’68 – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 03 Apr 2025 22:02:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il resto è chiacchiera https://www.carmillaonline.com/2023/10/04/tutto-il-resto-e-chiacchiera/ Wed, 04 Oct 2023 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78998 di Sandro Moiso

John Clegg, Rob Lucas, Jasper Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 108, 5 euro

Michele Garau, L’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 63, 5 euro

E come le api nell’alveare deserto un cattivo odore emanano le parole morte (Nikolaj S. Gumĭlëv – La parola, 1921)

Il poeta acmeista Nikolaj Gumĭlëv, marito della poetessa russa Anna Achmatova dal 1910 al 1918, poi fucilato dai bolscevichi nel 1921 per aver preso parte alla guerra civile come ufficiale delle armate bianche, sicuramente pensava alle parole [...]]]> di Sandro Moiso

John Clegg, Rob Lucas, Jasper Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 108, 5 euro

Michele Garau, L’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione, Porfido Edizioni, Torino 2023, pp. 63, 5 euro

E come le api nell’alveare deserto
un cattivo odore emanano le parole morte
(Nikolaj S. Gumĭlëv – La parola, 1921)

Il poeta acmeista Nikolaj Gumĭlëv, marito della poetessa russa Anna Achmatova dal 1910 al 1918, poi fucilato dai bolscevichi nel 1921 per aver preso parte alla guerra civile come ufficiale delle armate bianche, sicuramente pensava alle parole cadute in disuso o a quelle espresse dal vuoto ideologismo di regime quando scrisse, nello stesso anno della sua fucilazione, il poema citato in epigrafe. Ed è proprio a partire da una riflessione sulle parole morte oppure nate morte che sembra utile a chi scrive iniziare a svolgere una riflessione sui due interessanti testi pubblicati dalle edizioni Porfido qui recensiti.

In effetti viviamo, soprattutto i più giovani, in anni di parole nate morte, pretenziose nel voler disvelare il mondo e assolutamente inutili per un un percorso reale di cambiamento dello stesso. Green economy, uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili, e mille altri piccoli sotterfugi linguistico-ideologici che suggeriscono la possibilità di cambiare il mondo a partire da una concezione platonica della funzione della parola, senza peraltro misurarsi con il gigantesco problema di rovesciarlo, distruggendo il modo di produzione e riproduzione della vita che “materialmente” lo fonda nella sua forma attuale.

Vale per gli esempi appena fatti e vale per un termine come “antropocene” che tende a dare l’dea di un mondo “completamente” a misura d’uomo, in cui la specie, in ogni sua manifestazione sociale e produttiva, si rivelerebbe capace di dominare e trasformare l’ambiente e lo spazio in cui vive, fino alla sua completa distruzione, fin dalla sua comparsa sulla Terra, mentre alcuni già proiettano le disastrose conseguenze della sua capacità di “terraformazione” su altri pianeti, per ora mai raggiunti e ancora irraggiungibili (nonostante le sparate di Elon Musk e della NASA) a causa delle distanze e dei mezzi tecnici realmente a disposizione di chi ne teorizza la diffusione.

Chi qui scrive è abbastanza anziano per contare tra i suoi libri un vecchio testo di Edward Hyams, Terre e civiltà (in origine Soil and Civilization), edito dal Saggiatore nel 1962, ma la cui edizione originale inglese risaliva a dieci anni prima. Già all’epoca lo scrittore e ricercatore di origine britannica, articolista per una delle più antiche riviste di sinistra di lingua inglese («The New Statesman», fondata da esponenti della società fabiana fin dal 1913), pur nel delineare l’evidente parassitismo dell’uomo nei confronti della terra e degli spazi occupati dalle sue società e dai diversi modi di produzione, non dimenticava di sottolineare che: «Esistono dei mutamenti climatici, ma essi sono anche influenzati dalle civiltà, e quindi dalla presenza di uomini dediti a una particolare economia» ovvero che non tutte le forme di organizzazione sociale e della produzione hanno influito in egual modo nei confronti del clima, dell’ambiente e delle sue risorse primarie.

Ad esempio, Hyams ricordava come nelle terre delle primitive comunità germaniche, e nelle forme loro sopravvissute in Età medievale in Europa, «venivano ripartiti i terreni da coltivare per trarne il sostentamento, terreni chiamati family land […] Ma, va sottolineato, ciò che era in tal modo divisibile non era la terra come proprietà materiale ma una partecipazione al diritto di fare certi usi della terra»1. Tale sistema, secondo l’autore inglese, «era stabile e il suo trattamento della terra, quantunque non certo ideale, fu tale che quando la rivoluzione agraria introdusse la high farming, la terra con cui i nuovi uomini ebbero a lavorare era, nel complesso, in condizioni di floridezza»2.

Una terra coltivata per secoli era stata conservata in condizioni di “floridezza” nonostante lo sfruttamento umano conseguente non soltanto alla rivoluzione agraria a cavallo tra XVI e XVIII secolo, ma anche a quanto avvenuto fin dalla prima rivoluzione agricola avvenuta sul finire del Paleolitico, circa dodicimila anni anni prima. Sempre secondo Hyams tale sistema, basato sulla « responsabilità collettiva dell’amministrazione della terra, regolata dalla consuetudine e l’armonioso ordinamento di mutuo servizio dalla sommità alla base, il tutto posante sul sistema di coltivazione su terreno pubblico – tale era lo stato dell’Europa atlantica da circa il 500 d. C. al 1500» era entrato in crisi quando «la graduale sostituzione di una economia commerciale all’autoconsumo andava abbattendo questo sistema e introducendo quello della proprietà privata, che gli successe»3.

Ipotesi che collima perfettamente con quanto affermano le ricerche storiche più recenti a proposito del golden spike da fissare per definire il momento in cui l’attività umana inizia a diventare decisiva per comprendere l’evoluzione non tanto delle società quanto del clima e dell’ambiente.

Avendo stabilito che la Terra si sta avviando verso un nuovo stato, esaminiamo i sedimenti geologici per definire un’epoca, proprio come si sono definite le epoche passate della storia della Terra. Occorre scegliere un cambiamento chimico o biologico specifico che segni l’inizio di un nuovo strato sedimentario influenzato dall’umanità. Questo marcatore deve essere anche correlato ai cambiamenti in altri sedimenti in tutto il mondo. Il marcatore, chiamato «chiodo d’oro» (golden spike), indica: dopo questo punto la Terra procede verso un nuovo stato.
Abbiamo passato ai vaglio i vari chiodi d’oro che sono stati proposti e la conclusione della nostra analisi è che la prima data in cui questi criteri geologici sono stati soddisfatti è l’anno 1610, contrassegnato da una riduzione di breve durata ma pronunciata dell’anidride carbonica atmosferica presente in una carota di ghiaccio antartico, che raggiunse il livello minimo quell’anno. Il 1610, il cosiddetto Orbis spike, (chiodo globale, dal latino orbis: mondo, globo – NdR) segna il momento in cui si può osservare lo scambio colombiano4 nei sedimenti geologici.
Gran parte della diminuzione avvenne perché gli Europei portarono per la prima volta nelle Americhe il vaiolo e altre malattie, causando la morte di più di 50 milioni di persone in pochi decenni. Il collasso di queste società portò alla riforestazione dei terreni agricoli in un’area tanto estesa che la quantità di anidride carbonica atmosferica assorbita dagli alberi in crescita fu sufficiente a raffreddare temporaneamente il pianeta – l’ultimo momento globalmente freddo prima dell’inizio del caldo durevole dell’Antropocene [Questo] è il cambiamento decisivo nella relazione Homo sapiens con l’ambiente. In termini narrativi, l’Antropocene iniziò con la diffusione del colonialismo e della schiavitù: è la storia di come le persone trattano l’ambiente e di come trattano i propri simili […] La nostra tesi è che dall’inizio del mondo moderno nel Cinquecento due circuiti di feedback auto-rinforzati e collegati – l’investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione crescente di conoscenza mediante il metodo scientifico – hanno dominato in misura sempre maggiore le culture del mondo. Queste forze hanno scatenato tassi di cambiamento, compreso il cambiamento ambientale, sempre più elevati5.

La nascita dello sfruttamento intensivo del pianeta e della specie coincide con la nascita del capitalismo mercantile, cui seguirà poco più avanti quello industriale e finanziario, e il fatto rende evidente come il termine Antropocene rischi di essere non solo riduttivo, ma addirittura fuorviante. Motivo per cui andrebbe sostituito, come suggerito già da altri autori e in altre e numerose sedi, da quello di Capitalocene, proprio per indicare una responsabilità non genericamente “umana”, ma di un ben definito e preciso (e distruttivo) modo di produzione e del conseguente modello sociale e di consumo che ne sono derivati.

Anche se a qualche lettore potrà sembrare che la lunga disquisizione fin qui condotta sia servita soltanto a menar il can per l’aia, in realtà va qui affermato che il primo dei due libelli editi da Porfido, Nutrire la rivoluzione, proprio in quest’ambito di riflessione va a situarsi, ovvero su quali siano le responsabilità effettive (sociali, politiche, economiche e scientifiche) non solo dei cambiamenti climatici in atto, ma anche della difficoltà sempre più crescente nel produrre e distribuire cibo senza creare miseria, fame, dipendenza e danno per i suoli, l’ambiente e il futuro del pianeta e della specie.

Nel fare questo, soprattutto nel saggio di Jasper Bernes (Il ventre della rivoluzione: agricoltura, energia e futuro del comunismo, pp. 43 – 94), non si dimenticano affatto alcuni autori classici del socialismo, cui nel libro, e a ragione, si rimprovera di essersi lasciati spesso fuorviare da un’eccessiva fiducia nel progresso di stampo borghese, ma utilizzando comunque ancora le pagine migliori espresse da quegli stessi nei loro testi. Come capita, ad esempio, nei confronti di Friedrich Engels e della sua analisi del rapporto tra città e campagna e di come questo dovrebbe essere modificato in futuro.

La soppressione dell’antagonismo tra città e campagna non solo è possibile, ma è diventata una diretta necessità della stessa produzione industriale, così come è diventata del pari una necessità della produzione agricola ed inoltre dell’igiene pubblica. Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie6.

Cui andrebbe forse aggiunta un’altra osservazione, più tarda (1952) ma pur sempre in anticipo sui tempi attuali, di Amadeo Bordiga sulla necessità di giungere all’«arresto delle costruzioni di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio della distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna» (Cfr. qui).

I due testi riportati nel volumetto7 ruotano intorno al problema, tutt’altro che risolto in passato, del rapporto intercorrente tra Rivoluzione e Ri/costruzione di una società altra definibile come comunista e provengono da autori che a vario titolo ruotano intorno alla rivista «Endnotes» realizzata da un gruppo di discussione, con sede in Germania, Regno Unito e Stati Uniti, orientato principalmente a definire le condizioni per un possibile superamento comunista del modo di produzione capitalistico.

Per chi scrive risulta particolarmente importante che tali riflessioni, dedite a recuperare l’esperienza dell’ultrasinistra francese post-68 e conseguentemente della Sinistra Comunista nel suo senso più ampio, siano svolte a partire da quello che è ancora, nonostante l’epoca di crisi, il cuore del capitalismo occidentale e delle sue forme di dominio politico, economico, militare e culturale. Recuperando “parole” e ambiti di riflessione che solo gli allocchi della modernità possono considerare “superati” dalle parole vuote, “morte alla nascita” e inconsistenti cui si è accennato in apertura.

Come affermano i due autori di Le tre rivoluzioni agricole, anche se Marx era notoriamente restio a dare al termine “comunismo” qualsiasi connotazione prefigurativa “da osteria” e preferiva definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, pur rimanendo ferreamente motivata la necessità di incentrare l’attenzione sulle lotte e il loro sviluppo storico, è evidente che tale affermazione possa condurre a ragionamenti di tipo teleologico, «perché senza un criterio atto a definire le lotte e i loro limiti» i rivoluzionari, o pretesi tali, si troverebbero ad aggirarsi in circolo all’inseguimento di lotte e posizioni che di volta in volta sorgono dalle infinite, e irrisolvibili al suo interno, contraddizioni derivanti dall’ordinamento socio-politico-economico imposto dall’attuale modo di produzione.

Con tutta la sequela di inutili speranze, illusioni, confusioni e “creatività linguistica” non dettate dalla effettiva capacità di interpretare il “reale” in vista di una sua trasformazione radicale, ma piuttosto dalla volontà di affrontarlo con poco sforzo e semplici affermazioni di principio (quale principio, poi, sarebbe ancora tutto da vedere), oggi facilmente condivisibili sui social. Spesso costeggiando le spiagge del politically correct liberale contemporaneo che forse rappresenta ancora, a più di cinquant’anni di distanza, la peggiore eredità del ’68. Che si liberò spesso più rapidamente del filo rosso della tradizione rivoluzionaria che di una concezione individualistica dei conflitti sociali che discendeva dritta, dritta dal liberalismo borghese.

Ed è a partire proprio da questo secondo ragionamento che si rivela altrettanto interessante, anche se più contraddittoria, la lettura del secondo dei due testi qui proposti: quello di Michele Garau sull’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione.

Se nel primo dei due testi, come si è detto poco innanzi, l’attenzione oltre che alla possibile progettualità comunista era rivolta anche alla necessaria critica di un ”marxismo” spesso infarcito di esagerate speranze nello sviluppo della tecnologia di stampo capitalistico e di una scienza troppe volte rivelatasi coscientemente asservita, facendo sì che le necessità produttive, di consumo e di dominio inficiassero sempre più pesantemente gran parte della ricerca scientifica ottundendone finalità e libertà, nel secondo l’attenzione dell’autore si rivolge in particolare al fatto che l’analisi, per quanto attenta e radicale del reale e della storia del movimento operaio, possa talvolta perdere il “filo rosso” per trasformarsi in una compiaciuta dissertazione rinunciataria sull’inevitabilità della sconfitta.

Per fare questo, come si afferma fin dal titolo, il volumetto analizza in particolare le derive del pensiero di Jacques Camatte e dell’ultra-sinistra più in generale. Che, come già si sottolineava nel primo dei due testi, rischiano di trasformarsi in una sorta di visione teleologica del divenire, spesso nemmeno più ipotizzando una possibile azione rivoluzionaria, ma soltanto auspicando l’inevitabilità del cambiamento.

Al di là delle conclusioni cui Garau giunge, dimenticando però che per la Sinistra Comunista le “lezioni delle controrivoluzioni” ovvero delle sconfitte (tante) sono altrettanto importanti di quelle derivanti dalle vittorie (poche e transitorie), quello che val la pena qui di sottolineare è come ancor oggi, nell’epoca del trionfo delle parole “morte”, sia necessario far riferimento, seppur in maniera critica, a testi tutt’altro che defunti, che solo la polvere alzata inutilmente dagli sproloqui degli innovatori linguistici (più che dei contenuti politici utili alla lotta per il rovesciamento di questo immondo “reale”) può cercare ancora di nasconderne il significato ultimo sotto una montagna di fumisterie.

Un’autentica battaglia per la “decolonizzazione” dell’immaginario fondata su parole e discorsi che ad alcuni potranno sembrare fuori luogo o superate, ma che ricordano ancora oggi, dopo decenni di ricerche di nuovi soggetti, nuove cause e diritti per cui battersi, che la lotta di classe deve avere un centro di aggregazione e che questo, piaccia o meno, si tratti pure di liberazione della donna, di lotta contro la guerra impellente e sempre più presente o di salvaguardia dell’ambiente che ancor ci resta per vivere, deve fondarsi sul coinvolgimento della maggioranza o di una significativa minoranza della classe oppressa per eccellenza, qualunque sia il suo sesso, il colore della sua pelle o la sua dislocazione geografica: quella proletaria.

Classe, quella proletaria, che d’altra parte non può certo permettersi il lusso di commuovere ministri come Pichetto Fratin col piagnisteo sul futuro che gli viene negato o che gli è stato “rubato” poiché, fin dal suo primo apparire sulla scena della Storia, il proprio futuro, insieme a quello dell’intera specie, ha sempre dovuto conquistarselo con scioperi, lotte, battaglie spesso sanguinose, sofferenze e rivoluzioni (nient’affatto improvvisate o di velluto).


  1. E. Hyams, Terre e civiltà, «Il Saggiatore», Milano 1961, p. 197  

  2. Ivi, p. 198  

  3. Ivi, p.197  

  4. Con scambio colombiano si intende generalmente lo scambio biologico (flora, fauna, malattie, virus e batteri) avvenuto tra Vecchio e Nuovo continente a partire dalla “scoperta” dell’America nel 1492.  

