Ahmet Davutoglu – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 02 Apr 2025 20:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Üçüncü Dünya Savaşı https://www.carmillaonline.com/2016/07/25/ucuncu-dunya-savasi/ Mon, 25 Jul 2016 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32171 di Sandro Moiso

ucuncu 4Terza guerra mondiale”, questa è la traduzione del titolo di un best-seller di fantapolitica uscito poco più di dieci anni fa in Turchia. Recep Tayyip Erdoğan, dopo essere stato escluso per anni dalla vita politica (poiché era stato giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso e incarcerato nel 1998 per aver declamato pubblicamente, come sindaco di Istanbul, i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…“), era stato eletto Primo Ministro del 59° governo turco il 4 marzo [...]]]> di Sandro Moiso

ucuncu 4Terza guerra mondiale”, questa è la traduzione del titolo di un best-seller di fantapolitica uscito poco più di dieci anni fa in Turchia. Recep Tayyip Erdoğan, dopo essere stato escluso per anni dalla vita politica (poiché era stato giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso e incarcerato nel 1998 per aver declamato pubblicamente, come sindaco di Istanbul, i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…“), era stato eletto Primo Ministro del 59° governo turco il 4 marzo 2003, dopo la vittoria del suo partito (AKP, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) nelle elezioni legislative del 2002, e uno giornalista-scrittore trentenne, Burak Turna, raggiungeva, nel 2005, il suo secondo successo editoriale anticipando la storia di una guerra in cui la Turchia si contrappone, dopo anni di acrimoniose trattative, ad una Unione Europea dominata da governi fascisti e xenofobi che respinge definitivamente la domanda del governo di Ankara di diventarne membro. Mentre in Germania, Francia e Austria si scatena una specie di caccia al musulmano, la Turchia si allea con la Russia e, con l’appoggio esterno anche della Cina, invade l’Europa e la riduce in ginocchio, con tanto di commandos turchi che si impadroniscono di Berlino.

Gli Stati Uniti stanno a guardare e sulle rovine della vecchia Ue, che voleva restare un «club cristiano», se ne affaccia una nuova, spostata a Est, e basata sulla riconciliazione tra l’Islam e il mondo ortodosso. In due mesi il libro vendeva in Turchia 130.000 copie, in un paese dove una tiratura di 3 mila copie è già un successo, e si avvicinava ai vertici delle classifiche dei libri più venduti. Tra i quali, va qui subito detto, si trovava proprio il precedente libro scritto dallo stesso autore in collaborazione con Orkun Ucar.

Questo altro testo, anch’esso riconducibile alla fantapolitica, si intitolava “Metal Firtina”, traducibile con Tempesta di metallo (in inglese, appunto Metal Storm) e aveva raggiunto, e forse superato, in pochi mesi le 500.000 copie.
Narra, guardo caso, di un’altra guerra “mondiale” in cui, gli Stati Uniti aggrediscono militarmente la Turchia, dichiarata “Stato canaglia”, per potersi impossessare delle ricchezze minerarie e petrolifere dell’Irak del Nord a discapito degli interessi turchi. Per ottenere ciò, oltre al bombardamento a tappeto di Ankara, Istanbul e Smirne, gli americani promuovono e appoggiano diversi movimenti separatisti destinati ad indebolire e a frantumare lo stato turco.

Metal-storm Ma l’attesa rivolta separatista non si produce, e la guerra si prolunga. I bombardamenti Usa sono spietati e decimano la popolazione, ma risparmiano le centrali elettriche e le stazioni tv, in modo che i turchi continuino a guardare la tv e così ad esporsi alle “armi di illusione di massa”.
Sarà un agente dei servizi segreti turchi ad immolarsi riuscendo a far esplodere, come un kamikaze, due bombe atomiche a Washington.

A quel punto, Putin ammassa truppe russe ai confini della Turchia invasa, pronto a scatenare l’intervento; Francia, Germania, Russia e Cina convocano d’urgenza il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’America è bollata come stato canaglia e riceve un ultimatum: o si ritira senza condizioni dallla Turchia, o sarà distrutta dalla coalizione mondiale che s’è formata.1

Fin qui le narrazioni di un autore decisamente nazionalista e con un largo seguito in Turchia. Poiché, però, vado da tempo sostenendo che il politico è soltanto uno dei territori dell’immaginario, vale forse la pena di cogliere i parallelismi e le possibili anticipazioni tra quelle trame e i fatti a cui stiamo assistendo, soprattutto nella Turchia del golpe e dopo golpe. Anche perché, all’epoca della sua uscita e del suo successo, il libro fu letto col massimo interesse negli ambienti militari, di sicurezza e della potente polizia turca e l’ambasciata Usa ne fu molto allarmata, visto che i sondaggi dell’epoca rivelavano che, dopo l’attacco all’Irak, i sentimenti anti-americani in Turchia erano condivisi dall’87% della popolazione.

Così è giunto il momento di riassumere, anche qui brevemente, la trama dei fatti. Quelli reali.
Il 15 luglio scorso si profila, per qualche ora, l’eventualità che il leader islamico e nazionalista Tayyip Erdoğan2 possa essere dimesso dal suo ruolo di governo e di “alleato”.
Le prime reazioni ufficiali di USA ed Europa al golpe si sono avute all’alba, 5 ore dopo l’inizio degli scontri. Dopo che, a detta dei media, le richieste provenienti dall’aereo di Erdogan per un eventuale accoglienza erano state respinte da diversi “alleati” europei.

Prima che questo avvenisse va rilevato un certo imbarazzo occidentale nei confronti non solo di un dittatore abbastanza spudorato nella sua conduzione della “moderna democrazia” turca, ma anche abbastanza avventuriero dal giocare col piede in più scarpe: l’appoggio, più volte provato, dato all’ISIS; l’altalenante posizione nei confronti di Siria, Iran e Russia; il rigurgito di nazionalismo ottomano e contrario ad ogni discorso riguardante i diritti degli Armeni e dei Curdi (questi ultimi autentici miliziani combattenti della causa anti-ISIS in Siria e nel Nord dell’Irak); il ricatto costante, con cui ha taglieggiato l’Europa e la Germania negli ultimi mesi, sulla questione dei profughi dal Vicino Oriente e centro-asiatici e, infine, lo smaccato rifiuto di rispettare qualsiasi forma di diritto umano, alla faccia delle richieste delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea (“We’ll go our way, you go yours”).

Non solo. Un leader che a maggio, in occasione del Congresso straordinario del suo partito (AKP), ha di fatto costretto il primo ministro Ahmet Davutoglu, troppo vicino agli alleati occidentali e da questi ultimi molto stimato, a dimettersi per sostituirlo con Binali Yildirim, curdo e fedelissimo del Presidente.3 Una situazione quanto meno delicata in cui il colpo di Stato, più che preparato dallo stesso Erdogan, come i sostenitori del complottismo ad oltranza sembrano voler riproporre come un vecchio film già visto più volte dall’11 settembre 2001 in poi, sembrava essere una possibile soluzione del problema. Tanto per dimostrare ancora una volta che il super-imperialismo che tutto controlla e determina non è altro che una bufala creata da coloro che rimuovono i rapporti di forza reali e le contraddizioni economico-sociali e geopolitiche che li determinano.

