Emilio Quadrelli, Cronache marsigliesi. Scorci di guerra civile in Francia, con una prefazione di Sandro Moiso e una postfazione di Atanasio Bugliari Goggio, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 128, 14 euro
[Tra il 2 aprile e il 13 luglio 2023 Emilio Quadrelli ha pubblicato su Carmillaonline otto articoli riguardanti l’azione di classe e la sua possibile organizzazione a partire da un osservatorio privilegiato, Marsiglia, città alla quale il comunista e ricercatore genovese era molto legato proprio per la chiarezza delle contraddizioni e delle forme che esse assumevano nella stessa. Ora MachinaLibro li ha raccolti in un unico volume in cui è possibile leggerli tutti insieme, motivo per cui si è scelto di pubblicare qui un estratto dall’efficace postfazione di Atanasio Bugliato Goggio, già autore di La Santa Canaglia. Etnografia di militanti politici di banlieue (2023) e Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi (2022). S. M.]
Tutta la produzione di Emilio sulle banlieue è stata contraddistinta dall’urgente necessità di andare tra gli strati più profondi della popolazione per ascoltare ciò che da lì proviene, mettendo in luce le ricadute sulla composizione di classe di ogni trasformazione delle relazioni industriali. Le sue ricerche sono state guidate dall’idea-forza della centralità operaia, intesa come volontà di partire dalla composizione di classe quale prodotto delle trasformazioni economiche e sociali intervenute dentro il modo di produzione capitalista. Nella caparbia e costante ricerca della classe operaia in divenire, del soggetto rivoluzionario, Emilio ha sentito l’esigenza di affrancarsi da tutte quelle teorizzazioni sociologiche e politiche che hanno messo al centro del discorso la questione della «razza». Una presa di posizione netta, uno dei motivi principali della nostra attrazione giovanile per i suoi scritti. Occorre tuttavia precisare come Emilio si sia scagliato contro ogni teoria che tendeva a espungere la lotta di classe e la dialettica marxista dalle interpretazioni dei nostri mondi, senza per questo erodere centralità ai processi di «razzializzazione» in corso nelle società occidentali. Anzi, prendendo a prestito il Fanon de I dannati della terra, le teorizzazioni del Black Panther e più in generale del «Potere nero», è stato capace di restituire al meglio le connessioni e relazioni tra classe e razza nel determinare i nostri mondi. Rimandando in tal senso alla lettura dell’intera opera di Emilio sulle banlieue, ci permettiamo solamente di sottolineare come a suo parere la questione della linea del colore variasse in primo luogo in base alla postazione sociale e politica a cui si è ascritti: il razzismo è sempre conseguenza dello sfruttamento economico, mai sua causa. Da questa prospettiva, che lega il discorso delle minoranze escluse a quello della classe, affiora evidente come la razza non rappresenti affatto la categoria che determina l’organizzazione sociale e i rapporti sociali, come vorrebbero farci credere le accademie inglesi e indiane che tralasciano volutamente la questione della classe. Citando Fanon, si può asserire che il popolo scopre «che il fenomeno iniquo dello sfruttamento può assumere parvenza nera o araba». Razza e classe interagiscono continuamente, poiché «In colonia, l’infrastruttura economica è pure una sovrastruttura. La causa è conseguenza: si è ricchi perché si è bianchi, si è bianchi perché si è ricchi». Il razzismo è prima di tutto funzione delle realtà economiche e sociali.
A parere di Emilio in Occidente assistiamo a un modello di governo e dominio dei subalterni mutuato per intero, o almeno in gran parte, da quello coloniale: non esiste più un «dentro» e un «fuori» poiché nell’era globale il capitalismo ha modellato il mondo anche estendendo l’insieme di pratiche di disciplinamento e dominio che nell’era precedente rimanevano rigidamente separate da precise linee di confine. Le metropoli imperialiste assumono dunque sempre più i tratti della «città coloniale» e ciò ha a che vedere con la volontà di abbassare le condizioni salariali e di vita delle masse lavoratrici «autoctone». In tal senso, Emilio coglie due passaggi fondamentali: il dilatarsi dell’esclusione sociale, che oggi non si limita alle classiche sacche di marginalità ma si estende a corpose quote di forza lavoro; la fine del rapporto di reciprocità tra borghesia e proletariato che aveva caratterizzato un intero ciclo storico. In un contesto di questo tipo, «Gli immigrati […] sono l’avanguardia, sotto il profilo politico e sociale, dell’attuale modello politico, economico e sociale capitalistico […] la concretizzazione della figura proletaria prodotta dal punto più alto dello sviluppo capitalista».
