Cronache del pre-bomba – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 23 May 2026 20:05:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 34 – Di cosa parliamo quando parliamo di guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/08/il-nuovo-disordine-mondiale-34-di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-guerra/ Wed, 08 Apr 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93819 di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale. Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati [...]]]> di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale.
Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati illegali [con] le note tensioni che questo ha provocato e sta ancora provocando in numerose parti degli Stati Uniti. Per non parlare delle guerre economiche, condotte dalla presidenza Trump in pratica contro tutti i paesi del mondo: alle loro esportazioni verso gli Stati Uniti Trump ha applicato dazi all’entrata nel territorio americano variandoli in maniera “capricciosa” e molto frequentemente.
[…] Il marchio “guerra” è rimasto in questo modo il solo elemento dominante, in un mondo che era abituato a considerarlo come ultimissima possibilità da evitare con cura finché possibile1.

Occorre iniziare da queste parole per osservare come, ad un primo e disattento sguardo, la guerra, come attività distruttiva e di conquista, costituisca invece una caratteristica ineludibile delle società umane, poiché un certo grado di violenza ha sempre caratterizzato i rapporti all’interno della specie e della stessa con l’ambiente fin dalle sue origini.

Basti pensare ai graffiti lasciati dai nostri antenati sulle pareti delle grotte di Lascaux in Francia o, più a nord oltre il circolo polare artico, ad Alta in Norvegia, oppure ancora ai più recenti graffiti in Val Camonica, che rendono evidente come l’uso della forza organizzata socialmente, almeno per la caccia di grossi animali e di branchi interi, abbia costituito un elemento importante per lo sviluppo delle antiche società di cacciatori-raccoglitori.

Tutto ciò andava ricordato per sottolineare come l’uso della violenza o della forza organizzata non costituisca, come oggi troppo spesso si tende ad enfatizzare, una deviazione da un’etica del ripudio della violenza che si vorrebbe data una volta per sempre e che dovrebbe costituire una delle principali caratteristiche dell’essere umani.

Gli stessi scavi archeologici e le ricerche paleontologiche, oltretutto, continuano a riportare alla luce resti umani, sia maschili che femminili, sui quali i segni della violenza sono ancora, a migliaia di anni di distanza, ben visibili. Confermando spesso che il ruolo “attivo” nell’uso della violenza non sia sempre e solo stato caratteristico del carattere maschile, dimostrando come le idealizzazioni e le semplificazioni rispetto agli scenari possibili per l’interpretazione della storia passata non siano certo utili per la comprensione della stessa, proiettando visioni utopiche, prodotte in tempi recenti, sul passato.

Anche le guerre portate a termine dalle civiltà successive, che spesso hanno costituito come nel caso dell’Iliade omerica il fondamento dello sviluppo dell’immaginario “epico” dell’Occidente, non possono essere messe in un unico calderone cui dare il nome di «guerra» e come tale usarlo per definire il fenomeno una volta per tutte. Ieri, oggi, domani: senza alcun riferimento alle motivazioni materiali e ai modi di produzione che, di volta in volta, l’hanno determinata, la determinano e la potrebbero determinare ancora nell’immediato futuro.

Certo, fin dal poema omerico, passando per il Mahābhārata per poi giungere a ricostruzioni di carattere storico come La guerra del Peloponneso di Tucidide o La guerra gallica di Giulio Cesare, le memorie e le pagine antiche sono cariche di episodi di violenza belluina e di distruzioni crudelissime di vite umane. E proprio a partire dal poema indiano appena citato, su questa narrazione violenta del passato si è anche basato il mito di una razza, quella degli Arii 2, che della propria forza e determinazione avrebbe fatto la propria caratteristica, giustificandone il diritto a dominare i popoli sottomessi.
Una visione della società che si rifletterà nelle caste guerriere che domineranno per diversi secoli l’Europa, tra la caduta dell’Impero romano e i primi secoli dopo il Mille a seguito delle successive invasione di popoli di stirpe germanica.

L’aristocrazia feudale medievale, infatti, proprio sulla “festa crudele“ della guerra avrebbe fondato il proprio potere e il proprio diritto a governare e a nominare i re3. Un gioco riservato principalmente a uomini cresciuti e addestrati nel culto della guerra, all’interno dei cui schemi il ruolo delle fanterie, costituite principalmente da contadini e servi trasformati alla bisogna in soldati, sarebbe per diversi secoli rimasto secondario. Lasciando così alla cavalleria il ruolo di protagonista, anche in termini di violenza esercitata e subita.

Una società cavalleresca che si sarebbe anche espressa in nuovi poemi, dal Ciclo Arturiano alla Chanson de Roland, sviluppatisi essenzialmente in terra di Francia. Poemi che esaltavano la figura del nobile cavaliere, rimuovendo del tutto il carico di violenza che questo poteva esercitare sugli strati inferiori della popolazione, sottoposta, spesso, a soprusi, imposizioni e umiliazioni, e che a loro volta furono alla base delle rivolte contadine destinate a mettere in crisi lo stesso ordinamento sociale feudale4.

Sarà soltanto con l’avvento delle milizie mercenarie e, soprattutto, con quello dell’arma da fuoco che la cavalleria aristocratica avrebbe dovuto lasciare sempre più il campo alla fanteria, ben inquadrata e armata di picche e archibugi, armi destinate a portare lo scompiglio e la sconfitta tra le schiere dei vecchi professionisti della guerra. Soprattutto a partire dalla battaglia di Pavia (24 febbraio 1525), in cui l’esercito francese guidato personalmente dal re Francesco I sarebbe stato duramente sconfitto dall’armata imperiale di Carlo V, formata da 12000 lanzichenecchi tedeschi e 5000 soldati dei tercio spagnoli5, che fece prigioniero lo stesso re di Francia.

L’episodio avrebbe in seguito svolto un ruolo non secondario nel cambiamento dell’immaginario collettivo6 artistico e popolare. Un cambiamento di prospettiva che non avrebbe solo permesso ad un poeta di corte come Ludovico Ariosto di irridere la figura del cavaliere con un poema (prima edizione 1516) in cui il paladino più noto della cristianità, Orlando o Rolando, non solo perdeva il senno, ma si trasformava in un’autentica belva destinata, una volta persi i paramenti della nobiltà (corazza, armi, elmo e scudo), a distruggere più che gli avversari militari, la vita e gli averi di pastori, agricoltori e abitanti dei borghi7. Ma che, successivamente, avrebbe rivelato tutta la fragilità, anche militare, di un sistema che si riteneva innato: quello della tripartizione dei ruoli tra chierici, guerrieri e contadini. Scoperta e allo stesso tempo anche rifiuto che avrebbe da lì a poco portato alla guerra dei contadini tedeschi (ma non solo) che coinvolse al suo apice, nella primavera-estate del 1525, un numero stimato intorno ai 300 000 insorti8.

Il periodo tra il XVI e il XVII secolo si rivela così come un autentico turning point per la storia non solo economica, sociale e coloniale dell’Europa, e dei continenti conquistati con la forza, ma anche per quella militare. Nascono infatti in quel periodo gli eserciti direttamente finanziati dai governi e dagli stati sovrani, si diffonde a macchia d’olio l’uso delle armi da fuoco e delle artiglierie (navali e di terra), giungendo a determinare la fine di quei castelli le cui alte mura e torri avevano rappresentato, non solo simbolicamente, il potere feudale. Cambiava così il ruolo della nobiltà, che nel frattempo si era imborghesita, e prendevano forma gli eserciti moderni, in cui il potere della finanza per armarli e sostenerli diventava importante quanto quello dell’addestramento all’uso delle armi e della logistica.

La guerra civile europea rappresentata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648) avrebbe costituito un passaggio decisivo verso le guerre moderne del capitale che dopo aver imposto quella senza quartiere ai popoli altri, con cui la “civiltà cristiana” era entrata in contatto, l’avrebbe importata sul suolo europeo in occasione di quelle che furono definite «guerre di religione», il cui imperativo per i vinti sarebbe stato soltanto quello di arrendersi e sottomettersi oppure perire.

Complessivamente si stima che la Guerra dei Trent’anni sia costata all’Europa tra i diciotto e i venti milioni di morti, considerato anche che ai disastri provocati dal conflitto stesso (battaglie, saccheggi, distruzioni) andarono ad aggiungersi carestie prolungate ed epidemie ricorrenti di peste bubbonica e polmonare. Diffuse spesso dalle compagnie mercenarie che per un periodo sembrarono poter addirittura prendere il sopravvento decisionale e militare sugli stessi stati e imperi9.

Se da un lato, però, un tale disastro umano ed economico sarebbe stato destinato a infiammare l’immaginario millenaristico della guerra civile o Prima Rivoluzione inglese (1642 – 1651) che, nel 1649, fu per la prima volta testimone dell’esecuzione “sacrilega” di un re da parte del popolo e dei suoi rappresentanti, dall’altro avrebbe anche convinto i governanti della difficoltà insostenibile di una guerra di tal fatta, sia dal punto di vista dei costi che della riduzione del numero dei sudditi civili. Aprendo così la strada a quelle guerre “barocche” in cui le manovre ben ordinate e lo schieramento sul campo avrebbero spesso, anche se non sempre, determinato l’esito delle battaglie.

Sarebbero poi state la Guerra di indipendenza americana, la guerra dei Sette anni e la Rivoluzione francese, soprattutto con l’avvento di Napoleone e del suo pensiero militare, a riportare il treno della guerra sui binari della ormai prossima modernità. Sia in chiave di efficienza e riorganizzazione degli apparati bellici e del pensiero militare che di sviluppo delle tecnologie applicate alla distruzione degli esseri umani come frutto avvelenato, dalla fine del XVIII secolo in poi, del tanto vantato progresso introdotto dalla Rivoluzione industriale. Mentre la guerra stessa, con la costituzione degli eserciti su base nazionale e il servizio di leva, diventava anche strumento di formazione ed educazione dei “cittadini”.

Motivo per cui la guerra civile americana (1861-1865), la guerra franco-prussiana e le guerre coloniali, soprattutto in Africa, degli imperi europei, avrebbero definitivamente posto le basi per le guerre del XX secolo con l’uso di fucili a ripetizione, mitragliatrici e trincee10. Aprendo così la strada al primo grande macello imperialista, meglio noto come Prima guerra mondiale, che avrebbe poi informato di sè tutto il secolo successivo, e ancora l’attuale, non solo dal punto di vista militare, ma anche politico, ideologico, economico, produttivo, sociale e ambientale.

Ma, occorre qui dirlo, tale distruttività sistemica che avrebbe visto crescere in maniera esponenziale sia le distruzione che il numero di vittime militari11 e civili, soprattutto queste ultime a partire dalla Seconda guerra mondiale12 principalmente a causa dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili teorizzati fin dal 1921 dall’italiano Giulio Dohuet13, affondava e tutt’ora affonda le sue radici in un modo di produzione che della guerra ha fatto, a ogni livello, la sua norma esistenziale. Più, e forse al contrario, di ogni altra società precedente. In cui la guerra poteva essere sì crudele e spietata, ma quasi sempre rappresentava un momento transitorio, di passaggio si potrebbe dire, necessario ma non di primario interesse. Compresa quella cavalleresca.

L’attuale attenzione per la guerra o le guerre in corso che l’odierna crisi militare, politica ed economica internazionale, che vede coinvolti attori grandi e piccoli della scena geopolitica mondiale, risvegliatasi nei media, nei discorsi governativi e in un’opinione pubblica in gran parte tutt’altro che favorevole a farsi macellare in nome dei più alti ideali di libertà e “democrazia” suggeriti dai primi due, ci deve però spingere ad individuare i caratteri di una tendenza alla guerra che caratterizza i rapporti di produzione, scambio e ridistribuzione della ricchezza della società venutasi a costituire non solo nel corso del XX secolo, ma fin dai tempi dell’accumulazione originaria e delle successive e diacroniche rivoluzioni industriali.

Una società o un’economia, quella che per comodità espressiva si può definire tout court come capitalistica, che fin dalle sue origini ha fatto della prevaricazione e della sottomissione della specie e della natura agli interessi di pochi la sua normale condizione di esistenza. Una società in cui la concorrenza tra gli individui, le imprese, le nazioni e gli imperi economici e politici costituisce la pratica quotidiana, data per scontata, inevitabile e irrimediabilmente destinata a dare vita a conflitti di ordine giuridico, militare, politico e di classe. Conflitti e contraddizioni, destinati a sorgere e ad ingrandirsi in maniera esponenziale, che non costituiscono la conseguenza di anomalie del sistema oppure i suoi frutti marci o una momentanea necessità, ma, al contrario, il pieno realizzarsi di un avvicendamento politico, economico e militare che non potrà aver fine se non con un radicale rovesciamento della sua essenza e dei suoi paradigmi.

Come affermava ancora Rosa Luxemburg, già citata in epigrafe, «il suo ulteriore dominio non è compatibile con il progresso dell’umanità»14 poiché per la prima volta nella storia, sfruttamento e disoccupazione, alienazione e crisi, guerra e distruzione non sono i prodotti accidentali e gli effetti collaterali di un dato modo di produzione e riproduzione della vita e del suo sostentamento, ma, piuttosto, la sua inevitabile e necessaria conseguenza, la sua «condizione di vita».

In una società in cui, arricchendo la definizione data da Thomas Hobbes con l’intuizione di John Stuart Mill, Homo oeconomicus – homini lupus, l’uomo egoisticamente rivolto alla realizzazione del proprio interesse individuale è lupo tra gli altri uomini, la polemologia, lo studio della guerra e delle sua cause psicologiche e sociali, pare essere, insieme alla critica del modello sociale basato sull’estrazione del plusvalore, lo strumento più adatto per comprendere i rapporti tra uomini, imprese, classi e nazioni. Tanto da spingere in direzione di un ribaltamento della celebre frase di Karl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, tratta dalla sua opera più celebre, in ”la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi” come intuì già più di quarant’anni fa Michel Foucault.

Molti degli attori che criticano Donald Trump per il suo approccio destabilizzante (unpredictable) e pericoloso per gli equilibri globali, sono gli stessi che traggono vantaggio diretto dall’economia della guerra. Perché al netto dell’ipocrisia, di una narrazione di facciata, la guerra moderna è parte integrante dell’economia globale. Non una sua deviazione, ma un ingranaggio del sistema.
Un approfondito report pubblicato in questi giorni sul sito di intelligence Debuglies.com analizza proprio la trasformazione del cosiddetto “complesso militare-industriale-finanziario” […] sostenendo che il sistema occidentale della difesa non può più essere interpretato come semplice relazione tra Stato e industria militare, ma come una struttura integrata in cui capitale finanziario, politiche pubbliche e conflitto armato si alimentano reciprocamente. L’idea centrale è che la sicurezza sia diventata un asset. Gli interessi finanziari del settore della Difesa non sono più concentrati in una classe identificabile di ricchi proprietari dell’industria e dei loro sostenitori politici. Sono diffusi nell’infrastruttura di risparmio e previdenza di ampi segmenti di popolazione15.

La guerra è la norma di esistenza di un modo di produzione basato sull’appropriazione circoscritta e privata della ricchezza socialmente prodotta e la politica che accompagna la sua azione sociale, sia nelle fasi in cui le armi tacciono che in quelle in cui le stesse sgranano i loro tristi rosari di morte, è sempre una politica di guerra. Anche perché, a ben vedere, è difficile differenziare nettamente le due attività, quella politica e quella militare, considerando i conflitti armati che sembrano accompagnare, vicini o lontani che siano, ogni fase del percorso della società in cui siamo immersi.

Soprattutto in una fase storica in cui la rimozione del discorso della guerra dall’orizzonte politico è stata a lungo accompagnata da una militarizzazione costante della società civile. Non soltanto perché sempre più spesso le operazioni militari sono state definite come “missioni di pace” oppure “di polizia internazionale”, ma soprattutto perché le politiche securitarie, portate avanti da anni contro i migranti, il terrorismo vero o presunto e i conflitti sociali territoriali (come quelli del Valsusa e della Zad, solo per citarne alcuni) hanno abituato i cittadini degli stati ancora “non belligeranti” ad una presenza costante dei militari sul territori metropolitani e ad un uso sconsiderato delle armi da guerra (gas CS, granate accecanti e stordenti, proiettili di gomma ad alta velocità, autoblindo nelle città e durante le manifestazioni, la definizione delle grandi opere inutili come “opere di importanza strategica” ) che di fatto hanno finito col trasformano ogni dettaglio del cosiddetto ordine pubblico in un’azione militare vera e propria.

Senza considerare poi il fatto che gli stessi videogame di carattere bellico abituano, fin dalla più tenera età, i giocatori ad utilizzare di fatto quelli che nella guerra condotta “a distanza” saranno poi i droni, i visori notturni e allo stesso tempo allo sterminio di un nemico disumanizzato per procedere nel gioco e passare a livelli superiori di complessità e di violenza. Come le trasformazioni tecnologiche avvenute direttamente sul campo in Ucraina, ma anche in Medio Oriente e a Gaza hanno spietatamente confermato e ancora confermano.

Un po’ come per la morte, l’Occidente sembrava aver allontanato da sé il memento mori per fingere che morte, anch’essa dipinta sempre più spesso come un fatto casuale e inaspettato, e guerra siano in fin dei conti frutto di errori e di problemi ancora non risolti dallo stesso ordine sociale che ne causa il rinvigorimento e la massiccia diffusione. Una sfortunata disgrazia insomma, e nulla più.

Con la conseguenza che a partire dal 2022, non importa qui delineare le responsabilità di quel conflitto allora apertosi e ancora ben lontano da una possibile conclusione essendosi nel frattempo allargato a tutto il Medio Oriente, davanti alla politica occidentale si è aperto un autentico baratro, che si è cercato di riempire con vacue promesse di vittoria sulla barbarie asiatica o sulle autocrazie, e con lo sviluppo di economie di guerra che per ora hanno soltanto ridotto all’osso la spesa sociale, soprattutto in quell’Europa occidentale che aveva fatto del welfare lo status symbol di una integrazione tra le classi e le etnie mai realmente realizzata e, anzi, in fase di decurtazione ormai da anni.

Cosa cui i recenti, pesanti dazi di Donald Trump, accompagnati dalle parole sul possibile abbandono della NATO, che dovrebbe così accollarsi il cento per cento della spesa per il rifornimento dell’esercito ucraino, insieme all’invito rivolto alla stessa a partecipare direttamente allo scontro militare nel Golfo Persico e alla grave crisi dei costi di gas e petrolio che ne è derivata, hanno finito col negare ogni speranza di ripresa se non attraverso un rilancio dell’industria bellica, unica risorsa possibile, economica e mediatica, rimasta in mano ai governi in carica in Europa.

