Bertrand Russell – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Poesie dal fronte https://www.carmillaonline.com/2022/12/20/poesie-dal-fronte/ Tue, 20 Dec 2022 22:55:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75249 di Francisco Soriano

La guerra ha spesso rappresentato nella storia degli uomini, con i suoi orrori e le sue derive, uno spazio lirico senza precedenti e una testimonianza fedele sulla fragilità della vita. Lo stesso “war poet” Wilfred Owen poneva l’accento, in un testo scritto nelle trincee ai confini del fronte occidentale nel Primo conflitto mondiale, sulla funzione etica del poeta: “Queste elegie non sono in alcun senso consolatorie per questa generazione. Potranno forse esserlo per la prossima. Tutto ciò che può fare un poeta è mettere in guardia. Ecco perché il vero Poeta [...]]]> di Francisco Soriano

La guerra ha spesso rappresentato nella storia degli uomini, con i suoi orrori e le sue derive, uno spazio lirico senza precedenti e una testimonianza fedele sulla fragilità della vita. Lo stesso “war poet” Wilfred Owen poneva l’accento, in un testo scritto nelle trincee ai confini del fronte occidentale nel Primo conflitto mondiale, sulla funzione etica del poeta: “Queste elegie non sono in alcun senso consolatorie per questa generazione. Potranno forse esserlo per la prossima. Tutto ciò che può fare un poeta è mettere in guardia. Ecco perché il vero Poeta deve essere sincero”.

È grazie all’imprescindibile traduzione di Paola Tonussi (War Poets – Nelle trincee della Prima guerra mondiale, Edizioni Ares, Milano, 2022), già finalista del Premio Comisso con una biografia su Emily Brontë, vincitrice del Premio Vassallini dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti nel 2003 e membro della Società letteraria di Verona, che vengono alla luce in Italia per la prima volta, i versi di poeti coinvolti in azioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale e raccolti in una vera e propria “elegia della gioventù perduta”.

La storia dei “War poets” si dipana in uno dei momenti storici più drammatici per la nostra Umanità. L’invasione del Belgio avvenuta il 4 di agosto del 1914, da parte della Germania, colse di sorpresa soprattutto gli inglesi. In Inghilterra erano copiosi i problemi che affioravano a causa della strutturale trasformazione dell’economia e dalle contraddizioni che emergevano da uno sviluppo forsennato e senza regole. Gli scioperi delle industrie più importanti e le proteste che rivendicavano i diritti delle persone cominciavano a destabilizzare il Paese. L’instabilità era quella di una società in crisi di identità per una nuova visione di società che, tuttavia, avanzava veloce verso nuove dinamiche in ogni settore. Inoltre, in Irlanda si susseguivano le rivolte per l’autonomia e in Inghilterra le proteste rispecchiavano nuove rivendicazioni, come ad esempio quelle che riguardavano il diritto al voto delle donne e la richiesta di essere ammesse alle scelte decisionali nelle istituzioni di governo. L’Inghilterra non affrontava una guerra da oltre un secolo e, in Europa, vigeva una consolidata idea di pace. A differenza di quello che era stato programmato dagli aggressori, come spesso capita (lo vediamo anche nell’ultimo conflitto fra Russia e Ucraina), non fu una guerra-lampo e il conflitto non finì presto: nelle trincee ci fu una vera mattanza di giovani e un disastro di dimensioni umane che cancellò una intera generazione. I soldati morivano respirando gas nervini, colpiti dai proiettili e assiderati nel fango, già resi fragili da infezioni e malattie. Il prezzo pagato in termini umani ed economici assunse contorni tragici. Infatti, nessuna delle parti belligeranti riuscì a prevalere in modo determinante. Le capacità distruttive degli eserciti, invece, progredirono nell’intento di uccidere indiscriminatamente: il lanciafiamme fece la sua prima apparizione nella seconda battaglia di Ypres, nel maggio del 1915. Si susseguirono battaglie e massacri infernali. Gli inglesi nella impossibilità di sfondare le difese tedesche, protette razionalmente da filo spinato elettrificato e fortini inespugnabili da nord a sud, gettarono nella frustrazione i combattenti. Per questo motivo fu pensata e realizzata, con risultati a dir poco disastrosi, una manovra di aggiramento con una spedizione a Gallipoli e Salonicco che avrebbe dovuto cogliere di sorpresa il nemico. I “War poets” si distinsero in guerra anche con gesta eroiche, vivificate per lungo tempo come strumento della solita propaganda di guerra, insensata e dolorosa. Quasi tutti perirono, uccisi da cecchini o in scontri fatali fra truppe nemiche: alcuni gettati in fosse comuni per essere più tardi riesumati, altri fecero presto ritorno in Patria ricevendo l’onore della retorica dell’eroe-poeta. Pochissimi tornarono dal fronte occidentale, luogo inesorabile di morte: Ypres e Verdun per ricordarne alcuni ma, anche dai Dardanelli, il disastro ebbe il suo compimento.

