che non lascerà in eredità niente. Boh, io rimango confuso ma anche Milius non scherza, secondo me. (Dvd; 12/7/12)

958 – Diavolo in corpo di Marco Bellocchio, Italia/Francia 1986
Bellocchio si fa densissimo e contorto, io mi concentro dolorosamente senza capire e però il film – dalla fotografia pallida e dalla recitazione talvolta asinina – si fa vedere perché ha un insospettabile ritmo interno. Giulia – Maruschka Detmers, olandesina godardiana (Prénom Carmen) che sa essere innocente e peccatrice – è figlia di una vittima delle B.R. e al contempo fidanzata e sposa promessa di un pentito convertito al cattolicesimo. Viene notata sul suo terrazzo di casa dallo studente Andrea che frequenta un liceo classico dove la sua classe, ai piani alti, è raggiungibile grazie a finestre sempre aperte (e che danno anche su di un carcere). Man mano che si va avanti, vien fuori che tutti conoscono tutti. L’avvocato del pentito è in analisi dal padre di Andrea, che in passato ha avuto in terapia anche Giulia (“è pazza”, la diagnosi) e forse c’è stato pure qualcosa. Padri contro figli, lotta allo Stato, dissociazione, sensualità, disperazione: nella scena finale dell’esame di maturità Andrea fa un figurone (e non si capisce quando abbia studiato, ma del resto era pure finta la classe, senza una cartella o un astuccio aperto) e ci ricorda il libero arbitrio nel canto dantesco di Cacciaguida e la scelta tra legge degli uomini e legge di natura nell’Antigone di Sofocle. (Non so nulla degli studenti di oggi: ai tempi miei questa era fantascienza pura, ma sarò stato io un liceale asino). Il film deve la sua fama a una scena di fellatio abbastanza deprimente perché fotografata male, di sguincio, con imbarazzo. Ma non mi lamento perché non si veda bene il pompino ma perché risulti tutto scoordinato, con la Detmers che ride e l’attore Federico Pitzalis (mai più sentito) poco a suo agio. Ci sono altre scene di sesso qui e là, ma è come se l’eros fosse anestetizzato da questa stagione di pentimento generalizzato e non ancora compreso, un sesso disperato e avvilito. La Detmers è attrice ben strana, non aiutata dalle sue risate nordiche e gutturali in originale e poi con la voce chioccia e flebile del doppiaggio. Il suo personaggio ride sguaiato, poi piange, urla, pratica il rapporto orale, si pente, spacca i piatti, gli fai schifo, ti dà un bacio, ti mena uno schiaffo… ‘na pazza, insomma, come diceva l’analista. Ma sembra quasi una coloritura, non lo spunto per una riflessione sul disagio e la schizofrenia o perlomeno così m’è parso (ma ripeto: ero uno studente sciagurato e probabilmente lo sono rimasto). Dopo che un prof ha sentenziato che “Si può anche vivere senza essere marxisti”, si conclude con Maruschka che piange felice di fronte al bell’esame del muscolato Andrea e fine. Di botto, all’improvviso. Boh. Film non particolarmente verboso ma didascalico, mortificato da una grammatica elementare e soprattutto freddo e cerebrale. Unico lampo di umanità che ho colto io la scena d’amore cruda e toccante tra irriducibili in una gabbia del processo. Il film nasce da un soggetto scritto da Bellocchio con Enrico Palandri su vaga ispirazione del romanzo di Raymond Radiguet, ed è dedicato affettuosamente allo psicanalista Massimo Fagioli. Mah. (Dvd; 18/7/12)

959 – Laguna blu di Randal Kleiser, quello di Grease, USA 1980
Io questa pedovaccata non l’avevo mai vista. Oddio: magari qualche scena, di passaggio, ma mai mi ero fermato per seguirne lo sviluppo e facevo bene perché una volta che sei catturato è impossibile staccarsene, è una fiabona ineludibile: in epoca vittoriana Richard e la cugina Emmeline naufragano bambini su un lussurioso isolotto del pacifico. Crescono assieme al marinaio panzone Paddy che però indulge con l’acquavite e un bel dì ci rimane secco. I due superstiti si arrangiano e vivono come fratelli ma fratelli non sono e quando arriva la pubertà, e beh, sono attirati l’uno dall’altra, diventano litigarelli, nervosetti e in buona sostanza arrazzati come due macachi in calore. Lei – la quattordicenne Brooke Shields – è uno degli esiti evoluzionistici del Sapiens Sapiens più clamorosi, con due occhi felini, i capelli pudicamente appiccicati al seno acerbo e il broncetto di chi sa di essere bellissima. Lui – lo gnoccolone muscoloso Christopher Atkins, in realtà diciottenne – è un Big Jim biondo (per cui Big Jeff, se la memoria non mi tradisce) che non può che stare sulle balle a tutta la popolazione maschile mondiale eterosessuale. Ovviamente i due non capiscono una mazza del subbuglio ormonale di cui son preda e in un innocente ritorno allo stato di natura cominciano a darci dentro come dei bonobo, sinché Emmeline non rimane incinta. Ogni cosa è una scoperta e in effetti non avendo alcuna educazione, orientarsi in quel casino che è la vita non risulta semplice. Tanto più che sull’isola ci son dei selvaggi antropofagi che indulgono nella gradevole pratica del sacrificio umano. I due bellocci hanno infine un figlio, fino a una chiusa che ha qualcosa di enigmatico. Laguna blu, ennesimo successone al botteghino di quel tipo incredibile che è stato Randal Kleiser (che poi ci avrebbe anche regalato Summer Lovers), è un film pruriginoso ma a carica erotica controllatissima, per famiglie, da strizzate d’occhio, anche salaci (il frustrato Richard che a un certo punto va su uno scoglio – comodissimo – a farsi una zaganella) (o a tirare il collo all’oca) (giusto per non dire farsi una sega che faceva brutto, eh, qui siamo signori). La fotografia di Néstor Almendros è bella e funzionale a dare respiro a una vicenda semplice che alla fin fine vede i due protagonisti non far altro che nuotare, pescare, dormire, mangiare, cogliere frutti, sorprendersi di un certo arrazzamento, fino all’immancabile copula, però dissimulata tra grandi abbracci. Viene tutto intervallato contrappuntisticamente da iguane, tarantole, tartarughe, mantidi religiose, pesciazzi, pappagalli e altri uccelli. Fuorché quello di Richard. (18/7/12)