  5. Simon L. Lewis, Mark A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019, Prefazione, pp.XVII – XVIII.  

  6. F. Engels, Anti-Dühring ora in J. Bernes, Il ventre della rivoluzione in J. Clegg, R. Lucas, J. Bernes, Nutrire la rivoluzione. Cibo, agricoltura e rottura rivoluzionaria, Porfido Edizioni, Torino 2023, p. 56  

  7. L’altro è quello di J. Clegg, R. Lucas, Le tre rivoluzioni agricole, pp. 17 – 39  

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É la lotta che crea l’organizzazione. Il giornale “La classe”, alle origini dell’altro movimento operaio / 7 https://www.carmillaonline.com/2023/09/17/e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione-il-giornale-la-classe-alle-origini-dellaltro-movimento-operaio-7/ Sun, 17 Sep 2023 20:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78432 di Emilio Quadrelli

Nichelino come Watts, Mirafiori come Detroit

Qui si apre una parentesi veramente interessante e di una straordinaria freschezza in quanto, negli articoli de “La classe” sul proletariato in pelle scura o su ciò che verrà chiamato operaio multinazionale, si ritrovano temi e argomentazioni che sembrano essere il frutto di analisi del presente. L’attenzione nei confronti del proletariato nero statunitense, degli operai meticci britannici, nord africani presenti in Francia o turchi in Germania non è secondaria e, sulla scia di ciò, l’individuazione di tratti spiccatamente neocoloniali all’interno del punto più [...]]]> di Emilio Quadrelli

Nichelino come Watts, Mirafiori come Detroit

Qui si apre una parentesi veramente interessante e di una straordinaria freschezza in quanto, negli articoli de “La classe” sul proletariato in pelle scura o su ciò che verrà chiamato operaio multinazionale, si ritrovano temi e argomentazioni che sembrano essere il frutto di analisi del presente. L’attenzione nei confronti del proletariato nero statunitense, degli operai meticci britannici, nord africani presenti in Francia o turchi in Germania non è secondaria e, sulla scia di ciò, l’individuazione di tratti spiccatamente neocoloniali all’interno del punto più alto del ciclo di accumulazione capitalista. Con ciò si pone una pietra tombale all’edulcorata visione gradualista e riformista la quale, nello sviluppo delle forze produttive capitaliste, intravvede in prima istanza un principio di civilizzazione per rimettere al centro quel lato cattivo della storia sul quale non poco si era soffermato Marx nella sua “Miseria della filosofia”. Del resto questo proletariato in pelle scura mostra non poche affinità con il proletariato locale che è andato a sedimentare la nuova composizione di classe, a ben vedere gli operai che vanno a posizionarsi intorno alla catena di montaggio sono soprattutto operai meridionali ossia prodotti diretti della colonia interna italiana 1.

Esattamente qui, contro tutte le retoriche risorgimentali care al movimento operaio ufficiale, si delinea un discorso storico–politico che non fa sconti sul tratto coloniale che sta alla base dell’unificazione italiana e che non poche ripercussioni finisce con l’avere sul presente. Molto realisticamente la monarchia sabauda è colta nella sua realtà ossia quella di una tra le monarchie più reazionarie in vena di conquiste e annessioni e non è secondario rilevare come, proprio da ambiti interni a “La classe”, prenderà forma una contro narrazione anche sul mito garibaldino il cui tratto conquistatore e coloniale sarà irrimediabilmente marchiato a fuoco riportando alla luce il massacro di Bronte2. Per altro verso sempre da ambiti interni o affini a “La classe” prenderà forma una rivisitazione storica sul brigantaggio meridionale come forma di resistenza al dominio coloniale della monarchia sabauda3.

La lettura che “La classe” dà del nuovo operaio deportato nelle metropoli industriali del nord è una lettura sostanzialmente coloniale, da qui la facile affinità con tutti quegli spezzoni e segmenti di classe operaia i quali, pur con storie diverse, respirano la medesima aria di famiglia. In ciò vi è una drastica e radicale rottura con tutta la narrazione socialdemocratica e riformista sullo sviluppo del capitalismo e sulle modalità dei suoi cicli di accumulazione4. Nella narrazione classica del movimento operaio ufficiale sullo sviluppo del capitalismo il colonialismo non è mai stato osservato come tratto essenziale dell’accumulazione. Le colonie sono sempre state considerate una appendice dello sviluppo capitalistico, sicuramente importanti per quanto concerne l’accaparramento di materie prime essenziali ma del tutto prive di interesse per quanto riguarda l’estrazione di plusvalore. Le colonie sono state considerate importanti per i materiali grezzi presenti ma non per come il capitalismo metteva a profitto il corpo dell’indigeno anzi, sotto questo aspetto, il colonialismo è spesso stato osservato come un doloroso ma necessario passaggio poiché, proprio grazie al colonialismo, i popoli colonizzati avrebbero potuto accedere ai fasti della modernità. In sostanza si è finito per ignorare bellamente l’importanza che il colonialismo e il coevo modello coloniale hanno avuto per l’accumulazione capitalista.

“La classe” non solo si emancipa da queste pastoie, ma indica una lettura, che solo molti anni dopo diventerà moneta corrente, non poco innovativa a proposito dello sviluppo capitalista. L’attenzione che il giornale riversa verso il proletariato in pelle scura, le sue lotte e le sue forme organizzative ne sono una non secondaria esemplificazione. Prima di chiudere su questo aspetto pare importante rilevare come, proprio a partire da ciò, per “La classe” l’unità operaia è, in prima istanza, unità di quei settori operai i quali poco o nulla hanno da guadagnare nel rapporto con il capitalismo. Si evidenzia, cioè, come “La classe” non sia attratta dal mostro sacro dell’unità (indistinta) della classe ma focalizzi interesse e attenzione su determinati comparti operai. In Italia, proprio in virtù della colonia interna rappresentata dal Meridione, la spaccatura dentro la classe operaia non avrà tratti macroscopici ma, se volgiamo lo sguardo verso un paese come gli USA, è facile comprendere come questa contrapposizione dentro la classe assuma contorni di ben altra natura. Negli Stati Uniti la classe operaia bianca di ceppo anglosassone ha sempre giocato un ruolo avverso nei confronti sia dei neri, sia del proletariato immigrato identificandosi quasi integralmente con le politiche imperialiste del governo, di ciò l’appoggio alla guerra contro il Vietnam ne ha rappresentato qualcosa di più che un semplice esempio.

Veniamo ora a un altro tema che caratterizza il giornale: gli studenti e il rapporto con il movimento studentesco. Agli studenti il giornale dedica un certo spazio compiendo con ciò una non secondaria rottura con la tradizione operaista. Per l’operaismo che abbiamo definito classico e/o tradizionale gli studenti non rappresentavano alcun interesse. Considerati genericamente piccola borghesia potevano riscuotere un qualche interesse se, come singoli, decidevano di approdare alla militanza operaista, ma gli studenti in quanto tali erano considerati del tutto estranei e inutili alla lotta operaia. Ciò accade, ovviamente, prima del ’68 dopo di che, nulla sarà come prima.

Non lo sarà perché si modifica radicalmente l’analisi sulla composizione di classe della scuola e in particolare sulla figura del tecnico il quale, come più volte “La classe” riporta, è artefice nella fabbrica di lotte non secondarie, anche perché, nelle punte avanzate del capitalismo, ciò è soprattutto vero per quanto riguarda le grosse fabbriche del milanese dove la ristrutturazione capitalista poggia esattamente su una dilatazione e massificazione del tecnico il quale, dentro questo passaggio, perde velocemente il suo ruolo di comparto privilegiato per farsi classe operaia a tutto tondo. La scuola, attraverso l’inaugurazione della scuola di massa5, ha cambiato volto e si è adeguata alle istanze e alle esigenze del neocapitalismo.

La proletarizzazione del corpo studentesco è un dato di fatto che non può essere ignorato e su ciò “La classe” si spende non poco. Il legame operai-studenti ha ormai perso quel tratto ideologico in cui tendevano a rinchiuderlo tanto il riformismo quanto le varie anime dell’ortodossia comunista e che riduceva questi ultimi simili a una sorta di boy scout, proni a farsi missionari davanti alle fabbriche. Con ciò veniva anche meno quella funzione sociale che riformisti e ortodossi vari avevano prefigurato per gli studenti dentro i quartieri poiché, per “La classe”, questi non sono un supporto ideologico esterno agli operai ma parte dello stesso fronte di lotta. La loro proletarizzazione li rende del tutto interni o almeno affini alla lotta operaia benché nessuno si sogni di mettere in discussione la centralità e la direzione operaia. C’è un altro aspetto sul quale, però, vale la pena di soffermarsi: ossia le contaminazioni che il mondo operaio subisce dal e attraverso il mondo studentesco.

Abbiamo detto, parlando del maoismo, di quanto l’indicazione dello sparare sul quartier generale abbia fatto presa su questa tipologia operaia e di come l’antiautoritarismo sia un tratto indelebile della lotta operaia ma abbiamo anche detto come questa classe operaia si caratterizzi per il rifiuto del lavoro e per il volere tutto. È una battaglia di potere e di libertà che caratterizza questo soggetto operaio il quale ha nelle corde non il mito soviettista dell’operaio assunto a simulacro, ma semmai la sua negazione, sulla scia di Marx è la classe, non per sé ma contro di sé. Poteva una classe operaia simile rimanere immune dalle suggestioni libertarie del ’68 delle quali il movimento studentesco era stato l’alfiere? Poteva questa classe operaia tutta protesa a liberare il tempo dal lavoro per vivere, non venire in qualche modo attratta dagli stili di vita che il ’68 aveva inaugurato? Questa classe operaia ha rotto con la tradizione comunista a trecentosessanta gradi e non diversamente dagli studenti è alla ricerca di qualcosa d’altro.

Liberare il tempo dal lavoro significa sperimentare possibili rotture con l’alienazione della condizione operaia, rompere con gli schemi esistenziali entro i quali il rapporto sociale capitalista ha confinato gli operai. Si tratta, allora, di coniugare la lotta in fabbrica con l’avventura della vita; da lì, quindi, anche uno strappo generazionale con la famiglia e gli orizzonti quanto mai ristretti che le fanno da sfondo. Questo sarà ancora più vero per le donne, quelle operaie in particolare, le quali dentro quella stagione possono porre in atto una duplice liberazione: la lotta contro la schiavitù del lavoro salariato, ma anche la lotta contro il loro ruolo sociale. Per le donne, ancora più che per gli operai maschi, liberare il tempo dal lavoro significa rompere tutte le gabbie in cui non solo il lavoro salariato e il comando le ha imprigionate ma fare i conti con il patriarcato e tutte le sue derive. Per le donne la lotta significa iniziare a riappropriarsi di sé stesse, a esistere come soggetto autonomo, a parlare in prima persona a non essere più appendici di qualcosa, tutti temi, questi, che erano stati propri del ’68 che trovano non pochi consensi tra le donne in fabbrica6.

Sulle donne “La classe”, in realtà, si mostra ben poco attenta e se sulla razza e il colonialismo anticipa temi la cui attualità oggi è a dir poco dirompente, sul genere si mostra ben poco innovativa anche se non del tutto ignara e questo, a conti fatti, è forse il vero e proprio rimprovero che le può essere fatto. Con ciò chiudiamo la parentesi sull’astratto per tornare a calarci nella concretezza delle lotte e del dibattito che intorno a queste si va sviluppando. Arriviamo così a Corso Traiano e all’epilogo de “La classe” provando, al contempo, a gettare un corposo sguardo sul presente.

Il 3 luglio 19697 segna un passaggio decisivo per il movimento dell’autonomia operaia, quella che è stata chiamata la battaglia di Torino anticipa ciò che, di lì a poco, diventerà la normalità del conflitto operaio e studentesco e dà obiettivamente il la, alla anomalia italiana degli anni settanta. Corso Traiano è una svolta dalla quale non è possibile tornare indietro, una accelerazione che finirà con lo scompaginare la stessa “La classe” a riprova di come non si possano separare le questioni organizzative da quelle politiche e come le strutture formali possano vivere ed esistere solo se in grado di stare sul filo del tempo del partito storico. Corso Traiano conferma, ancora una volta, come la dialettica marxiana prassi/teoria/prassi sia la sola e unica stella polare alla quale affidarsi e come, fuori da ciò, vi sia solo sclerotizzazione burocratica, in altre parole corso Traiano mostra come Lenin avesse ancora una volta ragione. I fatti sono abbastanza noti, pertanto ci si limiterà a riportarli in maniera estremamente sintetica.

Il 3 luglio il sindacato ha indetto uno sciopero e una manifestazione contro il caro affitti e la questione abitativa mentre, da parte sua, “La classe” ha indetto una manifestazione per il pomeriggio indicando la porta 2 di Mirafiori come luogo del concentramento. Si tratta di una decisione che ha suscitato non poche perplessità anche all’interno dell’assemblea operai–studenti poiché, non pochi, considerano l’iniziativa prona all’avventurismo con possibili ricadute nefaste per il livello repressivo che sicuramente comporterà, con la conseguenza di un vero e proprio azzeramento di tutto il lavoro politico svolto dall’assemblea e dal giornale negli ultimi mesi. Una parte dell’assemblea obietta che un conto è la forza che si è in grado di esercitare dentro la e le fabbriche, ma ben altra cosa è riversare questa forza fuori dalla fabbrica; lì la partita cessa di essere focalizzata sul padrone e si sposta immediatamente sullo stato, lì il terreno in parte consolidato della violenza operaia in fabbrica va a misurarsi su un terreno in gran parte sconosciuto, il che potrebbe comportare una disfatta con conseguente annichilimento di tutto quel tessuto di avanguardie di fabbriche che un lavoro certosino aveva costruito nei mesi precedenti.

Si tratta di dubbi più che legittimi e sensati ma che, per altro verso, mostrano come, anche inconsciamente, in non pochi casi la struttura organizzata tenda a privilegiare la conservazione di sé stessa piuttosto che arrischiare l’incognita del salto politico. Se pensiamo, infatti, a come, in un contesto ben più drammatico, a ridosso dell’insurrezione sovietica, Lenin si trovò contro una buona fetta del partito bolscevico, diventa abbastanza evidente come la decisione sia sempre un momento drammatico, ben poco lineare e come, in aggiunta, sia sempre un grano di azzardo quello che finisce con l’accompagnarla. Siamo al momento dell’audacia, dell’audacia e ancora dell’audacia, il che, per forza di cose, non può fare affidamento su troppe certezze. Alla fine, soprattutto per la spinta proveniente dalla componente operaia che evidentemente aveva maggiormente il polso degli umori interni alle fabbriche, la decisione per la manifestazione autonoma è presa, davanti alla porta 2 di Mirafiori si deciderà il destino delle lotte operaie.

Il corteo non riuscirà mai a partire perché immediatamente caricato da polizia e carabinieri, ma la sorpresa arriva esattamente in quel momento poiché dopo un attimo di sbandamento il corteo si ricompatta e inizia a reagire, mentre pressoché in contemporanea, dal Lingotto e da altre fabbriche, approdano altri cortei operai verso la porta 2 di Mirafiori e stessa cosa fanno gli studenti. In brevissimo tempo gli scontri si allargano a macchia d’olio finendo con il coinvolgere non pochi quartieri operai tanto che la battaglia di Torino si protrarrà sino a notte inoltrata e troverà nel quartiere operaio di Nichelino il suo epicentro. Polizia e carabinieri sono in rotta, la classe operaia ha vinto, questo ridefinisce per intero i rapporti di forza tra le classi in città ma non solo, poiché quanto accade alla Fiat è qualcosa che ha ripercussioni immediate sui rapporti di forza generali finendo con il porre in crisi gli stessi assetti governativi. Tutto ciò obbliga anche a un ragionamento ex novo per quanto riguarda il terreno dell’organizzazione politica e la messa in campo di adeguate strutture militari in grado di farsi carico del livello di scontro che spontaneamente la lotta operaia ha posto all’ordine del giorno e, come la dinamica stessa della battaglia di Torino ha evidenziato, si pone il problema, non più rimandabile, del rapporto tra lotta di fabbrica e lotta dentro la metropoli. Una quantità di questioni che investono direttamente tutta l’esperienza portata avanti da “La classe”, una accelerazione che va ben oltre gli orizzonti che, prima di corso Traiano, questa aveva ipotizzato.

Ben prima di corso Traiano “La classe” si era attivata per cercare di far compiere un salto all’organizzazione autonoma operaia e per fine luglio aveva convocato a Torino un convegno dei comitati e delle avanguardie operaie, una operazione che aveva il duplice scopo di iniziare a tirare le somme di ciò che si era andato sedimentando in termini di lotte, esperienze, progettualità e dibattito dentro la sempre più diffusa area dell’autonomia operaia e, a partire da ciò, delineare i necessari passaggi politici organizzativi in grado di aggredire e affrontare le nuove scadenze a partire da quella decisiva dei contratti dell’imminente autunno. “La classe”, quindi, è pienamente cosciente che la sua funzione, almeno in quella forma, è giunta al termine e che occorre andare oltre quella pur fondamentale esperienza, in tutto questo, comunque, immagina di attivare questo passaggio in continuità con quanto posto a regime sino a quel momento, il convegno dovrebbe mirare esattamente a ciò ovvero chiudere l’esperienza de “La classe” e dalle sue ceneri far sorgere un soggetto politico capace di farsi carico complessivamente dell’organizzazione operaia. Le cose, però, andranno diversamente.

