banlieue – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Avanti barbari!/2 – Estranei al centro https://www.carmillaonline.com/2024/08/14/estranei-al-centro/ Wed, 14 Aug 2024 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83235 di Sandro Moiso

Amico, sono selvaggio e urlo ounga wawa Ounga ounga, la mia Glock punta la spia Ounga ounga, nigga wawawawa Ounga ounga, basta che non facciamo cazzate So di non essere integrato Cerco il mio interesse (PNL, Différents, Que la famille, 2015)

Mentre qualche commentatore si ostina a parlare di una convinta partecipazione dei giovani delle banlieue alla recente tornata elettorale con cui la Sinistra è riuscita a riconsegnare nelle mani di Macron il ruolo di ago della bilancia del governo, ignorando per altro che una percentuale di elettori arrivata al 67% degli aventi diritti al voto lascia [...]]]> di Sandro Moiso

Amico, sono selvaggio e urlo ounga wawa
Ounga ounga, la mia Glock punta la spia
Ounga ounga, nigga wawawawa
Ounga ounga, basta che non facciamo cazzate
So di non essere integrato
Cerco il mio interesse

(PNL, Différents, Que la famille, 2015)

Mentre qualche commentatore si ostina a parlare di una convinta partecipazione dei giovani delle banlieue alla recente tornata elettorale con cui la Sinistra è riuscita a riconsegnare nelle mani di Macron il ruolo di ago della bilancia del governo, ignorando per altro che una percentuale di elettori arrivata al 67% degli aventi diritti al voto lascia qualche perplessità sulla “grande mobilitazione popolare antifascista”, si è deciso di pubblicare qui di seguito un estratto da una delle due postfazioni poste a chiusura del testo di Gioacchino Toni e Paolo Lago, Spazi contesi, cinema e banlieue, edito da Milieu, 2024.

***

[…] Il conflitto moderno, almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, si è sviluppato a partire dai quartieri periferici per terminare poi con occupazioni momentanee o assalti dei centri amministrativi e commerciali delle metropoli. Basti pensare all’importanza che ebbe la battaglia di corso Traiano a Torino, nel luglio 1969, nel determinare in seguito non solo lo sviluppo delle lotte operaie e delle avanguardie politiche interne al ciclo dell’auto e non della sola FIAT, ma anche le modalità della conduzione delle lotte stesse. Il ghetto degli immigrati recenti, il quartiere Mirafiori, si era trasformato nel centro della lotta e delle rivendicazioni, non solo operaiste o di fabbrica, che avrebbero caratterizzato gli anni successivi (occupazione di case, richiesta di servizi alle autorità amministrative locali e nazionali, ricostruzione di un tessuto sociale che, seppur distrutto nel Sud da cui molti partecipanti a quelle battaglie avevano dovuto allontanarsi per trovare lavoro, si era ricostituito su nuove e più moderne basi nelle periferie delle grandi città del Nord).

[…] Ciò che abbiamo visto, e vediamo avvenire, nelle attuali banlieue non è, tutto sommato, molto diverso, anche se con protagonisti e modalità nuove oltre che in un panorama politico, economico, nazionale e internazionale molto cambiato.

[…] Le illusioni dei padri e dei nonni degli attuali giovani banlieusards sull’integrazione attraverso il lavoro o la lotta sindacale, nonostante il conflitto coloniale franco-algerino che si era macchiato di crimini orrendi anche in terra di Francia, sono finite con la disoccupazione, il razzismo dilagante anche tra le classi lavoratrici francesi, la crescita demografica di algerini e magrebini che da sempre spaventa le classi medie, e non solo, bianche.

Ecco allora che il centro-città può essere soltanto più lo scenario per scorrerie “vandaliche” in cui, come è accaduto sempre più spesso negli ultimi anni, da Torino a Londra; durante le quali i giovani si appropriano della merce esposta nei negozi di lusso, rendendo esplicito ciò che Amitav Ghosh ha affermato, nel suo romanzo L’Isola dei fucili, a propositi del nuovo rapporto istituitosi tra nuovi migranti, o discendenti di tali, e Occidente.

I giovani migranti che avevo conosciuto non erano stati trasportati da un continente all’altro per diventare una rotella in un ingranaggio gigantesco che, come nel caso delle piantagioni, esisteva al solo scopo di appagare desideri altrui. Gli schiavi e i coolie lavoravano per produrre beni – la canna da zucchero, il tabacco, il caffè, il tè o la gomma -destinati alla madre patria dei colonizzatori. Erano i desideri, gli appetiti delle metropoli a spostare le persone da un continente all’altro. Allo scopo di sfornare a getto continuo le merci più richieste. In tale meccanismo gli schiavi erano produttori, non consumatori; per loro era impossibile concepire gli stessi desideri dei padroni.
Adesso invece ragazzi come Rafi, Tipu e Bilal volevano le stesse cose di chiunque altro: smartphone, computer, automobili. Né avrebbe potuto essere altrimenti: fin dall’infanzia, le immagini più allettanti che avevano visto non erano i fiumi o i campi che [un tempo – NdR] li circondavano, bensì gli oggetti sullo schermo dei loro cellulari.
Ora capivo perché i giovanotti arrabbiati sulle imbarcazioni intorno a noi avevano tanta paura di quel miserando barcone di rifugiati: quella minuscola imbarcazione simboleggiava il ribaltamento di un progetto secolare, decisivo per il formarsi dell’Europa. […] quel piccolo peschereccio simboleggiava il venir meno del secolare progetto che aveva garantito loro enormi privilegi. Dentro di sé sapevano che quei privilegi non gli sarebbero più stati garantiti dalle persone e dalle istituzioni in cui un tempo confidavano.
Il mondo era cambiato troppo, e troppo in fretta; i sistemi attualmente in vigore non obbedivano più ad alcun padrone umano, ma, imperscrutabili come demoni, seguivano imperativi tutti loro1.

Aggiungendo poi ancora nelle stesse pagine:

Fin dagli albori della tratta degli schiavi, le potenze imperiali europee avevano intrapreso il più grandioso e crudele esperimento di rimodellamento planetario che la storia avesse mai conosciuto: in nome del commercio, avevano spostato le persone fra i continenti su una scala quasi inimmaginabile, finendo per cambiare il profilo demografico dell’intero pianeta. Ma pur ripopolando altri continenti, avevano sempre cercato di preservare la bianchezza dei territori europei.
Adesso quel progetto veniva sovvertito: i sistemi e le tecnologie – dagli armamenti al monopolio delle informazioni – che avevano reso possibili quei giganteschi interventi demografici avevano ormai raggiunto la velocità di fuga, e nessuno li controllava più2.

Questa citazione letteraria serve a focalizzare l’attenzione sul tema vero che è sotteso alla narrazione delle rivolte delle banlieue oppure dell’azione urbana dei banlieusards: quella della scomparsa del centro. Inteso qui sia in senso urbanistico che politico-economico e geopolitico. Vediamo come e perché.

Mentre gli intellettuali a la Tomaso Montanari di turno piangono ancora sullo scempio delle città d’arte come Firenze ad opera del turismo digitalizzato di Airbnb, […] la distinzione classica tra centro e periferia è saltata definitivamente.
E’ fallita a livello geopolitico, in un mondo in cui la centralità dell’Occidente rispetto al resto del mondo si è andata lentamente, all’inizio, e poi sempre più rapidamente sgretolando come le cronache militari, politiche ed economiche degli ultimi anni (dal ritiro dall’Afghanistan fino alla guerra in Ucraina e alla crisi militare e umanitaria di Gaza) confermano quasi quotidianamente.

E’ fallita a livello tecnologico ed economico, in un mondo in cui lo sviluppo delle nuove tecnologie, soprattutto quelle digitali, non ha più un centro preciso di riferimento poiché tale produzione necessita di terre rare spesso in possesso quasi esclusivo di paesi terzi rispetto a quello che fino a pochi anni fa era ancora ritenuto il centro mondiale dell’innovazione tecnologica e scientifica, mentre gli sviluppatori delle stesse spesso si trovano in continenti posti “fuori” dal fortino bianco di provenienza dei marchi. Mentre gli stessi marchi occidentali sono ormai subissati in tutti gli ambiti da quelli di origine asiatica. Senza tener conto della rapida obsolescenza cui sono condannate tutte le novità proposte per tener vivo e competitivo il mercato delle stesse.

E’ fallita a livello statale, nel momento in cui ogni decisione dei parlamenti deve sottostare, soprattutto qui in Europa, a decisioni emanate da organismi sovranazionali e sovraparlamentari che rendono quasi inutili le farse elettorali e le inutili scelte tra destra, sinistra e novelli populismi. Tutti, una volta giunti al governo, egualmente ricattabili con la scusa della necessità di rispondere a parametri stabiliti sovranazionalmente.

E’ fallita a livello urbano, là dove la rivendicazione al diritto alla città ha perso negli anni un reale peso specifico, poiché ogni parte della città si è trasformata in ghetto. Ghetto per i turisti il centro urbano antico o d’arte, trasformato ormai in vetrina per merci di diverso valore, dal lusso alle miserie di H&M; ghetto per i ricchi nei quartieri residenziali sempre più esclusivi e separati dal resto della città; ghetto per le classi disagiate o medie impoverite tutto il resto.

Ma allora ha ancora senso parlare di ghetto, quando tutta la città, per un’infinità di motivi che sarebbe ancora qui troppo lungo elencare, ma in cui la mancanza di lavori regolari e regolarmente retribuiti gioca un ruolo fondamentale di trasformazione sociale, si è trasformata in un insieme di “ghetti”?

E in questa perdita di “centro” ha ancora senso parlare di “classe operaia” e della sua centralità?
Sono questi i temi sui quali il miglior cinema della banlieue obbliga a ragionare, avendone anticipato tempi, temi e sguardo sul “reale”.

In fin dei conti, nel film Athena, l’assedio e l’assalto militare della polizia al quartiere difeso dai giovani, che per primi avevano preso l’iniziativa assaltando le stazioni di polizia dopo l’ennesimo omicidio di un giovane magrebino, non ha forse anticipato simbolicamente tutto quanto è successo nella striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 e l’irriducibilità degli abitanti della Striscia?

E questa presa di coscienza, dei giovani protagonisti dei film citati, della distanza e della estraneità incolmabile che li separa dal centro urbano, economico e politico delle città in cui vivono, non produce forse una forma di identitarismo collettivo più ampio di quello caratterizzato dall’etnia, dalla politica oppure dalla religione che spinge milioni o miliardi di abitanti del cosiddetto Sud globale ad odiare sempre di più il Nord e il suo centralismo perduto?

Non sono forse questi “nuovi barbari”, tutt’altro che semplicemente ghettizzati come vorrebbe la pietà di stampo cristiano e liberal, i nuovi vampiri, come nel romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda, destinati consapevolmente ad ereditare e contemporaneamente distruggere il vecchio ordine del mondo?

Un mondo in cui, ormai, centro e periferia si confondono anche in ordine di importanza, ma che non è capace di fare altro che continuare a mostrare la propria autentica barbarie, spesso travestita da ecumenismo, e il proprio autentico vampirismo nei confronti degli altri “mondi”, oggi decisamente più giovani e motivati nella loro furia e dal loro desiderio di riscatto.


  1. A. Ghosh, L’Isola dei fucili, Neri Pozza Editore, Vicenza 2019, pp. 307-309.  

  2. A. Ghosh, op. cit., p. 308.  

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Avanti barbari! https://www.carmillaonline.com/2024/08/07/avanti-barbari/ Wed, 07 Aug 2024 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83798 di Sandro Moiso

Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 96, 12 euro

Alle 22 in punto la radio della polizia penitenziaria gracchia frasi in arabo. Carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: la rivolta iniziata poco dopo le 20 è in atto ormai da più di due ore. Incendio nelle celle, negli uffici, nei corridoi. Botte agli agenti. «Si sono presi una nostra radio, attenti alle comunicazioni: sentono tutto» dice quello della penitenziaria. No, è peggio. I detenuti del minorile – una cinquantina, forse appena di più – si sono impossessati di gran parte [...]]]> di Sandro Moiso

Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 96, 12 euro

Alle 22 in punto la radio della polizia penitenziaria gracchia frasi in arabo. Carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: la rivolta iniziata poco dopo le 20 è in atto ormai da più di due ore. Incendio nelle celle, negli uffici, nei corridoi. Botte agli agenti. «Si sono presi una nostra radio, attenti alle comunicazioni: sentono tutto» dice quello della penitenziaria. No, è peggio. I detenuti del minorile – una cinquantina, forse appena di più – si sono impossessati di gran parte del carcere. (Notte tra i 1° e il 2 agosto 2024, da un articolo di Federico Femia e Caterina Stamin su “La Stampa”)

Come sempre, ad essere sinceri, le recensioni di libri altrui non possono che costituire dei pretesti per parlare di argomenti che premono ai recensori. Tale osservazione vale anche in questa occasione, in cui il bel saggio di Louisa Yusufi, pubblicato lo scorso anno da DeriveApprodi in Italia, ma uscito originariamente in Francia nel 2022, permette a chi scrive di trattare un problema che travalica la “linea del colore” e della “barbarie” inclusa nei confini delle banlieue francesi per mettere in discussione il concetto di civiltà tout-court, all’interno di tutto il modo di produzione e riproduzione basato sui principi del capitale e dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta.

Il titolo del testo della Yousfi rinvia, inevitabilmente, al motto “rimanere umani” che da anni accompagna manifestazioni e proposizioni ricollegabili alla rivendicazione in difesa dei diritti delle fasce più deboli e povere della popolazione e, in particolare, delle condizioni di vita dei migranti e degli immigrati, accompagnandosi spesso anche ai discorsi sulla guerra e le sue cruente e spietate logiche di violenza e sterminio. Non a caso il suo presunto ideatore, Vittorio Arrigoni noto come Vik, proprio a Gaza era stato ucciso nell’aprile del 2011 da una cellula jihadista salafita che si opponeva a qualsiasi tipo di intervento umanitario occidentale nell’enclave palestinese.

Quell’atto, per molta parte della sinistra, aveva finito col confondersi con una sorta di frattura tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è dell’azione dei popoli in rivolta e delle loro, spesso squinternate e ambigue, milizie. Un episodio drammatico che, certamente, ha contribuito ad approfondire il solco tra coloro che contestano l’attuale modo di produzione senza peraltro uscirne dai limiti delle leggi e dei “diritti” e coloro che che in quei limiti non sono compresi in quanto esclusi per ragioni di classe mascherate da colore della pelle, etnia, religione e quant’altro finisce col contribuire a definire una condizione di “barbarie”, sia nell’agire politico e quotidiano che nella formulazione delle idee che l’accompagnano.

Una separazione che ha finito col rafforzare l’idea che soltanto l’accettazione di certe regole e una certa visione del mondo di stampo liberale e occidentale possa far sì che l’altro sia accettato sul piano della comunicazione e dell’inserimento nella comunità degli “individui aventi diritto”. Una superficiale e opportunistica valutazione in cui può essere considerato umano soltanto chi accetta le regole dettate dal migliore dei mondi possibili, quello bianco, occidentale e liberale, e dalle sue leggi “universali”. Obiettivo per cui, come afferma l’autrice, “i civilizzati” si sforzano di creare dei ponti.

Ah, i ponti… […] vediamo un’intera cricca di sociologi che annuisce con aria di intesa. Sono coloro che lavorano sulla questione […] Il nostro sudiciume, le nostre depravazioni, la nostra presunta predisposizione ad accumulare tutti i vizi dell’umanità, a cedere i nostri atavismi bellicosi, a picchiare coloro che amiamo, donne e bambini, ad andare in cerca di crimini, a sparare in mezzo alla folla, a linciare gli omosessuali e sputare sugli ebrei, non sarebbe altro che la storia di una mancanza. Tutte le cose che abbiamo perso, tutte le opportunità che non ci si sono presentate, tutti i riconoscimenti di cui siamo stati privati, tutto l’amore che non abbiamo ricevuto. Sgocciolano compassione quando credono di restituirci la nostra dignità, quando tremano di commozione nel recitare la triste storia che raccontano di noi: come se non fossimo mai stati abbastanza amati […] Asciugate le lacrime. I barbari non sono selvaggi che si sarebbe dovuto frustare di meno, umiliare di meno e coccolare di più; selvaggi maltrattati dalla civilizzazione […] Questa è la loro grande scoperta: il nostro «imbarbarimento» è il fallimento dell’integrazione1.

Ma Louisa Yousfi, giovane giornalista francese di origine algerina, dopo aver ironizzato sulle condizioni dell’oppressione che contribuiscono a definire la barbarie, come ha già avuto modo di sottolineare su Carmilla Jack Orlando, coglie ancora nel segno:

seguendo le liriche dei trapper Booba e PNL, per aprire uno squarcio nella cattiva coscienza francese e farne sgorgare il sangue delle banlieue, del lato cattivo.
Tutta questa roba, questa poesia trucida, ha un unico scopo: restare barbari. Laddove la cosiddetta integrazione non solo ha fallito, ma ha scientemente prodotto una specifica forma di colonizzazione interna alle metropoli democratiche e generato una subalternità cui si imputa quotidianamente un’inferiorità colpevole e, paradossalmente, congenita; ribaltare l’accusa è una pratica di resistenza, risignificare la propria mostruosità vuol dire aumentare la propria potenza, sottolineare l’alterità è ricomporre i pezzi smembrati della propria anima.
È una vendetta contro la dominazione e un assalto alla conquista della propria condizione umana2.

Restare barbari, sola e unica condizione per rimanere umani. Questa la sfida lanciata dalla riflessione della giovane autrice che, nelle settimane scorse, ha avuto modo di partecipare al dibattito promosso dall’Intifada studentesca di Torino al Festival Alta Felicità svoltosi a Venaus dal 26 al 28 luglio e che ha dedicato il suo libro: «ai barbari contemporanei la cui vita e opere ci spiegano, più di qualsiasi altro resoconto, ciò che l’Impero chiama “imbarbarimento”. Si comincia dalla strada e dai suoi profeti. Perché tutti i racconti sul presente […] ci arrivano dai margini dell’impero e dai suoi recalcitranti abitanti»3.

Rovesciare, dunque, l’umanitarismo occidentale dell’integrazione e dell’accettazione delle sue regole del buon viver civile nel suo contrario, dimostrandone l’implicita disumanità e, allo stesso tempo, rovesciando lo stereotipo del barbaro in quello dell’unica forma residua di umanità possibile. «Il trucco della civilizzazione riproduce continuamente l’illusione. Francamente, per cosa vuoi competere con l’Occidente? Hanno inventato l’innocenza. Hanno massacrato interi popoli e, nel frattempo, inventato Walt Disney»4.

Stiamo però ben attenti; non si tratta di una battaglia di civiltà, come la peggiore saggistica filo-occidentale vorrebbe; qui si tratta proprio di stabilire ciò che permetterà alla specie di mantenere la sua umanità. Indipendentemente dal colore della pelle o delle tradizioni passate e delle aree di provenienza geografica e sociale. Come sostiene ancora l’autrice:

L’imbarbarimento è un processo di integrazione […] i nostri mostri non nascono da una mancanza di voi, ma da un eccesso di voi […] Nulla di questo mondo può salvarci, non solo perché una cosa non può essere al contempo il veleno e la sua cura, ma anche perché non siamo noi a dover essere salvati […] Che i civilizzati evitino dunque di insistere sul nostro destino. Siamo noi che dovremmo piangere per loro. Siamo noi che possiamo salvarli. Non è mai successo il contrario, in nessun modo e in nessun momento della storia5.

Soprattutto in un’epoca in cui un ciclo, quello del dominio occidentale sul resto del mondo, ha iniziato a venir meno e a veder disgregarsi le sue forme politiche e militari. Spingendo spesso gli osservatori a tracciare paragoni con la fine dell’Impero Romano.
Impero che, come ebbe modo di osservare lo stesso Marx, finì «con la comune rovina delle classi in lotta», incapaci entrambe sia di mantenere che di rovesciare le strutture economiche e sociali su cui lo stesso si fondava. Entrambe travolte dall’arrivo dei “barbari”, destinati a destrutturare definitivamente e a rifondare quelle stesse basi sociali e legislative su cui si erano retti i rapporti di forza fino ad allora.

Ecco allora che come unica soluzione possibile, anche, per il proletariato bianco ci sarebbe quella di farsi, più che rimanere, barbaro. Criticando e contribuendo a distruggere quella presunta civiltà di cui troppo spesso la Sinistra, anche radicale, ha sposato le intrinseche ragioni. Ancora una volta è Amadeo Bordiga, con un articolo del 1951, a permetterci di riallacciare il filo di un ragionamento non estraneo ma soltanto interrotto all’interno del movimento antagonista di classe, affermando, con Friedrich Engels, che la civiltà, in fin dei conti, non si riassume in altro che:

“nello Stato che, in tutti i periodi tipici, è, senza eccezione, lo Stato della classe dominante ed in ogni caso rimane essenzialmente una macchina per tenere sottomessa la classe oppressa e sfruttata”. Questa civiltà […] deve vedere la sua apocalisse prima di noi. Socialismo e comunismo, sono oltre e dopo la civiltà […] Essi non sono una nuova forma di civiltà. “Poiché la base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra, l’intero sviluppo della civiltà si muove in una contraddizione permanente”. [Così] con Marx Engels e Lenin noi ultimi ne stiamo fuori.
Può essere conturbante che dalla caduta della civiltà non sia ancora sgorgato il comunismo, ma è ridicolo voler conturbare la soddisfazione capitalistica con la minaccia di alternative barbare6.