D’altra parte, checché se ne voglia pensare, il golpe non è stato solo e sempre uno strumento di cui gli americani si sono serviti per eliminare governi “avversi”, ma spesso anche un mezzo per rimuovere “alleati” divenuti scomodi. Basti pensare alle rimozioni violente di governi nel Pakistan della fine del secolo scorso.4 Mentre occorre sottolineare come la rapidità decisionale con cui Erdogan ha agito, dal punto di vista repressivo nei giorni seguenti, ancora una volta sbandierato come prova della premeditazione dello stesso, è riconducibile sostanzialmente a due fattori: dimostrare in casa e all’estero la propria forza e sicurezza e al fatto che qualsiasi Stato, compresa sicuramente l’Italia, ha già pronte da sempre le liste dei possibili nemici da rinchiudere o eliminare in caso di precipitare della o di una crisi politica, sociale o militare.5

D’altronde, sarebbe impensabile immaginare che un colpo di Stato militare, indipendentemente dalla presenza o meno di Fethullah Gülen nelle file del complotto, possa essersi sviluppato all’interno degli ambienti militari della NATO, soprattutto quelli dell’aeronautica militare, senza che l’intelligence statunitense non ne avesse alcun sentore .

Anche al di là delle accuse mosse da Erdogan agli Stati Uniti per aver rifornito i caccia golpisti con aerei cisterna decollati proprio dalla base di Incirlik. La stessa da cui decollano gli aerei americani che vanno a bombardare le posizioni dell’Isis, lasciata senza energia elettrica per alcune ore dopo il golpe sventato, e di cui è stato arrestato il generale turco che la comandava come uno degli artefici del golpe.6 Accuse rafforzate proprio oggi da quelle ulteriori alla CIA.7

Quindi nulla di nuovo sotto il sole…tranne che questa volta l’azione di forza è andata a gambe all’aria.8 E qui, infatti, si giunge alla parte più interessante della questione.
Il golpe non ha funzionato perché ha dovuto essere anticipato ovvero scattare prima che tutte le operazioni che dovevano essere portate a termine per farlo trionfare si realizzassero. Invece che alle tre del mattino, come alcune fonti sostengono, ha dovuto essere anticipato di diverse ore.

Secondo un’informazione diffusa dai media la sera del 20 luglio, i servizi segreti russi avrebbero avvertito il Presidente della Turchia del golpe militare che stava maturando, cosa che gli avrebbe consentito di salvarsi e di conservare il potere. Tuttavia, è difficile stabilire quanto le notizie sul presunto aiuto fornito dalla Russia a Erdogan possano essere attendibili. […]Secondo la versione diffusa dai media, il servizio di intelligence militare russo in Siria nella base di Hmeimym sarebbe riuscito a intercettare e a decodificare i radiocomunicati militari. Gli autori del complotto avevano progettato di inviare degli elicotteri all’hotel in cui alloggiava Erdogan a Marmaris per catturare e uccidere il Presidente. Il Ministero della Difesa russo avrebbe trasmesso questa informativa sui loro piani al Mit, l’intelligence nazionale turca, consentendo a Erdogan di fuggire in tempo e di intervenire.9

Non solo. Secondo altre fonti, in base a ricostruzioni provenienti da ambienti vicini al Svr, i servizi di intelligence russi per l’estero: “ci sarebbe stato un intervento degli Specnaz, le forze speciali russe che avrebbero scortato e difeso il presidente Erdogan dal golpe militare, accompagnandolo dal luogo in cui era fallito l’attentato, che doveva eliminarlo, all’aereo che lo ha riportato ad Ankara.10

Anche se lo stesso Presidente turco, in un’intervista rilasciata all’emittente televisiva del Qatar Al Jazeera, ha fornito una versione diversa, attribuendo il merito dell’anticipazione del golpe al M.I.T.l’Organizzazione di Intelligence nazionale Turca, “i media hanno diffuso la versione della corresponsabilità della Russia nella vittoria di Erdogan sulla base di notizie diramate da Fars, la principale agenzia d’informazione iraniana, a loro volta provenienti da fonti arabe (in particolare, dall’agenzia sudanese Al Sudan Al Youm). Come fonte i media arabi hanno citato dei diplomatici turchi che hanno preferito rimanere anonimi.11

Qualche lettore a questo punto si chiederà: “Ma Russia e Turchia, soprattutto dopo l’abbattimento dell’aereo russo sui cieli della Siria, non erano ai ferri corti?
Certo, almeno nelle apparenze, ma un accordo diplomatico e politico è sempre possibile e, in questo caso, conviene ad entrambi nell’attuale caos geo-politico che si va delineando in cui, come è stato scritto appena quattro giorni prima del fallito colpo di Stato, “appare evidente come Erdogan si sia ritrovato schiacciato dall’isolamento diplomatico internazionale, e abbia dovuto in qualche modo mettere da parte la retorica e fare un bagno di realismo: troppe le minacce che stavano accerchiando la Turchia, che pur avendo potenti alleati, benché sempre più riluttanti, ha l’imperativa necessità di non fomentare vecchie inimicizie.12

Infatti Erdogan nei giorni precedenti non solo aveva ripreso i rapporti con la Russia (non dimentichiamo che egli si incontrerà con Putin entro le prime due settimane di agosto), ma anche raggiunto un accordo con uno degli altri protagonisti dei giochi mediorientali: Israele.
Tale accordo, annunciato da Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano, e Binali Yildrim, Primo ministro turco, è frutto di diversi compromessi, come è del resto il destino di ogni accordo diplomatico che voglia essere credibile e duraturo. Entrambi gli attori sono riusciti ad ottenere l’accettazione di alcune delle proprie richieste più pressanti e a non fare concessioni sulle questioni più delicate.13 E probabilmente per ora tanto basta.

E anche se per ora nessuno ne parla, non è escluso che anche il Mossad abbia voluto fare un regalo e allo stesso tempo lanciare un avvertimento alla Volpe degli stretti. Da un lato indicargli il pericolo da cui mettersi in salvo14 e dall’altro segnalargli come, nell’attuale situazione di possibile isolamento, la sua sopravvivenza e successo siano indubbiamente legati alla costruzione di una rete mediorientale (di cui un altro attore è rappresentato senza ombra di dubbio dall’Arabia Saudita e dagli Emirati del Golfo) che, se da un lato mira a scalzare progressivamente l’importanza degli USA e delle nazioni europee nell’area, dall’altra dovrà funzionare in chiave anti-iraniana, per ridimensionare le pretese dell’unica nazione che fino ad ora ha potuto positivamente intascare un grande rientro sulla scena diplomatica, economica e militare internazionale proprio in seguito agli errori commessi dal Dipartimento di Stato americano in Irak.

ucuncu 5 D’altra parte anche la collaborazione tra Russia e Iran in Siria è sempre più messa alla prova dalle autonome iniziative che la Russia sta prendendo sul fronte militare sia nei confronti di una rinnovata collaborazione con Israele. Dopo lo scontro a Khan Tuman,15 infatti, molti strateghi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) “hanno cominciato a esprimere dubbi sugli obiettivi di Mosca nella lotta al fianco delle forze iraniane, libanesi e siriane. Questi strateghi, e altri funzionari che in Iran si oppongono alla presenza militare della Russia in Siria, mettono in guardia circa le divergenze di interessi tra Russia e Iran che nel lungo termine potrebbero portare a conseguenze impreviste.16

Tutto questo però è reso possibile da ciò che ho già segnalato in altri articoli proprio su Carmilla, ovvero dal progressivo indebolimento politico di quello che è ancora necessario definire “imperialismo occidentale”, ovvero USA e nazioni dell’UE. Se da un lato la crisi economica ha favorito la concentrazione del comando finanziario sulle economie, soprattutto, sulla forza lavoro di quelle nazioni che ci ostiniamo a definire “a capitalismo avanzato”, dall’altro la stessa ha rivelato le profonde crepe che dividono quegli stessi attori sul piano dell’azione diplomatica e militare edelle strategie economiche di fondo.

