di Francesca Valentini
Tiziano Scarpa, Stabat Mater, Einaudi, 2008, pp. 144, € 13,60.
Prima delle vacanze estive, alle superiori mi consigliavano sempre di leggere qualche romanzo che avesse vinto un premio letterario. Raramente questi libri mi attiravano, e perciò sono sempre stata refrattaria a seguire queste indicazioni, con buona pace delle mie ottime insegnanti. Potrei ricredermi, e addirittura consigliare io stessa la lettura di un libro premiato, visto che Stabat Mater ha appena vinto lo Strega.
Stabat Mater è una voce miracolosa, tersa, oscura come una laguna notturna e abbagliante come i marmi palladiani di Venezia. Stabat Mater è il canto muto di Cecilia (come la musa, ma così diversa da lei) che da trovatella scrive lettere a una madre ignota e assente. Cecilia è stata accolta ancora in fasce (una tunica verde, con una mezza rosa dei venti azzurra come segnale di riconoscimento) il 21 di aprile, intorno all'anno 1687, dalle suore dell'Ospedale della Pietà in Venezia; lo stesso edificio che negli anni '60 del secolo scorso ospitava il reparto maternità in cui nacque Tiziano Scarpa: l'autore.
di Leandro Piantini
Enzo Fileno Carabba, Le colline oscure, Barbera editore, 2008, pp, 269, € 15,00.
Questo romanzo conferma che Carabba ha una spiccata vena umoristica e sa costruire atmosfere inusuali nella nostra narrativa. Le colline oscure è infatti uno scoppiettio di trovate e di battute fulminanti. La satira colpisce soprattutto l’ambiente delle scuole, che il protagonista Angelo frequenta come insegnante di scrittura creativa. Ne risulta un quadro esilarante, un universo dell’assurdo dalle risorse infinite. Gli studenti sono degli zombie, così come molti insegnanti e presidi, tra cui spicca la Manetti, “manager leopardata”, e non parliamo dei bidelli.
Immaginatevi il peggior ospedale di Manhattan, la vita di corsia vista dallo sguardo di un internista che non è il Dr. House: è un killer della mafia. Ma è molto più brillante del Dr. House. Se il medico zoppo del serial tv è brillante, l’internista mafioso Peter Brown allora è fluorescente. Un esempio? Questo: “L’Anadale Wing, il piccolo reparto di lusso dell’ospedale, si sforza di sembrare un hotel. La reception ha un pavimento di linoleum in simil legno e uno scemo in smoking che strimpella il pianoforte. Se fosse davvero un hotel, comunque, offrirebbe un’assistenza sanitaria migliore. Secondo voi basta essere pieni di soldi per ricevere un’assistenza sanitaria superiore alla media? Date un’occhiata a Michael Jackson”. Questo cinico esilarante imperdibile memorabile protagonista di Vedi di non morire (Einaudi Stile Libero, 18.50 euro), esordio narrativo di Josh Bazell, è il personaggio letterario americano più memorabile dai tempi di Tyler Durden, lo schizoide di Fight Club, bestseller di Chuck Palahniuk. E Vedi di non morire è il nuovo Fight Club.
di Filippo Casaccia
G.B. Canepa, "partigiano Marzo", La Repubblica di Torriglia, Genova, Frilli Editori, 2009, pp. 168, € 4,90.
In anni di revisionismo vigliacco o di celebrazioni insincere e puramente elettorali, un piccolo libro come La Repubblica di Torriglia può aiutare a recuperare la memoria reale di ciò che fu la lotta partigiana. E se ci si ritrova a fantasticare troppo spesso con Hakim Bey su esotiche TAZ, ecco un buon modo per non dimenticare le effimere ma vivaci repubbliche partigiane che durarono pochi mesi ma portarono effettivamente alla liberazione dal nazifascismo.
Questo prezioso volumetto di racconti non ha la prospettiva storica (e un po’ arida, burocratica) del celebre Una repubblica partigiana, in cui Giorgio Bocca documentava l’esperienza della repubblica dell’Ossola, perché più che raccontare la storia, racconta le storie della divisione Cichero, la leggendaria formazione partigiana garibaldina che riuscì a rendere autonoma una vasta porzione di territorio nell’entroterra genovese per 5 mesi, tra l’estate e l’autunno del 1944.
di Gioacchino Toni
Massimo Montanari, Il formaggio con le pere. La storia di un proverbio, Editori Laterza, 2008, pp. 161, € 15,00
A partire dal noto proverbio «Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere», Massimo Montanari ricostruisce la storia dell’abbinamento alimentare che ha generato il detto, analizzandone il significato così come si è sedimentato nel corso dei secoli e concentrando il ragionamento sul fatto che il discorso proverbiale, presentandosi in forma anonima ed impersonale, sottende un variare del valore dell’enunciato al cambiare dell’enunciatore. Essendo il proverbio un testo aperto, il suo significato varia in base al punto di vista di chi lo pronuncia, risulta pertanto importante analizzare come, anche nel caso del proverbio esaminato, si siano storicamente affiancati/scontrati interessi sociali antagonisti. In altre parole è possibile analizzare il proverbio come luogo del conflitto di classe.
di Alberto Prunetti
Beppe De Sario, Resistenze innaturali, Milano, Agenzia X, 2009, pp. 254, 16 euro
Resistenze innaturali di Beppe de Sario è un libro importante, denso, ben scritto, che passa in rassegna la storia di tre scene antagoniste italiane degli anni Ottanta. Tre città, tre scenari di resistenza urbana: Roma, Milano e Torino. Più in particolare, tre diversi luoghi di movimento: il forte Prenestino a Roma, il Cox 18 a Milano e El Paso a Torino. Gli anni sono gli Ottanta, ma per essere precisi la ricerca scivola abbondantemente nei primi anni Novanta, quando i centri sociali fanno irruzione nel discorso pubblico e nella scena politica italiana.
Attraverso le testimonianze orali di alcuni protagonisti di quelle esperienze, assieme alla capacità di ricostruire nel dettaglio le tensioni politiche e le contraddizioni di quegli anni, l'autore riesce a connettere la trama di queste esperienze: i rapporti non sempre facili coi militanti degli anni Settanta, sia comunisti che anarchici; il ruolo fondante della musica, dal ribellismo irruente del punk '77 fino alla politicizzazione dell'anarcopunk e dell'hardcore e del rap. E poi le varie facce delle occupazioni: i centri sociali, le sale prove in comodato d'uso, le autogestioni, gli squat, le case occupate. I luoghi più aperti verso una politica rivolta alle necessità del quartiere e i laboratori dell'utopia, le “zone temporaneamente autonome” dove i pirati si ritirano per lanciare il prossimo assalto contro la città. Un miriade di differenze che sarebbe impossibile riassumere in una recensione.
di Valerio Cuccaroni
Antonio Rezza, Credo in un solo oblio, Bompiani, 2007, pp. 144, € 14,00.
Credo in un solo oblio è una boccata di ossigeno per chi nella lettura non cerca evasione, ma un'esperienza di metamorfosi e conoscenza, da cui si esce con le pupille lucidate. Non che si riesca a respirare molto, scorrendo queste pagine asfittiche: si sta piuttosto in apnea e, se non lo si era già, si rischia di diventare claustrofobici.
La storia è quella di uomo che dice di aver avuto una figlia, di nome Maria, da lui tanto amata che ha deciso di tenerne nascosta l'esistenza, sfruttando cinicamente la morte della moglie, uccisa dal parto: «Quando la madre perì dissi ai più cari che aveva perso la bambina».
Ma la sua gelosia è talmente ossessiva, che diventa sospettoso anche di se stesso e per preservarla dal proprio sguardo, decide di rinchiuderla nel pensiero, come Zeus con Atena, ma al contrario: «La presi con le braccia, me la ficcai a forza nella fronte e la nascosi tra le pieghe immacolate della mente per dedicare a lei solo l'idea».
di Alberto Prunetti
Paola Minelli, Maria Rosaria D'Oronzo, Sorvegliato mentale. Effetti collaterali degli psicofarmaci, Torino, Nautilus, 2009, pp.141, euro 10.
La critica della malattia mentale ha rimesso in discussione l'idea di segregare chi esibisce comportamenti che non si inquadrano nei canoni della normalità. Ma nel frattempo il concetto di segregazione, la gabbia intorno al cosiddetto "malato mentale", si è trasformato: le gabbie fisiche sono diventate chimiche, il letto di contenzione è stato sostituito dal farmaco ipnotico e sedativo, il muro dell'isolamento è stato abbattuto solo per lasciar posto ai muri del vuoto comunicativo indotto dallo stordimento da cocktail di pillole.
di Teo Lorini
Fabio di Dario Voltolini è la nona uscita di “Chicchi”, la nuova collana di Manni che ha il pregio di pubblicare racconti troppo lunghi o singolari per essere costretti entro i limiti di un’antologia, ma ancora troppo brevi per ambire alla dimensione di romanzo.
“Vedove nere, tarantole, si muovono nell’ombra dei nostri cervelli ancestrali. Presenze velenose su pietre umide, fredde e senza emozioni, secrezioni digestive che decompongono, che sciolgono, nel ghiaccio silenzioso di una iniezione anestetizzante e letale”. Dopo una simile rassegna delle immagini archetipiche di terrore che il ragno evoca in noi, non stupisce che l’io narrante di Fabio, richiamato dalle urla di moglie e figlia, si precipiti a imprigionare in un bicchiere il colossale aracnide sbucato d’improvviso da sotto il letto.
di Gioacchino Toni
Massimo De Angelis, The Beginning of History: Value Struggles and Global Capital, London, Pluto 2007, 294 pp., £22.50
Negli ultimi tre decenni l’analisi economico-politica si è trovata in una situazione di stallo sospesa tra post-strutturalismo e neoliberalismo in sincronia con la tesi di Francis Fukuyama circa la “fine della storia”. Si è così fatta strada l’idea che con l’avvento dei mercati capitalisti globali e la rapida diffusione della democrazia occidentale, l’umanità si sarebbe trovata all’apice della sua evoluzione, almeno a livello di modalità di produzione, di forma e cooperazione sociale. Il saggio di De Angelis, al momento disponibile soltanto in lingua inglese, piuttosto che limitarsi ad una facile critica a Fukuyama, preferisce insistere nel dimostrare come le varie lotte per i beni comuni e la dignità sviluppatesi negli ultimi decenni, abbiano attraversato la gerarchia salariale planetaria mirando ad una realtà “altra”, quella dell’ “inizio della storia”, dell’affermarsi di modi di “produzione in comune” radicati in “valori-altri” rispetto a quelli promossi da quella forza sociale che è il capitale.
di Toby Litt
[dal Guardian del 26 maggio 2007. Privato di qualunque attenzione critica di spessore, Falling Man di DeLillo è passato quasi inosservato. Non esiste in stampa, di fatto, un ragionamento all'altezza né dello scrittore né del testo, la cui apparente "delusività" è un elemento che indurrebbe a riflessioni profonde, ma che finora ha guadagnato al grande autore americano un discredito abbastanza comico da Body Art in poi. Non si tratta di un vizio italiano - è a emblema che riproduco qui la sapiente stroncatura comminata a DeLillo dal collega Toby Litt, memorabile autore dell'indimenticato Hospital. gg]
L'uomo che cade è il romanzo di Don DeLillo sull’11 settembre. I lettori lo hanno atteso con ansia. Con la sua intuizione che, attualmente, sono i terroristi, in luogo degli artisti, a comunicare direttamente con l’inconscio collettivo, DeLillo, tra tutti gli artisti, è colui che più si è avvicinato a prefigurare, se non a predire con esattezza, gli attacchi su Washington e New York. E così è capitato che, perfino mentre si ricevevano le prime notizie di quegli attacchi, il nome di DeLillo fosse il primo ad affacciarsi – così come quello di J.G. Ballard quando si conobbero gli estremi della morte della principessa Diana.
Come ha DeLillo affrontato l’impresa? Si direbbe: in maniera mediocre.
di Matteo Dean
Vittorio Sergi, Il vento dal basso: nel Messico della rivoluzione in corso, prefazione di John Holloway, Ed.it, Catania, 2009, pp.275, € 16,00.