960 – Paradise di Stuart Gillard, Canada 1982
E siccome son critico serio, procedo immantinente alla comparazione col clone Paradise, un Laguna blu sabbioso e un po’ più hard. Il plot è pressoché identico, sennonché nella scopiazzatura viene inserito un motivo di tensione che fa reggere fino alla fine la vicenda: la splendida Phoebe Cates, Sarah, è presa di mira da uno schiavista arabo, lo Sciacallo, che la vuole nel suo harem. Lei affronta una traversata del deserto, da Baghdad a Damasco, e in carovana c’è anche il giovane David, figlio di predicatori e pure rampollo della Famiglia Bradford, per chi ne avesse memoria televisiva. Finisce in massacro, coi ragazzotti che scampano alla morte e trovano rifugio in una splendida oasi, con vista su un lago interno dalle spiagge tropicali. La congruenza geografica non rientrava nei piani del regista anche sceneggiatore, suppongo. Così come la logica: infatti basta uno stacco di montaggio e questi due si son fatti la villetta di bambù tra le palme, a più piani, con veranda e dondolo, in attesa di futuro condono edilizio. Il sole spacca le pietre e lei ha prontamente un bikini tipo Ursula Andress in 007, mentre lui esibisce perizoma e gilet. La vita idilliaca con crema solare a protezione 50 prosegue tra vaghe tentazioni carnali, intervallata da tramonti tra le dune o sul lago e allietata dalla presenza di uno scimpanzé burlone. Ma lo Sciacallo – incarnazione di tutti i luoghi comuni sugli arabi – vuole fortissimamente Sarah e insiste a dare la caccia alla coppia: inseguimenti, fughe, cammelli, palme, cocchi, nuotate nel mare all’interno del deserto (con clamorosa barriera corallina, wow!) e ovviamente l’amore. Con gli stessi passaggi di Laguna blu, ma con molte più scene di nudo e diverse strategiche docce a ogni cascata che si trovi tra le sabbie, cosa probabilissima. I due ci danno dentro a ripetizione a 40 gradi di temperatura e la regia piuttosto bovina riprende carezze, tette spremute e occhi chiusi in rapita estasi. Fino alla prossima doccia. Si conclude con un duello risolutore: quando un uomo con cavallo e sciabola incontra un fesso con l’arco, il suo destino è segnato e si torna alla civiltà sulle note virali della sigla di coda, la Paradise cantata dalla Cates medesima, canzone di cui basta la citazione perché ti si incisti nel cervello per qualche giorno. Concludo: filmaccio turpe per adolescenti che infatti mi ha divertito un mondo. (19/7/12)

871 – Ginger e Fred di Federico Fellini, Italia 1985
Ginger e Fred, Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, ballerini, sono due vecchie glorie del mondo dello spettacolo, vittime del tempo che passa inesorabile. Chiamate a una partecipazione televisiva, conosceranno l’attuale crudele realtà dello showbiz. È un film sullo spaesamento di due anziani di fronte alla bolgia dantesca (con rimando visivo puntuale, la METAFORA) che è diventata l’Italia e la critica è talmente esplicita, puntuale e farsesca che mi sembra quasi infantile, di quella ingenuità di cui Fellini era stato maestro e che qui suona un po’ fuori tempo. Durante la visione mi rendo conto che ho fame (sono a dieta e non tocco una Lemonsoda da una settimana), vorrei fumare (qui resisto da 6 mesi) e il film mi sta un po’ scassando. Barbara s’è addormentata dopo venti minuti e io resisto e ve la dico tutta: l’atto d’accusa di Fellini è comprensibile, ma la forma con cui è espresso è molto antica. La confezione, con una messa in scena artificiosa, è in scenografie polverose che puzzano di fame, illuminate da luci da studio, irreali, mortificanti. E siamo d’accordo che si vuole passare la freddezza della tivù ma manca uno scarto poetico. E mi sembra anche antico il moralismo: contro la pubblicità (cui il Maestro si sarebbe presto piegato coi famosi Rigatoni) e contro il caos volgare e sguaiato del cavaliere Lombardoni (…) ma pure contro i drogati, gli ambulanti e i transessuali, eh, diciamolo. E poi il film è d’una lentezza esiziale. All’epoca venne preventivamente salutato come un capolavoro contro la decadenza morale italica e lo vide in anteprima pure il presidente Cossiga, forse motivo dei seguenti sbrocchi mentali. Ovviamente giudicare col senno di poi questo film che usciva nell’euforia socialisteggiante degli anni Ottanta è fuorviante ma se lo vedo ora non ci posso fare nulla e per quanto mi sforzi mi pare che non funzioni granché, anche se poi ci sono diverse scene toccanti come le prove della coppia di ballerini nei bagni, i discorsi durante il blackout che blocca le riprese televisive, l’addio reciproco alla stazione, nel finale. Quando Fellini non vuol farti la morale, allora esce un calore umano vero, anche grazie ai due notevoli protagonisti, un Mastroianni sull’orlo del cedimento strutturale e una Masina tutta dentiera. Avevano 60 anni e in quella Italia chi aveva 60 anni era vecchio. Non come oggi che sei un ragazzo a 40 anni, un uomo a 50 e un signore a 60, ma vecchio fino agli 80 non lo diventi. Questi erano veramente anziani a 60 e si vede, al di là del trucco: si vede dalle facce, da come si muovono, da cosa dicono e come. E infatti sarebbero ciccati a breve, superati appena i 70. Concludendo, faccio i conti della serva: con clown, nani e zampognari Fellini fellineggia, musicalmente Nicola Piovani roteggia e c’è pure Moana Pozzi nella finta pubblicità Olivoil con lo slogan “fateci un pensierino”. Altro che uno. (5/9/11)

