di Nico Maccentelli

Il cambio dei ceti dirigenti negli USA e l’avvento Trump, ha comportato un mutamento totale di strategia politica imperiale davanti al sopravanzare del multipolarismo, la crisi del dollaro e l’accelerazione di processi decolonizzazione come nel Sahel e la lunga guerra di logoramento tra imperialismo e bolivarismo i America Latina.

Se prima la Russia era stata considerata il demone da abbattere nella narrazione del giardino occidentale delle democrazie liberali di borelliana espressione, e gli USA e i suoi vassalli erano al totale assalto della Federazione Russa sin dal golpe nazista di Euromaidan per smembrarla e accedere alle ingenti risorse interne, ora il trumpismo spera e pensa di contrastare il declino dell’impero americano e dell’egemonia della sua moneta tornando a una sorta di bipolarismo come ai tempi dell’URSS, nel tentativo di spezzare l’alleanza cino-russa, spegnendo il fronte est europeo per rivolgersi all’Indocina e all’Estremo Oriente, con la possibile escalation della crisi taiwanese.

Del resto il secondo nemico, i vassalli, su cui affermare l’egemonia è già stato sconfitto insieme all’Ucraina nella guerra con la Russia, che ha avuto un non meno importante risvolto interno: spezzare il legame con la Russia da parte della Germania, della locomotiva industriale europea. Cosa riuscita anche con mezzi terroristici e avvertimenti mafiosi come l’attentato al Nord Stream. Ma la sconfitta è a questo punto qualcosa di letale per la sopravvivenza dell’euroatlantismo e dell’Unione Europea stessa.

L’analisi sulla guerra in Europa, i rapporti di forza con la Russia, le contraddizioni interne al campo imperialista atlantista, il declino del progetto europeo in crisi irreversibile con questa guerra e con le accelerazioni di una crisi sociale e politica dovute all’economia di guerra: il viaggio neoliberista finale di un TINA che oggi risuona come campane a morto per l’UE stessa.
Quasi tutto questo è bene espresso dalle parole di Alessandro Orsini:

«Accusare Putin per aver invaso l’Ucraina? Nel 2023, lo stesso Stoltenberg si vantò aver respinto tutte le richieste di dialogo, da parte dei russi, che volevano evitare di ricorrere alla soluzione militare. Se oggi Trump maltratta Zelensky, lo fa per nascondere la catastrofica sconfitta dell’Occidente, che si illudeva di poter piegare la Russia. Molti poi pensano che risalga al 2008 il tentativo di associare l’Ucraina alla Nato, ma non è vero: fu Bill Clinton, addirittura nel lontano 1994, ad approvare il progetto. Oggi, poi, qualunque autorità morale dell’Occidente è stata completamente distrutta dal genocidio a Gaza».

«Viviamo in un tempo in cui, dopo quello che abbiamo fatto a Gaza, nessuno può più raccontare a se stesso la storia secondo cui la civiltà occidentale è giuridicamente superiore alla Russia, alla Cina, alla Corea del Nord. Questo è un lusso che nessuno di noi può più permettersi. Negli ultimi 30 anni le democrazie occidentali hanno violato il diritto internazionale e i diritti umani molto più di qualunque dittatura. E questo emerge in maniera nitida dalla documentazione storica: negli ultimi tre decenni, nessuno ha fatto tante guerre illegali come la Nato».

«Nel 1999 la Nato ha condotto una guerra in violazione del diritto internazionale contro la Serbia. Poi nel 2011 ha bombardato Gheddafi per il suo rovesciamento in combutta con i ribelli libici (altra guerra in violazione del diritto internazionale). Per non parlare, appunto, di quello che abbiamo fatto e che ancora stiamo facendo a Gaza, dove si parla addirittura di deportare la popolazione palestinese superstite. La guerra in Ucraina, inoltre, ha causato la morte politica dell’Unione Europea. Putin ha semplicemente ucciso, politicamente, l’Unione Europea».