“Tutto può accadere finché la storia è accesa”, così conclude Vittorio Sergi le oltre duecento pagine di esplorazione del Messico “di sotto”. Ed effettivamente, se molte cose sono accadute e in queste pagine uno se ne può rendere conto senza dover leggere nulla tra le linee, molto potrà accadere. Non è difficile capirlo dal ricco e intenso testo che ci presenta il ricercatore Vittorio Sergi, studioso che solo per origini anagrafiche definiamo qui italiano. Perché i contenuti del suo primo libro tradiscono, non senza una certa legittima presunzione, la sua traiettoria: in quanto ricercatore, certo, ma soprattutto in quanto militante di quell’area politica che, dopo aver letto il suo libro, ci riesce difficile definire sinistra. Potremmo forse definirla ribelle, anche se dalle parole dell’autore ci sentiamo legittimati di nuovo, e senza paure, a definire rivoluzionaria.
di Valerio Evangelisti
Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora. Carocci editore, 2008, pp. 386, € 29,50..
Questo libro ha suscitato nei giorni scorsi, su Liberazione, un acceso dibattito. Alcuni redattori del quotidiano hanno giudicato troppo favorevole una recensione del libro firmata Guido Liguori, e hanno vivacemente protestato, contro il recensore e contro il direttore del giornale. In realtà si tratta di un autogol, inquadrabile nelle beghe interne al Partito della Rifondazione Comunista. La recensione non era affatto elogiativa. Salvava il salvabile, del saggio di Losurdo, ma era molto critica, a tratti assai duramente. I contestatori, chiaramente, non l’avevano letta tutta, o, peggio, si erano fermati al titolo (del libro, non dell’articolo). Una forma di malcostume niente affatto infrequente, specie se dei giornalisti scelgono un bersaglio intermedio per regolare i loro conti con la direzione dell’organo su cui scrivono.
di Franco Pezzini
[Non sembra tardi per proporre all’attenzione due splendide letture, edite nel 2007, che arricchiscono il panorama critico sull’epica omerica. Questo brano è stato pubblicato su "LN-LibriNuovi", n. 46/2008, che ringrazio.] (F.P.)
Uno tra i molti motivi per amare i poemi omerici sta certamente nel fascino del loro costituire la punta di un iceberg. Anzitutto in senso letterario: non possiamo neppure immaginare quanti poemi sulla Guerra e il Ritorno – due categorie-chiave della cultura occidentale che lì trovano un primo, straordinario statuto – restino come allusi nei testi sopravvissuti. Ombre di poemi, dunque: e anche solo a grattare superficialmente tra i versi, qualcosa emerge.
di Simone Sarasso
D’Andrea G.L., Wunderkind. Una lucida moneta d'argento, Mondadori, 2009, pp. 392, € 17,00
Wunderkind è il primo volume d’una trilogia fantasy destinata a cambiare per sempre il volto del genere in Italia. In rete si parla da qualche tempo [qui] di questo libro e la comunità di addetti ai lavori (ma non solo) attendeva da tempo l’uscita del primo tomo.
Il maggior pregio di questo volume è la trasversalità. Wunderkind esce in una collana per ragazzi, ma se gli date un’occhiata ben presto vi renderete conto di come esorbiti qualunque classificazione preventiva: Wunderkind non è esattamente un fantasy. Di sicuro non è solo un fantasy per ragazzi. Merito dell’ambientazione, anzitutto.
di Daniela Bandini
Alfredo Colitto, Cuore di ferro, Piemme, 2009, pp. 422, € 19,00.
Siamo nei primi anni del 1300, in questo notevole romanzo di Colitto. Un cuore di ferro reale, tangibile come il suo metallico odore, una realtà crudele e romantica contemporaneamente. Il libro ha lo straordinario potere di farci credere a qualcosa che la nostra coerente logica post-illuminista nega. Parla di Templari, di alchimia, di streghe e di strazianti angoli di una città, Bologna, di cui chi ci ha vissuto o l'ha amata, anche solo per un istante, riesce persino a percepire gli inconfondibili aromi.
Cuore di ferro è un romanzo speciale. Primo, dal punto di vista narrativo, ricco com’è di considerazioni e di informazioni storiche, e poi per la spiccata capacità di interpretare il femminile, con le sue descrizioni emotive dei processi che, contrariamente a quelli maschili, svelano le interconnessioni decisamente più ramificate tra logica e sentimento.
di Saverio Fattori
Claudio Morici, La terra vista dalla luna, Bompiani, 2009, pp. 217, € 17
«Gli spiego che i rapper italiani sono dei buffoni.
…
I nostri rapper se le inventano le situazioni di disagio.
...
Per fargli capire, gli spiego che l'adolescenza in Italia non dura come nel resto del mondo: arriva fino ai trenta-trentadue anni.
...
“E' perché nessuno li mena? “
…
“E non ci sono rapper camorristi?”
“No, purtroppo no.”»
A parlare è Simon, un giovane con serie patologie mentali volato da una clinica psichiatrica al Messico. A dialogare con lui un "cristone" di due metri, capo di una banda di indigeni con precedenti penali che sembrano intenzionati a violentare una turista inglese muta. O molto riservata.
Immaginate di essere a una riunione aziendale: noia pura. Una serata galante con il persecutore del Dr. House è più eccitante (anche se siete uomini). Alla riunione, il relatore si alza e dice: “Sono felice di essere qui!”, poi si sposta di un passo ed esclama: “Anche essere qui è bello, però!”. La riunione aziendale cambia i connotati. Quel tizio è un genio, trasforma un evento a cui nessuno pensa come penso io a un week end con la Paltrow. Ecco cosa succede se prendete la saggia e liberatoria decisione di leggere il noir (e qui già pensate: uffa, il solito ispettore…) Le incredibili avventure di un autentico cacasotto dello spagnolo Manuel Manzano (Kowalski, 13 euro): accadrà che non c’è Zelig che tenga. Maigret ha deciso di farvi crepare dalle risate. Montalbano è diventato Totò.
Non credo esista attualmente in Europa un autore di noir che sia anche solo lontanamente capace di piegarvi dalle risate.
di Paola Papetti
James H. Audett, La storia di Blackie Audett, Odoya, Bologna, 2008, collana Real Fiction, introduzione di Tommaso de Lorenzis, postfazione e traduzione di Enrico Monti, pp. 227, € 13,00.
Finalmente un libro che parla dall’interno del lato selvaggio dell’essere umano. Finalmente un’autobiografia di un delinquente con la D maiuscola. Blackie Audett vive le proprie avventure intorno agli anni venti del secolo scorso in America. L’America del jazz e delle prime grandi banche, di Al Capone e Johnny Dillinger, ma anche l’America di Alcatraz e dell’evoluzione dei sistemi restrittivi. Certo c’è da chiedersi cosa sia vero e cosa no, ma questa narrazione è come un film d’azione parecchio riuscito e dal ritmo incalzante.
di Alberto Prunetti
Sta per uscire la International Encyclopedia of Revolution and Protest: 1500 to the Present, una monumentale enciclopedia delle insurrezioni, delle rivoluzioni e delle proteste popolari ai quattro angoli del pianeta: dalle lotte anticoloniali in India alle rivolte contadine in Bolivia, dagli scioperi insurrezionali in Patagonia alle ribellioni dei lavoratori tropicali delle piantagioni di banane. E poi ancora le lotte per i diritti comunitari indigeni, le guerre di liberazione, le proteste per i diritti umani, i movimenti studenteschi e i raduni contro il G8, passando attraverso Pancho Villa e i Mau Mau.
Perché la grande editoria non pubblica Valter Binaghi? E' l'ennesima riprova di una cecità infantile: la grande editoria non vede, inciampa per caso semmai, e letteralmente non sa parlare. Ci sono alcune eccezioni importanti, questo va detto. Basterà semplicemente osservare cosa sta facendo Einaudi, e l'area torinese e la collana Stile Libero, per capire che comunque è garantito uno spazio. In questo spazio, a mio parere, Binaghi dovrebbe avere asilo e ciò che sto per scrivere intende dispiegare le ragioni per cui impegno il termine "asilo".
Mi occupo non dell'opera più massiccia di Binaghi,
I tre giorni all'inferno di Enrico Bonetti cronista padano, che uscì per Sironi grazie a Giulio Mozzi. Mi occupo invece di un libro che non è tanto esteso come quello, ma sicuramente ne raggiunge la medesima profondità: il pozzo artesiano costituito da
Devoti a Babele, uscito per la collana di Luigi Bernardi presso Perdisa Pop (12 euro).
Pietro Mita, Rosso Novecento. La Puglia dai cafoni ai no-global, Lecce, Pietro Manni, 2008, pp. 208, € 18.00
Pubblichiamo l'introduzione di Girolamo De Michele e la postfazione di Tommaso De Lorenzis al bel libro di Pietro Mita: una ricerca sulle lotte locali del Novecento pugliese che ha più di qualcosa da consegnare alle prospettive globali
Introduzione: I cafoni non vanno in Paradiso
di Girolamo De Michele
Esiste, all’interno del ceto culturale tarantino, una figura peculiare, nella quale si incarna in forma jonica la mitologia dell’altrove, il rimpianto per la terra patria perduta in una qualche età dell’oro (non abbiamo bisogno, noi tarentini, di leggere Heidegger per provare il dolce spaesamento reazionario del “c’era una volta, e forse c’è ancora”): l’"intellettuale cataldiano".
di Filippo Casaccia
The Derek Trucks Band, Already Free, Sony Music/Victor, 2009
Chi è Derek Trucks e perché bisogna parlare di lui su Carmilla?
Derek Trucks ha 29 anni ed è ormai un veterano: suona professionalmente da quando ne ha 11 e pubblica ottimi dischi dal 1997. È probabilmente il miglior chitarrista slide dai tempi di Duane Allman e la sua band mescola passato e futuro, soul e rhythm and blues, Miles Davis e John Coltrane, country blues e blues elettrico, influenze pakistane ed africane, tanto che potremmo dire che ha i piedi ben piantati nel Delta: quello del Mississippi, come del Gange o del Niger. È nipote di Butch Trucks, storico batterista degli Allman Brothers (con cui Derek suona stabilmente a ogni reunion annuale), e da loro ha preso la felice tendenza alla jam che ha spesso condiviso con illustri maestri come Dylan, B.B. King, Johnny Winter, Santana e Clapton. Inoltre Derek, erede dello spirito libertario e comunitario dei Grateful Dead e della Allman Brothers Band, consente di registrare e diffondere ogni suo concerto (su www.archive.org; alla domanda diretta se fosse possibile farlo ha risposto con un laconico: yes, go ahead). In un momento in cui il mercato mainstream è agonizzante, la Derek Trucks Band è un esempio di sopravvivenza ai trend, ai direttori di marketing e al pensiero unico di MTV: è una boccata d’ossigeno per chiunque ami la musica.
di Simone Sarasso ![]()
Guglielmo Pispisa, La terza metà, Marsilio 2008, pp.259, euro 16,50
Sergio Altieri, all’ultimo NoirFest di Courmayeur, ha affermato: «la nuova generazione di scrittori ha avuto le palle di andare a frugare non negli armadi (del passato, ndr), ma negli obitori con l’impianto di refrigerazione rotto». Altieri fa dei nomi. Tra quei nomi c’è anche Guglielmo Pispisa.