886 – The Wrestler di Danny Aronofksy, USA 2008
Leone d’oro a Venezia 2008, mi prendo flemmaticamente tempo per vederlo e ci arrivo solo oggi. E stabilisco: buon film, dolente, non particolarmente ricattatorio. Ma non so se sia voluto, nel senso che il film ha il difetto nella prevedibilità estrema del plot –sviluppi ed esiti – e pertanto non mi risucchia nel classico vertice emotivo che caratterizza questi drammoni: la vecchia gloria (in questo caso di un lottatore di wrestling, Randy) che dopo tante traversie tenta la carta del rientro in scena, con rimpianti, ansia di rivincita etc. Qui leggi la sconfitta in faccia al protagonista fin dalle prime scene e sai già che non c’è scampo. Certo, magari t’illudi, ci credi, ci speri, o comunque vuoi talmente bene a Mickey Rourke che non accetti il finale e frigni. Però, non so, forse son troppo disilluso io: m’è parso che Aronofsky non sia sincero fino in fondo e firmi il compitino, senza sorprese. Bello il discorso subliminale che attraversa tutto il film, sulla verità e sulla falsità della rappresentazione e sulla nostra necessità di crederci, come da sempre accade col il wrestling, una baracconata recitata e creduta in un colpo di sole collettivo. In fondo la storia di Randy the Ram è un percorso cristologico, e la religione cos’è, se non un’immensa messa in scena? È come il wrestling, però sul ring ci si fa male: si recita, ma i colpi pesano un accidente e se il tuo cuore è infiacchito da troppe cazzate, prima o poi si spezza. Come quello dello spettatore, ecco. La canzone di Bruce Springsteen sui titoli di coda è bella, ma non mi smuove come avrei voluto, è un ricarico un po’ troppo costruito. A proposito di musica: la colonna sonora è volutamente cafona e falsissima, secondo i gusti perversi del protagonista, con tanti gruppacci chiassosi degli anni ‘80 come Quiet Riot, Scorpions e altri. E Randy lo dice: li ha fottuti quel cazzo di Kurt Cobain! È vero e aggiungo: per fortuna, dando una sveglia a tutta la scena musicale e garantendo una sopravvivenza mainstream al rock per almeno ancora un decennio. (13/11/11)

(Continua – 83)

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Esterno notte, di Marco Bellocchio – parte prima https://www.carmillaonline.com/2022/06/01/esterno-notte-di-marco-bellocchio-parte-prima/ Wed, 01 Jun 2022 20:18:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72192 di Mauro Baldrati

E’ una serie thriller classica. C’è tutto: la trama, le armi, i morti ammazzati. Viaggia con un evento, un importante uomo politico rapito e tutto ciò che ne consegue. Appartiene alla family delle serie decontestualizzate, non per i fatti, che sono iper-contestualizzati, ma per un certo distacco dagli stessi ottenuto/causato dalle maschere dei personaggi, lo stile che qua e là transita nella parodia, in una atmosfera aliena calata in un tempo parallelo. E’ una consorella di certe opere in cui la CIA, che è, deve esserlo, il “du [...]]]> di Mauro Baldrati