La recente uscita di Donald Trump, per esempio, su una possibile perdita di importanza della NATO per gli interessi americani rimarca, indirettamente, due cose.17 La prima riguarda il fatto che gli USA hanno due fronti mondiali a cui prestare attenzione: uno orientale sul Pacifico e il Mar della Cina, dove la concorrenza economica e finanziaria sembra volgere sempre più anche ad una concorrenza di carattere militare, e uno occidentale che sembra correre ormai dal Baltico all’Africa del Nord, in funzione anti-russa e di controllo delle maggiori aree petrolifere del globo.

E’ chiaro che un tale dispiegamento di forze ha dei costi non risibili per la declinante economia americana e senza uno sforzo economico da parte dei partner europei gli USA non potranno sostenere a lungo un tale impegno. D’altra parte gli alleati europei sono terrorizzati da un disimpegno americano che metterebbe in evidenza la debolezza “militare” dell’Unione che è, sì, monetaria, ma poco politica e militare.

La stessa Alta Rappresentante per le politiche europee, Federica Mogherini, nella sua problematica insignificanza,18 rappresenta simbolicamente una moneta priva di una efficace forza di difesa/offesa. Un po’ come immaginarsi il dollaro, padrone del ventesimo secolo, senza portaerei.
Debolezza dovuta soprattutto ai contrastanti interessi diplomatici ed economici tra le principali nazioni del continente (Gran Bretagna, Germania, Francia ed Italia). Come d’altra parte dimostra bene l’incidente occorso nei giorni scorsi in Libia: in cui tre membri delle Forze Speciali francesi sono rimasti uccisi nell’abbattimento di un elicottero, da parte dei miliziani filo-Isis, mentre combattevano a fianco del generale Khalif Haftar, l’uomo forte di Tobruk, invece che di quello del “legittimo” governo libico cui i militari europei già stanziati in Libia dovrebbero ufficialmente fare riferimento.19

E’ chiaro che un tale disordine finisce col favorire alleanze locali, e magari momentanee, proprio perché in un’era di decadenza del potere occidentale (e di declino del petrolio) gli ex-alleati locali potrebbero ritenere più utile coordinarsi tra di loro autonomamente sia per salvaguardare la propria sicurezza che per gestire in proprio ciò che rimane delle scorte dell’oro nero. Problemi cui la Russia, nel suo ruolo ritrovato di Grande Potenza, non può rimanere insensibile. Avendo per ora come obiettivi locali quelli di salvaguardare le proprie basi in Siria, ampliare il proprio ruolo sul mercato della produzione e delle transazioni legate al petrolio e al gas e, naturalmente, allontanare la minaccia jihadista sia dalla Cecenia che dalle aree confinanti. Senza rinunciare a rendere allo storico avversario statunitense pan per focaccia per quanto è avvenuto e sta avvenendo in Ucraina e nei paesi dell’ex-blocco sovietico.

Il percorso fin qui tracciato non è certo né lineare né definitivo, anche perché l’Occidente, pur manifestando qualche critica nei confronti della repressione di Erdogan nei confronti dei suoi avversari, veri o presunti tali, dovrà fare buon viso a cattivo gioco per un periodo, a questo punto, ancora piuttosto lungo.20 USA ed Europa non possono permettersi di perdere Ankara che, occorre qui sottolinearlo con forza, rappresenta il secondo contingente militare della NATO, dopo quello statunitense, sia per importanza che dal punto di vista numerico.21 E qualsiasi siano stati i motivi e gli attori ultimi del tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, fino a quando Erdogan non potrà essere sostituito con un personaggio “più affidabile”, questa è ancora la cosa che conta di più. Cercando di evitare nel prossimo futuro coinvolgimenti imbarazzanti e fallimentari nei confronti di operazioni destinate poi ad essere abbandonate a se stesse come quella di cui stiamo stati testimoni.

Con buona pace, comunque, di tutti quei “democratici” che strillano e si stracciano strumentalmente le vesti per una repressione che, pur essendo diventata più violenta e pericolosa, è presente e attiva in Turchia, soprattutto nel Kurdistan e nei confronti del PKK, da anni. E con buona pace ancora di coloro che vedono in Putin un agente dell’anti-imperialismo oppure di coloro che ancora non vedono la differenza tra i Kurdi del Rojava e della Turchia e di quelli del Nord Irak che fin dalla Guerra del Golfo agiscono col beneplacito americano e a fianco degli interessi statunitensi nella speranza di spartirsi, tra i clan Barzani e Talabani, un possibile feudo ricco di petrolio e, forse, di altri minerali preziosi. Area in cui gli Stati Uniti, dopo che le forze irakene hanno strappato all’ ISIS “il controllo della della base militare di Qayara, avamposto strategicamente ben posizionato per sferrare attacchi a Mosul, “capitale” irakena del Daesh, stanno valutando la possibilità di trasformare questa base in un avamposto permanente da cui far partire le missioni anti-ISIS, anche quelle che fino ad oggi partivano dalla base NATO di Incirlik, in Turchia, e dalle altre basi USA nell’area.22

erdogan Certo è che questa situazione generale vede un ritorno trionfante del nazionalismo. Occorre qui affermarlo senza timore: non solo dall’alto ma anche dal basso, poiché in una situazione di malessere generale e di progressivo peggioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, in America come in Medio Oriente e ancora qui in Europa, e in assenza di una qualsiasi altra seria proposta di opposizione anti-imperialista e di riorganizzazione socio-economica e territoriale che neghi l’attuale modo di produzione capitalistico, larghi settori di quella che è ancora definibile come “classe degli oppressi” si rifugeranno sempre più nell’esaltazione delle proprie radici e nel fasullo conforto di una peregrina identità nazionale e/o religiosa. Ulteriore fattore e motore delle guerre a venire. Come il nazionalismo turco di Piazza Taksim, sostituendo le precedenti proteste anti-Erdogan, già ci ricorda in maniera abbastanza eloquente.