Altieri ha ragione: La terza metà (LTM) va così a fondo nel cuore marcio e putrefatto dei Settanta che è quasi impossibile leggerlo e uscire indenni dall’esperienza. LTM è un romanzo che spiazza: per la qualità della narrazione, ma soprattutto per la lingua.
di Filippo Casaccia
Paolo Sollier, Calci e sputi e colpi di testa, KAOS edizioni, 2008, pp.196, € 16
Una bella notizia: Calci e sputi e colpi di testa torna in libreria e chi non l’ha letto dopo la pubblicazione del 1976 (probabilmente perché il titolo e la copertina dell’epoca facevano pensare a un atto d’accusa politico contro il mondo del calcio), stavolta non perda l’occasione: come Boccalone di Palandri o Porci con le ali di Rocco e Antonia, il libro di Sollier è una time capsule che ci racconta tantissimo degli anni Settanta, della vita, della politica, della sessualità. E anche, ma nemmeno troppo, del calcio. Come lo definisce Antonio Ghirelli in appendice, si tratta di un “ritratto di una generazione al suo meglio”. Ed è vero.
di Rossella Landrini
Gaspare De Caro - Roberto De Caro, Storia senza memoria. Rossellini, Chabod, il Portico d'Ottavia e altri saggi, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi) 2008, pp. 304, € 18,00
Il ‘laboratorio dello storico’ da qualche decina di anni si è arricchito di nuovi strumenti – prodotti della cultura materiale, ad esempio, fonti orali, scritti di letterati e illetterati, intenzionalmente ‘storici’ o meno, produzione iconografica – fonti, cioè, che mettono in grado la storiografia di spezzare il monopolio della costruzione del passato detenuto dagli Stati e dalle élite dominanti. Tale allargamento è stato reso possibile e necessario dalla crisi dello storicismo, secondo il quale storia e memoria coincidono, in quanto la storia è costruita su una memoria forzosamente unitaria e, necessariamente, immedesimata con le ragioni dei vincitori, cioè di chi, letteralmente, scrive la storia e la deposita negli archivi, lasciando agli storiografi il compito di divulgarla nell’unica versione possibile a chi si ponga dal punto di vista dei dominatori, ossia apologetica. L’emergere dei ‘popoli senza storia’, durante la decolonizzazione, e delle classi subalterne come soggetti politici hanno messo in dubbio questo paradigma. Lo storico, allora, o si fa, con Benjamin, «cronista», senza escludere nulla dalla storia, oppure non è altro che narratore di mitografie.
Da quanto tempo non leggevo un poliziesco, un thriller, un noir o una spy story di così penetrante bellezza come è
Y (Marsilio, € 16) di Serge Quadruppani? Da anni. Colui che qualcuno ha definito "l'unico autore NIE francese" (un paradosso che non è per niente ironico, alla luce di Y) pubblicò Oltralpe, nel 1991, un libro di profezie che non si sono autoavverate: si sono avverate e basta. Profezie politiche, strali sociologici ad alta velocità, prefigurazione di intrecci a ogni livello, soprattutto letterario. Poiché è qui la lingua a farla da padrona, ed è il motivo per cui da anni un libro "nero" non mi esaltava tanto - qui abbiamo a che fare con una potenza linguistica che la traduzione di Maruzza Loria restituisce intatta. E' una struttura tipicamente à la Le Carré, quella di Y, messa al servizio di una capacità di scrittura che lascia esterrefatti, incantati: una scrittura che smuove indignazione, ammirazione, desiderio di emulazione, incanto.
A mio modestissimo parere, Y si mangia qualunque thriller di questi anni, e non solo perché varca e distrugge il genere (ad altezza '91), ma perché arriva in traduzione italiana nel 2008 con un impatto fortissimo sul genere romanzo: i tempi sono maturi perché si capisca bene cosa ha fatto Quadruppani. Basta praticare il confronto con "gli svedesi" che vanno di moda: più che Stieg Larsson, il Persson della saga Olof Palme. Ne escono distrutti: il confronto con la prosa e la sapienza letteraria di Quadruppani è insostenibile.
di Anna Castriota-Scanderbeg *
Nathan Gelb, Delitti sotto la cenere. Un nuovo caso per il Principe di Sansevero, Sperling & Kupfer, 2008, pp. 542, 27 incisioni d'epoca, € 20,90.
Geniale affabulatore americano dal cuore europeo (compone infatti
direttamente in italiano), lo scrittore Nathan Gelb ha da poco dato alle
stampe il suo secondo romanzo Delitti sotto la cenere. Sembra il
misterioso distillato di un alambicco, non solo per l'intricata e appassionante vicenda narrata, ma anche per il modo di procedere nella stesura: per sua affermazione Gelb scrive a mano e non al pc, non traccia alcuna scaletta, l'inizio e la fine del romanzo sono i suoi punti di partenza, il resto viene da sé. Ma uno degli effetti mirabili di questo metodo creativo, oltre ovviamente alla formazione culturale e alla ricchissima fantasia dell'autore, è la sua prosa stilisticamente raffinata nonché la capacità di elaborare la sequenza delle scene come fotogrammi quasi da lui veduti scorrergli innanzi agli occhi e come tali restituiti al lettore.
di Alberto Prunetti
David Caley (a cura di), Conversazioni con Ivan Illich, Milano, Elèuthera, 2008, pp. 224, 18 euro
La casa editrice Elèuthera ripropone in una nuova edizione le Conversazioni con Ivan Illich, un’ottima chiave per entrare nell’opera di un intellettuale anti-accademico che merita più di una lettura. Gli scritti di Ivan Illich, caratterizzati da una pulsione cosmopolita e anti-istituzionale decisamente libertaria, rischiavano qualche anno fa di non trovare più posto nei cataloghi di quegli editori che negli anni settanta e ottanta avevano curato la prima traduzione italiana della sua opera.
Merito di Elèuthera è stato quello di individuare la rilevanza e l’attualità dell’opera di Illich, proponendo un testo che dopo una prima edizione nel 1994 viene adesso ristampato con una nuova veste editoriale.
La nostra vita quotidiana è saturata dalle immagini. La vita percettiva, quella che si svolge anonima e impulsiva nelle pieghe della carne, è sempre più diretta e sollecitata dai dispositivi tecnologici. Guardiamo sempre più le immagini e sempre meno le cose. Lo schermo si sostituisce al paesaggio.
Il romanzo di Steve Erickson dal titolo emblematico
Zeroville (Bompiani, a cura di Simona Vinci, € 19.50) ambientato in un non-luogo come Hollywood, in una California che sembra essere un gigantesco set più che un territorio geografico, può essere considerato come un esempio, in forma narrativa, che illustra e simboleggia la profondità radicale di questo mutamento antropologico dello sguardo. Potrei dire che in questo libro sia deliberatamente presente una specie di premessa epistemologica su ciò che è diventato il regime della visione contemporaneo. La presenza di una tesi di questo genere non deve disturbare il lettore più di tanto.
di Girolamo De Michele
Eliana Bouchard, Louise. Canzone senza pause, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 230, € 13.60
Louise de Coligny (1555-1620) nasce nell’anno della pace di Augusta e dell’abdicazione di Carlo V, e muore mentre la battaglia della Montagna Bianca pone fine alla fase boema della Guerra dei Trent’anni per spalancare la porta della storia su un abisso di orrori e fanatismi. Figlia della guida politica e militare degli ugonotti di Francia Gaspard de Coligny, sposerà in seconde nozze Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, capo della neonata Repubblica delle Province Unite, che cadrà, come il padre, il primo marito e buona parte della famiglia di Louise, sotto le armi benedette del fanatismo cattolico.
SONNO – Roberto Tiraboschi – edizioni e/o - pp.319 - €1 - settembre 2008
Di questo autore, una biografia che dire stringata è un eufemismo, si conosce solo luogo di nascita e residenza attuale, rispettivamente Bergamo e Roma, e due precedenti romanzi alle spalle La levatrice e Sguardo, il primo nel 1995 e l’altro nel 2005. Quando un romanzo, italiano per di più, riesce ad emergere in maniera così notevole fra tanti altri, mi piacerebbe sapere qualcosa di più sullo scrittore. Mi piacerebbe che ci descrivesse, soprattutto, come ha fatto, dove ha attinto quella profondità, quella trasgressiva e quasi colpevole identificazione con l’immaginario.
di Giada Romeo
Un titolo si aggiunge nella lunga lista di testi dedicati alla lotta armata: per il trentennale del caso Moro Rizzoli ha pubblicato L’ultimo brigatista, di Aldo Grandi.
Il suo ‘incipit’, capitolo intitolato proprio così e che precede la ‘Premessa’, è costituito da una delle più famose lettere di Moro, quella in cui dando l’addio alla moglie addossa esplicitamente alla Democrazia Cristiana la responsabilità della sua prossima morte.
Ci si attende dunque un testo conseguente, una ricerca, un’analisi, un discorso o delle informazioni sul dibattito, povero quando non inesistente, sul ‘fronte della fermezza’ costruito dall’apparato del PCI che impose il rifiuto di ogni trattativa grazie al lassismo interessato degli amici democristiani di Moro e al volere dell’alleato americano. Insomma sul tabù politico italiano, ché qui solo Cossiga ne parla quando gli serve, mentre neppure l’alleato americano vede ragione di tacere (vedi intervista a Steve Pieczenik). Invano si cercherà nel testo di Grandi una qualsiasi forma di seguito; la lettera del morituro è li come ornamento, un San Cristoforo sul parabrezza.
di Daniela Bandini
Sabina Marchesi, I processi del secolo. Enigmi, retroscena, orrori e verità in trenta casi giudiziari italiani da Gino Girolimoni a Marta Russo, Editoriale Olimpia, 2008, pp. 304, € 16,50.
La storia è fatta anche di processi. Processi che a loro volta hanno segnato la storia, condizionandola o indirizzandola verso mete precise di rottura o di consolidamento strutturale. La società non si “serve” della giustizia per garantirsi un’etica, ma è semmai il contrario: i rappresentanti della giustizia generalmente interpretano i bisogni di un’etica per indirizzarla verso la mediocrità interpretativa delle leggi. Non ci saranno mai due sentenze uguali per i medesimi delitti, dipende dal momento storico, dall’opportunità del farlo, dal bisogno di sedare o aizzare gli umori di particolari categorie, anche ideologicamente, intendo, anche in maniera di rottura. La verità, questa dea tanto cara al nostro immaginario alla quale taluni sacrificano il loro idealismo, altro non è che una mera interpretazione: la verità è l’opportunità di rivelare una determinata cosa in un determinato momento a un determinato pubblico. Visione troppo cinica? E’ un fatto che ogni giorno muoiono molte persone in incidenti stradali. Sì, è la verità, ma lo era anche 20 anni fa, solo che non era in prima pagina.
di Alberto Prunetti
La Guida steampunk all’apocalisse (Agenzia X, p.127, 11,50 euro, traduzione e cura di reginazabo) introduce in Italia un altro tassello dello Steampunk, un movimento nato da una costola del cyberpunk che ha saputo incrociare scenari e suggestioni della fantascienza più tecnofila con le meccaniche a vapore dell’era vittoriana. Il mix tra Gibson e Sterling da una parte e Verne e Wells dall’altra ha prodotto distopie intriganti che hanno dato forma o influenzato la letteratura (Le macchine infernali di M. W. Jeter o L’era del diamante di N. Stephenson), il cinema (La città perduta di Jeunet e Caro), i fumetti (La lega degli straordinari gentlemen, di A. Moore) e i cartoon di animazione (Il castello errante di Howl di H. Miyazaki).
Tradotta da una delle più capaci traduttrici italiane (che stavolta ha utilizzato il nickname di reginazabo), arriva adesso l’edizione italiana di un testo che cerca di situare il movimento steampunk nel suo contesto più politico.
Buone intenzioni, premesse confuse, libro raffazzonato. Che il potere racconti storie è un'ovvietà, che noi si debba smettere di farlo è una scemenza
di Wu Ming 2
Articolo apparso su L'Unità del 27/09/2008
All'inizio di settembre, Chicco Mentana ha invitato nel salotto di Matrix il Ministro per la Pubblica Amministrazione, perché rendesse conto agli spettatori della sua famosa battaglia contro i fannulloni. Come prossima tappa, Brunetta ha promesso che lancerà un concorso. Impiegati e dirigenti che lavorano bene verranno invitati a raccontare la loro storia. Il Ministero valuterà e pubblicizzerà le più belle. Ai vincitori, ricchi premi in busta paga.
Burocrazia e narrativa. Il binomio sembra azzardato. Ma cosa spinge un Ministro a raccogliere aneddoti edificanti, oltre a griglie di dati e relazioni tecniche?
Alessandro Baricco, in un'intervista al Corriere, ha sostenuto che ormai "tutto è narrativo": dal modo di esporre le merci al linguaggio scientifico, dall’informazione al marketing, alla politica.
