biodiversità – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La posta in gioco https://www.carmillaonline.com/2018/12/04/la-posta-in-gioco/ Tue, 04 Dec 2018 06:20:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49967 di Alexik

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. (Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues.)

Sabato prossimo migliaia di persone marceranno contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima. Scenderanno in strada a Parigi come a Torino, Padova, Melendugno, Venosa e Niscemi. L’appuntamento dell’otto dicembre, nato in Valsusa come anniversario della liberazione di Venaus e poi assunto come data simbolo dei movimenti contro la devastazione dei territori, quest’anno si interseca con le mobilitazioni internazionali per [...]]]> di Alexik

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. (Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues.)

Sabato prossimo migliaia di persone marceranno contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima.
Scenderanno in strada a Parigi come a Torino, Padova, Melendugno, Venosa e Niscemi.
L’appuntamento dell’otto dicembre, nato in Valsusa come anniversario della liberazione di Venaus e poi assunto come data simbolo dei movimenti contro la devastazione dei territori, quest’anno si interseca con le mobilitazioni internazionali per la giustizia climatica, in contemporanea alla conferenza mondiale sul clima di Katowice.

La posta in gioco è alta: la difesa degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici della terra,  la difesa delle condizioni di vita di chi la abita, la difesa delle risorse pubbliche aggredite dalla speculazione privata.
Interessi  generali della società che i movimenti da sempre rappresentano, a dispetto di chi li accusa di nimbyismo.
Ma non si tratta solo di questo.
La drammaticità dell’emergenza climatica ha imposto prepotentemente un cambio di passo, un innalzamento degli obiettivi e delle parole d’ordine, perché è l’intero modello di sviluppo – di cui la logica delle Grandi Opere è un’ espressione – che sta portando il Pianeta al collasso.
O meglio: ciò che sta collassando sono le condizioni necessarie per la sopravvivenza di decine di migliaia di specie viventi, compresa quella umana.
Il Pianeta in realtà può continuare tranquillamente senza di noi, mentre la vita sulla Terra muterà le sue forme e abitudini, come già ha cominciato a fare1.

Che il tempo a nostra disposizione stia finendo ce lo ripetono, ormai da anni, centinaia di scienziati da tutto il mondo, e non hanno certo l’aspetto di millenaristi medievali.
Ce lo ripetono con frequenza crescente i venti che sfondano le nostre finestre, i fiumi di fango che invadono strade e case travolgendo cose e persone.
Altrove, lontano dai nostri occhi e dai nostri teleschermi, succede anche di peggio.
In Africa, nel 2017, il disastro climatico ha trascinato 39 milioni di persone di 23 paesi nell’insicurezza alimentare disseccando fonti d’acqua, pascoli e colture2.
In questo modo, affogando o crepando di fame, parte dell’umanità celebra l’innalzamento di 1°C della temperatura della Terra rispetto all’epoca preindustriale.

Meno di due mesi fa 224 scienziati, coautori dell’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel On Climate  Change3, ci hanno intimato di non superare la soglia di 1,5°C.
Non per porre fine, ma solo per limitare l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione e l’ipossia degli oceani, la crescita dei rischi per la salute, sicurezza alimentare, accesso all’acqua e ai mezzi di sussistenza per milioni di persone.

Alcuni loro colleghi ci avvertono che, anche restando al di sotto dei limiti fissati dall’Accordo di Parigi, è probabile l’avvio meccanismi irreversibili, un effetto domino impossibile da contenere4, in grado di riscaldare il Pianeta fino a 4- 5°C in più rispetto al periodo preindustriale.
Ci parlano della morte delle foreste, trasformate in steppe e savane.
Ci parlano del disgelo del permafrost, il ghiaccio perenne nei suoli delle regioni artiche, sotto al quale risiede un terzo del carbonio della Terra, immensi strati di sostanza organica accumulati da millenni.
Il disgelo l’offre in pasto ai batteri dei suoli, che la decompongono restituendola all’atmosfera sotto forma di Coe metano.
Sotto il Mar Glaciale Artico il permafrost racchiude centinaia di milioni di tonnellate di metano che, liberate dal calore, stanno tornando in superficie in quantità impressionanti5.
E  il metano genera un effetto serra 25 volte maggiore dell’anidride carbonica.

Devastanti le prospettive per gli esseri viventi.
Su 80.000 specie vegetali e animali all’interno di 35 “Zone Prioritarie” per la biodiversità, si prevede per il 2080 la scomparsa del 19% delle specie qualora l’innalzamento della temperatura si mantenga entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale (cioè i limiti dell’Accordo di Parigi).
Nel caso di un innalzamento di 4,5°C l’estinzione riguarderebbe quasi il 50% in media delle specie, con picchi del 89% , soprattutto per chi, come gli anfibi, non sarà in grado di emigrare verso le aree ancora vivibili.6.