E’ una serie thriller classica. C’è tutto: la trama, le armi, i morti ammazzati. Viaggia con un evento, un importante uomo politico rapito e tutto ciò che ne consegue. Appartiene alla family delle serie decontestualizzate, non per i fatti, che sono iper-contestualizzati, ma per un certo distacco dagli stessi ottenuto/causato dalle maschere dei personaggi, lo stile che qua e là transita nella parodia, in una atmosfera aliena calata in un tempo parallelo. E’ una consorella di certe opere in cui la CIA, che è, deve esserlo, il “du coté de chez” i buoni, è anche un nido di vipere, di fanatici guerrafondai stragisti (vedi la recente “Condor”). E i cattivi, per esempio i terroristi palestinesi, hanno le loro buone ragioni. Bellocchio fa un passo in più. Ci fa entrare in una parte di mondo popolato dai suoi abitanti, con abitudini e dialoghi propri, senza giudizi, senza condanne né redenzioni. Potrebbero essere i Masai, impegnati a fronteggiare un furto di buoi, o gli Inuit alle prese con la caccia ai narvali, o gli aborigeni minacciati dai coloni inglesi, invece sono i democristiani del 1978, sui quali precipita, come una bomba a frammentazione, il rapimento di Aldo Moro. Sono uomini marmorizzati, avvolti da un’aura buia e torbida, devastati dall’insonnia, dalla sterilizzazione dell’anima che si ripercuote nella quasi totale assenza di gesti e di espressioni. Ma la natura si ribella, e l’istinto vitale, se non viene totalmente soffocato, si fa sentire, sotto lo schermo che li protegge/imprigiona. Il personaggio che rappresenta Cossiga è uno svitato, ossessionato dalle premonizioni, dai segni, dalle macchie dell’età che vede spuntare sul dorso delle mani. E’ un ministro che quasi non parla, non si muove, organizza incontri coi consulenti, l’unità di crisi, che ascolta, con la faccia immobile, ma non decide, sembra provare solo commiserazione verso quella manica di buoni a nulla, oppure, più probabilmente, ha la testa altrove. Si anima e prende luce solo di fronte al consulente americano, che gli spiega che noi in Italia siamo ossessionati dalla seconda, terza, quarta concausa, finché tutto naufraga in un caos totale. Si dichiara amico fraterno e discepolo di Aldo Moro, che vorrebbe liberare a tutti i costi, ma si scontra con la vera mente del partito, Andreotti, che ha un solo obiettivo: lo Stato che non si arrende, la sua tenuta, e quindi il suo/loro potere. Nessuna trattativa, nessuna concessione. E in questo è affiancato da un altrettanto pietrificato Berluinguer, il capo dei “comunisti”, irriducibile teorico della “fermezza”, perché ossessionato dal timore che qualcuno possa insinuare una parentela tra il PCI e le Brigate Rosse. C’è anche un papa, vecchio, saggio e malato, a sua volta tormentato dalle ossessioni parassite: nei momenti particolarmente difficili vorrebbe fare “la via crucis”, cioè caricarsi sulle spalle la croce di Cristo, aiutato dall’onnipresente, vecchissimo segretario, ma è troppo pesante, rischia di cadere. Allora prova con una più piccola, ma il risultato è identico, per cui si deve accontentare di un semplice crocifisso, sebbene di grandi dimensioni. Ma non basta, il suo desiderio di mortificazione e di riscatto lo porta a indossare il cilicio, che gli provoca gravi lesioni sulla pancia (dettaglio confermato, riferito al modello reale del personaggio, Paolo VI). Grande amico di Moro, cerca di intavolare una trattativa coi rapitori, segreta vista la rigidità dei democristiani e dei comunisti (e dei fascisti del MSI). La affida al cappellano di un carcere, don Curioni, che fa sobbalzare sulla sedia il “seriefilo”, perché riconosce immediatamente l’attore Paolo Pierobon, che in Squadra antimafia interpretava il diabolico Filippo De Silva. Poi c’è Lui, che si staglia sullo skyline dei totem democristiani, un uomo grande, un uomo buono, uno che sa, che capisce, uno che vuole: Aldo Moro. L’interpretazione dell’attore Fabrizio Giffuni è memorabile: in alcune inquadrature vediamo il vero Moro, con le sue impercettibili espressioni facciali, la sua mitezza. Si affianca ad altre performances leggendarie, Elio Germano ne Il giovane favoloso e Volevo nascondermi, Pierfrancesco Favino ne Il traditore e Hammamet, naturalmente Toni Servillo ne Il divo (che qui fa anche Paolo VI). Anche lui ha il demonietto sulla spalla che gli soffia nelle orecchie le ossessioni: lavarsi le mani “con cura” ogni volta che si entra in casa, e naturalmente l’insonnia, la malattia professionale dei democristiani (con la sole esclusione, forse, di Andreotti, che immaginiamo riesca a dormire anche sotto i bombardamenti). Lo seguiamo mentre, coi suoi modi dimessi, piega un’assemblea del suo partito infuriata per il progetto di alleanza della DC coi “comunisti”. E qui il film fa sorgere una riflessione, non affermata né suggerita ma neanche esclusa dagli sceneggiatori. Al di là del pericolo leninista della “casamatta”, ovvero un avamposto sovietico in uno dei paesi Nato, Moro ha un progetto preciso, un progetto che non s’ha da fare: creare un capitalismo etico, rispettoso delle regole, dei diritti del lavoro, attraverso l’accordo di governo col PCI. Sarebbe una forzatura pericolosa, da contrastare con ogni mezzo. Il capitalismo, attraverso i suoi sistemi operativi, legali e clandestini, ha scatenato due guerre mondiali, ha finanziato e organizzato dei colpi di stato, tre attentati terroristici in Italia, non potrà mai tollerare una svolta che metterebbe in pericolo la sua fede monoteista nel profitto. Infatti al progetto arriva l’opposizione, minacciosa, degli “amici americani”. Ma Moro non recede. A suo modo è un eroe, va avanti con la sua missione, come Parsifal dal cuore puro, e paga di persona per il suo coraggio e la sua determinazione. Ma non è solo il demiurgo capitalista che vuole impedire il progetto, anche chi lo combatte. Le Brigate Rosse considerano il compromesso storico un accordo che allungherebbe la vita al regime, perché lo ammanterebbe di falso progressismo, e quindi soffocherebbe la giusta conflittualità rivoluzionaria delle masse proletarie. Per motivi opposti le BR sono determinate a sabotarlo, proprio come lo sono l’America e la Nato. Così, con uno dei suoi magistrali colpi di scena, che è tale anche se sappiamo che arriverà, deflagra il rapimento e lo scontro a fuoco. Da qui in poi Bellocchio ci scaraventa nel secondo step: la segregazione di Moro, l’attività incessante dei democristiani per trovare una soluzione, o forse per negarla, visto che l’imperativo della fermezza sembra inviolabile. Arrivano le prime lettere del rapito, che creano scompiglio tra i democristiani, per cui, consigliati dall’ineffabile americano, decidono di definirlo “impazzito”, in quanto prigioniero e, chissà, torturato. In questa prima parte i brigatisti li intravediamo appena, ma più che i cattivi sembrano i nichilisti di Dostevskij, arrabbiati oltre ogni limite, disposti a tutto. Gridano, si agitano, spalancano le bocche, dimenano i pugni, il polo opposto dell’immobilità spettrale dei democristiani; hanno i capelli lunghi, le barbe, il lato oscuro delle facce rasate e dei corpi rigidi dei loro nemici. E qui termina la prima parte della serie divisa in due film, la seconda verrà proiettata a partire dal 9 giugno, poi in autunno in televisione. E noi speriamo di entrare nella prigione, di vedere e ascoltare i brigatisti, condividere da spettatori le loro mosse e contromosse, di seguire l’ostaggio, il suo dramma, la sua forza e la sua debolezza, il protagonista di una tragica vicenda apparentemente casuale, in realtà dominata da forze contrapposte ma ugualmente totalitarie e spietate.

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“Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR” di Alessandro Bertante https://www.carmillaonline.com/2022/02/14/mordi-e-fuggi-il-romanzo-delle-br-di-alessandro-bertante/ Mon, 14 Feb 2022 22:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70522 di Paolo Lago

Alessandro Bertante, Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR, Baldini+Castoldi, Milano, 2022, pp. 205, euro 17,00.

In Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR, Alessandro Bertante, con la consueta maestria, presenta un altro dei suoi personaggi ‘dannati’ e solitari, implacabili camminatori metropolitani sull’orlo di inferni, instancabili attraversatori di frontiere in scenari contemporanei che sembrano già crudeli rappresentazioni di distopie in atto. Il protagonista Alberto Boscolo è un personaggio di finzione incastonato in uno spaccato storico reale: la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, la fondazione e le [...]]]> di Paolo Lago

Alessandro Bertante, Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR, Baldini+Castoldi, Milano, 2022, pp. 205, euro 17,00.

In Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR, Alessandro Bertante, con la consueta maestria, presenta un altro dei suoi personaggi ‘dannati’ e solitari, implacabili camminatori metropolitani sull’orlo di inferni, instancabili attraversatori di frontiere in scenari contemporanei che sembrano già crudeli rappresentazioni di distopie in atto. Il protagonista Alberto Boscolo è un personaggio di finzione incastonato in uno spaccato storico reale: la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, la fondazione e le prime azioni delle Brigate Rosse. Bertante incentra la sua narrazione sulla fase aurorale delle BR, quando queste ultime erano ancora uno dei tanti gruppi della sinistra extraparlamentare, e neppure particolarmente violento. Come l’autore sottolinea in una sua intervista a “Fahrenheit”, il romanzo ci offre delle immagini assai lontane da ciò che potremmo immaginarci oggi pensando alle Brigate Rosse, associate sempre all’efferatezza dei cosiddetti “anni di piombo” nonché al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. Le BR che emergono dalle pagine di Mordi e fuggi sono un gruppo extraparlamentare impegnato soprattutto in atti dimostrativi e altamente radicato nelle fabbriche e nei quartieri più popolari e proletari, nei quali contribuiva anche all’occupazione degli stabili: «Eravamo il gruppo estremista responsabile degli attentati incendiari ai padroni ma anche uomini e donne che lavoravano nei quartieri e si facevano volere bene dai proletari».