Lo scrittore francese Christian Salmon - nel suo saggio Storytelling, da poco uscito per Fazi - ha trovato un nome accattivante per questa febbre di racconto. L’ha chiamata nuovo ordine narrativo, evocando l’immagine di una macchina per plasmare le coscienze, catturare le emozioni, incitare al consumo. Una macchina che è diventata la struttura portante, il motore stesso del capitalismo.
di Ermanno Lolli
AA.VV., NeroMarche, a cura di Giuseppe D'Emilio, Ennepilibri, 2008, pp. 148, € 13,80
A ciascuno il suo incubo personale. Chi appartiene a una generazione come la mia (gli adolescenti degli anni Settanta) conserva quasi indelebile la traccia di almeno un ricordo inquietante legato a un genere cinematografico, il cinema horror, che, in particolare in quegli anni, ha provocato forti reazioni emotive che forse gli adolescenti di oggi non provano più. Il mio personale tragitto va nella direzione di un film del 1976, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, magistrale e terrorizzante vicenda horror ambientata nella bassa padana, tra foschie, paesi apparentemente tranquilli, canoniche. Ho più volte riflettuto sulla forza di quel brivido indotto, sulla sua efficacia, e mi sono dato una risposta: quel film mi ha fatto paura per la estrema riconoscibilità dei luoghi, per la collocazione della vicenda in un contesto territoriale-paesano non particolarmente distante dalla mia regione, le Marche.
Paolo Roversi, Taccuino di una sbronza, Kowalski, 192 pagine, 11 euro
In principio fu il coma etilico. Anzi no. In principio fu l’inquadrata, prefissata, tragica, disperata vita di Carlo Boschi. Poi arrivò il coma etilico. E niente fu più lo stesso.
Carlo e il suo amico Romeo – che guarda caso è anche il narratore – se ne stavano in un pub a Dublino a festeggiare l’addio al celibato. Il celibato era quello di Carlo, ma la sbronza era la stessa per tutti e due. Fatto sta che Carlo ingolla una pinta di troppo e va giù come un sasso. È il 9 marzo 1994. Dall’altra parte del globo, a San Pedro California, Henry Charles Bukowski Junior, mr. Barfly, l’ultimo poeta del Novecento (o più semplicemente Hank) tira le cuoia. Leucemia fulminante.
Il vecchio Buk chiude gli occhi per sempre, il sciur Boschi di Milano (temporaneamente in trasferta nell’isola dei folletti e della Guinness) li riapre e dice di essere Buk.
di Daniela Bandini
Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X-Cox 18, pp. 216, € 15,00.
Di questo libro si occupò a suo tempo Carmilla, era il 3 gennaio del 2008. Personalmente l’ho avuto tra le mani solamente una quindicina di giorni fa, e sento la necessità quasi fisiologica di condividere con i lettori le impressioni che questo libro mi ha trasmesso.
E’ opera di un uomo nato nel 1970, che rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza, fortemente influenzate da una famiglia non esattamente coerente con il “decennio d’oro” che furono gli anni Ottanta. Tra i parenti nessun imprenditore rampante, nessuno che si sia arricchito coi Bot per acquistare la seconda casa, nessun avanzamento sociale, dal proletariato alla piccola borghesia, nessuna giacca di pelle o visone da ostentare con nonchalance, come l’avessero sempre avuta nell’armadio, nessun biglietto da 100 carte esibito nel portafoglio a suggerire “posso comprare tutto quello che voglio”. Manolo Morlacchi è figlio di brigatisti rossi. Coerenti, ostinatamente coerenti fino all’ultimo.
di Alberto Prunetti
Marco Rovelli, Lavorare uccide, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 246, €10,20
[Dedico questa recensione a mio padre Renato Prunetti, operaio saldatore-tubista che smantellava amianto e respirava piombo, benzina e titanio, che ha iniziato a lavorare a 15 anni, sordo e senza denti a 40, morto a 59 anni per un tumore mentre aspettava una indennità INAIL. ] A. P.
Dopo l’impressionante Lager Italiani - un'indagine sui centri di permanenza temporanea, i famigerati CPT – Marco Rovelli dedica la sua nuova ricerca alle vittime dell’insicurezza. Non quella "percepita" perché costruita mediaticamente, ma quella ben più consistente e reale: le vittime sul lavoro. E anche stavolta non si ferma a numeri e statistiche, ma va alla ricerca di storie.
Durante la seconda metà degli anni Novanta, in seguito al successo planetario del film Traispotting, tratto dal suo secondo romanzo, lo scrittore scozzese Irvine Welsh fu frettolosamente interpretato come autore giovanilistico, considerato certo dotato di un grande talento espressivo e di una caratura letteraria fuori dal comune ma comunque limitato nel suo percorso narrativo alla descrizione di esistenze metropolitane devianti, con storie fatte di droga, emarginazioni, alcolismo, disoccupazione e violenza. Questo equivoco è durato diversi anni, almeno fino a Colla, capolavoro di Welsh che, parimenti al coevo, elegante ma non altrettanto efficace, La banda dei brocchi di Jonathan Coe, descriveva con rara potenza espressiva e ampiezza tematica, la mortificante parabola della classe operaia, o del nuovo sottoproletariato urbano, inglese dalla fine degli anni Settanta ai nostri giorni.
di Saverio Fattori
Angelo Petrella, La città perfetta, Milano, Garzanti, 2008, pag.507, € 17.60
“E ora che hai intenzione di fare ?” dice Betta.
“Il che senso?”
“Intendo, da oggi in poi, nella vita.”
“Niente. Quello che ho sempre fatto: lottare.”
“Contro cosa?”
Io la guardo un po’ risentito e rido. “Ti devo fare un elenco? Possiamo starci un’ora e mezza: i vecchi ladri, i nuovi ladri, i nuovi padroni travestiti da democratici progressisti, i fascisti di sempre…”
A parlare è Chimicone, duro e puro fuoriuscito dall’esperienza delle occupazioni della Pantera verso la latitanza e la lotta armata. Come da manuale, sul suo ardore intransigente, Grandi Figli di Zoccola giocheranno partite proprie su campi più estesi.
Appunti per un cinema dell'Apocalisse.
di Dimitri Chimenti
Se per filosofia intendiamo non un campo disciplinare, ma un'attività critica attraverso cui costruire un destino comune e testimoniare il mondo, allora in Italia essa solo raramente è stata applicata all'analisi del cinema. Vengono in mente soprattutto i nomi di Maurizio Grande e di Pietro Montani, ma anche quello di un giovane studioso recentemente scomparso, Marco Dinoi.
A pochi mesi dalla morte del suo autore esce
Lo sguardo e l'evento. I media, la memoria, il cinema (Le lettere, € 25, pag.328), un'analisi sulle diverse funzioni che televisione e cinema hanno svolto nella costituzione di una memoria degli eventi dell'11 Settembre. Un libro che parte dalla consapevolezza che tutto l'armamentario concettuale messo in campo dagli epigoni di Baudrillard e soci è ormai inservibile. E' forse da questa consapevolezza che nasce una scrittura di un'eticità potente, capace di stabilire ancora una differenza primaria tra ciò che vediamo e ciò che conosciamo.
di Girolamo De Michele
in appendice, Quello è papà che era il più forte in Europa: Saverio Fattori intervista Stefano Mei
Saverio Fattori, Acido lattico, Gaffi, Roma, 2008, 158 pp., € 11,00
«Centoventi uova sbattute al muro, solo quelle che non si rompono diventano pulcini di campione. Il resto è frittata, iscritti alla maratona di New York nelle mani di astuti Tour Operator». È questa l’impietosa istantanea dello sfondo su cui galleggia la punta mediatica dell’atletica agonistica secondo Saverio Fattori, giunto con Acido lattico alla sua terza prova, dopo l’esordio di Alienazioni padane e il feroce ritratto "a gamba tesa" degli anni Ottanta di Chi ha ucciso i Talk Talk?
Con colpevole ritardo, mi accingo ad affrontare uno dei testi a mio parere più importanti tra quelli pubblicati in Italia quest'anno:
La casa madre (Adelphi, € 16) di Letizia Muratori. Se si tentasse una definizione attraverso le categorie standard a cui si è ciecamente votata la "critica ufficiale", non riuscirei ad afferrare l'oggetto. Poiché, tuttavia, io sono un "critico ufficioso", e peraltro un collega di Muratori, posso permettermi di aggrapparmi a una definizione lanciata da un altro collega, cioè Wu Ming 1, nel suo memorandum sul New Italian Epic. E' infatti opportuno circoscrivere il libro di Letizia Muratori in un campo magnetico, da cui emerge come realtà proteiforme - si tratta, cioè, di un perfetto Oggetto Narrativo Non Identificato. E' una narrazione, composta apparentemente da due racconti che sono al tempo stesso speculari e incrociati, e tuttavia una "sostanza", non solamente linguistica, corre a unificare i due racconti, che fuoriescono così dal genere della narrazione breve. La coerenza per salto radicale trova, credo, la sua più nitida referenza in certi sbalzi tra capitoli di Kafka, in particolare nel Processo. Con La casa madre, Muratori scrive un testo che è capace di ingannare ogni sguardo che non sappia farsi obliquo secondo la gradazione del libro stesso. Uno strabismo che apre voragini impressionanti e mette in discussione lo statuto di certa tradizione preacquisita e tipicamente occidentale della narrativa. E' un libro a mio parere imperdibile.
di Valerio Evangelisti
Claudio Calia, E’ primavera. Intervista a Toni Negri, ed. BeccoGiallo, 2008, pp.162, € 15,00.
Non era per niente facile, lo si intuisce, trasporre a fumetti la biografia di Toni Negri e una parte almeno del suo pensiero. Il miracolo è riuscito a Claudio Calia, disegnatore assolutamente geniale, autore di libri illustrati e sceneggiati da lui solo (Porto Marghera, la legge non è uguale per tutti, BeccoGiallo, 2007), curatore di antologie (tra le altre, Fortezza Europa, Coniglio editore, 2006; Resistenze, cronache di ribellione quotidiana, BeccoGiallo, 2007), collaboratore della padovana Radio Sherwood.
Calia è riuscito nell’intento grazie alla casa editrice BeccoGiallo che, nel campo dei fumetti, offre uno dei cataloghi più sorprendenti in circolazione; e soprattutto grazie all’aiuto dello stesso Toni Negri, che si è prestato a un’intervista articolata in più sessioni, che immagino lunghissime.
di Daniela Bandini
Corrado Farina, L'invasione degli ultragay. Una storia politicamente scorretta, Zero91 editore, 2008, pp. 288, € 14,00.
Corrado Farina, nei primi anni Settanta, diresse due film di grande originalità: Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. In seguito ha lasciato la regia e si è dedicato alla narrativa. Questo è il suo ultimo romanzo.
Abbiamo uno scrittore di mezza età, Corradino Piersanti, scrupoloso, serio, impegnato, coerente. Uno di quelli che ancora credono che scrivere sia un piacere coniugato alla serietà di chi lo propone, che scrivere possa sbloccare la relazione unilaterale tra lettore e scrittore, qualcosa che sappia di confronto franco, cordiale e paritario. Uno scrittore che con disincanto riconosce le spietate regole del mercato editoriale, uno scrittore che sa che per smerciare roba seria e impegnata come Questione di pelle ci vorrebbe un altro standard di vendite.
di Daniela Bandini
Francesco Dimitri, Pan, Marsilio editore, 2008, pp. 461, € 19,00.