Non c’è bisogno di particolari studi per capire che, in questo contesto, agli umani il futuro riserva migrazioni epocali – di cui quelle d’oggi sono soltanto un assaggio – e conflitti crescenti. Mutuando le parole da Guido Viale, “un mondo pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue7

Quanto siamo lontani dal punto di non ritorno ?
Possiamo discutere se ci vorrà qualche decennio in più o in meno, ma il percorso è quello descritto.
La temperatura terreste si sta riscaldando ad un ritmo di 0,17°C ogni dieci anni8, ed il livello dei gas serra in atmosfera non è mai stato così alto.
Le concentrazioni di gas climalteranti hanno raggiunto nel 2017 il loro massimo storico dai livelli preindustriali:  405.5 parti per milione per la CO2, 1859 ppm per il metano, 329.9 ppm per l’ ossido di azoto. Valori che rappresentano rispettivamente aumenti delle concentrazioni del 146%, 257% e 122%  rispetto a quelli  stimati nel 17509.

Davanti all’incombere di un’apocalisse, ci si potrebbe aspettare che anche le classi dirigenti più retrive corrano ai ripari con azioni di contrasto.
Così non è.
Lo vediamo ogni giorno nei territori, dove trivellazioni, fracking, costruzione di oleodotti e gasdotti, vengono considerate “opere strategiche”, imposte dagli Stati e difese manu militari.
Indifferente all’Accordo di Parigi ed agli allarmi lanciati dagli scienziati dell’IPCC, l’economia mondiale va da un’altra parte.
Al contrario che per i comuni esseri umani e per gli altri esseri viventi del Pianeta, la catastrofe è colta dal Capitale come un’opportunità, come dimostra la guerra silenziosa già da tempo in atto per accaparrarsi le risorse minerarie dell’Artide in disgelo10, o l’apertura di nuove rotte commerciali rese possibili dal graduale ritiro dei ghiacci11.

Quanto all’abbandono dei combustibili fossili, è interessante in proposito l’ultimo rapporto annuale dell’OPEC12.
Si tratta ovviamente di un documento di parte, redatto da chi i combustibili fossili è interessato a venderli e quotarli, con previsioni comunque da dimostrare. Ma sulla base di previsioni come queste si basano gli investimenti, le strategie delle multinazionali e le politiche degli Stati.
Il rapporto prevede, fra il 2015 e il 2040, un aumento della intera domanda primaria di energia di 96 milioni di barili di petrolio equivalenti  per giorno (mboe/d),  trainato soprattutto da India e Cina. Prevede che la domanda si rivolga in primo luogo al gas naturale e – nonostante l’aumento del peso percentuale delle energie rinnovabili – si aspetta un’ulteriore crescita in termini assoluti dell’estrazione e del consumo di petrolio e carbone.
Non vi è dunque all’orizzonte nessuna reale intenzione di invertire la tendenza e di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti.

Il Rapporto OPEC  riporta i dati ONU sulla crescita demografica mondiale –  da 7,3 miliardi di persone sul pianeta del 2015 a 9,2 miliardi nel 2040, che nasceranno principalmente nei paesi in via di sviluppo.
Quasi due miliardi di persone in più con i relativi bisogni da trasformare in merce: è questo il contesto previsto per l’espansione, oltre che dell’estrattivismo energetico,  anche di quello minerario, agroindustriale e delle infrastrutture, sul quale oggi si misurano in termini di concorrenza spietata non solo i paesi dell’imperialismo classico, ma anche varie potenze su scala regionale (o aspiranti tali), e soprattutto la Cina, con il suo immenso potenziale di spinta verso la costruzione della “nuova via della seta”.
Su questa strada, che sta portando l’umanità in un vicolo cieco, si sono avviati tutti, al di là dell’ordinamento politico e dell’orientamento economico: democrazie e dittature, neoliberisti incalliti e socialisti di mercato.

Grava sui movimenti l’onere di fermare tutto questo. (Continua)


  1. Brett R. Scheffers, Luc De Meester, Tom C. L. Bridge, Ary A. Hoffmann, John M. Pandolfi, Richard T. Corlett, Stuart H. M. Butchart, Paul Pearce-Kelly, Kit M. Kovacs, David Dudgeon, Michela Pacifici, Carlo Rondinini, Wendy B. Foden, Tara G. Martin, Camilo Mora, David Bickford, James E. M. Watson, The broadfootprint of climatechange from genes to biomes to people, in “Sciences”, Vol. 354, 11 Nov 2016. 

  2. FSIN, Global Report on Food Crises 2018, marzo 2018, pp.201. 

  3. IPCC, Global Warming of 1,5°C, giugno 2018, pp. 792. 

  4. Will Steffen, Johan Rockström, Katherine Richardson, Timothy M. Lenton, Carl Folke, Diana Liverman, Colin P. Summerhayes, Anthony D. Barnosky, Sarah E. Cornell, Michel Crucifix, Jonathan F. Donges, Ingo Fetzer, Steven J. Lade, MartenScheffer, Ricarda Winkelmann, and Hans Joachim Schellnhuber, Trajectories of the Earth System in the Anthropocene, PNAS,  14 Agosto 2018, 115 (33) 8252-8259. 