  1. https://forum.termometropolitico.it/339961-anche-la-turchia-sogna-guerra-agli-usa.html  

  2. Dopo la sua elezione a Primo Ministro nel 2003, il leader turco ha mantenuto tale incarico fino al 2014 quando è stato eletto Presidente con le prime elezioni presidenziali dirette della storia del paese  

  3. Eliza Ungaro, Perché Erdogan ha “licenziato” Davutoglu, spiegato, 20/05/2016 http://www.thezeppelin.org/erdogan-davutoglu/  

  4. Solo a titolo di esempio: http://www.repubblica.it/online/fatti/paki/paki/paki.html  

  5. Su questo si confronti: https://www.carmillaonline.com/2016/07/21/istanbul-torino-la-parola-dordine-sola-repressione/  

  6. http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/19/news/il_retroscena_una_cisterna_americana_ha_rifornito_gli_f-16_e_ora_erdogan_va_in_pressing_sull_alleato-144402675/?ref=HREC1-1  

  7. http://www.huffingtonpost.it/2016/07/25/turchia-arresta-giornalisti_n_11175734.html?1469435801&utm_hp_ref=italy  

  8. Non posso fare a meno di tracciare, in tal senso un parallelo con la fallita invasione della Baia dei Porci. Avvenuta a Cuba nell’aprile 1961. Un fallimento totale che , di fatto, inaugurava il mandato di John Fitzgerald Kennedy e smontava fin dall’inizio le sue promesse. Così come il mancato golpe turco chiude il secondo mandato di Barak Obama, dimostrando tutta la debolezza della sua azione politica di “rinnovamento” ( cfr. https://www.carmillaonline.com/2016/07/24/sono-fotogenico/). In entrambi i casi gli Stati Uniti hanno puntato su oppositori espatriati: gli esuli anti-castristi a Miami per il primo e Fethullah Gulen, probabilmente, per il secondo. cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_della_baia_dei_Porci e per una emozionante descrizione letteraria James Ellroy, American Tabloid, Mondadori 1995, pp.434-470  

  9. https://it.rbth.com/mondo/2016/07/21/e-stata-la-russia-a-salvare-erdogan_613821  

  10. http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11931054/becchi-golpe-turchia-ruolo-putin-salvataggio-erdogan-.html  

  11. ancora https://it.rbth.com/mondo/2016/07/21/e-stata-la-russia-a-salvare-erdogan_613821  

  12. Marta Furlan e Lorenzo Carota, Turchia, Israele e Russia: il ritorno della diplomazia, 11/07/2016 http://www.thezeppelin.org/la-turchia-la-normalizzazione-diplomatica-israele-russia/  

  13. come da nota precedente  

  14. Poiché è difficile che un golpe organizzato all’interno degli apparati Nato e dell’esercito turco sfugga all’occhio vigile di Israele  

  15. Il riferimento è all’attacco di maggio effettuato dalla coalizione ribelle Jaish al-Fatah nel villaggio di Khan Tuman (sud di Aleppo), che ha ucciso decine di combattenti iraniani del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), della brigata afghana Fatemiyoun (mercenari che combattono per l’Iran) e delle milizie sciite di Hezbollah. Secondo alcune fonti le vittime sarebbero un’ottantina, tra cui due generali di spicco; si è trattato della più grave perdita per le forze iraniane dall’inizio del conflitto” Samantha Falciatori, L’iranizzazione della Siria e l’intervento russo, 08/12/2015 http://www.thezeppelin.org/iran-russia-siria/  

  16. idem  

  17. Anche la più recente dichiarazione di Trump su una possibile uscita degli USA dal WTO (http://www.repubblica.it/esteri/elezioni-usa/primarie2016/2016/07/24/news/trump_controlli_piu_severi_su_chi_arriva_dalla_francia-144740332/?ref=HREC1-8 ) sembra rientrare nella tradizione isolazionista e protezionista del Partito repubblicano. Tradizione interrotta sostanzialmente dai Bush, padre e figlio, che guarda caso non si sono presentati alla Convention repubblicana, avendo già dichiarato il proprio favore per l’interventismo della Clinton. Rappresentante perfetta, come ho già detto altrove, degli interessi petroliferi, finanziari e del complesso militare-industriale statunitense  

  18. Che sembra pareggiata soltanto dalla progressiva perdita di credibilità di Barak Obama. Figura destinata sicuramente ad entrare nella leggenda mediatica essendo stato “il primo presidente afro-americano” degli Stati Uniti, ma i cui insuccessi e promesse mancate si sono accumulati implacabilmente nel corso dei suoi otto anni di mandato. Rendendolo molto simile, in questo senso, a John Fitzgerald Kennedy, di cui si è già parlato in una nota precedente  

  19. http://www.analisidifesa.it/2016/07/libia-abbattuto-elicottero-di-haftar-morti-due-incursori-francesi/  

  20. Ingoiando la rimozione di alcuni ambasciatori ritenuti coinvolti nel complotto e la difesa della pena di morte da parte del Ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu: “L’Unione europea non ha il diritto di dare alla Turchia un ultimatum su questo tema, l’Europa non è la proprietaria della Turchia e non accetterà di essere guardata dall’alto al basso.” http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/25/news/turchia_arrestati_42_giornalisti_accusati_di_sostenere_gulen-144768272/?ref=HREC1-4  

  21. cfr. Francesco Valacchi, Turchia, le forze armate oggi, 5 dicembre 2013 http://www.ilcaffegeopolitico.org/13589/turchia-le-forze-armate-di-ankara-oggi  

  22. Zeppelin Newsletter, International Weekly Brief 18 – 24 luglio 2016  

]]>
Creatori di mostri https://www.carmillaonline.com/2015/12/10/creatori-di-mostri/ Thu, 10 Dec 2015 21:10:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27214 di Alexik

marcia repubblicanaIncredibile ! Impossibile ! Assurdo ! L’insinuazione che un nostro fedele alleato traffichi petrolio col DAESH ha scatenato qualche giorno fa cori di incredulità e stupore.

Come si può, infatti, anche solo concepire che la Turchia, un membro della NATO sia in combutta con il sedicente Stato Islamico? Quella stessa Turchia il cui premier Davutoglu (primo a destra nella foto) ha sfilato a Parigi per Charlie Hebdo? Un pilastro della Grande Coalizione contro il terrorismo, che si appresta ad annientare gli accoliti di Al-Baghdadi [...]]]> di Alexik

marcia repubblicanaIncredibile ! Impossibile ! Assurdo ! L’insinuazione che un nostro fedele alleato traffichi petrolio col DAESH ha scatenato qualche giorno fa cori di incredulità e stupore.

Come si può, infatti, anche solo concepire che la Turchia, un membro della NATO sia in combutta con il sedicente Stato Islamico? Quella stessa Turchia il cui premier Davutoglu (primo a destra nella foto) ha sfilato a Parigi per Charlie Hebdo? Un pilastro della Grande Coalizione contro il terrorismo, che si appresta ad annientare gli accoliti di Al-Baghdadi restituendoci serenità e vendetta !

C’è di che indignarsi di fronte alle calunnie rivolte a questo grande paese amico, che si è impegnato a proteggere le nostre frontiere dalla disperazione dei profughi in fuga, evitando alle potenze europee di toccare con mano gli effetti collaterali della destabilizzazione che loro stesse fomentano. Un grande paese a cui l’U.E., riconoscente, ha riaperto dopo lunga attesa il percorso di adesione. A patto che i rifugiati se li tenga a casa sua, ma anche in considerazione dei suoi altissimi standard democratici a cui la stessa Unione Europea aspira a uniformarsi (dall’uso dell’esercito contro i propri popoli, all’arresto dei giornalisti, all’esecuzione sommaria degli oppositori, ecc.).

Che dire dunque delle maldicenze che da tempo ledono la reputazione della patria di Erdogan, accusandola di ‘intelligenza col nemico’? Facciamone una breve rassegna cronologica.