Immagino che proporre la lettura di 460 pagine sia qualcosa di assolutamente spropositato, quasi sconveniente, e quando si tratta di un romanzo, per di più italiano, scritto da uno scrittore italiano nato nel 1981, ambientato tra Roma e i confini della libertà, ebbene proporlo non solo è sconveniente, è necessario. Siamo in piena estate, quindi una giusta dose di trasgressione culturale è persino lecita, per cui comincerò questa recensione mettendomi nei panni della mia adorata protagonista di Sex and the City, e mi immagino di scrivere nella rubrica quotidiana di gossip e moda di un quotidiano newyorkese. Cosa indosseremo questo autunno? Quali le tendenze? Ebbene tenevi forte, aggrappatevi ai braccioli delle vostre poltrone, sorseggiate l’ultimo mojito estivo, mettete da parte infradito e gloss maxi volume, profumi vanigliati, creme rassodanti, antirughe molecolari e andate dritte dritte (oppure ordinate via internet, consigliato) a un qualche mercatino che vende abbigliamento militare, in alternativa va benissimo un negozio di caccia e pesca.
di Gioacchino Toni
Eraldo Baldini, Alessandro Fabbri, Quell'estate di sangue e di luna, Einaudi Stile Libero Big, 2008, pp. 256, € 15,00
Caldo pomeriggio d’estate profumato dai campi di grano, papaveri e camomilla. Luce intensa. Un’auto con a bordo un uomo e il figlioletto di undici anni percorre una strada deserta. Una mietitrebbia è in azione all’orizzonte. Uno spiazzo sterrato con un bar di paese ove diversi vecchietti occupano i tavolini all’aperto e alcuni ragazzini smanettano al biliardino. Benvenuti a Lancimago. Le prime pagine del romanzo di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri ci portano, quasi fossimo a bordo dell’auto insieme ai due personaggi, in questo sperduto paesino rurale abitato da poche anime. Ben presto gli eventi narrati abbandonano la contemporaneità per catapultarci nell’estate del 1969, quando i giornali e la tv celebravano la “conquista della luna” ad opera della missione Apollo.
di Valerio Evangelisti
Patrick Senécal, Una mente pericolosa, Editrice Nord, 2008, pp. 399, € 18,60
La casa editrice Nord, che si è coperta di gloria nel campo della fantascienza quando era proprietà di Gianfranco Viviani (grande gentiluomo e grande editore), oggi, passata al gruppo Longanesi, è piuttosto specializzata in thriller. Spesso imitazioni de Il codice Da Vinci, come l’orrendo La cospirazione Fulcanelli di Scott Mariani, in cui l’autore dimostra, fin dai primi capitoli, di non sapere nulla dell’alchimia che pretende affrontare. Tuttavia nella produzione attuale della Nord non mancano sorprese felici, tipo la scoperta di un grande del genere horror: Patrick Senécal.
L’approdo tardivo a una terra natale, spogliata ormai delle sue valenze affettive, devastata e senza radici, dove non ha più senso immaginare una patria. Questo è il senso delle amarissime considerazioni che costellano il fitto diario esistenziale di Günther Anders,
Discesa nell’Ade. Auschwitz e Breslavia, 1966 pubblicato per i tipi di Bollati Boringhieri (€ 16), un drammatico reportage, una specie di libro di viaggio nei luoghi d’origine che si rivela però essere la narrazione di una catabasi negli Inferi.
Craig Davidson - RUGGINE E OSSA - Einaudi Stile Libero - pp. 271 - € 11.50
Libro d’esordio di Davidson (qui il suo sito ufficiale), una serie di racconti collegati dal filo comune di esprimere la difficoltà di adattarsi a una vita difficile. I personaggi dei racconti di Davidson sono disperati, a volte combattono i propri malesseri e altre volte li assecondano morbosamente, come se fosse l’unica possibilità di accettarsi. Il titolo del romanzo richiama il primo racconto, dove un pugile di 36 anni senza più possibiltà di arrivare alla fama, rimugina sul coma del nipote rievocando il giorno in cui accadde l’incidente che ha rovinato la vita a entrambi. Durante una passeggiata su un laghetto ghiacciato, il ragazzino scappa di mano allo zio – allora un promettente boxeur – e sfonda la superficie. Per salvarlo, lo zio si rompe le ossa di una mano nel tentativo di rompere il ghiaccio che intrappola il bambino. Il racconto avviene a quindici anni di distanza, il nipote Jake si è salvato ma i danni cerebrali subiti l’hanno lasciato in coma.
di Flavio Santi
Gianni Biondillo, “Metropoli per principianti”, Guanda, pp. 210, € 12,00
Gianni Biondillo ha scritto il suo capolavoro. Senza nulla togliere alla celebrata saga del commissario Ferraro, questo libro addensa al meglio le doti di Biondillo – velocità e nitore di scrittura, ironia pungente, sguardo partecipe, alto senso etico, pensiero spiazzante e sempre critico –, senza addomesticarle però in una gabbia troppo rigida, come a volte è il romanzo di genere. Qua domina una grande fluidità – da vita liquida per usare un concetto in voga –, un sapiente cine-occhio che si muove su persone, città, sentimenti, idee. Persone e oggetti, come ricorda l’appunto di Wu Ming 1 sul retro di copertina, colti in una dialettica plastica e complessa: si tratta di una raccolta di saggi che definire di architettura sarebbe riduttivo, ricchi come sono di una calda umanità e di uno sguardo lucido e chirurgico.
di Claudio Albertani
Rosalba Piazza, I saperi illeciti del meticciato. Medicina e tradizioni di cura tra i Maya-K’iche’ del Guatemala, Colibrì Edizioni, Milano, 2006, pp. 280, € 19,00.
Tutto ciò che vive è irripetibile. E’ inconcepibile che due esseri umani, due arbusti di rose selvagge siano identici... La vita si estingue lì dove ci si industria a cancellare le differenze e le particolarità con la violenza.
Vasili Grossman
Il libro narra le esperienze che Rosalba Piazza ha vissuto nel corso di tre lustri – tra il 1989 e il 2004 - a Totonicapán, cittadina indigena dell’altopiano occidentale del Guatemala, come ricercatrice e responsabile di un progetto di cooperazione internazionale realizzato dal GRT (Gruppo per le Relazioni Transculturali), una ONG italiana.
Nell'attuale, intensissimo dibattito sul New Italian Epic e sugli orizzonti delle poetiche narrative che stanno prendendo forma in questi anni in Italia, si inserisce prepotentemente il bellissimo romanzo di Alessandro Bertante,
Al Diavul (Marsilio, € 17). Si tratta di un romanzo storico e, nonostante ciò, nitidamente e sinceramente autobiografico, che interroga un momento nodale del passato ed esprime una renitenza all'assenso di quella onnipersistenza vorace del presente, di questo devastato presente, che si erge a epoca definitiva e chiude i conti con ciò che lo ha prodotto, formulando un giudizio indecente e autocratico, e al tempo stesso desiderando bloccare ogni deriva autonoma e impazzita che conduca a un futuro diverso da quello calcolato.
Lo snodo storico in cui la scrittura veloce di Bertante entra attraverso diverse piattaforme conoscitive sono in realtà due momenti, osmotici, collidenti: l'affermarsi del Fascismo in Italia e la Rivoluzione che parte dalla Barcellona di Durruti nel '36.
di Gioacchino Toni
Jacques Le Goff, Nicolas Truong, Il corpo nel Medioevo, Editori Laterza, 2007, pp. XIV-188, € 8.50
Salvo rare eccezioni il corpo è stato a lungo tralasciato dalla storia e dagli storici, tanto che per molto tempo la storia può essere detta “disincarnata”. Tra le eccezioni, Jacques Le Goff e Nicolas Truong ricordano il lavoro di metà Ottocento di Jules Michelet sulla strega nel Medioevo, gli studi, risalenti alla prima metà del XX secolo, del sociologo Marcel Mauss relativi al modificarsi diacronico delle “tecniche del corpo”, le ricerche del tedesco Norbert Elias che, nei primi decenni del Novecento, affronta le funzioni corporee come vero e proprio oggetto storico e sociologico. È però al tentativo di giungere a una storia globale portato avanti dalla scuola delle Annales, e in particolare agli studi di Marc Bloch, che si deve una vera e propria programmazione della ricerca volta a restituire un corpo alla storia e dare una storia al corpo. L’importanza del corpo nella storia occidentale viene ribadita anche dalla Scuola di Francoforte e, successivamente, da Michel Foucault. Il filosofo francese indaga il modo in cui il corpo è immerso nel dominio della politica e i suoi studi mostrano come nella storia europea si arrivi ad una diffusa “tecnologia politica del corpo”. È però soprattutto del lavoro di Marc Bloch che Le Goff e Truong si dimostrano debitori nella loro analisi del corpo nel Medioevo.
di Daniela Bandini
Giorgio Bona, Chiedi alle nuvole chi sono, ed. Besa, 2008, pp. 160, € 13,00.
Se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, questo ultimo lavoro di Giorgio Bona può senz’altro vantare un impatto visivo notevole. Bella la copertina, la scelta della foto, che riproduce la sostanza della realtà contadina di appena qualche decennio fa. Un giovane seduto su un mucchio di granoturco intento a spannocchiare, di lato si intravede una ruota di bicicletta, il giovane sorride, pare sorpreso, non era così immediata, allora, l’assonanza di riproduzione istantanea e quotidiano. Una foto era anche una spesa, da valutare: generalmente ne troviamo di gruppo, partendo dai bisnonni per lo più seduti fino ai bambini in fasce. E più le generazioni sono datate all’indietro più riconosciamo la miseria di quegli anni; anche indossando gli abiti migliori, non la si poteva nascondere.
di Letizia Muratori
[Letizia Muratori è una delle più importanti autrici italiane contemporanee. Ha pubblicato per Einaudi Stile Libero i romanzi Tu non c'entri e La vita in comune. Per Adelphi sta per uscire La casa madre, chiasmo tra due racconti lunghi su cui si ragionerà in Carmilla. La recensione di Muratori allo splendido "oggetto narrativo" di Giacopini è condotta utilizzando alcuni parametri del memorandum sul
New Italian Epic, enunciati da WM1. gg]
Documentare vite alternative, fare storia alternativa.
Nel saggio New Italian Epic Wu Ming 1 segnala tre esempi di mockbiopic, cioè biografie deviate e alternative rispetto ai fatti storici: Il signor figlio di Alessandro Zaccuri,
L'uomo che volle essere Perón di Giovanni
Maria Bellu [clicca per leggere la recensione di Giancarlo De Cataldo, N.d.R.] e Havana Glam di Wu Ming 5. Ovvero
Leopardi a Londra dopo il 1837, Perón sardo, e David
Bowie simpatizzante comunista.Su necessità e importanza del lavoro di WM1 tornerò al più presto e con l'attenzione che merita. Al momento ne approfitto per ragionare su
di Giancarlo De Cataldo
Giovanni Maria Bellu, L'uomo che volle essere Perón, Bompiani, pp. 356, € 19,00.
[Parlando di questo libro in
una multi-recensione apparsa su Repubblica on line l'8 maggio, Dario Olivero scriveva:
"Si parla molto in questi giorni di un nuovo filone della letteratura italiana che è stato chiamato New Italian Epic, tanto difficile da definire quanto forse immediato da intercettare quando si incontra. Ecco un esempio."
Su L'Unità del 20 maggio, lo scrittore Giancarlo De Cataldo recensiva la stessa opera, aggiungendo prospettiva a quell'osservazione.]
Questo è un gran bel libro. Contiene tre storie. La più antica comincia in Sardegna cent'anni fa. E' la storia di un ragazzo di Mamoiada di nome Giovanni Piras che s'imbarca sul piroscafo dei sogni e se ne va in Argentina in cerca di fortuna. La seconda comincia anch’essa in Sardegna, non si sa bene quando nè come nè perché, e nemmeno se sia una vera storia o non, piuttosto, una leggenda. E' la storia di come l'emigrante Giovanni Piras sia diventato Juan Domingo Perón, a lungo signore e padrone dell'Argentina. La terza e ultima storia comincia quando il Giornalista, l'io narrante di questa seducente avventura, sente parlare per la prima volta della faccenda Piras/Perón.
E' la storia delle storie, quella che affascìna le altre due sotto il segno del rapporto fra un giovane esploratore della vita, con la sua carica di rabbia, speranza e utopia, e il suo anziano padre, il Vecchio, con il suo fardello di sconfitte, delusioni, rassegnazioni.
Incubo rosso, inferno bianco, assassini neri

di Alan D. Altieri
Tom Rob Smith, Bambino 44 (Child 44), traduzione di Annalisa Garavaglia, Milano, Sperling & Kupfer, 2008, 444 pp., € 19.90
Un mondo dal clima deviato: inverni simili a ere glaciali ed estati come forni crematori. Un mondo di strutture abitative primeve: tetri termitai di cemento armato, tutti identici uno all’altro e molto, troppo simili a carceri. Un mondo dalla tecnologia brutale: treni a carbone spalato duramente a mano, poche auto a benzina simile a nafta che scaricano fumi venefici, telefoni a disco che non funzionano e che quando funzionano sono sistematicamente intercettati.
di Alberto Prunetti
Stefano Pacini, Cuba que linda es Cuba, Edizioni Il Foglio, 2008 (pp. 92, con CD, euro 15).