Ritornando, poco dopo, a fare la seguente affermazione a proposito della fine dell’ordine imperiale romano:

Furono le giovani forze barbare ad uccidere una marcia burocrazia. “Lo Stato romano era diventato una macchina gigantesca e complicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l’oppressione con le estorsioni di governatori, di esattori di imposte, di soldati. Lo Stato romano fondava il suo diritto ad esistere sulla difesa dell’ordine all’interno, sulla difesa contro i barbari dall’esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine, e i barbari, da cui pretendeva difendere i cittadini, erano da questi considerati come salvatori!”. Sembrò con le vittoriose invasioni, che per quattro secoli, ordinandosi l’Europa strappata a Roma nelle forme della teutonica costituzione di gentes, la storia si fosse fermata, e con essa la civiltà e la cultura. Ma così non fu. […] “Le classi sociali del IX secolo si erano formate non nella putrefazione di una società in decadenza, ma nelle doglie del parto di una civiltà nuova. La nuova generazione, sia padroni che servi, era una generazione di uomini, paragonata a quella dei suoi predecessori romani”.
“Ma che cosa fu quel misterioso incanto con cui i barbari infusero nuova vita all’Europa morente? Era forse un potere miracoloso innato nella stirpe tedesca, come ci vengono predicando i nostri storici sciovinisti? In nessun modo. Non furono le specifiche qualità nazionali dei popoli germanici a ringiovanire l’Europa, ma semplicemente la loro costituzione delle gentes, la loro barbarie”.
“Tutto ciò che di forte e vitale i Tedeschi innestarono nel mondo romano fu la barbarie. Solo dei barbari sono in grado di ringiovanire un mondo, che soffre di civiltà morente”7.

Resta evidente che il pericolo del ritorno alla barbarie insito in tante minacce contenute nei discorsi in difesa della civiltà e del liberalismo, non è costituito da altro che dal ritorno ad una lotta di classe in grado di porre fine al più spietato modo di produzione e appropriazione mai comparso sulla faccia della terra. L’unico ad avere domato prima i propri barbari interni per poi trasformarli in carnefici di quelli esterni con l’avventura colonialista, la promessa del benessere egualitario per i bianchi e l’illusione del mantenimento di un unico impero permanentemente al comando degli affari del mondo.

Nessuna società decade per le sue leggi interne, per le sue interne necessità, se queste leggi e queste necessità non conducono – e noi lo sappiamo e attendiamo – a far levare una moltitudine di uomini, organizzata con armi in pugno. Non vi è per nessuna “civiltà di classe”, per corrotta e schifosa che essa sia, morte senza traumi.
Quanto alla barbarie, che a tale morte del capitalismo per dissoluzione spontanea andrebbe a succedere, se la sua scomparsa fu da noi considerata una necessaria premessa dell’ulteriore sviluppo, che inevitabilmente doveva passare per gli errori delle successive civiltà, i suoi caratteri come forma umana di convivenza non hanno nulla di orribile, che ne faccia temere un impensabile ritorno.
Come occorrevano a Roma, perché non si disperdesse il contributo di tanti e tanto grandi apporti alla organizzazione degli uomini e delle cose, le orde selvagge che calassero apportatrici inconsce di una lontana e più grande rivoluzione, così vorremmo che alle porte di questo mondo borghese di profittatori oppressori e sterminatori urgesse poderosa un’onda barbarica capace di travolgerla.
[…] Ben venga dunque, per il socialismo, una nuova e feconda barbarie, come quella che calò per le Alpi e rinnovò l’Europa8.

Un passo lungo e audace, ancora ben distante dall’essere accettato e fatto proprio sia dagli oppressi delle periferie razzializzate che da quelli che si illudevano di aver toccato con mano il sogno capitalista del benessere “per tutti”, senza dover abolire proprietà privata e interesse individuale, ma che può costituire un valido strumento per la rimozione delle barriere del perbenismo e del tradizionalismo e della sfiducia, quest’ultima più che motivata, che ancora separano in parti diverse, e spesso nemiche, il corpo unico e pericoloso della moderna creatura proletaria e prometeica creata dal Frankenstein imperialista.

Proprio per questo motivo opere come quella di Louisa Yousfi e Houria Bouteldja9, che l’ha direttamente ispirata, dovrebbero trovare spazio nella biblioteca di chiunque voglia davvero contribuire al superamento di questo mondo orrendo anche se travestito di democrazia elettoralistica e umanitarismo.


  1. L. Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 24-25.  

  2. J. Orlando, Gang gang gang! Immaginari e tensioni della metropoli – Ep. 1, «Carmillaonline», 10 maggio 2023.  

  3. L. Yousfi, op. cit., pp.19-20.  

  4. Ibidem, p.27.  

  5. Ivi, pp. 29-31.  

  6. A. Bordiga, Avanti Barbari!, «Battaglia Comunista», n. 22 del 1951.  

  7. Ibidem, le citazioni tra virgolette sono da F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884.  

  8. Ivi. 

  9. H. Bouteldja, I bianchi, gli ebrei e noi. Verso una politica dell’amore rivoluzionario, Sensibili alle foglie 2017.  

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Note su cinema e banlieue https://www.carmillaonline.com/2024/01/01/note-su-cinema-e-banlieue/ Sun, 31 Dec 2023 23:01:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80612 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

[Lo scritto che segue riprende alcune tematiche approfondite in un libro in fase di ultimazione dedicato alla messa in scena delle banlieue nel cinema francese].

Facendo riferimento alla produzione cinematografica francese, a partire dagli anni Ottanta, in ambito critico, si è teso a distinguere tra film en banlieue, ambientati nelle periferie, e film de banlieue, in cui compaiono rappresentazioni di soggettività periferiche, di scissione rispetto a un corpo unitario, capaci di offrire punti di vista altri – periferici, appunto – rispetto a quelli egemonici.

Caratteristiche ricorrenti nel cinema francese che sin dagli anni Ottanta del [...]]]> di Paolo Lago e Gioacchino Toni

[Lo scritto che segue riprende alcune tematiche approfondite in un libro in fase di ultimazione dedicato alla messa in scena delle banlieue nel cinema francese].

Facendo riferimento alla produzione cinematografica francese, a partire dagli anni Ottanta, in ambito critico, si è teso a distinguere tra film en banlieue, ambientati nelle periferie, e film de banlieue, in cui compaiono rappresentazioni di soggettività periferiche, di scissione rispetto a un corpo unitario, capaci di offrire punti di vista altri – periferici, appunto – rispetto a quelli egemonici.

Caratteristiche ricorrenti nel cinema francese che sin dagli anni Ottanta del secolo scorso ha inteso occuparsi delle periferie sono gli agglomerati urbani popolari, la varietà etnico-culturale di chi vi risiede e la spazialità chiusa e cementificata. A questi si aggiungono elementi secondari, più o meno presenti, come il ricorso all’abbigliamento sportivo griffato, la musica rap e la cultura hip-hop, il traffico di cannabis, gli spostamenti ferroviari, il linguaggio gergale, la presenza di gruppi di giovani sfaccendati e annoiati nelle aree pubbliche, il confronto con la polizia e la diffidenza nei confronti dei media.

Ripercorrendo lo sviluppo di questo cinema si possono cogliere tanto le trasformazioni delle periferie e della composizione sociale che le abita, quanto l’intenzione di disinnescare gli stereotipi delle rappresentazioni mediatiche attraverso opere intime e anti-spettacolari o insistendo sulla complessità del tessuto sociale.

In molti di questi film la periferia tende a essere identificata soprattutto da un contesto urbanistico-architettonico alienante e dalla centralità riservata a un soggetto maschile, giovane, di discendenza straniera e deviante, lasciando per tutti gli anni Ottanta e Novanta nell’ombra le figure femminili che inizieranno a conquistare importanza soltanto con il nuovo millennio sebbene, non di rado, costrette a mascolinizzarsi nei costumi e negli atteggiamenti per ritagliarsi spazio in un universo strutturato al maschile.

L’eterogeneità delle opere che hanno affrontato l’universo delle periferie francesi e i loro abitanti rende difficile definire un corpus unitario. Djinn Carrenard, regista autodidatta di origini haitiane, ad esempio, ha fatto ricorso alla definizione di cinéma guérilla per indicare quel tipo di opere sulle periferie realizzate da chi vi proviene ricorrendo a pratiche di autoproduzione a bassissimo budget1.

Al cinema delle/sulle periferie francesi “Radio France” ha dedicato nel 2012 una serie di documentari radiofonici intitolati Génération HD, ou l’explosion d’un cinéma urbain in cui è stato messo in luce come il diffondersi di macchine da presa digitali ad alta risoluzione a costi contenuti abbia consentito a numerosi/e film-maker privi/e di disponibilità economiche importanti di realizzare opere audiovisive sulle periferie.

Uno studio sistematico delle produzioni sorte in seno alle banlieue si deve alla giornalista e critica cinematografica franco-burkinabe Claire Diao2 che a tal proposito ha introdotto l’etichetta Double Vague intendendo sottolineare la doppia cultura (francese e di origine) di tali autori e autrici delle periferie e il fatto che tali produzioni sembrano travolgere, come un’onda, la convenzionalità del cinema francese.

Per comprendere il valore sociale di tali film Carole Milleliri3 ha invece indagato il ricorso all’etichetta cinéma de banlieue da parte della stampa francese per designare un genere che pur nella sua instabilità è stato recepito nell’arco di tre decenni a partire da alcune precise caratteristiche narrative, estetiche e tematiche.

Nel periodo compreso tra gli anni Ottanta e la metà del decennio successivo, riferendosi ai film girati nelle periferie francesi con budget modesti da registi spesso esordienti e provenienti dal medesimo contesto sociale messo in scena, la stampa ha spesso evidenziato la loro capacità di dare nuova visibilità alla componente giovanile maschile delle banlieue. Sebbene non ancora identificati come cinéma de banlieue, la critica ha guardato a questi film sottolineando l’importanza da loro assegnata agli ambienti periferici e alla composizione etnica e sociale che li abita, tutti elementi utili a comprendere meglio i cambiamenti in corso nella realtà francese.

L’etichetta di film sur la banlieue con cui è stata accolto il lungometraggio Hexagone (1994) di Malik Chibane, girato nel sobborgo parigino di Goussainville, ha annunciato l’emergere di quello che, a partire da L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz sarebbe poi stato usuale definire cinéma de banlieue. La critica cinematografica francese ha colto nei film prodotti negli anni Novanta la presenza di una profondità psicologica estranea alle rappresentazioni mediatiche delle periferie, e un’indubbia capacità di mostrare l’ingiustizia sociale, l’indifferenza delle istituzioni, la brutalità poliziesca e il disprezzo subito da chi vive le periferie da parte del resto dei francesi. Con il passaggio al nuovo millennio, poi, la critica ha notato un’inedita attenzione nei confronti dei personaggi femminili e ha colto la volontà di non limitarsi a rappresentare le periferie come soli spazi di oppressione, ma anche come terreno fertile per una possibile emancipazione culturale e sociale.

Allargando lo spettro dei film esaminati al di là di quelli realizzati da chi proviene dalle periferie, film come L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz, I Miserabili (Les Misérables, 2019) di Ladj Ly e Athena (2022) di Romain Gavras hanno il merito di proporre non solo una riflessione sui rapporti tra centro e periferia ma anche sulle molteplici strutture di potere con cui gli abitanti delle banlieue devono fare i conti quotidianamente.

Tutti e tre i film si prestano ad essere analizzati attraverso l’ottica dello spazio. In essi emerge una netta contrapposizione tra lo spazio del centro della città e quello della periferia. Quest’ultima può essere considerata come una vera e propria “eterotopia”, un termine coniato da Michel Foucault per indicare una sorta di “spazio altro”, separato dal normale contesto quotidiano4. Ciò significa che la stessa quotidianità della banlieue sfugge alla ‘normale’ quotidianità dello spazio cittadino. Se, infatti, i lembi di centro parigino che vediamo, ad esempio, ne L’Odio, sono connotati dalla ripetitività della produzione e del consumo e attraversati da un movimento incessante (le persone che camminano per le strade illuminate, il traffico di automobili) legato ai ritmi del lavoro e del tempo libero, le banlieue sono il regno di un tempo che scorre inesorabile e inconsolabile nella sua perdita incessante, una temporalità scandita dai ritmi nomadici del vagabondaggio e del passaggio da una situazione più o meno legale ad un’altra.

La macchina da presa di Kassovitz ci mostra dei giovani che sembrano danzare sulle cristalline volute del tempo, il quale si palesa nella sua forma meccanica più opprimente, un orologio immaginario che scandisce i vari momenti della giornata, dal mattino alla notte fino ai primi momenti del giorno successivo a quello in cui inizia l’azione, sfolgoranti nel loro tragico epilogo. L’eterotopia della banlieue è perciò connotata anche da un’eterocronia, da un tempo altro, in quanto, dice Foucault, «l’eterotopia funziona appieno quando gli uomini vivono una sorta di rottura assoluta con il proprio tempo tradizionale»5.

Le banlieue sono uno spazio di rottura del tempo tradizionale inquadrato nelle logiche cittadine e borghesi incentrate sul ritmo della produttività. I banlieusard sono esseri umani di rottura, non appartengono alla temporalità del centro cittadino. Essi fanno parte di una classe sociale liminale che già nei primi decenni dell’Ottocento, a Parigi, è stata emarginata perché accentratrice di paure e di orrore: come ricorda lo stesso Foucault, «con l’epidemia di colera del 1832, che comincia a Parigi per diffondersi in tutta l’Europa, si cristallizzarono un insieme di paure politiche e sanitarie suscitate dalla popolazione proletaria o plebea»6. E, continua lo studioso, «a partire da quest’epoca si decise di dividere lo spazio urbano in settori ricchi e settori poveri»7.

Le banlieue sono separate perché in esse è presente il germe della malattia di un tempo ‘altro’, non fondato sul lavoro e sulla produzione; nell’ottica del centro, i giovani delle periferie sono ‘malati’ e segnati dal rifiuto del tempo tradizionale. Le banlieue sono le spirali irradiatrici di una malattia che si può diffondere al cuore pulsante della produttività: ecco perché devono essere tenute lontane e segregate, mentre i loro abitanti, quando si recano nel centro, devono essere immediatamente rinchiusi o allontanati, come succede ai protagonisti del film di Kassovitz.

Le periferie sono il nuovo deserto abitato dai nomadi, sono il nuovo Oriente magico e corruttore che, nell’ottica imperialistica della Londra vittoriana, avrebbe potuto minare il nucleo pulsante dell’impero. Non è un caso che il vampiro Dracula, che sovverte i ritmi di sonno e di veglia facendo della notte il suo regno ribelle, giunga proprio a portare la sua malattia nel centro stesso di quell’impero, la già ricordata Londra governata dalla regina Vittoria, dalla quale partono sempre nuovi commercianti e nuovi eserciti per assoggettare l’ozioso Oriente. Come nota Edward Said, per un viaggiatore di lingua inglese del XIX secolo, l’Oriente era sinonimo di India, possedimento della Corona britannica e «attraversare il Vicino Oriente significava per lo più essere diretti alla principale colonia di Sua Maestà»8.

Quando si trovano a solcare le periferie, i ‘cittadini’ si comportano nello stesso modo del viaggiatore in questione: nella loro ottica, le banlieue sono un territorio sottomesso e assoggettato, indubitabilmente ‘inferiore’ al centro della città. In questo modo si comportano i giornalisti che, sempre nel film di Kassovitz, percorrono in automobile le strade della periferia a caccia di scoop sui recenti scontri avvenuti fra banlieusard e forze dell’ordine. Incontrando i tre giovani protagonisti del film, i giornalisti televisivi fanno loro domande sugli scontri considerandoli inequivocabilmente colpevoli. Non a caso, uno dei tre, Hubert (Hubert Koundé), dirà che i giornalisti si muovono nello spazio della banlieue come all’interno di un gigantesco zoo, rimanendo a bordo della loro auto per proteggersi dagli animali feroci. Le banlieue sono infatti degli anelli concentrici che costituiscono una sorta di zoo, una ‘riserva’ nella quale sono stati relegati gli indesiderati dal centro.

Lo spazio della periferia può essere analizzato anche per mezzo delle teorie che Deleuze e Guattari espongono in Mille Piani: uno “spazio liscio”, connotato come il deserto abitato dai nomadi, che si oppone allo “spazio striato” della città, percorso dal controllo e dal nomos, la legge reticolare che geometricamente lo suddivide9. Il controllo, sotto le sembianze di pattuglie di polizia, attraversa continuamente gli spazi desertici delle periferie, li controlla, cerca di sottoporli ad una ‘striatura’ continua. Lo vediamo ne L’Odio ma soprattutto ne I Miserabili, realizzato da un autore che viene dalla periferia messa in scena, incentrato sulle vicende di tre poliziotti in pattuglia attraverso la banlieue. Nonostante i poliziotti siano ormai conosciuti da tutti gli abitanti, essi cercano costantemente di mimetizzarsi assumendo le modalità di comportamento tipiche dei banlieusard e aspirando ad una vera e propria metamorfosi. Come notano Deleuze e Guattari, del resto, lo Stato, fin da tempi remoti, non ha una propria macchina da guerra e cerca di appropriarsi di quella che i due studiosi chiamano “macchina da guerra nomade”, cioè l’apparato di combattimento proprio dei nomadi del deserto10.

Chris (Alexis Manenti), il capopattuglia, si comporta spesso in modo arrogante e violento con gli adolescenti di origine africana che incontra nelle vie della banlieue e la stessa pattuglia ha stipulato degli accordi non scritti con i banlieusard più anziani che controllano il territorio. La pattuglia della polizia non è altro che una delle numerose bande che scorrazzano per le vie periferiche: fra di esse vi è anche quella degli zingari, proprietari di un circo dal quale è stato rubato un cucciolo di leone da Issa, un ragazzino di colore appartenente alla banlieue. Gli zingari minacciano una vera e propria guerra contro quest’ultima se il leoncino non verrà loro restituito. Da adesso in poi, i tre poliziotti, per scongiurare un conflitto dagli esiti terribili, saranno esclusivamente impegnati nella ricerca del piccolo leone che si trova da qualche parte nel quartiere. Non è un caso che nel film, per le vie periferiche, si aggiri adesso il cucciolo di un animale feroce al quale sono probabilmente accostati i giovani e i ragazzini del quartiere che, nelle sequenze finali, tenderanno un’imboscata alla pattuglia. Ecco che, per certi aspetti, si realizza ciò che aveva pensato Hubert ne L’Odio: gli spazi della banlieue sono un enorme zoo nel quale si aggirano belve feroci. Trasformandosi in banda armata, tramite le pattuglie lanciate come schegge impazzite attraverso le periferie, lo Stato cerca di controllare e reprimere, come scrivono Deleuze e Guattari, sia il “vagabondaggio di banda”, sia il “nomadismo di corpo”11.

Lo scontro fra le due “macchine da guerra”, quella nomade e quella dello Stato, è descritto ampiamente in Athena. Dopo un assalto dei banlieusard al commissariato di polizia per vendicarsi dell’uccisione di un ragazzo, si scatena una vera e propria guerra che assume tonalità epiche. Nella prima parte del film vi è una compenetrazione continua fra i due spazi, quello del centro e quello della periferia. Frammenti di “spazio liscio” si staccano da esso per dirigersi verso lo “spazio striato” mentre quest’ultimo risponde facendo frequenti incursioni verso il ‘deserto’ nomadico. Nella seconda parte, invece, lo “spazio liscio” si fa fortezza e sembra trasformarsi esso stesso in polis, in cittadella autorganizzata e fortificata. I ragazzi delle periferie, schierati in un vero e proprio esercito predisposto alla battaglia, assumono chiare connotazioni da eroi epici (un rimando all’epica e al mondo classico in genere è riscontrabile anche nello stesso titolo del film). La macchina da presa offre adesso inquadrature dal respiro epicizzante che trasformano i giovani emarginati e ‘sottomessi’ della periferia in eroi, un po’ come aveva fatto Pasolini con Accattone (1961), in cui a commentare il vagabondaggio del protagonista attraverso le borgate vi è la musica ‘alta’ della Passione secondo Matteo di Bach.

D’altra parte, Pasolini non è nuovo a questo tipo di modalità stilistica: già in Ragazzi di vita (1955) aveva trasformato le avventure di giovani ladri e prostituti in vicende dalle tonalità epiche. L’immaginario quartiere di Athena si trasforma allora in cittadella fortificata, nell’antica rocca che fa da sfondo non solo a molti racconti epici ma anche a molte tragedie. Karim (Sami Slimane), il giovane capo della rivolta nonché fratello del ragazzo ucciso, potrebbe apparire quasi come una versione maschile di Antigone, l’eroina di Sofocle che, nell’omonima tragedia, sfida il potere di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice.

All’interno del quartiere, trasformatosi in fortilizio, ci sono i suoi miti abitanti, soprattutto anziani e giovani donne di origine africana ma anche, probabilmente, irachena, iraniana o pakistana, che, con i loro bambini in braccio, assieme alle donne più anziane (fra i quali spicca la madre di Karim e degli altri suoi fratelli, ferita dalla perdita di un figlio), possono assumere i tratti delle lamentatrici funebri presenti nel coro di diverse tragedie antiche. Un altro elemento tipicamente tragico è poi il topos della “casa che crolla”, poiché il quartiere verrà devastato dalla guerriglia, mentre la famiglia di Karim alla fine della vicenda appare letteralmente dilaniata.

Il quartiere, come già notato, assume in questi momenti i caratteri tipici di un’eterotopia poiché appare come un luogo nettamente separato dall’esterno, una vera e propria spazialità arroccata in sé stessa. Tali connotazioni assumono ancora tonalità epiche e tragiche, fino ad assomigliare a quelle che caratterizzano le rocche antiche asserragliate e poi espugnate fra cui indubbiamente spicca la città di Troia, raccontata dall’Iliade e dall’Ilioupersis. Il quartiere, arroccandosi in sé stesso, dimostra anche la sua totale separazione ed esclusione rispetto allo spazio circostante fino a trasformarsi, quasi, in “eterotopia di deviazione” nella quale, secondo Foucault, «vengono collocati gli individui che hanno un comportamento deviante rispetto alla media o alla norma richiesta»12.