  5. Steve Connor, Vaste methane ‘plumes’ seen in Artic Ocean as sea ice retreats, Indipendent, 13 dicembre 2011. 

  6. Warren, J. Price, J. VanDerWal, S. Cornelius, H. Sohl, The implications of the United Nations Paris Agreement on climate change for globally significant biodiversity areas, in “Climate Change”, April 2018, Volume 147, pp. 395–409.
    Lo studio è riassunto in italiano nel rapporto WWF 2018: WWF, Il futuro delle specie in un mondo più caldo. Gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità nelle zone prioritarie WWF, marzo 2018, pp. 24. 

  7. Guido Viale, Un cambiamento irreversibile, Comune-info, 16 ottobre 2018. 

  8. Will Steffen e altri. Op.cit. 

  9. World Meteorological Organization, WMO Greenhouse Gas Bullettin, n. 14, 22 novembre 2018, p. 9. 

  10. Roberto Colella, Geopolitica dell’Artico, tra risorse e interessi espansionistici, Huffingtonpost, 27 febbraio 2017. Nicola Sartori, La guerra silenziosa per controllare il petrolio dell’Artico, Outsidernews, 20 ottobre 2017. 

  11. Laura Canali, Le nuove rotte artiche, Limes, 13 giugno 2008. Francesco Sassi, Chi ci guadagna dalla nuova rotta dell’Artico, Wired, 8 ottobre 2018 

  12. OPEC, 2017 Annual Report, 2018, pp. 110. 

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Guerra agli ulivi/3 https://www.carmillaonline.com/2018/05/13/guerra-agli-ulivi-3/ Sun, 13 May 2018 09:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45545 di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Non so se Maurizio Martina, segretario di un partito morente, nonché ministro (forse ancora per poco) di un governo morente, sia talmente permeato dall’oscurità della morte da infonderla in ogni suo atto.

Il suo ultimo lascito, il decreto del MinPAAF del 13 febbraio, dispone infatti un ecocidio su larga scala da attuarsi sull’intero territorio rurale della provincia di Lecce e su vaste aree delle provincie di Brindisi e Taranto. Un avvelenamento che coinvolgerà ogni forma di vita, lasciando dietro di se una [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Non so se Maurizio Martina, segretario di un partito morente, nonché ministro (forse ancora per poco) di un governo morente, sia talmente permeato dall’oscurità della morte da infonderla in ogni suo atto.

Il suo ultimo lascito, il decreto del MinPAAF del 13 febbraio, dispone infatti un ecocidio su larga scala da attuarsi sull’intero territorio rurale della provincia di Lecce e su vaste aree delle provincie di Brindisi e Taranto.
Un avvelenamento che coinvolgerà ogni forma di vita, lasciando dietro di se una pesante eredità per le generazioni future.

Allo scopo di sterminare il Philaenus spumarius (l’insetto accusato di espandere la batteriosi da Xylella fra gli ulivi) il decreto del MinPAAF  impone l’uso obbligatorio e massivo di pesticidi nelle campagne salentine. 
Impone di spargere per quattro volte, da qui a fine anno, sostanze neonicotinoidi e neurotossiche non solo sugli uliveti, ma su qualsiasi pianta coltivata potenzialmente ospite del batterio Xylella, che sia  elencata nella banca dati della Commissione Europea. Una banca dati che conta attualmente 359 specie vegetali, molte delle quali comunissime e diffuse, come il rosmarino, la salvia, la lavanda, l’alloro, l’oleandro, il mandorlo, il susino ….
Il che vuol dire avvelenare ovunque.
Il decreto raccomanda di “estendere i trattamenti alle zone incolte o alle erbe spontanee”. Non si limita quindi alle terre coltivate ma comprende anche i campi usati normalmente come pascolo, in maniera da assicurare, per ogni possibile via, l’accesso delle sostanze insetticide alla nostra catena alimentare.

Quanto ai principi attivi da irrorare, selezionati dal Centro di ricerca ‘Basile Caramia’ di Locorotondo, essi possono vantare una lunga storia di tossicità a danno degli esseri viventi.
Come per esempio l’Imidacloprid, un neonicotinoide ormai universalmente riconosciuto fra i principali responsabili delle morie degli insetti impollinatori.

Vale la pena ricordare che senza insetti impollinatori non solo non c’è più agricoltura, almeno come l’abbiamo conosciuta fino ad ora.
Senza insetti impollinatori non c’è più riproduzione per migliaia di specie botaniche.

Ogni attacco agli impollinatori è un attentato a largo raggio contro la biodiversità vegetale, e di conseguenza contro la biodiversità animale che della prima si nutre e si serve per sopravvivere.
In questo quadro anche aspetti gravissimi, come la nostra sicurezza alimentare e gli effetti sulla nostra salute, passano quasi in secondo piano, perché il danno che si prefigura è un danno sistemico, è la rottura di un delicato equilibrio che permette la vita e le interrelazioni fra gli esseri viventi.
Ed è un danno già noto.