Il personaggio di Alberto Boscolo – continua l’autore nell’intervista – si ispira a uno dei due brigatisti delle origini che hanno lasciato quasi subito la lotta armata e che non sono mai stati identificati. Non sarebbe azzardato, perciò, definire Mordi e fuggi (il titolo viene dalla frase che i brigatisti scrissero sul cartello appeso al collo del dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini durante il suo ‘sequestro-lampo’) come un romanzo storico che mette in scena uno spazio e un tempo preciso: Milano fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta. E allora, sotto i nostri occhi, fra le lotte e le contestazioni operaie e studentesche, scorrono alcuni degli eventi più tragici e luttuosi di quel periodo come la strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, o l’assassinio di Giuseppe Pinelli. Gli eventi reali (in cui incontriamo i veri protagonisti di quegli anni, Renato Curcio, Mara Cagol, «il Mega» alias Alberto Franceschini) accaduti in quel periodo non sono però scrutati per mezzo di uno sguardo freddo e distaccato, ma vengono raccontati con partecipazione emotiva da un personaggio che, in essi, si trova immerso fino al collo. Perché il ventenne Alberto Boscolo, come già accennato, non è poi troppo diverso da altri personaggi di Bertante: irrequieti fino al limite della ‘dannazione’, immersi in un universo sociale contemporaneamente amato e odiato, tormentati dalle proprie scelte passate e future, condannati a osservare la realtà per mezzo di uno sguardo ipersensibile e partecipato (caratteristica, questa, che Mordi e fuggi – offrendo per di più uno spaccato storico reale – ha in comune con il “New Italian Epic” delineato da Wu Ming 1).

Probabilmente, anche lui è un «sopravvissuto» come Alessio Slaviero, personaggio io narrante che incontriamo in altre opere dell’autore, da Nina dei lupi (2011) fino a La magnifica orda (2012) e Estate crudele (2013). Un personaggio attanagliato dalla solitudine, ‘eversivo’ cultore dell’erranza metropolitana, incanaglito abitatore di soffitte e mansarde nel centro di Milano. Come Alessio Slaviero o come il protagonista de Gli ultimi ragazzi del secolo (2016), Alberto Boscolo compie lunghe camminate per Milano tratteggiate come vere e proprie imprese epiche. Lo sguardo ipersensibile di questi personaggi attua una vera e propria trasfigurazione della realtà; Boscolo, come Slaviero, si immagina di essere un cavaliere errante, un guerriero epico che combatte per la libertà (non a caso, nel libro viene spesso richiamato il paradigma mitico di Robin Hood). La stessa sintassi, frammentata in sintagmi lenti e solenni, dominati dall’anafora, mima l’incedere della narrazione epica (si legga, ad esempio, questa frase: «[…] siamo coraggiosi e temerari, siamo sprezzanti del pericolo. Siamo le Brigate Rosse»). La camminata si trasforma allora in un procedimento stilistico che, guardando a modelli illustri, permette il dipanarsi dell’incedere narrativo. Comunque, a monte delle erranze metropolitane (che, dalla flânerie ottocentesca fino alla «nomadologia» di Deleuze e Guattari possiedono una forte impronta sovversiva) dei personaggi di Bertante, più che l’epica, molto probabilmente, c’è il romanzo dell’Ottocento. Le stesse camminate metropolitane si avvicinano a quelle di diversi personaggi dostoevskijani, a cominciare da Raskol’nikov. È lo stesso Boscolo, del resto, a paragonarsi al protagonista di Delitto e castigo in un impeto di “mitomania” letteraria, in un momento in cui, dopo la scoperta e la cattura di alcuni suoi compagni, si chiude in casa sentendosi braccato:

Bruciai nel lavandino tutti i documenti in mio possesso: volantini, carta d’identità falsa, comunicati delle BR. Ma ancora non bastava, dovevo sedarmi per calmare la tensione prima di trasformarmi in una specie di caricatura di Raskol’nikov, privo di qualsiasi senso di colpa o tormento esistenziale ma comunque febbricitante e imprigionato fra le quattro mura di una mansarda. Scesi in strada e, muovendomi come una spia in territorio nemico, percorsi un centinaio di metri per raggiungere la bottiglieria di corso Genova, come al solito affollata di gente. Entrai e comprai una fiaschetta di grappa da mezzo litro. Tornato a casa, cominciai subito a bere, stolto e metodico fino a ottenere un poco di tregua dai pensieri ossessivi. Mi addormentai ubriaco, sdraiato sul piccolo divano della cucina.

Pure se «caricatura» di Raskol’nikov (i modelli alti sono sempre irraggiungibili), Boscolo si muove in spazi molto simili a quelli del personaggio di Dostoevskij: la strada, spazio di incontri buoni o cattivi, una soffitta, piccola e stretta (simile a una bara o a una tomba secondo Bachtin), le osterie dove si reca a bere e dove si dischiudono nuovi incontri e nuovi percorsi narrativi. La ‘letterarietà’ del personaggio è indiscutibile: esce in preda all’angoscia, va in una bottiglieria affollata e compra della grappa per poi ubriacarsi da solo in casa, azioni che davvero non compierebbe un lucido militante delle BR in clandestinità, col rischio di essere arrestato. E, parlando di Dostoevskij, non si può non ricordare I demoni (ispirato alle vicende politiche e sociali che ruotano attorno alla cellula rivoluzionaria di Nečaev) le cui atmosfere sembrano assai presenti in Mordi e fuggi mentre lo stesso Boscolo potrebbe apparire come una «caricatura» del ‘demonico’ Stavrogin. E dai personaggi dostoevskijani Boscolo sembra mutuare anche la sua angoscia devastante che, ubriaco o febbricitante, gli fa percorrere dimesse spazialità urbane (anche i personaggi ‘angosciati’ dello scrittore russo sono spesso caratterizzati come febbricitanti).