Nei tre film analizzati, perciò, le periferie possono essere definite come degli “spazi lisci”, nettamente separati, che lo Stato cerca in ogni modo di “striare”, di rendere somiglianti a sé stesso eliminando peculiarità e differenze. Queste ultime, però, continuano inevitabilmente a sussistere e gli spazi nomadici e lontani delle periferie vengono stigmatizzati ed emarginati dal centro pulsante del potere che sembra non riuscire a comprendere le profonde esigenze dei loro abitanti. E i film in questione narrano le lotte senza fine fra centro e periferia le quali assumono connotazioni mitiche, oniriche, epiche e tragiche pur rimanendo, alla fine, terribilmente reali.


  1. Djinn Carrenard, J’ai fait un film avec 150 euros: mon manifeste guérilla de l’auto-production, in “L’OBS – Le Nouvel Obs Le Plus”, 3 novembre 2011. 

  2. Claire Diao, Double Vague. Le nouveau souffle du cinéma français, Au Diable Vauvert, Vauvert, 2017. 

  3. Carole Milleliri, Le cinéma de banlieue: un genre instable, in “Mise au point”, 3, 2011. 

  4. Cfr. M. Foucault, Eterotopie, in Id., Estetica dell’esistenza, etica, politica. Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, Milano, 2020, pp. 307-316. 

  5. Ivi, p. 313. 

  6. M. Foucault, La nascita della medicina sociale, in Id., Il filosofo militante. Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 236. 

  7. Ibid

  8. Cfr. E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 171. 

  9. Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010, pp. 451-458. 

  10. Cfr. ivi, p. 426. 

  11. Cfr. ivi, p. 439. 

  12. M. Foucault, Eterotopie, cit. p. 312. 

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Sulle piste delle canaglie https://www.carmillaonline.com/2023/11/27/sulle-piste-delle-canaglie/ Mon, 27 Nov 2023 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80155 di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia; La Santa Canaglia. Etnografia di militanti politici di banlieue; Ombre Corte, Verona 2023, 345 pp. 25€

Approcciare il tema della militanza politica nelle banlieue del XXI secolo significa entrare a contatto con uno dei fronti caldi delle fratture sociali che agitano l’Europa in crisi, ed è fondamentale che a guidare l’operazione sia una volontà politica più che un’intenzione accademica. Già nel 2022 Bugliari Goggia aveva aperto la questione con il volume Rosso Banlieue1, il cui sottotitolo era quanto mai esplicito: Etnografia della nuova composizione di classe [...]]]> di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia; La Santa Canaglia. Etnografia di militanti politici di banlieue; Ombre Corte, Verona 2023, 345 pp. 25€

Approcciare il tema della militanza politica nelle banlieue del XXI secolo significa entrare a contatto con uno dei fronti caldi delle fratture sociali che agitano l’Europa in crisi, ed è fondamentale che a guidare l’operazione sia una volontà politica più che un’intenzione accademica.
Già nel 2022 Bugliari Goggia aveva aperto la questione con il volume Rosso Banlieue1, il cui sottotitolo era quanto mai esplicito: Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi.

Nel primo volume si era indagata la forma che aveva preso nel tempo la composizione subalterna: dalla fine degli operai bianchi nelle cittadelle rosse con le loro rappresentazioni politiche ed estetiche, ad un ibrido sociale a prima vista più simile al lumpenproletariat, dove la rappresentanza non c’è e la linea del colore innerva la comunità.

Un’evoluzione che ha il suo perché nella linea liberista che, dopo aver sconfitto l’ultima insorgenza operaia (se proprio operaia vogliamo chiamarla), ha seguitato a far la sua guerra agli umani senza sosta, nell’obbiettivo di costruirsi un mondo a sua dimensione e disposizione.
Dismesse tutte le architetture di forza costruite dal basso, la banlieue si è avviata a diventare terreno della crisi dove la geografia urbana, il lavoro precario, lo stato sociale smantellato, il controllo poliziesco, tutto concorre a costruire le precondizioni per lo sviluppo di una forza lavoro che langue ai limiti della sopravvivenza ed è perennemente disposta ad entrare, in numeri esigui e a qualunque condizione nei meccanismi della produzione.

Ma se questo è il disegno liberista, altrettanto è vero che la banlieue ha anche un altro volto. Quello del territorio dove la solidarietà comunitaria e di classe tiene insieme le possibilità di una vita comune, dove le condizioni di subalternità sono stemperate e combattute grazie all’azione diffusa e poliforme di una costellazione di gruppi e associazioni che si muovono dal basso, dove ci si ritaglia un senso di appartenenza e di identità e, soprattutto, dove si è in grado di rivoltarsi in massa contro la violenza dello stato di cose presenti.
È qualità umana, d’altronde, saper abitare l’inabitabile.

Delineato lo scenario complessivo con il primo volume, La Santa Canaglia si propone come un approfondimento ulteriore che si incastra e dialoga alla perfezione con il lavoro precedente: identificato il soggetto osserviamo le forme e le istanze della sua resistenza; quali sono le forze in grado di dare una struttura al sentimento di parte e ai bisogni dal basso, quali i processi di attivazione e politicizzazione possibili nella cornice delle banlieue.

Il filo conduttore della ricerca, ciò che tiene insieme il tutto è il posizionamento del ricercatore: non uno scienziato che osserva dall’esterno ma un militante che agisce dall’interno, che opera un lavoro politico. Questo rende possibile l’intreccio di sapere “scientifico” e volontà politica: si mette in movimento una ricchissima mole di riferimenti teorici, analisi e griglie di interpretazione, ma li si piega alle necessità di una inchiesta militante, il cui obbiettivo è essenzialmente quello di porsi a disposizione della lotta, di mettere in condivisione un sapere di modo che sia strumento di emancipazione e battaglia. Nello specifico, identificando e restituendo i contorni del processo di resistenza che porta gli abitanti delle periferie francesi a rifiutare il ruolo imposto di carne da macello per il mercato e farsi soggetto collettivo autonomo.
Non è casuale né accidentale che gli stessi titoli richiamino il lavoro di Danilo Montaldi, Militanti politici di base.

Costituendosi come il campo dei “senza voce”, la gioventù banlieusard trova una propria lingua e si impone al mondo tramite le emeutes, i riot o le rivolte. Attraverso il fuoco e la battaglia di strada riescono ad attirare su di sé gli occhi della società, a (ri)vendicare la propria esistenza.
Ed è ovvio che una narrazione egemone che li vuole docili e muti spinga immediatamente per dipingerli come bande di criminali, di delinquenti da punire; che insinui il dubbio di una regia mafiosa o jihadista, che punti il dito contro le stesse famiglie dei giovani che si mobilitano.
D’altronde non è molto diverso nei momenti di quiete, solo i toni sono più subdoli e pacati, ma la sostanza è quella. Criminalizzare la protesta e mistificare le sue istanze è il processo base per togliere spazio e legittimità politica ai subalterni.
Il politico che firma decreti drastici, il commentatore televisivo che sparge veleno e lo sbirro che ammazza in strada non sono che miseri pezzetti di un ingranaggio vorace votato al dominio e al profitto.

Eppure le rivolte, che sembrano venire dal nulla e andare nel nulla, non sono fuochi fatui. Niente avviene per caso o si genera dal nulla. La possibilità stessa delle emeutes poggia sulla sostanziale solidarietà di classe che innerva tutto il tessuto sociale dei quartieri.
Una istintiva coscienza politica, che non necessita di seminari di formazione, permette di riconoscersi tra eguali, di serrare i ranghi e muoversi nella stessa direzione.
E difatti le banlieue partecipano delle rivolte. La complicità permette il suo replicarsi e perdurare: se i petits sono in strada a scontrarsi con la polizia, il resto del quartiere è lì per proteggerli e offrirgli riparo, le formazioni militanti sono lì per fornire il supporto logistico e politico.

Non vi è una regia occulta, non vi sono generali e fanti in questi balzi in avanti, un sogno che accomuna grottescamente politicanti dell’antagonismo d’accatto e questurini di carriera.
Vi è una dialettica costante che vive dentro i rapporti del quartiere in cui le rivolte non fungono che da acceleratore. È in quelle fasi che l’istinto, la coscienza politica, è propedeutica alla consapevolezza politica, ovvero la sua messa a sistema ed il suo incanalamento dentro una pratica organizzata. Classe in sé e classe per sé, per riprendere la terminologia marxiana evocata nel volume non procedono secondo una traiettoria lineare e teleologica, ma sono in costante relazione, soggette a frettolose ritirate e bruschi avanzamenti. L’una è base costante e minima, l’altra è il suo zenit contingente e messo in forma.

Ne consegue che la rivolta non è l’unica lingua che parla la banlieue. La solidarietà di classe è alimentata ed alimenta realtà collettive che tessono una fitta trama di relazioni e possibilità dentro il quartiere, che incanalano le energie cercando di dargli ossigeno e forza.
E quest’indagine nel darne conto non si limita a ripercorrere la storia delle formazioni e delle modalità della politica dal basso dei quartieri, perennemente strette tra ipotesi di rappresentanza e autonomia, tra repressione e cooptazione; ma la lascia che a parlare siano gli stessi militanti politici di banlieue.
Attraverso stralci di interventi ad assemblee pubbliche, o con lunghe interviste, è la voce diretta di chi organizza il conflitto che restituisce la ricchezza dell’impegno e della militanza, le differenti traiettorie, lo scontro e la convergenza delle ipotesi.

Ne emerge una galassia frastagliata e multiforme, contraddittoria, a volte in competizione, altre in collisione, altre ancora in convergenza, ma dove torna costantemente il tentativo di costruire una potenza comune. L’attività sociale e mutualistica convive con le battaglie vertenziali e l’azione diretta; associazioni di quartiere e collettivi autonomi si muovono indipendentemente sul locale ma si collocano strategicamente su di una dimensione di reti o piattaforme nazionali.
Ciò che tiene insieme il tutto, nella prassi, è l’aderenza al bisogno: ci si muove ed organizza sulle necessità materiali che emergono dalle strade, siano esse quelle della casa, della salute o della socialità. Su queste verte l’intervento principale delle formazioni, per portare i territori sul piano della lotta.

Ma, ed è un “ma” che pesa come il monte Tai, la prospettiva non si limita all’immediato. Perimetrare l’azione sul bisogno permette l’osmosi col proprio tessuto sociale ma diventa assistenzialismo fine a se stesso laddove non trovi corrispondenza con un piano di sviluppo della forza, che sappia trasformare le piccole mobilitazioni in processi di cambiamento radicale. Ed ecco perché vi è il continuo sforzo nel tessere una rete che sia sempre più ampia, più fitta e determinata, come ecco perché della presenza militante nelle emeutes.
Questo rapporto tra spontaneità ed organizzazione è ciò che permette il perdurare di un humus collettivo in grado di sfidare le curve della crisi, del restringimento degli spazi di legittimità ed il ritornare continuo delle rivolte, sempre più larghe e approfondite.
Ultima quella che questa estate ha infiammato l’intera Francia a seguito dell’omicidio di un diciassettenne per mano di un poliziotto e che ha segnato un picco di radicalità finora inedito, sia nelle pratiche di piazza che nella risposta militare dello stato.

Sono schegge di un presente avanzato, o di un futuro già superato, quelle che vengono ricomposte nella banlieue. Qui sta il compimento dell’intenzione politica alla base dell’inchiesta.
Quello che viene disegnato non è un quadro da osservare per il piacere di un orientalismo militante.
La banlieue è scandagliata nel profondo perché è uno dei laboratori avanzati su cui si sperimenta un modello di dominio sociale da applicare poi serialmente. Alla stessa maniera l’osservazione delle sue forme di lotta getta luce sulle resistenze a venire.
Non è un caso che la storica separazione francese tra movimenti delle città, tendenzialmente bianchi e di classe media, e movimenti di periferia si sia andata assottigliando negli ultimi anni. Più la ristrutturazione liberista procede a investire i punti più fragili della ville e trascinarne gli abitanti nel pantano, più condizioni materiali e forme di opposizione vanno accomunandosi.

La citè in fiamme, la citè che si organizza non è che un frammento della realtà. Ma è nei frammenti che si può osservare riflesso un intero universo.
Va da sé che la specificità delle periferie francesi non può essere fotocopiata bell’e buona in altre realtà. Il retaggio coloniale, la rigidità identitaria della république, la storia del declino operaio e delle comunità black e beur, le politiche sociali e quelle repressive, non sono elementi che si possono aggirare; sono anzi gli elementi che vanno analizzati per comprendere il fenomeno.
Parigi non è Milano, che non è Los Angeles né Berlino.
Eppure nessuno può negare come colonia, carcere, sfruttamento, dominio siano gli assi portanti di una architettura generalizzata che, questa si, non conosce confini.

Un’analisi che tenga conto degli elementi concreti e specifici della situazione è essenziale per orientare l’azione, ma ancor di più per cogliere il generale nel particolare, gettare ponti che superino il limite del locale. Se un pezzo di Parigi può essere pescato a Milano, allora possono incontrarsi anche le loro lotte. Dialogare, stringersi, accumulare potenza.

La Santa Canaglia è un’osservazione completa, che unisce metodo e intenzione, realtà quotidiana e profondità teorica, restituendo un lavoro che può essere punto di partenza per ulteriori ed affini tentativi di studio, ma che può anche essere letta come una guida al lavoro della sovversione dell’esistente.
D’altronde di canaglie son piene le strade, quel che occorre che si dotino di un linguaggio comune che ne “santifichi” la forza.


  1. ne avevamo scritto qui  

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Cronache marsigliesi /8: la guerra civile in Francia. Un tentativo di bilancio https://www.carmillaonline.com/2023/07/13/cronache-marsigliesi-8-la-guerra-civile-in-francia-un-tentativo-di-bilancio/ Thu, 13 Jul 2023 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78242 di Emilio Quadrelli

La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)

I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una [...]]]> di Emilio Quadrelli

La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)

I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una lettura politica di quanto andato in scena. Una lettura che, senza una base empirica, diventa puro esercizio retorico. “Solo chi fa inchiesta, ha diritto di parola” e a partire da Mao, ma si potrebbe aggiungere tranquillamente da tutta la storia dello “operaismo”, abbiamo cercato in tutti i nostri articoli di mantenere questa “linea di condotta”.
Diamo pertanto, senza fronzoli di troppo, la parola a M. R., operaio precario dell’edilizia attivo nel Collectif Chomeurs Precaries.

Che percezione c’è nei “quartieri” a Marsiglia dopo la rivolta?
Allora, in linea di massima, c’è un senso di soddisfazione abbastanza generalizzata. Questo è ampiamente comprensibile perché, almeno per sei giorni, i “quartieri” sono stati in grado di riversare, e con gli interessi, ciò che abitualmente subiscono. Questo è un fatto che puoi facilmente constatare attraversando una qualunque zona ghetto. La polizia, almeno per il momento, sta tenendo un profilo basso il che rafforza l’orgoglio della banlieue anche se questa calma, più che essere la ratifica di un mutamento dei rapporti di forza, appare come la classica calma che precede la tempesta. Questo è il timore che cogli se esci dalle fasce giovanili. Mentre i petit sono decisamente esaltati perché ritengono di aver vinto, gli altri, che sono passati più volte per l’inferno pensano che le ricadute repressive potrebbero essere molto pesanti.

Ma questo significa che nei “quartieri” vi è una rottura interna?
No, questo no diciamo che, piuttosto, mentre i più giovani focalizzano lo sguardo sull’immediato, gli altri cercano anche di pensare a cosa accadrà a breve. Questa non è una cosa sbagliata ma che rimanda, per quanto magari non esplicitata in maniera chiara, a una visione e consapevolezza politica che ha più di una ragione di essere. In qualche modo molti nei “quartieri” si chiedono: “Adesso cosa facciamo, adesso cosa succede?” Credo che la sintesi esatta di quanto è accaduto possa sintetizzarsi così: una vittoria militare a fronte di una sostanziale debolezza politica. Il che non è proprio una novità, a fronte di una capacità militare e volontà di combattimento che non trovi da nessuna altra parte, ti ritrovi sempre dentro una difficoltà a trasformare in forza permanente, come esercizio di contro potere effettivo, tutto ciò che è stato messo in campo nella battaglia di strada.

Questo vuol dire che la rivolta, almeno sul piano organizzativo, ha lasciato tutto come prima?
Non è facile dare una risposta a questa domanda. Non lo è perché l’internità politica, anche la nostra per carità, a tutto quello che è successo è stata veramente minima per cui quello che possiamo dire con onestà è solo il frutto di alcune relazioni e contaminazioni periferiche con questi mondi. Sulla base di queste possiamo dire che le gang dei petit ne escono notevolmente rinforzate e agguerrite. Non bisogna dimenticare la quantità di armi che sono state sottratte nel corso delle sei giornate il che significa che, di fatto, c’è un livello di armamento operaio e proletario non proprio irrisorio ma è anche vero che, al momento, nessuno è in grado di dire come verranno utilizzate queste armi. Diciamo che l’ipotesi più probabile è che si scivoli dentro, uso un termine che non ha bisogno di molte spiegazioni, un militarismo tanto eroico quanto suicida. Questo, ovviamente, non è scontato, ma se su tutto ciò non si innesta una prospettiva di lotta di lunga durata il rischio c’è anche perché i petit, di loro, hanno una mentalità più affine all’insurrezione, intesa come spallata, che a una lotta che comprende tattica, strategia e disciplina. Per molti versi possiamo dire che vi è una situazione che non si è ancora cristallizzata e quindi un vero bilancio è veramente difficile farlo. In tutto ciò non bisogna sottovalutare il modo in cui, nel suo insieme, la società legittima ha reagito e sta reagendo. Forse è dai tempi dell’Algeria, almeno a memoria d’uomo, che non si vedevano livelli repressivi militari così alti e il richiamo all’Algeria ha a che fare anche con un altro aspetto, in campo sta scendendo, anche sul piano militare, un intero fronte di classe. L’apparire delle “ronde fasciste” va considerato e osservato non come qualcosa che rimanda al passato perché questi non sono i fascisti di ieri ,che cercano di avere un po’ di notorietà nel presente, ma un fronte di classe nazionalista che rappresenta ampi strati di società francese.

Quindi, se quanto affermi è vero, è stato giusto dire, come abbiamo fatto, che siamo di fronte all’incipit della guerra civile?
Penso proprio di sì ma questo non deve stupire. L’epoca attuale è contrassegnata da crisi, guerre dentro uno scenario che vede un obiettivo tramonto dell’occidente, questo riaffiorare del nazionalismo ha ben poco di nostalgico, questo nazionalismo è un frutto moderno e contemporaneo che allinea un fronte di classe anche variegato. Contro la rivolta non vi è solo la grande borghesia ma tutte le classi intermedie e pezzi di classe operaia. La solidarietà mostrata nei confronti del poliziotto omicida non deve essere presa sotto gamba perché mostra come intorno alla polizia e a ciò che rappresenta, si coagulano diverse forze sociali. Qua non si tratta di gridare al fascismo e neppure Le Pen, per essere chiari, pensa di restaurare Vichy, ma di cogliere la messa in atto di una guerra civile su basi nazionaliste intorno alla quale si coagulano diversi pezzi di società. Questo meccanismo è in atto e, come sempre, a un certo punto le cose cominciano a marciare da sole. Questo fa capire anche la cautela che c’è tra la gente dei “quartieri”. Però questo indica anche un’altra cosa, la possibilità che questa situazione offre alle forze rivoluzionarie ma, e lo ripeto sino alla noia, bisogna uscire dall’estetica del conflitto e dalla logica della spallata. In Francia, oggi, va sperimentata una forma organizzativa, su più piani, che sia in grado di instaurare un dualismo politico a tutti gli effetti. Chiaramente questa scommessa è tutto tranne che facile e scontata. Quello che sta andando in scena in Francia, nonostante le indubbie particolarità che ovviamente vi sono e vengono da lontano, ha a che fare con un modello politico e sociale che appartiene al mondo capitalista contemporaneo e, proprio per questo, credo che sia un errore, come spesso accade, ridurre il tutto al “caso francese”. Io credo che in quanto sta accadendo dobbiamo leggere una tendenza in atto del comando capitalista e non il frutto di ciò che viene comunemente definita “frattura coloniale”. Se guardiamo bene la Francia, in realtà, è il laboratorio europeo del modello americano e quindi del punto più avanzato dello sviluppo capitalista.