Già da una ventina d’anni ha cominciato a diffondersi  nel mondo il fenomeno del ‘Colony Collapse Disorder’, cioè l’abbandono delle arnie da parte delle api operaie.
Per primi se ne accorsero gli apicoltori francesi nella seconda metà degli anni ’90, quando denunciarono una significativa perdita di api attribuibile all’uso dell’Imidacloprid.
Nel 1999, il ministro francese dell’agricoltura sospese l’uso dell’insetticida sui semi di girasole e nel 2004 sulle sementi di mais, dopo che un comitato scientifico di nomina governativa ne aveva confermato la nocività1.
Nel 2009 il ‘Colony Collapse Disorder’ provocò negli USA una diminuzione del 29 % della popolazione degli alveari, salita al 34 % nel 2010. Già allora l’Imidacloprid venne considerato come concausa, accusato di indebolire il sistema immunitario delle api e di renderle più esposte alle infezioni da Nosema2.
Due anni dopo, a fronte dell’estendersi del ‘Colony Collapse Disorder’ in Inghilterra, l’equipe di Dave Goulson dell’Università di Stirling (UK) pose al centro dell’indagine gli effetti neurotossici dell’Imidacloprid, correlandoli alla perdita dell’85% nel numero di api regine, ed all’incapacità delle operaie di ritrovare le arnie di ritorno dai viaggi di raccolta del cibo3.

L’azione neurotossica dell’Imidacloprid spiega molto sull’abbandono degli alveari.
Le api smarriscono la strada perché l’insetticida le priva della memoria, lede la loro capacità visiva, e l’acquisizione sfalsata delle immagini facilita la perdita dell’orientamento.
Lede inoltre il loro senso dell’olfatto, fondamentale per il riconoscimento del saccarosio e l’approvvigionamento del cibo4.
Dall’olfatto dipende anche  la comunicazione fra gli insetti che avviene per via chimica, attraverso i feromoni.  E quando le api non comunicano, le funzioni  comunitarie cominciano a degradarsi: le api regine morenti non vengono sostituite, il cibo non arriva più all’alveare che a poco a poco collassa5.
L’Imidacloprid colpisce le api in ciò che hanno di più caro: il ritorno alla loro comunità di appartenenza, le loro capacità relazionali, le loro funzioni sociali.

Oltre all’Apis mellifera, l’Imidacloprid non risparmia altri impollinatori come bombi e farfalle.
Come per le api, gli sciami dei bombi esposti  hanno dimostrato una crescita molto inferiore al normale, una drastica riduzione delle nascite di regine, una ridotta capacità di procurare il cibo6.
Per quanto riguarda i lepidotteri, gli effetti letali sono stati verificati sugli adulti di Coleomegilla maculata, Harmonia axyridis, e Hippodamia convergens, e sulle larve di Monarca, Danaus plexippus, Vanessa cardui7.

Ormai sono innumerevoli le ricerche sulla nocività dell’ Imidacloprid.
L’European Food Safety Autority ne ha analizzate 700 sull’esposizione delle api mellifere, api solitarie e bombi ai residui contenuti nel polline, nel nettare, nell’acqua e nella polvere che si disperde durante la semina di semi trattati, confermando in un rapporto del febbraio di quest’anno i rischi per tutti gli insetti considerati8.
Sulla base del Rapporto EFSA, la Commissione Europea, che già aveva deciso una moratoria nel 2013, ha disposto il divieto di utilizzare in campo aperto tre nicotinoidi, fra cui l’Imidacloprid, dalla fine del 20189.

Risulta bizzarro che il Ministero delle Politiche Agricole e la Regione Puglia dispongano l’uso massivo del pesticida proprio mentre l’Europa lo mette al bando.
Che sia per finire le scorte prima che sopraggiunga il divieto ?
O forse le nostre autorità guardano già ‘oltre’, verso l’avvento di un salto tecnologico che permetta, in un futuro non troppo lontano, di poter fare a meno di insetti così inadeguati a relazionarsi con le meraviglie della chimica?

In molti si sono già attrezzati per ‘il salto’:
Droni impollinatori vengono già commercializzati dalla Aermatica 3D, e l’anno scorso i Giapponesi dell’Aist di Tsukuba ne hanno brevettato uno piccolo come un colibrì.
Wallmart ha presentato un brevetto per api robotizzate autonome,  un drone più avanzato dotato sensori e telecamere per rilevare la localizzazione delle coltivazioni.
Ma il progetto più inquietante, tenuto a battesimo dalla US Defense Advanced Research Projects Agency e attualmente in via di sviluppo da parte di un team della Harvard University, è sicuramente il RoboBee, un robot volante di 3 cm con sensori di visione, utilizzabile per l’impollinazione artificiale ma anche per fini di sorveglianza.
Lo scenario profetizzato da Hated in the Nation non è poi così irrealistico.
Come non è poi tanto irrealistico prevedere che droni e robot impollinatori siano destinati alle coltivazioni dell’agroindustria, e non alle migliaia di piante spontanee la cui sopravvivenza non genera profitto.
Mi chiedo poi se debba considerarsi irrealistica la sostituzione con droni e robot anche degli uccelli, delle lucertole10, degli anfibi11, e di tutti gli animali che subiscono la contaminazione da Imidacloprid.