Soprattutto dopo le letali sanzioni, per l’economia europea, adottate «per costringere Putin alla resa». Arma che si è sempre accompagnata a quella di dichiarare «crimine di guerra» quasi ogni azione portata a termine dagli avversari, dimenticando o, meglio, nascondendo il fatto che ogni atto di guerra e della sua economia politica costituisce già di per sé un crimine: contro la specie, l’ambiente e la vita sul pianeta.

Tutto questo va sottolineato non in nome di un generico e inutile pacifismo, ma per sottolineare come le distruzioni, le violenze, gli stupri, le mutilazioni degli adulti e dei bambini, la loro morte, la fame, il freddo, la mancanza di acqua e l’inquinamento di ogni possibile risorsa agroalimentare sono tutte il naturale corollario delle guerre del capitale. Non importa da che parte siano state dichiarate, perse o vinte. Considerato, inoltre, che proprio questo modo di produzione ha già portato una volta la guerra sull’orlo dell’Apocalisse per mezzo di quelle bombe atomiche che quarant’anni fa erano state testate su Hiroshime e Nagasaki, e che oggi, in un contesto in cui molti governi hanno già scelto la Bomba come arma di pronto impiego, come ad esempio fa pensare la Dichiarazione di Northwood del luglio di quest’anno, per la fornitura di un ombrello nucleare all’Europa da parte di Francia e Regno Unito, per cui la l’atomica torna :

ad essere quel che fu ottant’anni fa, a Hiroshima e a Nagasaki: estremo rimedio per finire il nemico. Ma in un contesto drasticamente diverso. La guerra dei dodici giorni fra Israele e Iran con la partecipazione straordinaria degli Stati Uniti non sarà ricordata per i suoi modesti esiti tattici ma per lo sconvolgimento che ha innestato su scala globale. Perché ha sancito la fine della deterrenza nucleare basata sulla mutua distruzione assicurata.[…] Il regime di non proliferazione formalizzato dal trattato voluto nel 1968 dai detentori della Bomba per impedire che altri se ne dotassero è saltato da tempo. Siamo a quota nove potenze nucleari, con l’Iran sulla soglia e otto variamente latenti […] Giappone su tutti, poi Germania, Corea del Sud, Canada, Paesi bassi, Brasile, Argentina, Taiwan. Presto anche Turchia e Arabia Saudita. persino in Italia potrebbero riaffiorare sepolte velleità nucleari, espresse nel programma segreto franco-germanico-italiano del 1957, bloccato dagli americani (poi da De Gaulle)16.

Come se ciò non bastasse anche le minacce di distruzione e cancellazione di un’intera civiltà espresse da Donald Trump nelle ore scorse nei confronti dell’Iran, nonostante la fittizia trattativa per una tregua portata avanti, ancora una volta, più per guadagnar tempo che per raggiungere concreti risultati sul piano della cessazione del conflitto, sottendono un chiaro riferimento al potenziale uso dell’arma nucleare per risolvere un conflitto che né gli Sati Uniti, né tanto meno Israele, nonostante le sempre più roboanti e trionfali dichiarazioni, possono sperare di vincere in tempi brevi e forse nemmeno in quelli lunghi.

Va infine ricordato come ogni guerra e lo stesso sistema di guerra su cui si basano i rapporti socio-economici di stampo capitalistico rappresenti, sempre, un’aggressione commerciale, economica, finanziaria, ambientale, politica e militare rivolta non soltanto contro i potenziali avversari esterni ma, e forse soprattutto, verso l’interno delle proprie aree nazionali e metropolitane e le comunità che le abitano. Finendo così col porre le basi di una possibile guerra civile, di cui da tempo si avvertono prodromi negli Stati Uniti e nella loro crisi che l’attuale presidente cerca di attutire con escamotage economici, politici, militari e diplomatici rivolti a danneggiare soprattutto gli alleati di un tempo, ma oggi troppo pericolosi dal punto di vista della concorrenza e, soprattutto, del costo per la loro protezione.

Una guerra civile strisciante che è già operante anche qui in Europa e in Italia dove, dalla ZAD alla Valsusa e ogni altro luogo in cui si resiste al modo di produzione dominante e alla sua distruzione dell’ambiente, dei territori e dei rapporti interni alla specie umana per sostituirli, come già detto, con quelli basati sulla competizione e l’odio reciproco, l’azione dello Stato e del suo braccio armato repressivo (polizia, magistratura, forze armate nazionali e mercenarie) assume fisionomie sempre più rigide e aggressive. Una guerra civile che i media stanno preparando e sostenendo, come i conflitti militari esterni, parlando di pacificazione, modernizzazione e democratizzazione.

La resistenza all’estrattivismo e allo sfruttamento dei territori e delle risorse economiche disponibili attraverso l’impianto di grandi opere inutili e dannose va trattata come un tempo i popoli che si opponevano alla colonizzazione europea e proprio come allora chi si oppone al “progresso” deve essere distrutto, umiliato e cancellato dalla faccia della Terra.
Una guerra civile che, sulle tracce di Lenin, secondo le riflessioni del recentemente scomparso Emilio Quadrelli (1956- 2024)17, potrebbe, però, portare, all’interno di un conflitto di più ampia portata, a un radicale cambiamento dell’esistente.

Anche se, in chiusura, quest’ultima riflessione porta chi scrive a ricordare che qualsiasi guerra di fatto costituisce un crimine, poiché “fare la guerra” significa sporcarsi le mani di sangue. Fatto che in sé non può essere né dimenticato né rimosso o, ancor meno, esaltato e rivendicato con la scusa della vendetta o della “giustizia proletaria”. Proprio per impedire che ancora una volta un’eventuale rivoluzione politica finisca col rinnovare solamente i fasti di ciò che si sarebbe voluto abbattere, invece di rappresentare, così come aveva già auspicato Karl Marx, la definitiva uscita della specie umana dalla preistoria.

N.B.
Questo articolo, ampiamente modificato e aggiornato per questa occasione, è precedentemente comparso come postfazione al Quaderno di Into the Black Box #7 – Una congiuntura di guerra.


  1. M. Deaglio, Donald, il fattore G e l’economia del caos, «La Stampa» 3 aprile 2026.  

  2. Il Mahābhārata è un poema epico dai contenuti mitici e religiosi che narra il lontano passato degli Arii, ovvero di un popolo indoeuropeo invasore dell’India. Intriso di epica guerriera propria degli kṣatriya (la casta guerriera), la vicenda si svolge nella regione del Doab, ovvero nell’area compresa tra il fiume Gange e il fiume Yamunā che corrisponde a uno dei primi stanziamenti del popolo degli Arii.  

  3. Si veda: F. Cardini, Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1995.  

  4. Si vedano in proposito i recentissimi: AA.VV., Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale, edizioni Tabor, 2025 e AA.VV., Tumulti rusticani. Rivolte e resistenze contadine tra il Medioevo e la Modernità, edizioni Tabor, 2025.  

  5. Il tercio era un’unità militare dell’esercito spagnolo, utilizzato dai monarchi cattolici nel periodo degli Asburgo. Questa formazione di fanteria, composta all’incirca da trecento soldati tra picchieri e moschettieri, si rivelò fondamentale per le guerre tra il XVI e il XVII secolo. Il termine derivava dall’italiano “terzo”, indicando una divisione in tre parti e, di fatto, un’unità d’èlite.  

  6. Si pensi soltanto al poema ariostesco Orlando furioso che nel 1532, con l’edizione definitiva cantò «la brutta invenzione dell’arma da fuoco» (canto XI, vv. 23-28).  

  7. Canti XXIII e XXIV.  

  8. Si veda: M. Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini tedeschi, edizioni Tabor, Valsusa 2026.  

  9. Si veda: G. Mann, Wallenstein, Sansoni editore, Firenze 1981.  

  10. A solo titolo di esempio occorre qui sottolineare che nella guerra civile americana, o Guerra di Secessione, si stima che tra il 1861 e il 1865 vi furono almeno 620 000 morti, anche se studi più recenti sostengono che 750 000 soldati siano caduti, con un numero imprecisato di civili. Secondo tali stime la guerra causò la morte del 10% di tutti gli uomini degli Stati del Nord tra i venti e i quarantacinque anni e il 30% di tutti gli uomini del Sud tra i diciotto e i quarant’anni.  

  11. La stima del numero totale di vittime della prima guerra mondiale non è mai stata determinata con certezza e varia molto: le cifre più accreditate parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 15 milioni e più di 17 milioni di morti, con le stime più alte che arrivano fino a 65 milioni di morti includendo nell’insieme anche le vittime mondiali della influenza spagnola del 1918-1919.  

  12. I dati odierni riguardanti le vittime del secondo conflitto mondiale si aggirano intorno ai 70 milioni di cui 45 milioni civili. Probabilmente, però, si tratta di un calcolo ancora al ribasso.  

  13. E che, prima delle atomiche di Hiroshim e Nagasaki, avrebbero raggiunto il loro apice con quelli di Dresda (13 e 15 febbraio 1945) e di Tokyo (9 e 10 marzo 1945).  

  14. R. Luxemburg, «Juniusbrochüre».La critica dell’economia politica, in Id. Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Einaudi, Torino 1976, p. 513.  

  15. C. Conti, Chi ci guadagna. La difesa diventa un asset. Così i fondi si arricchiscono, «il Giornale» 5 aprile 2026.  

  16. Quando non ci sei non capisco dove mi trovo, editoriale di «Limes», n° 6/2025, pp. 7-8.  

  17. E. Quadrelli, Sulla guerra. Crisi Conflitto Insurrezione, con quattro contributi di G. Bausano, Red Star Press, Roma 2017.  

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…e pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà / 4 – Grosso guaio nel Golfo https://www.carmillaonline.com/2026/03/25/il-nuovo-disordine-mondiale-34-un-grosso-guaio-nel-golfo/ Wed, 25 Mar 2026 21:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93811 di Sandro Moiso

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti

Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si [...]]]> di Sandro Moiso

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti

Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si svolgono dal tempo della Guerra dei Trent’anni fino ad un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena è quasi sempre la guerra, sia essa tra stati, imperi o bande criminali interessate al dominio dei traffici illegali di una megalopoli (spesso Los Angeles), di materie prime, del pianeta nel suo insieme o addirittura delle altre possibili risorse presenti nel cosmo. Cambiano le coordinate spazio-temporali, ma non i moventi e, conseguentemente, le azioni e le distruzioni che ne derivano.

Sì, perché la visionarietà catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. Come i fatti di questi giorni dovrebbero rendere ancor più evidente. Nonostante la disattenzione alimentata, a Destra come a Sinistra, da un referendum farlocco che ha funzionato come un’autentica arma di distrazione di massa, usata su entrambi i fronti a difesa dell’ordine vigente.

L’occhio sotterraneo1, una delle prime prove dell’autore milanese e ormai da lungo tempo introvabile, potrebbe essere considerato il suo capolavoro. Romanzo della catastrofe assoluta, narra di un futuro prossimo (all’epoca ambientato a ridosso del 2000) che si è rapidamente trasformato nel nostro presente, anticipando un devastante conflitto tra Stati Uniti (con i propri alleati arabo-sauditi ed israeliani) e Iran.

Qui di seguito se ne ripropongono ai lettori le pagine centrali, nel momento in cui la Repubblica islamica iraniana, con l’uso di aviatori kamikaze assapora, anche se soltanto per un breve attimo, una devastante vittoria sulla flotta americana, proprio nello stretto di Hormuz.

Se ciò farà venire in mente a molti lettori qualcosa di estremamente attuale non c’è da stupirsi poiché la letteratura d’anticipazione viene così definita proprio per questo motivo: anticipa, ma non inventa quasi mai nulla che non abbia le sue basi nella realtà. A differenza di tanta chiacchiera politica attuale costretta a creare e ricreare in continuazione narrazioni tossiche essendo incapace di anticipare alcunché di reale.

Bahramali Atai sorrise mentre l’accelerazione della caduta gli calava un velo rossastro davanti agli occhi. Una voce irriconoscibile disse : “Allah è grande….”
L’aereo di Bahramali Atai cadde insieme al Martello di Allah: la bomba H da venti megaton agganciata ad esso.
Per primo venne il lampo.
Nessun rumore, nessuna vibrazione. Solamente luce. Diecimila volte più accecante della luce del Sole, un milione di volte più accecante della luce di Sigma del Drago.
C’erano molti uomini sulle tolde delle navi da guerra, coloro che al momento dell’esplosione stavano guardando verso il punto del cielo a metà strada tra la portaerei nucleare Harry Truman e la gigantesca petroliera Pacific Stream ebbero le cornee liquefatte e le retine carbonizzate all’interno dei bulbi oculari er il solo effetto della vampata luminosa.
Nessuno di quegli uomini ebbe il tempo di rendersi conto di essere diventato completamente cieco: Nessuno, né loro né gli altri, ebbe il tempo di rendersi conto di niente. Un sole di pura energia si accese. Dilagò in pochi millesimi di secondo, dilatandosi a sfera, un’unica mostruosa sfera di calore a dieci milioni di gradi centigradi di temperatura, una temperatura da nuclei stellari.
Qualsiasi cosa venne a trovarsi all’interno di quella sfera cessò di esistere, letteralmente. Atmosfera, acqua, acciaio, sabbia, roccia, corpi, tutto venne disintegrato in un titanico vulcano di raggi gamma, elettroni, neutroni e protoni che si allontanarono dal punto zero a una velocità prossima a quella della luce.
La Pacific Stream e la Harry Truman svanirono pressoché istantaneamente, le altre navi della squadra vennero cancellate nei trentun centesimi di secondo successivi all’esplosione. La palla di fuoco della bomba termonucleare da venti milioni di tonnellate di tritolo trasportata su Hormuz da Bahramali Atai vaporizzò le acque e inghiottì il sottomarino Sea Serpent. Continuò nella sua corsa, mise a nudo il fondale dello stretto facendolo ribollire in una palude di magma e scavando quello che in seguito sarebbe diventato un cratere subacqueo del diametro di otto chilometri e della profondità di due. La palla di fuoco crebbe e parve inghiottire l’intero universo.
Dopo il lampo toccò all’onda d’urto.
Soffiarono venti di un’intensità che non era mai esistita sulla faccia della terra.
L’onda d’urto cancellò tutte le isole di Hormuz: Qeshm, Larak, Hengan, Shantan; il promontorio di Mussandam. Quando raggiunse la città iraniana di Bandar Abbas, a cinquanta chilometri dal punto zero, la sua velocità si aggirava sui duecentocinquanta chilometri orari, con un carico cineico di dieci tonnellate per metro quadrato e con una temperatura di ottomila gradi. Bandar Abbas venne trasformata in un deserto fiammeggiante in undici secondi. Lo stesso accadde a qualsiasi insediamento nel raggio di centoventi chilometri dal punto zero. Le città degli Emirati Arabi Uniti svanirono una dopo l’altra, come insetti calpestati dai passi di un dinosauro.
I venti dell’onda d’urto arrivarono a Dubai e ad Ash Shariqah un’ora e ventisei minuti dopo l’esplosione. Erano venti deboli, poco più di una brezza. Riuscirono soltanto a sollevare la sabbia e a gettarla sulle migliaia di cadaveri che giacevano dappertutto.
La loro era stata una morte orrida ma per fortuna rapida, molto rapida: non più di cinque sei secondi. Nessuno può restare in vita più di otto secondi se viene sottoposto a un bombardamento di raggi gamma ad alta energia a tredicimila roentgen. Nessuno può restare in vita quando il sistema neurovegetativo viene disintegrato, quando le connessioni cllulari si spezzano, quando la stessa biochimica molecolare del metabolismo viene sbriciolata.
Il punto zero distava duecentocinquanta chilometri da Dubai, la radiazione intensificata diretta successiva alla palla di fuoco dell’esplosione H aveva impiegato appena pochi centesimi di secondo per coprire quella distanza: Se fosse scoppiata altrettanto lontana ma sul deserto, se fossero stati avvertiti in tempo, qualcuno a Dubai ce l’avrebbe fatta, forse. Ma era scoppiata sullo stretto di Hormuz, aveva trascinato nelle sue devastanti reazioni a catena anche tutte le centinaia di quintali di plutonio che formavano i reattori nucleari e le testate delle armi della Harry Truman e del Sea Serpent. Al potere di annientamento della deflagrazione termonucleare si era aggiunto quello di stermino delle emissioni neutroniche: la bomba di Bahramali Atai era diventata anche una superbomba a neutroni. Tutte le forme di vita nel raggio di duecento chilometri dal punto zero erano state distrutte.
Ash Shariqah era un cimitero. I cadaveri giacevano sulla sabbia, sull’asfalto, di traverso sulle tubazioni. Da qualche parte nella raffineria ci fu un’esplosione, le fiamme si levarono crepitando nell’aria satura di radioattività mortale. Il fuoco dilagò, giallo, torrido, ruggente. Inarrestabile.
Il fungo atomico, l’apocalittica costruzione di cenere , detriti e vapore acqueo, si era alzato fino a una quota di quranta chilometri sopra la verticale dello stretto.
Più in basso il fondale oceanico continuava a ribollire. L’esplosione di venti milioni di tonnellate di tritolo aveva provocato una scossa tellurica dell’ottavo grado della scala Richter dei terremoti, L’intero, delicato complesso di tensioni, compressioni e scorrimenti sotterranei tra le grandi zolle tettoniche iraniana e arabica lungo la linea di faglia del Golfo Persico aveva ricevuto un impatto equivalente alla nascita contemporanea di una mezza dozzina di vulcani.
La scossa tellurica attraversò il mantello terrestre, rimbalzò contro la massa ad altissima densità del nucleo e ritornò in superficie. I pennini dei sismografi schizzarono fuori scala in molte parti del mondo: da Ryad, in Arabia saudita a Sofia, in Bulgaria; da Tibilisi a Kandahar, in Afghanistan; fino a Singapore, l’estrema punta della Malacca, seimila chilometri lontana dal punto zero.
I sismografi saltarono, ma ovunque le radio e i satelliti per le comunicazioni tacevano. Nessuno, in futuro, avrebbe mai saputo quante città del Medio Oriente erano state distrutte, oppure quante persone erano morte a causa dei catastrofici terremoti che nei mesi successivi sconvolsero l’intera regione subcontinentale dell’Iran. Terremoti che poi risalirono verso nord e verso est, provocando altre devastazioni nella Russia meridionale, dal Lago d’Aral a al Mar Nero 2.

N. B.
Questo intervento costituisce una versione modificata di un altro pubblicato in precedenza su Carmillaonline, il 13 giugno 2019, in occasione della scomparsa di Alan Altieri.


  1. A. D. Altieri, L’occhio sotterraneo, prima edizione dall’Oglio, Milano 1983 – seconda edizione TEA 1996.  

  2. A.D. Altieri, op. cit., pp. 286-290.  

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Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi) https://www.carmillaonline.com/2026/03/11/il-nuovo-disordine-mondiale-33-ritorno-al-futuro-per-una-critica-delle-illusioni-perdute/ Wed, 11 Mar 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93384 di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei [...]]]> di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra diventa un fine in sé1.

Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo con una parte dell’attuale regime.

Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti anni a questa parte.

Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate nelle lotte di liberazione.

Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza, corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).

Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS), giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si mascheri.

Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.

Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione, alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al termine del Primo conflitto imperialista mondiale.

In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale, avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal peccato fascista e imperialista.

Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale. Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati mandatari.

Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.

Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un uomo come Sukarno che non avrebbe poi mai saputo o voluto opporsi con decisione al massacro dei proletari e dei comunisti indonesiani2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza “tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.

Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.

Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.

Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a Gaza.

Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.

E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky, citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.

Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del pianeta era avvenuta tra USA e URSS.

Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.

Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse dell’Iran.

Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita, «scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno intravedere, ma anche interne allo stesso.

Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come, nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo, anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso degli ultimi decenni, soprattutto a causa della predominanza dell’etnia cinese al suo interno4. Facendo scrivere sul «Washington Post» che:

Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale guerra (finanziata con ladessa in deficit in un momento in cui il debito pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più significativi, in particolare […] Russia e Cina.
La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più destabilizzante del primo.
Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro. L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano e ridurlo in mille pezzi.
È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a questo punto, punterei su Russia e Cina5.

Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto escluse, lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella “difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.

Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora monarchica e fascista).

Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.

Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere, ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.

In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!», invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.

Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe, anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un recente articolo su Cuba:

Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.

Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano, dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser irrevocabilmente classisti.

Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra le classi, fuori e dentro i confini nazionali.

Soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione si manifesta apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche, ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti dell’inquisizione politica e della repressione.

Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti dei singoli, come a Minneapolis, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i loro cittadini e la comunità umana.

Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune. Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.

Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.

Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti, costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali rappresentanti degli stessi.


  1. C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He Wants— and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.  

  2. Si vedano in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021 e N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026.  

  3. L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo 2026.  

  4. Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La Stampa» 7 marzo 2026.  

  5. M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China, «Washington Post» 9 marzo 2026.  

  6. Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda qui.  

  7. D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.  

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Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano https://www.carmillaonline.com/2026/01/21/il-nuovo-disordina-mondiale-32-ultima-thule/ Wed, 21 Jan 2026 20:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92520 di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp su Truth)

Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē).

Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese.

Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome.

Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:

Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la migliore speranza per prevenire la Terza»2.

Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3.

La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.

Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.

In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.

Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la Gran Bretagna e un’Europa devastata5.

Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:

«Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo alla Russia?»6

Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945.

Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata fino alla fine degli anni Ottanta7.

Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.

E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che:

Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro ora volevano tornare a casa9.

Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.

Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.

L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.

Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini.

L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo.

Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano.

Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali.

Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…

Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.

Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui.

Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).

Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».

Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12.

In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).

La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.

Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.

Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.

Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.

A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.

Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).

A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.

E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18.


  1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)  

  2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.  

  3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.  

  4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.  

  5. P. Apps, op. cit., p. 49.  

  6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.  

  7. Ibidem, p. 48.  

  8. Ivi, p. 49.  

  9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.  

  10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.  

  11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

  12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.  

  13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.  

  14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.  

  15. D. Ferrario, op. cit.  

  16. Ibidem  

  17. ivi  

  18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

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Il nuovo disordine mondiale / 31 – Le guerre del Nord e il futuro degli equilibri geopolitici ed economici mondiali https://www.carmillaonline.com/2025/12/10/il-nuovo-disordine-mondiale-31-le-guerre-del-nord-e-il-futuro-degli-equilibri-geopolitici-ed-economici-mondiali/ Wed, 10 Dec 2025 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91754 di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal [...]]]> di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal mare di ghiaccio che corrisponde al nome di Artico ricorda per più di un motivo la saga della corsa all’oro del Grande Nord che l’autore americano narrò oppure utilizzò come sfondo in molti dei suoi romanzi e racconti.

Un Nord gelido, al limite della sopravvivenza umana, che nasconde grandi tesori verso cui uomini (un tempo) e governi avidi di ricchezze e risorse (in quello attuale) indirizzano i propri sforzi e la propria forza muscolare oppure militare al fine di appropriarsene. In questo facilitati e stimolati, oggi, dal generale riscaldamento climatico che ha definitivamente reso possibili tali iniziative o perlomeno i tentativi di realizzarle.

Infatti, secondo le più recenti analisi del Copernicus Climate Change Service, il 2025 è destinato a classificarsi come il secondo anno più caldo mai registrato insieme al 2023, subito dopo il 2024. Analisi che hanno evidenziato come la media triennale 2023-2025 stia per superare la soglia critica di 1,5 gradi. Un risultato che non rappresenta un semplice dato statistico, ma la conferma di un riscaldamento globale sempre più veloce. Cosa che ha contribuito a far rilevare come il mese di novembre abbia visto registrare anomalie di caldo particolarmente marcate in Canada settentrionale e lungo l’Oceano Artico, dove il ghiaccio marino artico ha mostrato una riduzione del 12% rispetto alla media di riferimento, il secondo valore più basso mai osservato per lo stesso mese1.

Così i buoni e i cattivi di oggi, nel nuovo grande romanzo della conquista del Nord polare, non sono più i desperados, i nativi americani, i violenti e i famelici, ma spesso sfortunati, cercatori d’oro che hanno animato le pagine e le vicende vissute in prima persona e poi narrate romanzescamente da London tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. No, i protagonisti di La legge del Nord sono prima di tutto gli Stati Uniti con i loro attuali interessi globali insieme a Canada, Islanda, Groenlandia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Russia e, in una più ampia e dinamica prospettiva, la Cina.

Tutti stati che si affacciano sull’Artico e la cui estensione territoriale potrebbe definire le dimensioni delle fette di torta, proporzionali alle parti di territorio di ognuno degli stessi compreso al di là del circolo polare artico, destinate a spartire le ricchezze di quel continente. E anche se la Cina non confina con l’area interessata, sicuramente è enormemente interessata alle nuove rotte marittime che il riscaldamento globale già permette e sempre più permetterà di aprire nel prossimo futuro.

Rotte che abbrevieranno di parecchie settimane il trasporto delle merci da un capo all’altro del mondo, così come già è successo con l’utilizzo delle rotte tracciate sul settentrione del pianeta per il traffico aereo destinato al trasporto di merci e passeggeri. Una autentica rivoluzione marittima che potrebbe avere gli stessi effetti sull’Europa, in particolare mediterranea, che già ebbe quasi sei secoli fa l’apertura delle rotte atlantiche per i traffici e i commerci intercontinentali.

L’autrice, Mary Thompson-Jones, è tra le massime esperte mondiali di sicurezza nazionale, con esperienza nel campo della marina militare e della geopolitica delle rotte oceaniche. Già Foreign Service Officer ha ricevuto incarichi diplomatici in Canada, Guatemala e Spagna. Professoressa in Sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College, e il testo appena pubblicato dalla Luiss University Press è il suo primo libro tradotto in italiano.

Il curriculum professionale dell’autrice indica già di per sé che lo sguardo sulla questione è impostato a partire dagli interessi nazionali, economici e militari, degli USA, ma questo non inficia affatto la lettura che la relatrice dà delle forze e delle contraddizioni in atto in quell’area che, da marginale quale poteva essere considerata dalla politica internazionale, si è trasformata in uno dei possibili epicentri dei conflitti, anche militari, a venire.

Infatti, il rapido scioglimento dei ghiacci artici sta riscrivendo la geografia del potere globale. Sotto questo punto di vista il Grande Nord non è più quello remoto e impenetrabile dei romanzi d’avventura, ma la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo impone una diversa geografia del pianeta, apre passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

Non è certo un caso che il primo atto strategico del Cremlino dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 sia stato il varo della nuova «dottrina marittima» del luglio di quell’anno, il cui punto essenziale non riguardava affatto il Mar Nero, ma l’Artico. Senza quel testo, gli obiettivi che esso esplicita e i rapporti con la Cina che implica, sarebbe più difficile comprendere le insistenti pretese di Donald Trump sulla Groenlandia.

La posta in gioco commerciale è potenzialmente immensa, considerato che ancora nel 2018 si pensava che la via artica aperta dal cambio climatico potesse essere navigabile, al massimo, tre o quattro mesi all’anno, mentre l’accelerarsi del riscaldamento globale permette a Mosca, che ha la più potente flotta di rompighiaccio al mondo, di puntare a tenere quella via sempre aperta.

Per questo Pechino ora mira a consolidare nella regione la relazione con Mosca, considerato che già dal 2018 un «Libro bianco» del governo definisce la Cina «uno Stato quasi-artico» e un’«importante parte in causa» nell’area. L’obiettivo è ottenere dal Cremlino un diritto esclusivo di transito, condiviso solo con i russi e in cambio di contenute commissioni, per trasportare prodotti cinesi verso l’Europa e l’Atlantico a costi più che competitivi nei confronti di tutti gli altri concorrenti commerciali.

Secondo il linguaggio ufficiale del governo cinese si aprirebbe così una «Via della Seta polare» fondata sul rapporto privilegiato fra Xi Jinping e Vladimir Putin. Uno dei vantaggi per la grande potenza asiatica, peraltro, sarebbe in direzione opposta: avere una rotta nordica completamente navigabile significa, per la Repubblica popolare, poter portare gas liquefatto e greggio russi verso Shanghai, Shenzhen o Hong Kong senza temere l’eventuale strangolamento occidentale all’altezza dello Stretto di Malacca. Del resto, era stato proprio il blocco anglo-americano di quello snodo nell’Asia del Sud-Est a indebolire fatalmente il Giappone nella Seconda guerra mondiale2.

Il confine tra cooperazione e conflitto è più sottile del ghiaccio che si frantuma e Thompson-Jones andando oltre la cronaca, intrecciando mito e realtà in un fragile equilibrio tra sicurezza, diplomazia e giustizia climatica, fa sì che La legge del Nord dimostri come, tra i ghiacci che si ritirano, si stia decidendo il vero futuro del dominio mondiale.

Questa impostazione permette di interpretare meglio le affermazioni del «Wall Street Journal» che vede gli accordi possibili tra Trump e Putin sulla questione ucraina ruotare, oltre che sul controllo dei giacimenti minerari ucraini, anche sullo sfruttamento dei giacimenti situati in area polare3, ma anche di andare al di là delle semplicistiche letture filo-europeistiche o monotonamente antimperialiste antiamericane fatte a proposito delle “minacce” trumpiane alla Groenlandia e per il suo controllo. Mentre, allo stesso tempo, può anche aiutare a comprendere la centralità che i paesi dell’Europa del Nord hanno assunto in ambito Nato e nello svolgimento del conflitto ucraino.

In realtà però, per quanto riguarda gli spazi e le rotte marittime, si tratta di questioni che risalgono alle origini delle società imperiali, per le quali il dominio dei mari ha sempre rappresentato un enorme vantaggio, tanto da far parlare gli storici di autentiche talassocrazie a proposito di quelle come Atene, Roma, Portogallo, Spagna, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti e magari domani la Cina, considerato il numero e la qualità delle portaerei già varate oppure messe in cantiere dalla marina militare della Repubblica popolare, che in epoche successive hanno fondato e sviluppato la propria espansione e la propria potenza, sia economica che militare, sul controllo e il dominio, prima, del Mediterraneo e, successivamente, degli oceani.

Una questione che fin dagli inizi del Novecento e, successivamente, per tutto il XX secolo si era spesso identificata nella divisione principale tra due grandi aree geopolitiche del continente euroasiatico: l’Heartland (letteralmente: il Cuore della Terra) e Rimland (la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che si divide in tre zone: zona della costa europea, zona del Medio Oriente e zona asiatica).

L’ideatore del concetto di Heartland era stato un generale britannico, Sir Halford Mackinder, che lo sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia.

A “coglierne” in pieno il significato politico fu il generale, geografo e politologo tedesco Karl Haushofer che sottolineò, a partire dagli anni ’20 nella rivista “Zeitschrift für Geopolitik”, come le potenze marittime (la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti) avessero costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali. A suo avviso le potenze marittime si ergevano come custodi dello status quo non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia wilsoniana che, attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aveva contribuito allo smantellamento dell’impero austro-ungarico e del Reich guglielmino e alla creazione di una serie di stati cuscinetto destinati a contenere il risorgere della potenza tedesca e l’espansione bolscevica in Europa, compromettendo seriamente “il diritto classico dei popoli”. Entrambi i temi, quello dell’inevitabile scontro tra potenze marittime e terrestri e quello del soffocamento dello jus publicum europeo, sarebbero poi stati ripresi da Carl Schmitt, giurista e filosofo tedesco accusato di essere vicino al regime hitleriano, negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale4.

Il concetto di Rimland invece è frutto delle teorie elaborate da Alfred Thayer Mahan (1840 – 1914), che nel 1890, con il suo studio The Influence of Sea Power in History, definì la dottrina marittima degli Stati Uniti andando oltre la Dottrina di Monroe che, nel 1823, aveva già delineato una prima area di interesse statunitense su tutto il continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Tale teoria sarebbe poi stata ripresa ed impugnata con forza da Nicholas Spykman che, pur essendo di origini olandesi, sarebbe diventato il padre della geopolitica statunitense.

Spykman negli anni trenta rivisitò la geopolitica così come era stata concepita da Mackinder. Contrariamente al geografo britannico, Spykman non credeva che il “cuore”, il perno geografica del mondo, come un focus economico e territoriale, dovesse essere situato nell’Europa Centrale o in Russia, ma sulle coste. Secondo lui, il centro del mondo era formato dalle regioni costiere, che egli definiva “terra di confine” o “terre anello”, il Rimland per l’appunto. Spykman pensava che gli USA, in un modo o nell’altro, dovessero controllare questo Rimland, al fine di imporsi come una superpotenza, e quindi dominare il mondo.

La teoria di Spykman fu adottata dagli strateghi americani sia nel corso del secondo conflitto mondiale che durante la Guerra Fredda e fu alla base della politica di contenimento messa in atto nei confronti dell’Unione Sovietica e nulla impedisce di cogliere come tale teoria sia valida ancora oggi per gli Stati Uniti, dal mar della Cina e dal Pacifico orientale fino al Medio Oriente attuale. Sia in chiave anti-russa e anti-cinese che anti- europea.

Ma è chiaro che la situazione cui si accennava più sopra, venutasi a creare con lo scioglimento dei ghiacci polari artici, richieda una sorta di cambio di strategia transcontinentale e marittima da parte degli USA. Motivo per cui le apparenti “smargiassate” di Donald Trump, sul Canada come 51° stato dell’Unione o dell’occupazione della Groenlandia a discapito della Danimarca, rispondono in realtà alla necessità di una nuova strategia difensiva-offensiva.

Sicuramente uno degli elementi che spingono in tale direzione è costituito dal riscaldamento delle acque settentrionali della Russia, cosa che ha fatto sì che Putin e i suoi strateghi, nonostante le sanzioni imposte ai suoi commerci successivamente all’invasione dei territori ucraini, abbiano potuto ipotizzare e sperimentare:

una rotta che permette di navigare dall’Asia all’Europa risparmiando tempo e denaro, la rotta marina artica russa (o rotta del Nord – Northern Sea Route, Nsr). La Nsr va dallo stretto di Bering al mare di Barents, per una distanza di circa 5470 km. In condizioni ottimali, riduce distanza e durata del viaggio dal 35 al 40% rispetto alla consueta rotta attraverso il canale di Suez. Per esempio, il viaggio di una nave dalla Corea del Sud alla Germania non durerebbe più 34 giorni, ma 23.
La Nsr nonè una novità. Già negli anni Ottanta dell’Ottocento, una nave finanziata da Svezia e Russia riuscì a percorrerla. Nel 1934, i sovietici vi mandarono una nave rompighiaccio, e continuarono a navigarla soprattutto per piccoli spostamenti da un avamposto artico all’altro, finché gradualmente non venne accantonata. «Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’utilizzo della rotta terminò quasi del tutto, e il tonnellaggio dei carichi calò a picco, persino tra una città russa e l’altra. Oggi, con l’aumento delle temperature, ci si aspetta che la costa nord, un tempo una frontiera ghiacciata, possa diventare un’animata rotta per la navigazione5 »6.

Osservazioni dell’autrice del libro cui, però, vanno aggiunte quelle recentissime di Mauro De Bonis, giornalista esperto di Russia e paesi ex-sovietici, sul numero 10, ottobre 2025 di «Limes»:

La via d’acqua polare lavora attualmente a basso regime. Oltre alle turbolenze geopolitiche dovute al non roseo rapporto russo-occidentale, la rotta è ancora poco navigabile e quando lo è resta soggetta a regole e vincoli che scoraggiano le compagnie straniere dall’utilizzarla. La Federazione Russa, in base all’articolo 234 della convenzione Onu sul diritto del mare, ne regolamenta la navigazione visto che il percorso si snoda all’interno delle acque comprese nella propria Zona economica esclusiva. Mosca concepisce dunque la rotta come un sistema di trasporto nazionale unificato e storicamente consolidato. E ne stabilisce le regole di utilizzo, come il dovere di preavviso per navi militari di altri paesi che intendano percorrerla e conseguente autorizzazione. Oppure un sistema di tariffe a oggi meno conveniente di quello applicato a Suez ola norma sancita da Rosatom7 che costringe i cargo di passaggio a utilizzare il supporto di navi rompighiaccio. Inutile dire che Stati Uniti e satelliti europei rifiutano la lettura russa della gestione artica, e che le compagnie di navigazione occidentali ne trascurano per il momento la convenienza.

Così, a solcare il tragitto artico, oltre alle russe, restano le navi cinesi, che nel 2024 hanno raddoppiato la presenza e rappresentato il 95% dei carichi in transito. L’anno passato ha registrtao 37,9 milioni di tonnellate di merci trasportate lungo quelle acque polari, tonnellate che dovranno diventare 109 entro il 2030 secondo quanto stabilito dal Cremlino. Obiettivo ambizioso ma raggiungibile, almeno stando ai dati snocciolati da Maksim Kulinko, della direzione rotte marittime di Rosatom, sicuro che proprio entro fine decennio il trasporto attraverso itinerari artici diventerà consuetudine, con un tempo medio di transito garantito per l’intero arco dell’anno di soli dieci giorni. A salvaguardia di questo tesoro d’acqua, della sovranità sulla Zona economica esclusiva, dei suoi interessi economici, delle ricchezze minerarie e aree contese nella regione, daMosca si procede a un rafforzamento della capacità militare presente lungo la rotta e al necessario aumento della flotta di navi rompighiaccio8.

Alla luce di quanto fin qui scritto, diventa più facile individuare alcuni dei motivi che hanno fatto sì che l’incontro ufficiale tra Trump e Putin sia avvenuto il 15 agosto 2025 nella base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, e questo rende anche evidente come tale incontro al suo interno abbia obbligatoriamente affrontato temi che sono andati ben al di là della questione ucraina. Considerata anche l’irrilevanza numerica della flotta di navi rompighiaccio statunitensi a fronte di quella già attuale russa, quasi interamente composta da navi a propulsione nucleare, e il problema rappresentato, già ora e non soltanto in prospettiva, dal traffico navale artico cinese.