Questo mi sembra veramente il cuore della questione e mi spiego. Tutti hanno osservato come il livello di scontro di questi sei giorni sia stato di un tale portato da far impallidire persino le rivolte del 2005 e del 2006 le quali non erano state certamente una bagatella. Questo sembra essere vero sia per come si sono mossi i “quartieri”, sia per la risposta militare messa in atto dallo stato. Nel 2005 e 2006 lo stato si è mosso ponendo in atto, accanto alla repressione militare e poliziesca, un tentativo di politiche sociali finalizzate a gestire, non solo in termini di guerra e conflitto, la questione banlieue. Al proposito basta ricordare la quantità di interventi di politologi, sociologi e intellettuali che si erano riversati sul popolo dei quartieri e, insieme a questi, anche il proliferare di organismi sociali in banlieue. Oggi, invece, sembra che l’unico linguaggio che lo stato è disposto a parlare è quello della guerra. Allora, se tutto questo è vero, questa rivolta più che in continuità con il passato sembra incarnare una rottura del presente. Le cose possono essere viste in questo modo?
Cominciamo con il dire che sicuramente lo scontro posto in atto da entrambe le parti è sicuramente incommensurabile a quanto visto nel 2005 e nel 2006 ed è sicuramente giusto rilevare come, questa volta, la risposta statuale sia stata unicamente militare. Sono passati diciotto anni e in questo periodo sono cambiate parecchie cose. La crisi del 2008, che in qualche modo è ancora lì, la guerra come linea strategica del comando capitalista a livello internazionale, la necessità, quindi, di pacificare le retrovie, la guerra preventiva a quella composizione di classe che incarna, in tutto e per tutto, la non possibilità di un patto sociale con il comando. Questo non ha più nulla di francese, secondo noi sbagliano quelli che leggono quanto sta accadendo come un continuum del colonialismo francese. Certo, questo c’è, ma quello che deve essere colto è come questa particolarità francese oggi si inserisce dentro un modello che caratterizza un po’ tutte le metropoli imperialiste occidentali che si stanno sempre più plasmando sul modello americano. Paradigmatico il modo in cui Macron ha attaccato le donne di banlieue. Di questo ne parlerai dopo con M. B.

Ciò che, in qualche modo, prefiguri è uno scontro a tutto tondo tra questo nuovo soggetto proletario e ciò che si sta coagulando intorno alla polizia. Abbiamo letto tutti il comunicato dei sindacati di polizia così come abbiamo dovuto constatare come la solidarietà, che poi in realtà è il dichiararsi favorevole con l’esecuzione di Nanterre, nei confronti del poliziotto omicida abbia trovato consensi non proprio irrilevanti infine, ma certamente non per ultimo, quanto le cosiddette ronde fasciste riscuotano un notevole consenso. Tutto questo, per la società francese, cosa significa? Cosa dobbiamo aspettarci?
Io credo che dobbiamo aspettarci una realtà sociale plasmata sul modello della società americana dove guerra di classe e guerra di razza si intersecano in continuazione anche se è molto utile precisare che quando si parla di razza bisogna precisare che si è neri perché si è poveri. Al fianco della polizia e dello stato non vi sono solo i bianchi, per questo ho più volte detto che qua non siamo dentro a alcun remake fascista, ma anche tutta quella popolazione, soprattutto araba che nel tempo ha acquisito un certo status sociale, che odia il nuovo proletariato. Impostare la lotta sul’antirazzismo significa non vedere che cosa concretamente è diventata questa società. Il fallimento a cui sono andate incontro tutte le associazioni di questo tipo presenti nei quartieri ne sono una buona esemplificazione.

Scusa se ti interrompo. Queste associazioni che ruolo hanno avuto nel corso della rivolta?
Ne sono state travolte e non poteva essere altrimenti. Sono diventate, e non da oggi, una struttura superflua e questo indica anche il mutamento di passo che c’è stato dentro la società francese. Ora provo a spiegarti. Tutte queste organizzazioni, nate anche con buoni propositi, facevano, direttamente o meno, parte di quel “pacchetto sociale” finalizzato a gestire i quartieri non solo in maniera militare. Ben presto, però, queste realtà, la cui esistenza dipende dai finanziamenti pubblici cosa che non bisogna dimenticare, si sono trovate di fronte a un bivio: o cercare di assolvere sino in fondo il loro ruolo di addomesticatori di una situazione sociale la quale, giorno dopo giorno, diventava sempre più esplosiva oppure farsi carico di questa. Farsi carico di questa, però, significava affrontare di petto alcuni nodi che chiaramente entravano direttamente in rotta di collisione con le politiche statali e cittadine nei confronti dei quartieri. Chi ha provato a farlo si è ritrovato con i fondi tagliati e con la quasi impossibilità di svolgere una qualche attività. Chi, per capirsi, si è del tutto integrato con la “linea dello stato” è stato foraggiato ma, in contemporanea, ha iniziato a essere odiato dentro i quartieri perché considerato, e con ampia ragione, come l’altra faccia della polizia. Durante la rivolta queste associazioni sono state attaccate e distrutte. Le poche associazioni non allineate sono semplicemente state scavalcate dagli eventi. La rivolta ha fatto tabula rasa un po’ di tutto di per sé, il fatto che vi siano solo macerie non è un male, bisogna vedere che cosa si sarà in grado di ricostruire.

Questa tabula rasa ha comportato anche l’azzeramento delle strutture islamiche?
Le uniche cose che sono rimaste in piedi delle realtà islamiche sono state le moschee, per il resto i petit non hanno fatto sconti a nessuno. Non sono state risparmiate le macellerie islamiche, le tabaccherie gestite da arabi o i negozi. Quelli che parlano di islamizzazione dei quartieri dicono solo cazzate. Per quello che ci è dato sapere molti Imam hanno cercato di fare da pacificatori ma nessuno è stato ad ascoltarli. Quella che si chiama , in giro c’è anche, è un discorso che appartiene prevalentemente alla vecchia destra, la reazione in atto è contro il proletariato non è di destra e borghese, questo è ciò che va compreso.

Grazie per averci fornito una lettura ben poco convenzionale di ciò che sta accadendo ora, però, torniamo a cosa succede adesso nei “quartieri”.Vi è una possibilità di interazione con questo settore proletario oppure tutto ciò che ha un qualche sapore di politico, dai petit, viene rifiutato a priori?
No, un rifiuto a priori non c’è, parlo almeno per quanto riguarda noi, però è anche vero che esiste una difficoltà enorme di comunicazione e di lettura della cornice diciamo culturale e esistenziale dei petit. Sicuramente rileviamo che gran parte di tutto il nostro armamentario politico e teorico con questi ha ben poco a che fare e che, quindi, occorre un grosso sforzo da parte di chi si ritiene avanguardia di ricalibrare la teoria comunista a partire da ciò che il movimento reale esprime. Su questo, però, occorre essere chiari per non finire in ciò che, di fatto, è l’intellettualismo del movimento. Qua non si tratta di sfornare analisi sociologiche o di fare delle interpretazioni più o meno fantasiose su ciò che accade, si tratta di stare dentro a ciò che il movimento reale esprime. In altre parole si tratta di andare sempre a scuola dalle masse e tenere sempre ben a mente che le masse del presente non possono mai essere uguali e neppure simili alle masse di ieri. Le masse, come noi tutti del resto, siamo il frutto di una realtà in perenne trasformazione. Il marxismo è un metodo non una verità assoluta e rivelata. Noi nei quartieri un po’ ci siamo, delle cose le stiamo facendo e sappiamo che dovremmo continuare, con pazienza, a percorrere questa strada. Solo l’internità alla classe può dare dei frutti, poi si vedrà.

Nel corso dell’intervista si è accennato alle donne di banlieue e come proprio contro di loro si sia riversato l’odio delle istituzioni in quanto considerate dirette responsabili dei comportamenti dei petit. Su questo aspetto riportiamo un sintetico ma molto significativo punto di vista di M.B., una giovane donna di banlieue, pugile agonista e attiva all’interno del Collectif boxe Massilia

Macron ha chiaramente tirato in ballo le famiglie e le donne di banlieue ree di non saper educare i figli. Di fronte a ciò il movimento femminista ha preso posizione?
Diciamo che su questo si è veramente toccato il fondo. Un attacco di questo tipo non si era mai visto, qua siamo veramente alla messa al bando di interi pezzi di società. In questo passaggio si consuma, sul piano formale, la stessa idea dell’esistenza della République. Questo attacco ci racconta di quanto sempre più la banlieue sia stata del tutto assimilata al modello dei ghetti americani. In questi sono le donne a vivere la condizione di maggiore oppressione e sfruttamento oltre a essere, quasi sempre, sole a gestire i figli. Su questo andrebbero dette e scritte una marea di cose, ma non è questo il momento. Ciò che va evidenziato è come di fronte a questo attacco specifico e mirato alle donne di banlieue il movimento femminista non abbia aperto bocca, A noi questo non stupisce perché da tempo ripetiamo che il movimento femminista è tutto interno allo stato e da questo è foraggiato. Il movimento femminista è un movimento borghese e non possiamo aspettarci certo da questo la nascita di strutture di autodifesa delle donne di banlieue. Ma le donne di banlieue non sono l’anello debole dei quartieri, semmai il contrario. Non è utopia pensare che proprio da loro possano prendere forme di organizzazione politica particolarmente avanzate. I presupposti, non solo oggettivi, ma soggettivi vi sono tutti e chi ha un qualche rapporto reale con questi mondi lo può facilmente constatare.

Chiusa questa prima parte abbiamo provato attraverso le parole di J. B., militante del Collectif Chomeurs Precaries e redattrice della rivista Revue Supernova, a dare uno sguardo sull’insieme di ciò che si sta muovendo in Francia dove, prima dell’esplosione dei “quartieri”, si era assistito a due grossi movimenti di massa, i gilet gialli e il movimento contro la riforma delle pensioni, per comprendere se e come questi movimenti hanno, in qualche modo interagito con il “popolo dei quartieri”. Infine abbiamo provato a capire in che modo le varie forze politiche hanno interagito con i petit focalizzando lo sguardo anche sui sommovimenti che la rivolta ha prodotto nel fronte borghese.

C’è stata una qualche interazione tra questa rivolta e i segmenti sociali che avevano dato vita al movimento dei “gilet gialli”
Come ben sai io vengo proprio da quella esperienza e ti ho spiegato anche i motivi per i quali, a un certo punto, l’ho abbandonata. D’altra parte quel movimento si è dissolto e oggi di esso non vi è alcuna traccia. Solo alcune delle persone con le quali ero in più in stretta relazione all’epoca dei gilet ha guardato con una qualche simpatia alla rivolta i più, però, mi sono sembrati contrari.

Eppure i gilet avevano mostrato una non secondaria radicalità e non sembravano particolarmente afflitti dal legalitarismo. Sicuramente non con i toni della rivolta attuale però, nel corso dei loro sabati, si era assistito a livelli di scontro di notevole spessore. Come mai, allora, questa distanza?
Mah, il problema è essenzialmente una questione di classe. Il movimento dei gilet era principalmente un movimento di settori sociali in via di proletarizzazione, di lavoratori autonomi in grave difficoltà e, cosa da non dimenticare, sviluppatosi in gran parte in quelle aree che vengono definite come “la Francia profonda”, ovvero molto poco cittadina. Era un movimento che esprimeva un grosso malessere sociale che aveva manifestato anche alcune punte di radicalizzazione, ma non era riuscito a darsi una chiara connotazione di classe tanto che non è mai riuscito a mettere in piedi uno sciopero. Quel movimento, alla fine, è andato per conto suo senza riuscire a collegarsi con altre realtà ma se ci pensi questa è la storia di tutti i movimenti che nell’ultimo periodo si sono espressi.

Questo mi porta inevitabilmente a chiederti se c’è stata una qualche interazione tra il “popolo della rivolta” e la composizione di classe scesa in piazza contro la riforma delle pensioni?
Direi proprio di no e la cosa non deve certo stupire. Si tratta di due ambiti completamente diversi che rimandano a postazioni e visioni del mondo ben difficilmente compatibili. Non esagero se dico che una parte di quelli che sono scesi in piazza per la riforma delle pensioni nei confronti della rivolta si sia posizionata sulla stessa lunghezza d’onda della polizia- Pensare che l’aristocrazia operaia possa inserirsi in massa dentro una prospettiva rivoluzionaria è pura follia, l’aristocrazia è parte dello stato e questo non da oggi. Storicamente l’aristocrazia operaia, nei momenti di crisi, si è sempre schierata, e anche in maniera attiva, con la borghesia. Ciò che mi riesce veramente difficile capire è come in tanti abbiano potuto prendere un simile abbaglio. Come ti ho detto ogni movimento è andato per conto suo, ma le cose sarebbero potute andare in altro modo? Io non credo. Siamo di fronte a una trasformazione complessiva delle condizioni di classe e ogni frazione di classe combatte a partire dal suo punto di vista. La borghesia in via di proletarizzazione non vuole diventare proletaria, l’aristocrazia operaia vuole rimanere tale e il nuovo proletariato combatte eroicamente contro tutto e tutti ma non ha un programma. Ma le cose vanno avanti e la piccola borghesia sarà proletarizzata e la aristocrazia operaia spazzata via e, a quel punto, se il proletariato sarà stato in grado di elaborare un programma, molte cose potrebbero cambiare. In tutto questo mi sembra importante dire che forse il principale problema che ci troviamo a affrontare è l’assenza di una idea–forza. Che cosa significa comunismo? Cosa significa rivoluzione? Cosa vuol dire dittatura operaia? In un passato ormai remoto a queste domande vi erano delle risposte, oggi palesemente no. Questa mi sembra essere la vera strettoia che dobbiamo affrontare. Diciamo che è chiaro contro cosa lottare, molto meno per che cosa. A me sembra molto significativo che, come abbiamo visto qua a Marsiglia, le merci siano state il principale obiettivo della rivolta. Al momento la merce è, chiamiamolo, il programma di questo proletariato il che non è né un bene, né un male ma un fatto. Da questo orizzonte, da questo immaginario occorre partire.

Quindi, è una domanda che ho già fatto ma vorrei tornarci sopra, tutti i discorsi sulla islamizzazione e via dicendo non hanno alcun senso?
Assolutamente. I petit erano interessati a portare via tutto, oltre che a scontrarsi con la polizia, erano quelle merci che a loro sono negate a mandarli all’attacco. Erano tutti quegli oggetti che potevano solo guardare da lontano a smuovere il loro immaginario, le merci erano e sono la loro idea–forza. Da lì, può piacere o meno, devi partire. In questo, però, devi leggere il rifiuto della povertà, il rifiuto di condurre una vita fatta di continue rinunce, di assenza di risorse, insomma il rifiuto all’essere operai e proletari. Qua, ed è qualcosa di completamente diverso da quel passato che ha caratterizzato per lo più il movimento comunista, vi è tutto tranne che l’orgoglio di essere operai e proletari, semmai ciò che si odia è proprio questa condizione. Prendersi le merci è sicuramente una cosa illusoria, ma appare il modo più semplice e immediato per emanciparsi dalla propria condizione. Come puoi capire in tutto questo l’Islam non c’entra niente. Semmai, ma questo è un altro discorso, in certi casi l’Islam può essere assunto in maniera simbolica in quanto antifrancese il che, come puoi capire, è ben diverso da una adesione a questo. Le realtà islamiche presenti nei quartieri hanno provato a svolgere un ruolo di pacificazione nel corso della rivolta, ma non sono stati minimamente ascoltate.

A questo punto vorrei chiederti che rapporto c’è stato, se è avvenuto, tra la frazione proletaria della rivolta e le varie anime del “movimento”?
Intanto diciamo che non c’è stato. Tutti hanno preso una posizione che andava dall’entusiasmo proprio delle aree autonome, anarchiche e maoiste, a quello di appoggio sì ma con dei distinguo delle varie anime trotskyste sino alla condanna propria degli eredi del PCF e dell’associazionismo sociale e pacifista. In linea di massima, però, non si è andati oltre a un atteggiamento da tifosi. Questo il vero problema della situazione. Non mi sto a ripetere sulla nostra, pur modesta, presenza dentro alcuni ambiti di questa composizione di classe, ne abbiamo già ripetutamente parlato ed è inutile tornarci sopra. Potrei dirti, a partire da ciò, che noi siamo stati dentro alla rivolta, ma direi una falsità. Il lavoro che abbiamo fatto e stiamo facendo sta dando anche dei frutti ma ciò non toglie che, anche noi, siamo molto distanti da tutto ciò che è successo. Ora, come sempre accade in queste situazioni, si consumeranno fiumi di inchiostro, ognuno dirà la sua, ognuno si sentirà di essere il vero interprete della rivolta e tutto questo, ovviamente, sino alla prossima volta. Nel frattempo i quartieri continueranno a stare lì e il movimento a stare qua. Da questa situazione se ne esce solo in un modo: alzando il culo e andando a relazionarsi con la classe. Tutto il resto sono parole che lasciano il tempo che trovano. Potrei mettermi qua a fare le pulci a questo e quello ma non credo che sia questo il modo per affrontare la situazione. Ha senso mettersi a polemizzare che so con gli anarchici piuttosto che con i maoisti? Questo ipotetico dibattito sposta forse di una sola virgola la realtà dentro i quartieri e la sua composizione di classe? Se le domande che mi faccio sono queste allora il mio agire non può che assumere tutta un’altra dimensione. Devo partire dalla classe e non dal movimento. La discussione sul movimento e le sue prese di posizioni mi sembra solo una perdita di tempo. Invece, questo sembra essere l’ultimo dei problemi. I vari siti sono già inondati di articoli, saggi, analisi e chi più ne ha più ne metta ma di come relazionarsi a questa composizione di classe proprio non si parla. C’è la gara a chi fa l’analisi più raffinata, anche se non si capisce sulla base di che cosa, e tutto il resto viene messo tra parentesi. Avrai notato come noi e le realtà simili a noi con le quali stiamo cercando di costruire, a partire dal movimento dei precari e dei disoccupati, un rapporto organizzato con questo proletariato siamo stati i più cauti, quelli che hanno scritto di meno e questo perché, a differenza di altri, abbiamo cercato di capire di più.

Vorrei chiudere chiedendoti qual è stato il comportamento di La France Insoumise di fronte alla lotta dei banlieuesards?
Qualcuno ha sentito la sua voce? A parte la battuta no, La France Insoumise è completamente scomparsa, di lei non si è avuto alcuna traccia. Ma la vera domanda da porsi è: “Che cosa avrebbe potuto fare?” La France Insoumise è un cartello elettorale e basta. Un cartello elettorale, in un paese dove la maggioranza non vota, che pensa di essere ancora negli anni ’60 dove le politiche riformiste avevano un notevole spazio e la ricerca di un patto sociale tra le classi era anche nelle corde della borghesia. In una situazione in cui tutto tende a declinarsi dentro un conflitto politico–militare cosa può fare, che ruolo può avere una forza come La France Insoumise ? Palesemente nessuno. Poi, anche volendo, sulla base di cosa avrebbe potuto agire? Non ha strutture territoriali, non ha strutture di lotta, non ha Comitati di quartiere, La France Insoumise è una forza politica virtuale al pari di tutte le altre. Il suo distacco dal paese reale non è poi così diverso da quello di Macron. Il parlamento è un corpo vuoto e questo vale per tutte le forze politiche. Al proposito mi sembra indicativo il fatto che la controffensiva borghese non sia partita da qualche forza politica, ma che a dettare la linea della guerra civile sia stata la polizia. La stessa Le Pen si è accodata alla polizia, il che vuol dire ben qualcosa. Le classi si stanno organizzando, sicuramente questo è vero per il fronte borghese, attorno a corpi e strutture non riconducibili ai partiti politici i quali non hanno alcun legame, se non quello puramente elettoralistico, con la società. Questo è un mondo che, in qualche modo, aveva decretato la fine della società di massa dove, per società di massa, si intende la partecipazione attiva e organizzata delle classi sociali alla vita pubblica. Una convinzione che attraversa tutti gli schieramenti politici i quali, non per caso, non hanno alcuna articolazione di massa. Chiaramente questa è una illusione perché le masse, tutte le masse, finiscono sempre con l’entrare in gioco. Quando questo succede i partiti politici rimangono spiazzati. Qua non si tratta neppure più di tirare a mezzo il “cretinismo parlamentare”, non si tratta di questo, qua si tratta di prendere atto come le masse per affermare il loro protagonismo non possano fare altro che, nel caso della classe operaia e del proletariato, costruire i suoi organismi ex novo, mentre la borghesia fa leva su alcune strutture, come la polizia, le quali iniziano a assolvere un compito politico. La France Insoumise ha dimostrato di non essere altro che un fetido cadavere, fuori dal tempo e dalla storia.

Ma con tutta quell’area sociale che è stata l’anima del successo elettorale de La France Insoumise è possibile costruire delle relazioni in funzione della costruzione di organismi di massa?

Se consideriamo l’ossatura politica de La France Insoumise direi proprio di no. Politicamente questi sono il retaggio di tutte le cose peggiori della vecchia sinistra francese, il PCF e dintorni. Con loro non è possibile neppure parlare, figuriamoci ipotizzare dei percorsi organizzativi comuni. Se il discorso si sposta su quelli che hanno votato il movimento allora le cose possono anche cambiare ma è qualcosa che devi andare a verificare nella pratica, dentro a delle proposte e iniziative concrete, non si può rispondere in astratto. Tieni presente che la gran massa degli elettori de La France Insoumise è riconducibile a quel settore di classe che ha dato vita al movimento contro la riforma delle pensioni. Sui limiti e le contraddizioni di quel movimento mi sembra che abbiamo già discusso a sufficienza. Rispetto a questi ci potranno essere, per un verso, minimi spostamenti soggettivi, dei quali tra l’altro abbiamo già parlato, dall’altro, e si tratta della cosa più importante, degli spostamenti oggettivi ovvero quanta di quella composizione di classe si ritroverà sempre più alle condizioni del soggetto operaio e proletario che ha dato vita alla rivolta. Lo smembramento della aristocrazia operaia è uno dei progetti del governo Macron ed è un progetto che verrà realizzato, a partire da questo si potranno fare altri ragionamenti che però avranno una base materiale e non ideologica. La France Insoumise e tutto il suo ceto politico in tutto questo non possono avere alcun ruolo.