Le due anime che avevano convissuto dentro il giornale, adesso più di prima, acutizzano le loro differenze e in ciò la battaglia di Torino ha sicuramente giocato un ruolo non secondario. Come si è detto non vi era stata unanimità dentro al giornale sull’indire una manifestazione autonoma, una diversità che rimandava, per lo più, alle due posizioni presenti nel giornale. L’ala prettamente operaista, che di lì a poco darà vita a Potere Operaio, aveva mostrato le maggiori perplessità sulla manifestazione mentre l’ala che si costituirà in Lotta Continua era stata quella che maggiormente aveva spinto perché la manifestazione si facesse. In ciò emergono e in maniera neppure troppo sottile le differenze sul modello di organizzazione che le due componenti de “La classe” hanno a mente. Per i futuri militanti di Potere Operaio l’organizzazione è organizzazione di quadri operai con funzione di avanguardia e direzione delle lotte e, in piena coerenza con ciò, il problema dell’organizzazione operaia è strutturarsi in maniera tale da prendere la testa del movimento inoltre, per questi militanti, la centralità della fabbrica rimane pressoché assoluta, è lì, senza farsi distogliere da alcuna sirena di lotta metropolitana che va concentrato e focalizzato tutto il lavoro delle avanguardie operaie. In questo senso, pur con tutte le tare del caso, coloro che daranno vita a Potere Operaio si mostrano in più di un tratto, interni alla tradizione comunista.

Molto diversa l’impostazione che fa da sfondo ai militanti che daranno vita a Lotta Continua. Anche per loro il nodo dell’organizzazione è centrale ma tendono ad affrontarlo in maniera assai diversa dai primi. Per chi andrà a formare Lotta Continua, è la lotta e le sue forme che costruiscono l’organizzazione e proprio per questo l’organizzazione non deve porsi il problema di prendere la testa del movimento ma deve, invece, essere la testa del movimento. Due ipotesi che rimandano a idee e concezioni abbastanza diverse sul senso che assume l’autonomia operaia. Ciò che diventerà Lotta Continua avrà un ampio seguito operaio e alla FIAT potrà vantare a lungo una egemonia incontrastata, cosa che obiettivamente non si può dire di coloro che perseguono l’ipotesi di Potere Operaio nonostante l’area che si coagula intorno a Lotta Continua non sia per nulla fabbrichista ma, al contrario, fautrice di una socializzazione della lotta operaia nella la metropoli il che diventerà quanto mai esplicito poco tempo dopo, quando lancerà il programma “Prendiamoci la città”8.

Questa area non rinuncerà certo alla centralità operaia, anzi, e questo era già evidente all’interno dell’esperienza de “La classe”, ma allarga il suo raggio d’azione verso la complessità delle figure proletarie che animano la metropoli. Era stata quella a rompere con gli schemi rigidi del vecchio operaismo, in parte presenti anche nel nuovo, in merito agli studenti e al ruolo giocato da questi nei nuovi scenari del neocapitalismo; non per caso proprio questa area politica fu in grado di farsi egemone soprattutto tra gli studenti medi dei tecnici e dei professionali e in più, sempre quest’area, iniziò a lavorare, frutto di un non secondario radicamento all’interno dei quartieri operai e proletari, con il proletariato extra legale e prigioniero del resto, ancor prima che lo scontro in fabbrica si radicalizzi e vada in scena la battaglia di Torino, l’11 aprile proprio Torino aveva visto la battaglia delle Nuove, quando i detenuti si erano ribellati e avevano distrutto la prigione. Ben difficilmente, a partire da queste non secondarie differenze, le due ipotesi possono convivere e pensare, per di più, di compiere insieme quel salto qualitativo politico–organizzativo che corso Traiano ha reso quanto mai urgente.

Il Convegno, di fatto, non approda a nulla. Le due principali anime che stavano dentro a “La classe” tendono a polarizzare le loro differenze ma, con ogni probabilità, non si tratta solo e semplicemente di questo, bensì del fatto che tutto quello che “La classe” poteva dare, aveva dato e questo non è stato certo poco. Corso Traiano non era stato, come gli avvenimenti dell’autunno saranno lì a dimostrare, un fulmine al ciel sereno e neppure un falò tanto intenso quanto effimero, ma il corposo incipit di una nuova e durissima stagione di lotta. L’offensiva operaia non lascia spazi a interpretazioni di altro tipo, è il salto alla guerra. Dentro tale scenario “La classe” non poteva più svolgere il ruolo che, con non poco merito, aveva svolto nei pochi mesi della sua attività, un passaggio politico si mostrava tanto urgente quanto necessario e, con ogni probabilità e proprio in virtù di ciò, più che la nascita di una organizzazione monolitica a dover sbocciare erano cento fiori. Siamo di fronte a un passaggio sicuramente complessivo ma anche complesso, passaggio che ben difficilmente può essere perimetrato in un unico contenitore. Le due aree de “La classe” rimandano a questioni reali e per nulla effimere, l’aver ipotizzato e tentato strade affini ma diverse sembra essere stato qualcosa di obbligato e imposto da una situazione materialisticamente determinatasi, più che il frutto di cattivi ideologismi.

( 7continua)


  1. Cfr. A., Serafini, L’operaio multinazionale in Europa, Feltrinelli, Milano 1974.  

  2. Su questa vicenda si veda, P. Iaccio, Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di scuola non hanno raccontato. Un film di Florestano Mancini, Liguori, Napoli 2002.  

  3. Tra l’immensa pubblicistica inerente a questo fenomeno si può vedere, F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1966. 

  4. Su questo aspetto si veda l’ottimo testo di S. Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Ombre Corte, Verona 2008.  

  5. Cfr. G. Decollanz, Storia della scuola e delle istituzioni educative. Dalla Legge Casati alla riforma Moratti, Edizioni Laterza, Roma–Bari 2005.  

  6. Su questa tematica si veda in particolare: E. Bellé, L’altra rivoluzione. Dal sessantotto al femminismo, Rosemberg & Sellier, Torino 2021.  

  7. D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di corso Traiano (Torino 3 luglio 1969), Edizioni BFS, Pisa 1997.  

  8. Al proposito si veda, «Lotta continua», Prendiamoci la città. II Convegno nazionale, Bologna 24 luglio, Anno III, N. 12, Milano 1971.  

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Il trionfo della “società dello spettacolo” e le sue conseguenze https://www.carmillaonline.com/2023/07/24/il-trionfo-della-societa-dello-spettacolo-e-le-sue-conseguenze/ Mon, 24 Jul 2023 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78200 di Sandro Moiso

Mario Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 105, 8 euro

Invece di approfittare dell’occasione offerta da un fatto naturale come la morte per trovare il tempo di indagare storicamente le ragioni del successo, tra una fetta significativa dell’elettorato italiano, di un uomo sicuramente discutibile e sopra le righe in ogni sua manifestazione, alcune starlette dell’intellighenzia di “sinistra” continuano a perpetuare il mito di Berlusconi babau con un atteggiamento che, se non affondasse le sue radici nell’ignavia e nell’insipienza di una sinistra perbenista, anonima e amorfa, [...]]]> di Sandro Moiso

Mario Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 105, 8 euro

Invece di approfittare dell’occasione offerta da un fatto naturale come la morte per trovare il tempo di indagare storicamente le ragioni del successo, tra una fetta significativa dell’elettorato italiano, di un uomo sicuramente discutibile e sopra le righe in ogni sua manifestazione, alcune starlette dell’intellighenzia di “sinistra” continuano a perpetuare il mito di Berlusconi babau con un atteggiamento che, se non affondasse le sue radici nell’ignavia e nell’insipienza di una sinistra perbenista, anonima e amorfa, sembrerebbe sfiorare la psicosi. Prova ne sia un’affermazione come quella contenuta in un numero di luglio del «Venerdì» di Repubblica: “Il berlusconismo è stata la disgrazia più grande”, attribuita a Sabina Guzzanti.

Già, la disgrazia più grande. Così mentre il grande pubblico dello spettacolo mediatico, politico e “culturale”, non ha ancora finito di assorbire il fatto che la Shoa abbia costituito il “male più grande”, ecco che già gli viene propinato un altro villain definitivo, dopo Hitler, Mussolini o chi altro diavolo si voglia. E mentre l’audience viene tenuta in uno stato di costante allerta da una classifica di “disgrazie” che non sembra mai finire, dal Vajont al Covid o alla guerra in Ucraina, un nuovo (?) “urlo di dolore” e moto “di denuncia” inizia a diffondersi per l’aere mediatico. Un’eterna corsa al vaccino definitivo contro i mali causati dalla Destra a livello politico e sociale che, però, non intacca mai la sostanza di una società (quella italiana ma non solo) e di un modo di produzione di cui la stessa Sinistra “criticante” fa parte, condividendone spesso valori e principi, fin da prima della caduta definitiva del fascismo storico.

Hanno fatto dunque benissimo le Edizioni Mimesis a riproporre nella collana “Volti” un testo del filosofo e scrittore italiano Mario Perniola (1941-2018), già precedentemente edito nel 2011: Berlusconi o il ’68 realizzato. Come si afferma nella Nota redazionale che precede l’attuale riedizione:

Il grande filosofo italiano che è stato Mario Perniola ci ha regalato uno stile di pensiero in cui ridere e comprendere vanno a braccetto, in nome di un umano e lucido disincanto del presente. Quando uscì Berlusconi o il ’68 realizzato, imperversavano gli scandali delle “cene eleganti” e vacillava la credibilità internazionale del Paese Italia. […] Allora risultarono quanto mai puntuali queste valutazioni di Perniola sul significato storico delle trasformazioni personificate da Berlusconi nella politica, nella cultura, nei costumi e nella vita sociale del Paese. Ma anche oggi, soprattutto oggi, al termine della parabola biografica dell’uomo di Arcore, l’analisi della rivoluzione spettrale, qui proposta, risulta essere uno dei migliori discorsi di commiato che si possano fare1.

Discorso in cui occorre sottolineare, così come fa Perniola e non soltanto per gusto provocatorio, il ricongiungersi, in maniera sicuramente distorta, nel programma di Berlusconi della gran parte degli obiettivi che caratterizzarono la grande ondata del Sessantotto. Dalla fine del lavoro alla distruzione dell’università e al vitalismo giovanilistico fino al trionfo della comunicazione massmediatica. Una sorta di rinnovato “spirito del capitalismo” cui avrebbero fatto riferimento in seguito Luc Boltanski e Eve Chiapello, annotando: la sua vocazione alla mercificazione del desiderio, soprattutto quello di liberazione, e di conseguenza al suo recupero e inquadramento2.

In attesa dunque di valutazioni storiche e politiche degne di questo nome, che non si basino soltanto su frasi ad effetto e battute salaci che si accontentano soltanto di rovesciare lo stile berlusconiano, in realtà senza negarlo nei fatti ma bensì propagandolo3 ad oltranza, val la pena di riprendere la lettura delle pagine del breve testo di Perniola.

Qui chi scrive si limita a riproporre l’interpretazione di alcuni temi, tra i tanti possibili, che ricollegano la “mancata rivoluzione” del ’68 alle sue conseguenze nei decenni successivi durante i quali, come sempre accade in questi casi, la Rivoluzione fallita si è trasformata in arma della Controrivoluzione e uno dei suoi testi più conosciuti e importanti4 si è tramutato nel possibile manuale d’uso per una concezione spregiudicata, ma tutt’altro che rivoluzionaria, della politica e della comunicazione5. Comparso infatti nel 1967, il testo di Debord affermava che: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale tra persone mediato da immagini». Anticipando di decenni il modo in cui Silvio Berlusconi con Mediaset e Mark Zuckerberg con Facebook e Instagram, per non parlare di tanti altri social media, avrebbero poi portato alle estreme conseguenze i meccanismi dell’alienazione individuale e sociale.

Sul lavoro e il suo rifiuto

Sebbene Berlusconi sia stato lungo tutta la sua vita un lavoratore instancabile, egli ha consentito alla maggior parte dei giovani di realizzare la famosa ingiunzione di Guy Debord (1931-1994) Ne travaillez jamais! (Non lavorate mai!). L’ironia sta nel fatto che ora i giovani vogliono lavorare, anche a condizioni indecenti e vergognose, incredibilmente più alienanti e squalificate di quelle che erano loro offerte negli anni Sessanta e Settanta: allora una vita piccolo-borghese era più o meno garantita a tutti, oggi essa è un sogno irraggiungibile per quanti non hanno alle spalle una famiglia che li aiuti. È come se Berlusconi avesse monopolizzato nella sua persona tutto il lavoro, e lasciato agli altri solo il gioco6.

Sulla cultura e gli intellettuali

Di tutto il culturame (attenzione, questa parola è detta in camera caritatis, cioè non pubblicamente) ce ne freghiamo: però dobbiamo dire che siamo a favore della cultura, della ricerca, dell’innovazione, dell’inglese, di internet, dell’impresa e di quanto ancora suoni alla moda, anche se di tutte queste cose non ce ne importa un fico, perché a farle sul serio, sono troppo care e complicate e lasciano uno spazio troppo ristretto per la corruzione. Le facciano gli americani, che legandole strettamente all’economia aziendale riescono a guadagnarci un sacco di soldi oppure i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) che essendo in ascesa e avendo tassi di sviluppo notevoli hanno bisogno di creare una borghesia relativamente istruita! […] Mi raccomando poi di non cadere nella trappola di sostenere sul serio i cosiddetti “intellettuali di destra”, perché questi sono molto più pretenziosi di quelli di sinistra, i quali un po’ per partito preso pauperistico, un po’ per demagogia si autodefiniscono “operai della conoscenza” e quindi non hanno più tante ambizioni: basta che fate far loro qualche comparsata gratuita in televisione e pensano subito di essere dei divi e di spezzare il cuore di qualche ragazza, come se le nostre ragazze di oggi avessero un cuore! Se poi sono veramente accro (segnatevi questa parola francese perché nessuno la capisce e quindi fa un certo effetto), voglio dire sono proprio accaniti, come quel tale Saviano o Saviani che dir si voglia, basta che lo inseriate in uno show ricreativo di puro intrattenimento per neutralizzarlo completamente. Lui vuol fare il tragico, ma se lo mettete insieme ai comici, chi si accorgerà della differenza? E poi in Italia la tragedia non ha mai avuto fortuna: sì certo, c’è stato qualche piemontese tragico come Alfieri e Pareyson, ma chi li legge? Servono per fare delle tesi di laurea. Quindi nessuna fatwā contro i Saviani, tanto meno attentati o cose che fanno casino: non dimenticate che spacciandoci per liberisti (mentre è ovvio che siamo monopolisti) dobbiamo anche mostrare di essere liberali e magnanimi. Mica siamo come i russi o i cinesi, che perseguitano i dissidenti! Tanto alla fine quello che dicono o scrivono non ha alcuna effettualità politica e il popolo bue lo si conquista nella campagna elettorale abbassando o eliminando qualche tassa od odioso balzello7.

Sulla dignità

Una parola che ricorre sempre più frequentemente nei discorsi etico-politici è dignità. Questa è diventata uno dei termini chiave della bioetica, nonché il motto in cui si sono riconosciute le rivolte politiche che hanno scosso molti stati arabi, provocando talora la caduta dei governi. In Italia coloro che si sono detti indignati dalla condotta di… sconi (questa volta mi viene in mente solo la parte finale del nome di questa persona), non si contano. Gli studenti che hanno occupato le piazze di alcune città spagnole si sono definiti los indignados. È nato così un Global Indignant Movement che si è manifestato in molti Paesi. La parola dignità ha eclissato altri termini più tecnici del linguaggio politico, come comunità e diritti dell’uomo. In effetti, la prima è caduta nel ridicolo da quando si è cominciato a parlare di una “comunità internazionale” […]. Quanto ai “diritti umani” che costituiscono uno dei cardini della civiltà occidentale, l’uso fazioso e opportunistico che se ne è fatto, li ha svuotati di credibilità […] Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità? Se non siamo minimamente coerenti con noi stessi ma immersi nel mondo della comunicazione, nel quale tutto si capovolge in tutto? I caratteri fondamentali della comunicazione sono descritti benissimo dagli Stoici sotto il termine di stoltezza. Lo stolto non è uno sciocco, uno stupido, un ottuso ma l’essere umano che, in preda a un continuo turbamento, cambia opinione da un momento all’altro; incapace di stare fermo, corre a precipizio con impeto irrefrenabile verso il primo obiettivo che incontra e si pente con facilità di tutto ciò che ha fatto; incapace di ascolto, parla e agisce in modo inconcludente; inetto a elaborare valutazioni stabili e a compiere scelte irreversibili, salta ora qua ora là, pretendendo di avere e di prendere tutto. La stoltezza non nasce da una mancanza, ma da una deviazione, da una distorsione, da un pervertimento della facoltà razionale. Per essere indignati, bisogna almeno avere coraggio, cioè pazienza, perseveranza, magnanimità e magnificenza (Tommaso d’Aquino dixit). Noi italiani (e forse noi occidentali), siamo troppo deboli per permetterci di essere indignati8.


  1. Nota redazionale a M. Perniola. Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 7-8  

  2. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2014  

  3. Si veda quanto già scritto qui  

  4. Guy Debord, La società dello spettacolo, SugarCo Edizioni, Milano 1990.  

  5. Si veda: Gianfranco Marelli, L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internazionale Situazionista 1957-1972, Mimesis Edizioni, 2017.  