In questa visione della guerra come gesto eroico e quasi “ineluttabile” per la difesa della propria terra, possono distinguersi diversi periodi e contenuti che non sembrano, tuttavia, contraddire la prospettiva iniziale della necessità di un conflitto visto soprattutto dal punto di vista dell’aggredito. All’origine dell’avventura bellica, Rupert Brooke fu il poeta che più di tutti, in assoluto, si distinse per fascino e slancio eroico: alla sua morte Winston Churchill scrisse un necrologio, nel “Times” del 26 aprile del 1916, in cui ne glorificava le gesta e il ruolo assunto per la patria. Cercò di eternare il suo talento, morto per suo volere in modo consapevole: “Si aspettava di morire, voleva morire per l’amata Inghilterra, di cui conosceva la bellezza e la maestà; e avanzava verso quel limite in perfetta serenità, con l’assoluta convinzione di quanto fosse giusta la causa del suo Paese, e il cuore sgombro d’odio per i suoi simili”.

Rupert Brooke fu, nonostante la giovanissima età, un critico letterario molto noto nei circoli frequentati dagli intellettuali del tempo: Donne, Marlowe e Webster vennero analizzati secondo i criteri di una nuova poetica e di una rinnovata fase letteraria per l’Inghilterra. Lo stesso Brooke, infatti, insieme a Edward Marsh pubblicò un volume riconosciuto come pietra miliare della letteratura anglosassone e ricordato per il titolo “Georgian Poetry”. Questi scrittori tentarono e interpretarono lo spirito di una mutazione che attraversava tutta la società anglosassone: l’idea era di affrancare la poesia inglese dai modelli vittoriani che non rispondevano più alla narrazione di un quotidiano profondamente diverso dal passato. Le visioni di Brooke in poesia sono un esempio di rara bellezza, vorticosa trasparenza di parole irripetibili in un contesto, come la guerra, che potrebbe apparire al contrario come uno spazio di brutalità dove nulla, oltre la morte, potrebbe essere generato. Eppure Brooke, bellissimo, giovane, con la sua estetica mitica dal fascino cristallino, venne sepolto sul costone di una collina su un’isola greca al cospetto del Mediterraneo, forse come aveva sognato, ricordando la fine degli eroi esaltati nei classici greci come nell’Iliade:

Oh! Noi che conoscemmo la vergogna, là abbiamo trovato quiete, / Dove non c’è male né dolore, e il sonno porta sollievo, / Dove nulla è annientato tranne questo corpo, nulla è perduto tranne il respiro; / Là nulla scuote la lunga pace e la gioia del cuore / Ma solo l’agonia, e anche quella ha fine. / E il peggior amico e nemico è solo Morte.

Come ben ci rappresenta Paola Tonussi nell’introduzione alle sue traduzioni e nelle interviste rilasciate su varie riviste letterarie (in particolare su “Pangea”, Ai confini dell’esistenza. Viaggio lirico e allucinato tra i poeti di guerra – 5 Dicembre 2022), le public schools inglesi formavano i propri studenti “all’autocontrollo e alla disciplina”, anche con lo sport, incoraggiando “una forma di patriottismo consono alle aspettative della loro classe sociale sulla missione dell’Impero”. Inoltre, i “War poets” si riconoscevano per una peculiare qualità distintiva: l’inclinazione quasi incontenibile, nonostante gli orrori e il tempo impiegato in battaglia, alla scrittura di versi, lettere, diari, romanzi. A differenza di Brooke, anche gli altri poeti provenienti dalla stessa classe sociale e dalla stessa visione di società e di mondo, andarono oltre lo spirito eroico denotato nei primi versi, innalzando i loro canti sull’altare di un sacrificio assurdo, disumano e di violenza ancestrale. Uno degli esempi più chiari della consapevolezza di questo orrore, la ritroviamo in Richard Aldington che affermava, in una delle sue splendide poesie, l’insensato divenire della guerra:

Inutile, / Quant’è inutile tutto questo clamore, / Questa distruzione contesa … / Notte dopo notte la luna sale / Superba, perfetta: / Notte dopo notte cantano le Pleiadi / E Orione ondula la cintura di traverso al cielo. / Notte dopo notte la gelata (II – In trincea, Richard Aldington).

Lo stesso Aldington era, prima di partire per il fronte, un poeta e intellettuale dandy, amico di Pound ed Eliot e frequentatore di Hilda Doolittle, la Musa-poetessa incontrastata del mitico Ezra. Dunque, costoro erano già insigni poeti prima di essere soldati al fronte, nel caso di Aldington, con la divisa del reggimento pioniere 11th Leicestershires. Non a caso Paola Tonussi chiarisce che la definizione di “War poets” è “più conveniente che precisa”, nel senso che cerca di mettere assieme poeti partiti per il fronte che non si caratterizzavano solo perché fossero in guerra, essendo nonostante la giovanissima età già famosi poeti. Una definizione che risulta utile per dire semplicemente che “erano lì”, a combattere per la loro patria e, la consacrazione ai “War poets”, “è comunque nei cuori di chi continua a leggerli, nella memoria di chi li ricorda, negli onori tributati nella grande cattedrale di Londra”.