Problemi e prospettive, sia di accordo che di conflitto, che sicuramente la potenza, pur declinante, statunitense preferisce trattare con il gigante russo accantonando i nani europei. Come Mara Morini che, sulle colonne del «Domani», ha sottolineato: «i due presidenti (Putin e Trump) sono in sintonia perfetta nell’accerchiare e isolare l’Unione europea senza alcuno scrupolo»9. Sintonia dovuta non solo a una scelta di Trump e del suo entourage, ma derivante dalla storia della strategia americana di condivisione di prospettive geopolitiche, militari ed economiche con la Russia, oggi, e l’Unione Sovietica, ieri, che risale, al di là delle leggende narrate dopo il 1945 e in età, altrettanto leggendaria, di “Guerra fredda”, almeno ai rapporti instauratisi tra Roosevelt e Stalin già durante il secondo conflitto mondiale, sia durante le conferenze di Teheran (1944)10 che di Yalta (1945).

Il testo edito dalla Luiss University Press si rivela, proprio per questi motivi e molti altri, una lettura utilissima; ricca di dati, osservazioni e commenti indispensabili per chiunque voglia avvicinarsi ai problemi di quello che abbiamo da tempo definito, proprio su queste pagine, il nuovo disordine mondiale.


  1. Clima, il 2025 potrà essere il secondo anno più caldo mai registrato, «Il Messaggero», 9 dicembre 2025.  

  2. F. Fubini, La «rotta artica» di Russia e Cina: ecco perché Trump vuole la Groenlandia (e a Xi va bene il climate change), «Corriere della sera», 10 gennaio 2025.  

  3. In proposito si veda, tra i tanti, A. Simoni, Il patto tra Usa e Mosca dettato solo dagli affari, «La Stampa», 3 dicembre 2025, oppure il più recente articolo di Alan Friedman, ancora su «La Stampa» del 7 dicembre 2025: Se Putin diventa il partner di Trump.  

  4. C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Edizioni Adelphi, Milano 2002 e C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  

  5. K. Hille, Russia’s Arctic Obsession, “Financial Times”, 21 ottobre 201.  

  6. M. Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 245-246.  

  7. Rosatom acronimo della Corporazione statale russa per l’energia atomica  

  8. M. De Bonis, Per Mosca l’Artico è russo, in Tutti contro tutti, «Limes», numero 10, ottobre 2025 pp. 66-67.  

  9. M. Morini, La strategia di Putin e Trump. Accerchiare Kiev (e pure l’Ue), «Domani», 4 dicembre 2025.  

  10. Si veda in proposito: J. Dimbleby, 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, in particolare il capitolo 5 – I Due Grandi, più uno, pp. 122-138.  

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Un’Anabasi post-sovietica. Storia del Gruppo Wagner. https://www.carmillaonline.com/2025/11/25/unanabasi-post-sovietica-storia-del-gruppo-wagner/ Mon, 24 Nov 2025 23:09:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91635 Di Jack Orlando

Barabanov, Korotkov; Il Nostro business è la morte; Nero ed.; Roma 2025; 241 pp. 18€

Gli uomini in mimetica camminano soli o a coppie dentro fitti banchi di nebbia, a malapena si intravedono i campi desolati attorno alla lingua di cemento. La colonna di fanti è accompagnata da moto da cross e automobili civili senza più sportelli, cariche di individui armati col volto coperto. Un drone riposa poggiato sull’asfalto.

Le immagini dell’esercito russo che completa la conquista di Pokrovsk, se evitiamo il solito florilegio di interpretazioni mediatiche campate per aria, offrono un’istantanea potente della guerra com’è oggi, [...]]]> Di Jack Orlando

Barabanov, Korotkov; Il Nostro business è la morte; Nero ed.; Roma 2025; 241 pp. 18€

Gli uomini in mimetica camminano soli o a coppie dentro fitti banchi di nebbia, a malapena si intravedono i campi desolati attorno alla lingua di cemento. La colonna di fanti è accompagnata da moto da cross e automobili civili senza più sportelli, cariche di individui armati col volto coperto. Un drone riposa poggiato sull’asfalto.

Le immagini dell’esercito russo che completa la conquista di Pokrovsk, se evitiamo il solito florilegio di interpretazioni mediatiche campate per aria, offrono un’istantanea potente della guerra com’è oggi, o forse come è sempre stata.
Qualcosa di inaspettato, di sporco e sgangherato simile alla “Nave dei folli”. Nulla a che vedere con truppe che marciano ordinate e storie di assalti eroici care a ogni propaganda bellicista. Il mondo delle trincee è un mondo che sconquassa le geografie, mentali, materiali, morali, e si impone come regno dell’assurdo. Solo nella coltre di questo disordine una volontà politica può imporre mutamenti drastici delle condizioni reali.


Il vociare provocato delle immagini di Pokrovks ricorda molto quello di un’altra sventurata località: Bakhmut, altro regno dell’assurdo più brutale, la cui contesa tra agosto ’22 e maggio ’23 gli è valsa il soprannome di Tritacarne.
A farsi macellare in prima linea per conquistare la città c’erano ex detenuti, ora mercenari del famigerato gruppo Wagner.

Quegli uomini erano usciti apposta dai bagni penali, reclutati dentro le prigioni direttamente da Evgenij Prigožin, chiacchierato capo dei mercenari, con la promessa di soldi e libertà.
Anche con poca o nessuna esperienza militare, servivano a tamponare l’emorragia di truppe che costava una battaglia fatta di assalti suicidi e che anche un’organizzazione così potente aveva difficoltà a saturare.
Un episodio limite, ma che abbozza l’idea di cosa davvero fosse la Wagner.
Ed effettivamente proprio questa compagna mercenaria è un perfetto laboratorio per osservare le traiettorie che la guerra ha assunto oggi, senza mai cessare per un momento ma muovendosi lungo assi fluidi che travalicano i confini facendo, ora più ora meno, fracasso.

Ed è una felice intuizione quella di tradurre il libro-inchiesta di due giornalisti russi, Barabanov e Korotkov, che per anni hanno indagato il fenomeno e raccolto testimonianze interne e documenti riservati.
Una storia che merita di essere raccontata già solo per la sua immensa potenza narrativa, inscenando in veste russa una sorta di nuova Anabasi di Senofonte. La tragica spedizione dei mercenari greci di Ciro verso la conquista del trono di Persia e ritorno.
Ma soprattutto un lavoro giornalistico prezioso che è costato l’esilio agli autori, al pari di molti altri colleghi (per altri invece il conto è stato ancora più pesante), e che fa piazza pulita delle ricostruzioni rabberciate di redazioni prone a un modus sciatto e servile, delle ciarle di improvvisati “esperti” a caccia di follower.

Fino al 2022 pochi infatti, fuori dai circoli di cose militari, avevano sentito parlare del Gruppo Wagner. Venivano alla ribalta con l’invasione russa dell’Ucraina.
Eppure proprio in Donbass, otto anni prima in una guerra invisibile, avevano vissuto il loro battesimo di fuoco.
Impegnati da un lato a respingere le forze ucraine che tentavano di recuperare il territorio delle neonate repubbliche di Donetsk e Lugansk alle milizie che le difendevano, dall’altro a mettere ordine tra queste ultime attraverso omicidi mirati e sabotaggi, nel tentativo di riportare tutto sotto un possibile controllo russo.
Di fatto quel movimento che si era ribattezzato Primavera Russa e che aveva portato, dopo Euromaidan, alla secessione del Donbass; che in Occidente è sempre stato dipinto come un’univoca operazione del Cremlino, è rientrato dentro un’eterodirezione moscovita proprio grazie agli sforzi di entità grigie come l’allora sconosciuta Wagner.

Ma tra il Donbass prima del fronte congelato dagli accordi di Minsk e quello furente dell’invasione su larga scala, la Wagner ha accresciuto le sue fila e i suoi teatri operativi: impiegati in Siria come forze di terra a supporto del regime assadista, sono quelli che strapperano la città di Palmira al Califfato Islamico.
Conquistano e proteggono pozzi petroliferi da cui ricavano grossi guadagni, si spostano in Libia prendendo parte alla catastrofe post-gheddafiana. Imbracciano le armi in Sudan, in Mali, nella Repubblica Centrafricana.
Sono i responsabili dell’addestramento dei soldati e del contrasto allo jihadismo nel Sahel. Ovunque il loro operato va intrecciandosi con rapporti di potere, influenze diplomatiche ed estrazione di risorse: nessuna retorica umanitaria, niente proclami roboanti, solo accordi commerciali ed esecuzione di servizi.

Eppure se diversi paesi, sovente sotto governi appena instaurati in una rapida concatenazione di golpe, si sono spostati nell’orbita russa e un bel pò di truppe atlantiche, insieme ai residui di quel cancro coloniale della Francafrique, sono state buttate fuori dal continente, una discreta parte di responsabilità ce l’hanno questi mercenari.
E seppure dalle nostre parti si continua a leggerli come una diretta emanazione di Mosca, preferiamo la più complessa lettura dei due autori, per cui è molto difficile capire dove inizia il mandato esplicito dello Stato e dove finisce l’ambizione personale di Prigožin nel perseguire un’agenda di grandeur che vede fondersi insieme nazionalismo, affari, geopolitica e interesse nazionale.

Tanto più che se le imprese della Wagner, molto più delle altre PMC, ricordano quelle delle Compagnie di ventura della prima modernità; la tragica parabola del capo e dei suoi sottoposti sembra emergere direttamente dalla penna di Le Carrè.
C’è dell’incredibile in un Prigožin, piccolo delinquente appena scarcerato, che si arrabatta con un chiosco di hot dog nella ex-Leningrado del pieno collasso sovietico.
Un signor Nessuno che, in quella vasca di squali che è la democratizzazione russa, scala i ranghi della società come ristoratore e finendo per ottenere contratti milionari di forniture allo Stato, inserendosi direttamente nell’ascendente cerchia di un giovane Vladimir Putin.
Imprenditore gastronomico che mette su posticci cartelli mediatici e campagne di disinformazione e che decide, con megalomane spregiudicatezza, di costruire un proprio esercito privato.

Ogni miliardario postsovietico ha la sua stola di gorilla armati e non pochi sono quelli che assumono la forma di una vera e propria Compagnia Militare. Il riciclo delle competenze dell’Armata Rossa è stato un buon mercato per molti militari e disoccupati.
Prigožin, figlio del suo tempo, non fa eccezione in questo. Ciò che lo differenzia è la volontà di perseguire un’agenda politica para-nazionale in cui i suoi affari si intrecciano con l’interesse di Stato.
Da criminale a imprenditore a condottiero, il passo a mito è breve, e infatti il brand Wagner è dal 2022 una piccola moda del pubblico russo: facile acquistare t-shirt e magliette, ancora più facile imbattersi nel flusso memetico che accompagna le dichiarazioni sempre più ruvide di Prigožin sui social network.

E infatti l’ultimo atto della Wagner è accompagnato da un codazzo di apprezzamenti e selfie.
L’oggettivo strapotere ottenuto negli anni e la sovraesposizione dovuta alla battaglia Bakhmut portano prima all’inevitabile conflitto d’interessi tra chi dirige le forze armate ufficiali e chi gestisce uno spaventoso esercito fedele solo ai suoi capi.
Conflitto che Prigožin decide di risolvere passando, letteralmente, all’offensiva in uno strano tentato colpo di stato che vede i mercenari conquistare Rostov sul Don senza sparare un colpo e passando una giornata a posare per selfie e strette di mano con i passanti entusiasti, mentre una colonna marcia verso Mosca.
Un golpe che chiedeva la testa dei vertici dell’esercito e si risolve, nel giro di 24 ore, in un nulla di fatto. I mercenari si ritirano dopo un’opaca trattativa apparentemente senza ripercussioni.

Due mesi dopo, agosto 2023, l’aereo privato che trasportava Prigožin e i suoi comandanti, tecnicamente esiliati in Bielorussia, da Mosca a San Pietroburgo salta in aria uccidendo tutti i passeggeri. Pagavano il pegno del loro tradimento alla verticale del potere.
Da allora la Wagner viene in parte smantellata e in parte assorbita dalle forze armate, i suoi asset africani vengono riorganizzati sotto il (pessimo) nome di Afrika Korps.

Già dai primi giorni dopo la caduta dell’aereo si moltiplicano i memoriali con bandiere e fiori, foto di Prigožin e Utkin. Non solo in Russia: in Repubblica Centrafricana gli viene eretta più di una statua e in giro nel Sahel si tengono piccole dimostrazioni di cordoglio.
Che dei criminali di guerra attirino tutto questo affetto non è inedito e non dovrebbe scandalizzare più di tanto. Ciò che è da osservare è come, sedimentando un forte immaginario e tentando di strappare una legittimazione d’autorità, una compagnia militare privata per la prima volta nel mondo contemporaneo si imponga come soggetto politico.
Reclama la sua possibilità di decidere dei destini di una guerra ben oltre il proprio mandato. Una possibilità inattuabile perché ancora non c’è sufficiente spazio di manovra per i capitani di ventura ma che, se guardiamo ai movimenti simili dei capitani dell’industria Hi-Tech della Silycon Valley, dovrebbe far riflettere per il futuro prossimo.

In questa specie di Guerra dei trent’anni, che è diventata la globalizzazione, dove il fronte di guerra si sposta di luogo in luogo ignorando i confini tra nazioni, gettando odi e motivazioni in una centrifuga in cui è difficile tenere fermo il significato, nuovi predatori emergono e le prerogative tipiche degli Stati Nazione vanno diluendosi in nuove concentrazioni di potere privato.
E alla fine di tutto, quando un diverso ordine si imporrà con i suoi equilibri, non è detto che a vincere sarà uno Stato piuttosto che lo sconosciuto CEO di un comparto tecno-militare.

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Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso https://www.carmillaonline.com/2025/11/12/il-nuovo-disordine-mondiale-30-israele-sullorlo-dellabisso/ Wed, 12 Nov 2025 21:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91456 di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni [...]]]> di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.

Ma ciò che qui è interessante annotare, più che il ricordo di un uomo che quando era «ministro della Difesa – poi beatificato dall’Occidente in seguito al suo assassinio ad opera di fanatici oggi al governo in Israele – impiegò tutto il peso dell’IDF sui Territori rivelandone pienamente il carattere coloniale e di forza d’occupazione. Già nel 1987 il pugno della repressione – spari sulla folla, rastrellamenti, demolizioni e detenzione di massa – fu spietato, anche a fronte di un sollevamento prevalentemente civile e non armato», come ha giustamente ricordato Giovanni Iozzoli su Carmilla il 4 novembre di quest’anno, è costituito dal fatto che l’”abisso” evocato dall’attuale presidente israeliano è prossimo a quel “precipizio” indicato per il futuro di Israele da un altro ebreo israeliano, Michel Warschawski, fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984:

Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari., vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». […] La povertà intellettuale di un Benyamin Netanyahu, il provincialismo culturale di un Ariel Sharon li rende ciechi: credendo di servirsi degli Stati Uniti per il loro progetto coloniale, essi non sono in realtà, che lo strumento di un progetto molto più ambizioso che ha , fra l’altro, come obiettivo la rovina del popolo di Israele.
[…] Questa scelta rischia, d’altro canto, di trascinare nella tormenta una parte importante delle comunità ebraiche sparse nel mondo. Il comportamento di Israele sulla scena internazionale rende odioso lo Stato ebraico in ogni parte del mondo, senza parlare dei pretesti forniti agli antisemiti di ogni sorta […] L’identificazione incondizionata, nel Nordamerica e in Europa, dei dirigenti delle comunità ebraiche con Israele rischia di avere conseguenze fatali per le comunità che essi pretendono di rappresentare. […] Nella catastrofe che si preannuncia, i portavoce spesso autoproclamati delle comunità ebraiche sparse nel mondo avranno anch’essi la loro parte di responsabilità. Anziché utilizzare l’esperienza accumulata in secoli di vita diasporica per mettere in guardia il giovane Stato ebraico, sono affascinati dalla forza. dall’immagine del parà ebreo che sa essere altrettanto brutale del legionario francese e del marine americano. Godono vedendo degli ebrei che, una volta tanto, non sono esclusi dal diritto, ma hanno finalmente l’occasione di escludere il diritto dalla loro esistenza1.

In poche righe Warschawski, in quel testo di vent’anni or sono, anticipava ancor più che i timori espressi da Herzog i temi e le tesi esposte da Ilan Pappé nel suo testo più recente, edito da Fazi, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.

L’autore è professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter, e fa parte di quel consesso di storici israeliani (Tom Segev, Shlomo Sand, Norman Finkelstein e, un tempo, Benny Morris) che per anni, spesso a rischio della vita per mano degli estremisti sionisti, hanno messo in discussione una narrazione storiografica tutta intrisa di messianismo e revanscismo basato sulla necessaria riscossione del credito politico e coloniale accumulato attraverso le sofferenze inferte al popolo ebraico dalla Shoa; tutto a danno dei diritti degli arabi palestinesi a vivere sulla propria terra in pace e con gli stessi diritti degli altri cittadini di Israele.

Oltre che del presente testo, Pappé è stato anche autore di più di una dozzina di libri tra cui La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), mentre per il medesimo editore ha anche pubblicato Palestina e Israele: che fare?, scritto insieme a Noam Chomsky (2015), La prigione più grande del mondo. Storia dei Territori Occupati (2022) e Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (2024). Mentre per Einaudi ha pubblicato Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli (2014) e per Temu: Dieci miti su Israele (2022). Cui vanno ancora aggiunti: Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e la Palestina, sempre con Noam Chomsky (Ponte alle grazie, 2023); Israele-Palestina. La retorica della coesistenza (Nottetempo, 2011) e Controcorrente. La lotta per la libertà accademica in Israele (Zambon, 2012).

Sempre attento, presente nel dibattito e schierato per tutto quanto riguarda la causa palestinese, Ilan Pappé non ha mai, però, separato le ragioni del popolo palestinese dalla necessità di trovare un punto di incontro con quelle frange, minoritarie ma non del tutto secondarie, del mondo ebraico, fuori e dentro Israele che da sempre o almeno fin dalla fondazione dello Stato hanno contestato l’assurdità del colonialismo sionista e proposto strade diverse per una comune convivenza su quelle stesse terre oggi totalmente rivendicate dal sionismo messianico di Bibi Netanyahu, Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich. Comunque senza mai illudersi che questo possa avvenire in mancanza di un cambiamento radicale all’interno della stessa società israeliana.
Da qui l’attenzione per la possibile “fine” di Israele.