In politica internazionale, le guerre svolgono la stessa funzione che la ricerca svolge nella scienza: servono a confermare le ipotesi. Durante le guerre, le classi dirigenti fanno delle ipotesi sulla forza dei nemici. Quando è scoppiata questa guerra, l’Unione Europea ipotizzava che la Russia fosse debolissima e che l’Europa fosse fortissima. Invece la guerra ha disvelato i rapporti di forza: la Russia è fortissima e l’Europa è debolissima. Se vuole, la Russia può schiacciare l’Europa con un pugno».

«Mark Rutte, il nuovo segretario generale della Nato, qualche settimana fa ha dichiarato che, dal punto di vista militare, quello che la Russia produce in tre mesi la Nato lo produce in un anno intero, da Los Angeles ad Ankara. Cioè: Rutte ci sta dicendo che 32 paesi della Nato, Stati Uniti inclusi, a livello di armamenti producono infinitamente meno della Russia. Gli Usa e l’Europa, insieme, riescono a produrre 1,2 milioni di proiettili per l’artiglieria pesante, mentre in un anno la Russia ne produce 3 milioni».

«Com’è possibile che l’Europa possa continuare la guerra da sola? E come potrebbe aiutare l’Ucraina a battere Putin? Quello era il vero obiettivo di Biden, deporre Putin, ed è fallito. L’Unione Europea ha investito esclusivamente nella guerra. La posizione ufficiale dei leader europei (Draghi, la stessa Meloni, Macron e Scholz, fin che c’è stato) era l’impegno per la sconfitta della Russia, il ritiro senza condizioni delle truppe russe. Quindi l’Unione Europea ha basato tutta la sua politica sulla forza, esecrando la diplomazia. E siccome la forza non ce l’ha, ha perso la politica».

«Io non credo che l’Unione Europea potrà mai rinascere, dal punto di vista politico, a causa di questa guerra: perché l’umiliazione, la mortificazione è stata talmente grande e talmente evidente che in Asia, in Medio Oriente, in Africa, l’Europa non conta più nulla. Facendo questa guerra contro la Russia, l’Unione Europea ha mostrato la sua nullità. Così adesso è costretta a vivere sotto la minaccia permanente della Russia, rispetto alla quale abbiamo scoperto di non avere deterrenza».

«Abbiamo anche scoperto che Trump non vuole investire in una guerra con la Russia, tantomeno in Ucraina. Infatti in questo momento Putin è fortissimo. Ed è la ragione per cui ritengo che stia solo facendo finta di trattare. A mio giudizio, Putin non vuole trattare: vuole in realtà una finta trattativa, per la resa incondizionata dell’Ucraina. Tant’è vero che 24 ore fa la Russia ha condotto un attacco-record, un bombardamento-record contro l’Ucraina: ha lanciato 237 droni in gran parte su Odessa, cioè l’ultimo sbocco al mare rimasto agli ucraini».

«Trump ha lanciato un tweet dicendo che “la pace scoppierà fra qualche giorno”. Molti ottimisti immaginano che ci sarà una trattativa di questo tipo: Putin ferma le armi e si discute. Io invece credo che Putin farà una trattativa infilando un coltello in gola a Zelensky. Cioè: tratterà senza interrompere i massacri. E vorrà tutto quello che chiedeva tre anni fa per non farla, la guerra. Ora, il grandissimo problema dell’Ucraina (e la grande tragedia dell’Europa) è che Trump non ha via d’uscita: se non vuole rientrare nella guerra, trasformandosi in un Biden-2, deve cedere a tutte le richieste di Putin» (1).

Si può dire che il deep state USA, oggi in agonia per regime change, abbia fatto nella strategia politica necom e dem il lavoro sporco e oggi Trump ne raccoglie i frutti, permettendosi persino di estromettere l’UE insieme a Kiev dal tavolo delle trattative con la Russia per la cessazione delle ostilità in Ucraina e mandando nel pallone tutte le cancellerie del vecchio continente.