Isaac Rosenberg (1890 -1918)

I poeti di guerra moriranno uno alla volta nelle trincee del fronte occidentale. Charles Hamilton Sorley cadde in azione il 13 ottobre 1915, a Loos, a vent’anni, mentre si lanciava all’attacco a capo della sua compagnia. Venne colpito alla testa da un soldato tedesco. Wilfred Owen fu ucciso a pochi giorni dall’armistizio, il 4 novembre del 1918, mentre con il suo battaglione attraversava il canale Oise-Sambre a Ors. Sepolto in quel villaggio, ai genitori venne recapitato lo zaino con le sue poesie pubblicate postume. Julian Grenfell insignito capitano per le sue gesta temerarie, morì il 26 maggio del 1915, colpito da una scheggia di mortaio mentre sorvegliava i nemici. Nonostante fosse stato soccorso e trasferito presso l’ospedale di Boulogne-sur-Mer, Grenfell non sopravvisse alle ferite. Julian è fra i sedici poeti della Prima guerra mondiale ricordato al Poet’s Corner nell’Abbazia di Westminster. Philip Edward Thomas fu sepolto in Francia, al Commonwealth War Graves Cementery ad Agny. Fu ucciso in battaglia ad Arrass, il 9 aprile del 1917, dopo esservi giunto da pochi giorni. Francis Ledwidge invece venne ucciso presso il villaggio di Boezinge, a nord di Ypres, mentre riparava insieme ad altri commilitoni la strada per Pilkem. Il “poeta dei merli”, così definito per la sua passione per gli uccelli, fu sepolto insieme ai suoi amici caduti al “Memoriale di guerra bretone”, Carrefour des Roses, per essere, infine, trasferito nel cimitero di Boezinge. Isaac Rosenberg venne colpito da un cecchino, probabilmente in località Fampoux, il primo di aprile del 1918, durante un pattugliamento notturno. Prima fu sepolto in una fossa comune, successivamente riesumato e condotto, nel 1926, nel Bailleul Road East Cemetery, vicino al Passo di Calais, in Francia. Anche Rosenberg è fra i sedici poeti della Prima guerra mondiale a essere commemorati nell’angolo dei poeti all’Abbazia di Westminster. Siegfried Sassoon fu uno dei pochi a sopravvivere al conflitto. Arruolatosi nel corpo dei fucilieri Royal Welch Fusiliers con il grado di ufficiale partì per la Francia. Conobbe al fronte Robert Graves che influenzò incisivamente la sua poetica. Sasson fu un impavido soldato e venne insignito dalla Croce al valor militare. Fu gravemente ferito in azione nel 1917 e, per questo evento, decise di scrivere una missiva al Dipartimento di guerra denunciando il conflitto bellico e rifiutandosi di combattere. Su istanza dell’amico pacifista e filosofo Bertrand Russell, il testo venne letto alla Camera dei Comuni. Lo stesso Graves difenderà il compagno, criticato pesantemente in patria, nel tentativo di evitargli un processo della Corte marziale, con le motivazioni che Sassoon venne gravemente ferito e fu successivamente vittima anche da shock da granata. Finalmente ricoverato presso il Craiglockhart War Hospital, venne tenuto in cura dallo psichiatra William Rivers. Fu proprio in quel periodo che incontrò Owen e ne diventò amico, influenzando la sua poesia e spronandolo a scrivere. La svolta tuttavia, dopo tante vicissitudini, fu drammatica quanto sorprendente: ambedue tornano al fronte. Owen trovò la morte e Sassoon fu ancora una volta ferito al capo da fuoco amico. Sassoon si distinse nelle sue raccolte di versi per l’ironia e la condanna di politici, religiosi e generali che, in qualche modo, furono ritenuti responsabili degli eccidi. Il pubblico lo condannò ripetutamente: infatti la figura di anti-eroe che incarnava, non fu gradita in un momento in cui lo spirito patriottico era di vitale necessità. Lo scrittore si dedicò alla scrittura di romanzi e all’attività di conferenziere negli Usa e in Europa. Scrisse testi autobiografici e nostalgiche memorie della vita di campagna anteguerra. Nel 1951 fu insignito dell’Ordine di comandante dell’Impero Britannico e, nel 1957, ricevette la Queen’s Medal for Poetry. Nel 1957 Sassoon si spense e i suoi taccuini vengono conservati a Cambridge.

Interessante e particolare è la funzione e il ruolo che i “War poets” hanno avuto nella mutazione della poesia moderna inglese. Un punto sul quale è ineludibile soffermarsi per capire quanta importanza storica e letteraria abbiano rappresentato. Il consolidamento del loro “canone” ha trasformato radicalmente la letteratura anglosassone. Una mutazione genetica del registro e del lessico che ha completamente stravolto lo stile: per questi poeti l’imagismo e il vorticismo poundiano sembrano aver rappresentato per i loro scritti, rara e ineffabile modernità, quest’ultima concepita come ipotesi concettuale che vivifica immagini e stili senza i gorgoglii barocchi e gli inutili aggettivi folgoranti. Era la lezione di Ezra Pound e del suo affascinante influsso su schiere di poeti e scrittori fino ai nostri giorni. Una svolta poetica che la si ritrova in tutti questi poeti e, in particolare a Harold Monro, Robert Graves e, addirittura, l’ultimo Rupert Brooke. Un processo che si concentrava sulle “istantanee” dal fronte e che non può non farci pensare a Giuseppe Ungaretti, Rebora e Jahier, come la stessa Paola Tonussi ci ricorda:

Con Jahier, Rosenberg condivide conoscenza e riferimenti alle storie bibliche, e sempre con l’orrore quasi surrealista descritto nei versi di Rosenberg ha a momenti assonanze inaspettate Rebora: sto pensando a poesie come Viatico e ancora di più a Voce di vedetta morta –  “C’è un corpo in poltiglia/ Con crespe di faccia, affiorante/ Sul lezzo dell’aria sbranata” –, dove ci sono evidenti similarità tematiche con La discarica dei morti di Rosenberg, un analogo uso crudo delle immagini, stridori di crudeltà a rievocare l’efferatezza della guerra.  Rebora vive poi la stessa esperienza di shock da granata di Owen: ma mentre Owen, che rimane intrappolato giorni in una trincea bombardata con i resti di un amico morto accanto, torna al fronte a morire, Rebora rientra alla vita civile con difficoltà, la mente sconvolta dalla guerra, l’ennesimo Septimus Warren Smith vittima di quanto ha attraversato.