Partiamo dal 24 marzo 2013, quando il New York Times indicava nell’aeroporto di Esenboga, vicino ad Ankara, l’hub di riferimento per il ponte aereo di 160 cargo militari organizzato da Giordania, Arabia Saudita e Qatar a sostegno dei ribelli anti Assad. Al governo turco l’onere della supervisione del programma e del trasferimento su gomma delle attrezzature militari (3.500 tonnellate, secondo la stima del Stockholm International Peace Research Institute) fino alla frontiera siriana. Il quotidiano newyorkese riportava come l’operazione si fosse avvalsa di consulenze della C.I.A. per l’acquisto delle forniture belliche dalla Croazia e per la scelta dei gruppi ribelli a cui destinarle.

Miliziano del Daesh armato di lanciagranate RBG-6.

Miliziano del Daesh armato di lanciagranate RBG-6 (fonte: Jutarnji).

Scelta evidentemente poco oculata. Circa un anno dopo Luca Susic scriveva su Analisi Difesa: “Le armi croate acquistate l’anno scorso dall’Arabia Saudita per armare i ribelli siriani che combattono il regime di Bashar Assad sono finite “misteriosamente” nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico di Iraq e Levante (ISIS) che le impiega nell’offensiva che ha portato in pochi giorni alla conquista di quasi tutto il Nord Iraq e per l’attacco a Baghdad. Come riportano alcuni media di Croazia e Serbia, infatti, nella rete web è possibile trovare foto di combattenti dell’ISIS armati di lanciagranate RBG-6, i lanciarazzi anti-carro M79 Osa e il cannone senza rinculo M60, tutte forniture croate a suo tempo fornite ai ribelli siriani”.

Ma ai tempi del ponte aereo chiunque combattesse Assad veniva classificato fra i ‘combattenti per la libertà’, e nessuno avrebbe potuto immaginare che alcuni di loro avrebbero cominciato a tagliare le teste ….. degli occidentali.

Il fatto che tagliassero le teste degli altri non sembrava fregare un gran che. Già nel marzo del 2012 Der Spiegel suggeriva come i ribelli di Homs non fossero particolarmente ligi ai dettami della Convenzione di Ginevra, e come la loro ‘Brigata sepoltura’ lavorasse a pieno ritmo per la decapitazione di militari dell’esercito regolare siriano e di traditori, veri o presunti, della rivoluzione. The Human Right Investigation documentava con foto e video come nelle esecuzioni di Homs venisse coinvolto, come boia, anche un bambino.

Intanto a Damasco e ad Aleppo si susseguivano le esplosioni delle autobombe di al-Nusra, braccio siriano di al-Qāida. A dicembre il Daily Mail riportava di gente decapitata e data in pasto ai cani, di 300.000 cristiani in fuga, di rapimenti a scopo di estorsione ed uccisioni di ostaggi ad opera del Free Syrian Army. A detta di Amnesty International: “I cadaveri trovati ogni giorno nelle città e nei villaggi siriani con i segni di esecuzioni e torture sono la sinistra evidenza dell’aumento dei crimini di guerra e degli altri abusi commessi non solo dalle forze governative, ma anche da gruppi di opposizione armati”.

Mc Cain in posa a Idleb con esponenti del FSA.

John Mc Cain in posa con esponenti del FSA (fonte: profilo Twitter di John Mc Cain)

Tutto questo non impediva al senatore repubblicano John McCain di incontrare amichevolmente comandanti del Free Syrian Army a Gaziantep, in Turchia, e ad Azaz (poco oltre il confine) e di garantirgli il proprio interessamento per la fornitura di armi pesanti1. E visto che un ex candidato alla Casa Bianca si scomodava di persona per venirli a benedire, perché mai la Turchia avrebbe dovuto ostacolarne le attività?

Ci provò, in verità, la polizia della provincia turca di Adana, quando procedette all’arresto di 12 membri del Fronte al-Nusra, beccati con due chilogrammi di sarin. Due mesi prima, il 19 marzo 2013, il sarin era stato usato sulla cittadina siriana di Khan Al-Assal, e in seguito sarebbe stato usato nuovamente il 21 agosto a Ghouta. Stragi che vennero subito attribuite ad Assad, rischiando di provocare un’altra ‘guerra umanitaria’ contro Damasco. L’intervento USA, secondo il premio Pulitzer Seymour M. Hersh, fu fermato all’ultimo momento dall’intelligence britannica, che aveva verificato come il sarin usato sulle città siriane non fosse dello stesso tipo di quello detenuto negli arsenali dell’esercito regolare2.

Intervistato da Hersh, un ex funzionario dell’intelligence USA diede questa ricostruzione dei fatti: “si è trattato di un’azione ideata da quelli di Erdogan per spingere Obama ad intervenire. L’idea era di inscenare qualcosa di spettacolare, un attacco con il gas a Damasco o dintorni quando gli ispettori dell’Onu erano in Siria. I nostri vertici militari sono stati informati dalla Dia e altre agenzie di intelligence che il sarin è arrivato attraverso la Turchia — il che è possibile solo con il sostegno turco. I turchi hanno anche fornito l’addestramento su come produrre e maneggiare il sarin”.

Comunque sia andata, i 12 jihadisti di Adana, accusati di aver tentato l’acquisto di attrezzature e precursori chimici per la produzione del gas, furono liberati dopo brevi detenzioni, fatto singolare in un paese che non brilla per garantismo.

Adana: sequestro di un carico d'armi per la Siria.

Adana: sequestro di un carico d’armi diretto in Siria (fonte: Cumhuriyet).

Il 18 gennaio 2014, sempre ad Adana, vennero fermati tre Tir carichi di armi, munizioni e razzi nascosti sotto aiuti umanitari. Durante gli interrogatori l’autista Murat Kislakci disse che i mezzi erano stati caricati all’aeroporto di Esenboga, e, come molte altre volte, li stavano portando a Reyhanli, alla frontiera siriana, dove agenti del MIT (Milli Istihbarat Teskilati, i servizi turchi) li avrebbero presi in custodia per la consegna ai gruppi ribelli. Per intervento diretto del governatore di Adana le indagini vennero bloccate, diversi membri ed ufficiali delle forze di polizia vennero posti in stato di accusa ed espulsi dal corpo, i camion furono restituiti al personale del MIT. Oltre duemila camion carichi di armi avrebbero percorso quella rotta. Per aver pubblicato questa notizia sul quotidiano Cumhuriyet, sono stati recentemente arrestati il direttore del giornale Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul, con l’accusa di spionaggio politico e militare, divulgazione di informazioni coperte da segreto di stato e propaganda a favore di organizzazioni terroristiche.

Ma questa è storia di oggi. Torniamo al 2014 e spostiamoci a sud est di Adana, nella provincia di Hatay, attraversata da un fitto via vai di foreign fighters provenienti dal Golfo, dall’Europa e dal Nord Africa. Un traffico notevole che doveva essere tutt’altro che ignoto alle autorità di Ankara, visto che andava in onda anche sulla CNN. Né tantomeno ne veniva ostacolato, a giudicare da una direttiva del Ministro dell’Interno al governatore di Hatay: “In base ai nostri interessi regionali, aiuteremo i militanti di al–Nusra contro il PYD, estensione dell’organizzazione terroristica PKK… I mujaheddin di al-Nusra andranno ospitati nelle strutture sociali delle istituzioni pubbliche … il trasferimento e il supporto logistico a gruppi islamisti, l’addestramento, la cura dei feriti e il passaggio dei mujaheddin sarà effettuata prevalentemente da qui.”

