di Franco Pezzini
Giovanni Arpino, Un’anima persa, prefaz. di Bruno Quaranta, pp. 144, € 18, Cliquot, Roma 2024.
“Ho sempre avuto paura, ma oggi è ancora diverso, oggi appena sveglio sento già tra le costole un trasalimento angoscioso, che batte, fa male, che non riesco a soffocare con le sole forze della ragione […] Gli avvenimenti di queste prime ventiquattr’ore in città mi si stringono intorno come la gola di un profondissimo pozzo”.
Più che “Un giallo estremamente romanzesco” come definito da Guido Piovene che lo celebrò, Un’anima persa di Giovanni Arpino (1927-1987) è essenzialmente un romanzo gotico – come del resto riconosciuto da Fabio Camilletti e altri cultori del genere. Gotico nelle dinamiche – un protagonista orfano e smarrito come certe titubanti madamigelle radcliffiane, una magione misteriosa dal sentor di castello con misteriosi scricchiolii notturni, uno zio finto-buono detentore di loschi segreti e manipolatore patologico (un po’ alla Silas), una zia di conclamata ingenuità, la sua matura domestica “storta e minuta” che borbottando offre imbeccate al protagonista, un pazzo recluso in una stanza a imitare un serpente con lingua dardeggiante, il tema del malato che succhia il sangue dei vivi, uno spioncino per occhieggiare come voyeur, un gioco torbido di doppi, un’identità nascosta, un rondò straniante tra bene e male, una donna di vita legata come in un dungeon, figure umbratili che si consumano nottetempo nella dispersione del gioco d’azzardo… e una conclusione raggelante –, il romanzo è però anche gotico nell’ambiguità d’ambiente.
Il romanzo esce per Mondadori nel 1966. Una decina d’anni dopo, Dino Risi ne trae un film (1977), lo dota di interpreti straordinari (Gassman, Deneuve) ma sposta la vicenda a Venezia, tradendo uno dei connotati di base, una sorta di meta-personaggio retrostante la vicenda: la Torino appiccicosa e avvizzita del caldo di luglio dei primi anni sessanta in cui il narrante diciassettenne Tino, orfano e reduce dal collegio, giunge per gli esami di maturità classica nella palazzina signorile oltre Po degli abbienti zii Calandra. Si attende con ebbrezza la città vitalistica del boom e di Italia ’61, delle fabbriche e delle automobili – e tra zabaglioni, caffè ben zuccherati e calmanti (l’ormai obsoleta simpamina) si trova invece in uno spazio appartato, impenetrabile e onirico più simile alle dimore dei quadri di Italo Cremona e del gruppo Surfanta. Un finto, lieto candore regna nella casa asfittica, claustrofobica e omertosa dove la zia Galla si sdilinquisce per il coniuge ingegnere tanto buono: mostruosamente, morbosamente buono nell’accudire da solo il fratello “professore” impazzito in Africa e recluso come la Bertha Mason di Jane Eyre… procurandogli periodicamente persino una prostituta per offrirgli qualche soddisfazione fisica, nella comprensione aureolante e nelle ampie vedute da modernità subalpina della devota (e ricca) moglie. La casa – un dedalo di stanze aperte o chiuse, di corridoi, di passaggi dalle scale per occhieggiare – e la città rappresentano forse gli oggetti più geniali di questo romanzo, a trapiantare l’intera vicenda nell’onirico e le sensazioni di Tino in una risacca di emozioni insieme collose e inquietanti. “Tutto s’è consumato in questa notte, dal momento in cui il Duca e il cameriere Luigi hanno ricondotto di peso a casa l’ingegner Calandra, o forse soltanto il suo spettro”.
Attraverso una straniata catabasi in un mondo di perplessa fascinazione, dove le pellicole demenziali girate dal Professore rilasciano un sapore diffuso di non-senso e di spettacolo del farlocco, tutto precipita verso una conclusione dove il sordido e il degradato prevalgono persino sul tema in sé della follia. Sordido e degradato velati dalla quinta rispettabile di un decoro molto piemontese: e Tino vi troverà la sua traumatica iniziazione alla realtà – un esame di maturità per lui ben più crudo di quello consumato in sottotono nelle aule scolastiche. Una discesa agli inferi che tuttavia sembrerà lasciarlo prostrato: la storia di formazione si conclude in sostanza con un fallimento – a meno che non si consideri successo una traumatica iniziazione al dubbio degli adulti. Fallimento individuale, del resto, nel caso di Tino ma collettivo nell’affresco della canonizzata borghesia dell’ossequiato Ingegnere – di nome oltretutto Serafino, come esponente d’una gerarchia angelica – nella capitale della Fiat.
Forte di una scrittura straordinaria – dove tutto si regge grazie a un equilibrio stilistico scintillante, una scelta affilata del lessico, e una costruzione maliziosamente brillante del tragicomico, Un’anima persa finisce con l’offrire un quadro disperato che non si esaurisce nel follia ombelicocentrica del singolo ma in silenzi, maschere e derive interpella crudelmente la facciata di un intero mondo. Lorenzo Mondo scrisse che Un’anima persa era il romanzo più torinese tra quelli pubblicati fino a quel momento da Giovanni Arpino: dove l’ex capitale Torino mostra un suo volto misterioso e nero – gotico, appunto – non di satanismi d’accatto ma di ambiguità e finzioni d’un intero assetto sociale.