E proprio sul soldato di professione Isaac Rosenberg, di fede ebraica mai più ritornato dal fronte, si concentra l’attenzione per una storia completamente diversa dalle altre. Nato a Bristol nel 1890, Rosenberg è fra i “War poets” unico per estrazione proletaria. Isaac non trovò mai nell’humus dell’Inghilterra aristocratica l’origine del suo fare poesia. Come sottolinea Paola Tonussi nella sua esaudiente introduzione ai testi, egli è semplicemente un “estraneo” fra i commilitoni in trincea, per “povertà, educazione e origini”. Egli si arruolò per riservare un futuro alla sua famiglia affermando consapevolmente che, alla sua possibile quanto insensata morte in trincea, ci sarebbe stata comunque un’indennità per la madre. Combattè al fronte occidentale e, nell’aprile del 1918, fu colpito da un cecchino in un pattugliamento notturno nella località di Fampoux, a nord-ovest di Arras. In un primo tempo trovò sepoltura in una fossa comune ma, nel 1926, fu riesumato e i suoi resti finalmente traslati nel Bailleul Road East Cemetery, Saint-Laurent-Blangy, al Passo di Calais in Francia. Isaac è tra i sedici poeti della Prima guerra mondiale commemorati nell’Angolo dei Poeti all’Abbazia di Westminster. Rosenberg si distinse come poeta con un background da pittore e artista figurativo: già a quattordici anni fu apprendista in uno studio di incisione nel tentativo di sbarcare il lunario nel dopo lavoro, frequentando la scuola d’arte Birkbeck College. Grazie alla beneficenza di signore ebree facoltose che compresero le qualità di Isaac, potè frequentare la prestigiosa Slade School of Fine Art, presso l’Università College di Londra. Fu l’occasione per incontrare prestigiosi artisti come Mark Gertler e David Bomberg, il poeta John Rodker e, grazie a Edward Marsh e Laurence Binyon, pubblicò la sua prima silloge poetica nel 1912: Notte e giorno. Oltre a esposizioni di quadri in importanti mostre e pubblicazioni di versi, il suo palcoscenico sarà, fino alla morte, la trincea. I suoi testi giungeranno a noi anche su pezzi di carta fortuiti. I dettagli delle sue scritture sono chiaramente pittorici, il dolore permeante si insinua nelle “tane” laddove la poesia si erge come ultimo bastione di salvezza in mezzo a tanto delirio e insensato odio fra uomini. La sua poesia metaforica si mimetizza in versi che spesso appaiono ambigui ma, in realtà, nascondono coscientemente interpretazioni ambivalenti. Il suo espressionismo trova spesso sublimazione in versi originali, come ne La discarica dei morti:

La terra li attende /Dal tempo della loro fanciullezza / Fremendo di desiderio per il loro declino: /Adesso finalmente sono suoi! / Nel pieno della loro forza/ Sospesi – fermati e trattenuti.

Intensità e pathos ci trascinano nella descrizione della tragedia senza eguali di quei corpi dilaniati e offesi, umiliati anche dalla consapevolezza di uccidere un proprio simile. La tragedia ben si manifesta con parole emblematiche e devastanti:

Carri sobbalzano e risalgono nei sentieri sconnessi /Frastornati con il loro rugginoso carico, /Sporgenti come corone di spine, / E i rugginosi pali come antichi scettri / A fermare l’ondata di uomini brutali / sui nostri cari fratelli. /Le ruote sussultarono sui morti scomposti / ma non fecero loro alcun male, sebbene le loro ossa scricchiolarono, /Le loro bocche non emisero gemiti. // E in una desolante consapevolezza della morte che prima o poi li raggiungerà: “E noi che, gettati sulla pira stridente /Camminiamo con i soliti intatti pensieri, /Le membra fortunate come nutrite d’icore, / Simili sempre a immortali? /Forse quando le fiamme crepiteranno per noi, / la paura ci si soffocherà nelle vene / E il sangue nel terrore si fermerà.

Liriche intense e sempre velate da immensa pietà per un destino inspiegabile e doloroso, sono gli scritti di Laurence Binyon, “poeta laureato” e funzionario del British Museum, con un ruolo decisivo nella fondazione del Modernismo a Londra. Egli aveva avviato i giovani imagisti come Pound, Aldington e Doolittle all’arte e alla letteratura orientali. Partito per il fronte, fuori età per combattere, ma volontario come inserviente in un ospedale britannico al fronte nell’Alta Marna, scriverà:

Adesso l’odore stantio di sangue si mescola al vivo / Odore puro di erba e rugiada. Adesso luci di lampade / Cadono su facce brune e si aprono occhi pazienti / E labbra dalle risposte gentili, ognuno disteso / supino nella barella, chi di barba incolta / chi di guance imberbi.