16 aprile 2014. Il comandante del DAESH Abu Muhammad,  ferito nei combattimenti a Idlib, viene curato all'ospedale statale di Hatay (fonte: Daily News).

16 aprile 2014. Il comandante del Daesh Abu Muhammad, ferito in combattimento, viene curato all’ospedale statale di Hatay (fonte: Daily News).

La direttiva suscitò la reazione degli avvocati del Cumhuriyet Halk Partisi (CHP, i nazionalisti turchi), che dimostrarono, foto alla mano come già ad aprile l’ospedale pubblico di Hatay stesse assicurando l’assistenza sanitaria ai feriti di al-Nusra e Daesh provenienti dal fronte siriano.  Il CHP denunciava l’ospitalità fornita agli jihadisti nelle strutture del Direttorato per gli Affari Religiosi di Hatay sotto la supervisione dei servizi turchi. Si chiedeva, inoltre, come fosse possibile che i seguaci di Al-Baghdadi tenessero raduni di massa a Istanbul senza che nessuno l’impedisse.

Nell’agosto del 2014, con la decapitazione di James Foley (primo fra gli ostaggi occidentali), anche dalle nostre parti cominciò a serpeggiare il dubbio che forse con ‘i combattenti per la libertà’ qualcosa non stesse andando per il verso giusto. Gli USA, per rappresaglia, cominciarono i bombardamenti su Raqqa, la roccaforte del Daesh, provocando  feriti fra i miliziani che venivano subito ricuciti dall’ospedale di Saliurfa, la città turca più vicina. Secondo il quotidiano turco Taraf a Saliurfa venne curato Ahmet El H’nin, braccio destro di Al Baghdadi, assieme ad altri 8 militanti, il tutto a spese del governo turco.

La trasformazione dei freedom figthers in tagliagole risvegliò l’attenzione dei media occidentali sulla frontiera turco/siriana. Oltre che bombe, cominciarono a piovere giornalisti e numerose troupe vennero sguinzagliate a caccia di jihadisti da intervistare.

Reyhanli. Attività commerciale.

Reyhanli. Attività commerciale (fonte: Daily Mail).

A Reyhanli, nella provincia turca di Hatay, gli inviati del Washington Post raccolsero le confidenze di un militante del Daesh: “Abbiamo combattenti – anche membri di alto livello dello Stato Islamico – curati negli ospedali turchi. Inoltre la maggior parte dei combattenti che ci hanno raggiunto dall’inizio della guerra sono passati dalla Turchia, così come gli equipaggiamenti e le forniture”.

Sempre a Reyhanli un reportage del Daily Mail sulle tracce degli jihadisti britannici, mostrava come l’attraversamento del confine continuasse a funzionare a pieno ritmo per la felicità dei negozianti di tute mimetiche, coltelli da caccia, canocchiali e cartuccere.

Che non si trattasse di turismo veniva in seguito confermato dalle Unità di Difesa Popolare (YPG) curde, che ritrovarono sugli jihadisti del Daesh uccisi nei dintorni di Kobane i passaporti di varie nazionalità, tutti con il timbro di uscita dei controlli di frontiera turchi.

Non tutti, quindi, erano arrivati alla spicciolata, seguendo clandestinamente le rotte dei contrabbandieri. L’anno prima, lungo la frontiera ad est di Kobane, i residenti della cittadina di Ceylampinar avevano testimoniato alla BBC il continuo passaggio notturno di colonne di pullman. Come si vede dal video, il trasporto di miliziani di al-Nusra oltreconfine, in funzione anti YPG, veniva scortato dai mezzi blindati dell’esercito turco.

(Continua)


  1. McCain, al ritorno in patria, non mancò di  vantarsene  sul Los Angeles Times, diffondendo foto ricordo dell’evento. Fra i suoi fotogenici interlocutori furono riconosciuti i rapitori di 11 pellegrini libanesi

  2. Gli stessi dubbi di Carla Dal Ponte, membro della commissione di inchiesta delle Nazioni Unite: “quello che apparve dalla nostra investigazione fu che [il sarin] venne usato dall’opposizione, dai ribelli, e non abbiamo avuto affatto nessuna indicazione che le autorità del governo siriano abbiano usato armi chimiche”. 

]]>
Ora che la guerra sta accadendo https://www.carmillaonline.com/2015/11/24/paradossi-di-una-guerra/ Tue, 24 Nov 2015 17:00:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26796 di Sandro Moiso

Made_in_France_posterParigi – Londra, patto di guerra. Così titolava in prima pagina il “Corriere della sera” ieri mattina. Poi, nella stessa giornata, un caccia russo Sukhoi 24 è stato abbattuto nei cieli turco-siriani su ordine del premier Ahmet Davutoglu e la Russia ha schierato le proprie navi davanti alla costa turca. L’esplodere dei grandi conflitti è sempre stato preceduto dal manifestarsi di una grande “voglia di guerra”. Voglia che si manifesta nelle dichiarazioni pubbliche e nei discorsi privati, nei quotidiani e, oggi, nei media di ogni genere. Nelle scelte della politica e dell’economia. Nella preparazione delle azioni militari e [...]]]> di Sandro Moiso

Made_in_France_posterParigi – Londra, patto di guerra. Così titolava in prima pagina il “Corriere della sera” ieri mattina. Poi, nella stessa giornata, un caccia russo Sukhoi 24 è stato abbattuto nei cieli turco-siriani su ordine del premier Ahmet Davutoglu e la Russia ha schierato le proprie navi davanti alla costa turca. L’esplodere dei grandi conflitti è sempre stato preceduto dal manifestarsi di una grande “voglia di guerra”. Voglia che si manifesta nelle dichiarazioni pubbliche e nei discorsi privati, nei quotidiani e, oggi, nei media di ogni genere. Nelle scelte della politica e dell’economia. Nella preparazione delle azioni militari e in quelle repressive. Nella designazione di un nemico disumano, meritevole di ogni violenza e di ogni atto di vendetta.

Voglia di armi
“Energia e difesa trainano le borse”. Non erano ancora passati cinque giorni dai fatti di Parigi che, mercoledì 18 novembre, “il Sole 24 Ore” poteva trionfalmente dichiarare in prima pagina la felicità degli investitori per la situazione venutasi a creare per le conseguenze poltico-militari degli attentati messi in atto dai militanti dell’Isis . Come se ciò non bastasse sulla colonna di sinistra un altro articolo dichiarava, quasi spudoratamente: “Europa e conti. Più che la stabilità poté la sicurezza”.

L’appello di lunedì 16 novembre del Presidente della Repubblica francese alla clausola dell’articolo 42, punto 7, del Trattato di Lisbona, riferito al mutuo soccorso europeo, ha aperto di fatto la porta alla possibilità di uscire dai vincoli dei trattati europei, riguardanti la spesa degli stati, per tutto ciò che riguarda la sicurezza ovvero uomini, armi e tecnologie securitarie. Il taglio della spesa pubblica, tanto richiamato da tutti i partiti di governo e di opposizione, in un solo colpo può quindi essere aggirato, grazie sostanzialmente all’appello di François Hollande, a favore delle imprese fornitici di armamenti per gli eserciti e servizi all’intelligence.