Lo spazio in cui avviene l’azione narrativa di Mordi e fuggi, come già osservato, possiede una collocazione precisa: Milano, che il personaggio percorre in lungo e in largo, dal centro alla periferia. I luoghi in cui avviene la narrazione sono sempre affrescati con precisione, dalle periferie ai quartieri del Giambellino e di Lorenteggio, da Piazza Duomo a via Tadino fino a Piazza Fontana. Il romanzo si apre con Boscolo che, in una fredda mattina di novembre, sta facendo volantinaggio all’ingresso di una fabbrica sulla circonvallazione ovest, vicino alla casa dei genitori che ha lasciato da tempo. Anche lo stesso spazio milanese, a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, assume connotazioni quasi mitiche, perennemente caratterizzato come freddo e avvolto dalla nebbia; uno spazio e un tempo – sembra – ormai sconosciuti e dimenticati: «Faceva sempre molto freddo in quegli anni, ogni giorno le città si risvegliavano al buio, coperte da una fitta nebbia che la luce dei lampioni non riusciva a spezzare». Del resto, si tratta dello stesso spazio tratteggiato ne Gli ultimi ragazzi del secolo in cui, in forma autobiografica, lo scrittore ripercorre la sua infanzia e adolescenza (la casa natale, anche qui, si trova vicino alla circonvallazione ovest; ma echi autobiografici sono presenti in quasi tutti i romanzi di Bertante: i nomi dei personaggi Alessio e Alberto, non a caso, hanno le stesse due lettere iniziali del nome Alessandro). Anche la Milano dell’infanzia, ne Gli ultimi ragazzi del secolo, appare sempre connotata da inverni freddissimi, allontanati in un ricordo che si fa mito, e la stessa città finisce per somigliare a quella, nebbiosa e malinconica, che vediamo in Milano calibro 9 (1972) di Fernando Di Leo, film ispirato alle suggestive atmosfere narrative di Giorgio Scerbanenco.

Ma quello spazio del mito – nonostante la formidabile temperie culturale e sociale degli anni Settanta, ancora di là da venire – sembra già possedere in sé i segni di una lenta decadenza: la Milano nebbiosa, fredda, solcata da lotte e contestazioni, sta per lasciare lentamente il passo alla Milano “da bere” degli anni Ottanta. Boscolo giunge in Piazza Duomo «completamente stralunato» e si ritrova in uno spazio che, sulla scia di un nuovo pervasivo consumo di massa, è destinato inesorabilmente a mutare: «Le grandi insegne pubblicitarie illuminate dal neon di fronte alla cattedrale raccontavano di una nuova esaltante stagione commerciale inneggiante all’alcolismo: Cinzano, Vov, China Martini, Fernet Branca, Vermouth Bosca erano lusinghe viziose appena mitigate dalla universalità popolare della Coca-Cola e dal rassicurante paesaggio piccolo-borghese delle Collezioni Facis». La città è destinata a trasformarsi nella «Milano Metropoli degli anni Ottanta», falcidiata dall’eroina e dalle televisioni private, cantata da Bertante ne Gli ultimi ragazzi del secolo. E Alberto Boscolo? In che modo si avvia verso questi nuovi anni di disimpegno, una volta abbandonata la lotta armata? Cos’altro sappiamo di lui? Come scrive l’autore in una nota finale «per il lettore», «nessun brigatista del nucleo storico rivelò la sua vera identità. Cosa che non faremo nemmeno noi».

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La classe operaia che non volle farsi Stato: Linea di condotta https://www.carmillaonline.com/2020/04/06/la-classe-operaia-che-non-volle-farsi-stato-linea-di-condotta/ Mon, 06 Apr 2020 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59202 di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, Autonomia Operaia. Scienza della politica, arte della guerra, dal ’68 ai movimenti globali, in appendice la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta del 1975 con una introduzione inedita, Interno 4, 2020, pp. 352, 20 euro

“Cos’è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos’è la rapina di una banca confronto alla fondazione di una banca? Che cos’è l’omicidio di fronte al lavoro?” (L’opera da tre soldi – Bertolt Brecht)

Credo sia giusto, in questo quarantunesimo anniversario del 7 aprile e del teorema [...]]]> di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, Autonomia Operaia. Scienza della politica, arte della guerra, dal ’68 ai movimenti globali, in appendice la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta del 1975 con una introduzione inedita, Interno 4, 2020, pp. 352, 20 euro

“Cos’è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos’è la rapina di una banca confronto alla fondazione di una banca? Che cos’è l’omicidio di fronte al lavoro?” (L’opera da tre soldi – Bertolt Brecht)

Credo sia giusto, in questo quarantunesimo anniversario del 7 aprile e del teorema Kalogero, tornare a parlare di un’opera giunta alla sua terza edizione. A quattro anni dalla seconda (2016) e a dodici dalla prima (2008). Un’opera, quella di Emilio Quadrelli, che non soltanto ripercorre la storia dell’autonomia operaia italiana, dai primi anni Sessanta fino alla metà degli anni Ottanta, a partire dal conflitto e dall’iniziativa di classe che la fondarono e le diedero le gambe su cui marciare, ma che, in questa nuova edizione, aggiunge un dato di tutto rispetto: la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta uscito nel 1975, accompagnata da un’esauriente Introduzione a cura dello stesso Quadrelli.

Una rivista uscita in numero unico, con datazione di copertina luglio-ottobre 1975, che avrebbe preceduto di poco «Senza tregua. Giornale degli operai comunisti», uscito poi in nove numeri tra l’autunno di quello stesso anno e il settembre del 1977, di cui si è occupato recentemente sempre Emilio Quadrelli per Red Star Press (qui) proprio per riportare alla luce un’esperienza di analisi e pratica politica militante troppo a lungo rimossa dalla ‘storia ufficiale’ di ciò che è entrato nella memoria collettivaa come Autonomia Operaia.

Azzeccatissimo appare subito il titolo del primo paragrafo dell’introduzione alla rivista, Fuori dalle linee, proprio perché quel numero unico oltre che allontanarsi dal discorso marxista o marxista-leninista imbalsamato nelle varie forme dei gruppuscoli e dei partiti, grandi o piccoli, che ancora a tali esperienze formali si richiamavano, così come l’esperienza dell’Autonomia Operaia aveva già messo in pratica, prendeva anche le distanze dalla stessa Autonomia così come si era andata definendo, organizzativamente e politicamente, in un contesto in cui le formulazioni dei più importanti intellettuali di quell’area e la pratica posta in essere si sarebbe allontanata sempre più dalla centralità dell’azione operaia opponendo a questa la ricerca di un nuovo, e mai completamente definito, soggetto politico.