  6. Non lavorate mai! in M. Perniola, op. cit., p. 21  

  7. Gli intellettuali da nona categoria puzzolente a spina dorsale della nazione in M. Perniola, op. cit., pp. 64-67  

  8. Possiamo essere indignati? In M. Perniola, op. cit., pp. 95-99  

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Valerio Evangelisti, lo scrittore-militante di una generazione che reinventò il futuro e i propri eroi https://www.carmillaonline.com/2023/03/23/lo-scrittore-militante-di-una-generazione-che-reinvento-il-futuro-e-i-propri-eroi/ Thu, 23 Mar 2023 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76389 Sandro Moiso, Alberto Sebastiani (a cura di), L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, Edizioni Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 232, euro 20,00

Di solito chi mi denigra mi denigra come autore poco complesso. Temo di essere tra i più complessi che esistano però lo scopriranno dopo che sarò morto. (Valerio Evangelisti)

Ad un anno dalla scomparsa di Valerio Evangelisti, avvenuta il 18 aprile 2022, esce per le Edizioni Mimesis una prima raccolta di saggi tesi ad inquadrarne l’attività di scrittore e militante che sempre lo ha contraddistinto. Spingendo la [...]]]> Sandro Moiso, Alberto Sebastiani (a cura di), L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, Edizioni Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 232, euro 20,00

Di solito chi mi denigra mi denigra come autore poco complesso. Temo di essere tra i più complessi che esistano però lo scopriranno dopo che sarò morto. (Valerio Evangelisti)

Ad un anno dalla scomparsa di Valerio Evangelisti, avvenuta il 18 aprile 2022, esce per le Edizioni Mimesis una prima raccolta di saggi tesi ad inquadrarne l’attività di scrittore e militante che sempre lo ha contraddistinto. Spingendo la ricerca oltre la sua più nota attività di autore dei romanzi del “ciclo di Eymerich”, e pur sottolineandone ancora caratteristiche e peculiarità, il testo collettaneo che ne risulta raccoglie, oltre a quelli dei due curatori, i saggi di Luca Cangianti, Walter Catalano, Fabio Ciabatti, Domenico Gallo, Paolo Lago, Nico Maccentelli, Franco Pezzini, Gioacchino Toni e Diego Gabutti, cercando di restituire la poliedricità degli interessi e le diverse sfaccettature che hanno caratterizzato la vita, l’attività pubblica e la ricerca dell’autore bolognese. Il testo sarà presentato al pubblico in anteprima nazionale sabato 15 aprile presso il Vag61 di Bologna dalle ore 14,30 alle 17,00.

[Qui di seguito si pubblica un estratto dall’Introduzione, mirante a inquadrare la dimensione sociale e la sfera culturale da cui hanno tratto origine sia la scrittura che le scelte militanti del Magister.]


Valerio Evangelisti è stato uno scrittore unico nel panorama letterario italiano a cavallo tra XX e XXI secolo. Cosa che ha fatto scrivere ad Alan D. Altieri: “A tutti gli effetti Valerio è uno dei più straordinari narratori europei del nostro tempo. Uomo di incredibile cultura e di stupefacente inventiva, riesce ad amalgamare generi, tematiche modelli quasi antitetici e a plasmarli in un’unica entità narrativa di perfezione pressoché cartesiana”.
Un’altra cosa da dire, però, a proposito di Valerio Evangelisti, senza tema di incappare in un errore, è che è stato uno scrittore-militante e lo è stato sia dal punto di vista politico che da quello della collocazione dei suoi testi e della sua scrittura. Anzi, è forse la sua scelta nel secondo ambito a farne risaltare ancor più l’aspetto “militante” nel rivendicare sia l’appartenenza che la difesa della letteratura di genere o, per meglio dire con un termine che spesso utilizzava, paraletteratura.
Esponente di una generazione che osò rompere, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, con la noia e l’oppressione dell’esistente oltre che con l’arretratezza politica, culturale e ideologica che aveva contribuito a frenare, sia da destra che da sinistra, l’evoluzione sociale di un paese in cui, come in un film con Don Camillo e Peppone tratto dai romanzi di Guareschi, la Chiesa, il suo partito e il partito comunista di stampo togliattiano si erano alternati con regolarità nel rafforzare pregiudizi e difendere una tradizione che, ammantandosi di volta in volta di cattolicesimo conservatore oppure di populismo e perbenismo democratico, avevano contribuito non poco a mantenere lo status quo.
Un mondo in cui sulle porte delle parrocchie era ancora affisso l’”Indice” dei libri e di tutte le letture (spesso fumetti) che un buon cattolico doveva evitare per non cadere nel “peccato”, a fronte di una politica culturale comunista che condannava qualsiasi lettura o espressione artistica che non facesse riferimento agli ambienti e agli ideali (alquanto sconnessi in reltà) dell’intellighenzia, all’epoca piuttosto ampia e servile, che ruotava intorno al PCI e ai suoi riferimenti all’URSS.
Insomma, un contesto in cui la letteratura allora definita “d’evasione”, i fumetti, il nascente rock’n’roll con le sue successive evoluzioni, erano in gran parte fermamente condannati e proibiti. Tanto nelle chiese che nelle aule scolastiche, nei programmi radiofonici e televisivi o nelle riunioni (noiosissime) delle sedi e sui giornali dei partiti che avrebbero dovuto rappresentare il “progresso sociale”.
Se non si comprende tutto questo, non si può nemmeno comprendere la curiosità, la passione e lo spirito di sotterranea ribellione che animarono quella generazione, nata a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, che prima si buttò su qualsiasi lettura, visione cinematografica e ascolto musicale che non fosse normato dalle istituzioni (famiglia in primis) e poi si lanciò sulle barricate, nelle proteste e negli scontri del ’68 e degli anni a seguire (almeno fino al ’77).

[…] Per la nascente critica “radicale”, infatti, si trattava di inventare un nuovo mondo, con miti aggiornati e pochi veri giganti sulle cui spalle poter ancora salire.
Questo breve e fin troppo sintetico excursus può servire a rivelare come, al di là delle intuizioni e riscoperte degli anni ’50 e ’60, soltanto l’unione tra azione politica radicale e critica intransigente della cultura portata avanti dai movimenti antagonisti e giovanili degli anni Settanta avrebbe potuto produrre uno scrittore come Valerio Evangelisti […].
Inoltre, non solo la frequentazione di Valerio dei gruppi extraparlamentari e dell’Autonomia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, ma anche del movimento della Pantera, prima del successo di Eymerich, negli anni in cui si giocava ancora le sue carte all’Università; l’esperienza personale del Nicaragua e del suo popolo che si era battuto contro l’imperialismo yankee fin dai primi decenni del ‘900, insieme alla costante attenzione per l’America Latina e il Venezuela di Chavez oppure la sua vicinanza, più volte dichiarata, al movimento No Tav valsusino (che volle esplicitare anche in uno degli ultimi romanzi del ciclo dell’inquisitore catalano); le sua simpatie per i curdi e le curde del Rojava, fino al sostegno dato alle mobilitazioni per le comunità russofone e indipendentiste del Donbass, rivelano in lui ancor più che la “passione per il comunismo” quella per la rivolta spontanea, popolare e dal basso. Qualsiasi fossero le forme con cui questa si manifestava. Tanto nelle campagne emiliane a cavallo tra ‘800 e ‘900 quanto nelle strade in fiamme di Bologna della primavera del ’77.
Stabilire se tutti gli assunti derivati da quelle prese di posizione fossero sempre condivisibili non è cosa che spetti a chi scrive, ma è proprio l’attenzione a ciò che proveniva o sembrava provenire dal “basso” che rivela l’aspetto fondamentale dello scrittore-militante così come si è configurato, caso quasi unico negli annali di ambienti intellettuali italiani troppo spesso affascinati dal successo mainstream più che dalla militanza culturale anticapitalista, attraverso il suo variegato lavoro letterario. Sia che si trattasse di romanzi che di racconti o saggi.

[…] Anche se la sua vera militanza come scrittore è stata quella svolta nell’ambito e a favore della letteratura di genere e popolare da cui Valerio non volle mai prendere le distanze.
Anche se all’interno della stessa, si trattasse di science-fiction, fantasy, noir o avventura seppe sempre distinguere tra ciò che era “alto”, anche se non riconosciuto dal canone della cultura ufficiale, imbolsita e irrigidita dai suoi rituali formalistici e mondani, e ciò che era, semplicemente, spazzatura. Senza mai nascondere, però, che la peggior spazzatura letteraria ed ideologica si nascondeva proprio in quella che la cultura dominante considerava letteratura colta, se non proprio alta.

[…] Rimarcando spesso, in testi citati anche nei saggi che seguono, come lo scrittore di genere pensi al suo pubblico, per appropriarsene e conoscerlo sempre di più, mentre lo scrittore mainstream mediamente cerchi altrettanto di catturare l’attenzione e il successo di pubblico, ma attraverso il giudizio della critica istituzionale e modaiola, cui cerca in ogni modo di adeguarsi e diventare gradito.
La raccolta di saggi che segue raccoglie le riflessioni dedicate all’opera di Evangelisti da diversi autori del collettivo redazionale di “Carmilla online”, fondata e diretta da Valerio fino all’ultimo giorno di vita, e dallo studioso che fino ad ora si è maggiormente occupato dei suoi scritti, che vanno intese come un’esplorazione dei differenti aspetti della sua attività di scrittore e saggista. Un’informale wunderkammer dell’immaginario di un autore che della critica del presente modo di produzione e dell’apocalisse inevitabile che l’accompagna verso il futuro ha fatto il suo tratto distintivo.
Un lavoro collettivo che, spaziando dalla fiction alla saggistica, cerca di approfondirne e rivelarne sfaccettature inedite, contraddizioni e complessità inaspettate: dai romanzi del ciclo di Eymerich ai testi scritti per “Carmilla” o altre testate, passando per la sua passione per la fantascienza, i romanzi d’avventura, il noir e gli infiniti ed eroici “perdenti” della lotta di classe. Sottolineandone l’ironia e la partecipazione ai moti di cambiamento del presente, che egli sapeva proiettare in altre epoche, passate e future, per rifondare un immaginario non colonizzato dalla società del capitale. Dando così vita ad un volume che non vuole essere definitivo né, tanto meno, indirizzato a costruire un canone o un’agiografia, che finirebbero soltanto, come tutti i canoni e le agiografie, con l’imbalsamare attività e pensiero dell’autore, ma costituire l’inizio di una nuova stagione di ricerche, suggerendo possibili tracce di indagine e di lettura utili per gli studi che ancora verranno.

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’68 di Paco Ignacio Taibo II https://www.carmillaonline.com/2022/05/07/68-di-paco-ignacio-taibo-ii/ Sat, 07 May 2022 21:55:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71787 di Edoardo Todaro

Paco Ignacio Taibo II, 68 Città del Messico dalle lotte studentesche al massacro di Tlatelolco, Mimesis Edizioni – Collana Le carte della memoria,  2021 – € 13,30

Avere a che a fare con Paco Ignacio Taibo II ci obbliga ad avere a tenere in considerazione  quanto ha scritto fino ad oggi. Mi permetto di definire,  con Gramsci nel pensiero, Taibo II l’intellettuale organico in quanto essenziale nella costruzione di una indispensabile e necessaria ’egemonia culturale ed in quanto tale deve porsi al servizio del riscatto del proletariato. Detto questo, come non citare da [...]]]> di Edoardo Todaro

Paco Ignacio Taibo II, 68 Città del Messico dalle lotte studentesche al massacro di Tlatelolco, Mimesis Edizioni – Collana Le carte della memoria,  2021 – € 13,30

Avere a che a fare con Paco Ignacio Taibo II ci obbliga ad avere a tenere in considerazione  quanto ha scritto fino ad oggi. Mi permetto di definire,  con Gramsci nel pensiero, Taibo II l’intellettuale organico in quanto essenziale nella costruzione di una indispensabile e necessaria ’egemonia culturale ed in quanto tale deve porsi al servizio del riscatto del proletariato. Detto questo, come non citare da Arcangeli; e le dodici i storie non molto ortodosse di rivoluzionari del XX secolo; a “Un hombre guapo” sulla vita e morte di Tony Guiteras padre della rivoluzione cubana, ma ovviamente “Un rivoluzionario chiamato Pancho” e sicuramente “Senza perdere la tenerezza” a proposito del mai dimenticato Ernesto Che Guevara.

Ho avuto la fortuna di conoscere Taibo II in due occasioni e posso dire che leggere “‘68″ mi conferma le sensazioni che avevo rispetto al suo modo di porsi nel  coniugare l’essere militante attivo del percorso di cambiamento sociale e politico e lo scrivere di quanto ha vissuto in prima persona nelle lotte che si sono sviluppate nel ’68, nel Messico in particolare.

E quindi, come si suol dire, mettiamo le mani nel piatto e proviamo a dire quanto, in questo libro, che giustamente la casa editrice “Mimesis” ha posto tra “Le carte della memoria”, ci viene dato.  Il ’68 come spartiacque per molti messicani che hanno nella memoria collettiva l’unica cosa in funzione e che in realtà è il fantasma che popola il Messico. Ed è qui, anzi da qui,che Taibo II da il via al suo punto di vista: il ’68 ha prodotto gli anticorpi verso le tentazioni prodotte dal bacio avvelenato dello stato, dalle tentazioni ammalianti del potere. Il ’68 che ha come riferimento la rivoluzione cubana e la resistenza vietnamita, che ha nel Che il proprio morto.

Paco Ignacio Taibo II

Il ’68 che ha nel suo essere la musica, la poesia, il cinema, ma che rifiuta la televisione non tanto per una voglia di boicottaggio, ma in quanto che il tempo era impegnato su altro. È significativa la descrizione del clima, del contesto che ha caratterizzato quel periodo: la militanza; le riunioni  interminabili; i giornali autoprodotti ma zeppi di citazioni; il mondo delle sette; il ricercare l’indispensabile  rapporto con gli operai nonostante il distribuire volantini illeggibili. Però l’attenzione deve essere rivolta verso quanto si sviluppava a livello ideologico, di prospettiva ….. le domande che venivano poste sul potere, sulla teoria della provocazione; legalità contestativa e quella ufficiale. Il ’68, un movimento che si muove in modo imprevedibile con il giorno e la notte inesistenti.

Sono le azioni, le iniziative di strada che rendono vivo un movimento che mette in discussione lo stato di cose, attraverso lo smascheramento della funzione repressiva che lo stato assume su di sé, con le scuole occupate, con l’assemblea che diviene lo strumento di riferimento delle mobilitazioni; con la messa in discussione di baluardi fondamentali come “patria” ma anche dei mezzi d’informazione in quanto utili ad orientare l’opinione pubblica. Taibo II in realtà lancia un’invettiva, un appello, fa un passo in avanti, chiama al rilancio della solidarietà popolare, quella solidarietà che il popolo messicano aveva dimostrato verso gli studenti in lotta mettendo ai margini leader sindacali corrotti ecc ….

E non potevano mancare , nella descrizione di  Taibo II, i momenti collettivi e sociali e perché no dissacranti ed ironici. Su tutti? La mensa collettiva, come in una classica barzelletta: 1 maoista; 1 troskista; 2 guevariste , e con un menù che deve essere accettato, prendere o lasciare, visto che va ad oltranza aspettando l’inevitabile esaurimento scorte; oppure la descrizione del tempo  che si allunga rispetto alla quotidianità, le ore sono di sessantadue minuti e le giornate di ventisette ore, i giorni sono senza sonno. Molte delle cose scritte possono essere d’insegnamento per chi oggi si pone nel terreno del conflitto sociale, ad esempio: se da una parte la controparte, lo stato, deve avere  la capacità  di individuare chi è colui, all’interno delle mobilitazioni, che deve essere cooptato, per essere intimorito, corrotto; dall’altra deve essere tenuta alta la mobilitazione collettiva perché se il potere negozia, vuol dire che cessa di essere tale.

Questo libro è assolutamente attuale, visti anche gli accadimenti odierni, se teniamo conto dell’analisi che viene esposta sui mezzi d’informazione, asserviti e manipolati. Anche la cronaca degli avvenimenti narrati ha il suo valore per far capire il clima sociale vissuto in quel periodo: il carcere  che solo per puro caso non fu occupato; la ritirata gloriosa invece che interpretata  come fuga; i prigionieri politici mai dimenticati e sempre al centro delle mobilitazioni; i comitati di operai, settore petrolifero ed elettrico in particolare, che  mettono all’ordine del giorno la democrazia e l’azione diretta.

Una riflessione quella di Taibo II che non può non assumere caratteri soggettivi , ad esempio: nessuno dormiva più a casa propria, ed  attraverso la cronologia degli avvenimenti che si accavallano e che sono contraddistinti dall’accentuarsi della repressione da una parte ma anche dall’altra dall’incredibile capacità del movimento, degli studenti, di recupero. Una lezione ci da Taibo II: il ’68, in Messico, non può e non deve essere ridotto e riassunto al massacro di Tlatelolco, anche se quanto avvenuto non poteva non mettere, ovviamente, sulla difensiva.