Da qui la gioia delle Borse, per le quali, evidentemente, i morti, parigini o siriani che siano, della guerra in atto non sono altro che una forma di interesse da pagare per il buon funzionamento e la ripresa dei mercati. Una specie di keynesismo del sangue che andrebbe di diritto inserito tra i crimini dei potenti e dell’economia di recente analizzati da Vincenzo Ruggiero in alcuni suoi testi.1

Sabato 21 novembre “Repubblica.it” titolava “L’affare della guerra all’Is: boom di Borsa e vendita di armi, l’Italia c’è”, affermando chiaramente che “Domandare, offrire; vendere, comprare. Le regole del mercato sono poche e semplici. E la guerra aperta dalla Francia e dalla Russia dopo gli attentati terroristici ad opera dell’IS non fa eccezione. Per chi domanda sicurezza, c’è chi offre strumenti di difesa; per chi vende armi, c’è chi le compera. Gli stanziamenti degli Stati per armarsi contro la minaccia terroristica cresceranno, questa è una delle poche certezze di questi giorni: Francois Hollande ha già ottenuto da Bruxelles di fare più deficit del previsto e anche la Stabilità italiana si prepara a trovare 120 milioni di nuove risorse.2

Per poi proseguire “Con i lampeggianti delle sirene parigine ancora accese, già si sapeva che gli Usa avevano venduto migliaia di bombe intelligenti all’Arabia Saudita, per 1,29 miliardi di dollari di valore. Per chi avesse dubbi, basta guardare all’andamento di Borsa, dove fiutare l’affare è la regola: aziende come la leader delle armi Lockheed Martin, ma anche altri colossi come Bae System, la Airbus e la Boeing (che non producono solo aerei passeggeri) e la nostra Finmeccanica hanno registrato un balzo in avanti sui mercati. L’indice Bloomberg del settore aero-spaziale e della difesa, dagli attentati di Parigi ha guadagnato il 4,5%, Finmeccanica più dell’8%”.

Per essere bipartisan occorre poi ricordare che Carlo Pelanda, su “Libero” di domenica 22 novembre, non dimenticando che “La grande depressione americana degli anni ’30 finì per la svolta espansiva e mobilitante data dall’entrata in guerra nel 1941”, ha sottolineato come non si veda “una mobilitazione pacifista contro i bombardamenti, manco tanto selettivi, di Raqqa o una condanna morale di Hollande perché, oltre alla parola «guerra», ha anche aggiunto «vendetta». Pare che la percezione sia quella di una Pearl Harbour europea caricata di una forte caratterizzazione del nemico come indegno e non meritevole di pietà”.3 Sintetizzando: il clima favorevole alla guerra c’è, vediamo solo di sfruttarlo al meglio.

Il paradosso sta nei fatti: finita quella che si potrebbe definire come la terza guerra mondiale, con cui sostanzialmente, tra il 1991 e, indicativamente, l’eliminazione di Osama Bin Laden, gli Stati Uniti hanno cercato di ridisegnare a proprio vantaggio il panorama geo-politico venutosi a creare nel quarantennio di divisione condominiale del mondo con l’URSS dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha avuto inizio, proprio dall’imbarbarimento di consuetudini e stati seguito alla (fallimentare) balcanizzazione dell’Europa Orientale e del Vicino Oriente voluta e perseguita dai vertici politico-militari ed economici statunitensi, la quarta.

Mentre la terza, però, aveva visto ancora una parte consistente del mondo, sviluppato e non, adattarsi al comando americano sperando di trarre vantaggio sia dal rafforzamento imperialista statunitense che dall’indebolimento e dalla scomparsa dell’imperialismo sovietico in nome di un Nuovo Ordine Mondiale, oggi a seguito della crisi economica, dello sviluppo e della affermazione di varie potenze regionali e mondiali, della debolezza della strategia americana e delle sue possibili prospettive, si ha uno scontro di tutti contro tutti. In cui tutti gli attori sono contemporaneamente possibili alleati e possibili nemici. Dal punto di vista capitalistico, mercantile e finanziario è una situazione magnifica: tutti possono vendere armi a tutti in attesa che i fronti si definiscano meglio e le popolazioni, soprattutto in Occidente, si abituino all’idea dell’inevitabilità dei sacrifici determinati dal clima bellico e della giustezza delle ragioni della propria “patria” o del proprio schieramento di riferimento.

Così la Francia può ballare tra Stati uniti e Russia e l’Italia vendere armi agli Emirati del Golfo e alla Turchia (solo per citare due esempi) continuando a gridare, sempre più forte “Al lupo! Al lupo!” per il nemico alle porte. Quando il vero nemico, il più importante, è costituito proprio da quei governi che ci stanno portando al macello. Così mentre gli Stati Uniti, nel corso della terza, avevano pensato di preparare una situazione utile sia a contenere gli alleati/concorrenti occidentali, sia a circondare strategicamente il colosso cinese, ora si trovano impantanati in una situazione in cui ad ogni falso movimento rischiano di calpestare pericolosamente i piedi di possibili alleati e possibili avversari (ancora una volta i balletti di Kerry e Obama tra Iran, Israele, Turchia, Russia ed Arabia Saudita possono servire da esempio).

Ballando sull’orlo del baratro qualcuno inizierà a scivolare, trascinando con sè tutti gli altri. In Turchia, in Siria, sulle coste del Mediterraneo: dove sarà, sarà. Il luogo non sarà così importante alla fine.4 Per questo ho detto e ripeto ancora che il 13 novembre non corrisponde all’11 settembre 2001 (tutto americano), ma al 28 giugno 1914.

L’italietta, intanto, corre gioiosa incontro al proprio destino: soddisfatta degli investimenti arabi sul territorio nazionale e nella sua linea aerea di bandiera, spera di continuare a vendere armi a tutti, facendo girare a mille gli stabilimenti di Finmeccanica e della Beretta e facendo finta che il decreto legge che proroga la partecipazione militare italiana a missioni internazionali approvato alla Camera, con la norma che consentirà agli “007” di avvalersi dei corpi speciali per le operazioni all’estero, non costituisca ancora un atto di guerra.5

In che modo la lotta al terrorismo sia un affare interessante per le aziende del comparto è scritto anche nella relazione al bilancio 2014 di Finmeccanica, portabandiera italiana della Difesa. Già in chiusura dello scorso esercizio, ad assalto a Charlie Hebdo concluso, si registrava che «la spesa per nuovi investimenti tenderà nei prossimi anni a crescere con un ritmo intorno al 2% annuo, grazie al lancio di programmi per lo sviluppo di nuovi sistemi di armamento e allo stanziamento di fondi per operazioni contro il terrorismo organizzato internazionale (circa 40 miliardi di euro tra il 2015 e il 2017)» […]L’azienda della Difesa è presente con dodici siti tra Arabia, Emirati arabi uniti e aree circostanti. Con gli Eau, in particolare, nel bilancio di sostenibilità Finmeccanica ricorda che c’è un interesse «testimoniato dalla più che quarantennale presenza sul territorio degli Eau, con i quali sono stati avviati importanti programmi di sviluppo che hanno condotto alla creazione di una sede ad Abu Dhabi, con funzione di coordinamento di tutte le attività nell’area. Finmeccanica intende rafforzare la partnership con gli Emirati Arabi Uniti mediante la definizione di ulteriori alleanze con il settore pubblico e privato e con importanti enti di ricerca governativi, ampliando la rete di collaborazione con i player di settore locali». A scanso di equivoci, proprio in questi giorni l’ad Mauro Moretti è tornato a chiarire che l’interesse è rivolto in tutte le direzioni: «Fornire armamenti a paesi come Arabia Saudita e Qatar che sono considerati controversi? Sono paesi che sono legittimati dagli Usa ed entrano a far parte del fronte Occidentale in questa vicenda»“.6 Continuando a far finta che un comune fronte Occidentale ancora esista.