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Cronache marsigliesi /7: la guerra civile in Francia https://www.carmillaonline.com/2023/07/06/cronache-marsigliesi-7-la-guerra-civile-in-francia/ Thu, 06 Jul 2023 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78129 di Emilio Quadrelli

On s’engage ….et puis on voit (Napoleone Bonaparte)

Nel primo articolo su Marsiglia, Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia (Carmillaonline 26 marzo 2023), avevamo evidenziato l’elettricità che faceva da sfondo a questa città, un’elettricità che si respirava nell’aria e che sembrava sempre in procinto di dar fuoco alla metropoli. Avevamo atteso l’irrompere di tutto ciò nel corso delle lotte sulle pensioni, ma avevamo dovuto rilevare che tra quella frazione di classe, sostanzialmente l’aristocrazia operaia, scesa in piazza e la [...]]]> di Emilio Quadrelli

On s’engage ….et puis on voit (Napoleone Bonaparte)

Nel primo articolo su Marsiglia, Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia (Carmillaonline 26 marzo 2023), avevamo evidenziato l’elettricità che faceva da sfondo a questa città, un’elettricità che si respirava nell’aria e che sembrava sempre in procinto di dar fuoco alla metropoli. Avevamo atteso l’irrompere di tutto ciò nel corso delle lotte sulle pensioni, ma avevamo dovuto rilevare che tra quella frazione di classe, sostanzialmente l’aristocrazia operaia, scesa in piazza e la nuova composizione di classe operaia vi erano ben poche possibilità di cooperazione.

La cosa, in realtà, non deve stupire poiché solitamente tra il “mondo di ieri” e il “mondo nuovo” gli aspetti di rottura sono di gran lunga superiori ai possibili elementi di continuità e quanto accaduto negli ultimi giorni ne è stata una evidente conferma. La rabbia e la radicalità messa in campo dal soggetto proletario sceso in strada ben poco poteva avere a che fare con il clima da scampagnata che, nell’insieme, faceva da sfondo alle lotte contro la riforma delle pensioni. A conti fatti i due mondi non potevano incontrarsi e così è stato. Di ciò abbiamo parlato a lungo e non sembra il caso di tornarvi sopra. Semmai, ciò che va ancora una volta rilevato, è come il “mostro sacro” dell’unità di classe può sortire una qualche fascinazione solo tra chi della classe ha una conoscenza tanto astratta quanto libresca e risulti del tutto estraneo alla sua determinazione empirica. Quindi, senza fronzoli di troppo, proviamo a entrare dentro a ciò che, a tutti gli effetti, si mostra come il corposo incipit della guerra civile in Francia.

L’uccisione, una vera e propria esecuzione a freddo come senza ombra di dubbio testimonia il video che ha ripreso la scena dell’omicidio, di un giovane francese di origine algerina consumata a Nanterre il 27 giugno ha dato il la a sei giorni di rivolta la quale, secondo i più, ha reso le rivolte del 2005 e del 2006 poco più che allegre scorribande di scolaresche in festa per la fine dell’anno scolastico. Una affermazione che, chi scrive, fa fatica a metabolizzare visto che era stato presente a quelle rivolte e tutto gli erano sembrate tranne che l’esuberanza di boy scout con qualche birra di troppo in corpo. A bocce ferme, però, l’asserzione appare ben poco prossima all’esagerazione e la reazione dello stato tenderebbe a confermarlo appieno.

Tutto il nostro lavoro è incentrato su Marsiglia per cui, anche in questa occasione, focalizzeremo la nostra attenzione sulla città del Minstral in quanto non vorremmo venir meno al “tratto empirico” che ha contrassegnato tutti i nostri articoli. Per onestà intellettuale dobbiamo immediatamente dichiarare che le informazioni reperite sono di seconda mano poiché gli attori sociali che ci hanno accompagnato nelle puntate precedenti, in questo caso, non hanno avuto alcun ruolo centrale. La rivolta è stata interamente in mano, nonostante la non secondaria presenza di altre fasce di età, di ragazzi tra i 12 e i 20 anni i quali, solo in alcuni casi, possono vantare contaminazioni di natura politica, sindacale e sociale anche se è bene ricordare che tra i petit non sono poi così pochi coloro i quali hanno avuto un qualche ruolo attivo nelle lotte sociali interne ai quartieri. Una presenza giovanile che ha lasciato tra l’attonito e lo stupito i vari commentatori ma che, in realtà, non fa altro che registrare come le condizioni di classe, e in questo caso anche di “razza”, sedimenti approcci alla vita incommensurabili. Solo uno sguardo profondamente razziale può considerare quell’essere giovani per sempre, tipico dei “bimbi minchia” appartenenti al mondo bianco e garantito, una condizione universale. Ma torniamo a Marsiglia.

La prima cosa che va rilevata è come, a differenza che nel 2005 e nel 2006, anche Marsiglia sia scesa pesantemente in campo. Nelle rivolte precedenti Marsiglia era rimasta sostanzialmente in disparte per un motivo molto semplice: il controllo che le organizzazioni criminali erano in grado di esercitare nei confronti della popolazione dei “quartieri” si mostrava pressoché assoluto. Il crimine, come ben aveva evidenziato Foucault con buona pace dei cultori delle varie “corti dei miracoli”, non è che l’altra faccia della polizia il che, come non poche testimonianze sono lì a ricordare, è particolarmente evidente, e non solo a Marsiglia, osservando i ritmi della vita quotidiana dei “quartieri”. Il connubio tra polizia e spacciatori è un dato di fatto, un connubio che ha sullo sfondo tanto il business, nel quale sono entrambi cointeressati, quanto il mantenimento dell’ordine sociale e politico. Questa verità, che è evidente un po’ ovunque, a Marsiglia era, e in parte è, ancora più vera anche se, una qualche rottura vi è stata ed è una rottura non priva di significato della quale è opportuno dare conto poiché foriera di interessanti possibili sviluppi.

Da tempo una parte, neppure secondaria, del proletariato illegale è in rotta con le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico nei quartieri. Per quanto strano di primo acchito la cosa possa sembrare, la rottura è avvenuta su basi “sindacali” Ciò che gli illegali lamentano è il tasso di sfruttamento, ossia bassissima remunerazione, che le organizzazioni esercitano nei confronti dei propri salariati, l’eccesso di rischio che il “lavoro” comporta, il dispotismo che caratterizza i “quadri intermedi” del comando criminale, le irrisorie garanzie fornite a chi viene imprigionato e infine, ma certamente non per ultimo, il costante sacrificio di quote di illegali alle forze dell’ordine.

Nello scambio costante tra crimine e polizia, infatti, è compresa una quantità di arresti che le organizzazioni garantiscono alle forze dell’ordine al fine di salvare la facciata dell’azione poliziesca nei “quartieri”. Molti illegali, quindi, tendono a abbandonare il lavoro di spaccio cercando altre vie di sostentamento mentre il loro posto viene preso da immigrati clandestini i quali ben difficilmente sono in grado di sottrarsi agli imperativi del “comando illegale”. In ambito illegale si assiste a un fenomeno del tutto identico a ciò che avviene nel mondo legale, i clandestini vanno a ricoprire i lavori più pericolosi e meno retribuiti.

Detto ciò resta il fatto che, a Marsiglia, i “quartieri” sono stati toccati abbastanza poco e che tutta la rabbia dei petit si è riversata nel centro cittadino. Ciò conferma quanto posto in evidenza negli articoli precedenti ovvero la necessità di intervenire su carcere e illegalità poiché questa condizione è propria di quote non irrilevanti di classe operaia e proletariato nei confronti dei quali, le organizzazioni criminali, svolgono un ruolo di controllo e di ricatto per nulla dissimile da quello che il padrone esercita nei confronti dei lavoratori precari. Lo scontro con lo stato non può che comportare lo scontro contro la criminalità poiché l’uno si regge sull’altro. É significativo il fatto che dai “quartieri” verso il centro cittadino si siano precipitati soprattutto i giovanissimi ovvero coloro che non sono stati ancora del tutto catturati dal ricatto che crimine e polizia mettono in atto nei “quartieri”. Certo questo è solo un dato ma che, a Marsiglia, apre una crepa non secondaria verso quel monolitismo totalizzante che poteri “legittimi” e “illegittimi” sembravano in grado di vantare.

Se, 18 anni fa, Marsiglia poteva essere mostrata come il fiore all’occhiello dell’interazione tra crimine e polizia tutto ciò oggi è in gran parte saltato e questa rottura ha posto problemi non solo, e non tanto, all’ordine pubblico ma ha comportato la messa in crisi il nuovo assetto sociale ed economico della città. Per molti versi, infatti, possiamo asserire che i sei giorni di scontri che hanno paralizzato il centro di Marsiglia possono essere considerati alla stregua di sei giornate di sciopero generale totale. Le ricadute economiche non sono state di certo inferiori a quelle politiche anzi, per molti versi, sono state anche più consistenti e non ci riferiamo ai saccheggi bensì al ciclo economico interamente fondato sul turismo. Una esagerazione? Non proprio se teniamo presente, come posto in evidenza negli articoli pregressi, quanto Marsiglia si sia repentinamente trasformata in città turistica e il peso che il turismo riveste per l’economia della città. Per sei giorni il centro turistico di Marsiglia è stato paralizzato e i turisti invitati a allontanarsi.

Di colpo quella sorta di valore aggiunto, Marsiglia la città pericolosa, che le agenzie turistiche sbandierano nei loro “pacchetti turistici” per attrarre un pubblico affamato di “colore” al quale, al contempo, garantiscono che questo “colore” è ben confinato e presidiato da una militarizzazione permanente, si è riversato proprio in quei non – luoghi dove croceristi di infimo ordine giocano alla “classe agiata”. Con ciò l’intero “pacchetto turistico” è venuto meno, le sbarre dello zoo sono state divelte e la fuga rapida e repentina è stata la sola via possibile per i turisti. Un enorme danno economico immediato con ricadute non secondarie sul futuro poiché nulla garantisce che quanto accaduto una volta, torni a ripetersi e, con ogni probabilità, in forma ancor più radicale.

Paradossalmente, dopo tanti libri e seminari sulla “gentrificazione” e la “turistizzazione” della città, i petit hanno portato in strada ciò che sembrava destinato a essere sepolto nelle biblioteche o in qualche angusta aula accademica del resto, nella battaglia, di professori e studenti universitari non si è avuto traccia il che, fatte le tare del caso, ci conduce a una consuetudine molto italiana, professori e studenti universitari riempiono le aule per i corsi e i seminari sulla Autonomia operaia ma non si vedono mai nei “picchetti operai” il che non fa che ricordarci come tutto il mondo sia paese.

Negli articoli precedenti avevamo individuato come la trasformazione di Marsiglia in città turistica fosse uno degli aspetti centrali dell’attuale ciclo di accumulazione e come proprio il proletariato dei “quartieri” incarnasse la forza lavoro sulla quale farlo prosperare. Bisogna riconoscere che, per quanto poco cosciente, l’azione dei petit è stata in grado di colpire il cuore del progetto politico ed economico. Non è tutto, ma è certamente qualcosa. In tutto ciò vi è un’altra particolarità che ha caratterizzato Marsiglia rispetto al resto della Francia, qua l’assalto alle merci è stato predominante.

I petit più che i simboli del potere hanno preso di mira la ricchezza. Ogni tipo di merce, dalle auto alle moto, dalle scarpe ai cellulari, dai vari brand alla moda senza tralasciare tabaccherie e supermercati è stato prima razziato e subito dopo venduto. Chi era presente agli espropri racconta di come, nelle vie immediatamente adiacenti agli esercizi commerciali presi di mira dai petit, venissero immediatamente allestiti dei “mercati” dove gli oggetti in eccedenza venivano subito monetizzati. Tutto ciò ci porta a affrontare una questione che colpevolmente abbiamo del tutto tralasciato nei nostri articoli, la “questione della merce”, un tema centrale della teoria marxiana che, e non da oggi, è stato costantemente ignorato.

Liquidato come “civetteria hegeliana” il paragrafo del Primo libro del Capitale a proposito del carattere di feticcio della merce è stato raramente oggetto di un qualche interesse poiché farlo avrebbe obbligato a una lettura del testo marxiano ben distante dallo “oggettivismo” e “scientismo” che ne ha caratterizzato lettura e divulgazione. Relegato a dotta nuance il paragrafo sulla merce se una qualche fortuna ha avuto lo deve a autori dichiaratamente apocrifi quali, per esempio, Benjamin, il giovane Lukács, la Scuola di Francoforte o alcuni ambiti della “critica ultra radicale” come il situazionismo. Eppure la merce incarna il regno del capitale nella sua totalità e sarebbe impensabile che il suo potere e il suo “fascino” lasciasse immuni proprio coloro che la merce producono.

Certo, la merce è alienazione ma l’alienazione è la cornice esistenziale all’interno della quale si dipanano le vite dei proletari, il legame contraddittorio con la merce non può che essere il frame totalizzante della vita proletaria. Non deve stupire, per tanto, che la bramosia per il possesso delle merci infiammi il desiderio proletario. Una storia che quanto andato in scena a Marsiglia ha ben poco di nuovo poiché, solo tenendo a mente la storia dei vari riots dell’era attuale, si presenta come una costante.

Ma tutto questo cosa ci racconta? Molto prosaicamente che il proletariato ha ben poco a che spartire con il “socialismo francescano” e che , in tutto ciò, il rapporto con la merce assume un ruolo centrale. Per molti versi occorre riconoscere che, al pari della religione e, almeno nei nostri mondi, in maniera ancora più dirompente la merce è , al contempo, tanto l’oppio dei popoli quanto il gemito degli oppressi. Solo tenendo a mente la relazione dialettica presente nella “forma merce”, come del resto Marx aveva ben spiegato, diventa possibile interagire con il proletariato poiché. come non è possibile sconfiggere il pensiero religioso facendo leva sul razionalismo illuminista, così non è possibile liberarsi del fascino delle Adidas attraverso dotti sermoni sull’alienazione.

Un secondo aspetto che sembra difficilmente contestabile è l’organizzazione della “forza” su base territoriale. I petit si muovono a partire dalla loro appartenenza territoriale, da quella “forma gang” che sembra essere la loro principale forma di aggregazione e socializzazione. Non siamo in grado di dire molto su ciò perciò, evitando di ricalcare le orme consuete dei sociologi la cui occupazione principale è discettare su ciò che non conoscono, ci limitiamo a rilevare come questa forma organizzativa, sul piano del confronto militare, sia stata in grado di porre letteralmente in crisi la polizia che non riusciva mai a entrare direttamente in contatto con gli autori delle azioni i quali, una volta portato a termine l’obiettivo prefissato, riuscivano facilmente a dileguarsi ponendo in atto il noto principio maoista di apparire all’improvviso per poi ripiegare velocemente.

Certo, è ben difficile che i petit conoscano Mao o le varie tecniche di guerriglia urbana o meglio non le hanno studiate ma le hanno apprese attraverso quella trasmissione di “sapere orale” presente nei “quartieri”. Appare esattamente qua quella “memoria delle lotte” che attraversa varie generazioni di petit e che sembra essere un elemento fondativo del loro “romanzo di formazione” . Un aspetto del tutto ignorato dalle scienze sociali con la sola eccezione dei lavori di Bugliari Goggia, Rosso banlieue e La santa canaglia, che sembrano essere tra i pochi, se non unici, lavori di ricerca in grado di raccontare qualcosa di sensato e reale sulle vite e le storie del “popolo dei quartieri”. Testi che mi permetto di consigliare a chi è interessato a una lettura “empirica” di questi mondi deprivata dall’insieme di “ismi” che, per lo più, accompagnano le “profonde riflessioni” sociologiche sui mondi della banlieue insieme a tutte le amenità che si portano appresso.

Sul territorio e il suo ruolo, non per caso, ci siamo soffermati in numerosi passaggi degli articoli precedenti all’interno dei quali evidenziavamo come, in virtù delle trasformazioni radicali avvenute all’interno delle relazioni industriali contemporanee, il territorio, più che il luogo di lavoro fosse in grado di assolvere al ruolo strategico di contenitore della “forza” operaia e proletaria. Quanto andato in scena in questi giorni ne rappresenta più di una conferma. Appare del tutto irrealistico pensare, cosa abituale in un passato ormai lontano, a decine di migliaia di operai che escono dalla fabbrica per marciare verso il centro cittadino o i quartieri della borghesia piuttosto a masse operaie e proletarie che dal “quartiere” si riversano su centri del consumo, della ricchezza e del potere. Quanto andato in scena, di ciò, ne è una prosaica conferma.

Veniamo infine alla “questione polizia” e militarizzazione del territorio. Su questo aspetto ci siamo a lungo soffermati negli articoli precedenti evidenziando come, per la “popolazione dei quartieri” la polizia e il suo fare dispotico, razzista e colonialista rappresentasse una questione di vita o di morte. La rivolta ha avuto la polizia, insieme alle merci, come obiettivo principale e il bilancio che i petit offrono, almeno ciò è quanto abbiamo appreso dai nostri corrispondenti, delle battaglie è quanto mai positivo. La polizia è stata sostanzialmente ridicolizzata e posta sotto scacco. I petit hanno letteralmente svuotato il centro e la polizia non è stata in grado di impedire neppure un esproprio. Con ogni probabilità, in tutto ciò, vi è sicuramente qualche enfasi di troppo ma indubbiamente, al momento, i petit hanno vinto la battaglia, che però, è ancora molto lunga ed è palese che la risposta dello stato non si farà attendere.

La guerra civile è iniziata e le sue avvisaglie sono ampiamente in atto. Di ciò il comunicato dei sindacati di polizia che riportiamo non lascia ombre di dubbio. Senza troppi rigiri di parole la polizia dichiara: “Questa è una guerra e noi siamo in guerra”. Ciò che si è visto nelle strade, del resto, lo conferma appieno. Avevamo notato come, in relazione al movimento sulle pensioni, la polizia operasse con “il freno a mano tirato” mentre, questa volta, non solo ha tolto il freno a mano ma abbia innestato, sin da subito, il turbo. La cosa non deve stupire poiché siamo “semplicemente” di fronte alla declinazione interna del frame bellico che fa da sfondo all’agire degli stati imperialisti contemporanei.

La Francia è un paese in guerra e non solo per il suo coinvolgimento nel conflitto ucraino bensì perché il suo esercito è impegnato in tutta una serie di conflitti, soprattutto in Africa. La guerra è la cifra del presente e, per forza di cose, alla guerra esterna fa da contraltare la guerra interna. La pacificazione a ogni costo, non a caso il governo ha preso seriamente in considerazione il passaggio allo “stato di eccezione”, è l’obiettivo dello stato. Su ciò non bisogna cullare mene democratiche, non solo lo stato utilizzerà appieno la forza, ma la stessa società francese si sta attrezzando per la controrivoluzione preventiva.

La discesa in campo delle “ronde fasciste” ha ben poco di nostalgico e folclorico ma incarna l’organizzazione militare dei civili che si stanno attrezzando per condurre la loro battaglia di classe. Le “ronde fasciste” sono una storia del presente poiché siamo a “classe contro classe”. Punto. Come si potrà facilmente capire, il comunicato dei sindacati di polizia che segue non ha bisogno di interpretazioni in quanto ha l’indubbio merito di una chiarezza e una progettualità cristallina. Soprattutto là dove si afferma:

Alliance Police Nationale e UNSA Police indignate per la stigmatizzazione di cui sono vittime gli agenti di polizia e le loro rappresentanze sindacali, responsabili e rappresentative, confermano che non accetteranno più calunnie e insulti da parte di certi rappresentanti del mondo politico che hanno cercato di deformare le affermazioni contenute nel comunicato del 30 giugno 2023.
L’affermazione «Noi siamo in guerra» costituisce un’immagine reale delle condizioni in cui si trovano ogni giorno i nostri colleghi sul campo. Siamo ormai posti di fronte ad una vera guerriglia urbana e non a semplici violenze urbane, motivo per cui i nostri colleghi fanno fronte ad un’autentica guerra urbana che intendiamo vincere.
Questa espressione è stata utilizzata in prima persona dal presidente Macron ai tempi del Covid, ma pochi allora si indignarono per il suo contenuto.
Quando le nostre organizzazioni evocano la resistenza intendono parlare di resistenza sindacale, di future battaglie sindacali, della resistenza di cui danno prova i nostri colleghi quando fronteggiano coloro che intendono seminare il caos. Caos voluto da coloro che intendono nuocere ai valori della nostra repubblica.
Alliance Police Nationale e UNSA Police continueranno la battaglia per difendere i valori della Repubblica, le istituzioni e per difendere gli agenti di polizia da tutti coloro che intendono annientarli.

Intorno a questo documento, come testimoniano le “ronde” ma forse ancor più l’oltre milione e mezzo di Euro raccolti in pochi giorni per sostenere il poliziotto killer, si vanno coagulando non le “forze della reazione” bensì il fronte di classe della borghesia. Non abbiamo parlato di guerra civile per dare aria ai denti, ma avendo chiaramente a mente come, quando il conflitto di classe raggiunge una certa soglia, è l’intera società borghese che si militarizza e la formazione di novelli “corpi franchi” risponde esattamente alle esigenze dello “stato di eccezione”. A Marsiglia, nel frattempo, si registra un morto, colpito al petto qualche sera fa da un “proiettile di gomma”, mentre un altro, sempre vittima della medesima arma, è in fin di vita.

Concludiamo questo nostro intervento riportando il testo prodotto dai militanti che sono stati i principali artefici degli “articoli marsigliesi”. Un testo che, chi scrive, condivide in gran parte perché convinto, come più volte asserito, che ciò che ci aspetta è una lotta di lunga durata e che solo una sintesi organizzativa capace di trasportare la soggettività di classe dentro l’azione della soggettività politica sia garanzia di successo. Sappiamo anche che, la prossima volta, sarà peggio su entrambi i lati della barricata. La guerra civile è iniziata e dentro questa “porta stretta” saremo obbligati a passare.