Dopo fiumi di miliardi di dollari che attraverso USAID hanno ricevuto tutti i centri politici e mediatici atlantisti, sono nel pallone persino i nostri pennivendoli (termine vecchio, ma molto attuale, visto che scrivono secondo i padroni del momento e a fronte di moneta sonante). Da qui nasce una situazione di caos e i maggiori gruppi dirigenti europei, gli euroburocrati alla Von Der Leyen, ancora legati alla cordata dem e neocom statunitense, non sanno che ruolo ricoprire in questo mutamento radicale di politica. E siamo ancora nella fase in cui l’UE è di fatto una roccaforte del vecchio potere imperiale, con i suoi carrozzoni dem, lib, lab, socialdemocratici, infarciti di fabiani e malthusiani transumanisti vari, tutta la corrente davosiana che cerca di mantenere le posizioni proprio in Europa.

Romania: dopo le elezioni annullate con un pretesto, viene arrestato lo stesso candidato vincente, ancora favorito, mentre va a presentare la candidatura; ciò accade in un paese dell’UE e non c’è nemmeno una perplessità nei media liberal così tanto “democratici”…

Se facciamo un disamina sull’Unione Europea, ci rendiamo conto che assieme alla centralità ordoliberale dei mercati e alle conseguenti regole spacciate per intangibili tecnicismi del TINA (there is not alternative), questo carrozzone è decisamente in liquidazione e, davanti alle spinte sociali e all’emergere di forze politiche anti-europeiste, soprattutto le destre come la tedesca AFD, non trova di meglio che andare di censura e di atti autoritari nei suoi territori, come le elezioni rumene, invalidate con motivazioni al limite della demenza, fino alla notizia di ieri che il candidato favorito, “putiniano”, Georgescu è stato arrestato per cospirazione mentre andava a consegnare la documentazione per ricandidarsi. Se non è fascismo questo…

Al momento in Germania agli euro-atlantisti gli è pure andata bene, con l’ascesa nelle elezioni politiche del cristiano di Black Rock Merz, prossimo alla cancelleria ma con una maggioranza traballante con una SPD in caduta libera e una sinistra che di radicale ha solo la differenziata nei quartieri bene, la Die Linke, nonché i verdi, per una riedizione della Grosse Koalitionen, nonostante la campagna elettorale portata avanti da Musk e Vance, tutta orientata a portare al governo quei liberal-nazi che meglio rappresenterebbero gli interessi USA fingendo di fare quelli tedeschi. Gli è andata bene, ma solo perché non è emerso alcun soggetto politico realmente anti-sistema (che vuol dire essere anticapitalisti) e che le varie lotte dal basso sono puramente vertenziali un po’ in tutto il continente, ossia di scopo specifico e non mettono di certo in discussione il sistema di potere stesso.

E veniamo all’Italia. Il governo Meloni ha un solo grande problema, anzi due: restare ancorato al carrozzone europeista, al cerchio magico dei grandi riunitisi a Parigi, ma dare un colpo fideista anche alla botte del trumpismo, candidandosi come esecutivo più aderente alla nuova politica trumpiana. Roba da equilibristi. Arlecchino servitore di due padroni.

I problemi invece per chi a sinistra qui in Italia c’è e ci vuole stare con coerenza e con la chiarezza di capire quale sia il nemico principale, ossia quello da affrontare per primo, sono parecchi. A partire da un effetto Die Linke, che i vari gonzi giudicano positivo nel richiamo pavloviano al bellaciao, ma che in realtà va a dare forza nei fatti e checché ne pensino i vari illusi e obnubilati, al can che affoga europeo, ossia le classi dirigenti UE, i loro partiti che , ahimè vanno dalle socialdemocrazie e sinistre pseudo radicali ai centristi cristiani vari (PPE). Questi infatti sono i nemici principali. E ora che sono in crisi ogni colpo di maglio dato agli euro-atlantisti è ossigeno per l’antagonismo antiliberista e che punta a un modello socio-economico collettivista a un ruolo dello stato e del suo welfare in controtendenza con il liberismo di mercato che ha portato dentro i peggiori rischi di una guerra su vasta scala. E che se oggi il nuovo corso trumpiano negli USA va verso una trattativa con la Russia e se l’Unione Europea non può proseguire la guerra senza l’alleato dominante, ciò non significa che siamo alla fine corsa dell’atlantismo con tutto il suo carico di misure di macelleria sociale che peggiorano la vita dei cittadini europei e italiani. Comunque andrà lo scontro di potere non ne verrà nulla di buono per le classi popolari già colpite da un’economia di guerra che vede i contendenti interni al fronte atlantista tutti d’accordo per aumentare le spese militari, per la crescita di un warfare che toglierà ancora di più risorse per il welfare ai cittadini, per il reddito, le pensioni, i servizi. I costi verranno pagati come sempre dal popolo a partire dal proletariato e dai ceti medi che si vanno precarizzando.