Fra questi gli uccelli sono colpiti in maniera particolare, visto che l’insetticida entra nella loro catena alimentare sia tramite i semi trattati che attraverso insetti contaminati.
Gli effetti dell’esposizione sono stati testati su uccelli migratori granivori, che hanno mostrato un calo significativo delle riserve di grasso e della massa corporea, e la perdita della capacità di orientamento nella migrazione12.

Uno studio olandese ha approfondito le cause del declino della popolazione aviaria insettivora nelle aree dei Paesi Bassi dove è presente una maggiore contaminazione da Imidacloprid nelle acque. L’indagine ha registrato percentuali di diminuzione degli uccelli fino al 3,5% in media ogni anno, non solo a causa dell’alimentazione con insetti contaminati, ma per la penuria di cibo causata dalla forte riduzione del numero degli insetti stessi, uccisi dal pesticida13.

E’ un fenomeno simile a quello osservato oggi in Francia, dove decine di specie aviarie insettivore hanno visto le loro popolazioni ridursi vertiginosamente negli ultimi 15 anni – in alcuni casi di due terzi – a causa della scomparsa degli insetti nelle aree caratterizzate da estese monocolture di grano e mais, pesantemente trattate con pesticidi.
Benoit Fontaine, biologo del Muséum national d’Histoire naturelle e coautore dello studio francese, definisce la situazione catastrofica: “le nostre campagne stanno diventando un vero deserto14.

Ed è questo forse il modello a cui ci stanno preparando: il deserto.
Il deserto di un’agricoltura senza contadini né braccianti, priva del canto degli uccelli e del volo delle api, dove l’unica vita consentita sia quella brevettabile. (Continua)


  1. Brant Reuber, 21st Century Homestead: Beekeeping, 2015, p. 135. 

  2. USDA, Colony Collapse Disorder Progress Report, giugno 2010, pp. 43. 

  3. Damian Carrington, Pesticides linked to honeybee decline, The Guardian, 29 marzo 2012. Thomas James, Dave Goulson,  The environmental risks of neonicotinoid pesticides: a review of the evidence post 2013, in ‘Environmental Science and Pollution Research’, July 2017, Volume 24, Issue 21, pp 17285–17325. 

  4. Alessandro Zanella, Contaminazione ambientale di api da insetticidi neonicotinoidi. approntamento di una metodologia analitica per la sua valutazione su singolo insetto, Tesi di laurea in chimica, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2010/11, pp. 12/13. 

  5. Mara Andrione, Giorgio Vallortigara, Renzo Antolini, Albrecht Haase, Neonicotinoid-induced impairment of odour coding in the honeybee, Scientific Report, 1 dicembre 2016. 

  6. Feltham, Hannah, Park, Kirsty, Goulson, Dave, Field realistic doses of pesticide imidacloprid reduce bumblebee pollen foraging efficiency, in ‘Ecotoxicology’, April 2014, Volume 23, pp 317–323. 

  7. Vera Krischik, Mary Rogers, Garima Gupta, Aruna Varshney , Soil-Applied Imidacloprid Translocates to Ornamental Flowers and Reduces Survival of Adult Coleomegilla maculata, Harmonia axyridis, and Hippodamia convergens Lady Beetles, and Larval Danaus plexippus and Vanessa cardui Butterflies, in PLoS One. 2015; 10(3).  

  8. European Food Safety Authority, Evaluation of the data on clothianidin, imidacloprid and thiamethoxam for the updated risk assessment to bees for seed treatments and granules in the EU, 1 febbraio 2018. 

  9. Dall’Unione Europea stop ai pesticidi killer delle api, National Geographic Italia, 27 aprile 2018. 

  10. Anna Cardone, Imidacloprid induces morphological and molecular damages on testis of lizard (Podarcis sicula), Ecotoxicology. 2015, Vol.24, No.1, p.94. 

  11. Beyondpesticides, Amphibians

  12. Margaret L. Eng, Bridget J. M. Stutchbury , Christy A. Morrissey, Imidacloprid and chlorpyrifos insecticides impair migratory ability in a seed-eating songbird, in ‘Scientific Reports’, 9 novembre 2017.  

  13. Caspar A. Hallmann,Ruud P. B. Foppen, Chris A. M. van Turnhout, Hans de Kroon, Eelke Jongejans, Declines in insectivorous birds are associated with high neonicotinoid concentrations, Nature 13531, 2014. 

  14. Agence France-Presse, Catastrophe’ as France’s bird population collapses due to pesticides, The Guardian, 21 marzo 2018. 