Ciò che deve essere valorizzato, messo in risalto, in evidenza, sono gli anni di lotte ed  i quadri politici che si sono formati  con esse, ma anche la tortura che produce un’ emorragia interna; i 2000 prigionieri politici e l’essere dentro o fuori è solo dovuto al caso; la responsabilità dei giovani militanti nel caricarsi sulle spalle un mondo schifosamente pesante. Insegnamenti necessari anche rispetto all’oggi ed alle prospettive che un movimento deve porsi, tra sconfitte, tante,e capitolazioni, poche, i punti di domanda che si susseguono uno dietro l’altro senza dover essere condannati ad essere i fantasmi del ’68. Taibo II vive di persona le ricorrenze, gli anniversari ponendosi contro a nostalgia; al considerare quanto accaduto acqua passata.

Taibo II non accetta nessuna transizione condivisa, ed in Italia a questo proposito ne dovremmo sapere qualcosa …; Taibo II sarà anche un vecchietto, ma i vecchietti non dimenticano e sono combattivi. Quanto accaduto a Tlatelolco fa parte del patrimonio dei messicani, perché, e non può essere diversamente,  la memoria è lo strumento necessario ed indispensabile, per sostenere la resistenza  di oggi. Al di là di qualunque retorica ciò che c’è da festeggiare è l’onorevole sconfitta. Per dirla con Taibo II: “Nel paese degli imbrogli, del tradimento, dell’abbandono dei principi ciò che vince è la testardaggine di chi si rialza. Se mi è concesso  desidero fare un riferimento a quanto sta emergendo in questo paese, e mi riferisco a quanto messo in campo dal collettivo di fabbrica della GKN di Firenze ed al suo essere già elemento di riferimento tra gli operai e non solo: cosa è il comitato di sciopero a composizione flessibile; cosa sono le brigate e le commissioni interne che hanno la propria fine nel momento in cui termina il loro compito se non quanto stiamo vedendo e vivendo in questi mesi; il collettivo che sconfigge la paura e la solitudine e perché è indispensabile convergere rispetto a ciò che ci unisce, visto che per quello che ci separa avremo tempo, e quindi che dire: #INSORGIAMO

 

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Per una critica della società dell’Apocalisse permanente https://www.carmillaonline.com/2021/09/22/per-una-critica-della-societa-dellapocalisse-permanente/ Wed, 22 Sep 2021 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68263 di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel constatare come l’umanità contemporanea si sia assuefatta a vivere, anche se sarebbe forse meglio dire sopravvivere, in una apocalisse continua: climatica, economica, politica, militare, sanitaria, sociale e ambientale.
Un autentico inferno che, colui che è ancora rappresentato nell’iconografia cristiana come l’aquila, per la sua lungimiranza e profonda capacità visionaria, non avrebbe saputo anticipare nemmeno nei suoi incubi più terribili.

Questa Apocalisse terrena, che non si è ancora sviluppata in alcuna lotta definitiva tra il Bene e il Male, anche se nel corso dei secoli milioni di persona sono morte a causa di crociate politico-militari e religiose che promettevano, da vari e contrastanti punti di vista, il trionfo del primo sul secondo, ha avuto, però e fin dai primi anni Settanta del ‘900, un suo anticipatore, seguito da un ristretto numero di seguaci, in Giorgio Cesarano.

Come afferma Francesco “Kukki” Santini nel riassumerne l’opera di Giorgio Cesarano (1928-1975) intitolata, appunto, Apocalisse e Rivoluzione (con Gianni Collu, come attestava il frontespizio del manoscritto, Dedalo, Bari 1973):

Secondo Cesarano, i tempi delle contraddizioni capitalistiche si stanno facendo stretti, ed è necessario che la dialettica rivoluzionaria incalzi il processo catastrofico in cui il capitale si scontra con i limiti termodinamici della biosfera, preparando esiti apocalittici.
Tutte le contraddizioni storiche si assommano per disegnare la prospettiva dello scontro ultimativo che oppone il capitale – giunto a colonizzare non solo l’estensione fisica del Pianeta ma la stessa interiorità dei suoi schiavi – alla specie umana. Stiamo vivendo le prime fasi della “rivoluzione biologica”, risposta della corporeità vivente contro il pericolo di annichilamento e superamento dei limiti di tutte le rivoluzioni “storiche”.
Nel suo movimento, il capitale realizza il processo di reificazione inaugurato, fin dalla remota origine della specie, dal combinarsi subalterno del corpo biologico – debole e indifeso di fronte alla natura terrifica e ostile – con l’utensile-protesi. Da questa primaria alienazione in poi, l’utensile-protesi ha continuato a svilupparsi a scapito della corporeità e della sensibilità della specie, divenendo l’UT che subordina a sé tutto lo sviluppo “storico”. L’antica alienazione del “senso” della vita, di cui tendono ad appropriarsi le caste dominanti religiose e militari, genera l’accumulazione di segni e simboli che formano la lingua, separata dal corpo della specie e dalle sue necessità di comunicazione. La lingua sequestrata produce a sua volta l’Ego separato dall’inconscio, dal rimosso, dal desiderio “istintuale”, come rappresentante del dover-essere e della normativa sociale, propri di un vissuto storico collettivo fondato sul lavoro e sulla sofferenza1.

Fermiamoci per un momento, soltanto per svolgere alcune osservazioni su quanto è stato qui appena citato.
Quello che sarebbe diventato uno dei manifesti della critica radicale italiana2, accompagnato dal successivo Manuale di sopravvivenza (Dedalo, Bari 1974 e Bollati Boringhieri, Torino 2000), raccoglieva già al suo interno vari stimoli provenienti dall’opera di Jacques Camatte sulla specie-gemenweisen e il capitale totale, dall’idea del linguaggio come virus tratta dall’opera di William Burroughs e dalle catastrofiche previsioni contenute nel rapporto commissionato dal Club di Roma al MIT e pubblicato nel 1972 con il titolo I limiti dello sviluppo.

Senza farsi imprigionare dal pensiero contenuto nell’opera dei due autori oppure dei ricercatori americani autori del Rapporto, Cesarano provocava e apriva la riflessione in direzione di vie ancora inesplorate dal pensiero rivoluzionario tradizionale. Così è possibile cogliere oggi, in quelle poche righe, le radici delle successive elaborazioni del primitivismo di John Zerzan oppure le elaborazioni che si sarebbero succedute in seguito sul passaggio di consegne dalla classe operaia alla specie umana nel suo complesso dei compiti della lotta contro il capitale e il suo pestifero e mortifero sviluppo.

Anticipando però, già allora, una critica al catastrofismo di stampo capitalistico che, eludendo il problema dello scontro di classe, ineliminabile dai rapporti di produzione e dalle scelte di utilizzo delle risorse, sarebbe poi giunto, ai nostri giorni, alla riproposizione del green capitalism e del recupero del nucleare come energia “pulita”.
In fin dei conti, proprio nel corso degli ultimi giorni, la denuncia del ministro alla Transizione Ecologica del possibile aumento del 40% dei costi dell’energia elettrica non ha fatto altro che prolungare l’allarmismo securitario cui si sono affidati da anni, in un autentico susseguirsi epidemico di emergenze continue, i governi per mantenere, con la paura, il proprio potere sui governati, senza mai dover mettere in discussione il modo di produzione che causa davvero disastri e sprechi insostenibili per la specie e il pianeta. Anzi, semmai colpevolizzando la specie nel suo complesso attraverso le formulazione della teoria dell’Antropocene, evitando invece di parlare, più correttamente, di Capitalocene3.

La rivoluzione, come tradizionalmente l’alta magia e la religione, affronta il nemico esterno per mezzo della vera guerra. Questa non può prescindere dallo scontro con tutte le immagini del Sé, che lo riproducono a somiglianza del capitale come quantità di valore in processo, simbolo, ruolo, funzione della vita assente, inserito nella società in cui circola e si realizza (o si devalorizza) come merce immateriale e veicolo della lingua.
Il capitale, invece, condivide con la religione i contenuti della penitenza e del millenarismo: da un lato minaccia l’apocalisse, dall’altro chiama a sé a specie come gregge della sopravvivenza, inquadrato dalle nuove ideologie neocristiane del dubbio, del problema, dell’autocritica.
La produzione di persone di nuovo tipo è parte integrante del progetto planetario della carestia: trasferimento del grosso della produzione di merci materiali alla periferia del mondo capitalista e sua sostituzione con la colonizzazione dell’interiorità e la creazione di nuove merci corrispondenti (ruoli sociali, farmaci, comunità terapeutiche, servizi)4.

Santini scriveva decenni or sono di un libro apparso nel 1973, ma basterebbe aggiungere all’elenco i social media, che oggi hanno letteralmente colonizzato la mente e l’immaginario della specie, per avere un quadro completo dell’Apocalisse in atto e della necessità di superare la mera sopravvivenza con una svolta rivoluzionaria. Anche se, per ora, lontana dal venire.

All’epoca, la stessa scelta “armata” sembrava proiettare ancora i militanti all’interno del mondo della Carestia5, poiché in tal modo la vera guerra veniva sostituita con l’autovalorizzazione per mezzo del sacrificio sanguinoso e dell’eroismo ritualistico, ma, sempre secondo Cesarano, la prospettiva del capitale di assoggettare definitivamente la specie, facendola parlare con la propria stessa voce, stava per fallire.

Il movimento della rivoluzione, pur col ritardo necessario ma non inevitabile degli infortuni della passione, pur con le perdite causate dalla disperazione e dalla solitudine dovute all’esigenza di inverarsi immediatisticamente e di non recede dai livelli di radicalità raggiunti, si appresta a disvelare la menzogna del mondo fittizio in cui ogni corpo è strappato all’essere e abolito, e, trapassando tutte le ideologie e i travestimenti dell’inorganico fattosi uomo, si avvicina allo scontro ultimativo e alla vittoria6.

Il dramma che sorge dalla lettura dell’antologia di testi di Francesco Santini, proposta dalle sempre stimolanti e attente Edizioni Colibrì, sorge però dal fatto che a fronte di tanta determinazione critica e politica i principali protagonisti di quella stagione (Eddy Ginosa nel 1971, Giorgio Cesarano nel 1975 e lo stesso Santini nel 1996) decisero tutti, in maniera decisamente ultimativa, di non piegarsi alla mediocrità del momento, esattamente come Guy Debord, uno dei loro principali ispiratori, avrebbe fatto nel 1994.

Il Je mange pas de ce pain-la di Benjamin Péret, diventava un imperativo assoluto, tale da far sì che la spasmodica attesa dell’evento rivoluzione finisse, a causa della sua prolungata assenza, col coincidere con la stoica decisione di rinunciare a una non-vita, il cui unico valore, per chi la viveva consciamente, poteva essere costituito soltanto dalla depressione e dal senso di impotenza. Non resa dunque, ma estrema affermazione di alterità nei confronti di un mondo ancora non pronto a recepire la radicalità di un messaggio che, in compenso, la borghesia dell’epoca aveva già percepito e represso attraverso arresti e accuse di coinvolgimento nelle sue trame più oscure, proprio nei confronti degli ambienti anarchici e proletari in cui la critica radicale, pur rivendicandosi comunista, aveva trovato maggior ascolto e accoglienza.

Tra i testi ripubblicati, oltre a quello già contenuto nella Cronologia della vita e delle opere che introduceva il terzo volume delle opere complete di Giorgio Cesarano, pubblicato con il titolo Critica dell’Utopia Capitale per conto dell’associazione culturale «Centro d’iniziativa Luca Rossi», sono compresi vari contributi di Santini apparsi sulla rivista «Insurrezione» e in altri contesti. Tra questi il più importante è proprio quello che dà il titolo al libro e in cui l’autore, prendendo le mosse dal suicidio di Cesarano, traccia una storia delle origini e degli sviluppi della critica radicale italiana, indicandone le radici nel movimento ’68, nell’Internazionale Situazionista e nelle correnti più lucide del pensiero comunista, consigliare e anarchico, anche se, a ben vedere, la critica radicale si differenziò da tutte queste.

Non soltanto storia, però, ma anche necessario bilancio critico di un’esperienza che perso in gran parte l’appuntamento decisivo con quello che avrebbe potuto costituire l’affermazione materiale delle sua anticipazioni, ovvero il movimento del ’77, finì, secondo Santini, troppo spesso col rinchiudersi su se stessa, inaridendosi. Come scrive ancora:

Verso la fine del’76, mentre i piccoli nuclei di «radicali» presenti in varie città d’Italia tendevano a prendere un atteggiamento di vuota superiorità che li avrebbe resi incapaci di realizzare qualsivoglia intervento efficace, esistevano occasioni di incontro con i Circoli del Proletariato Giovanile e l’incipiente Autonomia.
[…] A partire dalla fine del ’76, con l’esperienza dei Circoli del Proletariato Giovanile, preannunciata dagli scontri della primavera del ’75,la situazione italiana si riaprì rapidamente tornando a offrire ai rivoluzionari ricche occasioni di comunicazione col sociale.
La comparsa sul palcoscenico della politica dell’Autonomia Operaia non costituì in sé una novità. Infatti l’Autonomia può essere giustamente considerata nient’altro che una forma di militantismo di sinistra conseguente. La spiegazione del successo dell’Autonomia sta essenzialmente nella chiara scelta da parte sua della pratica dell’illegalità e della violenza. Lo scompiglio provocato nel quadro politico dai gruppi autonomi aprì un varco entro cui poterono irrompere i selvaggi delle metropoli.
[…] I grandi movimenti di Roma e Bologna nei primi mesi del ’77 realizzavano il sogno delle grandi rivolte armate fuori e contro i racket politico-sindacali covato dai radicali per tanti anni. Il ’77 non ebbe la portata, la profondità sociale e la durata del movimento precedente del ’67-’69; tuttavia determinò una situazione ancora più favorevole per il comunismo radicale.
Intanto, questa volta la politica militante dei gruppettari – che per tanti anni aveva costituito un freno e un blocco con cui, volenti o nolenti, i rivoluzionari avevano dovuto fare i conti – fu investita subito dalla critica feroce e irridente di un movimento che esprimeva come proprio presupposto l’esigenza di lottare per sé, per la vita di ciascuno, contro il sacrificio, la noia, il lavoro, per cambiare immediatamente se stessi, affrontando nel contempo a viso aperto l’assedio del mondo delle merci. Inoltre, stavolta, il blocco staliniano PCI-CGIL venne identificato come il nemico; si schierò subito apertamente contro il movimento e,per la prima volta, perse completamente il controllo della piazza7.

Per Francesco Santini, così come lo era stata per la critica radicale prima e per la rivista «Insurrezione» sul finire degli anni Settanta, l’ago magnetico della bussola politica rivoluzionaria doveva essere sempre rivolto in direzione degli episodi insurrezionali, di violenza e illegalità (come confermano ulteriormente gli scritti sul comontismo), che si caratterizzavano per il proprio essere di massa e spesso spontanei, quasi sempre con il proletariato giovanile metropolitano nei panni del principale attore protagonista.

Una concezione che vedeva nel rivoluzionario colui che sapeva cogliere e seguire con attenzione (se impossibilitato alla partecipazione diretta) tutte le possibili anticipazioni della Rivoluzione a venire, per momentanee e caduche che fossero, al fine di stilare un autentico atlante delle città insorte e del cammino verso la liberazione della specie dall’attuale modo di produzione dominante. Fatto che, come ci insegnano i nostri giorni, potrebbe rendersi ancora necessario nel nostro immediato futuro, in ogni angolo del mondo e in ogni frangente riconducibile allo scontro tra specie e capitale.

L’Italia di Roma e Bologna del ’77 si aggiungeva, come nuovo laboratorio insurrezionale, a Detroit, Stettino, Danzica, Belfast, Oakland, la Torino di corso Traiano, Parigi del maggio e tante altre città in rivolta, così come oggi Minneapolis, Beirut, Santiago del Cile, Barcellona, Hong Kong, le città francesi invase dai gilets jaunes e dai giovani delle banlieues, e altrettante ancora segnano e segneranno puntualmente il cammino sull’atlante stradale della rivoluzione. Che non potrà essere, per forza di cose e sempre di più, che anonima e tremenda.

Anche soltanto per questo il testo qui proposto dovrebbe essere letto da chiunque si voglia porre sul lato giusto delle barricate di oggi e domani. Nella certezza che soltanto la promessa di sviluppo infinito del capitalismo costituisce in sé un’illusoria utopia, al contrario di quanto molti servitori della sua causa hanno sempre voluto far credere al fine di segare le gambe all’immaginario e alla materialità della concretezza rivoluzionaria.