Emilio ha attraversato il lato cattivo della storia per tutta la sua parabola esistenziale, relazionandosi senza sosta con il proletariato metropolitano – di cui era uno dei frutti intonsi – e facendo i conti con le sue trasformazioni. Non mi riferisco tanto alla militanza negli anni Settanta e al carcere, bensì alla sua biografia successiva, a una esistenza proletaria spesa costantemente tra lavori precari e malpagati e l’attività in una palestra popolare a Genova, a stretto contatto, sul piano politico ed economico, con la sua classe. Emilio ha avuto il privilegio di osservare la composizione di classe da una collocazione privilegiata perché a quella classe è appartenuto. Fino all’ultimo istante.
«Dal Partito di Mirafiori al Partito della banlieue» costituisce probabilmente il manifesto politico dell’ultima fase intellettuale e politica di Emilio, oltre che sintesi di tutta la sua parabola politica, lasciandoci in eredità una Weltanschauung in grado di incarnare i bisogni, i desideri e le aspirazioni dei dannati della metropoli, a patto di calarsi negli inferi della produzione per cogliere il punto di vista concreto della classe. Si tratta, per riprendere Benjamin, dell’attualità di una memoria che guarda al presente con le spalle al futuro. Sorretto dall’esperienza politica giovanile, dall’appartenenza alla classe operaia, dalla sua straordinaria cultura, da un metodo di ricerca sul campo sperimentato senza sosta per tutta una vita, da una biografia che si può sintetizzare nei termini di «un operaio in rivolta capace di rifletterci sopra, più che un ‘operaista’ pronto a cantarla», è stato in grado di consegnarci spunti essenziali per affrontare il presente di pauperizzazione e guerra imperialista e per provare a delineare i contorni di una ricomposizione di classe in grado di mettere i bastoni tra le ruote al comando capitalista. È questo forse il merito maggiore delle sue ricerche sulle banlieue. Del resto, amava rimarcare come il marxismo sia un metodo, non una verità assoluta e rivelata.
Emilio non temeva la morte, la sua premura […] riguardava piuttosto il bisogno di rassicurazioni
sull’impronta lasciata su questa terra. Non temere, Emilio, come sai bene, resterai senza sosta al fianco di ogni persona oppressa impegnata a costruire il movimento che abolisce lo stato di cose esistente. La tua essenza è irrinunciabile, poiché il tuo compito resterà per sempre quello di bussola della lotta di classe. Ci hai insegnato che la rivoluzione è figlia non solo delle tendenze oggettive del capitale ma soprattutto del conflitto di classe.
E al conflitto di classe occorre tornare, con urgenza, recuperando il tempo perduto, poiché all’ordine del giorno si pone «la messa a punto di una teoria e di una prassi in grado di unificare dentro il progetto di un’idea-forza le lotte e le resistenze che le soggettività di classe continuano a esprimere. A conti fatti a mancare è Lenin, non Kamo, è l’altro bolscevismo non la lotta di classe».
Spesso mi soffermo a immaginare le parole che avrebbe usato Emilio e quanta luce ci sarebbe stata nei suoi occhi nel descrivere i fuochi che si sono accesi nella banlieue milanese dopo l’esecuzione di Ramy per mano dei servi del padrone. Ma questa è un’altra storia, la cui evoluzione racconteremo presto collettivamente, con Emilio al nostro fianco1.
A. Bugliari Goggia, Dagli inferi di Manchester agli inferi della banlieue: lo spettro della centralità operaia, Postfazione a E. Quadrelli, Cronache marsigliesi. Scorci di guerra civile in Francia, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 124-127. ↩