Infatti, deve essere chiaro che in questo momento storico in Occidente, l’epicentro dello scontro interno purtroppo non è la lotta di classe del basso contro l’alto, ma un conflitto politico aspro tra frazioni di capitale. Per cui il motto que se vayan todos, la parola d’ordine che emerse spontaneamente durante le proteste argentine dei cacerolazos, e ripreso in Italia da settori dell’antagonismo di classe anni fa, è ancora piuttosto attuale. È ancora oggi l’unica carta che si può giocare per irrompere sulla scena politica, senza farsi strumentalizzare con carrozzoni variopinti e da un dirittumanitarismo falso, che ha completamente e volutamente dimenticato la questione dei diritti sociali e sul lavoro.

Due passaggi politici vanno evidenziati nel constatare che ancora una volta certa sinistra che dicesi comunista cascherà ancora nella tattica trita e ritrita della coalizione di centro-sinistra. Il PD, lo sanno ormai anche le pietre, è la forza principale in Italia dell’euro-atlantismo. Pertanto voler ancora riproporre la formuletta del cespuglio a sinistra che, con la scusa di influenzare il grande partito, si becca delle poltrone e delle prebende o direttamente o indirettamente con le amministrative, è da dementi politici (da qui il titolo del mio articolo, la situazione si riferisce alla sinistra di classe decotta…), se prendiamo la politica come una pratica a favore di tutti e non delle proprie cordate. La scelta, risicata per poco, e proposta dal segretario Acerbo al congresso di Rifondazione Comunista va nella direzione di stampella agli euro-atlantisti ed è il primo passaggio. Sembra fatto apposta per il secondo: la nuova pensata nel centro-sinistra, un Patto Repubblicano, che il Richelieu di certi ambienti dem Goffredo Bettini ha messo in campo per mettere insieme tutti, assemblando un nuovo frankenstein dove dentro c’è tutto e il contrario di tutto (2), renziani e centrosocialari disobbari vari. Il ragionamento si argomenta sulla constatazione che le destre così tanto diverse tra loro, per le elezioni si uniscono e marciano compatte. Le sinistre no. Qui siamo ormai oltre la politica, siamo nell’ambito dell’alchimia tecnica da piccolo chimico dove ciò che importa è battere il “fascismo” incarnato nel governo Meloni. I programmi? Ognuno metta quel che gli pare, tanto poi sono i tecnici eurocrati che decidono su proposte addomesticate di altri euro-atlantisti, provenienti dal centro euro-dem legato al carrozzone delcapitalismo ordoliberista ancora dominante. Anche la sinistra radocale a chiacchiere va bene. Per questo c’è bisogno del voto di tutte le parrocchie con il centro del campo largo dem in testa: associativismo, sindacalismo purchessia, sbandieratori della falce e martello, certo, vanno bene anche i duri e puri, che così tanto duri non sono. E anche sulla purezza ci sarebbe da ridire.

Ma in realtà la questione è molto semplice: volete parlare di fascismo? Bene, parliamone. Il fascismo, o per meglio dire il totalitarismo di oggi è lo strumento dell’imperialismo, esce già putrescente dalle braghe di una democrazia liberale che ha già perso da quel mo’ le ultime vestigia di una democrazia anche solo condizionata da bombe e rumori di sciabola, per proporsi in tutto il suo candore in un regime che reprime, censura, manda a monte regolari elezioni se non gradite, mette la guerra come opzione politica e come orizzonte per i suoi stessi cittadini.