Il passo da uno Stato in crisi alla sua fine può essere breve.
[…] Non prendo con leggerezza il processo che potrebbe portare alla fine di uno Stato di cui sono cittadino e in cui vivono milioni di persone. Gli Stati in realtà non finiscono come se niente fosse, e da questo punto di vista parlare di “fine” potrebbe essere esagerato; nella maggior parte dei casi gli Stati cambiano e a volte lo fanno in modo drastico. [Motivo per cui] Quando si auspica la fine dello Stato o se ne teme l’idea, bisognerebbe avere ben presente, alla luce dei precedenti storici, che questi processi sono sempre caratterizzati d auna violenza estrema.
[…] Sebbene io sostenga la visione di un unico Stato democratico per Israele e Palestina, il mio non vuole essere un appello perché si arrivi alla fine di Israele. Da storico, evidenzio che la fine di Israele sembra essere già cominciata. E la morte di uno Stato o il collasso di un’entità geopolitica creano un vuoto.[…] E quanto prima il vuoto sarà riempito, tanto meno violento sarà il processo di disintegrazione2.

L’ottica scelta pertanto è quella di individuare non soltanto le cause, ormai evidenti, del processo di disgregazione dello stato israeliano, ma anche le possibili soluzioni di una crisi quasi secolare che non potrà trovare risposta soltanto nel revanscismo arabo o nella continuazione e riaffermazione dell’espansionismo coloniale sionista. Entrambi forieri soltanto di guerre e sofferenze senza fine. Entrambi tunnel in cui, come per i soldati dell’Idf in quelli di Hamas nel sottosuolo di Gaza, sarebbe meglio non infilarsi.

La fine di Israele di cui parla Pappè nel suo libro è già da tempo stata individuata anche da molti altri osservatori, non obbligatoriamente di parte. Come si afferma ad esempio in un recente editoriale di «Limes»: «Lo Stato ebraico rischia la pelle perché cercando di scongiurare o ritardare la resa dei conti fra le sue fazioni, estesa alle istituzioni civili, militari e di intelligence, si è cacciato in conflitti infinibili mascherati da prologhi alla Vittoria Decisiva»3. Un’affermazione cui, sullo stesso numero della rivista di geopolitica, Giuseppe De Ruvo può aggiungere:

Nonostante Israele stia combattendo una guerra su sette fronti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Qatar, Iran – il più scottante continua ad essere quello domestico. Netanyahu ne è perfettamente consapevole, dunque agisce secondo un principio paradossale: per non perdere la guerra, quella che per gli ebrei realmente conta e che riguarda l’esistenza dello Stato di Israele, è necessario prolungare e allargare ad infinitum il conflitto che dall’ottobre 2023 vede Gerusalemme opporsi a mezzo Medio Oriente. Altro che vittoria definitiva.
[…] Solo Israele può fermare Israele. O completarne l’autodistruzione. A ritenere pericoloso il piano di Netanyahu e dei suoi alleati sono infatti interi pezzi di Stato ebraico, che vanno dalle Forze armate al Mossad. Apparati che ormai esplicitano a mezzo stampa le loro critiche, rifiutandosi di compiere operazioni che ritengono insensate e che sanno contribuire al crollo della credibilità internazionale di Israele. Autentica assicurazione sulla vita di un paese minuscolo, la cui legittimità deriva(va) dall’essere garante della sicurezza degli ebrei. Anche di quelli che non vi risiedono.
Queste tensioni, sempre meno latenti, non sono ancora esplose. L’esercito israeliano, nonostante gli scontri e i cambi al vertice, continua infatti a eseguire gli ordini di Netanyahu. E tuttavia ciò non significa che la situazione sia sotto controllo. Molto peggio. Quello cui stiamo assistendo non è infatti uno strappo dovuto al disaccordo tra Bibi e i suoi generali, ma il risultato del progressivo sfilacciamento dei rapporti di fiducia tra leadership politica, militare e securitaria. Per lo Stato ebraico, il fronte decisivo è dunque quello interno, l’ottavo. attorno al quale si combatte per l’anima e il futuro del paese [mentre] la sfiducia reciproca tra leadership civile e militare non è effetto ma causa della guerra4.

Situazione che in altra parte dell’articolo l’autore non esita a definire come un redde rationem interno o come autentiche prove di “guerra civile”. Una situazione che sottolinea la fragilità della forza e del progetto espansivo sionista, al contrario di ciò che molti analisti dell’antagonismo sociale e palestinese troppo spesso intendono come univoco e vincente. Eliminando dunque dal quadro di riferimento critico tutte le crepe e le enormi contraddizioni che ne minano gli intenti.

Compreso l’ingresso a gamba tesa di Donald Trump e della sua “politica di pace” nella Striscia di Gaza. Che, come si afferma ancora nell’editoriale di «Limes» citato più sopra, fa vincere al presidente americano, a mani basse, il premio per la migliore “fiction geopolitica” volta a redimere il Caos in Cosmo, disordine in ordine, guerra in pace. Piano che, pur essendo definito per la pace eterna e «che scioglie nodi plurimillenari in Medio Oriente a partire dal martirio dei palestinesi della Striscia da volgere in Riviera, non pare avviato a redimere la regione».

Fa bene la rivista a definire “fiction geopolitica” il piano trumpiano (?) per la Striscia poiché da diverso tempo a questa parte tutte le narrazioni che si susseguono, sia attraverso la voce o i messaggi postati da Trump su Truth oppure quelle recitate a soggetto dagli infiniti esperti solipsisti che si accorgono che la Storia volge in altra direzione da quella auspicata soltanto, e forse nemmeno allora, quando vanno a sbatterci contro, magari violentemente, ricordano sempre più quel “romanzo scritto male” di cui parlava Francesco Guccini in una sua canzone5. Oppure, rimanendo nel campo della fiction televisiva, quelle serie senza capo né coda in cui gli autori si ostinano ad andare avanti con stratagemmi sempre più banali e ripetitivi destinati a risvegliare l’attenzione di un pubblico sempre più sfinito e disattento.

Una narrazione che finge potenza e determinazione là dove tutto sembra smentire, a livello di ordine internazionale, quel nuovo ordine mondiale che l’Occidente e gli Stati Uniti si immaginavano di aver instaurato, o poter instaurare, a partire dalla fine dell’URSS e dalla globalizzazione intensiva dei commerci e dei rapporti finanziari su scala planetaria.
Una narrazione ormai fallita e rimasta farlocca proprio a partire dal centro dell’impero. Là dove un biondo (tinto) imperatore finge di poter fare ciò che vuole e rispondere a tutte le difficoltà mentre, di volta in volta, è costretto a smentirsi quasi quotidianamente per non subire del tutto le conseguenze degli eventi che hanno segnato la strada in altre direzioni da quelle previste.

Non cogliere questo elemento di forzatura rappresentativa del potere americano o sionista significherebbe soltanto accettare una narrazione tutta tesa a nascondere le difficoltà militari, economiche politiche, esterne e interne, che ne contraddistinguono ormai l’andatura sbilenca. Un’andatura sbilenca per cui, come era facile prevedere da molto tempo a questa parte, gli Stati Uniti di Trump, ma anche del futuro, non potranno più appoggiarsi soltanto su Israele per difendere i propri interessi mediorientali.

Una zoppia politico-militare che fa sì che i paesi musulmani, e non solo quelli del Golfo, debbano sostenere i bisogni americani sia geo-strategici che economici. I miliardi promessi da Qatar e Arabia Saudita indicano che questi nuovi possibili attori della scena internazionale potrebbero avere un ruolo importante per l’economia americana e non soltanto per i fondi di investimento di Trump e Kushner che già ne hanno incassato una parte. Potrebbero indicare che mentre l’attenzione nei loro confronti può costituire davvero un investimento conveniente, anche in vista di un progressivo disinvestimento cinese nei titoli di stato americani, la spesa militare per l’aiuto ad Israele potrebbe costituire in prospettiva soltanto più una perdita.

Da qui gli accordi di Abramo e il tentativo, già messo in atto durante il primo mandato di Trump, di chetare i rapporti tra tutti paesi dell’area, Iran compreso. Ma tutto ciò ha un costo, che la guerra di Gaza ha messo in rilievo: gli emirati, il Qatar, l’Egitto, la Turchia e la stessa Arabia Saudita, solo per citare alcuni dei possibili “alleati” hanno bisogno di ricevere in cambio qualcosa di consistente. Sia in termini economici che strategici, come guadagno diretto di un contratto che ha anche un suo versante politico, quello di tenere a bada masse popolari, arabe ma non solo, messe in agitazione da ciò che avviene a Gaza. In cui riconoscono il proprio destino e la necessità di giungere un giorno a rovesciare Stati e governi.

Ma lo Stato di Israele non può più, nonostante i suoi bombardamenti, le sue operazioni militari mirate, le sue stragi, costituire il garante dell’ordine sociale locale, anzi rischia di diventare con la sua sconsiderata azione il detonatore di rivolgimenti ben più vasti e incontrollabili. E anche gli Stati Uniti, dopo essersi illusi di rappresentare i garanti dell’ordine capitalistico occidentale, se non mondiale, devono oggi ammettere per bocca dello stesso Trump che «non possono più agire come gendarme internazionale».

Gli imperi declinano, poi crollano. L’impero americano è crollato prima di finir di declinare. Giacché nessun impero esiste per moto proprio ma a due condizioni: se può volerlo e se è riconosciuto tale dagli altri imperi e dalle potenze che contano. Oggi l’egemone che si ostentava globale, garante degli amici e nemesi per i nemici, non si vuole più tale perché stanco di mondo e nostalgico di nazione. Fra la vita e la morte gli americani scelgono l’America. Per conseguenza, né i suoi imbaldanziti avversari né i satelliti in panico abbandonico lo considerano più superiore gestore dell’ordine planetario6.

Fatto rilevabile nella crescente sfiducia che gli alleati arabi del Golfo hanno nei confronti di entrambi, soprattutto dopo l’attacco, fallimentare negli intenti dichiarati, condotto dall’IDF in Qatar. Una sfiducia apertamente manifestata dal principe saudita Mohammad bin Salman che non ha esitato a rivolgersi al Pakistan, altro paese musulmano, per mettersi al riparo di un ombrello nucleare che gli Stati Uniti sembrano non poter più garantire7. E anche se quest’ultimo fatto potrebbe fare parte di una strategia volta ad ottenere di più dal governo americano in occasione del prossimo viaggio del principe saudita a Washington, certamente è uno dei fattori che hanno “costretto” Trump a dichiarare la possibile ripresa dei test nucleari (soprattutto dopo il fallimento dell’azione militare americana nei confronti dei siti nucleari iraniani, confermato anche dalla stessa intelligence statunitense).

Ma tutto ciò non basta ancora: se è vero, infatti, che gli investimenti a Gaza per la ricostruzione rappresentano per le finanze arabe una magnifica occasione di guadagno, è altresì vero che tali investimenti dovranno essere “garantiti”. Senza inoltre contare che gli stessi paesi arabi stanno opponendo forti resistenze a una proposta sostenuta dagli Stati Uniti di ricostruire una ‘nuova’ Gaza esclusivamente nella metà dell’enclave attualmente posta sotto il controllo di Israele, visto che sia Israele che Washington hanno escluso che i fondi possano essere destinati alle aree sotto Hamas.

I sauditi sono abituati a mescolare assieme politica e affari, proprio nello stile preferito dal presidente Usa. Hanno anche un’innata simpatia per quest’ultimo che ha sempre scelto il loro paese per i suoi interventi e le sue prime visite ufficiali. Ma ora il vento è cambiato e la “parentela” Usa-Israele pare a Riad troppo limitante e senza garanzie di successo (o di guadagno). Basta far riferimento all’Ue: quanti milioni ha buttato in Cisgiordana e a Gaza che Israele non si è affrettata a distruggere in tante guerre? L’Israele di Netanyahu e della destra estrema oggi al potere è un paese spaccato, intriso d’odio e diviso al suo interno. E’ anche un paese imprevedibile: troppi luoghi di potere contrapposti e in competizione permanente fra di loro [e] certamente gli americani faranno fatica a spiegare ai sauditi chi comanda davvero a Tel Aviv. La fiducia dei sauditi si è notevolmente ridotta con possibili lunghe e amare ripercussioni8.

Ecco allora che la presenza di un contingente internazionale a Gaza, magari di paesi islamici, più che al disarmo di Hamas sarebbe rivolto, prima di tutto a garantire gli investimenti arabi nella Striscia. Come già ha ben compreso il governo israeliano, tutto rivolto ad evitare una governance mandataria americana nei confronti delle sue azioni e ad impedire la presenza dei militari turchi a Gaza. Considerato che la Turchia, proprio grazie all’azione disgregatrice di Israele, è giunta alle porte dello Stato ebraico attraverso la Siria oggi governata da Mohammed al-Bashir, l’ex-jihadista fortemente sponsorizzato dallo stesso Recep Tayyip Erdoğan, capo dello stato turco e teorico del rilancio degli interessi ottomani in tutta l’area mediorientale.

Una politica che negli ultimi tempi ha fatto sì che la Procura generale di Istanbul abbia emesso 37 mandati di arresto per altrettanti dirigenti politici e militari israeliani con l’accusa, documentata, di genocidio nei confronti della popolazione di Gaza. Tra i trentasette spiccano i nome di Bibi Netanyahu, di Itamar Ben-Gvir, di quello del Capo di stato maggiore Eyal Zamir e del ministro della Difesa Israel Katz. Questa provocazione causerà sicuramente qualche problema per Trump, considerata la sua predilezione per il capo di stato turco. Il quale ha anche ospitato ad Istanbul un vertice dei ministri degli Esteri di dieci paesi musulmani per coordinare la pressione per la forza multinazionale di stabilizzazione per Gaza, con il chiaro intento di mettersi a capo della stessa9.

E’ in mezzo a questo mare tempestoso che si deve muovere Donald Trump che, in un non lontano futuro, potrebbe scegliere di abbandonare oppure di affidarsi decisamente di meno alle scelte di un governo condannato, per non affondare insieme ad esso e mantenere quel minimo di influenza politica nei confronti degli alleati arabi. E se qualcuno, in un tale contesto, volesse ancora fare riferimento esclusivamente alla volontà di potenza sionista o alla determinazione imperialista statunitense per comprendere ciò che avviene sul campo, lo faccia pure, ma sapendo che gli errori, soprattutto di valutazione, prima o poi si pagano sempre.

E’ allora forse utile ricordare un’affermazione di Hannah Arendt, espressa nel 1948, ma ancora valida oggi a giudizio di chi scrive, secondo la quale: «Il modo più realistico per valutare il costo degli avvenimenti […] per i popoli del Vicino Oriente, non è costituito dalla perdita di vite umane, dai danni economici, dalla distruzione provocata dalla guerra o dalle vittorie militari, ma dai mutamenti politici». Quei mutamenti politici, ieri, erano rappresentati, sempre secondo la filosofa ebrea, dalla « creazione di una nuova categoria di persone senzapatria, i profughi arabi», cosa che non faceva altro che confermare l’assunto secondo il quale «gli ebrei miravano semplicemente a cacciare gli arabi dalle loro case».

Oggi, pur rimanendo evidente l’intento colonialista e liquidazionista della destra ebraica, i mutamenti politici si sono fatti più evidenti su scala mondiale, in un contesto in cui, come si è già detto prima lo Stato di Israele, con la sua azione spintasi ben oltre Gaza, sembra aver perso qualsiasi aspetto di legittimità davanti agli occhi della maggioranza della popolazione mondiale. Ben oltre i confini del mondo arabo in cui tale percezione condivisa era principalmente limitata prima del conflitto degli ultimi due anni. Una rimessa in discussione non solo dei principi che ne hanno validato l’esistenza per decenni, ma che costringono anche ad una progressiva, ancor che lenta agli occhi di molti, revisione delle alleanze che ne hanno garantito la sopravvivenza fino ad ora. Ed è a questo punto che occorre ritornare al testo di Pappé, là dove afferma, ad esempio:

Non sorprende che la guerra scoppiata nel 2023 tra Israele e Hamas sia vista da alcuni come preludio dell’Armageddon. Ma è possibile andare oltre la semplice visione apocalittica e presentare invece una valutazione più ottimistica di un potenziale esito di quello che sembra essere una disintegrazione inevitabile, caotica e violenta dello Stato ebraico.
[Infatti] diversi processi che si svolgevano davanti ai miei occhi mi hanno portato a concludere, non come attivista politico o visionario bensì come accademico, che stiamo assistendo alla fine dello Stato di Israele, o se non altro del progetto sionista come lo conosciamo. Benché promossi dalle azioni di gruppi di individui e organizzazioni, oggi questi processi hanno raggiunto una dimensione tale che la loro spinta è inarrestabile e condurrà a un cambiamento sul campo davvero fondamentale, rivoluzionario, in quelli che attualmente sono Israele, la Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza distrutta10.

Però, per fare sì che queste affermazioni non rappresentino soltanto delle semplici e utopiche speranze, l’autore si preoccupa di aggiungere subito dopo:

Come molti miei amici palestinesi, anch’io mi riferisco alla fine di Israele come a un processo di decolonizzazione. In qualità di storico so bene dei casi del passato in cui la decolonizzazione è avvenuta attraverso trasformazioni violente e brutali. La storia, la migliore maestra che abbiamo, ci fornisce anche innumerevoli esempi in cui le lotte di per la liberazione e la decolonizzazione sono sfociate nella creazione di nuovi sistemi di ingiustizia, per usare un eufemismo.
Realisticamente, sarebbe ingenuo immaginare la fine del progetto sionista o dello Stato di Israele come una felice e rapida trasformazione da un luogo di occupazione, oppressione e, da ultimo, di genocidio in un paese dove le libertà sono garantite a tutti e dove viene ristabilita la giustizia per chi in passato abbia subito dei torti. Ma è importante aspirare a una transizione […] che vada innanzitutto a beneficio delle vittime dell’oppressione e degli spargimenti di sangue, ma anche di coloro che temono che perdere la propria posizione di privilegio e superiorità li trasformerà in vittime, da agiati oppressori quali sono attualmente..
Per riassumere quanto detto fin qui: il progetto sionista si sta sbriciolando e con esso lo Stato di Israele come uno Stato ebraico. E questa non è una pia illusione né lo scenatio cui si potrebbe arrivare nel peggiore dei casi. E’ qualcosa di inevitabile, non perché io stia adottando una prospettiva determinista sulla storia o perché possieda una sfera di cristallo, ma perché è una situazione già in essere, anche se non se ne parla11.

Spesso anche negli ambienti dell’antagonismo, abituati da decenni di vittimizzazione a non aspirare ad altro che ad una vendetta. Dimenticando che il dio della vendetta è esattamente quello esaltato dalla destra israeliana ed evangelica e che la vendetta non può mai costituire un buon metro di giudizio o di programmazione per il futuro. Una cecità che impedisce di cogliere crepe importanti non soltanto ai vertici dell’intelligence e delle forze di difesa dello Stato di Israele, come la mancata riuscita del bombardamento dei vertici di Hamas a Doha oppure la vicenda dell’avvocato generale militare, Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso un video che mostra gli abusi dei soldati su un detenuto palestinese e ancora rinchiusa in carcere per aver fatto tale scelta, già mettono in evidenza .