Così, Robert Graves con i suoi testi intrisi di bagliore modernista, alla stregua delle poesie di una primordiale “Spoon River”, sognante un ritorno che in cuor suo, sapeva bene, sarebbe presto arrivato:

Che vita vivere e dove andare / Dopo la guerra, Dopo la guerra? / L’abbiamo detto spesso. / Ma ancora vedo splendere il braciere / In quella notte d’aprile, ancora sento il fumo / e l’acredine soffocante del carbone che brucia. / Pensavo: “Un cottage sulla collina, / Nel Galles del Nord, un cottage pieno di libri,  / Quadri e ottoni e angolini confortevoli / E comodi profondi davanzali, / Fiori i  giardino , muri tutti bianchi.

Uno spazio assoluto e incastonato nel tempo imperituro meriterà Wilfred Owen. Sensibilità raffinata, romantico e abitatore di spazi sconosciuti ai più, questo poeta rappresenta forse l’elemento più profondo della poesia, denominata e conosciuta come quella dei “War poets”. Lancinante, senza possibilità di sfuggire al dolore che ci trafigge, alla pietà e alla consapevolezza della barbarie e dell’autodistruzione, prerogativa umana senza eguali, leggiamo versi di rara grandezza:

Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio. /
Ti ho riconosciuto in questo buio: perché così mi guardavi accigliato /
ieri mentre mi attraversavi con il pugnale e mi uccidevi. /
Ti ho schivato, ma avevo mani riluttanti e fredde. /
Dormiamo, adesso …

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Praticare la pigrizia (con impegno) https://www.carmillaonline.com/2020/05/21/praticare-la-pigrizia-con-impegno/ Thu, 21 May 2020 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60120 di Gioacchino Toni

Gianfranco Marrone, La fatica di essere pigri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, pp. 168, € 14.00

In un’epoca che glorifica incessantemente la prestazione, riempiendo ogni momento della nostra vita di gesti carichi di necessità produttive, non far nulla è tutt’altro che evidente. Per questo va perseguito, rivendicato come un diritto, praticato come esercizio di libertà. Gianfranco Marrone

Mentre esistono numerose storie del lavoro, pare non ve ne siano della pigrizia. Senza avere l’ambizione di porre rimedio a tale mancanza, Gianfranco Marrone ha il merito di compiere un excursus su una tematica tanto vasta quanto insufficientemente trattata, realizzando un [...]]]> di Gioacchino Toni

Gianfranco Marrone, La fatica di essere pigri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, pp. 168, € 14.00

In un’epoca che glorifica incessantemente la prestazione, riempiendo ogni momento della nostra vita di gesti carichi di necessità produttive, non far nulla è tutt’altro che evidente. Per questo va perseguito, rivendicato come un diritto, praticato come esercizio di libertà. Gianfranco Marrone

Mentre esistono numerose storie del lavoro, pare non ve ne siano della pigrizia. Senza avere l’ambizione di porre rimedio a tale mancanza, Gianfranco Marrone ha il merito di compiere un excursus su una tematica tanto vasta quanto insufficientemente trattata, realizzando un libro godibile ove: passa in rassegna le modalità con cui si è guardato alla pigrizia nel corso del tempo; opera una ricostruzione semantica del termine pigrizia indagandone derivati, sinonimi e contrari in diverse lingue e culture; prende in esame detti, proverbi, fiabe e romanzi (soprattutto russi) che fanno rigerimento alla pigrizia; si sofferma sul personaggio di Oblòmov di Ivan Aleksandrovič Gončarov e su quello di Bartleby di Herman Melville; esamina la figura del pigro nei fumetti prestando particolare attenzione a Paperino di Disney e a Snoopy dei Peanuts; riflette, infine, su alcune affermazioni di Roland Barthes a proposito della pigrizia.

La pigrizia, sostiene Marrone, non è la manifestazione di un carattere individuale ma un sentimento collettivo, una forma di vita che tendenzialmente si manifesta in reazione – per opposizione o per sottrazione – a quei contesti sociali e culturali in cui il sistema di valori esalta l’operosità, il lavoro, il fare. «Poltrire è rifiutare di agire, considerare l’inazione un obiettivo esistenziale, per resistere a chi vorrebbe farci lavorare, per protestare contro ogni forma di insensato stakanovismo.» (p. 13) Lungi dal “non far nulla”; il pigro si trova a compiere ogni sforzo necessario per riuscire in questo suo intento.

Solitamente a essere contrapposto al lavoro e alle sue retoriche è l’ozio e non la pigrizia. Anche se quest’ultima non se ne allontana granché, resta comunque differente; per certi versi ne consegue e per altri lo anticipa. A seconda di come storicamente è stato concepito il lavoro è stato inteso l’ozio.

Bertrand Russell nel suo “Elogio dell’ozio” (1932) prende di mira l’etica di matrice protestante che indica nel lavoro un dovere sociale denunciando come in ciò sia sottesa  una volontà di sfruttamento e polemizza nei confronti della stessa Russia comunista rea di aver ereditato dal capitalismo occidentale l’etica dell’operosità e dello spirito di sacrificio come realizzazione di sé e non come strumento per guadagnarsi da vivere. Soddisfatti i bisogni indispensabili, sarebbe auspicabile, sostiene Russell, una generalizzata riduzione dell’orario dedicato al lavoro. In linea con una tradizione di pensatori anglosassoni che si confrontano con i disastri dell’industrializzazione, secondo il filosofo inglese è attraverso l’ozio che si possono affermare altre forme di necessità indirizzare alla joie de vivre.