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Nikolaj Vavilov: eroe della Scienza, poeta della Natura https://www.carmillaonline.com/2017/05/25/nikolaj-vavilov-eroe-della-scienza-poeta-della-natura/ Wed, 24 May 2017 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38427 di Sandro Moiso

vavilov Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate. I centri di diffusione delle diversità agricole, Pentàgora, Savona 2016 (II edizione), pp. 232, €14,00

Andremo al rogo, bruceremo, ma non rinnegheremo mai le nostre opinioni!” (Nikolaj Vavilov)

Nikolaj Ivanovič Vavilov, nato a Mosca nel 1887, fu un agronomo, botanico e genetista russo. La ripubblicazione della sua opera più famosa, pubblicata per la prima volta nel 1926 nell’URSS e giunta oggi alla sua seconda edizione italiana per i tipi di Pentàgora, permette però di ricordarlo proprio in occasione di quella rivoluzione d’Ottobre, di cui si celebra quest’anno il centenario, della quale [...]]]> di Sandro Moiso

vavilov Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate. I centri di diffusione delle diversità agricole, Pentàgora, Savona 2016 (II edizione), pp. 232, €14,00

Andremo al rogo, bruceremo, ma non rinnegheremo mai le nostre opinioni!” (Nikolaj Vavilov)

Nikolaj Ivanovič Vavilov, nato a Mosca nel 1887, fu un agronomo, botanico e genetista russo.
La ripubblicazione della sua opera più famosa, pubblicata per la prima volta nel 1926 nell’URSS e giunta oggi alla sua seconda edizione italiana per i tipi di Pentàgora, permette però di ricordarlo proprio in occasione di quella rivoluzione d’Ottobre, di cui si celebra quest’anno il centenario, della quale egli fu contemporaneamente eroe e successiva vittima della sua degenerazione staliniana.

Certo lo scienziato russo non incarna le qualità epiche dell’eroe rivoluzionario che dirige le masse o che cade nell’azione avvolto da un autentico sudario costituito dalla bandiera rossa del Partito. Incarna però lo spirito di rinnovamento sociale, economico, culturale e scientifico che quella rivoluzione avrebbe dovuto rappresentare e che la controrivoluzione staliniana, con il suo atteggiamento inquisitoriale degno dei tempi di Galileo e del Sant’Uffizio, avrebbe finito col reprimere e distruggere. Finendo col trasformare anche la scienza in un puro dettato ideologico.

Laureatosi nel 1911 , Vavilov alternò, fino al 1917, attività di ricerca e di insegnamento sia in Russia che in altri paesi europei dove venne in contatto con il genetista inglese William Bateson. Dopo essere diventato, proprio nel 1917, prima docente presso presso l’Istituto agrario di Voronež e poi all’ Università di Saratov, vinse per tre volte il premio Lenin.
La prima volta nel 1926 proprio per il suo lavoro sulle origini delle piante coltivate.

vavilov 2 In quest’opera, che egli dedicò alla memoria del botanico francese Alphonse De Candolle, che nel 1882 aveva per la prima volta tentato di individuare i luoghi d’origine delle piante coltivate nella sua Origine des plantes cultivées, lo scienziato russo amplia su scala planetaria la ricerca dei luoghi d’origine delle piante coltivate, individuandoli non nei luoghi in cui queste si sono maggiormente affermate come colture selezionate, ma là dove tali piante presentano la maggior quantità di varietà e differenze.

Proprio in queste aree era possibile rintracciare varietà con caratteristiche che potevano rivelarsi vantaggiose per l’agricoltura come, ad esempio, la resistenza alla siccità, al freddo o a specifiche malattie. Un tipo di pianta più adatto ad un determinato ambiente poteva garantire migliori rese produttive e, di conseguenza, maggiore produzione di cibo. Costringendo, per certi versi, l’uomo a farsi collaboratore della Natura e dell’ambiente e non suo proprietario e manipolatore. Intuendo ciò finì così col diventare il “padre” e il nume tutelare di tutte le ricerche scientifiche che, in seguito, avrebbero fatto della ricerca e della difesa delle biodiversità la loro ragione d’essere.

Devo confessare di essermi imbattuto per la prima volta nel suo nome durante la lettura di un testo sulla biodiversità pubblicato in Italia negli anni ’90,1 e che le vicende della sua vita e delle sue ricerche mi avevano incuriosito anche per la determinazione con cui i ricercatori che lavoravano presso l’Istituto di botanica applicata di Leningrado, sorto per sua iniziativa, difesero la preziosissima raccolta di semi e piante, sia dai concittadini affamati che dai soldati tedeschi, nel corso dell’assedio della città durante il secondo conflitto mondiale.

L’assedio di Leningrado può essere considerato come una delle battaglie più importanti della seconda guerra mondiale e come uno degli assedi più lunghi e sanguinosi della Storia. Sempre messi in ombra dalla battaglia di Stalingrado, i 900 giorni dell’assedio della città sul Baltico furono in realtà determinanti per fermare, fin dai primi mesi dell’Operazione Barbarossa, l’avanzata tedesca verso oriente.