Entrambi i campi destre falso-sovraniste o sinistre ztl si riconoscono in questo totalitarismo, accettano le sue regole economiche e i suoi dettami politici autoritari, facendo dei principi base costituzionali carne di porco. È così in tutta Europa, a partire dalle “democrazie” occidentali del continente. Vogliamo parlare di Macron in Francia e della coalizione vincente, il Fronte Popolare, che pure aveva calato le braghe accettando la manfrina sul “aiutiamo l’Ucraina”, eppure non l’hanno mai fatto andare al governo? Un presidente camerlengo dei fondi che contano non l’ha mai fatto governare, alla faccia della sovranità elettorlale. Gli esempi si sprecano ormai e se ne vedranno ancra man mano che sorgono e si affermano nella società opzioni politiche divegrenti dal TINA ordoliberale.

Per questo, non trovo utile anzi lo vedo controproducente in quanto servizio reso su un piatto d’argento agli euro-burocrati filo-davosiani, imperialisti di un dio minore, riproporre questa formuletta del carrozzone del centro-sinistra. Per questo ritengo che gran parte della sinistra radicale e persino di classe che opta per questa ipotesi nel nome di un antifascismo retrò, che non lo vede nel suo complesso contraddittorio, sia un cane morto. Morto se aderisce all’imminente inciucio con un’ala dei fascisti veri (l’altro volto del totalitarismo imperialista), quelli delle bandierine multicolori e dei comitati d’affari. Altrettanto morto se non s’avvede di questa situazione, anche volendo marciare per conto proprio con la propria bandierina rossa, come se i soviet sorgessero, torme di Cipputi ravveduti e convinti, non si sa bene a dove e da quale composizione di classe fortemente identitaria che oggi non esiste.

Ma il lavoro politico va fatto: l’importante è che sia nella giusta direzione. E per prima cosa il nemico principale va sempre individuato. Già se ce ne sono due fai come in quel detto giapponese: se insegui due cavalli li perdi entrambi. E oggi, se guardiamo all’Unione Europea, il nemico da affossare è proprio chi la dirige, la cordata guerrafondaia di euroburocrati con i quali l’area dem nostrana si è arroccata. Non chi la contesta e prova romperla, al di là del colore politico con cui si veste. Ciò non toglie che contro il governo Meloni, che sostiene il verminaio di Bruxelles da destra e ne è espressione pur meno apprezzata dagli euroburocrati, perché ha un occhio rivolto anche a uno zio Sam trumpiano, teocratico e tecnocratico, occorra mobilitarsi per farlo cadere. Ma entrambe le azioni politiche di risposta popolare, di protesta e contronarrazione sono indispensabili, poiché le contraddizioni della gabbia UE vanno sfruttate tutte. Il nemico principale presuppone l’autonomia politica della avanguardie.

Il que se vayan todos deve risuonare ben chiaro, sia che si pensi di costruire un terzo polo elettorale (cosa direi impossibile al momento, in assenza di una forte conflittualità sociale che ne faccia da base), sia che si riparta dalle piazze, dai luoghi di lavoro, dal territorio in condizioni di assenza di idee chiare e di un progetto politico unitario radicalmente alternativo. Ma soprattutto, oggi più che mai occorre ripartire dalle basi politiche e organizzative che sono deficitarie anzi assenti, ossia costruendo ciò che manca: un soggetto politico ben cosciente di questa situazione, più attento ad alleanze sociali su ciò che di concreto si muove nella società che ad inciuci da politicanti. In assenza di movimenti occorre puntare all’organizzazione, alla formazione di quadri politici nei contesti di lotta dati.

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Note:
1. Orsini su RaiTre con Michele Santoro: https://www.youtube.com/watch?v=V5uMzyA-YEc

2. Ben illuminante l’intervento di Maurizio Sandri, menzionato da Bettini sul suo fb: https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1789134154961194&id=100015938790649&rdid=nyJEnogSsAfd8OUU# . Come si vede i pezzi del puzzle dal campo largo si vanno ad incastrare perfettamente da Renzi ad Acerbo con la nuova formuletta, quella del Patto Repubblicano.

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