  1. Francesco “Kukki” Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1 a F. “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza, Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 90-91  

  2. Della quale si è parlato già qui su Carmilla  

  3. Come suggerisce invece Jason W. Moore in Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre Corte, Verona 2017  

  4. F. “Kukki” Santini, op. cit. pp.91-92  

  5. Sulla critica radicale all’esperienza della lotta armata si veda ancora Parafulmini e controfigure, numero speciale della rivista «Insurrezione», maggio 1979 qui oppure l’intero opuscolo, contenente estratti da Terrorismo o rivoluzione di Raoul Vaneigem (1972) e da Apocalisse e Rivoluzione (1973), ripubblicato con lo stesso titolo dalle Edizioni Anarchismo nella collana «Opuscoli provvisori» con il n° 28 e giunto alla sua terza edizione nel novembre 2013  

  6. F. K. Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1, op.cit., p. 92  

  7. Francesco “Kukki” Santini, La grande occasione del’77, in Apocalisse e sopravvivenza, op.cit., pp. 73-74  

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Il desiderio, l’immaginario e i fantasmi rimossi della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2020/05/06/il-desiderio-limmaginario-e-i-fantasmi-rimossi-della-lotta-di-classe/ Wed, 06 May 2020 21:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59659 di Sandro Moiso

Annie Le Brun, L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile (a cura di Martina Guerrini), BFS Edizioni, Pisa 2020, pp. 188, 14,00 euro

Noi viviamo di domande fatte al mondo immaginario (Victor Hugo)

In una guerra sul mare, vi è una grande differenza tra l’osservarne la superficie attraverso un periscopio o dalla tolda di una nave. In fin dei conti, ce lo insegna (piaccia oppure no) la seconda guerra mondiale, durante la quale i vincitori furono coloro che impiegarono massicciamente navi e portaerei piuttosto che fare degli U-boot l’arma [...]]]> di Sandro Moiso

Annie Le Brun, L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile (a cura di Martina Guerrini), BFS Edizioni, Pisa 2020, pp. 188, 14,00 euro

Noi viviamo di domande fatte al mondo immaginario (Victor Hugo)

In una guerra sul mare, vi è una grande differenza tra l’osservarne la superficie attraverso un periscopio o dalla tolda di una nave. In fin dei conti, ce lo insegna (piaccia oppure no) la seconda guerra mondiale, durante la quale i vincitori furono coloro che impiegarono massicciamente navi e portaerei piuttosto che fare degli U-boot l’arma privilegiata. Questi ultimi, infatti, potevano inquadrare e colpire con sufficiente precisione singoli obiettivi, talvolta causando gravi perdite al nemico, ma chi puntò maggiormente sulle prime, potendo spaziare più lontano con lo sguardo, ebbe modo di colpire a distanza e in maggiore profondità.

La metafora della guerra sul mare potrebbe anche non piacere all’autrice, anarchica e antimilitarista, del libro qui recensito, ma può rivelarsi utile per guardare a due differenti approcci al problema del rovesciamento dei rapporti sociali e di produzione ancora vigenti.
Uno si accontenta di singoli, momentanei obiettivi (talvolta raggiunti, talvolta no), attraverso cui arrivare ad un cambiamento graduale, un passo dopo l’altro, destinato in realtà a non aver mai fine; mentre l’altro cerca uno scontro a tutto campo che allarghi la sua azione ad un orizzonte il più vasto possibile, per poter giungere ad una distruzione totale e definitiva dell’avversario. Questo secondo metodo può avere un margine momentaneo di errore un po’ più ampio, ma è sicuramente destinato a rivelarsi come l’unico possibile per una strategia di successo.

Anche la vita dei due equipaggi è in/comparabile: tristi, rinchiusi in un ambiente asfittico e buio i sommergibilisti, più baldanzosi e vivaci coloro che all’aria aperta su una tolda spazzata dal vento e dalle onde, ma illuminata dal sole, possono osservare l’orizzonte. Cogliendo con largo anticipo, anche ad occhio nudo, i mutamenti climatici e le mosse che potrebbero avvantaggiarli nella lotta contro il nemico. Senza parlare poi di quelli che possono librarsi in volo e spingersi a guardare con i loro occhi oltre l’orizzonte stesso. Anche al di là di quello temporale.

Annie Le Brun appartiene senza ombra di dubbio ai secondi, anzi ai terzi, in grado di volare oltre le miserie e le banalità del presente per provare a cogliere la gioia di vivere futura già in ogni istante del vissuto quotidiano. Nata nel 1942 a Rennes, è una poetessa surrealista, scrittrice e critica letteraria. Dopo aver incontrato André Breton a ventuno anni, prende parte alle attività del movimento surrealista dal 1963 fino all’autodissoluzione del gruppo. E’ autrice di numerosi testi di cui soltanto due sono stati tradotti in italiano: Disertate! (il femminismo è morto), pubblicato da Arcana nel 1978 e quello qui recensito. Inoltre, nel 1996, ha curato la prefazione all’edizione francese del Manifesto di Unabomber, L’avvenire della società industriale.

Con il testo edito in Italia nel 1978, Annie aveva già suscitato un certo scalpore, proprio contrapponendo la vita all’ideologia, l’azione alla ripetizione formale di concetti provenienti da un esistenzialismo filosofico virato al femminile da Simone De Beauvoir, che del maggior rappresentante di quella corrente di pensiero (Jean-Paul Sartre) era stata compagna nella vita.

Qui, dove la perseveranza sta al posto dello slancio, e la ripetizione al posto della convinzione, eccoci ben lontani da tutte quelle lavandaie, battilana, brunitrici, calzolaie… della Comune di Parigi che ci hanno svelato le radici della rivolta femminile nel cuore stesso della vita, nel momento stesso in cui essa era più minacciata. Non che io voglia qui opporre l’azione alla riflessione. Voglio piuttosto opporre l’incontenibile esplosione di un’idea, alle ardite speculazioni più o meno interessate di cui essa diviene poco a poco il bersaglio e di cui non mancano mai di ridurre la portata. Quando si tenga bene a mente la tensione di queste donne della Comune prese nella invenzione appassionata del loro destino particolare e collettivo, la falsa obiettività universitaria del Secondo sesso diviene insopportabile, per il suo non essere altro che un artificio capace di ingannare le inquietudini di una personale devozione filosofica1.

Secondo l’autrice, infatti, mentre le femministe del XVIII e XIX secolo erano impegnate a cancellare l’illusoria differenza che investiva gli uomini di un potere reale sulle donne, il neo-femminismo si affannava e si affanna a stabilire la realtà di questa differenza per pretendere un potere illusorio, che spesso ha portato il movimento a sfociare nel carrierismo, nello psicanalismo più grossolano oppure in un prolisso rivendicazionismo. Nel denunciare tale impasse l’autrice fonde il suo stile con quello dei surrealisti e dei situazionisti, cui sarà sempre fedele, come anche nel testo recentemente curato da Martina Guerrini. Che, nell’Introduzione, può affermare:

Il mio incontro con il pensiero di Annie Le Brun è stato un lampo capace di aprire un orizzonte da troppo tempo oscurato. Il suo unico lavoro tradotto in italiano mi aspettava su una bancarella di libri, e mai come in quel momento è stato comprensibile quanto l’imprevisto fosse benvenuto. Da allora è stata una corsa forsennata ad approfondire, un’immersione in ampi spazi e in abissi profondi, accompagnati da una scrittura sensuale e ruvida allo stesso tempo, difficile, carica di negativo.
Questo testo non fa eccezione, né fa sconti alle sicurezze e ai rituali – teorici, politici, filosofici, artistici – e soprattutto evita accuratamente di dare indirizzi o soluzioni.
È la bellezza sconvolgente dell’autrice, che non si nasconde mai pur chiedendo ai lettori e alle lettrici di abbandonare i propri sentieri perché tutto sia chiaro, […] Vale la pena, certamente, faticare e scalare letteralmente la prima parte dell’Eccesso di realtà, per capire cosa è realmente un testo di critica radicale.
D’altra parte, inerpicarsi su alte vette e raggiungere orizzonti a pochi consentiti è infinitamente più affascinante che cercare e trovare ciò che nutre la noia dei pensieri battuti2.

E’ un percorso di analisi e riflessione ben preciso quello che il testo della Le Brun ci propone. Percorso che va dall’impoverimento del linguaggio contemporaneo, dovuto principalmente ad un abuso di tecnicismi e di vocaboli tratti da una terminologia che si vorrebbe scientifica e specialistica, all’inaridimento della poesia (e più in generale della letteratura), costretta ormai a ripetere soltanto cliché stilistici ed emozionali destinati a fare trionfare il principio di realtà all’interno di ogni discorso e di ogni riflessione. Si badi bene però, l’unica realtà possibile deve essere quella dell’esistente e non quella della sua negazione. Il principio di realtà dominante, derivato ed esaltato da quello degli specialisti, degli intellettuali e dei promotori del pensiero asservito può essere soltanto quello che nega la negazione del mondo che ci è imposto.

E’ questo l’eccesso di realtà di cui ci parla l’autrice. Una realtà che si confonde con il virtuale e che, attraverso la distorsione del linguaggio e della poesia, giunge a delimitare l’immaginario per mezzo della finzione di un certo grado di tolleranza e, ancora, a sradicare il desiderio, incanalandolo lungo una sorta di sistema binario in cui lo 0 e l’1 sono sempre definiti secondo le logiche della assuefazione sistemica al principio di massima soddisfazione possibile all’interno di ciò che già esiste, senza mai superarne i limiti.

Un processo di spersonalizzazione collettiva ottenuta per il tramite di moduli adeguati a soddisfare le più svariate formule identitarie, in cui il politically correct ha la funzione fondamentale di rimuovere l’individuo e le sue passioni, i suoi lati oscuri, la sua sessualità, veri motori di ogni rivolta. Che non può scaturire altrimenti che dall’incontro delle contraddizioni del reale con l’immaginario, non ancora massificato, prodotto da una psiche che affonda le sue radici nella carne e non nella realtà prodotta dal web e dai suoi master.

Ecco allora che «le parole di Shakespeare, Charles Bukowski o Emily Dickinson si trovano poste sullo stesso piano di quelle di Neruda e altri cantori stipendiati»3. Una poesia che non può e non deve contenere già il seme della rivolta, ma funzionare da antidepressivo in funzione della conservazione dell’esistente.

Bisogna forse ricordare che i totalitarismi del xx secolo si sono tutti distinti per un medesimo gusto inveterato per una cultura raggiante di felicità? Stalin e Hitler erano degli allegri buontemponi in materia culturale e su fino a Tito che, alla fine della sua vita, ha condannato tutto ciò che gli sembrava troppo tetro, per promuovere se non ordinare una letteratura e una musica “rosa”. Certo, le cose sono cambiate: la poesia è diventata l’antidepressivo che ci obbligano in ogni momento a ingurgitare…4

Per raggiunger l’obiettivo desiderato occorre far circolare “dizionari della contestazione” in cui:

in buona posizione troviamo premi Nobel, dal “molto politicamente corretto” Dario Fo allo sbirro stalinista Pablo Neruda, mentre non vi figurano, per esempio, i nomi di René Crevel e del poeta Benjamin Péret, disertore francese, condannato in tre paesi diversi, solo menzionato qua e là, in una frase, per la sua partecipazione a Dada, al surrealismo, o ancora per un poema “istericamente anticlericale” […] Ma ci si domanda se non sia meglio essere stati dimenticati piuttosto che figurare in una simile antologia, dove se Georges Bataille è citato come “scrittore francese”, Antonin Artaud è citato,proprio lui, come “scrittore dei limiti”.5

Scriveva Sigmund Freud in una lettera a Eric Jones del 17 maggio 1914: «Colui che permetterà all’umanità di liberarsi dall’imbarazzante sottomissione sessuale, qualsiasi stupidaggine scelga di dire, sarà considerato come un eroe»6.
Perché è proprio al punto di incontro tra impedimenti del reale, immaginario e sessualità che scaturisce il desiderio. Quel desiderio senza il quale non può esistere nemmeno il rovesciamento dell’esistente ovvero la rivoluzione. Perché solo dal desiderio più profondo può scaturire la passione.

Passione e possibilità di rivoluzione viaggiano l’una accanto all’altra. Minare la prima attraverso i percorsi di imposizione dell’unica realtà possibile significa, nella sostanza, minare e impedire la seconda. Impedendone anche soltanto il desiderio. Desiderio che per essere tale, vivo e provocatorio, può soltanto essere individuale, nato nel profondo di ognuno, ma che è destinato ad appassire e a morire ogni volta in cui è canonizzato in formule destinate a risistemarlo e impoverirlo. Per trasformarlo in una merce vendibile ad una maggioranza di consumatori passivi.

L’erotismo mercificato e fintamente liberato dalla cultura dominante odierna, si tratti della pruderie contenuta nelle pagine di noti scrittori invitati a scrivere racconti erotici per le riviste femminili o del voyeurismo mascherato nel discorso di tanti intellettuali e filosofi alla moda, oppure rimosso dal discorso neo-femminista, risponde in fin dei conti alla necessità di deerotizzare l’insorgenza, la ribellione spontanea, la rivoluzione. La fossilizzazione della quale avviene con un percorso lastricato da buone intenzioni, schemi e formule ripetute come mantra, buone per tutte le occasioni. Inutili e riduttive sempre, poiché destinate a rivitalizzare il conformismo dell’esistente.

Affinché la rivoluzione non sia patrimonio dei grigi burocrati e degli insoddisfatti petulanti, di ogni genere e convinzione, deve vivere di pulsioni e di passioni che non possono essere ridotte a formule, pena l’estinguersi ancora prima di essere entrata in scena. Come separarla infatti dalle giovani operaie pietroburghesi senza obblighi famigliari della rivoluzione del febbraio 1917? Come separarlo dalle donne della Comune e, infine, come separarla dall’irrefrenabile pulsione desiderante che animò la rivolta giovanile e operaia del ’68 e del ’77?

Oggi i linguaggi, i corpi, i desideri, le pulsioni devono essere codificati in una finzione di liberazione i cui promotori sono ben lontani, e non potrebbe essere altrimenti, da quella indicata, senza inutili pedagogismi, da Sade, Baudelaire, Rimbaud e dai surrealisti (cui oggi occorrerebbe anche aggiungere almeno un autore come James Ballard). Riscoprire tutto ciò, attraverso lo sguardo d’aquila e il cammino talvolta tortuoso della Le Brun, significa tornare alle origini della rivolta.

Quella che muove sempre da un moto individuale di rifiuto dell’esistente e delle sue leggi. Ciò che spesso non si sa come spiegare, ma che è immancabilmente destinato a diventare collettivo. Si tratti pure del manifesto di Unabomber o degli atti vandalici messi in atto dai giovani teppisti delle banlieue.
Farlo, significa tornare alla radici della negazione radicale, senza la quale non vi è cambiamento reale possibile. Liberando i fantasmi rimossi della lotta di classe dalle loro catene.


  1. A. Le Brun, Disertate!, Arcana 1978, pp. 10-11  

  2. M. Guerrini, Introduzione, A. Le Brun, L’eccesso di realtà, BFS Edizioni 2020, pp. 5-6  

  3. A. Le Brun, L’eccesso di realtà, op. cit. p.86  

  4. A. Le Brun, cit. p.86  

  5. Ibidem, pp. 94-95  

  6. Ivi, p.186  

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Non morire delusi. Discussione a margine sui Pasti Marginali https://www.carmillaonline.com/2019/02/08/non-morire-delusi-discussione-a-margine-sui-pasti-marginali/ Thu, 07 Feb 2019 23:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51021 di Riccardo Canaletti

Presentiamo di seguito l’intervista ad Angelo Canaletti, autore di due romanzi noir (Storie di Pasti marginali e Antipasti marginali, usciti entrambi per le Edizioni Creativa) che perfettamente si inseriscono nel filone percorso anche da altri componenti del collettivo “sedicente intellettuale” di cui Canaletti fa parte: la “Carboneria letteraria”. Una realtà alla quale l’autore deve molto, penso ad altri romanzi come La notte apparente di Alberto Cola (altro carbonaro); ma una realtà che sa prendere molto anche dall’autore, dotato di sottile ironia e di grande conoscenza storica del periodo che va [...]]]> di Riccardo Canaletti

Presentiamo di seguito l’intervista ad Angelo Canaletti, autore di due romanzi noir (Storie di Pasti marginali e Antipasti marginali, usciti entrambi per le Edizioni Creativa) che perfettamente si inseriscono nel filone percorso anche da altri componenti del collettivo “sedicente intellettuale” di cui Canaletti fa parte: la “Carboneria letteraria”. Una realtà alla quale l’autore deve molto, penso ad altri romanzi come La notte apparente di Alberto Cola (altro carbonaro); ma una realtà che sa prendere molto anche dall’autore, dotato di sottile ironia e di grande conoscenza storica del periodo che va dagli anni ’68/’69 fino ai nostri giorni. In questa compagine di eventi due elementi saltano all’occhio: una grande capacità di creare intrecci che sappiamo mettere in dialogo passato e vicende presenti (in particolare il periodo che gravita intorno al ’77 e il presente inteso come categoria, ovvero un presente che non si riduce mai ai fatti di un protagonista, e di pochi personaggi connessi, ma che si apre alla complessità che, per le stesse parole dell’autore, fa un po’ da sostrato alla trama dei suoi romanzi); e una grande capacità di fare critica di quei tempi, di quei movimenti, ma senza mai arrendersi a inutili disfattismi. Abbiamo ironia, autocritica, analisi e narrazione che, in una più che armonica (e leggera) costruzione letteraria come quella del romanzo/racconto resa in brevi capitoli, agili, ognuno dei quali resta come un’immagine quasi fosse un track di un album musicale, fanno luce su varie vicende, vari concetti mai chiariti, o i cui chiarimenti non sono mai stati accettati dai più.