Per i giovani teppisti della lotta di classe

In questi giorni la Francia è attraversata da rivolte e saccheggi. La scintilla è stata l’uccisione di un giovane (17 anni, di origine algerina) da parte di un poliziotto (un ex militare). Questa morte ha scatenato un’ondata di mobilitazioni in tutte le principali città della Francia. Giovani, giovanissimi (tra i 10 e i 20 anni) sono scesi in strada. Si susseguono saccheggi, assalti di edifici pubblici e privati, distruzione di auto e veicoli della polizia. La rivolta ha costretto il governo a imprigionare il poliziotto che ha ucciso il ragazzo. È interessante notare che la polizia si lamenta della tecnica di guerriglia urbana utilizzata dai rivoltosi (piccoli gruppi che si muovono e non cercano di affrontare la polizia), che consente una maggiore “libertà di movimento” da parte dei rivoltosi. Ciò non ha impedito alla polizia di arrestare più di 3.000 persone. Sul piano politico, ciò che è accaduto è il risultato di una de-integrazione sociale in Francia e di una proletarizzazione più generale della società. Una tendenza che, secondo noi, si estende a tutta l’Europa. La particolarità francese è che ci troviamo in una zona in cui la dimensione di classe è intrecciata con la dimensione “razziale” legata alle logiche coloniali vecchie e nuove. I giovani che hanno partecipato alla rivolta e ai saccheggi erano per lo più giovani francesi di origine africana. Le risposte del governo sono state disordinate, superate dalla velocità con cui si sono svolte le manifestazioni, l’attacco di Macron contro le famiglie in Francia che non sorvegliano i loro figli è significativo…. . Non solo i giovani sono stati criminalizzati, ma anche i genitori sono stati accusati. È una confessione involontaria del governo sulla frattura sociale nella società francese. Quando la stessa istituzione borghese della famiglia è rimessa in discussione dal governo… Alcuni sindacati di polizia hanno chiamato alla guerra civile, sebbene queste proposte siano contestate dal governo, hanno evidenziato una tendenza interna alla polizia in Francia. Se l’esercito diventa sempre più una forza di polizia da inviare all’estero, la polizia diventa una forza militare per controllare e «conquistare» il territorio interno. Il governo e le diverse forze politiche hanno invocato la pace e il dialogo, usando un po’ di tutto, dalla squadra di calcio nazionale francese ai tifosi organizzati come quello dell’OM a Marsiglia… l’importante è il ritorno alla calma borghese. Il nostro ruolo come comunisti rivoluzionari, non deve essere quello di gridare, di utilizzare le vittime, ci sono già molte organizzazioni in Francia che lo fanno (riformisti e religiosi). Una rivolta è un fatto politico, ma manca ancora di “forza” se non c’è una frazione rivoluzionaria capace di utilizzare questa “forza” in relazione alla lotta di classe (scontro contro l’apparato di potere della borghesia). È dunque importante per noi rimettere al centro la questione dell’organizzazione, il ruolo della sintesi politica (del programma) e il radicamento reale di una frazione di comunisti in seno alla classe (classe vista come reale forza sociale, con tutte le sue differenze e contraddizioni interne). Che si traduce nel nostro ruolo e nella nostra partecipazione ai sindacati, comitati di quartiere, associazioni culturali e sportive, ecc… costruire e partecipare a forme concrete di organizzazione e di solidarietà proletaria. Difendere la legittimità di questa rivolta e le implicazioni politiche, comprendere le ragioni della vendetta di una parte della gioventù francese è indispensabile per coloro che si dichiarano comunisti. Le radicali fratture sociali sono processi inevitabili in una società che si basa sul profitto e lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I saccheggi, le distruzioni, non sono il socialismo, ma il segno delle contraddizioni di questa vecchia società e del bisogno e dell’emergere di una nuova1.


  1. Redazione di «Supernova», rivista comunista 02 07 2023 revuesupernova.blogspot.com/  

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Gang gang gang! Immaginari e tensioni della metropoli – Ep. 1 https://www.carmillaonline.com/2023/05/10/gang-gang-gang-immaginari-e-tensioni-della-metropoli-ep-1/ Tue, 09 May 2023 22:40:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77218 di Jack Orlando

La tuta della Nike e il borsello. Il doppio taglio. La “coattanza” di chi cerca rissa per farsi vedere, per affermare la sua presenza. Parlano di coca e di soldi, di lame e di puttane. L’espressione forzatamente cattiva, con le mascelle serrate, cozza con i lineamenti delicati, quasi infantili. Li vedi muoversi in branco intorno al muretto sotto le case popolari, nel centro città o sullo schermo del tuo smartphone.

Si sta codificando nelle periferie metropolitane e nelle loro province ammorbate un immaginario che non ha molto di nuovo, [...]]]> di Jack Orlando

La tuta della Nike e il borsello. Il doppio taglio. La “coattanza” di chi cerca rissa per farsi vedere, per affermare la sua presenza.
Parlano di coca e di soldi, di lame e di puttane.
L’espressione forzatamente cattiva, con le mascelle serrate, cozza con i lineamenti delicati, quasi infantili.
Li vedi muoversi in branco intorno al muretto sotto le case popolari, nel centro città o sullo schermo del tuo smartphone.

Si sta codificando nelle periferie metropolitane e nelle loro province ammorbate un immaginario che non ha molto di nuovo, ma suscita panico e repulsione nella società responsabile e attira magneticamente una gioventù multicolore e turbolenta.
E questo stuzzica le nostre antenne.
C’è qualcosa che brucia sotto la cenere ed è difficile definirlo sottocultura giovanile, difficile accoglierlo come una forma d’espressione rivoluzionaria o progressista o quello che vi pare.
Dalle casse bluetooth i ragazzini pompano machismo violento, sessismo becero, istigazione a delinquere e lumpencapitalismo predatorio. Potrebbe essere facile la tentazione di respingere in blocco tutta l’offerta bollandola come spazzatura.

Ma la trap, come musica e come forma di vita, dilaga e si afferma portandosi appresso tutti i clichè più pacchiani del gangsta rap ma perdendone spesso i virtuosismi di un’arte affinata in decenni, spezzando rime con onomatopee ossessive, innestando musicalità neomelodiche e scarnificando il lessico fino all’osso in una filiazione sporca dalla musicalità più pop ma dall’attitudine decisamente più punk.
Soprattutto spicca per come va accorciando la distanza tra la violenza dei suoi testi e quella della quotidianità dei suoi autori. Esistenzialmente, siamo più vicini ai ‘90 brutali di New York dei Mobb Deep che a quanto si è dato finora in Italia in questa scena musicale. Sottolineiamo il termine esistenzialmente, per non far torto a cultori del genere ma soprattutto per cogliere il dato d’interesse. Che, specifichiamo, non stiamo qui sfoggiare orecchie raffinate.

Per quel che ci riguarda è il dietro le quinte ad attirare la nostra attenzione, vedere chi e perché produce un determinato immaginario, sondare le possibilità di una linea di forza potenziale.
È quanto sta dietro, in termini di soggettività e di vissuto collettivo, ad una determinata produzione culturale o artistica a imprimerle un tratto di forza e renderla capace di produrre empatia ed immedesimazione. Per produrre immaginario forte, prima della tecnica, sono necessari il posizionamento e l’attitudine.
La cazzimma giusta nel posto giusto.

Immancabilmente se ne sono occupati i telegiornali e i servizi scandalistici dei programmi spazzatura che nutrono l’opinione pubblica di questo paese a colpi di fobie manettare, bigottismo morale e razzismo malcelato.
Una leva di giovanissimi artisti che supera i confini della propria scena nel momento in cui finisce in manette. Chi in galera, chi ai domiciliari. Accuse di risse, minacce, rapine, sparatorie.
Che le indagini siano un colabrodo e i capi d’accusa caschino su se stessi non importa granché. Operazioni di questura e servizi giornalistici vanno ad alimentarsi tra di loro in questi casi; quello che si canta al microfono diventa materiale d’indagine. Arrivano daspo urbani dopo che vengono girati videoclip, fogli di via dopo un concerto. Gli avvisi giudiziari si accumulano mentre i problemi legali e personali si ipertrofizzano.

Cosa guida questo accanimento poliziesco è facile intuirlo già solo guardando in faccia i soggetti in questione. Che nella musica di strada si parli di reati e di violenza è una costante, ciò che è diverso in questo caso è l’emergere, specialmente nel Nord Italia, di una dimensione razziale e sottoproletaria che inizia a ricalcare le banlieue di Francia.
Facce da arabi, nomi africani, brutti quartieri. L’immigrazione che ha messo radici ai margini delle metropoli ha dato vita alle proprie comunità di sfruttati e queste hanno generato figli che della fatica, delle umiliazioni e della miseria cui sono costrette le loro famiglie ne hanno le palle piene e cercano il proprio riscatto.

Se delinquenza e teppismo sono aspetti collaterali e strutturali di ogni condizione subalterna, allora la ricerca di dignità ed affermazione esistenziale partirà da qui, dagli elementi che gli sono più prossimi per trascrivere un proprio immaginario.
Costruire attorno al proprio vissuto una specifica narrazione autonoma è d’altronde il primo passaggio di ogni resistenza.
Non solo, è anche una possibilità materiale di riscatto personale. È mettendo in musica il proprio vissuto che le leggende dell’hip hop si sono alzate da una condizione di miseria e violenza altrimenti senza uscita. Non serve citare esempi.
Per questi artisti non fa differenza, vale la stessa regola, ciò che cambia è che tecnologia e social network permettono ascese (e cadute) molto più rapide. Ci vuole molto poco a fare un videoclip, quasi nulla a registrare una traccia, bastano un paio di singoli per firmare con un’etichetta e non essere più un pezzente sulle panchine del parchetto.

Ha colto bene il senso di ciò l’antropologo Pietro Saitta definendola una violenta speranza1. Un tentativo di ribaltare una condizione squalificante cavalcandola come mezzo di successo personale e come salvagente esistenziale.
C’è qualcosa di potente dietro questa lirica, che evidentemente travalica di gran lunga il droga&puttane, ed è una chiara identificazione collettiva e generazionale. La violenza verbale apre ad una consapevolezza che, nemmeno troppo in controluce, reca in sé uno spiccato istinto di classe.

A mò di esempio: marzo 2021, ancora in mezzo alle restrizioni da covid, a San Siro si raduna una folla di ragazzini. Stanno girando il videoclip dei trapper Neima Ezza e Baby Gang, il titolo è “Rapina”.
Bastano le prime rime a vedere che c’è un di più che va nel profondo, oltre la spavalderia.

Mio fra che magna
Se non metto il passamontagna?
Lo buttano in gabbia
Pensando che il ragazzo cambia
Ma esce fra con più rabbia
Italia corrotta e mafia
Lo Stato fornisce
E poi dopo ci butta in gabbia

La galera non è una cazzata da rapper stavolta, lo sa Baby Gang, lo sanno i ragazzi dei suoi quartieri e quelli cresciuti al margine. Qui si esorcizza il suo spettro rivendicando la propria illegalità. È un elemento che fa parte del vissuto della comunità subalterna e ci si transita facilmente.
Quanto facile? Basta guardare il video; la folla di ragazzini per metà della clip è impegnata in una sassaiola con un reparto della celere intervenuta tra i vicoli per disperderla (è ancora il periodo di divieto degli assembramenti). Seguiranno perquisizioni e denunce, diverse a carico di minori.

La posta in gioco traspare subito nelle dichiarazioni della stampa:

“Se si riescono a portare trecento ragazzi senza un’organizzazione vera e propria, diventa una cosa preoccupante, commenta il questore di Milano, Giuseppe Petronzi: Ora stiamo studiando le condizioni in cui si è verificato questo fenomeno.”2

Emulazione dei leader e quindi costruzione di modelli, mobilitazione rapida e spontanea, l’incontrollabilità di una gioventù razzializzata e la sua presunta attitudine violenta. Il teppismo assurge a ultima bandiera di fronte ad una frustrazione costante del presente che non lascia sbocchi. Il video in questione è un tassello importante nella persecuzione giudiziaria di cui sopra. Per i tutori dell’ordine il rischio del contagio è grande e da scongiurare immediatamente.
E forse il timore non è campato in aria.

“Peschiera è Africa!” do you remember? Oltre un migliaio di poco più che bambini, immigrati e non, che muove da tutta la provincia veneto-lombarda per un appuntamento lanciato sui social e converge sui luoghi della movida rivierasca per vandalizzarla. Ritornano le immagini di casse bluetooth con la trap, tute e doppio taglio, ancora la polizia antisommossa che cerca di sloggiarli. Già ne avevamo parlato in queste pagine.3
Ancora indietro, te lo ricordi invece delle notti di Torino e Milano? “Tu ci chiudi tu ci paghi” si gridava ovunque, spesso finendo a contatto con la polizia.
La vetrina di Gucci in Piazza Castello, sfondata e saccheggiata, i selfie davanti ai monopattini in fiamme, i tavolini dei bar e le fioriere che volano sulla celere.
Ancora loro, tuta e doppio taglio, sfumature di blackness, è sempre la stessa composizione che dovrebbe garantire, col proprio sudore, il buon funzionamento della locomotiva d’Italia e invece ne turba il sonno, scalcia contro i suoi ingranaggi.
C’è una collettività che non è ancora comunità politica, ma esprime sé stessa con rabbia e spregiudicatezza.
Questi selvaggi sono ingrati, non sanno stare al loro posto.

Tornando ai nostri artisti, restiamo sempre sui due nomi di prima.
Più datato è il pezzo “Baby” di Baby Gang. Stavolta le immagini sono più crude, anche se studiate a tavolino: spazi angusti e affollati, passamontagna, bossoli e armi da fuoco, canne girate tra i polpastrelli, bilance e pezzi di cocaina sul tavolo. Il grigio e il nero sono i toni che dominano in una luce metallica.

È un’iperbole di immaginario criminale, di quella delinquenza da bassifondi dove si rischia tanto per poche briciole, messa però a fare da cornice ad un racconto autobiografico, dove il nocciolo sta nella condizione del sottoproletariato immigrato. Marocchino e povero in Italia, condizione doppiamente squalificante in cui ognuno dei due termini alimenta l’altro.
Di qui la pratica illegale che assurge a linea di condotta, anche quando non prospetta una via d’uscita, ma consapevoli transiti in galera.

Quale street, quale strada
Tuo padre è un avvocato e mia zia gli pulisce casa
Mia zia gli pulisce casa
Mio frate gli svuota la casa e
Prende frate quella cassa poi
Si fa un anno di vacanza
Non a Dubai o Casablanca
Ma con lo zio Peppe in casanza
A giocare a scala quaranta

La gabbia d’acciaio non concede scappatoie. Per quanto rivendicata ed esaltata, la condizione subalterna e delinquenziale non risponde mai all’esigenza primaria, quella dello stare bene, di vedere felice la famiglia e gli amici. Tema che ricorre come un filo sottile e bruciante lungo tutta questa produzione di genere.

A ben vedere sono due gli elementi che emergono ciclicamente come salvifici.
In primo luogo il gruppo: gli amici, la gang. Che iconograficamente affolla quasi tutta la videografia, oltre che i testi e il sottofondo sonoro; perché è automatico e naturale che chi non ha nulla in tasca si giochi le carte sulla relazione. Nei quartieri avere una collettività di riferimento vuol dire non solo crescere, ma esistere, avere una conferma da qualche parte della propria presenza, sapere di valere qualcosa.
È in gruppo, solo in gruppo che ci si sente forti.
Si parla di cash e di impicci ma si legge della ricerca della forza comune.
La collettività. Aggressiva, violenta e gioiosa. Capace di muoversi in branchi grossi e spavaldi. Dallo schermo dello smartphone al quartiere, dalle telecamere del tg alla piazza invasa. “È una cosa preoccupante”, diceva il questore, quando i selvaggi prendono parola.

L’altro elemento salvifico è la musica. Attraverso la messa in opera del proprio vissuto si ricerca quel successo personale che le vie legali semplicemente proibiscono, mentre quelle illegali lo lasciano solo subodorare per poi tramutarlo in incubo ancora più profondo.
È la svolta che salva dalla sfiga.

È Neima Ezza stavolta a rendere perfettamente tangibile tutto ciò nel suo “Risposta”, un pezzo decisamente più intimista e senza fronzoli, che controbatte alla macchina del fango che gli si è rovesciata addosso e di cui dicevamo poco sopra. Qui il razzismo quotidiano, la brutalità poliziesca, lo stigma vengono apertamente sfidati attraverso il lavoro musicale e le sue possibilità.

questi sai cosa dicono?
“un artista ruba l’oro”
ma il mio contratto di lavoro
vale dieci volte il loro
infangano il mio nome perché ce la sto facendo
un giorno lascerò il mio bendo
morendo lascerò il segno
solo sbirri corrotti mai visto uno corretto
mi dà dello straniero usando frasi in dialetto
io non mi diverto
chi ci darà indietro il tempo che abbiamo perso?
le cose che hanno detto ci rimarranno dentro
ma io non ci do peso
come ogni razzista che insulta sui social network

Questi ragazzi vogliono spaccare perché hanno fame ed hanno ragione, perché vogliono ciò che la società promette e non rende mai, specialmente se stai tra gli ultimi.
Vogliono i soldi perché sono intimamente capitalisti? O forse perché i soldi sono ciò che rappresenta la “via d’uscita”, lo stare bene, la fine della fame?
Ma non parlano d’amore! Non portano avanti ideali nobili, diranno gli amanti dell’umanità, le anime belle. I loro messaggi sono tutto tranne che edificanti.
Bene! C’è qualcosa di più liberatorio di prendere da dentro i propri giorni tutta la merda accumulata e trasformarla in qualcosa di potente, di vivo?
E poi che cosa dovrebbero portare in alto, la fratellanza universale? La bandiera rossa?
Nella morte e nell’impotenza degli slanci politici, tra l’autismo dell’antagonismo, la stucchevole ipocrisia del discorso umanitario e l’ostilità dello stato, dov’è precisamente che dovrebbero trovare la liberazione?

Louisa Yousfi, giovane giornalista francese di origine algerina, ha colto nel segno praticando un percorso molto simile a quello operato qui, ma di ben altra profondità, seguendo le liriche dei trapper Booba e PNL, per aprire uno squarcio nella cattiva coscienza francese e farne sgorgare il sangue delle banlieue, del lato cattivo.
Tutta questa roba, questa poesia trucida, ha un unico scopo: restare barbari.4
Laddove la cosiddetta integrazione non solo ha fallito, ma ha scientemente prodotto una specifica forma di colonizzazione interna alle metropoli democratiche e generato una subalternità cui si imputa quotidianamente un’inferiorità colpevole e, paradossalmente, congenita; ribaltare l’accusa è una pratica di resistenza, risignificare la propria mostruosità vuol dire aumentare la propria potenza, sottolineare l’alterità è ricomporre i pezzi smembrati della propria anima.
È una vendetta contro la dominazione e un assalto alla conquista della propria condizione umana.

Non c’è da fare alcuna mitopoiesi del sottoproletariato, sono le comunità a creare i propri miti. Né di categorizzare moralmente o politicamente lo spaccio e la violenza gratuita.
L’obbiettivo è comprendere. Annusare l’aria. Occorre inseguire le linee di frattura della società alla maniera delle bestie, fiutandone il sangue dalle ferite.

Questa musica merita di essere ascoltata perché mette in opera l’indicibile; salva chi la pratica ma, svelando un vissuto comune, salva anche tutti gli altri. La gang, la famiglia.
È strumento di liberazione perché offre un linguaggio a chi è privato di voce. Perché qualcuno possa ascoltarla e riconoscersi, fare un passo avanti nel dare una forma ai demoni dentro di sé, perché sappia che altri individui, ostili, invece la ascoltano e provano paura.
Oderint dum metuant.
Se scandalizza, se fa paura, fa bene. Perché le voci che giungono dall’abisso, non vengono mai in pace.


  1. P. Saitta, Violenta Speranza. Trap e riproduzione del panico morale in Italia, Ombre Corte, Verona 2023  

  2. https://www.milanotoday.it/attualita/sassaiola-video-rapper-perquisizioni-sansiro.html 

  3. https://www.carmillaonline.com/2022/06/29/banlieue-del-garda/ 

  4. Lousa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023 

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Cronache marsigliesi. Non è tutto oro ciò che brilla. La “frattura coloniale” e la “linea del colore” nelle lotte di Francia https://www.carmillaonline.com/2023/04/02/cronache-marsigliesi-non-e-tutto-oro-cio-che-brilla-la-frattura-coloniale-e-la-linea-del-colore-nelle-lotte-di-francia/ Sun, 02 Apr 2023 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76733 di Emilio Quadrelli

Dread Lock’s + Black Blocks (Anonimo)

Quanto sta andando in scena in Francia è sotto gli occhi di tutti. Ciò che, con questo breve testo, ci proponiamo è offrire una lettura degli eventi in corso attraverso la voce di chi vi è direttamente coinvolto. Lo facciamo focalizzando l’attenzione su Marsiglia la quale, secondo quanto argomentato nelle interviste, può essere una valida cartina tornasole di quanto si sta consumando nel resto del paese. I nostri interlocutori sono stati una ragazza del Collectif Boxe Marseilles, M. L., un uomo del [...]]]> di Emilio Quadrelli

Dread Lock’s + Black Blocks (Anonimo)

Quanto sta andando in scena in Francia è sotto gli occhi di tutti. Ciò che, con questo breve testo, ci proponiamo è offrire una lettura degli eventi in corso attraverso la voce di chi vi è direttamente coinvolto. Lo facciamo focalizzando l’attenzione su Marsiglia la quale, secondo quanto argomentato nelle interviste, può essere una valida cartina tornasole di quanto si sta consumando nel resto del paese. I nostri interlocutori sono stati una ragazza del Collectif Boxe Marseilles, M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille e una ragazza, S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale dei “quartieri Nord”. Partiamo con C. A., del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille.