Una bella notizia questa della riproposizione del reportage fotografico di Stefano Pacini su Cuba da parte delle edizioni Il Foglio. Il testo raccoglie le fotografie e un diario di Pacini e a corredo viene allegato un CD con la versione elettronica delle istantanee. L’autore, Stefano Pacini, è un fotografo che dagli anni Settanta si è dedicato alla fotografia sociale, dirigendo il proprio obiettivo sia verso i luoghi delle rivolte e delle feste popolari, sia nella documentazione del disagio sociale e degli effetti distruttivi di un’epoca sempre più vile.
di Gioacchino Toni
Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey), Le repubbliche dei pirati. Corsari mori e rinnegati europei nel Mediterraneo, Shake edizioni tascabili, 2008, pp. 208, €9,90
Molti testi sulla pirateria nordafricana sono macchiati dall’idea di giustificare la “missione civilizzatrice” dell’imperialismo europeo dell’Otto-Novecento. Non a caso in tanti scritti europei e americani si utilizzano toni ben diversi per la pirateria praticata dagli stati-nazione cristiani e bianchi in opposizione a quella accusata di essere anarco-moresca. Occorre pertanto cercare altrove elementi volti a spiegare quanto ha a che fare con resistenze e insurrezioni nordafricane ed è con tale spirito che Peter Lamborn Wilson analizzata in particolare l’esperienza di Rabat-Salé nella prima metà del XVII secolo. Tale esperienza è particolare in quanto, a differenza di Algeri, Tunisi e Tripoli, non era un protettorato ottomano.
di Girolamo De Michele
Sandro Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Ombre corte, 2008, 172 pp., € 16.00
Il libro si apre con l’immagine del comandante Achab che, chino sulle carte nautiche dei quattro oceani, traccia le rotte «con l’intento di portare a compimento il pensiero monomaniaco della sua anima», quasi a voler suggerire un primo uso di questo testo: una cartografia critica degli studi postcoloniali, che con colpevole ritardo cominciano ad essere tradotti e studiati anche in Italia.
di Saverio Fattori
Federico Platania, Il primo sangue, Fernandel edizioni, 2008, pagg. 128, € 12,00
Platania fa i conti con le nuove paure metropolitane, che di nuovo non hanno nulla, è l’incapacità di reazione che ci mette all’angolo, la mancanza di anticorpi ad emergenze che pensavamo storicamente risolte a metterci nei guai. Si è inceppato il meccanismo che vuole i figli comunque più ricchi dei padri, la progressione economica è deragliata, la miseria è un mostriciattolo che non si stacca di dosso e che umilia Andrea, un io narrante assolutamente credibile. Non c’è lotta di classe, diritti e identità da rivendicare, nessun riferimento politico, solo disordine, no-future. Rimane l’impotenza e la vergogna per non essere altro.
Danilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962”. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po' i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d'assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all'evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.
Negli anni Ottanta studiavo filosofia all’università. Fiorivano le pubblicazioni sulla crisi della metafisica e sulla fine del soggetto. Nel clima postmoderno, segnato dalla presenza di autori come Lyotard o Derrida, si sottolineava come stesse accadendo una trasformazione profonda della natura dell’esercizio filosofico. Le grandi narrazioni, le visioni del mondo, le sintesi ideologiche erano crollate miseramente. Per non cadere più nei drammatici errori della teoria novecentesca, bisognava avere un atteggiamento più umile e disincantato. Anzi, il compito critico dell’intellettuale postmoderno consisteva in lettura ironica e secolarizzata del mondo, mirata a dissolvere le certezze di ogni visione del reale e a decostruire ogni pretesa di fondazione metafisica del discorso filosofico. Il declino della teoria era segnato.
Nel Seicento in Italia era diffuso un modo di dire che anche oggi non ha perso la sua forza: "Franza o Spagna purché se magna". Parliamo de
I sentieri del cielo (Rizzoli “La Nuova Scala”, pagg. 327, euro 19,00) quinto romanzo di Luigi Guarnieri, che per lo stesso editore ha pubblicato nel 2006 La sposa ebrea. Tutt’altro registro stilistico per questo affresco sanguinario sulla prima guerra combattuta dalla neonata Italia unita, nell’anno del Signore 1863, nella terra di mezzo di una Calabria primordiale: gole montane cupe come leggende di un pantheon pagano, vallate ampie e ricoperte da foreste edeniche e tramonti infuocati alla Caspar Friedrich.
di Ermanno Lolli
Carboneria Letteraria, Primo incontro, ed. Cento Autori, 2007, pp. 48, € 3,00.
Un flash: la scrittura come un forsennato gioco a costruire significati, intercettando segni che ci scorrono davanti a una velocità pazzesca, nel perenne tentativo di rimediare all’Assenza, sostituirla in qualche modo, surrogarne la vacuità. Tale pratica, tradizionalmente individuale, può sortire effetti ben più efficaci se caratterizzata dalla attività cooperativa, da una trama di rapporti più o meno estesa, che di certo finisce per giustificare in modo più ampio, nel segno della comunità e all’ombra della Ginestra, il senso dell’operazione. La collaborazione nella scrittura produce attualmente numerosi effetti in Italia, di vario spessore e dagli esiti differenti: dall’attività di consolidati collettivi di scrittura (in primis Wu Ming, come è noto), alla pubblicazione di antologie multiautore, in questo periodo molto diffuse.
di Girolamo De Michele
Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita: Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979), 109 pp.+DVD con la raccolta completa della rivista, DeriveApprodi, Roma, 2008, € 18.00 [qui un estratto del libro].
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«Pat Garret e Billy Kid erano due che facevano una loro battaglia contro i proprietari fondiari. Ma Pat Garret era un legalitario: non gli piaceva che Billy ammazzasse i nemici anche alla festa di nozze quando lui aveva deciso per la tregua con l’esercito, la polizia, i proprietari. Pat fa la scelta e diventa sceriffo. A malincuore. Di fatto diventa alleato dei proprietari, non senza cercare, ogni tanto, di lasciare perdere Kid e di mantenere una buona fama tra i suoi vecchi compagni. Ma, in fin dei conti, Pat spara contro Kid. La storia finisce lì. Qualcuno immagina che il Kid sia stato solo ferito e come ogni eroe degli oppressi, rinasca dopo ogni ferita e alla fine trionfi su Garret. Il “compromesso storico”, la questione sindacale della battaglia delle vertenze, Enrico B. e Luciano L. sono fratelli gemelli di questo vecchio Garret. Era l’autunno 1973».
di Paolo Persichetti
Eleni Varikas, Les rebuts du monde. Figures du paria, Stock, Paris 2007, pp. 208, € 18,50
È convinzione diffusa che paria sia un vocabolo indiano giunto in Europa insieme alle merci speziate e alle sete pregiate della compagnia delle Indie, cuore pulsante dell’impero coloniale britannico. Allo stesso modo, un radicato luogo comune vuole che il termine designi gli intoccabili, cioè gli estromessi dal sistema delle caste: banditi per nascita dalla comunità, gli impuri, i reietti, gli ultimi degli ultimi, gli espulsi dallo stesso genere umano.
In realtà, paria è parola occidentale coniata da militari e missionari portoghesi nel XVI secolo. Sembra che della espressione si trovi traccia per la prima volta nelle parole di un certo Duarte Barbosa, navigatore al servizio del re del Portogallo, il quale durante un viaggio nella penisola indiana riferisce della esistenza d’un «gruppo inferiore di pagani chiamati PareaY». Probabilmente l’equivoco trae origine dall’impiego che gli Europei hanno fatto del termine parayer, con il quale erano indicati i suonatori di tamburo, considerati per questo impuri. Nel vocabolario indiano gli intoccabili hanno sempre avuto tutt’altro nome. Ultimo di questi è dalits, che vuole dire «popolo oppresso e calpestato».
di Igino Domanin
[Di Igino Domanin, ci preme segnalare l'uscita del romanzo d'esordio Spiaggia libera Marcello, la cui recensione abbiamo pubblicato qui. Oltre che scrittore, Domanin è ricercatore di filosofia teoretica.]
Michel Foucault negli anni Settanta ha capovolto l’immagine tradizionale della riflessione politica. Bisognava, a parer suo, tagliare la testa al re non solo, come fecero i rivoluzionari francesi, nella prassi, ma, adesso, innanzitutto nella teoria. L’analisi del potere, cioè, non si basava sul primato della sovranità e sulle nozioni giuridiche ed economiche che ruotano intorno a essa. In particolare, Foucault metteva radicalmente in discussione il primato della Forma-Stato come oggetto della critica della politica e indicava un metodo nuovo d’indagine. Il potere, insomma, consiste nell’esercizio di alcune tecniche di governo nell’ambito delle quali, per esempio, strutture architettoniche, misure amministrative, enunciati filantropici formano una rete di elementi in grado di controllare e dirigere la condotta degli individui.
Pani, Corda e Licheri, tre amici, tre abbandonati inconsolabili, tre pirati in quell’oceano che è la Sardegna senza vip, senza cartoline, senza lusso.
È la Sardegna vera, che non vuole più essere quella delle passioni deleddiane, dei rapimenti e d’inesprimibili linguaggi ancestrali, ma semplicemente isola di un selvaggio west in cui cavalcare tra persone che si conoscono, sparlano, si annoiano o un po’ si amano e locali di provincia che si fanno fondali simbolici di miraggi irrealizzabili. Non-luoghi del Montiferru campidanese di Soriga in un grande non-luogo che è la Sardegna contemporanea, che però lega indissolubilmente i tre protagonisti e ne pregiudica le vite arrabattate, complice uno smisurato spirito d’appartenenza.
di Alberto Prunetti

Kark-Markus Gauss, I mangiacani di Svinia. Un’epopea rom, Roma, L’ancora del Mediterraneo, 2008, p. 160, 13,50 euro (traduzione di Vincenzo Gallico)
I mangiacani di Svinia è un bel reportage narrativo frutto della penna e della curiosità di Karl-Markus Gauss, scrittore e viaggiatore austriaco che ha passato almeno quattro mesi, in diversi anni, peregrinando tra gli slum dell’Europa dell’Est (principalmente Romania e Slovacchia).
Ho letto il libro di Gauss e mi è piaciuto. Sono anche andato a una presentazione de I Mangiacani di Svinia con l’autore, e quella sensazione positiva è stata confermata.
di Danilo Arona
[estratto dalla prefazione a
La via oscura di Robert McCammon, edizioni Gargoyle Books]
1) Com'è noto, il New England è quella regione degli Stati Uniti situata nella parte nordorientale del paese dove i Padri Pellegrini provenienti dall'Inghilterra approdarono nel 1620 fondando la prima grande comunità puritana del Nuovo Mondo. La regione, confinante con l'Atlantico, comprende gli stati del Maine, New Hampshire, Massachussets, Vermont, Connecticut e Rhode Island. E già, dopo queste poche righe, l'abituale consumatore di horror americano avrebbe di che "sentirsi a casa": il Maine di King, il Nathaniel Hawthorne e l'Edgar Poe del Massachussets, il Lovecraft del Rhode Island... Ma, dopo avere scomodato i classici, ecco che Lincoln Child è nato nel Connecticut, Christopher Golden ancora nel Massachussets, lo sconosciuto (da noi) F. Brett Cox viene dal Vermont, e persino Dan Brown - che con l'horror non ci azzecca, ma trasuda gotico - ha visto i natali nel New Hampshire.
Nel Vangelo secondo Giovanni, poco prima di donare la vista al cieco nato, Gesù pronuncia una sentenza indecifrabile e allusiva. Le opere del Padre, afferma, devono compiersi alla luce del giorno perché poi venit nox, viene la notte, e al sopraggiungere delle tenebre nessuno può più operare, neppure colui che pure si proclama «luce del mondo». Il Paolo VI che Ferruccio Parazzoli elegge a protagonista del suo
Adesso viene la notte (Mondadori, pagine 128, euro 13,00) è, al contrario, un Papa notturno, impegnato in lunghe veglie di preghiera, lettura, meditazione e lotta contro il Demonio. La prima scena del libro – che conserva ben riconoscibile l’impronta dell’originario e mancato progetto teatrale – descrive infatti l’appartamento privato del Pontefice a poche settimane dalla sua morte, con gli operai ancora indaffarati a rimuovere le tracce delle ripetute battaglie fra il Vicario di Cristo e l’Avversario del genere umano: pareti scurite dallo zolfo, pentacoli, sedie dalle gambe spezzate e, sotto il letto, un deposito innominabile di insetti soffocati.