Iniziato l’8 settembre 1941 e terminato il 18 gennaio 1944, anche se la celebrazione della sua conclusione si è sempre tenuta il 27 gennaio, l’assedio vide cadere come vittime dei combattimenti, della fame e del freddo un milione e 250.000 dei suoi difensori, tra cittadini e militari sovietici. Nel corso di questi avvenimenti, quattordici ricercatori dell’Istituto preferirono morire di fame piuttosto che cibarsi delle sementi affidate alla loro custodia. Fedeli alla volontà di Vavilov che non potè essere presente a causa del suo arresto, operato dalla NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) nel 1940.

A causa delle 64 spedizioni di ricerca ed indagine che aveva condotto in tutto il mondo egli non solo era venuto a conoscenza delle infinite varietà delle piante coltivate, principalmente cerealicole o a stelo, di cui si era da sempre occupato, ma era entrato in contatto con la malaria in Siria, con il tifo e i banditi in Etiopia, con una frana sulle montagne del Caucaso e con un incidente aereo nel deserto del Sahara.

La prima volta che viaggiò all’estero esclusivamente per raccogliere delle piante fu in Iran, nel 1916. Mentre si trovava là fu derubato, aggredito e quindi abbandonato dalle sue guide. Al suo ritorno in Russia, con i testi in tedesco e le note in inglese, fu immediatamente arrestato al confine come spia. Tre giorni più tardi fu rilasciato insieme con i suoi campioni che andarono a costituire la più grande collezione mondiale di semi2

Ma fu durante una spedizione nell’Ucraina Occidentale che la vita di Vavilov subì una drammatica svolta. Il 6 agosto 1940 fu arrestato a Chernovicy, nei pressi del confine rumeno. E successivamente sottoposto a quattrocento interrogatori distribuiti su un arco di settecento ore nel corso di undici mesi al termine dei quali confessò i suoi gravi crimini. Cosa per cui fu processato dal Collegio militare del Tribunale Supremo e, il 9 luglio del 1941, condannato a morte.

Vavilov 1In un processo durato cinque minuti, senza avvocati, ritrattò la propria confessione, ma ciò nonostante fu ritenuto colpevole di «aver ordito una cospirazione di destra, di aver fatto la spia per conto dell’Inghilterra e di aver sabotato l’agricoltura». […]Per due anni aspettò l’esecuzione. Si ritiene che in questo periodo abbia scritto un lungo libro intitolato «Storia dello sviluppo dell’agricoltura», ma il manoscritto no fu mai trovato. Nel frattempo la famiglia e gli amici si diedero da fare per il suo rilascio (parecchi furono uccisi o imprigionati per i loro sforzi), sebbene non avessero mai avuto modo di sapere se fosse ancora vivo. La sua sentenza di morte fu commutata nel 1942, ma non fu mai rilasciato. Il 26 gennaio 1943 morì in un ospedale-gulag a Saratov.3 Nel 1960 un giornalista sovietico autorizzato ad indagare sulla sua morte,4 a quanto pare, trovò i risultati dell’autopsia che indicava come Vavilov fosse morto di fame”.5

La vera colpa di Vavilov, che nel 1939 era stato eletto presidente del VII Congresso internazionale di Genetica, era stata in realtà quella di opporsi al collega Lysenko che, ispirandosi alle teorie neolamarckiste che sviluppavano in botanica una sorta di teoria dell’adattamento delle specie al clima e ai sistemi agricoli, era diventato il pupillo di Stalin avendo promesso un considerevole aumento di produttività dell’agricoltura sovietica attraverso l’applicazione, poi rivelatasi fallimentare nel corso dei successivi piani quinquennali, delle sue teorie. Mentre all’epoca Vavilov era accusato di difendere la genetica classica mendeliana, considerata dagli ideologi del partito una «pseudoscienza borghese».

Nell’inverno del 1985, al Museo Politecnico di Mosca, mentre un pubblico di scienziati assisteva alla prima di un documentario su Vavilov, un altro scienziato, Vladimir Pavlovič Efroimson, nonostante non fosse stato invitato a parlare, affermò: “Il grande studioso. Genio di statura mondiale, orgoglio della scienza patria, l’accademico Nikolaj Ivanovič Vavilov non è morto. E’ crepato. Crepato come un cane in un carcere di Saratov…e bisogna che tutti quelli che si sono qui raccolti lo sappiano e lo ricordino6

Vittima e martire di una lotta che vede ancora oggi contrapporsi le conoscenze scientifiche e le esigenze produttivistiche e del profitto, Nikolaj Vavilov fu e rimane, nonostante alcune sue formulazioni siano da considerarsi superate, importante proprio per aver saputo indicare nella ricchezza di diversità insite nelle razze e nelle specie un modello di sviluppo casuale e naturale allo stesso tempo, in cui la varietà delle origini e delle caratteristiche arricchisce la vita e la sua evoluzione. Anche e soprattutto, forse, per la specie umana.

Vavilov non utilizzò soltanto gli strumenti delle genetica e della botanica ai fini delle sue ricerche, ma li affiancò con i risultati provenienti dalla linguistica, dalla geografia, dalla storia, dall’archeologia e dalla climatologia. Senza tralasciare la ricerca sul campo e l’indagine tra i popoli agricoltori e le loro più antiche memorie. Rivoluzionario nel metodo e nelle intenzioni, collegò la varietà delle piante coltivate alle loro zone d’origine che, spesso, erano anche zone di diversità umana, non solo culturale.