Altra questione importante è quella che vede scansare qualunque forma di ortodossia (gramsciana, leninista, etc.) per concedersi, proprio tramite l’autocritica e l’ironia, a una visione delle cose meno “dogmatica” e/o “universale”, potremmo dire “antireligiosa”. La violenza, elemento su cui si basa la storia, non è mai uno strumento assoluto, un qualcosa da difendere o celebrare. La violenza non è mai un fine, uno scopo. La violenza è solo la risposta, la “reazione” ad una vita che è, per il novantanove percento del tempo, non violenta, assuefatta alle logiche dell’economia, della politica e del lavoro. Guardare al mondo del vissuto, invece che al mondo delle scienze (se volessimo mantenere una distinzione che già Edmund Husserl, padre della fenomenologia, aveva fatto), significa lasciare aperto il campo dell’incertezza, del probabile (e dell’improbabile). Significa non assicurarsi nessun risultato, ma mirare all’azione, un’azione che, lontanissima dall’idea “corporativista” di alcune realtà armate del secolo scorso, si snoda nella giornata dei due protagonisti, Umberto e Gino, uomini normali ma stanchi di abbassare sempre la testa.

In questo dialogo parleremo del primo libro, Storie di Pasti marginali

Come è venuta l’idea del libro? I personaggi, ad esempio, non sembrano prendersi sul serio, eppure sono dotati di una certa coscienza politica e anche di una determinata cultura. Umberto e Gino, due figure in qualche modo autobiografiche?

Smontiamo gli equivoci: cinque o sei anni separano la mia biografia da quella dei personaggi. Loro erano a Roma nel ’77, io alle medie, a Civitanova Marche. È evidente che condividiamo una biografia culturale e lo spirito politico è affine. Eppure le motivazioni sono altre, a cominciare da una certa insofferenza per romanzi e cinematografia dedicata a poliziotti bravi e buoni, magistrati raffinati e risolutivi, giudici simpatici e benevoli. Qui si vuole narrare delle storie di due antagonisti; gli eroi, i buoni, sono fuori dalla legge, esercitano il loro intelletto per sfuggire alla legge. Riprendono cioè il meglio, a mio parere, dell’esperienza delle lotte autonome degli anni Settanta e delle fughe conseguenti. Senza cedere troppo alla seriosità. Anzi, direi, cedendo assai poco. Per questo li ho descritti spesso nella loro imbranataggine.

Nel romanzo narrazione e riflessione politica si alternano in equilibrio, ma in dei punti della storia quest’ultima sembra prevalere sul racconto. C’è un tentativo di difesa, di ripresa, o si vuol semplicemente sottolineare come azioni del genere non siano prive di senso?

Bene, è pur sempre un romanzo, e quindi la vicenda è una storia di fantasia, non si pretende di descrivere un atto nel senso di auspicarlo. Il fatto in sé è funzionale al racconto e allo sviluppo della trama e dei personaggi. Resta il fatto che ciò che è auspicabile è la rivolta, ovvero il desiderio di rivolta. Non so quali azioni siano sensate, ma ritengo assai sensato ragionare sul tempo presente per mettere a fuoco quanto sia insensato e spesso meno favorevole di quello che negli anni Settanta ha scatenato rivolte sociali nel cosiddetto Occidente industrializzato. La politica è vista come critica della politica e fa da controcanto all’attuale rimozione della politica.

La “risposta al Capitale” dei protagonisti è fortemente ironica, seppur mai ridicola. È una forma di violenza, in qualche misura? O dobbiamo guardare ad Umberto e Gino solamente come due uomini delusi? Sono, cioè, dei perdenti da compatire (io non credo) o personaggi con una loro forza che sta negli ideali, più che nella realizzazione?

Ecco, questo non è facile a dirsi. Sono dell’idea che i due atteggiamenti convivano. Perché è umano avere ideali anche quando si sente il peso della sconfitta o dell’emarginazione. Eppure io credo che prevalga in Umberto e Gino un percorso ancora diverso: la loro strada è lunga, a partire da quegli anni ribelli fino a Pasti Marginali. Tra delusioni, discussioni e ripresa dell’azione, riescono comunque a mantenere una loro lucidità e capacità di analisi. Sicuramente qualcuno li compatisce, altri ancora riconoscono le loro idealità, e molti li ignorano. Loro scelgono un percorso “violento” nel senso che si muovono al di fuori del consentito e infrangono la tranquillità delle vittime, in un caso si scontrano con la morte. Ma non è una scelta basata sulla violenza come meccanismo perfetto e ineludibile, riconduce di più a una necessità, ad un mezzo opportuno e mai osannato in quanto tale. Per intendersi, non mimano la lotta armata brigatista, ma si rifanno agli espropri proletari. Due pratiche che nell’essere diverse operativamente connotavano due idee diverse di rivolta e di coinvolgimento sociale.

Sempre parlando dei protagonisti, non si può certo definirli eroi. Eppure si parteggia per loro, per via della loro simpatia e della loro umanità. È stata una formula calcolata o i personaggi sono cresciuti con la storia e con l’autore?

Difficile rispondere. Prima di tutto perché non sono un professionista della scrittura e non so muovermi tra gli argomenti propri della letteratura e dei suoi meccanismi codificati. Dico che sono eroi in quanto protagonisti e che la loro forma si è data nel corso della stesura e nel fluire delle idee narrative. L’intenzione di guardare tutto con occhio ironico è sicuramente voluta, come pure il mio parteggiare per le loro scelte in contrasto con quelle di buon senso di molti altri personaggi. Come pure è esplicito il desiderio di mettere in cattiva luce l’ex poliziotto e il magistrato. Poi, nello scrivere, la storia si sviluppa in modo a volte imprevedibile per chi la scrive.

Passando agli altri personaggi, che non potrebbero in qualche modo non definirsi anche loro protagonisti, la domanda più spontanea è: perché questo interesse nel tratteggiare con tanta perizia anche psicologica delle figure, potremmo dire, alla periferia della vita? degli esclusi (penso alla prostituta)

Penso che la prostituta, Svetlana, sia il personaggio puro per eccellenza. Nella sua vita carica di esperienza negative, lei svetta come elemento di candore, anche quando esercita la sua professione o pensa al suo futuro da modella. È una ragazzina che vorrebbe essere tale ma si ritrova a vivere in quel modo a causa di una vita in cui lei non ha potuto mai dare precedenza alle sue scelte. Su di lei si concentra tutto il mio affetto. Per gli altri protagonisti, come dici giustamente, il mio obiettivo era quello di renderli attori essenziali allo sviluppo delle vicende. Non credo che ci possano essere figure umane di secondo piano, anche quando sono tra quelli che io disdegno e tratteggio in modo non positivo. L’attenzione per ognuno è un modo per rendere efficace la vicenda di ognuno nell’economia di questa storia.

Il paesaggio assume un ruolo non solo di cornice ma ha, anzi, impresse tutte le caratteristiche “sociali” del contesto in cui esso sussiste (Nord Europa, Marche, etc.). Cosa significa paesaggio? E qual è il luogo a lei più vicino nella storia, non necessariamente geograficamente?

Amo il freddo, quindi la finale Norvegia assomiglia al mio paesaggio ideale. Che poi è il senso del racconto, l’adozione dell’idea di fuga come ribellione e non come ritirata. L’esodo come rivolta, secondo i ragionamenti di molti autori a me cari rintracciabili in una pubblicazione periodica di qualche anno fa, titolata Luogo Comune. Ma ogni luogo ha un senso, un suo senso. Dalla metropoli alla provincia, alle regioni in ebollizione sparse per il pianeta. Ogni luogo è un’esperienza ò la conoscenza di altre esperienze. Certamente un luogo non è solo geografia. E i luoghi a cui mi riferisco sono sempre antropizzati, non ho un’idea positiva della natura in sé. Non mi interessa proprio sapere che ci sono delle belle cascate, mi interessa vederle o studiarle o capire come farne buon uso. Che non vuol dire sfruttare la natura, ma semplicemente interagire con la natura. Senza umanità non trovo i valori naturali di particolare interesse. Dove si sviluppa la storia si sviluppa una parte di umanità irrequieta. Inoltre, ogni luogo è simbolo di una contraddizione.

La tematica politica, ritorniamoci, si presta bene a certe riflessioni. Non c’è apologetica, ma non c’è nemmeno delusione. Come guardare agli eventi del ’77 e del ’68?

Ogni processo storico è bene che si connetta sempre al suo tempo. Le riproposizioni fanno diventare tutto tragedia o farsa. Io ritengo estremamente utile capire quei processi e quei periodi, coglierne la portata e valutarne le assurdità che pure erano presenti. Il fatto più interessante è che nei movimenti dal ’68 al ’77 si è dato vita a una capacità elaborativa di quel presente in grado di prefigurare lo sviluppo futuro della società dell’Occidente industrializzato. La riduzione del tempo di lavoro, la comunicazione come fattore produttivo, l’automazione e le migrazioni dal sud del mondo, per dirne alcune. E la necessità di scardinare il patto tra capitale e movimento operaio ufficiale, con annessi sindacati, per dare corso allo sviluppo di desideri e bisogni immediati. Quello che è importante e non è morto era e resta la voglia di lottare contro il presente, di non accettarlo preconfezionato e definito per legge.

Nella misura in cui ci si appresta a leggere questo noir con gli occhi critici di un lettore attento, non può che nascere alla fine un sentimento di rivolta, una voglia vicina a quella di Umberto e Gino. Qualche formula per quest’epoca? Qualche consiglio per i giovani che vorrebbero non cedere alle lusinghe e alle violenze della coercizione e del Capitalismo?

Non si danno consigli a chi è giovane, si vorrebbe essere giovani e basta! Sono io che li attendo da voi, buoni consigli per non morire delusi.

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Riprendere e reinventare il comunismo con il ’68 https://www.carmillaonline.com/2018/08/08/riprendere-e-reinventare-il-comunismo-con-il-68/ Tue, 07 Aug 2018 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47759 di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Ribellarsi è giusto! L’attualità del maggio 68, Orthotes Editrice, 2018, pp. 107, € 14.

Perché continuare a parlare del ’68 a cinquant’anni di distanza dal maggio francese? Perché, risponde Alain Badiou, nonostante moltissimo sia cambiato da allora, noi siamo contemporanei del ’68, abbiamo lo stesso problema: riprendere e al tempo stesso reinventare il comunismo. Per poter fare questa affermazione Badiou deve leggere le vicende di quell’anno (e di quelli che verranno dopo) alla luce di una vera operazione filosofica, deve cioè interpretarle attraverso il concetto di “evento”.

Ma [...]]]> di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Ribellarsi è giusto! L’attualità del maggio 68, Orthotes Editrice, 2018, pp. 107, € 14.

Perché continuare a parlare del ’68 a cinquant’anni di distanza dal maggio francese? Perché, risponde Alain Badiou, nonostante moltissimo sia cambiato da allora, noi siamo contemporanei del ’68, abbiamo lo stesso problema: riprendere e al tempo stesso reinventare il comunismo. Per poter fare questa affermazione Badiou deve leggere le vicende di quell’anno (e di quelli che verranno dopo) alla luce di una vera operazione filosofica, deve cioè interpretarle attraverso il concetto di “evento”.

Ma di quale ’68 stiamo parlando? Nel breve testo Ribellarsi e giusto! l’autore ne individua quattro e questa segmentazione spiega come mai le memorie e i bilanci storico-politici possano essere molto differenti. In primo luogo c’è il ’68 liceale e studentesco, quello più noto e spettacolare con le manifestazioni di massa, gli scontri e le barricate. Si è trattato di un fenomeno mondiale, ma che ha riguardato una minoranza proveniente dalla borghesia dominante (e questo spiega il successivo ritorno all’ordine di molti militanti e leader dell’epoca). Da un punto di vista ideologico questa gioventù si caratterizzava per un misto di virulenza anarchica, dogmatica marxista e accettazione generalizzata della legittimità della violenza (anche se essa fu agita per lo più da piccoli gruppi organizzati in funzione essenzialmente antirepressiva).
Il secondo ’68, sostiene Badiou, è quello operaio che diede luogo al più imponente sciopero generale della storia francese. Esso si è articolato intorno alle grandi fabbriche e alle imprese nazionalizzate, essenzialmente strutturato e animato dai sindacati, in specie la CGT, legata al Partito comunista francese. Partito e sindacato cercarono di isolare il contesto operaio dalla rivolta studentesca, ma questo non impedì lo svilupparsi di caratteristiche comuni. In primo luogo il movimento nelle fabbriche fu iniziato da giovani operai al di fuori delle strutture sindacali, utilizzando metodi di lotta non convenzionali come gli scioperi selvaggi (che in realtà partirono nel ’67, prima della rivolta studentesca) e, soprattutto, l’occupazione delle fabbriche, pratica ereditata dai grandi scioperi del ’37 e del ’47, ma mai sperimentata in forma così estesa. Anche nel ’68 operaio, inoltre, ci fu un’ampia accettazione della violenza, come testimoniano i sequestri dei dirigenti e gli scontri con i quadri locali e i CRS (la celere francese). Infine, quando il protocollo di intesa negoziato da Partito comunista e CGT fu presentato nelle fabbriche per porre fine agli scioperi, gli operai lo respinsero nonostante le numerose conquiste che esso assicurava. Questo rifiuto manifestava una soggettività operaia che associava allo sciopero qualcosa di ancora indistinto che però andava al di là della classica dialettica sindacale.
Il terzo ’68, prosegue Badiou, è quello libertario, figlio del comunismo utopico e del surrealismo. Questioni dominanti erano la trasformazione dei costumi, i nuovi rapporti amorosi e le libertà individuali. Una sorta di calderone anarchico, sostiene Badiou, che vide il trionfo dell’estetica sulla politica e che influenzerà la sfera culturale con le sue idee di un nuovo linguaggio pubblico, di un nuovo stile di azione collettiva ecc.

Infine c’è il quarto ’68 che è costituito dalla diagonale (attenzione, non la sintesi) degli altri tre. Per spiegarsi Badiou ricorre a un racconto personale. Siamo in una piccola università di provincia che, sulla scia degli eventi parigini, è in sciopero. Nasce l’idea di una manifestazione che si deve concludere davanti alla principale fabbrica locale, anch’essa in sciopero. “Cosa andavamo a fare laggiù? Non lo sapevamo, avevamo solo la vaga idea che la rivolta studentesca e lo sciopero operaio dovessero unirsi senza l’intermediazione delle organizzazioni classiche”. Nonostante la diffidenza di un gruppo di sindacalisti, si avvicinò qualche giovane operaio e poi altri ancora. “Iniziammo delle discussioni informali. Avvenne una sorta di fusione locale”. Si fissarono delle riunioni comuni all’interno della città e “costruimmo così la possibilità di una diagonale attiva tra i due Maggio 68”.1 Dal punto di vista dell’atteggiamento soggettivo, l’atmosfera era segnata da “un entusiasmo al tempo stesso gioioso e angosciato”, tipico della filosofia del terzo ’68.2
Il quarto ’68, secondo Badiou, esprime la convinzione che la vecchia concezione della politica è giunta al termine e avvia la difficile ricerca di una forma nuova dell’agire collettivo. La vecchia concezione parte dall’idea che la possibilità dell’emancipazione è inscritta e perfino programmata nella realtà storica e sociale grazie all’esistenza di un agente storico, oggettivamente dato, che per trasformarsi in potenza soggettiva deve essere rappresentato da un partito. Questo deve essere presente in tutti i luoghi di potere e di intervento per trasportarvi la forza e il contenuto dei movimenti sociali i quali, lasciati a se stessi, possono soltanto esprimere rivendicazioni particolari e organizzarsi in forma sindacale.
Le organizzazioni tradizionali e la democrazia rappresentativa, di cui esse rappresentavano i necessari organi, vennero aspramente criticate e delegittimate durante il ’68. La ricerca di una nuova politica avvenne però alla cieca anche perché la critica del vecchio fu fatta utilizzando il suo stesso linguaggio. Di qui la tematica chiaramente insufficiente del tradimento. Seppur a tentoni, qualcosa di nuovo è però emerso, non tanto in concomitanza dell’esplosione del maggio, ma attraverso il decennio successivo, grazie a una ricerca, al contempo pratica e teorica, svolta da un pugno di intellettuali, da un migliaio di studenti e liceali, da qualche centinaio di operai e di donne delle case popolari e anche da un bel po’ di proletari spesso provenienti dll’Africa.
Il ’68, in particolare il quarto, ha dunque reso possibile, anche se in forma meramente temporanea e localizzata, come nella città di provincia di cui ci racconta Badiou, qualcosa che immediatamente prima era assolutamente inverosimile, inimmaginabile. È questa la cifra di un evento, inteso nel senso filosofico di Badiou: un accadimento le cui conseguenze sono necessarie anche se imprevedibili prima dell’accadimento stesso. L’evento ’68 ci ha rivelato che, se una nuova politica comunista è possibile “essa partirà dai legami di massa, sarà un attraversamento delle classificazioni stabilite, non organizzerà ciascuno al suo posto ma al contrario consentirà degli spostamenti, materiali e mentali, strabilianti”.3 Il quarto ’68 ci ha mostrato che “il rovesciamento dell’inesorabile, della sordida gerarchia delle fortune, delle libertà e dei poteri erano politicamente possibili attraverso un interventismo inedito e la ricerca esitante di forme organizzative adeguate all’evento”.4 Tutto ciò appartiene, in senso stretto, al quarto ’68, l’unico che secondo Badiou ha avuto le caratteristiche dell’evento, in quanto è l’unico che, al di là dell’esplosione iniziale, innesca nuovi e straordinari processi di lunga durata.