Secondo diverse sfaccettature, apologie dell’ozio si ritrovano in Robert L. Stevenson, Oscar Wilde, Jerome K. Jerome e Gilbert K. Chesterton ma, più in generale, la valorizzazione dell’inoperosità non può essere ricondotta esclusivamente all’ascesa dell’industrialismo. Nella Bibbia il lavoro è una maledizione divina derivata da quel peccato originale che, nel testo sacro, inaugura l’ingiustizia di genere (il dominio dell’uomo sulla donna), quella di specie (il privilegio umano sul resto del creato) e quella sociale (la necessità di ricorrere al lavoro finirà per non riguardare tutti allo stesso modo).

Nell’antichità al negotium si oppone l’otium aristocratico e a proposito delle modalità con cui vengono attribuiti valori o disvalori all’ozio, Marrone passa velocemente in rassegna le posizioni di Cicerone, Orazio, Seneca e Tacito. In ambito cristiano al lavoro come marchio d’infamia si è presto sostituita l’idea del lavoro come rifugio dalle tentazioni prodotte dall’ozio: è qua che trova la sua codifica, pur riprendendo alcuni elementi dalla tradizione greca, la colpa di accidia propria della cultura cristiana.

Se nel contesto medievale l’inattività resta un segno di distinzione sociale, progressivamente il lavoro cambia statuto tanto da necessitare di una nuova definizione e rivalutazione. Di come intendere l’operosità e l’ozio si occupano anche i propugnatori della Riforma protestante e i filosofi dell’utopia come Moro e Campanella. Con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese vengono presi di mira tanto i privilegi degli inoperosi aristocratici quanto coloro che intendono imitarli

«Lavorare è produrre, mettere in circolazione nuove cose, migliorando le condizioni di vita sulla terra senza attendere l’intervento risolutore dell’aldilà. Come diranno gli economisti, il lavoro è strumento di produzione ma anche, e soprattutto, origine del valore dei prodotti, ossia loro trasformazione in merce.» (pp. 28-29) É con la modernità che il lavoro assume stabilmente lo statuto di valore e di pari passo l’ozio diviene un malcostume che, suggerisce lo studioso, altro non è che una forma di accidia secolarizzata: un peccato mortale trasformatosi in disobbedienza civile. Interi sistemi educativi e teorizzazioni economiche e politiche si preoccupano di esaltare l’attivismo in quanto produttore di valore (e valore esso stesso) e di diffondere rancore e condanna verso tale accidia laicizzata. La stessa psichiatria, ricorda Marrone, si presta con solerzia alla medicalizzazione della pigrizia designandola come malattia da curare.

Già Rousseau, nel sottolineare come l’ineguaglianza degli esseri umani derivi dalla divisione sociale del lavoro e dal progresso della civiltà, esalta l’individuo non ancora “civilizzato” in quanto privo delle angosce dell’operosità. Contro le tesi espresse da Charles Fourier, circa la necessità di trasfigurare il lavoro in piacere, di fare del godimento il fine del lavoro, prende posizione Marx che, anziché preoccuparsi della diminuzione delle ore di lavoro (come fa Russell), si pone il problema di porre fine all’opposizione lavoro/riposo, fatica/svago, in modo da eliminare l’alienazione e permettere all’essere umano di «affermarsi come essere sociale libero e sicuro di sé grazie alla propria attività lavorativa». (p. 33)

Agli slogan inneggianti al diritto al lavoro, Paul Lafargue risponde con Il diritto alla pigrizia (1883): proclamare il diritto dell’essere umano al lavoro significa introiettare l’ingannevole morale diffusa e proposta come universale dal cristianesimo e dal capitalismo. «Che vi sia l’obbligo di lavorare solo tre ore al giorno, di fannullare e di fare bisboccia per il resto della giornata e della notte». I lavoratori, sostiene Lafargue, dovrebbero fare propria la pigrizia che contraddistingue la borghesia e la loro voracità consumistica: il lavoro, in sostanza, deve essere proibito, non imposto o autoimposto.

Le cose, sappiamo, sono andate diversamente da come auspicato: il lavoro non è diminuito, il consumo è divenuto un obbligo sociale e la ricchezza ha finito per concentrarsi sempre più nelle mani di pochi. Non è andata meglio all’idea marxiana circa la necessità di porre fine all’opposizione fra lavoro e tempo libero: tutto si è trasformato in lavoro, anche lo spazio del leisure. Negli sviluppi successivi del sistema capitalista si è giunti a una società dei consumi in cui a produrre identità è l’atto stesso del consumo. Il loisir, la bisboccia, il tempo libero hanno finito per coincidere con il consumo e con il lavoro.

Il fancazzismo non è (più) l’esito triste della disoccupazione, una condizione che occorre necessariamente subire, ma un modo d’essere morale e civile rivendicato come una soluzione possibile, nemmeno così angosciosa. E la pigrizia, tutt’altro che diritto condiviso, diviene rivoluzionaria. O almeno da molti viene considerata tale. Da un altro lato, però, quella che è stata chiamata società della prestazione continua risucchiare al suo interno qualsiasi forma di attività, lavorativa o ricreativa. (pp. 39-40)

Marrone puntualizza come concetti come lavoro, ozio e pigrizia necessitino di una contestualizzazione culturale, oltre che storica: non in tutte le culture operosità e inoperosità assumono lo stesso valore, così come gli stessi concetti di progresso, tempo libero, sussistenza e opulenza non vengono significati nello stesso modo. A riprova di ciò lo studioso si sofferma su un paio di casi derivati da culture non occidentali.