… e di petrolio
L’euforia borsistica, come si diceva all’inizio, si è estesa anche all’altro grande protagonista dei drammi mediorientali presenti e passati: il petrolio.
Protagonista indiscusso dello scontro sia mondiale che locale tra potenze imperiali, ma anche tra potenze regionali con aspirazioni globali come ben dimostra il coinvolgimento nel dramma siriano di Arabia Saudita, Stati del Golfo e Turchia, più o meno, dallo stesso lato e Iran dall’altro.7 Petrolio che costituisce anche una delle fonti dirette di finanziamento dello stesso Stato islamico e uno, se non l’unico, dei principali motivi della sua azione nel Vicino Oriente e in Africa.

I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio” sostiene in un articolo, sull’Espresso on line del 20 novembre, Gianluca Di Feo a proposito delle finanze dell’Is.8 Mentre Maurizio Ricci, in una più dettagliata analisi, sostiene che, pur essendo limitate le capacità estrattive dei miliziani, lo Stato islamico ha potuto contare sull’estrazione di 50.000 barili giornalieri nei territori occupati in Siria. nella zona orientale di Deir al-Zour, e altri 30.000 nella regione di Mosul.

Una parte di questo petrolio è avviato attraverso mezzi di fortuna, asini compresi, verso la Turchia dove, nel terminale petrolifero di Ceyhan può essere mescolato con il greggio ”proveniente da fonti legittime”. “Di fatto, l’Is può vendere il suo greggio, in condizioni di monopolio, nella regione che controlla, […]Gli esperti calcolano che questo flusso porti oggi l’equivalente di un milione, un milione e mezzo di dollari al giorno nelle casse del Califfato. In prospettiva, un tesoro di 4-500 milioni di dollari l’anno […]L’Is gestisce, però, solo in parte il traffico. I jihadisti hanno il controllo diretto dei giacimenti e quello, diretto o indiretto, di alcune delle maggiori raffinerie.
Ma il trasporto del greggio verso queste raffinerie e le molte piccole e piccolissime, quasi casalinghe, è assicurato da centinaia di operatori indipendenti. Chi ha potuto girare nelle aree controllate dall’Is dice che, fuori dai giacimenti, ci sono code fino a 6 chilometri di camion che aspettano di poter riempire le loro cisterne
”. 9

Solo recentemente, però, l’aviazione americana, forse seguendo l’esempio di quella russa, ha iniziato a bombardare tali raffinerie, spesso mobili, dislocate principalmente lungo il corso dell’Eufrate. Una delle fonti di finaziamento è stata dunque per lungo tempo operativa e, nonostante tutto, continua ad esserlo tutt’ora. Così come il Qatar, che è tra i maggiori indiziati per il sostegno allo Stato islamico (presente probabilmente nella lista dei quaranta paesi finaziatori dell’Isis cui ha recentemente accennato Putin), continua a godere di una fitta rete di relazioni in Europa e in Italia grazie a investimenti milionari nei settori chiave: dalla moda al turismo fino all’alimentare.

Pur essendo noto che la sua ostilità nei confronti del regime di Assad, secondo una ricostruzione del giornale britannico The Guardian, , è dovuta al fatto che nel 2009 “il presidente siriano Assad rifiutò la proposta dell’emirato di costruire un gasdotto che si sarebbe collegato all’Europa in concorrenza con il gasdotto della Russia di Vladimir Putin, alleato dei siriani.
Non solo: l’anno successivo Damasco strinse un accordo per un’altro gasdotto con l’Iran, sciita, che avrebbe permesso a quest’ultimo di rifornire l’Europa attraversando Siria e Iraq. […] Il Qatar possiede un terzo delle riserve mondiali di gas, ma ha un bisogno disperato di un mercato come l’Europa per venderle. E la Siria avrebbe ostacolato un possibile sbocco
”.10

Anche in questo caso, non vi è dubbio, tutti vendono a tutti e tutti sono disponibili a comperare. L’unico problema, a Est come a Ovest oppure per gli stati del Middle East, è costituito dal determinare, manu militari, chi gestirà e dove passerà il fiume di petrolio e quello di dollari che porta con sé.

Ora che la guerra sta accadendo ancora tarda a formarsi una coscienza anti-militarista. Per ora ancora niente “guerra alla guerra!“, mentre soltanto qualche debole proposizione di principio sembra costituire la risposta antagonista (?) alla carneficina che si avvicina. Basterà a dar vita ad un movimento unitario o sarà sopraffatta anch’essa dallo sciame sismico della paura e del perbenismo nazionalista ed identitario prodotto e alimentato dall’imperialismo?

N.B.
L’immagine scelta per accompagnare l’articolo costituiva il manifesto pubblicitario di un film francese sul terrorismo islamico nelle banlieu, la cui uscita nelle sale cinematografiche era stata programmata per il 18 novembre. A seguito dei fatti di Parigi l’uscita del film è stata rinviata a data da definire così come anche il poster sarà sostituito da altra immagine (anch’essa ancora da definire)


  1. Vincenzo Ruggiero, I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico, Feltrinelli 2013 e Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli 2015 (Quest’ultimo recensito su Carmillaonline il 28 ottobre 2015 https://www.carmillaonline.com/2015/10/28/lessenza-criminale-del-potere-v-ruggiero-perche-i-potenti-delinquono-recensione-ed-intervista-allautore/)  

  2. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  

  3. Carlo Pelanda, La guerra all’Isis può farci guadagnare, Libero, 22/11/2015, pag. 9  

  4. Si veda anche: https://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/  

  5. Il decreto prevede quasi 59 milioni di euro fino al 31 dicembre prossimo per la missione in Afghanistan, 42.820.407 euro per la partecipazione ad Unifil in Libano e 64.987.552 euro per attività della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica dell’Isis. Per quanto riguarda le missioni in Europa, il provvedimento destina, tra l’altro, 4.213.777 euro per la proroga della di Active Endeavour; 33.486.740 euro per la proroga di EUNAVFOR MED, 25.602.210 euro per le missioni nei Balcani, e quasi 70mila euro per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina, denominata EUFOR ALTHEA“ https://www.lastampa.it/2015/11/19/italia/politica/alla-camera-via-libera-per-la-proroga-delle-missioni-allestero-corpi-speciali-a-supporto-degli-qWwuz8EYSTXIIgVGurvb8I/pagina.html  

  6. Si veda ancora http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  

  7. Si veda in proposito https://www.carmillaonline.com/?s=la+bomba+iraniana  

  8. http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/11/20/news/terrorismo-da-dove-vengono-i-soldi-del-califfo-1.240236?ref=HRBZ-1  

  9. http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/19/news/bombe_sul_petrolio_dello_stato_islamico_la_guerra_di_usa_e_russia_al_tesoro_di_al_baghdadi-127679597/  

  10. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/20/news/qatar_isis_italia-127717794/  

]]>