Luigi Romolo Carrino - Acqua storta - Meridiano Zero - € 10
Storia d’amore e di camorra, questo piccolo libro di L. R. Carrino. Poco più di cento pagine che scorrono veloci tra baci, abbracci, appuntamenti segreti e spietate esecuzioni nei vicoli, tra le mura del carcere minorile di Nisida, sugli scogli di Mergellina. Lo scenario è quello che Roberto Saviano ha messo perfettamente a fuoco nel suo Gomorra, la colonna sonora la forniscono i neomelodici partenopei Ida Rendano e Maria Nazionale (ma l’io narrante preferisce Carmelo Zappulla, Nino D’Angelo, Luciano Caldore).
"Il grande Uno Rosso" è la Prima Divisione di Fanteria degli Stati Uniti, la spina dorsale delle truppe d’assalto americane. L’autore, Sam Fuller, ne ha fatto parte durante la Seconda guerra mondiale ricevendo due medaglie al valore (una nello sbarco in Sicilia e un’altra nel D-Day a Omaha Beach, Normandia). Ma Fuller prima di essere uno scrittore era un regista considerato scomodo dall’intellighenzia di Hollywood per le sue idee anarchiche, per il suo cinema controverso. Celebrato da Scorsese e in questi ultimi anni al centro di una riscoperta critica tardiva ma meritata, l’esperienza autobiografica di Fuller come soldato fu da lui stesso portata sugli schermi nel 1980 con un film dallo stesso titolo. Il soggetto del film fu tratto dall’omonimo libro, che finalmente ha trovato una collocazione nelle librerie italiane, che precendentemente l'avevano clamorosamente snobbato. Ora, con la splendida locandina originale,
Il grande Uno Rosso è stato pubblicato dall'editore romano Elliot (€ 22,00, pagg. 571), e consigliamo vivamente di non lasciarvelo scappare.
di Girolamo De Michele
Blitris, La filosofia del Dr. House. Etica, logica ed epistemologia di un eroe televisivo, Ponte alle Grazie, 2007, 206 pp., 12 euro
in appendice: una selezione di videoclip su Gregory House
La presenza di un discreto numero di medical-fiction è uno dei tratti caratteristici della programmazione televisiva dell’ultimo decennio. Sulla strada aperta da E.R. (serie non a caso ideata da Michael Crichton, medico prima che regista e romanziere), i palinsesti americani ed italiani si sono via via riempiti di serie ambientate in ospedali o centri medici, i cui protagonisti sono quasi esclusivamente operatori medici. La novità, rispetto a fiction del passato, sta nella centralità narrativa di quello che in precedenza era sfondo o contesto: il fatto medico fa ruotare attorno a sé ogni altro aspetto esistenziale, e riconnette al proprio interno il senso dei frammenti di vita che agiscono al pronto soccorso di Chicago piuttosto che all’obitorio di Boston o all’ospedale di Seattle.
di Alberto Prunetti
[López è un muratore argentino con il triste primato di essere desaparecido due volte: la seconda volta nel settembre 2006, in piena democrazia, nel corso di un processo in cui la sua deposizione è stata l’elemento chiave per far luce sulla sorte di altre due vittime della dittatura militare: Patricia Dell’Orto e Ambrosio De Marco. López è l’ultimo prigioniero che li ha visti vivi e di lui non si hanno più notizie. Carmilla si è occupata di López qui, qui e qui.]A.P.
Arrivato a Buenos Aires da meno di mezz’ora, l’amico argentino che mi è venuto a prendere all’aeroporto mi dice che ceneremo con un suo amico, Gerardo Dell’Or(t)o. Il nome innesca un riflesso automatico. Chiedo se è per caso un parente di Patricia, la ragazza al centro delle dichiarazioni di López. "È suo fratello", risponde il mio amico, prima di fare un numero al cellulare. Poche parole che mi riempiono di curiosità:"Gerardo, stasera porta il libro!"
Il romanzo di esordio di Igino Domanin non sembra un esordio. Altrimenti non sarebbe possibile ritrovarsi a ridere e a inquietarsi con una profondità che ormai solo alcune eccezioni del panorama narrativo italiano ci permettono.
Spiaggia libera Marcello (Rizzoli, 17 euro), col suo titolo vagamente rétro, è un romanzo piano e classico eppure innovativissimo, sconcertante, un godimento a tutti i livelli di lettura. Saturo di un immaginario pop ai limiti della devianza, eppure nitido e lineare, Spiaggia libera Marcello è un evento letterario, la sfida a rinnovare e amplificare le potenzialità del romanzo, genere esausto che Domanin impiega esplorando territori in cui noi tutti siamo convocati: poiché questo libro parla di noi, di cosa siamo diventati, e irradia un sogno abominevole e seducente.
E' un successo internazionale il primo romanzo della "trilogia giapponese" di David Peace, uno degli autori di genere storico-nero più celebrati al mondo (Granta ha scommesso su di lui, l'editoria Usa lo ha acquisito). Già autore del mitologico Red Riding Quartet (in Italia: 1974 e 1977 da Meridiano Zero; Millenovecento80 e Millenovecento83 per Tropea, ora passati al Saggiatore), Peace da tredici anni vive a Tokyo, sposato e con tre figli, ed è da quel privilegiato osservatorio che ha deciso di costruire un immenso e penetrante affresco sul Giappone, osservato attraverso casi reali di cronaca nera. Un'impresa da titano, che ha la sua conferma sorprendente in questa prima tappa della trilogia:
Tokyo anno zero (il Saggiatore, € 17) è un romanzo mozzafiato, lineare e corale al tempo stesso, ambientato tra il '45 e l'anno successivo, quando il Sol Levante muta storia e ancora dilaga la devastazione della guerra mondiale e dell'occupazione americana.
di Emanuele Manco
Giovanni De Matteo, Sezione Π², Urania n. 1528, Mondadori, novembre 2007, pp. 322, € 3,90.
Ho già parlato di questo libro, consigliandone l'acquisto a scatola chiusa. Ora che l'ho letto vi sottopongo la promessa (minacciata?) recensione.
Premetto che mai quarta di copertina mi sembrò più indegna del contenuto. Odio chi mi deve annunciare le sue grandi intenzioni. La frase “un investigatore hard-boiled stile classico”, è un proclama pretenzioso. Mai annunciare le proprie intenzioni. La creazione per slogan delle aspettative è un trucco di quart'ordine. Lasciate al lettore scoprire di che genere sia il romanzo. A cosa si ispira. Non prendete il lettore per cretino. E' come se un comico prima della battuta dicesse “attenti che ora si ride”. Non si fa.
di Girolamo De Michele
Gilles Deleuze, Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, a cura di Aldo Pardi, Ombre Corte, Verona, 2007, pp. 202, euro 18.50
in appendice: Deleuze su Carmilla
Ci sono molte ragioni per regalarsi la lettura delle lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze, sino a ieri disponibili solo on line e adesso tradotte e curate col titolo Cosa può un corpo? da Aldo Pardi, autore di un densissimo saggio prefatorio, all’interno di una la felice congiuntura editoriale: sono da poco disponibili il Meridiano delle Opere di Baruch Spinoza, prima traduzione integrale dei testi spinoziani (qui l'ottima recensione di Toni Negri), e il primo dei due volumi che raccolgono tutti gli scritti brevi di Deleuze: L’isola deserta e altri scritti – 1953-1974. Tre testi che, letti in contaminazione, evidenziano come nel pensiero di Gilles Deleuze si esprima oggi la forma di spinozismo più adeguata al tempo presente.
di Valerio Evangelisti
Fabrizio Foni, Alla fiera dei mostri. Racconti pulp, orrori e arcane fantasticherie nelle riviste italiane 1899-1932, ed. Tunué, Latina, 2007, pp. 342, € 22,50.
Croce, Prezzolini e numerosi altri fondatori della cultura letteraria “ufficiale” prefascista erano convinti che all’anima italiana, per sua natura solare, non si addicesse il “romanticismo”: vale a dire quella passione per il macabro, il fantastico, l’estremo che connotava invece, a loro avviso, la diversa anima germanica e, per derivazione da questa, quella anglosassone. Questo parere continuò a pesare anche dopo che il timone della cultura fu passato in altre mani. Non a caso fu un allievo di Croce, Giovanni Gentile, a modellare il campo dell’istruzione in Italia sotto il fascismo. Né più proclive a considerare con simpatia il “romanticismo” (ormai non più chiamato così) fu, nel dopoguerra, l’impostazione culturale comunista, ferreamente dettata da Togliatti e ispirata sia a Zdanov che a certe considerazioni di Gramsci, peraltro più duttile del migliore.
di Vittorio Catani
Sceglie una mistura di toni dal nostalgico al colto, popolare, ironico, patetico (talora poetico), ma soprattutto satirico se non corrosivo come un acido
Giacomo Annibaldis, autore del breve romanzo Casa popolare vista mare (Besa, 2007, pagg. 92, euro 10,00). Siamo in una sorta di odissea quotidiana vissuta e dipanata nel corso d’un paio di decenni in un ambiente davvero fuori del tempo: un gruppo di case popolari, L’Iaccipì, IACP (Istituto Autonomo delle Case Popolari). Il volumetto è ordinato non per capitoli ma per “palazzine”, perché sono queste ultime (la “A”, la “B”, la “C”…) in un certo senso le vere protagoniste: incombenti, immobili, immutabili a fronte di eventi e vite che, quasi fossero arredo, si susseguono, alternano, ripetono e consumano in un loop temporale circolare. Perché su tutte le paure di chi abita nell’Iaccipì pende quella terribile e definitiva: il furto violento della casa che si è avuta in assegnazione. O che, comunque, “si è avuta”. Furto che può estrinsecarsi in una stupefacente gamma di modalità, sebbene tutte con finale obbligato: “smammare”, cambiare aria, “fuori dai piedi”. Con l’annessa appendice di “varia umanità”.
di Luca Briasco
Cristiano Governa, Il catechista, Aliberti editore, 2007, pp. 229, € 15,00.
Conosco Cristiano Governa da tre anni. Ci siamo incontrati per la prima volta a Bologna, per la prima edizione del Festival su Cinema e letteratura. Cristiano collaborava con la Cineteca di Bologna, abbiamo gestito assieme una rassegna sulle trasposizioni filmiche dei romanzi di Jim Thompson, combattendo un caldo record e colmandolo delle nostre chiacchiere.
Abbiamo cominciato parlando di noir, di lì siamo passati alla letteratura tout court, alla musica, alla politica. Mi sono trovato davanti una mente straordinariamente ricca, ma soprattutto, per citare direttamente da Il catechista, una mente che sa porsi le domande giuste, ossia quelle che non si fanno "per sentirci rispondere ciò che abbiamo già deciso". Una mente di cui la scrittura è il braccio armato, l'emanazione diretta. Quella di Cristiano Governa è una scrittura di domanda, a sua volta; una scrittura che non esita a interrogarsi sul degrado del mondo, ma rinunciando ai sociologismi e alle spiegazioni precostituite.
Ci sono molte prospettive che permettono di scrutare, dall'esterno e dall'interno, la formidabile pièce di Valeria Parrella recentemente uscita per i tipi Bompiani,
Il verdetto (€ 11). La più sbagliata delle prospettive, e al tempo stesso - come cercherò di spiegare - anche la più corretta, è ravvisarne un interludio tra una pregressa e molto celebrata produzione di racconti e il romanzo breve che sta per uscire da Einaudi, Lo spazio bianco. La prospettiva centrale, invece, è quella che permette di restare dentro il testo, in sé e per sé, sacavando in esso e osservando le potenzialità della scrittura di Parrella, che qui esce dalla semplice letteratura per aggredire l'azione extratestuale, con un lavoro che va recitato. La prospettiva centrale è quella che vede Il verdetto semplicemente per quanto è: una tragedia. In tempi di volatilizzazione della percezione del tragico, Parrella allestisce una tragedia aggiornando alcuni nuclei fondanti dell'Orestea. E' un lavoro che va a braccetto col tentativo, ormai collettivo, di ripristinare moduli epici nella narrativa di casa nostra. Però fare la tragedia, oggi, appare ancora più complesso che scrivere epica, utilizzando il genere storico e compiendo su di esso un lavoro di necessaria trasformazione.
di Girolamo De Michele
Pubblichiamo un altro intervento sull'ultimo romanzo di Serge Quadruppani, dopo quelli di Wu Ming 1 e Valerio Evangelisti
Dopo un lungo purgatorio nelle estemporanee collane per edicole, Serge Quadruppani comincia ad avere lo spazio editoriale che gli è proprio, uscendo dalla nicchia dei suoi cultori per arrivare a un pubblico più vasto: merito della collana Marsilio Black, che pubblica la sua ultima fatica, In fondo agli occhi del gatto (192 pp., 13 euro).
di Giulia Gadaleta
Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, Donzelli, 2007, pp. 264, € 16,80.