Anche il lungo ’68 francese fu però interrotto: a livello intellettuale dalla “controcorrente ideologica e rinnegata” chiamata nouvelle philosophie, successivamente dalla vittoria elettorale della sinistra del socialista Mitterand e, infine, dal trionfo di un capitalismo tornato alla sua primitiva ferocia liberale. L’elezione di Mitterand, come tutti i ritorni all’ordine, ha prodotto una breve illusione in una larga parte del popolo. Per le giovani generazioni, ci ricorda Badiou, è stato necessario riapprendere dolorosamente che la sinistra non è una nuova possibilità della vita politica, ma solo uno spettro fortemente segnato dalle stigmate della putrefazione.
Purtroppo dobbiamo notare che il ciclo dell’illusione e della disillusione sembra ripresentarsi in continuazione. Per rompere la gabbia di questa coazione a ripetere, apparentemente inesorabile, le indicazioni di Badiou non saranno forse sufficienti, ma sono senz’altro preziose. Secondo il filosofo francese dobbiamo in primo luogo mantenere viva l’ipotesi storica di un mondo liberato dalla legge del profitto. È più importante sostenere che il mondo attuale non è necessario piuttosto che affermare “a vuoto” che un altro mondo è possibile, perché nella “vera politica”, così come definita attraverso la logica dell’evento, si va dalla non-necessità alla possibilità. In secondo luogo, la principale virtù politica che oggi ci manca è il coraggio. Non solo il coraggio di affrontare la polizia, senz’altro necessario, ma anche quello di difendere e di praticare le nostre idee, di utilizzare quelle parole che non osiamo più pronunciare. Spetta a noi criticarle, dare loro un nuovo senso, sulla scia del ’68. “Noi dobbiamo poter dire ancora ‘popolo’, ‘operaio’, ‘abolizione della proprietà privata’ etc., senza sembrare inattuali”.5 Infine, secondo Badiou, dobbiamo tornare a porci il problema dell’organizzazione, facendo tesoro dei multiformi esperimenti cominciati nel ’68 e partecipando alle sperimentazioni locali e alle battaglie politiche attuali da cui nascono nuove figure organizzative. Ben sapendo che la questione più difficile da risolvere è proprio quella di sapere di quale tipo di forma associativa abbiamo bisogno. In breve “dobbiamo avere il coraggio di avere un’idea. Una grande idea”6 attraverso la quale legarci alle immense masse di operai e di poveri che vagano sulla superficie della terra per trovare un luogo in cui vivere. Per tornare a dire “Ribellarsi è giusto”.


  1. Alain Badiou, Ribellarsi è giusto!, Orthotes Editrice, 2018, pp. 60-61. 

  2. Ivi, p. 63. In realtà Badiou attribuisce un valore secondario al terzo ’68, nei confronti del quale traspare, in modo forse ingeneroso, una certa antipatia. 

  3. Ivi, p. 65. 

  4. Ivi, p. 66. 

  5. Ivi, p. 71. 

  6. Ivi, p. 76. 

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Il sentimento della rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2018/04/12/sentimento-della-rivoluzione/ Wed, 11 Apr 2018 22:01:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44747 di Sandro Moiso

Giorgio Cesarano, I GIORNI DEL DISSENSO. LA NOTTE DELLE BARRICATE. Diari del Sessantotto, a cura di Neil Novello e con uno scritto di Gianfranco Marelli, Castelvecchi, 2018, pp.218, € 17,50

Giorgio Cesarano (1928-1975) rimane una delle figure centrali, ma anche una delle più rimosse, dell’attività politico-culturale italiana del secondo dopoguerra. Poeta, autore teatrale e televisivo, traduttore e, soprattutto a partire proprio dal 1968, critico del capitalismo e militante dell’ala più radicale espressa dal movimento di contestazione dell’ordine di vita esistente venutosi a costituire in Italia proprio tra il’68 e il ’77.

Contemporaneo e amico di Giovanni Raboni [...]]]> di Sandro Moiso

Giorgio Cesarano, I GIORNI DEL DISSENSO. LA NOTTE DELLE BARRICATE. Diari del Sessantotto, a cura di Neil Novello e con uno scritto di Gianfranco Marelli, Castelvecchi, 2018, pp.218, € 17,50

Giorgio Cesarano (1928-1975) rimane una delle figure centrali, ma anche una delle più rimosse, dell’attività politico-culturale italiana del secondo dopoguerra. Poeta, autore teatrale e televisivo, traduttore e, soprattutto a partire proprio dal 1968, critico del capitalismo e militante dell’ala più radicale espressa dal movimento di contestazione dell’ordine di vita esistente venutosi a costituire in Italia proprio tra il’68 e il ’77.

Contemporaneo e amico di Giovanni Raboni e Franco Fortini, oltre che di altri importanti esponenti del rinnovamento poetico e culturale italiano dei primi anni sessanta, si sarebbe poi allontanato progressivamente da quello stesso ambiente intellettuale per vivere pienamente l’esperienza e il sentimento, come lo avrebbe definito egli stesso, della Rivoluzione.

L’opera appena ripubblicata da Castelvecchi, con la cura attenta e preziosa di Neil Novello, aveva costituito nel 1968 una delle prime testimonianze dirette di un movimento che, in quella primavera e a Milano, stava muovendo i primi passi. Pubblicata da Mondadori nel luglio di quello stesso anno aveva di fatto costituito l’ampliamento di un testo, “Vengo anch’io” direttamente ispirato all’omonima canzone di Enzo Jannacci, pubblicato da Anna Banti sulla rivista “Paragone”.
All’epoca, però, il testo apparve “censurato” dalla casa editrice e mondato della seconda parte che, già all’epoca, l’autore avrebbe voluto pubblicata insieme alla prima (e pubblicata poi nell’autunno di quell’anno su “Nuovi argomenti” con il titolo “La notte del Corriere”), finalmente ripresa in questa nuova edizione che, inoltre, ripristina anche il testo originale del primo diario.

Mentre la prima parte (I giorni del dissenso) è dedicata dall’autore “ai ragazzi dei radiomegafoni”, la seconda (La notte delle barricate) è dedicata “ai ragazzi delle bottiglie”, segnando così una sorta di cambio di passo sia nella narrazione dei fatti che, nella riflessione di Cesarano, sugli eventi che in quella primavera avrebbero contribuito turbinosamente a modificare il panorama politico, sociale e culturale italiano e internazionale.

I tempi sono diversi, ma vicinissimi: è la cronaca dei giorni compresi tra il 25 marzo e il 9 maggio quella contenuta nel “primo diario”, mentre il secondo copre un periodo molto più ristretto rinchiuso tra l’8 e l’11 giugno. Insomma dalle prime manifestazioni studentesche della primavera alla notte dell’assedio al Corriere della sera, con relativi scontri con la polizia, come risposta all’attentato, avvenuto in Germania, contro il leader degli studenti tedeschi Rudy Dutschke.

Così la prima parte riguarda principalmente le riflessioni di un uomo maturo, già quarantenne all’epoca, nei confronti di un movimento ancora imberbe, con forti elementi di novità ma anche di debolezza nell’analisi dell’esistente. Riflessione che vede l’autore pencolare, inizialmente, tra l’accettazione di quella novità rappresentata dagli studenti in piazza e la non comprensione di un discorso immediatamente radicale che sembra voler far piazza pulita delle affermazioni e convinzioni accumulate in anni di militanza nel movimento operaio. Prima nel PCI e come cronista dell’Unità (da cui fu espulso per la sua adesione adolescenziale alla X Mas) e in seguito nelle esperienze di Classe Operaia e della collaborazione con riviste come Aut Aut, Nuovi argomenti e Quaderni piacentini.

Non a caso il testo era preceduto, già nell’edizione originale, da un’affermazione di Mario Savio, leader delle proteste studentesche americane a Berkeley. Un’affermazione tratta da un discorso tenuto ancora per il movimento per la libertà di parola negli anni delle prime lotte per i diritti civili negli Stati Uniti:

“C’è un’ora in cui le operazioni della macchina divengono così odiose, provocano tanto disgusto, che non si può più stare al gioco, che non si può più stare al gioco nemmeno tacitamente. E’ allora che bisogna mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve e su tutto l’apparato della macchina per farla fermare. E’ allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il padrone, che se pure noi non siamo liberi impediremo ad ogni costo che la macchina funzioni”

Sì, perché in seguito a quelle riflessioni Cesarano avrebbe deciso di mettersi in gioco come corpo, oltre che come intelletto. Le parole che fungono da incipit per i giorni del dissenso sono, infatti, le seguenti:

“Sono qui, con le ossa rotte (in pratica per modo di dire, anche se alla base c’è il fatto che sono stato bastonato), la schiena e le gambe che mi fanno male, non so più se per le botte o perché non sono più allenato a muovermi violentemente, a correre e a stare tanto tempo in piedi”.1

Ma mettere in gioco il corpo significherà per Cesarano ben più che partecipare alle manifestazioni e agli scontri di piazza. Vorrà dire riflettere sui corpi come veri protagonisti dell’esistenza umana e sulla necessità di una loro liberazione immediata dalle catene del modo di produzione capitalistico e dal suo naturale corollario costituito dal consumo forzato di merci come unico scopo della vita.
E’ un rifiuto totale del mondo che lo/ci circonda, delle sue leggi, della sua economia, della assurda legge della miseria contro la quale sola può levarsi la rabbia degli oppressi. Immediata e rivoluzionaria già sul momento e nelle pagine centrali del testo, solo il poeta potrà esprimere ciò con la sufficiente potenza visionaria:

“…perché il potere gettò la maschera gli oppressi dettero di muso in sciabole fucili e gas il mondo si spaccò visibilmente in due non crederò mai abbastanza in quello che si vede la fame reale o metaforica può restar fame mille anni covar fame e figliare fame ma la collera la rabbia è un virus di fuoco che può in ogni momento non si deve dimenticare che può in ogni momento rovesciare l’asse del mondo”.

Nella Notte delle Barricate la narrazione si fa più corale e l’esperienza collettiva, anche sulle pagine, mentre, allo stesso tempo, la rottura con la tradizione politica del passato diventa evidente nei fatti.
Non solo perché gli atti, non troppo dissimili da quelli di qualsiasi altra rivolta, acquistano nuovi significati, ma anche perché la rottura con i partiti, o meglio ancora con il Partito con la P maiuscola, il PCI, diventa ineludibile come dimostra, fattivamente e simbolicamente, l’episodio del militante del partito comunista che cerca di cacciare i giovani che hanno trovato rifugio in una delle sue sedi per ripararsi dalle cariche della polizia chiamandoli Provocatori!

Si disvelava così che tutti i giochi del movimento operaio istituzionalizzato altro non erano che strumenti per il mantenimento di un ordine basato sulla produzione e sul consumo di massa, ai cui occhi qualsiasi forma di indisciplina e rifiuto delle regole non poteva e non può apparire che come una provocazione, un complotto, un atto terroristico.

Inizia proprio a partire da questi diari il “salto nel vuoto” del poeta. Un salto che lo porterà ad avvicinarsi agli ambienti e alle formulazioni più radicali della critica di quegli anni.
Come specifica Gianfranco Marelli, nella sua concisa postfazione:

“Sicuramente la frequentazione sul finire degli anni ’60 degli ambienti anarchici milanesi e del milieu situazionista francese, oltre agli studi su Rosa Luxemburg, il consiliarismo e «Socialisme ou barbarie» […] segnarono l’orizzonte teorico di Cesarano e lo condussero a praticare una visione politica radicale rispetto a quanto ribolliva all’interno dei “politicissimi amici” con i quali sul piano intellettuale condivideva l’impegno a svecchiare da sinistra PCI e sindacato. In particolare la partecipazione alla Federazione Anarchica Giovanile Italiana con il gruppo milanese La Comune assieme a Eddie Ginosa, un giovane e stimato compagno con il quale si creò un solido legame intellettuale interrotto bruscamente con il suicidio del giovane nell’ottobre del ’71 – il primo di una lunga serie di suicidi che scosse profondamente Cesarano – gli consentì di tracciare una parabola che lo condusse a riconoscersi in un progetto comunitario intriso di venature marxiste, libertarie, situazioniste.
Munito di questi strumenti teorici, cercò la loro attuazione dapprima nelle nascenti organizzazioni spontanee del Movimento milanese come il CUB Pirelli, divenuto nel 1967 il luogo dell’organizzazione autonoma delle lotte operaie e studentesche, per poi essere fra i protagonisti dell’occupazione del palazzo della Triennale e dell’hotel Commercio, due delle più importanti lotte che contraddistinsero l’anima più radicale del ‘68/’69 meneghino, slegata dalle camarille del Movimento Studentesco di Mario Capanna e dei gruppi politici quali Avanguardia Operaia intenti a monopolizzare ideologicamente la contestazione, fino a partecipare alla fondazione di Ludd, un gruppo informale la cui tendenza era l’estremizzazione delle lotte del proletariato spingendolo ad attuare lotte non sindacali, “anti-economiche”, e forme organizzative consiliari e “unitarie” (né partito, né sindacato) per l’immediata realizzazione del comunismo senza passare attraverso una transizione socialista e senza costruzione di un modello o di un progetto positivo da posporre al “tutto e subito” che allora pareva il realizzarsi della rivoluzione nei soggetti protagonisti del Sessantotto”.2

Non solo, attraverso la frequentazione di Jacques Camatte, di cui diverrà collaboratore e amico, Cesarano si farà riscopritore e teorico di quella comunità umana (Gemeinwesen) già presente nell’opera del giovane Marx e poi utilitaristicamente abbandonata dai suoi successivi epigoni, interessati più a far rientrare il movimento operaio e l’azione di classe all’interno delle logiche della politica e della produzione più che alla liberazione dell’umana specie dalle catene dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sull’ambiente e dell’uomo sulla donna.

A partire da quegli anni, bruciando velocemente le tappe di ogni discorso culturale che non fosse anche critica radicale dell’esistente, Cesarano produrrà alcuni dei suoi testi più significativi,3 collaborerà con le riviste Puzz e Provocazione lasciando ancora alle sue spalle, dopo la drammatica morte, una grande quantità di scritti che hanno iniziato ad essere raccolti nelle opere complete edite a cura del Centro di iniziativa Luca Rossi di Milano.4

Attraverso quegli anni e il personale travagliatissimo percorso politico, oltre che tra le pagine dei diari, ci guidano in maniera articolata e profonda sia Neil Novello5 che Gianfranco Marelli, entrambi esperti conoscitori dell’incandescente materia trattata.

Costituita, come si è già detto, da un’esistenza che ha attraversato il Novecento nella convinzione assoluta che «L’uomo non è mai stato ancora». Da una critica della modernità che, a differenza di quella radicale ma conservativa portata avanti da Pasolini, ha cercato di indicare una comunità umana del futuro da opporre alla mortifera globalità capitalistica. Da opere provocatoriamente memorabili in grado di far sognare la fine della preistoria come presente, accendere la speranza nella rivoluzione biologica, varare le ontologie del desiderio e della passione per annientare il senso morto dell’esistenza. Tutto per giungere ad un altro modello di vivere umano.

Ciò potrebbe costituire l’unica vera eredità trasmessaci dai movimenti desideranti e combattivi di un decennio di cui Cesarano fu, per gran parte, testimone e interprete e proprio per questo motivo al curatore Neil Novello e a Gianfranco Marelli, oltre che all’editore, devono andare i ringraziamenti del recensore e dei lettori per quella che è destinata a rimanere fin da ora una delle migliori celebrazioni dei cinquant’anni dal ’68.


  1. pag. 41  

  2. Gianfranco Marelli, Istantanea del Séssantotto [Per una rinascita ontologica del Movimento], op. cit. pp. 213-214  

  3. Giorgio Cesarano- Gianni Collu, Apocalissa e rivoluzione, Dedalo 1973; G. Cesarano, Manuale di sopravvivenza, prima edizione Dedalo 1974 ora Bollati Boringhieri 2000 (con una prefazione e una cronologia della vita e delle opere a cura di Gianfranco Marelli)  

  4. Delle quali è per ora disponibile soltanto il terzo volume: Critica dell’utopia capitale  

  5. Autore, tra l’altro, dell’unica ricerca dedicata interamente all’opera del poeta-militante: Neil Novello, Giorgio Cesarano. L’oracolo senza enigma, Castelvecchi 2017  

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