Crepe che si manifestano nel rifiuto dei riservisti di tornare sul fronte di Gaza oppure nelle manifestazioni dei parenti degli ostaggi che, anche se spesso sono state rivolte soltanto alla salvezza dei propri cari oppure alla richiesta di un’azione più energica nei confronti di Hamas, talvolta sono sfociate in dichiarazioni individuali o collettive tese alla ricerca di un nuovo modus vivendi con la popolazione arabo-palestinese12.

Le fondamenta dell’Israele sionista hanno crepe così grosse che nessuna opera di manutenzione potrà ripararle. Non si tratta di stabilire se l’edificio crollerà, ma quando ciò avverà.
[…] Per riassumere, il collasso di Israele non è una posizione politica, qualcosa che si possa ccettare o rifiutare. E’ un processo oggettivo che è già cominciato. La sua probabilità dovrebbe essere discussa come argomento principale nella conversazione a lungo termine sul futuro di Israele e della Palestina, anziché concentrarsi -come facciamo noi- sul futuro dei palestinesi. La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere.
Il tentativo secolare dell’Occidente, Regno Unito in testa, di imporre uno Stato ebraico su un paese arabo sembra essere arrivato alla fine. E’ riuscito a creare una società organica di milioni di colonizzatori, molti dei quali ormai di seconda o terza generazione, ma la cui sorte dipende ancora, come quando sono arrivati, dalla capacità di imporre con la forza violenta la loro volontà su milioni di palestinesi indigeni che non hanno mai rinunciato al proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà sulla propria terra natia. L’unica speranza per il futuro degli ebrei sarà data dalla loro disponibilità a vivere da cittadini con pari diritti in una Palestina liberata e decolonizzata. Sono convinto che molti lo faranno13.

Tutto il testo di Pappé, diviso in tre parti, è teso a individuare le contraddizioni e le formule politiche e sociali che potranno contribuire al raggiungimento di un tale risultato, ben diverso e lontano dalla tanto sbandierata ed inefficace soluzione dei “due popoli due stati”. Formula che conviene tanto ai sionisti quanto ai paesi occidentali e arabi e ai loro governi per mantenere divisi e in stato di inimicizia costante palestinesi ed ebrei.

Anche se, per chi scrive, un percorso di guerra civile sembra delinearsi come un passaggio obbligato all’interno della società israeliana, sarà comunque soltanto cercando un’unità di lotta dal basso tra i due popoli che si potrebbe giungere al superamento dell’oppressione di tutti coloro che vivono in Palestina, al di là delle troppo facili retoriche della lotta di classe e dei suoi miracolosi effetti sulla psiche collettiva oppure, ancor peggio, di quelle vuote, pericolose e razziste della vendetta antisemita.


  1. M. Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 115-124.  

  2. I. Pappé, Prefazione a I. Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 11-13.  

  3. Zero Stati?, editoriale del n°9, 2025 di «Limes» dal titolo Gli Stati di Israele, p. 10.  

  4. G. De Ruvo, L’ottavo fronte di Israele in «Limes» n°9/2025, pp. 41-42.  

  5. F. Guccini, Incontro, nell’album Radici del 1972.  

  6. L. Caracciolo, Il declino dell’impero americano, “la Repubblica”, 8 novembre 2025.  

  7. Si veda: M. Giro, Il tycoon e la variabile saudita. Riad non si fida più degli Usa, «Domani» 4 novembre 2025.  

  8. M. Giro, Riad non si fida più degli Usa, cit.  

  9. F. Magri, Nuovo mandato d’arresto per Netanyahu. La Turchia accusa Israele di genocidio, “La Stampa”, 8 novembre 2025.  

  10. I. Pappé, op. cit., p.14.  

  11. Ibidem, pp. 15-16. 

  12. Si veda su tutto questo: F. Borri, Israele contro Israele, in «Limes» n°9/2025, pp. 97-101.  

  13. Ivi, pp. 16-18.  

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Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni… https://www.carmillaonline.com/2025/10/21/di-piazze-piene-a-milioni-e-di-carogne-canaglie-e-cialtroni/ Mon, 20 Oct 2025 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90901 di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di [...]]]> di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).

In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.

Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.

Il fascismo, come e più ancora il nazionalsocialismo (privo degli ingombranti “sovrani” italiani: il re e il papa), si radica in una mitologia messianica monocratica. Mussolini e Hitler si impongono e sono presentati come salvatori, profeti in grado di restituire unità al corpo sociale. Ma poi, la loro parabola si conclude nella catastrofe: il Duce catturato mentre se la da a gambe travestito da soldato tedesco, fucilato ed esposto a testa in giù in piazzale Loreto; Hitler, divorziato dalla Germania e dal popolo che “non ha dimostrato di essere all’altezza del compito. Non è degno di me, del mio genio. Ha meritato la rovina!”, finalmente si sposa con Eva Braun e il giorno dopo si suicida nel bunker.

Deflagrata in una consustanziale guerra mondiale, la dimensione messianica implode nel sangue, nella sconfitta militare e nell’orrore di crimini indescrivibili. A Milano, il 25 ottobre 1932, Mussolini aveva detto “Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che questo secolo decimoventesimo sarà il secolo del Fascismo”. Nel Mein Kampf (1925) Hitler prefigura che il nazismo “deve presentarsi come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi.” La parusia fascista e nazionalsocialista, nel tentativo di rendere eterno l’istante politico, distruggerà ogni mediazione, ogni differenza, ogni temporalità autentica. La volontà di eternità precipita nel delirio di dominio, perché l’Assoluto, incarnato nel mondo, non può che annientare ciò che gli resiste. Il nazifascismo, proprio nel momento in cui si realizza, si condanna alla rovina: la parousía collassa; è la presenza assoluta che brucia il tempo stesso.

Dopo il 1945, tutto sembrava indicare la fine senza appello di esperienze tanto atroci. Tuttavia, il loro precipitato ideologico non si esaurisce. Il culto del capo, la svalutazione del pluralismo, l’idea di una politica come incarnazione spirituale continuano a riaffiorare quasi fossero un limaccioso fiume carsico, un virus culturale latente: un herpes nel ventre d’Europa.

Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.

Il 2008, che per molti è stato paragonabile al crack del 1929, ha segnato il passaggio successivo: mentre milioni di persone perdevano case e lavoro, gli Stati salvavano le banche. Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, lo ha detto con chiarezza: la democrazia è stata sospinta “in un corridoio sempre più stretto tra esigenze dei mercati e aspettative dei cittadini”. È qui che il concetto stesso di sovranità popolare si svuota, mostrando come il parlamentarismo contemporaneo sia già parte integrante del governo capitalistico.

Secondo Streeck, il modello di “capitalismo democratico” del dopoguerra (keynesismo) si basava su un patto sociale in cui lo Stato limitava gli “spiriti animali” del Capitale per garantire stabilità, crescita e pace sociale. La rivoluzione neoliberista, a partire dagli anni ‘70, ha liberato il Capitale da questi vincoli politici e istituzionali, portando a uno svuotamento dello spazio decisionale delle politiche nazionali e rendendo la politica subalterna all’economia. La crisi attuale non è più una crisi di legittimazione, ma una crisi economica evidente che si esprime attraverso il debito e la disuguaglianza. L’individualismo consumista di massa, infatti, ha neutralizzato le resistenze al processo di mercificazione. Si profila non già un crollo improvviso seguito da un nuovo ordine (come una rivoluzione socialista), ma un “interregno prolungato” di decadimento e disordine caratterizzato da instabilità, incertezza e caos, dove “tutti saranno in guerra con tutti”.

Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato. Si riduce a un doppio ruolo: a) l’intensificazione repressiva, attraverso leggi securitarie, restrizioni di libertà e sorveglianza hi tech; b) la mobilitazione simbolico-identitaria intorno a bandiere, retoriche nazionaliste, slogan sulla patria e sulla tradizione, richiami strumentali e infantili a disegni divini. Il nuovo fascismo è dunque un attrezzo residuale, non più totalità organica, e quando arriva al potere, si riallinea immediatamente con il Capitale e con lo Stato imperiale.

L’Italia offre un esempio perfetto di questa condizione. L’attuale presidentessa del consiglio ha costruito la propria legittimazione attraverso il richiamo all’eredità neofascista: “non rinnegare, non restaurare”, la formula almirantiana del 1948, riproposta in una fisionomia aggiornata: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”; è la forma con cui si propone come incarnazione del popolo che crede di “unificare” in sé stessa “quale coscienza e volontà di pochi (FdI), anzi di Una (lei)”, non è certo un caso che in questo slogan urlato nel 2019, echeggi il dettato del 1932. E ancora: “Il mio sogno è vivere in un’Italia nella quale, pur nelle differenze, tutti possano definirsi e agire da patrioti, ovvero da persone che antepongono l’interesse della Nazione all’interesse di parte o di partito”, un’affermazione che pare velata e tuttavia, rimanda apertamente all’idea di Stato del Mein Kampf, per cui “il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi”. Dunque “fascista” (neo, post, non importa), laddove si annulla il molteplice, si nega la complessità, si schiaccia la democrazia come collettore costituzionale del pluralismo, si violenta la polifonia politica, per imporre un monismo metafisico (la mistica della “Nazione”) che vorrebbe condurre a un “presidenzialismo” (mimetizzato nel “premierato”) vettore dell’accentramento del potere esecutivo, cui devono essere sottomessi, fino all’annientamento, i poteri legislativo (il parlamento già di “pianisti”) e giudiziario (l’anticamera dovrebbe essere la farsa della “separazione delle carriere”), così che il “potere sovrano” è legibus solutus.

Ma quando è al governo del “reale”, nello scenario mondiale, la Presidentessa del Consiglio abbandona la maschera e pratica la proskynesis davanti agli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Nessuna autonomia di politica estera (con un ministro che dichiara “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), pieno appoggio alla NATO, fedeltà al Patto Atlantico perinde ac cadaver. Il “sovranismo” si rivela quel che è: mera retorica, turpe spettacolo politico da lanciare in pasto a una plebe indifferente, distratta, impaurita, abbrutita, e prigioniera del proprio orizzonte.

Nel mondo vero, fuori della bolla di menzogne gonfiata grazie all’ampio controllo dell’informazione, l’Italietta di Giorgia è un solo una miserabile provincia dell’impero: un’economia deindustrializzata, incapace di competere nei settori strategici; un debito pubblico strutturale che blocca ogni margine di manovra; una crisi demografica che erode la base stessa della società; l’assenza totale di una visione di lungo o medio periodo (si veda l’uso ignobile dei 200 mld del PNRR).

L’Italia, che nell’illusione dopata del “miracolo economico” (1958-63) fu una media potenza, è oggi una realtà marginale, travolta da un inarrestabile declino e costretta nella camicia di forza della sudditanza agli Stati Uniti.

Su questo versante, Donald Trump – orrendo intruglio tra Kingpin e il Dottor Destino (per dirlo attraverso l’universo Marvel) – rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il suo percorso verso la conquista del potere, sintetizzando, va letto alla luce di due momenti decisivi del XXI secolo: l’11 settembre 2001, che ha formalizzato la logica della guerra permanente e dello stato d’eccezione normalizzato; e la crisi del 2008, che ha distrutto la fiducia nella promessa americana (il mito dell’American way of life), mostrando che le élite – “comitato d’affari” orami assurto a un migliaio di persone su otto miliardi – salvano le banche e sacrificano i cittadini.

Il grottesco megalomane sbarcato alla Casa Bianca, una distopia peggiore dei più cupi romanzi e film fantapolitici, è l’espressione di questo collasso: un capo messianico che catalizza il risentimento popolare, ma arraffato il potere è totalmente – e ci mancherebbe altro – allineato al Capitale (tagli fiscali, deregulation e soprattutto affari suoi). Solo i gonzi e la marmaglia giornalistica in malafede non colgono la dimostrazione adamantina: il trumpismo non è un’alternativa, ma l’oscena, ultima variante compatibile dell’ordine neoliberale, nella sua estrema violenza e catastrofica ferocia.

Il fiume carsico che dal fascismo storico si dipana fino al presente mostra, perciò, discontinuità e continuità. Nel primo caso, c’è una deviazione principalmente nell’assenza della necessità d’una fondazione dello Stato totalitario. Mentre in continuità si manifesta, senza più veli, il nesso tra capitalismo e autoritarismo, tra economia turbo-liberista e violenza strutturale, la cui terribile espressione politica è la fatale trasformazione della democrazia stessa in mero strumento di dominio. Se da tempo si discute di post-democrazia (2003), ora è l’epoca della “democrazia illiberale” (taluni usa il termine meno felice democratura).

Non occorre più distruggere, come al tempo del fascismo storico, le istituzioni democratiche, sono state svuotate dall’interno, piegate alle logiche del mercato e della geopolitica imperiale. I fascismi mimetici con il volto di Meloni, Trump, Orban, non fanno che intensificare la repressione e agire simbolicamente alimentando la direttiva schmittiana amico-nemico, scatenando ovunque divisioni orizzontali (per es. ceto medio impoverito vs disgraziati) in modo da cancellare ogni possibilità di conflitto verticale (masse diseredate in rivolta contro ricchi e potenti), ma la sostanza resta immutata: il tragico simulacro della democrazia è solo un dispositivo del capitale globale, una catastrofe sistemica.

I milioni e milioni di cittadini che in tutta Europa, in decine di città, sono scesi in piazza in questi giorni, mossi dall’orrore di Gaza, sono al tempo stesso atto politico e domanda etica. Sono, perciò, un gigantesco grido collettivo davanti alla fine della democrazia cui attoniti stavano assistendo. Gaza e il genocidio palestinese sono percepiti all’interno di questo scenario più ampio, terribile, pericoloso: quello del collasso definitivo della Modernità, con tutto il suo portato di diritto e di diritti come strumenti di pacificazione, nel senso kantiano di una “pace perpetua” fondata sulla ragione e sul riconoscimento reciproco tra gli Stati e tra gli uomini.

Oggi quella promessa kantiana si è rovesciata nel suo contrario. L’idea di diritto universale è diventata una retorica dell’intervento (il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” dice un raccapricciante clown a capo del Ministero degli Esteri italiano); la pace, un dispositivo di guerra preventiva; l’umanitarismo, una copertura ideologica per la violenza sistemica. Gli Stati democratici che si proclamano custodi dei diritti dell’uomo si rivelano, nei fatti, complici di pratiche genocidarie.

Come ha scritto Étienne Balibar, “il confine tra democrazia e barbarie non passa più tra i popoli, ma all’interno della stessa civiltà occidentale”.

In questo senso Gaza non è una “questione regionale”, ma il luogo in cui il dispositivo moderno — quello fondato su diritto, Stato, mercato e progresso — mostra la propria crisi terminale. Lì si misura il fallimento dell’universalismo occidentale, che pretende di difendere la libertà mentre distrugge la possibilità stessa di un mondo comune.

La catastrofe della Modernità non è solo politica, ma ontologica. È la crisi del soggetto occidentale che, dopo aver ridotto la terra a merce e il vivente a risorsa, si scopre privo di futuro. La guerra infinita, l’emergenza climatica, l’esaurimento delle democrazie rappresentative e la sorveglianza digitale sono le forme contemporanee di questa fine dell’umano come misura.

E tuttavia, proprio per questo, le piazze europee e mondiali in solidarietà con Gaza sono più che protesta: sono un atto di riappropriazione del senso politico. In un tempo in cui gli Stati hanno rinunciato alla giustizia, e le istituzioni internazionali tacciono, la società civile diventa l’unico luogo residuo della verità. È lì, in quella moltitudine che rifiuta l’indifferenza, che riappare ciò che resta della politica come possibilità etica del mondo. Contro il trionfo del “disumano”.

Non si tratta più di invocare un ritorno alla democrazia del Novecento, ormai svuotata e funzionale al capitale, ma di immaginare un nuovo universalismo post-occidentale, fondato non sull’astrazione dei diritti, ma sulla concreta esperienza della vulnerabilità condivisa.

La domanda che sale dalle piazze, e che nessun potere può soffocare, è allora la seguente: può ancora esistere un mondo comune dopo la fine della Modernità, dopo Gaza, dopo l’impero?

È una domanda terribile, ma necessaria. Perché da essa dipende non solo il futuro della politica, ma la possibilità stessa della civiltà.

 

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Il nuovo disordine mondiale / 29: morto un papa, se ne fa un altro? https://www.carmillaonline.com/2025/05/22/il-nuovo-disordine-mondiale-29-morto-un-papa-se-ne-fa-un-altro/ Thu, 22 May 2025 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88591 di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e [...]]]> di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e lezioni, sia dalle proprie sconfitte che da quelle dell’avversario e delineare linee di tendenza e successivamente di condotta, sia dallo sviluppo delle contraddizioni nel campo avverso come all’interno del proprio. Perché è una partita solo e sempre a 360 gradi quella che si gioca con il conflitto di classe, in cui non si possono lasciare spazi esclusivi all’avversario.

In questo senso l’occuparsi da antagonisti di scienza, geopolitica, arte militare, cultura e tecnologia e della loro evoluzione non riduce l’opposizione di classe a culturalismo o a dibattito salottiero, ma piuttosto, se non si perde di vista il fine della lotta, ne rafforza e solidifica immagine e compiti. Così vale anche per campi apparentemente avulsi, come quello religioso o dell’elezione di un nuovo pontefice, ma di cui occorre tener conto per comprendere la fase con cui occorre fare politicamente i conti.

Questo, naturalmente, non per rincorrere gli individui e l’Io fetentissimo con cui l’ideologia borghese vorrebbe continuare a determinare l’immaginario e l’azione sociale proponendoli come idoli oppure al pubblico ludibrio. No, non è l’individuo in sé che deve interessare, o peggio ancora affascinare, i futuri affossatori del modo di produzione dominante, ma ciò che l’ha prodotto e le cause materiali delle sue, quasi sempre, prevedibili e inevitabili azioni. Papa o re, primo ministro o rivoluzionario, generale o dittatore oppure presidente degli Stati Uniti che questo sia. Poiché, in fin dei conti, non potrà mai essere una morale dettata dalla classe avversa a determinare il giudizio e la valutazione politica di chi dovrà, comunque, sbarazzarsene.

Ecco allora perché vale la pena di spendere qualche parola sul cambio ai vertici della chiesa cattolica con il passaggio dal pontificato di Francesco I a quello di Leone XIV. Tenendo sempre a mente sia l’insegnamento di Lenin sull’attenzione per la religione (qui) che, a sua volta, traeva spunto dalle riflessioni di Marx sul medesimo argomento.