Kenkō Yoshida in Tsurezuregusa (Ore d’ozio o Momenti d’ozio, 1330-1332) non contrappone l’ozio al lavoro o al negotium ma alla noia della quotidianità, esplicitando così un rifiuto per la società vissuto dall’interno. Lin Yutang, nel suo Importanza di vivere (1937), confronta il tradizionale distacco dalle cose terrene della cultura cinese con l’american way of life palesando come l’ozio nella prima venga vissuto, ben diversamente che in Occidente, come vivere alternativo al fare; non si tratta di una contrapposizione a un mondo su cui si vuole incidere ma di una particolare immersione in esso per coglierne le potenzialità.

Nel passare in rassegna le definizioni di pigro e pigrizia proposte dai dizionari, Marrone si sofferma su alcune dimensioni che vi si ritrovano: “estesica” (la pigrizia viene associata con la mancanza efficienza, con la lentezza, il torpore); passionale (il pigro è svogliato, indolente, apatico); cognitiva (la pigrizia ha a che fare con la mancanza di volontà, curiosità e interesse); pragmatica (pur essendo lento, apatico e svogliato, il pigro è tutt’altro che inoperoso: egli fa di tutto per non far nulla. Il pigro, pur scansando il lavoro, è a suo modo un gran lavoratore).

Il pigro, che può anche manifestarsi come attore collettivo, non fa quello che gli altri si aspettano da lui, non adempie agli impegni e ai doveri che la società gli impone rinnegando così il suo essere sociale. A scontrarsi sono due sistemi morali: l’azione di resistenza dispiegata dal pigro attraverso il suo non-voler-fare e non-voler-essere nei confronti della società del dover-fare e del dover-essere, «è tanto più potente quanto più è legata alla coscienza dei valori sociali cui egli si sta opponendo, del lavoro che sta a tutti i costi evitando» (p. 62).

Stando ai dizionari, rispetto alla pigrizia, l’ozio sembra aver più a che fare con una chiusura in se stessi che non con una resistenza ai doveri sociali. A differenza dei termini pigrizia e pigro, ozio indica tanto una “condizione”, una “disposizione” d’animo che un lasso di tempo (“prendersi un periodo di ozio”). L’ozio è indicato, inoltre, come inclinazione posseduta dal soggetto prima di ogni situazione intersoggettiva o tendenza sociale che rimanda alla ricerca indiscriminata del piacere che non può che condurre alla dissolutezza. Il termine può riferirsi anche all’inattività e all’inoperosità imposte dall’esterno a scopo punitivo, come nel caso della prigionia, oppure, in accezione positiva, a una situazione di inoperosità vacanziera.

Nel caso del termine accidia, i primi riferimenti proposti dai dizionari rimandano al peccato capitale, pertanto, in questo caso, l’indolenza non è rivolta ai doveri sociali e agli impegni intersoggettivi ma piuttosto al bene nella sua accezione etico-religiosa. A differenza dell’ozio, che può essere circoscritto a un periodo limitato (assumendo valore negativo o positivo a seconda dei casi), l’accidia, il disinteresse per il fare il bene, non è circoscritta nel tempo.

Prendendo in esame il folklore europeo, Marrone nota come questo sia intessuto di disapprovazione nei confronti della pigrizia. Nei modi di dire e nei proverbi, risulta evidente un’inclinazione moralistica volta a ribadire le conseguenze nefaste dell’inoperosità. D’altra parte, si tratta di massime scaturite da un universo contadino che percepisce il lavoro come strumento indispensabile al proprio sostentamento quotidiano, come destino indiscutibile e il sottrarsi a esso comporta sicura sciagura. Al di là delle convinzioni calviniste e dell’efficientismo capitalistico, anche il mondo delle fiabe, soprattutto russe,  è attraversato da un’ideologia utilitarista votata all’operosità in cui si sostiene l’idea di un’esistenza votata alla realizzazione di sé attraverso il buon superamento delle prove che la vita presenta.

In risposta all’ideologia fattiva e avventuriera della fiaba russa il saggio di Morrone propone un approfondimento dell’Oblòmov di Gončarov che rappresenta la rivincita di «chi non si limita a opporre una pigrizia positiva al dinamismo negativo, ma decostruisce pezzo per pezzo l’ideologia su cui tale attivismo si appoggia, mostrandone i limiti, la violenza costitutiva, la malafede» (p. 84). Il protagonista del romanzo di Gončarov non intende sostituire il sistema valoriale con un altro; semplicemente, e radicalmente, si limita a decostruire quello esistente. «È qualcuno che, conservando strenuamente i propri spazi di felicità, ha additato la banalità del fare. La sua è una pigrizia fattiva, una malinconia euforica, una nostalgia del futuro.» (p. 108)

Se di Oblòmov il lettore finisce per conoscere parecchio della sua complessa interiorità, non altrettanto si può dire di Bartleby di Melville, personaggio che non palesa alcuna volontà di non-fare; semplicemente esprime una preferenza: «I would prefer not to». Si tratta di un grado debole di volontà che lascia il lettore di fronte alla sua testarda indeterminatezza che però non cela alcun mistero. Ed è proprio l’assenza di una motivazione profonda ad affascinare e inquietare.