Come puoi ben immaginare in Italia vi è un grosso interesse per quanto, e non da ora, sta accadendo in Francia. In presa diretta vorremmo ascoltare il punto di vista di chi queste lotte le sta vivendo in prima persona. Vai pure a ruota libera e, nel caso, ti interrompo per puntualizzare passaggi che magari a un pubblico italiano non sono né ovvi, né scontati.

Va bene. Intanto faccio una premessa, parlerò soprattutto di Marsiglia perché ritengo che questa città incarni appieno la storia del futuro prossimo. A differenza di altri, che considerano Marsiglia il punto arretrato del ciclo capitalista noi la consideriamo il punto più avanzato, un vero e proprio laboratorio economico e sociale di ciò che ha in mente il comando capitalistico.

Ti interrompo subito per porti una domanda che, in Italia, in molti si pongono, perché Macron si è lanciato in ciò che, a quanto pare, è un azzardo non proprio da poco?

Questa è una buona domanda perché mi permette di entrare direttamente nelle questioni e prendere il toro per le corna. Prima devo però fare una premessa al fine di non creare malintesi. Questa lotta è senza alcun dubbio una lotta strategica perché se Macron vince le ricadute saranno pesantissime su tutta la classe operaia e il proletariato francese ma, a mio avviso, una sconfitta in Francia sarebbe anche un colpo durissimo per tutto il proletariato europeo. La Francia, di fatto, incarna il punto più alto di lotta e conflittualità sociale, in termini di resistenza ma non di offesa e su questo poi ci torniamo, per cui sfondare in Francia significa avere mano libera in tutto il Continente. Quindi nessun tentennamento nello stare dentro queste lotte e ad assumerne il livello strategico. Detto ciò, e qua veniamo al presunto azzardo di Macron, alcune cose importanti vanno dette. Ciò che va osservato è che a entrare pesantemente in lotta è stata la classe operaia del settore pubblico oltre alle università e parte delle scuole superiori mentre il settore privato, i precari, i disoccupati e gli studenti dei professionali sono stati coinvolti solo marginalmente e questo vuol dire che l’azzardo di Macron sicuramente c’è ma non è proprio un salto nel buio in quanto mira a colpire un determinato segmento, dai numeri sicuramente importanti, di classe operaia ma non l’insieme del proletariato francese. Per una grossa fetta di classe operaia, proletariato e studenti francesi questa lotta non significa molto perché le loro condizioni sono decisamente diverse da quelle degli operai scesi in lotta. Non per caso ho sottolineato che si tratta di una lotta di resistenza e non di una lotta offensiva. L’attacco di Macron è un attacco a quella rigidità operaia che la classe operaia e i lavoratori del pubblico sono stati, almeno sino a ora, in grado di mantenere e difendere. Queste condizioni, però, se esci dal settore pubblico non le trovi lì, per capirsi, trovi una situazione molto più simile a quella italiana.

Ma qual è la sostanziale differenza tra la Francia e l’Italia?

La prima cosa, sicuramente, è il numero di classe operaia pubblica che è certamente imparagonabile a quella italiana. Lo stato francese ha mantenuto la sua presenza in tantissime attività considerate strategiche e qua l’organizzazione operaia era ed è molto forte per cui ogni attacco a una qualunque forma della rigidità operaia scatena reazioni di massa come si sta vedendo. In più, altro aspetto molto diverso dall’Italia, in Francia i sindacati non sono mai stati inglobati nelle strutture di potere e di comando. In Italia la differenza tra le grosse centrali sindacali, i padroni e i governi non c’è. In Francia la cosa è molto diversa. In passato, ma si tratta di un’epoca ormai remota, la CGT era un sindacato riformista e spesso controrivoluzionario in quanto cinghia di trasmissione del PCF ma, da quando il PCF è imploso, la CGT è diventata un contenitore dove dentro si può trovare un po’ di tutto anche se, questo bisogna dirlo, le redini centrali sono saldamente in mano a dei bonzi del tutto compatibili e interni alle logiche del nazionalismo francese però, nel momento in cui il vecchio mondo di sinistra è imploso, la CGT ha perso buona parte dei suoi quadri e, soprattutto, ha avuto un vuoto tra i suoi quadri intermedi. Questo ha permesso a molti di entrare, soprattutto nelle sue ramificazioni periferiche, nella CGT portando avanti pratiche e discorsi che sarebbero stati impensabili in altri tempi ma tutto questo è vero perché c’è una classe operaia strutturata che non è per nulla piegabile alle logiche della destrutturazione e deregolamentazione che Macron cerca di imporre nel settore pubblico. La questione delle pensioni è solo un aspetto. Se Macron passa su questo, in tempi assai rapidi, tutta la forza del vecchio mondo operaio crollerà ma non solo. Se Macron passa qua le ricadute saranno pesanti anche per chi è già fuori dalle garanzie di questa classe operaia perché la condizione di precarietà conoscerà un ulteriore aggravamento.

Mi sembra di capire, da quello che dicevi, che al momento una grossa fetta di classe operaia e proletariato non è entrata direttamente in gioco. Hai parlato del settore privato dei precari, dei disoccupati, degli studenti dei professionali. Sulla base di ciò vorrei porti due domande. Come si è prodotta questa differenziazione così forte tra i due mondi operai e proletari? Cosa può succedere nelle prossime settimane? Anche questi altri settori di classe entreranno in lotta e in che modo?

Intanto non è una cosa che nasce ieri. Sono almeno una trentina di anni che abbiamo una situazione simile. Se pensi alla rivolta delle banlieue del 2005 la cosa diventa molto più chiara. Lì a entrare in lotta è stata una composizione di classe del tutto diversa, precaria, disoccupata e razzializzata. Lì, non per caso, la lotta ha assunto contorni decisamente più radicali perché in ballo non c’era questo o quello aspetto del comando capitalista, insomma la deriva riformista non era possibile, ma proprio un sistema di potere razzista e fondato sulla marginalità e l’esclusione politica e sociale di queste masse operaie e proletarie. Quelle lotte, da subito, si sono dovute misurare con lo stato e la sua macchina militare e poliziesca. In Francia, come in tutta Europa, vi sono due classi operaie e due proletariati per voi, in Italia, non dovrebbe essere difficile capirlo visto che siete stati proprio voi, i primi, a parlare di garantiti e non garantiti. Il problema è capire come e se, oggi, sia possibile dentro questa lotta trovare delle convergenze tra questi due poli. La cosa non è semplice e qua a Marsiglia ne abbiamo una riprova evidente.

Ecco, volevo tornare proprio su Marsiglia. La struttura economica e sociale di Marsiglia che cosa rappresenta? Alla scala del modello capitalistico francese ne incarna una tendenza o ne rappresenta una realtà del tutto marginale?

Marsiglia, secondo noi, incarna la storia del presente e del futuro. Marsiglia è una città di precari e disoccupati contornata da tutta una serie di città satelliti operaie, del settore privato, dove la condizione operaia è del tutto simile a quella dei marsigliesi. I settori operai e proletarie pubblici ci sono, ma sono una minoranza. Per questo riteniamo che Marsiglia sia un laboratorio avanzato del modello capitalista presente. Le condizioni di vita del proletariato marsigliese sono lo specchio del modello che Macron, e tutte le filiere del comando che rappresenta, intende generalizzare.

Sulla scia di quanto ascoltato proviamo a approfondire alcuni aspetti con M.L., una pugile, ma che svolge anche una certa attività politica, del Collectif Boxe.

Qual è la risposta, dentro la “sala boxe”, a quanto sta andando in scena in questi giorni in Francia?

Una risposta abbastanza tiepida. È una lotta che tocca ben pochi di loro che vivono condizioni di lavoro e di vita sociale del tutto diversi.

Quindi non c’è stata partecipazione allo sciopero?

Chi lavora nel settore privato non ha scioperato e la stessa cosa vale per la stragrande maggioranza dei precari. I disoccupati sono scesi in piazza ma senza troppo entusiasmo. Tutto questo è facile da capire: questa lotta loro non li tocca. Perché vi sia un salto occorrerà vedere se vi sarà la capacità di radicalizzare questa lotta su un terreno che coinvolga questi settori di classe.

Così ci siamo lasciati domenica 26 marzo, in attesa delle mobilitazioni del 28. Come si è visto non poche ombre si stagliavano sulla solarità che, in particolare nel nostro paese, sembrava aleggiare sulla lotta dei francesi. Nel frattempo vi sono stati gli eventi di Sainte–Soline dove un manifestante, tra l’altro cugino di un militante del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille, versa in fin di vita. Il 28 poteva essere un banco di prova per molte cose. Di questo ne abbiamo parlato con una ragazza algerina, attiva soprattutto nel Collectif boxe e nel Coordinamento dei collettivi dei quartieri Nord. Un punto di vista estremamente interessante perché, in virtù della sua esperienza diretta, fornisce una versione della mobilitazione molto meno entusiasta di quanto stiamo facendo noi.

Hai sentito le cose dette sino a ora, perciò andiamo subito al dunque. Come sono andate le cose il 28?

Diciamolo chiaramente, non troppo bene o meglio si è confermato quanto espresso in precedenza. Da parte nostra, mi riferisco alle reti che abbiamo costruito, possiamo anche dire di aver fatto un piccolo passo in avanti perché siamo riusciti a mobilitare più persone delle scorse volte ma, e questo dice tanto, meno di quante siano scese in piazza con noi l’8 marzo. La gran parte del proletariato precario e disoccupato, che a Marsiglia è la maggioranza, non si è mosso e se lo ha fatto lo ha fatto con poco entusiasmo. Inutile girarci intorno: se i contorni di questa lotta rimarranno questi, molti settori operai e proletari ne rimangono fuori perché sono obiettivi del tutto estranei alla loro condizione. Questa è una lotta dei garantiti, oggettivamente di retroguardia. O si trova il modo, concreto e materiale, di legare questa lotta a quella degli altri settori operai e proletari, al momento il comparto privato non si è mosso, oppure questa lotta non potrà che perdere. Del resto lo stato, in termini repressivi, ci sta andando piuttosto cauto perché presuppone che, rimanendo questa la cornice del conflitto, non si andrà chiaramente oltre una certa soglia. In Italia, come mi è stato possibile vedere sui social, vi siete molto entusiasmati per l’attacco al Municipio di Bordeaux, non avete notato però che quell’assalto è stato condotto da un gruppo di destra. Ciò che dovete capire è che, mediamente, i livelli di violenza poliziesca quotidiana in Francia sono molto più elevati di ciò che si sta vedendo in piazza. Il livello di violenza, da parte della polizia, a cui è abituato il proletariato di banlieue non è paragonabile a ciò che si è visto nelle piazze così come i livelli di scontro posti in atto nel corso delle mobilitazioni alle quali hanno aderito i banlieuesards sono stati esponenzialmente incommensurabili. In poche parole, oggi, la banlieue è alla finestra, la sua entrata in campo dipende da molte cose ma perché possa esserci una reale unità di lotta occorre che gli obiettivi vadano ben oltre i perimetri dei lavoratori garantiti, altrimenti è difficile pensare che qualcuno scenda in piazza per le pensioni quando lui, di fatto, in pensione non ci andrà mai. Capisco che per voi quello che vedete nelle piazze francesi oggi può sembrare chissà che cosa, ma il problema, semmai, è la vostra arretratezza non il livello avanzato della Francia. In molti, e questo succede anche in Francia tra alcuni gruppi di estrema sinistra, si fanno prendere dall’estetica dello scontro ma, appunto, si tratta semplicemente di estetica.

Quindi, per capirsi, secondo te occorre spostare l’attenzione su altre cose. Per esempio?

Sicuramente il salario massimo garantito, quindi l’abolizione di ogni forma di lavoro precario e la lotta al potere poliziesco e al suo razzismo. Sappiamo che tutto questo non sarà il frutto di una spallata ma di una lotta lunga e difficile. Ciò che dobbiamo iniziare a porre in atto sono forme di potere operaio e proletario in grado di contrastare il potere dello stato. Questi sono i presupposti per tirare dentro la lotta tutti quei settori di classe che osservano quanto sta accadendo come qualcosa che riguarda sostanzialmente i bianchi.

Cioè?

La frattura coloniale è tutta dentro l’organizzazione del lavoro. I non garantiti sono, per lo più, proletari e operai in pelle scura, donne, e qui entra prepotentemente in ballo il patriarcato come elemento fondante del modello capitalista, ai quali ovviamente si aggiunge anche una quota, e si aggiunge sempre di più, di proletariato bianco in via di declassamento.

Quindi, ciò che vedi, è una frattura piuttosto corposa tra due condizioni proletarie che rimandano a condizioni sociali e materiali ben poco affini?

Sì, questa è la realtà con la quale ci dobbiamo misurare. In una città come Marsiglia questo lo si può vedere in maniera macroscopica.

Quanto ascoltato è in gran parte spiazzante poiché, per noi, la “battaglia di Francia” sembrava incarnare caratteristiche di ben altra portata. Ciò che, invece, sembra emergere è una lotta, per quanto sacrosanta, di “resistenza”, portata avanti da settori operai e proletari che cercano di “conservare” il mondo di ieri ma che ben poco sembrano avere a che fare con la nuova composizione di classe la quale, per forza di cose, è del tutto estranea al mondo dei garantiti. Sotto questo aspetto il “silenzio della banlieue” è a dir poco significativo così come non proprio irrilevante è la frattura manifestatasi anche in campo studentesco visto che, anche in questo caso, gli “studenti di banlieue” sembrano stare alla finestra. Difficile fare previsioni sul futuro prossimo della “battaglia di Francia”, il 6 aprile una nuova giornata di lotta inonderà la Francia e, con ogni probabilità, molti nodi inizieranno a venire al pettine. Ciò che, sin da ora, possiamo dire è che solo la decisa scesa in campo della nuova composizione di classe potrà declinare in offensiva una lotta di resistenza la quale, per sua natura, non può che andare incontro a una sconfitta magari edulcorata da qualche piccola concessione. Il progetto di Macron è chiaro: destrutturare e precarizzare le vite della maggior parte degli operai e dei proletari e su questo è disposto a giocarsi molto. Rimanendo sulla difensiva si può solo che perdere ma l’offensiva è nelle mani e nelle corde di chi oggi è alla finestra. La sua discesa in campo è il vero ago della bilancia perché lì ed esattamente lì risiedono le divisioni strategiche della classe.

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Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia / 1 https://www.carmillaonline.com/2023/03/26/le-probleme-nest-pas-la-chute-mais-latterrissage-lotte-e-organizzazione-dei-dannati-di-marsiglia-1/ Sun, 26 Mar 2023 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76414 di Emilio Quadrelli

“La rage d’aller jusqu’au bout et là où veut bien nous mener la vie” ( Keny Arkana – La Rage)

Lo sguardo di un “flâneur”

“Non sei tu che scegli Marsiglia, è Marsiglia che sceglie te”, così i marsigliesi amano parlare della propria città. Da sempre Marsiglia coltiva un fascino dal quale è difficile sottrarsi e che tanto la letteratura quanto la cinematografia hanno non poco contribuito a rendere eterno. Con orgoglio i marsigliesi, o almeno quelli non possidenti, sottolineano che Marsiglia non è la Francia e soprattutto non [...]]]> di Emilio Quadrelli

“La rage d’aller jusqu’au bout et là où veut bien nous mener la vie” ( Keny Arkana – La Rage)

Lo sguardo di un “flâneur”

“Non sei tu che scegli Marsiglia, è Marsiglia che sceglie te”, così i marsigliesi amano parlare della propria città. Da sempre Marsiglia coltiva un fascino dal quale è difficile sottrarsi e che tanto la letteratura quanto la cinematografia hanno non poco contribuito a rendere eterno. Con orgoglio i marsigliesi, o almeno quelli non possidenti, sottolineano che Marsiglia non è la Francia e soprattutto non è Parigi. E con Parigi si intende la “piccola Parigi” ovvero tutto ciò che è estraneo agli sterminati territori nord della capitale con i quali, invece, i rapporti sono piuttosto stretti tanto che, nel periodo estivo, non sono pochi i banlieusards parigini che vengono a trascorrere la vacanze da parenti o amici marsigliesi.

L’antagonismo con Parigi è a dir poco enorme poiché a fronteggiarsi sono due “visioni del mondo” del tutto antitetiche e che nulla hanno a che fare con le pur non secondarie frizioni proprie del “campanilismo” nostrano. Libri come Duri a Marsiglia o la trilogia di Izzo, solo per citarne alcuni, o film come Borsalino e Borsalino &Co, oltre i noir d’autore che hanno visto Marsiglia più come un “luogo dell’anima” e l’esemplificazione di una vera e propria Weltanschauung, piuttosto che un suggestivo paesaggio dove incorniciare delle storie, hanno fatto di questa città qualcosa di speciale. La stessa “cronaca nera” italiana non si è sottratta a ciò: basti pensare ai fiumi di inchiostro, al limite del poema epico, versati per narrare l’epopea del Clan dei marsigliesi e dei suoi principali esponenti, Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer i quali, in fuga da Marsiglia, avevano fatto base a Roma dove diedero prova di quanto meritata fosse la loro fama. Nelle cronache dell’epoca, infatti, i loro nomi primeggiano al fianco di figure di un calibro, solo così per dire, come quello di Francis Turatello1.

La fama di Marsiglia è tale che anticipa di gran lunga i suoi abitanti. Sola città europea capace di competere, per “insicurezza” e “criminalità”, con le più turbolenti città sudamericane, Marsiglia ha sicuramente qualcosa di magico e speciale tanto che il detto: “Marsiglia o la si ama, o la si odia”, contiene più che un grano di verità. Difficile, pertanto, sottrarsi al fascino che, sin dal momento in cui si scende la scalinata di Saint-Charles, la città ti obbliga a respirare. Nello scrivere di e su Marsiglia vi è sempre il rischio di finir catturati dal mitologema che la città si porta appresso, finendo così con l’essere influenzati in ogni tentativo di narrazione. Sicuramente il breve resoconto etnografico che segue potrebbe non risultarne del tutto immune. Tuttavia, con tutte le cautele del caso, chi scrive ha cercato di mantenere una certa sobrietà prona ai dettami dell’ “oggettività” e dell’ “avalutatività”2.

Frutto di un soggiorno di circa un mese (dal 9 gennaio al 4 febbraio 2023) nella città del minstral, la ricerca si proponeva l’obiettivo di descrivere alcuni aspetti della vita sociale delle masse subalterne e il loro rapporto con i movimenti politici antagonisti, tutto ciò in scia a un testo, Rosso banlieue3, il quale, per molti versi, ha aperto un filone di ricerca sulla “marginalità sociale” in aperta controtendenza alle retoriche convenzionali proprie della pubblicistica di buona parte della sinistra e degli stessi movimenti antagonisti. La ricerca si è svolta adoperando le tecniche proprie dell’etnografia sociale, a partire dall’utilizzo di alcuni gatekeeper che hanno consentito l’accesso all’interno di determinati contesti sociali e urbani, oltre alla consolidata pratica della “osservazione partecipante”4. La ricerca ha avuto l’ambito sportivo (una sala boxe) come base operativa il che, essendo chi scrive un ex atleta agonista, ha consentito di stabilire sin da subito una buona dose di empatia e fiducia con un certo numero di attori sociali. La raccolta di “storie di vita” e alcune “interviste in profondità” costituiscono l’io narrante del testo5. Detto ciò, prima di calarci nel racconto degli attori sociali, proviamo a inquadrare il contesto di cui parliamo attraverso tre brevi flash di vita urbana.

Marsiglia, un qualunque pomeriggio infrasettimanale, tram 1, fermata George. Davanti agli occhi di chi non è marsigliese si presenta una scena foriera di facili malintesi. Una trentina di persone in divisa blu, facilmente scambiabili per flics, occupano per intero la fermata e gli spazi a questa adiacenti. La cosa più ovvia da pensare è che sia accaduto qualcosa di piuttosto serio. Una rapina, un conflitto a fuoco, forse un omicidio. Sul tram nessuno mostra un qualche interesse per ciò che accade, solo lo sprovveduto straniero si mette a osservare il tutto con non malcelata curiosità. Pochi attimi e tutto si chiarisce, e quella che, a un primo sguardo, poteva apparire come una maxi operazione di polizia, si rivela per qualcosa di assai più prosaico: gli uomini e le donne in divisa blu non sono flics ma verificatori dei titoli di viaggio. Bloccando e circondando i pochi passeggeri scesi dal tram, controllano che gli stessi non siano “portoghesi”. Uno spiegamento di forze apparentemente sproporzionato ma che, come in seguito mi verrà spiegato, non ha nulla di eccezionale. Quello è il modo abituale in cui operano i “controllori” e lo è a ragion veduta. Agire in gruppi numerosi, non salendo sui mezzi pubblici, ma verificare i titoli di viaggio solo a terra e quando i rapporti di forza si mostrano estremamente favorevoli, rappresenta il solo escamotage per evitare di venire sopraffatti da viaggiatori senza biglietto. Una esposizione dei fatti che, tra gli abitanti di Marsiglia, non suscita particolare apprensione. Come tutte le pratiche sociali consolidate, alla lunga, diventano semplice routine.