La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo. La soppressione della religione quale felicità illusoria del popolo è il presupposto della vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni circa la propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è, quindi, in germe la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola sacra (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione).

Quello, però, che l’individuo borghese non potrà mai comprendere è la dialettica inerente alle due definizioni che Marx dà della religione nel testo appena citato, l’essere “oppio dei popoli” e, allo steso tempo, il “sospiro”, oppure come si dice in altre parti il “gemito”, della creatura oppressa. Dialettica in cui resta sotteso che la scomparsa della religione dall’orizzonte degli oppressi non può appartenere soltanto ad un atto volontaristico o ad un editto di un governo borghese, ma al rovesciamento dell’oppressione materiale che diventerà anche stravolgimento dell’oppressione intellettuale. Senza il primo non può avvenire il secondo, pena la rivolta degli ultimi contro chi pretenderebbe di liberarne la coscienza senza liberarli dalle condizioni materiali di sfruttamento e miseria, sia economica che culturale.

Anche se ad un lettore poco attento questo potrebbe sembrare lontano dal “sentire” attuale di ciò che si vuole definire antagonismo, in realtà ha molto a che fare con il cambio della guardia che è avvenuto ai vertici della chiesa con la morte di Bergoglio. Papa di cui già in passato ci si era occupati su Carmilla (qui), proprio per le perplessità suscitate sia in ambito ecclesiastico che politico dalla sua ferma opposizione alla guerra, o alle guerre, del capitale, senza aggettivi e senza distinzioni di lana caprina tra pace o guerra giusta oppure tra guerre di difesa o di aggressione.

Un tema di cui si è occupato anche, in tempi più recenti, uno scritto apparso dopo la sua morte (qui), largamente condivisibile soprattutto per quanto riguarda la valutazione “politica” dell’opposizione espressa da una parte importate della base cattolica nei confronti della guerra. Ma tutto questo, naturalmente, non prelude ad una celebrazione del papa appena scomparso o ad una sua agiografica rivalutazione ideale. Tutt’altro, poiché l’analisi, come si diceva in apertura, dell’azione di un singolo individuo, per quanto significativo sul piano politico e/o culturale, non può mai prescindere dalle forze che l’hanno prodotto e di cui è manifestazione.

A differenza di tanta sinistra “smarrita” che, ad ogni piè sospinto, cerca di individuare un nuovo punto di riferimento, un nuovo modello se non un nuovo ipotetico leader che sappia dire o fare ciò che altrimenti non sarebbe più in grado di fare essa stessa, l’interesse per la figura di Francesco I si limita, almeno per chi qui scrive e anche se non è certamente cosa da poco, alla sua valutazione come strumento per l’opposizione alla guerra imperialista in tempi in cui si rende necessario marcare un’obbligatoria separazione tra coloro che credono che quest’ultima costituisca una questione dirimente per la lotta di classe e coloro che, con distinguo e peana per la libertà basata sugli ideali dell’Occidente liberale, altro non fanno che travestire da pacifismo ciò che altro non è che schieramento con uno dei fronti imperialisti in guerra.

Di tutt’altro avviso sembra essere invece, anche se mascherato dai media e dallo stesso nuovo pontefice come continuatore del pontificato precedente, l’inizio di Leone XIV la cui intronizzazione è stata immediatamente accompagnata da un entusiasmo mediatico ed europeista che non può far altro che far arricciare il naso ad un osservatore attento. A partire da quell’esaltazione di una sua presunta presa di posizione anti-trumpiana, utile sicuramente ai volenterosi di questi giorni e della sua preparazione di carattere teologico dovuta alla sua provenienza dalle fila degli agostiniani.

Certamente non tocca all’autore di queste righe disquisire sulla preparazione o meno del suddetto papa dal punto di vista della dottrina, ma ciò che occorre sottolineare è che le stesse caratteristiche sono state in precedenza attribuite a Benedetto XVI, papa sicuramente di tendenze e posizioni molto distanti da quelle del suo successore Francesco I, che provenendo dalle fila dei gesuiti non poteva comunque essere certamente meno edotto in materia di dottrina e cultura cattolica.

Basti qui osservare che il contenuto dell’omelia dell’intronizzazione non ha riguardato la fine della guerra tout court, ma il raggiungimento di una pace giusta in Ucraina. Formula che, come ha già in precedenza spiegato bene Domenico Quirico sulle pagine della «Stampa», non può preludere ad altro che a una continuazione della guerra considerato che la pace raggiunta per porre fine ad un conflitto non può essere giusta o sbagliata, ma soltanto avere inizio da un cessate il fuoco sulle linee raggiunte dai contendenti nel corso di un conflitto.

Conflitti in cui, di solito, c’è un vincitore e un vinto, indipendentemente dalle simpatie che possano ispirare i due a chi ne studia le mosse. Se non si tiene conto di questa “regola aurea” della diplomazia bellica non vi può essere alcuna trattativa possibile, perché se da un lato testimonia la volontà, in questo caso cieca, di continuare il conflitto da parte del vinto, dall’altra non può che acutizzare la tendenza dall’avversario a continuare la guerra “di conquista”.

Mai abbiamo sentito, tra le parole del papa precedente, la definizione di pace giusta, ma soltanto inviti alla pace ad ogni costo. Lezione già appresa e sviluppata da un uomo ben distante dalla fede religiosa come Lenin che, nel 1918, a Brest-Litovsk, accettò condizioni di pace che lasciavano alle truppe degli imperi centrali un’ampia porzione di territorio russo, pur di raggiungere l’obiettivo che, sostanzialmente, aveva costituito l’elemento cardine della rivoluzione di ottobre: quello della cessazione immediata della guerra, dei suoi massacri e delle sue distruzioni.

Eppure, eppure…una figura tutt’altro che equidistante, a differenza di Francesco I, dalle parti coinvolte nella guerra1 viene oggi entusiasticamente indicata dai media italiani come possibile “mediatore” per il conflitto in corso ai confini orientali d’Europa

Dovrebbero bastare questi pochi riferimenti per comprendere come l’attuale coro di lodi per la figura del nuovo papa sia per lo meno sospetta e, anzi, come sia in corso, a pochi giorni dalla sua scomparsa, una sorta di rimozione dell’opera del predecessore, travestita da elogio al suo pontificato, confuso però con le premesse di quello attuale. Mentre è stata proprio quella posizione, sostanzialmente la più radicale, di Francesco a decretarne fondamentalmente la solitudine degli ultimi anni, destinata a metterlo a tacere e costringerlo a fare “il gran rifiuto”, cui si è testardamente sottratto fino alla fine, ancor prima della morte.

Certo, né l’uno né l’altro dovrebbero influenzare la pratica militante dell’anti-militarismo di classe, ma è certo che l’attuale differenza di governance della Chiesa potrebbe influire in maniera sostanziale su quell’immaginario diffuso, spesso cattolico, che fa sì che un parte significativa e maggioritaria di cittadini italiani ed europei si opponga ancora sia al conflitto che a un coinvolgimento diretto nello stesso.

Diventa, in questo caso, l’azione papale uno strumento di pressione che, pur ammantandosi di equità chiedendo anche una pace giusta per Gaza e i palestinesi, ma senza avere effetto alcuno sulla strage di gazawi portata avanti da Netanyahu e dal suo governo criminale, è sostanzialmente orientato a convincere una parte del fedeli, oggi in gran parte ancora contrari alla partecipazione al conflitto in Ucraina, della necessità di volgersi in direzione di una pace diversa da quella possibile e, quindi nella sostanza, ad una continuazione della stessa attraverso una partnership più marcata, di quanto già non sia, e attiva sul piano militare come quella su cui puntano i guerrafondai Macron, Starmer e Merz. Che, dopo aver assistito al diniego di Trump nei loro confronti e delle proposte di maggior impegno della NATO, oggi cercano una giustificazione al loro bellicismo nascondendosi sotto le bianche sottane pontificali.

Questo e nient’altro deve spingere gli antagonisti a guardare con sospetto sia al nuovo pontefice che al tentativo di presentarlo come un continuatore delle politiche di quello precedente che pur ebbe almeno sempre il coraggio di parlare di Terza guerra mondiale a pezzi, quasi fin dall’inizio del suo pontificato. In un momento in cui, come qui chi scrive ha ripetutamente affermato, la questione della guerra imperialista, della sua estensione e del rifiuto della stessa diventa dirimente, indipendentemente dalle simpatie per le differenti parti, governi e nazioni coinvolte.


  1. In una una intervista del 2022, rilasciata a un canale tv locale peruviano, il nuovo Papa Leone XIV parlava tra le varie cose della guerra tra Ucraina e Russia. Affermando: “Vengono fatte tante analisi, ma dal mio punto di vista – diceva Prevost – si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé”. E proseguiva sostenendo che “si stanno commettendo crimini contro l’umanità”. Prevost predicava anche la necessità di essere “molto chiari”, perché “alcuni politici, anche del nostro paese, non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”. Fonte: https://www.virgilio.it/notizie/cosa-diceva-papa-leone-xiv-della-guerra-tra-ucraina-e-russia-quando-era-vescovo-le-parole-di-prevost-1677934  

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Il nuovo disordine mondiale / 28: l’antifascismo europeista e la diplomazia delle armi https://www.carmillaonline.com/2025/03/26/il-nuovo-disordine-mondiale-28-lantifascismo-europeista-e-la-politica-delle-armi/ Wed, 26 Mar 2025 21:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87454 di Sandro Moiso

“Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo. (Hitler) ha applicato all’Europa dei processi colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa” (Aimé Césaire)

“L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” (Amadeo Bordiga)

La vera novità del nuovo giro di valzer di “The Donald 2.0” e dai suoi cavalieri dell’Apocalisse hi-tech è rappresentata dall’aggressività di carattere economico, ma [...]]]> di Sandro Moiso

“Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo. (Hitler) ha applicato all’Europa dei processi colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa” (Aimé Césaire)

“L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” (Amadeo Bordiga)

La vera novità del nuovo giro di valzer di “The Donald 2.0” e dai suoi cavalieri dell’Apocalisse hi-tech è rappresentata dall’aggressività di carattere economico, ma anche politico, nei confronti degli “alleati” europei e non solo. Da lì deriva lo smarrimento manifestato da editorialisti, opinionisti, rappresentati politici e pennivendoli di vario livello di fronte ad un’America che rischierebbe di perdere le sue prerogative di custode dell’ordine liberal-democratico occidentale e, quindi, planetario.

Ecco allora alzarsi, dal World Economic Forum di Davos o dall’aula parlamentare di Bruxelles per voce di Ursula von der Leyen così come dalle pagine di «Repubblica», del «Corriere della sera » o dalla penna di uno stagionato rappresentante dei nouveaux philosophes come Bernard-Henri Lévy, un autentico peana per l’età dell’oro perduta e di rimpianto per quando l’America, gli States, la Land of Freedom svolgevano davvero il lavoro affidatogli dal Manifest Destiny1 ovvero proteggere e sviluppare gli interessi occidentali, quindi anche europei, in tutto il mondo.

Purtroppo, però, per gli autori di questi plaidoyer per i principi e i diritti perduti, l’attuale politica americana porta alla luce ciò che ha sempre sotteso la democrazia bianca e liberale trionfante nel corso del secolo americano. Una politica di feroci disuguaglianze all’interno e all’estero, di repressione indiscriminata nei confronti di qualsiasi opposizione o resistenza, una politica imperiale sapientemente divisa tra il big stick delle armi, delle flotte e dei bombardamenti indiscriminati e la carota degli aiuti “umanitari” e dei dollari distribuiti a pioggia tra gli alleati più fedeli a garanzia dell’ordine imperiale mondiale.

Tanto da spingere la giornalista italo-marocchina Karima Moual a chiedere provocatoriamente ai politici italiani ed europei: «Come ci si sente se Trump tratta l’Europa da debole? Come ci si sente se i diritti e la giustizia sono sottomessi al business? Tutto questo lo conoscono bene e da tante tempo i popoli arabi e quelli dell’Africa»2.

Certo, c’è da dire, le posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana, dal possibile ritiro dall’impegno militare in Europa e nella Nato fino ai dazi sui prodotti europei e canadesi (oltre che cinesi) e al disconoscimento di organizzazioni internazionali ormai fallimentari come l’ONU o il tribunale penale internazionale dell’Aja o l’estromissione dei maggiori paesi europei da qualsiasi trattativa diplomatica riguardante le sorti dell’Ucraina, non sono, come molta stampa liberaldemocratica vorrebbe far credere, frutto di decisioni improvvise e inaspettate. Piuttosto, invece, sono il frutto obbligato di una crisi dell’Occidente che ha finito, inevitabilmente, col riflettersi nel voto americano, prima, e nel sistema delle alleanze interne allo stesso ordine occidentale, dopo.

In fin dei conti la brutalità e la “mancanza di tatto” del presidente statunitense, la nuova ricerca di una nuova condivisione del governo del mondo, successivo al tanto agognato nuovo ordine mondiale ventilato fin dalla caduta del muro, e il rifiuto di coinvolgere ancora l’Europa e i suoi rappresentanti nelle politiche globali, ha almeno un pregio: quello di togliere il velo che nascondeva la finzione insita nelle roboanti dichiarazioni atlantiste e liberali sul ruolo dell’Occidente e di un’Europa sempre più evanescente sulla scena politica mondiale, dell’ONU e degli altri organismi internazionali nel governo democratico del mondo e sulla diffusione di valori e diritti liberali dati per scontati, ma scarsamente condivisi in diverse aree del globo.

Per ll destino del nostro continente il segnale era stato dato immediatamente dal fatto che Trump avesse nominato come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea Andrew Puzder, ex-dirigente di alcune delle più note catene di fast food in America, come dire che il buongiorno si vede fin dalla colazione. Il tutto poi aggravato dalle dichiarazioni rilasciate, al canale televisivo Fox News, dal mediatore per la guerra in Ucraina Steve Witkoff, che ha definito i leader europei come dei sempliciotti, “tutti convinti di essere dei nuovi Churchill”3. O, ancor peggio, i giudizi espressi in una comunicazione che avrebbe dovuto rimanere riservata tra J.D. Vance e Pete Hegseth, capo del Pentagono, a proposito di un possibile intervento militare contro gli Houthi dello Yemen, portato a termine nei giorni successivi4.

Anche per questi motivi gli europei e gli europeisti si son trovati di fronte al dilemma di come sopperire al venir meno della protezione prima offerta dal fratello maggiore, optando naturalmente per un piano di riarmo che dovrebbe contribuire sia a proteggere l’Europa dalla novella barbarie asiatica di Putin che a rilanciare la stagnante economia europea. Basata principalmente su un antiquato modello guidato dal settore dell’automotive come si è già sottolineato in un precedente articolo (qui).

Forse mai come in questo periodo lo stretto legame tra crisi dell’imperialismo (economica e politica), corsa agli armamenti e guerra è stato dichiarato, da Draghi a Ursula “bomber” Layen, così apertamente e chiaramente. Passando, altrettanto, dall’inossidabile rampollo della famiglia Agnelli, John Elkann, che nei giorni scorsi ha chiarito, con uno straordinario giro di parole e di non detti, che la riconversione bellica non sarà la soluzione dei problemi dell’industria automobilistica, ma che quest’ultima, nella sua incarnazione in Stellantis, si adeguerà ai flussi di investimenti destinati a risollevarne le sorti. Ovvero che il piano ReArm Europe sarà alla fine il solo disponibile, sia nella sua forma “europea” che in quella degli interessi nazionali.

Sì perché, intanto, ancora una volta si è palesato il fatto che il vero ostacolo alla tanto strombazzata necessità di costruzione di una difesa europea non è rappresentato per ora dall’opposizione politica, o autodefinentesi tale senza alcun merito, né dalla protervia del nuovo babau americano o dall’aggressività russa, ma semplicemente dal fatto che gli interessi del capitale europeo restano comunque nazionali ed ognuno cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino in termini di investimenti, raccolta di flussi finanziari e produzione di armi e mezzi corazzati, aerei, droni, sistemi elettronici e navi. Così come rivelano anche le divisioni, manifestatesi nel più recente vertice europeo del 20 marzo, a proposito di debito comune, eurobond, invio delle truppe in Ucraina e politiche nei confronti dei dazi, della Nato e degli Stai Uniti.

Una scelta, quella del riarmo, che comunque, nell’intento generale espresso da von der Leyen e Kaja Kallas, ha escluso i produttori di armi degli Stati Uniti dal nuovo massiccio piano di spesa per la difesa dell’Unione Europea, in cui precedentemente gli stessi avevano ormai raggiunto una quota del 64% della stessa, e dal quale anche il Regno Unito è stato, per ora, escluso.

“Dobbiamo comprare di più europeo. Perché ciò significa rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea”, ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Peccato, però, che nel tentativo di rafforzare i legami con gli alleati, Bruxelles abbia coinvolto paesi come la Corea del Sud e il Giappone e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA) nel suo programma che potrebbe arrivare a una spesa di 800 miliardi di euro per la difesa.

Fino ad ora, circa due terzi degli ordini di approvvigionamento dell’UE sono andati a industrie belliche statunitensi, ma il cambiamento radicale dell’ordine internazionale indotto dalle scelte di Trump e dal suo nuovo rapporto “privilegiato” con la Russia di Putin ha fatto dire a Kaja Kallas, il massimo rappresentante diplomatico dell’UE, che «Non lo stiamo facendo per andare in guerra, ma per prepararci al peggio e difendere la pace in Europa»

La proposta più concreta è l’impegno della Commissione a prestare fino a 150 miliardi di euro ai paesi membri da spendere per la difesa nell’ambito del cosiddetto strumento SAFE.
Mentre i prestiti saranno disponibili solo per i paesi dell’UE, anche gli stati amici al di fuori del blocco potrebbero prendere parte all’acquisto congiunto di armi.
L’aggiudicazione congiunta nell’ambito della proposta SAFE è aperta all’Ucraina; Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein dell’EFTA; nonché “i paesi in via di adesione, i paesi candidati e potenziali candidati, nonché i paesi terzi con i quali l’Unione [europea] ha concluso un partenariato per la sicurezza e la difesa”.
Alla fine di gennaio, l’UE aveva sei partenariati di difesa e sicurezza con Norvegia, Moldavia, Corea del Sud, Giappone, Albania e Macedonia del Nord. Anche la Turchia e la Serbia, in qualità di paesi candidati all’adesione all’UE, potrebbero potenzialmente aderire.
Ciò lascia fuori gli Stati Uniti e il Regno Unito, anche se lo status della Gran Bretagna potrebbe cambiare […] Il Canada ha anche chiarito di volere relazioni di sicurezza più strette con l’UE. Mercoledì la Commissione ha anche proposto una maggiore cooperazione in materia di difesa con Australia, Nuova Zelanda e India. «Ci sono molte richieste in tutto il mondo di cooperare con noi», ha detto un alto funzionario dell’UE5.