Se gran parte dell’esperienza e del nuovo programma politico espresso dall’autonomia, così come si era andata formando intorno alla rivista Rosso, derivavano dall’esperienza già ‘eretica’ di Potere Operaio, Linea di condotta e, successivamente, Senza tregua avrebbero aggiunto a questa l’esperienza dei militanti fuorusciti da Lotta Continua dopo la svolta capitolarda, istituzionalizzante e filo-PCI della sua direzione proprio nel 1975 e che avrebbe portato al definitivo scioglimento di quell’organizzazione, avvenuto nel contesto del congresso di Rimini, nell’autunno del 1976. Proprio quel congresso che il leader di quella formazione ormai allo sbando avrebbe aperto con parole involontariamente profetiche: C’è stato un terremoto…

Entrambe le esperienze, quella di Rosso e di Linea di condotta, affondavano le loro radici in un rifiuto del lavoro salariato che all’interno delle frange più avanzate della classe operaia di fabbrica si era andato accompagnando al rifiuto di farsi Stato, così come invece proponevano il segretario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, il partito che continuava a definirsi come il più grande partito comunista dell’Occidente e la CGIL, nel tentativo di separare non solo la classe dalle sue avanguardie più combattive, ma anche da una critica radicale delle condizioni di lavoro, produzione e riproduzione della vita che si era manifestata in maniera sempre più ampia e decisa non soltanto nel pensiero critico degli intellettuali militanti che avevano dato vita alle riviste più importanti degli anni Sessanta (Quaderni rossi, Classe operaia, Classe, Quaderni piacentini), ma che proprio a partire dalle manifestazioni di piazza e nelle lotte di fabbrica degli operai, da piazza Statuto in avanti, aveva trovato le gambe su cui marciare.

Veniva così nettamente alla luce uno scontro, voluto e gestito da una sinistra istituzionale sempre più coinvolta nella gestione dell’economia, della società e dell’ordine pubblico, in nome di un superiore interesse nazionale, destinato non solo a dividere la classe al suo interno e davanti al nemico, ma anche e soprattutto in nome di una presunta oggettività economicistica di ispirazione marxista, destinata a privare la classe di una delle sue armi più importanti e decisive: la teoria rivoluzionaria.

Paradossalmente non solo il PCI, che pur si richiamava ancora al marxismo e al socialismo di cui traboccavano ancora formalmente le pagine delle sue riviste e i discorsi degli intellettuali che ne avevano comunque da tempo sposato linea e strategia, ma anche i vari partitini di ispirazione trotzkista, stalinista, marxista-leninista filo-cinese e bordighista non erano riusciti a cogliere le novità insite nell’esplosione di lotte che avevano caratterizzato soprattutto il periodo compreso tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70. Anzi, pur con modalità diverse e diverso intendimento, quegli stessi erano spesso diventati di intralcio allo sviluppo delle lotte di classe che si erano andate sviluppando nelle fabbriche, nei quartieri e nelle scuole.

Così, invece, non era stato, come nota giustamente Quadrelli nella sua ricostruzione, per i due raggruppamenti che più si erano smarcati da qualsiasi richiamo alla tradizione formale dei partiti di derivazione cominternista, ovvero Potere operaio e Lotta continua. Entrambi coinvolti fin dal loro primo apparire nelle lotte prodotte spontaneamente dal basso; sia che si trattasse dalle lotte in fabbrica che dell’occupazione di case, di riduzione degli affitti e delle bollette oppure delle rivolte popolari come quella di Reggio Calabria, indicata fin da subito, tranne che per i due gruppi in questione e dai situazionisti, come manifestazione di stampo fascista da tutti gli altri.

In questa differente interpretazione della realtà delle lotte giocava non tanto, come i principali rappresentanti del marxismo ‘ortodosso’ avrebbero fin da subito affermato, l’avventurismo delle nuove formazioni politiche, ma piuttosto una più corretta e consona ai tempi interpretazione della capacità di analisi dialettica contenuta nelle formulazioni di Marx e di Lenin. Troppo spesso citate mnemonicamente e/o opportunisticamente dalle altre forze politiche e troppo spesso stravolte oppure semplicemente non comprese nella loro essenza.

Si può affermare, come fa Quadrelli, che la prassi rivoluzionaria riprese spunto in quegli anni non tanto dagli archivi polverosi, dai testi salvati dalla critica roditrice dei topi o dalla novella intellighentsia formatasi nelle scuole di partito o nelle università, ma direttamente dalle lotte nate spontaneamente dalle condizioni di lavoro e di vita con cui si barcamenavano gran parte dei lavoratori (occupati e non), dei giovani (studenti e non), delle donne (lavoratrici e non), in un momento di grandi trasformazioni socio-economiche che avevano accompagnato o erano derivate dal cosiddetto boom economico.

Un boom economico che aveva visto, come sempre, accumularsi una gran parte della ricchezza socialmente prodotta nelle mani di un’imprenditoria audace e aggressiva, a discapito di un proletariato di fabbrica o marginale che aveva potuto accedere a ben pochi vantaggi sociali, pagati con uno sfruttamento del lavoro sempre più intenso e allargato anche alle sfere dell’esistenza quotidiana. Così come l’allargamento dell’istruzione superiore a fasce giovanili sempre più ampie era stata accompagnata dallo sviluppo di istituzioni scolastiche sempre più destinate alla formazione di una manodopera maggiormente alfabetizzata ma indirizzata a una specializzazione lavorativa che più che altro avrebbe contribuito ad una più generale abitudine al lavoro alienato, e domato preventivamente, dall’abitudine alla disciplina dell’orario e dell’obbedienza.

Tutto questo era però esploso, non in grazia di una preventiva azione comunicativa e di formazione condotta dai partiti e partitini di sinistra all’interno delle differenti frazioni di classe, ma proprio a causa di una realtà sociale che aveva finito con lo spingere al parossismo le contraddizioni di un modo di produzione che aveva fatto delle sue esigenze di accumulazione ed estorsione del valore il metro di misura di qualsiasi attività umana: lavorativa, intellettuale, collettiva, individuale, artistica o sessuale e riproduttiva che fosse.
Così proprio chi stava in basso aveva saputo raccogliere la sfida e ribellarsi.