Ecco una nuova versione politica della pigrizia: non, alla Lafargue, la rivendicazione di un programmatico non-lavoro di contro al lavoro alienato del modo di produzione capitalistico, né il dolce far niente di chi del lavoro se ne infischia perché non ha bisogno, né, ancora, l’idea di un ozio creativo di contro al fare meccanico della modernità. Nulla di radicalmente oppositivo, insomma. Nessun volere, nessun controvolere. Piuttosto, l’esasperazione estrema di una preferenza tanto irragionevole quanto caparbia, di un progressivo ritiro dalle cose del mondo, dai suoi valori, dalle sue necessità e dai suoi piaceri. Non è pigrizia? Probabilmente no: è più che altro desiderio di santità, di ascesa all’ascesi, condotta angelica, emulazione di Cristo. Ma comunque, sotto sotto, alla pigrizia assomiglia parecchio. (pp. 111-112)

Nell’esaminare la figura del pigro nei fumetti – Arcibaldo, Mafalda, Garfield, Andy Capp, Homer Simpson… –, Marrone si concentra sulle specificità della pigrizia di Paperino, ben diversa da quella di altri personaggi disneyani, e su quella di Snoopy. Paperino è un pigro che, pur detestando il lavoro, nelle sue storie non fa altro che lavorare nella speranza di poter tornare alla sua amata amaca. «Il riposo è l’oggetto di valore, l’oggetto cercato o al quale vuol tornare; il lavoro lo strumento per ottenerlo, per tornarvi.» (p. 126)

Se per Paperino la pigrizia è un traguardo o un gesto di resistenza rispetto a chi intende farlo lavorare, per Snoopy è invece uno stato acquisito. Il personaggio di Charles Monroe Schulz poltrisce e basta, non ha doveri da scansare, è un pigro puro che avendo tanto tempo a disposizione lo impiega fantasticando: la sua pigrizia risulta produttiva, stimola l’immaginazione che lo porta a vivere mille vite attraverso meccanismi di assimilazione e identificazione. «Né apocalittico né integrato. Forse eroe decadente, ma – inaspettata forma di pigrizia – con lo sguardo rivolto al futuro.» (p. 140)

Nell’ultima parte del volume, Marrone riprende alcune riflessioni di Roland Barthes in cui passa in rassegna varie forme di pigrizia. Secondo il francese il tempo libero non può essere visto come vera e propria pigrizia, come ozio, in quanto esso presuppone il tempo del lavoro. Pigrizia e ozio dovrebbero esser sganciati da ogni presupposizione sociale. «Per ritrovare la pigrizia occorre piuttosto fuoriuscire dalla coercizione del tempo libero, e prospettare un tempo neutro e un’attività a sé stante: […] “a meno che – precisa Barthes – non si sia presi dal desiderio di finire il lavoro”» (pp. 146).

Il francese propone l’esempio del lavoro a maglia nel suo darsi come gesto puramente intransitivo. Altro esempio di pigrizia riuscita è, secondo Barthes, il restare al letto dopo essersi svegliati senza giustificazione, nemmeno di tipo fisiologico. In alternativa a queste pratiche antisociali si può pensare a uno sconvolgimento quotidiano del ritmo dell’esistenza, al frantumare il flusso abituale del tempo attraverso diversivi del tutto gratuiti, improduttivi.

Tuttavia, una per una vera e propria pigrizia, secondo l’autore di Miti d’oggi, ci si potrebbe rifare allo Zen, al suo mirare al dissolvimento del soggetto. «Nella pigrizia, ci dice lo Zen, non c’è più il conflitto perché spariscono, prima ancora che le ragioni del contendere, i soggetti stessi che dovrebbero contendersele» (pp. 148-149). O ancora, continua il francese, per innescare una pigrizia risuscita, si potrebbe ricorrere alla via letteraria: legare il non far nulla alla pratica della scrittura, sul modello di Marcel Proust.

«Essere pigri, secondo questa prospettiva, è appunto, per riprendere la metafora proustiana, essere come la madeleine che si disgrega lentamente nella bocca, che, in quel momento, è pigra. Il soggetto si lascia disgregare dal ricordo, ed è pigro. Se non lo fosse ritroverebbe una memoria volontaria» (p. 149). Da questo punto di vista, la pigrizia durerebbe il tempo della preparazione del romanzo, poi, a questa, succede il tempo della scrittura, del lavoro e lì la pigrizia è obbligata a farsi da parte.

A  proposito di ozio e pigrizia, in conclusione vale la pena far riferimento a un bel saggio di Pablo Echaurren (Duchamp politique, Postmedia Books 2019) dedicato all’artista francese in cui l’autore argomenta come l’ozio praticato da Duchamp sia interpretabile come forma elaborata di rifiuto del lavoro e di rigetto della società capitalistica. Attraverso il suo oziare, appartarsi dalla scena artistico-mediatica, rifugiarsi nel gioco degli scacchi, Duchamp opera una rivolta nei confronti dell’accumulazione. La sua proverbiale inoperosità non è però fine a se stessa ma coincide con la critica di un modus operandi, di un amore per il lavoro che ha intaccato anche il mondo dell’arte, ormai pienamente compromesso con i processi di ottimizzazione tayloristi votati al denaro e a ciò il francese risponde con la sua inoperosità. «Preferisco vivere, respirare piuttosto che lavorare».

Insomma, a maggior ragione in questi tempi di pandemia, in un contesto in cui mentre vengono mandate sugli schermi personalità dello spettacolo per invitare la gente a restare chiusa in casa per evitare il contagio, solerti capitani d’impresa richiamano la nazione al posto di lavoro, sottrarsi alla società della prestazione è un lavoraccio che forse vale la pena di fare con impegno.

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