Gli ufficiali dell’NKVD che diedero alle fiamme molti quaderni ove lo scienziato aveva accuratamente annotato i risultati delle sue spedizioni scientifiche, oltre a manoscritti preparatori per libri da pubblicare, danneggiarono quindi non solo le conoscenze botaniche della loro epoca, ma in prospettiva, esattamente come lo stalinismo stava facendo con il movimento operaio e comunista e nei confronti della concezione dei compiti che la lotta di classe avrebbe dovuto avere, anche il futuro della specie e delle sue conoscenze scientifiche, ritardandone enormemente il progresso.

In particolare Vavilov, nel corso delle sue ricerche e dei suoi studi, aveva individuato nelle zone di montagna, e non nelle pianure, l’origine delle colture e dell’uso delle piante più adatte a sfamare le comunità umane. Proprio per questo, come nel testo sulle origini delle piante coltivate qui presentato, lo scienziato aveva individuato tra le montagne, le loro valli, le loro differenze morfologiche e climatiche dipendenti dalla geografia e dall’altitudine la meravigliosa culla delle società umane e delle loro differenze culturali ed organizzative.

Un esame più approfondito dell’Asia sud-occidentale, dell’Asia minore, dell’Africa settentrionale ha dimostrato negli ultimi anni che tutta la diversità varietale delle piante agrarie e orticole è racchiusa in prevalenza nelle regioni montuose. La concentrazione della diversità varietale e razziale è risultata trovarsi nelle regioni montuose perciò guardare alle valli dei grandi fiumi come al centro dell’origine delle colture vegetali è radicalmente sbagliato“.7

In un processo che vede sempre l’uomo interagire con le altre specie e con l’ambiente, in pagine che, come in quelle dedicate al sopravvento di piante considerate infestanti, come nel caso di alcuni tipi di avena o di canapa, su altre piante coltivate in particolari climi o a particolari altitudini, diventano di pura poesia. Rivelando l’amore disinteressato dello scienziato per l’oggetto del suo studio e per tutte le specie che concorrono al manifestarsi e alla riproduzione della vita e dell’evoluzione su scala planetaria.

Nel fare questo l’autore, però, non dimentica che “il ruolo decisivo nell’elezione dell’una o dell’altra regione montuosa quale centro di formazione l’hanno avuto i motivi storici e non solo la diversità dell’ambiente“,8 anche se la storia della coltivazione e della contemporanea evoluzione delle società deve essere a suo avviso spostata molto più indietro dei circa diecimila anni cui ci ha abituato la storiografia ufficiale. Nelle zone montuose infatti non occorrevano tutte quelle opere di contenimento e controllo delle acque che avrebbero dato poi il via alle grandi civiltà storiche. “Il controllo dell’acqua per l’irrigazione non richiede qui grandi sforzi. Il flusso gravitazionale dei torrenti montani può essere facilmente deviato verso i campi. Le regioni di alta montagna spesso si prestano alla coltura non irrigua grazie alla maggiore quantità di precipitazioni nelle zone elevate“.9

vavilov 3Un libro non sempre facile, a tratti destinato ad un pubblico di specialisti come avverte la sua bravissima traduttrice e curatrice Caterina Maria Fiannacca, ma che può essere letto anche da tutti coloro che interessandosi alla storia della rivoluzione sovietica non intendono accontentarsi di una narrazione mitica e retorica, per trovare invece nel passato le radici del nostro futuro. Obiettivo che, in fin dei conti, era anche quello di Vavilov che, proprio per questo, ci è ancora così vicino.

E se questo non bastasse non si dimentichi il possibile lettore che sotto i suoi occhi scorreranno storie di cui sono protagonisti segale, avena, frumento, miglio, canapa, cimici rosse, steccati abbandonati, popoli nomadi e popoli stanziali, valli e altopiani, paesi e aree geografiche il cui nome (Afghanistan, Bukhara, Pamir, Khiva, Samara solo per citarne alcuni) oggi sembra dimenticato o ridotto a cronaca di guerra mentre, insieme a tanti altri, potrebbero ancora riservarci immense e preziose sorprese.


  1. Cary Fowler – Pat Mooney, Biodiversità e futuro dell’alimentazione, Red Edizioni 1993  

  2. C.Fowler – P.Mooney, op. cit. pag.54  

  3. Dove la sua famiglia era stata costretta a trasferirsi di imperio, senza mai essere informata che in quella stessa città era detenuto lo stesso Nikolaj  

  4. Dopo la morte di Stalin, Vavilov era stato riabilitato dalla Corte suprema sovietica nel 1955  

  5. C.Fowler – P.Mooney, op. cit pag.55  

  6. Caterina Maria Fiannacca, Andremo al rogo, appendice a Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate, Pentàgora 2016, pag. 216  

  7. Vavilov, pag.150  

  8. pag.151  

  9. Vavilov, pag.152  

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