Marsiglia, un normale sabato sera nel quartiere La Plaine. Prima di addentrarci nella breve descrizione degli eventi, occorre dire due parole su questo quartiere poiché, in maniera tanto sintetica quanto efficace, è in grado di focalizzare due aspetti della vita di questa città particolarmente significativi: i processi di esclusione e marginalizzazione sociale e, in seconda battuta, la non secondaria aporia tra “movimento” e classe. La Plaine, infatti, non è il classico territorio dove una borghesia benpensante e conservatrice conduce la sua esistenza mantenendo il più possibile le distanze, anche attraverso una rigida sorveglianza armata, dalle classi sociali subalterne, bensì un quartiere di sinistra, progressista, alternativo e assai distante dalle retoriche reazionarie. Una realtà che, per usare un termine à la page, fa tendenza e che, per molti versi, sembra indicare il futuro prossimo di Marsiglia che, negli ultimi tempi, è diventata la principale meta dei bobos, di quel ceto medio mediamente ricco di “capitale culturale” al quale, per lo più, non corrisponde un “capitale economico” di pari valore6. Usando una terminologia forse un po’ datata, questo ceto incarna il volto contemporaneo del riformismo e della socialdemocrazia ed è alla ricerca di un “modello” sociale e urbano in grado di cogliere le opportunità offerte dalle società postmoderne smussandone al contempo le aporie7. La Plaine, di tutto ciò, ne incarna una felice sintesi seppure, a uno sguardo neppure troppo attento, le aporie della postmodernità non sembrano trovare una qualche felice soluzione, semmai il contrario. Nel fine settimana, infatti, i ragazzi dei quartieri Nord piombano come barbari8 nel “quartiere alternativo”, con intenti non proprio pacifici. Benché le cronache focalizzino gli sguardi sui furti e le rapine, che sicuramente accadono ma sono di portata assai limitata, ciò che in questi comportamenti sembra emergere è soprattutto “la sfida”. Si tratta, cioè, di penetrare in un territorio che, per come pensato e organizzato, è deputato a tenerli fuori. Di ciò, la sintetica descrizione che segue offre una buona esemplificazione.

Verso le 23 di venerdì 20 gennaio, accompagnato da due ragazze del Collectif boxe, mi reco sulla spianata del quartiere La Plaine. I locali traboccano di persone che entrano ed escono, molti i giovani che si passano qualche “canna” seduti sui muretti che delimitano il piccolo “parco giochi” dei bambini. Gli ingressi dei locali sono presieduti da “buttafuori” che regolano l’entrata e l’uscita mentre altri ne sorvegliano gli interni. Gruppi di polizia mobile stazionano ai bordi del quartiere operando, di quando in quando, dei fermi e dei controlli. La prima impressione che capita alla mente del casuale “flâneur” è di trovarsi di fronte a una “Disneyland dell’alternativo” dove, all’interno di un perimetro ben delineato, “stili di vita” non convenzionali possono essere consumati in piena tranquillità. Una sorta di “oasi liberata”, ma socialmente e culturalmente perimetrata9, che non presuppone l’irrompere di alcun guastafeste10 ed è esattamente qua che entrano in ballo i “ragazzi dei quartieri Nord”. Un gruppo di questi, una decina, tutti maschi (prevalentemente di “pelle scura” anche se era visibile la presenza di almeno due blanc) è riuscito a intrufolarsi nei perimetri della “Disneyland dell’alternativo”, entrando immediatamente in contatto con la sicurezza. Immancabilmente ne scaturisce una rissa nella quale la piccola gang ha la peggio tanto che, in fretta e furia, è costretta a ripiegare. Nella fuga i ragazzi rovesciano tavoli, si appropriano di ciò che trovano a portata di mano e riescono a dileguarsi. A questo punto la nottata prosegue seguendo tranquillamente i suoi ritmi e i suoi rituali. Verso l’alba, la “Disneyland dell’alternativo” smobilita.

Queste cose, per molti versi e avendo in mente il panorama italiano degli anni Sessanta e Settanta, non sono certo nuove11. Le incursioni delle giovani gang dentro i quartieri borghesi erano pressoché all’ordine del giorno, così come l’irrompere di queste nei locali e nelle discoteche frequentati dai “ragazzi bene” erano una delle tante “sfide” che facevano da sfondo ai loro “rituali”. Una pratica sociale che trovò, almeno per un certo periodo, anche una sua concretizzazione politica attraverso i “Circoli del proletariato giovanile” milanese, il cui apice fu raggiunto con l’ “attacco alla Scala”12. Ciò che distingue quanto accade a La Plaine da quel che abitualmente andava in scena dentro i “quartieri bene” delle metropoli italiane è il blocco sociale con cui le gang contemporanee si scontrano. Nel primo caso era la borghesia in doppio petto e pelliccia a essere l’oggetto delle incursioni barbariche, oggi si tratta di un ceto sociale decisamente casual che sfoggia con un certo compiacimento piercing e tatuaggi13. Si tratta, almeno in apparenza, di episodi del tutto marginali che tuttavia sono in grado di raccontare qualcosa di non secondario sul modello sociale che governa la città. Ad andare in scena, al di là delle volontà degli attori sociali in gioco, è una nitida fotografia delle relazioni di potere che fanno da sfondo alla società contemporanea dove linea di classe e linea del colore si intersecano, ma non solo.

Ciò che a prima vista può apparire come l’eterna reiterazione de I ragazzi della via Pál14 in realtà sottende a qualcosa di ben diverso; da una parte un blocco sociale socialmente legittimato e, in virtù di ciò, detentore a pieno titolo di linguaggio (politico), dall’altra una massa informe, priva di volto e dai tratti barbarici, marginalizzata, socialmente esclusa e in grado di esprimersi solo con e attraverso la semplice voce15. Non per caso, qualche anno addietro, Sarkozy, per definire questa massa senza volto usò il termine racaille, ovvero qualcosa che è fuori dai perimetri della vita civile ed è priva di legittimità politica e sociale16. Una massa prevalentemente in “pelle scura”, dove i retaggi del colonialismo si fondono con la condizione proletaria. Una condizione alla quale non sfuggono, nonostante il loro essere blanc, i giovani “francesi francesi” poiché, come in La Haine è stato molto ben narrato, la condizione di marginale scurisce, di fatto, anche la pelle dei blanc17. Questo lo scenario razzista che fa da sfondo a Marsiglia e che, come vedremo meglio in seguito, è diventato un fronte di lotta non secondario di alcune realtà operaie e proletarie.

Un normale giovedì pomeriggio nei pressi de La Castellane, la banlieue Nord di Marsiglia divenuta famosa nel mondo perché vi è nato e cresciuto Zidane. Ciò che per un abitante di Marsiglia appare come semplice routine, agli occhi di un ospite casuale assume ben altri aspetti. All’improvviso al visitatore sembrerà di essere davanti a un televisore e osservare le abituali immagini di un check point israeliano in prossimità di un “valico palestinese”. L’ingresso in banlieue, infatti, è regolamentato, in entrata e in uscita, da un imprecisato numero di forze di polizia in pieno assetto tattico. Ogni persona, ogni macchina, sono attentamente identificate e perquisite. L’operazione può andare avanti per ore senza che sia accaduto un qualche fatto che potrebbe giustificare un tale spiegamento di forze. Molto di rado, e solo con una notevole supplenza di mezzi, le forze di polizia si azzardano a penetrare all’interno dell’agglomerato urbano, poiché il rischio di andare incontro a conflitti armati di non secondaria intensità non è irrisorio. Il grado di armamento presente tra la popolazione di questi territori è tanto noto quanto ampio. Per questi motivi il controllo del territorio avviene prevalentemente sigillandone i bordi. L’operazione, come mi viene spiegato dalla mia accompagnatrice, non è collegata ad alcuna situazione particolare: ciò a cui si assiste è la normale routine del “lavoro di polizia” nei confronti degli abitanti dei “quartieri Nord” ma che, per chi non vi è abituato, appare come una vera e propria operazione di guerra.

Queste brevi descrizioni ci consentono di dire già qualcosa sulla città e il modello sociale che la caratterizza. A fronte di una retorica mainstream che fa di Marsiglia una città turistica esemplificata dalla cartolina del Vieux port, emerge una metropoli densa di conflitti e per nulla pacificata, nella quale si annida una non secondaria carica esplosiva. Si tratta tuttavia di un potenziale che il più delle volte non va oltre la rage. Attraverso questa ricerca si è provato a raccontare le attività di alcune realtà sociali e politiche che stanno lavorando per dare progettualità politica e forza a la rage.

(1continua)


  1. Al proposito si veda: A. D’Agostino, Francis Faccia d’angelo. La Milano di Turatello, Milieu, Milano 2012  

  2. M. Weber, Il metodo delle scienze storico – sociali, Einaudi, Torino 2014  

  3. A. Bugliari Goggia, “Rosso banlieue”. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, Ombre Corte, Verona 2022  

  4. Praticamente impossibile, vista la vastità dei testi che la riguardano, stilare un elenco in grado di rendere conto della densità di argomentazioni che questo tipo di ricerca ha e continua a suscitare. Per una buona esemplificazione teorica, suggellata da una non secondaria esemplificazione empirica, si può vedere: A. Dal Lago, R. De Biasi, Un certo sguardo. Introduzione all’etnografia sociale, Laterza, Roma – Bari 2006.  

  5. Per molti versi lo “stile di lavoro” qui adottato si colloca sul solco di un testo come La città e le ombre, A. Dal Lago, E. Quadrelli, Feltrinelli, Milano 2003, che ha provato a narrare la storia di una città (Genova) attraverso la voce delle ombre, ovvero di quella quota di popolazione invisibile ma costantemente evocata, in quanto foriera di insicurezza urbana e degrado sociale, dalla teoria politica e sociale ufficiale. Con tutti i suoi limiti, quindi, anche questo lavoro ha provato a dare linguaggio a coloro i quali l’ordine discorsivo dominante obbliga al mutismo.  

  6. Su questo aspetto, per quanto datato, rimane fondamentale un “classico” della sociologia, P. Bourdieue, La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino, Bologna 2001  

  7. Paradigmatico, al proposito, S. Stavrides, Spazio comune. Città come commoning, Agenzia X, Milano 2022  

  8. Sui barbari rimangono del tutto attuali le suggestioni di Foucault e, in particolare, quelle esposte in Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 2009.  

  9. Cfr., E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna 1969  

  10. Utilizzo il termine di guastafeste facendo riferimento a H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 2000  

  11. Cfr., E. Quadrelli, Andare ai resti, Derive Approdi, Roma 2004  

  12. Cfr.: G. Martignoni, S. Morandini, Il diritto all’odio, Bertani, Verona 1977  

  13. La “divisa” degli abitanti dei “quartieri Nord” è ampiamente riconoscibile poiché indossano tute, soprattutto Adidas e Puma, completi dell’Olympique de Marseilles o completi mimetici mentre il look degli abituali frequentatori de La Plaine è quello del casual finto trasandato, il termine dégagé lo rende al meglio, oltre a avere tagli di capelli del tutto diversi, corti e rasati quelli dei “quartieri Nord” lunghi o con i dred gli altri, il che rende immediatamente identificabili i due gruppi sociali.  

  14. F. Molnar, I ragazzi della via Pál, Feltrinelli, Milano 2013  

  15. Su questo aspetto rimangono fondamentali le argomentazioni di Agamben in Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Miano 2005.  

  16. Questo l’appellativo utilizzato da Sarkozy nei confronti degli abitanti della banlieue in occasione degli émeutes del 2005. Cfr., A. Bugliari Goggia, “Rosso banlieue”, cit.  

  17. Cfr., A. Bugliari Goggia, Rosso banlieue, cit.  

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Parlami di noi. Note di ricerca e militanza in banlieue https://www.carmillaonline.com/2023/01/03/parlami-di-noi-note-di-ricerca-e-militanza-in-banlieue/ Mon, 02 Jan 2023 23:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75462 di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia, Rosso Banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, Ombre Corte, Verona 2022, 477 pp. 29,00€

La periferia e i suoi abitanti. Chiodo fisso di formazioni politiche e di ricercatori sociali. Tanti militanti quanti antropologi e sociologi si sono immersi nella realtà delle periferie urbane per sondarne la vita e i suoi rivoli. Che sia serio tentativo di ricerca, lungimirante scommessa politica o banale safari dei poveri non spetta a noi dirlo, né in ogni caso si potrebbe inquadrare in una medesima categoria un [...]]]> di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia, Rosso Banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, Ombre Corte, Verona 2022, 477 pp. 29,00€

La periferia e i suoi abitanti. Chiodo fisso di formazioni politiche e di ricercatori sociali. Tanti militanti quanti antropologi e sociologi si sono immersi nella realtà delle periferie urbane per sondarne la vita e i suoi rivoli.
Che sia serio tentativo di ricerca, lungimirante scommessa politica o banale safari dei poveri non spetta a noi dirlo, né in ogni caso si potrebbe inquadrare in una medesima categoria un intero universo di tentativi sfaccettati, divergenti e contraddittori.

Quello che però possiamo, dobbiamo, rilevare è stata la sostanziale incapacità di entrambe queste soggettività di aprire ad una circolo virtuoso in cui la ricerca sociale sostenga e rilanci la militanza e viceversa l’impegno quotidiano, la “prassi”, orienti e riempia di senso la ricerca.
Salvo rari casi ed indipendentemente dalla buona volontà, i ricercatori pescano materiale sull’asfalto e lo deportano nel grigiore accademico dove resta, inutile e autistico, ad accumulare polvere e crediti formativi; mentre i militanti si replicano quotidianamente in una pratica politica faticosa e asfissiante, dove l’enorme mole di impegno sociale finisce per seppellire la prospettiva e produrre rifiuto risentito o supponente intolleranza verso qualunque forma di discorso anche vagamente più teorico.

Rosso Banlieue, finalmente, mette sul piatto la possibilità (e la necessità), di rompere questa ottusa separazione.
È una ricerca sociale, un’etnografia come dice il titolo, volta non ad un sapere accademico ed autocompiaciuto, ma alla messa a sistema di una serie di dati ed elementi che sono di importanza fondamentale per chi abbia a cuore il rovesciamento dell’esistente.
E difatti l’autore non è la tipica figura di accademico sbarcato in mezzo ai poveri per tirarne fuori la storia, è un militante che tra i subalterni abita, agisce e si organizza. Il sapere tecnico non è finalizzato ad un’estrazione, ma alla condivisione. Base della dimensione politica collettiva.

È una ricerca scientifica come prassi politica. Scrittura come azione, osservazione come presupposto.
Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola, prescrive l’adagio.
E non stupisce quindi che la strumentazione per l’indagine sia ibrida, l’osservazione etnografica fa perno sulle categorie di metodo dell’operaismo italiano, è esplicito il riferimento alla conricerca di Alquati e l’inchiesta di Montaldi.

Proprio rispetto a quest’ultimo c’è un filo diretto, come per i “militanti politici di base” di Danilo Montaldi, l’autore fa una scelta di campo precisa: non parla della banlieue tutta, ma di una sua parzialità (e d’altronde nessuna ricerca può onestamente pretendere di non focalizzarsi su una parzialità e farsi punto di vista assoluto): quella che si organizza, che attraversa le emèutes, i riot contro la brutalità poliziesca, e che innerva il tessuto sociale con le sue attività; quella parte in grado di elevare l’istintiva solidarietà di classe nel quartiere in forza d’urto per l’affermazione del proprio diritto all’esistenza.
I “militanti politici di banlieue”, sono quel frammento di realtà che contiene e illumina al proprio interno un intero mondo.

Già a procedere così, il risultato è notevole. È un colpo alla nuca dell’accademico, col suo sapere sterilizzato, e dell’attivista, con le sue nevrosi prometeiche.
Fare fuori due figure di cui onestamente ci siamo stufati, che continuano ad occupare spazio fuori tempo massimo, per lasciare il campo al militante con la sua prassi fatta di inchiesta e azione.
Un registratore che specie di notte non dà pace.
Attraverso il racconto e l’esperienza di questo frammento, viene a galla una dimensione squisitamente politica di rivolta alla propria condizione di subordinazione. Lavorativa, sociale, razziale, di genere. Gli innumerevoli livelli del dominio, e i ruoli da esso prodotti, sono messi in discussione nella pratica collettiva.
Ancora un altro ritorno di Fanon in città. Tramite la prassi rivoluzionaria il dominato nega sé stesso in quanto prodotto del dominio e si appropria della sua essenza umana.
E che si tratti di una barricata nelle strade, di una palestra popolare o di una resistenza alla speculazione edilizia poco cambia, si tratta di un repertorio di tattiche di resistenza che nelle mani dei subalterni servono tutte, e devono tutte essere calibrate a seconda della situazione contingente.

Non è casuale la lontananza di queste soggettività politiche tanto dalla politica tradizionale (ricordiamo ancora, col martinicano, il corpo dello Stato in periferia o in colonia veste guanti, elmetti e sfollagente) quanto dai movimenti antagonisti.
In banlieue ci si muove sull’istanza del bisogno: il lavoro, la casa, gli spazi, la bestialità dei gendarmi; sofismi ideologici mal si accordano al cemento armato. E ci si muove coi propri vicini, coi parenti e con gli amici.
Non si può tracciare una linea di demarcazione netta tra il corpo politico e quello sociale. Non esiste una purezza rivendicativa che possa fare a meno della componente religiosa islamica, o uno scontro che possa prescindere dalla presenza di giovani teppisti assai poco avvezzi all’analisi di fase.
Il rapporto è ancorato strettamente e indissolubilmente alla condizione locale.

Vi è una incomunicabilità di fondo che separa collettivi di banlieue e collettivi antagonisti della città. E il motivo emerge lampante e crudo nelle voci dei protagonisti: è una questione di classe.
Ecco che attorno al frammento comincia ad addensarsi il mondo.
Ed ecco che qui una ricerca del genere è fondamentale.

La banlieue non è un non luogo caratterizzato da degrado e anomia. Né una no man’s land abitata da bande tribali ontologicamente antisociali e delinquenziali. E non è nemmeno un luogo di abbandono per le vite di scarto del sistema.

La banlieue è il territorio di sperimentazione del capitale, dove la disarticolazione della vecchia classe operaia è stata presupposto e trampolino per la ristrutturazione dell’intero modo di produzione capitalista interno della Francia (ma similmente è avvenuto per il resto d’Europa). È il più avanzato laboratorio del nemico e pertanto la trincea di prima linea dei subalterni.

Ad abitare questa trincea ogni culturalismo o essenzialismo sociologico perde senso. Ogni antirazzismo filantropico ed umanista è barocco e fuori luogo. La questione è una questione di classe. Non si abita la banlieue perché si è neri, o perché si è poveri.
Si è neri perché si è poveri, e si è poveri perchè si abita la banlieue. La subordinazione costruisce gabbie d’acciaio.
La questione razziale tanto cara ad un antagonismo di maniera non è che una frazione ancillare del tema cardine. Che cosa rappresentano queste vite?

Le macerie di una vecchia classe operaia, sventrata e sconfitta, sono il terreno di coltura su cui si è allevato un proletariato le cui condizioni di vita sono transitorie, vessatorie e cangianti quanto è variabile il mercato del terziario in cui è stata incanalata quest’umanità.
I quartieri che erano roccaforti socialiste sono ora luoghi di conservazione per un esercito di forza lavoro di riserva, una discarica di vite in eccesso ed un laboratorio di sperimentazione per tecniche di disciplinamento e sfruttamento. Volendo, potremmo dire anche un campo d’addestramento formato maxi per polizie il cui ruolo è sempre più quello di essere forza d’intervento anti-insurrezionale.

Si profila così una classe che fatica ad organizzarsi, se non a riconoscersi, in quanto tale poiché polverizzata negli ingranaggi di un mercato iper precarizzante e predatorio. Composta di immigrati e proletari autoctoni, di frange degli ultimi scalini del ceto medio caduto in disgrazia con le ultime tornate di crisi. Morto il contropotere delle tute blu e dei loro spazi omogenei emerge potente l’urgenza di guardare alla vecchia figura del lumpen per andare a cercare il soggetto rivoluzionario.
Il territorio diventa elemento fondamentale per l’individuazione e la costruzione di una forza comune.

Non solo, nell’osservare le tecniche di mantenimento dell’ordine si assiste al mutamento dello Stato, senza più la minaccia del potere popolare, in struttura ormai solo parzialmente autonoma rispetto le esigenze del capitale; le cui agenzie del controllo possono assumere il volto mellifluo dei servizi sociali e delle retoriche individualizzanti e proto-clericali dell’affermazione personale, oppure quello rabbioso e provocatore delle brigade anti criminalitè che mietono vittime e agiscono come corpi occupanti in territorio nemico (e questo soprattutto, la dice lunga sul rapporto che si va delineando tra potere statale e corpi sociali), ma in ogni caso volte al prevenire il formarsi di una classe per sè. Tenere in terra il nemico per non permettergli in nessun caso un proprio potere e proprie istituzioni.

L’indagine è complessa e strutturata, il ritratto dettagliato e assoluto. Il tutto respira in una parte.
Ora, se diamo per assodato che le banlieue e, più in generale, gli spazi ad essa affini, siano luoghi dove si formano i contorni della classe a venire, e quindi si profilano come uno spazio in espansione e mutamento. E se diamo per buono che il sapere messo in campo dall’autore, e quindi tutto quel repertorio di strumentazione metodologica e presupposti teorici, è patrimonio di una classe media in permanente emorragia assolutamente necessario alle lotte sociali; allora dobbiamo chiederci: dove e in che modo una certa produzione di soggettività straborda dalle banlieue e si riversa nella città per inglobare nuovi corpi da gettare nel tritacarne del capitale? In altri termini, dove l’energia e l’esperienza del soggetto di banlieue incontra i saperi frustrati del basso ceto medio? Dove si danno spazi di saldatura piuttosto che di inconciliabilità?

Rosso Banlieue non va inteso come uno sguardo su una realtà dura e lontana, affascinante perché mediata dall’occhio del ricercatore. Va preso come uno strumento di lotta, una proiezione su un futuro che, se già non è qui, allora è comunque più vicino di quanto si sia disposti ad ammettere.
Questa banlieue non parla di storie lontane. Parla di noi e per noi. È una ricerca sulle potenzialità della lotta politica e dell’organizzazione dei subordinati. E non può essere toccata piano.

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