Un invito ad un banchetto finanziario che nasconde come a tale punto di crisi e necessità di riconversione bellica si sia giunti dopo tre anni di conflitto in Ucraina che hanno visto i paladini della democrazia, del liberalismo e dell’antiautoritarismo europeo sposare la causa della guerra e, soprattutto, delle sanzioni alla Russia di Putin senza mai chiedersi quanto tutto questo potesse gravare, così come è stato, sull’economia e le società del continente. Il dato di fatto è talmente visibile da non meritare certo altre contorte considerazioni, se non la sottolineatura del fatto che quegli stessi stati democratici hanno saputo, e tutt’ora sanno, soltanto dichiarare che per ottenere la pace non serve la diplomazia, ma soltanto preparare la guerra.

In un’autentica orgia di dichiarazioni belliciste una gran parte degli imprenditori europei, e non solo, ha fiutato l’odore dei soldi e del sangue, mentre, senza alcuna vergogna, i governanti si son precipitati a dichiarare l’inevitabilità della guerra, compresa quella nucleare. “La Polonia deve perseguire le capacità più avanzate, comprese le armi nucleari e le moderne armi non convenzionali. Questa è una gara seria – una gara per la sicurezza, non per la guerra” ha dichiarato il primo ministro polacco Donald Tusk al parlamento di Varsavia all’inizio di questo mese6.

Anche se il dibattito sull’ombrello nucleare europeo ha contribuito a mettere in risalto la differenza di interessi tra Macron, Starmer e dell’avatar di Olaf Scholz che già governa la Germania pur non avendo ancora messo in piedi un vero governo, Friedrich Merz. Oltre che le stesse difficoltà insite nel programma di allargamento del programma nucleare militare ad altri paesi europei, mentre «l’obiettivo di Parigi potrebbe essere quello di scaricare le spese per l’ombrello nucleare sui Partner comunitari, liberando risorse per le spese nazionali […] Parlare poi di buy European in assenza di una politica sulle materie prime fa semplicemente sorridere. Secondo le stime di JP Morgan, il consumo europeo di acciaio derivante dal solo piano di riarmo tedesco registrerà un balzo annuo dell’8-12%, oltre le 10mila tonnellate; ma forse non tutti sanno che oggi in Europa esiste un solo produttore certificato di acciai balistici, il che pone un problema serio di dipendenza. La guerra del rame in corso tra Washington e Pechino potrebbe inoltre creare forti carenze nel mercato dell’ottone, ostacolando i piani di produzione (e di ripristino delle scorte) di munizionamento»7.

Secondo Fabian Rene Hoffmann, ricercatore presso l’Oslo Nuclear Project, anche se una delle potenze europee della Nato fosse intenzionata a sviluppare armi nucleari proprie, anziché semplicemente ospitarle, si troverebbe a partire da zero.
“Il problema principale che i Paesi europei si trovano ad affrontare è che non dispongono di infrastrutture nucleari civili per avviare un programma di armi nucleari o, se dispongono di infrastrutture nucleari civili, che sono altamente ‘resistenti alla proliferazione'”, ha dichiarato a Euronews.
“Per esempio, Finlandia e Svezia hanno solo reattori ad acqua leggera, che non sono adatti alla produzione di plutonio per armi. Inoltre, nessuno di questi Paesi ha impianti di ritrattamento chimico, necessari per separare gli isotopi ricercati da quelli indesiderati nella produzione di materiale fissile”, ha poi spiegato l’esperto.
“Quindi, anche se volessero lanciare un programma nucleare, non potrebbero farlo con le infrastrutture esistenti, almeno nel breve periodo. Questo è il caso di tutti gli Stati europei non dotati di armi nucleari con un programma nucleare civile in questo momento”. Hoffman ha riconosciuto una discutibile eccezione: la Germania.
“Sebbene non disponga più di un’infrastruttura nucleare civile significativa, ha una grande scorta di uranio altamente arricchito per scopi di ricerca”, ha spiegato. “In teoria, queste scorte potrebbero essere riutilizzate per creare materiale fissile per le armi”.
“Ma anche in questo caso sarebbe sufficiente solo per circa 5-15 testate nucleari, quindi non sarebbe sufficiente per dispiegare quello che chiamiamo un deterrente nucleare “robusto””, ha poi detto Hoffman8.

In un contesto in cui anche il concetto di “volenterosi” inventato dal premier inglese si fa di giorno in giorno più ambiguo. Considerata anche la diffusione da parte della testata tedesca «Welt am Sonntag» di una fake news sull’offerta cinese di invio di truppe in Ucraina per garantire la pace, smentita dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun9.

Naturalmente mentre l’italietta meloniana, ancor più inconsistente della falange comune europea, si adegua al motto secolare: «Franza, America o Alemagna pur che se magna». Travestendo il tutto da raffinata tattica politica e diplomatica, con l’Italia ponte tra Europa, America e Nato, oppure cercando di nascondere l’autentico gioco delle tre carte portato avanti dal ministro dell’economia Giorgetti rispetto al debito italiano e possibilità di investimenti privati nel settore della difesa. Sì, se non ci fosse di mezzo il pericolo, ormai quasi certo, del deflagrare di un nuovo macello imperialista mondiale, ci sarebbe soltanto da ridere.

La risvegliata, ma tutt’ora esanime armata Brancaleobe europea deve, però, fare i conti con un altro problema, rappresentato proprio dalle società che si intendono governare e trascinare nei conflitti a venire e si parla qui di conflitti e non di conflitto poiché, come già sottolineava Trockji nei suoi scritti sulla guerra oppure in altri scritti comparsi anche qui su Carmilla, una volta che la guerra è nell’aria l’unica cosa sicura è che ci sarà, ma su quali saranno alla fine i veri contendenti o i fattori scatenanti sarà solo il disordinato e caotico divenire degli eventi a dirlo.

Infatti, per tornare a quanto si diceva della società europee, è proprio la ritrosia che si manifesta in gran parte dei cittadini delle stesse ad impugnare le armi per cause non meglio definite, ma sicuramente contrarie agli interessi vitali ed economici degli stessi, a sabotare quello che i maggiorenti delle istituzioni europee vorrebbero vendere come unico percorso possibile per uscire dalla crisi dell’Occidente e dei suoi “valori”, oltre che da quella economica e di rappresentanza politica e diplomatica.

Un recente sondaggio dell’istituto Gallup ha infatti rivelato che, a partire dalla Polonia, dove la percentuale di coloro favorevoli alla difesa in divisa della propria nazione, nonostante i propositi sempre bellicosi di Tusk, è del 45 per cento, la medesima percentuale scende rapidamente negli stati i cui governanti con tanta facilità sembrano volersi impegnare in un conflitto. In Germania con il 23 per cento, mentre in Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. Risale in Francia e Spagna con un 29 per cento e in Austria il 20 per cento e ancora in Gran Bretagna con il 33 per cento. Ultima viene l’Italia con il 14 per cento. Considerati anche gli stati “più combattivi” (Finlandia 74%, Grecia 54 % e Ucraina 62%) si giunge ad una media europea del 34% ben distante da una entusiastica risposta ad una mobilitazione generale10.

Occorre poi ancora sottolineare come il dato ucraino sia poco affidabile, considerata la diffusa resistenza alla leva manifestatasi negli ultimi anni e nell’ultimo periodo che ha visto almeno un milione di uomini di età arruolabile lasciare clandestinamente il paese, mentre numerosi soldati, circa 1.700, dei 5.800 inviati in Francia per essere addestrati hanno preferito disertare una volta giunti lì. Esattamente come hanno fatto, fino ad ora, almeno 100.000 soldati ucraini incriminati per diserzione11. Cui bisogna ancora aggiungere il provvedimento di Zelensky per impedire a giornalisti e artisti di abbandonare l’Ucraina con permessi speciali di cui facevano buon uso non ritornando in patria e la sempre più forte resistenza all’arruolamento forzato dei giovani che ha visto assalti agli uffici di arruolamento e, in alcuni casi, l’omicidio degli ufficiali incaricati dell’arruolamento da parte di parenti dei giovani cercati per essere inviati al fronte12.

In Germania, dove il progetto di riarmo sembra voler riportare la nazione mitteleuropea ai suoi nefasti splendori militareschi del Primo e Secondo macello imperialista, la resistenza della cosiddetta “Gen Z”, i nati dopo il 1997 che oggi sarebbero i primi reclutati dalla leva, è evidentissima. Lo dimostrano i dati degli obiettori di coscienza (coloro che dopo essersi arruolati hanno poi lasciato le forze armate) che sono aumentati del 500% nel 2023 dopo lo scoppio del conflitto ucraino. Nel dettaglio 1 su 4 dei 18.810 uomini e donne che si erano arruolati nel 2023 hanno lasciato le forze armate entro 6 mesi. Dati guardati con preoccupazione da parte del ministero della Difesa in un momento in cui la Germania punta sempre di più sul rafforzamento della difesa nazionale e che potrebbe prevedere una leva obbligatoria sia per gli uomini che per le donne.

Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Germania ha avviato uno sforzo di riarmo su vasta scala. L’esercito tedesco può contare su 181mila soldati, con un’età media di 34 anni (Più dell’Italia che conta 161mila effettivi, mentre la Francia ne ha circa 260mila). Tuttavia un ultimo rapporto ufficiale evidenzia alcune criticità, il 28% delle posizioni nei ranghi più bassi non sono coperte e mancano il 20% degli ufficiali che sarebbero necessari. A questo si aggiungono gli alti numeri delle defezioni del 2023 (il 25% dei neo-assunti). Anche per far fronte a questi problemi in parlamento si è tornato a discutere di leva obbligatoria. La proposta è arrivata dal parlamentare Florian Hahn che ha dichiarato alla Bild che “Già da quest’anno i primi soldati di leva devono entrare nelle caserme”. Ricordando che il mondo è diventato più insicuro e la Germania «ha bisogno di un deterrente credibile dato proprio dalla capacità di aumentare gli effettivi. Obiettivo che può essere raggiunto anche attraverso cittadini in uniforme siano essi volontari o di leva». In Germania il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 2011. Era stato istituito nel 1956. Tuttavia né la minaccia russa né il crescente clima di tensione internazionale sembrano motivare i giovani tedeschi ad arruolarsi, tanto che, come riporta il Financial Times in un reportage l’esercito ha “Sempre più difficoltà a trovare giovani della Gen Z pronti per la guerra”. «Meglio sotto occupazione che morto», la frase pronunciata da Ole Nymoen, giornalista freelance ventisettenne tedesco, sta facendo discutere la Germania insieme al suo libro dall’eloquente titolo “Perché non combatterei mai per il mio paese”. Il saggio è uscito questa settimana e analizza il punto di vista di molti ragazzi: «La nazione si trasfigura in una grande comunità solidale, che tutti devono servire con gioia. E questo dopo decenni di desolidarizzazione, durante i quali i politici neoliberisti hanno dichiarato che l’impoverimento di ampie fasce della popolazione era l’unica opzione»13.

E adesso, proprio mentre l’America di Trump dimostra, con la sua politica che cerca di ristabilire una equilibrata ripartizione del mondo oggi con la Russia di Putin, ma in un ancora incerto futuro, forse, anche con la stessa Cina, di essere giunta a un punto di non ritorno della sua pretesa egemonia mondiale e i governi europei sbandano dandosi come unico “obiettivo” comune quello di entrare in un’economia di guerra, si riattivano anche i corifei dei diritti umani, delle liberà, delle democrazie solo e sempre parlamentari e dell’antifascismo europeista tornano a dimostrare l’esattezza dell’assunto di Amadeo Bordiga secondo il quale: Il peggior prodotto del fascismo è l’antifascismo. Un’affermazione che va però inserita in una più ampia riflessione sulle caratteristiche del fascismo che vale la pena qui di riportare:

Il fascismo venne da noi considerato come soltanto una delle forme nelle quali lo Stato capitalistico borghese attua il suo dominio, alternandolo, secondo le convenienze delle classi dominanti, con la forma della democrazia liberale, ossia con le forme parlamentari, anche più idonee in date situazioni storiche ad investirsi degli interessi dei ceti privilegiati. L’adozione della maniera forte e degli eccessi polizieschi e repressivi, ha offerto proprio in Italia eloquenti esempi: gli episodi legati ai nomi di Crispi, di Pelloux, e tanti altri in cui convenne allo Stato borghese calpestare i vantati diritti statutari alla libertà di propaganda e di organizzazione. I precedenti storici, anche sanguinari, di questo metodo sopraffattore delle classi inferiori, provano dunque che la ricetta non fu inventata e lanciata dai fascisti o dal loro capo, Mussolini, ma era ben più antica.[…] Divergendo dalle teorie elaborate da Gramsci e dai centristi del Partito italiano, noi contestammo che il fascismo potesse spiegarsi come una contesa tra la borghesia agraria, terriera e redditiera dei possessi immobiliari, contro la più moderna borghesia industriale e commerciale. Indubbiamente, la borghesia agraria si può considerare legata a movimenti italiani di destra, come lo erano i cattolici o clerico-moderati, mentre la borghesia industriale si può considerare più prossima ai partiti della sinistra politica che si era usi chiamare laica. Il movimento fascista non era certo orientato contro uno di quei due poli, ma si prefiggeva d’impedire la riscossa del proletariato rivoluzionario lottando per la conservazione di tutte le forme sociali dell’economia privata. Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che dal fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici14.

Ecco allora arrivare oggi alle nostre orecchie lo schiamazzo osceno di chi, non sapendo in quale altro modo chiamare i giovani e le società intere al massacro bellico, non può far altro che riscoprire un antiamericanismo di maniera, patriottico e nazionalista, oppure il richiamo all’antiautoritarismo liberale in difesa della democrazia offesa dall’autocrate Putin, con manifestazioni di piazza e chiamate alle armi velenose e subdole. Degne sì di essere chiamate fasciste e contrarie a qualsiasi altro interesse di classe e della specie, visto che le posizioni espresse dalla Schlein su difesa europea e debito comune sono molto simili a quelle espresse dalla Meloni e dal suo governo. Oppure, come hanno fatto i verdi tedeschi, si ammanta l’approvazione dello sforzo bellico con la necessità di una “transizione ecologica” o ancora, com’è successo l’estate scorsa in Francia, con il voto della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ai candidati di Macron, il principe dei guerrafondai europei tenuto a freno solo dalle considerazioni di carattere economico della Banca di Francia, per opporsi a Marine Le Pen.

Mobilitazioni di carattere principalmente ideologico cui, però, fa da corollario il piano della commissione europea che, mescolando tra di loro i pericoli rappresentati da guerre, pandemie e disastri ambientali affiancati alle politiche securitarie portate avanti da tutti i governi nel corso degli ultimi decenni, è stato presentato in bozza a Bruxelles per una “Strategia di preparazione dell’Unione” o di “Vigilanza” che formula la necessità per le famiglie di accumulare scorte di medicine, batterie e cibo per resistere 72 ore in caso di guerra e per le scuole e gli insegnanti di preparare gli allievi ai “pericoli” della guerra, non certo in chiave antimilitarista (qui e qui).


  1. Il Destino manifesto è un’espressione che indica la convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia. La frase “destino manifesto” venne all’inizio usata principalmente dai sostenitori della democrazia jacksoniana negli anni 1840, per promuovere l’annessione di buona parte di quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America occidentali (il Territorio dell’Oregon, l’Annessione texana e la Cessione messicana) a partire dalla presidenza di James Knox Polk. Il termine venne riesumato negli anni 1890, questa volta dai sostenitori repubblicani, come giustificazione teorica per l’espansione statunitense al di fuori del Nord America e alcuni commentatori ritengono che questi aspetti del destino manifesto, in particolare il credo in una “missione” statunitense per promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo, abbia continuato a lungo a influenzare la politica statunitense e la sua narrazione, in patria e fuori.  

  2. K. Moual, Hey, amici, come ci si sente con la Ue trattata come uno staterello africano?, Huffington Post, 20 Febbraio 2025.  

  3. E. Franceschini, “Putin super intelligente, Ucraina falso Paese”. L’assurda intervista di Witkoff, inviato di Trump, «la Repubblica», 24 marzo 2025.  

  4. JD. Vance: «Penso che stiamo commettendo un errore: solo il 3% del commercio Usa passa dal Canale di Suez, contro il 40% di quello europeo. C’è il rischio reale che il (nostro) pubblico non capisca perché questa azione sia necessaria […] Se ritenete che dovremmo comunque farlo, allora andiamo. Però detesto l’idea di salvare gli europei ancora una volta».
    P. Hegseth: «Condivido in pieno la tua critica degli approfittatori europei. E’ patetico.» in R. Fabbri, Vance-Hegseth e l’odio per l’Ue. La chat segreta, «Il Giornale», 25 marzo 2025.

     

  5. Si veda: G. Sorgi, J. Barigazzi e G. Faggionato, EU slams the door on US in colossal defense plan, «Politico» 19 marzo 2025.  

  6. A. Naughtie, Un altro Paese europeo potrebbe sviluppare le proprie armi nucleari?, «Euronews», 23 marzo 2025.  

  7. G. Torlizzi, Armi, il piano di Parigi per escludere l’Italia, «Il Giornale», 26 marzo 2025.  

  8. A. Naughtie, art. cit.  

  9. Cfr: Cina: “Le nostre truppe di peacekeeping in Ucraina? Fake news”, «la Repubblica», 24 marzo 2025. 

  10. Per tutto quanto riguarda i risultati del sondaggio dell’istituto Gallup, si vedano: Se scoppiasse una guerra, combatteresti? Cosa farebbero gli italiani, Adnkronos, 18 marzo 2025 e E. Pitzianti, Combatteresti per il tuo Paese? Ecco la risposta degli italiani, Esquire Italia, 7 marzo 2025.  

  11. Si vedano: F. Kunkle, S. Korolchuk, Ukraine cracks down on draft-dodging as it struggles to find troops, «The Washington Post», 8 dicembre 2024; A. D’Amato, I soldati ucraini che hanno disertato in Francia: «Erano nelle caserme, avevano diritto di uscire», «Open.online», 7 gennaio 2025; Ucraina diserzioni, 19mila soldati hanno già abbandonato. Kiev depenalizza il reato per chi lascia la prima volta: l’altro fronte odioso della guerra, «Il Messaggero», 8 settembre 2024; D. Bellamy, Decine di migliaia di soldati hanno disertato dall’esercito ucraino, «Euronews», 30 novembre 2024.  

  12. N. Scavo, Agguati contro i reclutatori. Kiev teme la rivolta interna, «Avvenire», 4 marzo 2025.  

  13. Leva obbligatoria, la Germania vuole reintrodurla ma la Gen Z si rifiuta: «Meglio sotto occupazione che morto», «Il Messaggero», 18 marzo 2025.  

  14. Edek Osser, Un’intervista a Amadeo Bordiga, giugno 1970 (qui)  

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