Potere operaio e Lotta continua seppero far proprie le lezioni di chi dal basso aveva iniziato a ribellarsi e liberarsi e, per un breve e intenso periodo, farsene portavoce. Ricreando quella dialettica tra spontaneità dell’azione delle masse, teoria e prassi politica che sola poteva servire a confrontarsi vittoriosamente con il capitale e i suoi funzionari. Il partito rivoluzionario insomma tornava idealmente, ma non soltanto, a rinascere proprio là dove non era stato direttamente teorizzato o non aveva tratto ispirazione dalle forme mummificate del passato terzinternazionalista e non.

Tornava a rinascere ma non a formarsi, poiché le varie componenti dei due movimenti finivano col favorire un altalenarsi di tendenze ora allo spontaneismo ora all’organizzativismo e ora all’istituzionalizzazione, quest’ultimo aspetto soprattutto per quanto riguarda la leadership di L.C., che non permisero il formarsi di una organizzazione politica capace di trarre linfa e capacità direzionale dalla indicazioni che pur provenivano in tal senso dalle lotte proletarie e dal basso e neppure dalle trasformazioni in atto a livello di riorganizzazione industriale, finanziaria, amministrativa e giuridico-militare dell’apparato economico e statuale capitalistico.

Fu proprio questa difficoltà a portare alla fine delle due esperienze con una, quella di Pot Op, che avrebbe però costituito la componente ‘teorica’ più importante della fase politica successiva, mentre l’altra, quella di L.C., avrebbe fornito, proprio in virtù dell’essere stata l’organizzazione militante più diffusa all’interno del proletariato metropolitano e di fabbrica fino al 1975, la principale componente operaia e proletaria di un’esperienza politica, militante e, successivamente, militare che non ebbe eguali nel resto del mondo occidentale.

Non bisogna infatti mai dimenticare che in Italia sono stati 20.000 gli inquisiti per i fatti di lotta armata; 4200 sono stati incarcerati a seguito dell’accusa di banda armata o associazione sovversiva; 300 hanno avuto pene con meno di dieci anni, oltre 3100 più di dieci anni, quasi 600 più di quindici anni, centinaia gli ergastoli. Questi dati, che se analizzati da un punto di vista sociologico vedrebbero altissima la componente proletaria tra coloro che furono inquisiti e altrettanto alta quella delle presenze femminili, ci dicono di un’irruzione nella Storia, di un autentico balzo di tigre all’interno di contraddizioni sociali altrimenti irrisolvibili, che proprio a partire dal 1975 ebbe inizio su una scala più vasta di quella già teorizzata e immaginata, con rigida logica partitica tradizionale (la coscienza instillata nella classe da un partito di militanti di professione), dalle Brigate Rosse.

Proprio al centro di queste fratture, esperienze politiche e organizzative e riflessioni teoriche si situa la cristallina esperienza di Linea di condotta, tanto ispirata dalla riflessione politica di alcuni militanti che si erano divisi dagli altri esponenti di Potere Operaio dopo la sua fine, quanto dalle energia, dalla rabbia e dalla delusione che aveva spinto alla ricerca di nuove modalità operative e organizzative una giovane classe operaia uscita fortemente delusa dalla precedente militanza in Lotta Continua, nelle sue strutture di fabbrica, territoriali e di servizio d’ordine.

Sfogliando le più di 160 pagine di Linea di condotta si osserva la presenza di una notevole mole di articoli: riflessioni teoriche e analisi marxiane destinate ad esplorare le trasformazioni dell’assetto politico-istituzionale italiano(con particolare attenzione al ruolo del PCI e della manovalanza fascista), la teoria del valore, lo scontro operante anche all’interno della crisi economica di quegli anni tra rivendicazioni della classe e volontà di ristrutturazione capitalistica, la ridefinizione dell’importanza dello scontro intorno al salario e la sua funzione politica ancor più che sindacale, oltre che i due documenti in cui l’ala più radicale degli operai di L.C. aveva detto addio alla formazione precedente, ormai impastoiata dalle paure e dalle scelte riformistiche della sua direzione, in aperto contrastato con la pratica militante degli anni precedenti.

Sono pagine che annunciano l’inevitabilità di una guerra civile, magari a bassa intensità, che avrebbe attraversato la società italiana e animato lo scontro di classe negli anni a venire. Un annuncio della necessità di un partito formale che, pur rimanendo sul filo del tempo, avrebbe dovuto saper interpretare una rivoluzione anonima e tremenda guidandola su traiettorie non ancora sperimentate. Proprio come dovrebbero fare ogni autentica rivoluzione e ogni autentico partito rivoluzionario, che per esser tale deve saper rivoluzionare anche le proprie forme, senza voler far rientrare le novità dello scontro di classe all’interno di forme già superate o sconfitte (probabilmente le due cose si accompagnano sempre) finendo col riuscire soltanto a castrare le iniziative e le indicazioni di lotta e organizzazione provenienti da una società in rivolta.

Indicazioni che proprio a partire dall’esperienza operaia ponevano al centro la questione del potere politico. Ma la “questione del potere” non poteva e non può che chiamare in cau­sa la “questione militare”. Se, infatti il “politico” presuppone sempre la messa in forma della guerra, la “questione militare” non poteva e non può essere altro che parte costitutiva del “politico” medesimo.

Una scelta che avrebbe visto ancora alcuni degli intellettuali presenti nei ranghi redazionali del numero unico allontanarsi negli anni successivi, ma che avrebbe dato i suoi frutti, magari immaturi e forieri di indicazioni per il futuro allo stesso tempo, nelle lotte degli anni successivi.
Una lettura che si rivela particolarmente utile ancora e forse soprattutto oggi, quando di fronte alla pandemia che ci avvolge, alla crisi economica e alla probabile guerra che verrà, l’assenza di prospettive è causa, per molti militanti antagonisti, di una condizione di impotenza e smarrimento cui le iniziative spontanee di lotta dal basso (dalle fabbriche alle carceri fino ai territori) iniziano a fornire modalità di risposta non ancora pienamente colte nella loro intima essenza.
Così come non è ancora stato colto in pieno l’assetto politico-militare che il capitale si è dato negli ultimi anni, in funzione di una guerra civile già annunciata e di cui la militarizzazione legata all’attuale crisi sanitaria ed economica non è che uno dei più prevedibili aspetti.

N.B.
Il testo è fin da ora disponibile on line in ebook e anche in cartaceo, sul sito dell’editore, su amazon, su ibs e per le librerie che vorranno ordinarlo presso il distributore (Messaggerie) che comunque anche se operativo a mezzo servizio avrà disponibile il libro.

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