Etiopia, tra il 1935 e il 1941. E’ in corso l’occupazione fascista dell’unico pezzo di Africa rimasto indenne dal colonialismo. Ma anche della più antica realtà statuale del continente. Un soldato italiano lascia il suo plotone per raggiungere il dentista di cui ha bisogno. Abbandonata la strada percorsa da camion militari e dai mezzi delle imprese impegnate a costruire le infrastrutture della colonia italiana in fieri, tenta una scorciatoia. Lungo il sentiero vede una donna. Nera. Bellissima. Che si lava in una pozza d’acqua. Non parlano la stessa lingua, ma il militare le fa intendere le sue intenzioni. Giacciono insieme in una grotta, come direbbe un romanzo dell’epoca. Durante la notte, in modo del tutto accidentale, l’uomo la uccide.
di Alberto Prunetti
Segnalo sul numero di novembre di Fotografia Reflex uno splendido servizio fotografico di Dante Cosenza, fotografo argentino di origine italiane. Cosenza, nato 43 anni fa a Buenos Aires, registra la luce naturale di scantinati scrostati, in cui robusti machos di periferia versano sudore su attrezzi arrugginiti o accendono ceri davanti alle icone di bodybuilders anonimi su altari improvvisati.
di Valerio Evangelisti (da il manifesto del 30 ottobre 2007)
[Avevamo già pubblicato una recensione di Wu Ming 1 di quest'ultimo romanzo di Serge Quadruppani. Non sembra superfluo aggiungere un altro commento a un libro importante, opera di uno degli autori di punta del noir europeo. Quadruppani presenterà il suo romanzo lunedì 19, alle 18,30, alla Fnac di Milano. Introduce Giuseppe Genna.]
Una cosa colpisce subito chi prenda tra le mani l’ultimo romanzo di Serge Quadruppani pubblicato in Italia, In fondo agli occhi del gatto (Marsilio, 2007, pp. 194, € 13,00). Né la quarta di copertina, né le bandelle interne lasciano presagire alcunché dei contenuti dell’opera. Lo stesso potrebbe dirsi a riguardo delle recensioni già apparse. Salvo fugaci e generici riferimenti, la trama resta misteriosa.
di Alberto Prunetti
Colonel Durruti, Ammazza un bastardo!, Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2007, pp. 151, euro 14, traduzione di Alessandro Bresolin.
Un filo nero e uno viola: dallo humour noir di Breton e compagni al noir dei francesi Jouanne e Frémion (col nom d’emprunt di Colonel Durruti), un romanzo infarcito di riferimenti post-situazionisti, a cominciare dalla dedica a Mesrine (imponente figura di illegalista degli anni Settanta, di cui Nautilus ha pubblicato la splendida autobiografia) e dalla citazione da Il libro dei piaceri di Raoul Vaneigem, subito dopo il frontespizio.
di Girolamo De Michele
Enzo Melandri, Contro il simbolico. Dieci lezioni di filosofia, Quodlibet, Macerata, 2007, pp. 309, euro 26.
Enzo Melandri è per lo più noto per la sua opera maggiore, La linea e il circolo, testo che dopo trent’anni giganteggia ancora nel panorama filosofico italiano del Novecento (e non solo perché circondato da nani). In quest’opera dal programma apparentemente circoscritto – uno studio logico-filosofico sull’analogia – il sapere filosofico viene squadernato, decostruito e riassemblato col rigoroso eclettismo di un metodo che sa contaminare la fenomenologia e il marxismo critico, il metodo genealogico di Nietzsche e Foucault e la metaforologia di Blumenberg, il formalismo logico e la “sinistra aristotelica”.
di Daniela Bandini
Marco Vichi, Nero di luna, Ugo Guanda Editore, 2007, pp. 248, € 15,00
Sinceramente questo romanzo l’ho divorato. E’ un piacere leggerlo, se dovessi definirlo direi “contemporaneo”. Agile, libero, pieno di visioni di cambiamenti personali più che possibili, accessibili a tutti noi. I personaggi del libro sono un giovane scrittore di nome Emilio Bettazzi (oggi fino ai 50 anni si è “giovani scrittori”), amante della buona cucina e cuoco niente male, un’avvenente dottoressa, incredibilmente libera da legami matrimoniali e da parcelle di avvocati divorzisti, qualche carabiniere, un maresciallo dallo spessore umano e culturale di un foglietto di carta, il negozietto-drogheria della sig.ra Marinella, luogo di delizie e tentazioni sublimi, il popolo e il popolino, ma soprattutto le popolane, la Casa del Popolo, una villa che nasconde i suoi orribili misteri, e il luogo dove tutto ciò è ambientato: Fontenera, nella Toscana più profonda.
di Tommaso De Lorenzis
AA.VV., Platone suona sempre due volte. La filosofia del noir, a cura di Mark T. Conard, Casale Monferrato, Edizioni PIEMME, 2007, pp. 358, 16.50 euro

James M. Cain, agosto 1946
Visto che The Philosophy of Film Noir sarebbe risultato un titolo pesantissimo per le morbide orecchie del pubblico italico, l’alternativo Platone suona sempre due volte pare una scelta azzeccata. Tanto più che, ad accrescere bizzarria del volume e curiosità dei lettori, provvede un’originalissima copertina, su cui spicca la statua del filosofo agghindata con un completo alla Bogart. Ecco, dunque, l’allievo di Socrate catapultato in una pellicola anni Quaranta: trench, cappello a falde, immancabile sigaretta all’angolo della bocca e sbuffo di fumo che si perde nel gioco dei chiaroscuri.
di Daniela Bandini
Giampiero Rigosi, L'ora dell'incontro, Einaudi Stile Libero, 2007, pp. 446, € 14,00
L’ora dell’incontro tarda sempre ad arrivare. Sia quando l’incontro è atteso con trepidazione che quando lo si aspetta con angoscia. Tutti gli appuntamenti hanno quella patina di necessità che li rende sgradevoli e finiscono per riprodurre gli stessi schemi di incombenza, urgenza, anche in ciò che vorremmo fosse piacevole. Prepararsi a sfoggiare il meglio, il peggio, il mediocre che è in noi: dipende solo dal nostro interlocutore. E se l’interlocutore fosse la nostra sopravvivenza? Se fosse una malattia senza speranze di guarigione a darci un appuntamento non saremmo più che lieti di disertarne la visita? No, a volte no.
di Danilo Arona
Sergio Pent, La nebbia dentro, Rizzoli, 2007, pp. 207, € 17,00
"La nebbia si stende come un lenzuolo sdrucito sul fogliame che cerca il colore giusto per l'addio e rimane lì a poltrire fino a quando qualche corrente ventosa del Monferrato non la spazza via in pochi soffi veloci, come se non fosse mai esistita."
E' la cosiddetta "nebbia dei funghi" quella di cui parla Sergio Pent in questi scarni, magistrali tocchi in apertura del suo La nebbia dentro, romanzo dell'anima e della memoria ambientato in un'attualissima e dolente Val di Susa, teatro contemporaneo di non poche contraddizioni della nostra stramba nazione.
di Nino G. D'Attis
Hunter S. Thompson, Cronache del rum, trad. Marco Rossari, Baldini & Castoldi Dalai, pp. 276, € 17,50
È l’inverno del 1958, sei a San Juan, Puerto Rico, catapultato da New York in uno zoo di tipi umani e subumani debitamente carburati ad alcool. Deambulano, vaneggiano “Ben diversi dagli sgobboni ipocriti e dai pappagalli sciovinisti che si vendevano ai giornali reazionari dell’Impero di Henry Luce”, ingollano rum e birra nel bar di un certo Al Arbonito, fantino ritiratosi dalle corse.
“Quando un ex comunista di nome Lotterman arrivò dalla Florida per fondare il «San Juan Daily News», il cortile di Al divenne il nostro circolo della stampa, perché nessuno degli sballati e degli idealisti che venivano a lavorare per il nuovo giornale di Lotterman poteva permettersi le tariffe dei bar fighetti che spuntavano dappertutto come un’esplosione di funghi velenosi al neon.”
E' possibile, in 19 pagine, compiere una mossa che, se vista (e si può dubitare che lo sarà), avrebbe la potenza di sovvertire l'intero ordine consolidato di una disciplina? Sì: è già accaduto. Dieci pagine di Spitzer e la critica stilistica muta per sempre. Non parliamo delle arti, dove basta un gesto (qualche verso, una linea, l'accostamento di due materiali, uno spartito di poche righe) e la storia cambia per sempre. Le 19 pagine a cui mi riferisco sono quelle de
L'amico di Giorgio Agamben (Nottetempo, 3 euro) e la disciplina (che tale non dovrebbe mai essere) è la filosofia. L'amico è lo scritto più decisivo, il più acuminato e rivoluzionario, che sia apparso in questi anni in Italia. E' un sutra della filosofia occidentale: non serve una pagina di più. Chi ha occhi per vedere, osserverà un panorama mutato, la filosofia tornare a essere quanto ha da essere: la via per la penetrazione di sé in sé e, quindi, nel mondo, in coesistenza con gli altri.
di Sbancor
[Carmilla si gloria di avere tra i suoi collaboratori e sostenitori di eccezione il misterioso autore e analista che risponde allo pseudonimo Sbancor, probabilmente uno dei massimi esperti di mercati e geopolitica di cui disponiamo nel Paese, un intellettuale quasi rinascimentale per cumulo di competenze e profondità di analisi. Rarissimamente Sbancor firma una recensione letteraria. Lo ha fatto su Rekombinant, per Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones. Riproponiamo il breve, incisivo e definitivo testo di questo illuminato giudizio non soltanto letterario, poiché Sbancor è autore di un testo fondamentale sul conflitto in Kosovo: l'indispensabile Diario di guerra (DeriveApprodi)]
Nel silenzio che solitamente circonda il genio, è uscito per Rizzoli nella collana “24/7″ (Euro 16,5), un autentico capolavoro della letteratura italiana del III millennio, che sarà anche iniziato da poco, ma che in letteratura sembra più promettente che in politica.
Sto parlando dell’opera di Babsi Jones: “Sappiano le mie parole di sangue“. Si tratta di un’opera unica per diversi motivi.
di Gianfranco Marelli
Gianni-Emilio Simonetti, La suonatrice di theremin. L’insurrezione di Kronshtadt nei ricordi di Anastasija S. musicista e cuoca, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 175, € 15.
Forse come Nastja, la protagonista del romanzo, dovremmo allungare le due dita di Cognac con un po’ d’acqua – secondo un’antica abitudine russa – prima di accingerci a raccontare una storia melanconica, nostalgica, eppure vibrante e sferzante come l’eroica insurrezione di Kronshtadt contro la «commissariocrazia» bolscevica in quel freddo e pungente inverno del 1921. E poi domandarci se «amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita».
[In calce: calendario presentazioni + link di approfondimento]
di Wu Ming 1
Era ora che Serge Quadruppani, uno dei più vivaci e spiazzanti autori del polar (il “crime novel” francese), fuggisse dal sovraffollato ghetto delle collane da edicola e approdasse alle librerie, dove le tirature sono minori ma i libri rimangono reperibili più a lungo. I precedenti romanzi uscirono nel Giallo Mondadori, collocazione che garantisce non più di due settimane di esposizione e poi via, indietro tutta, al macero o negli arretrati da richiedere per posta. A noi capitò di segnalare titoli come
La breve estate dei Colchici (Giallo Mondadori n. 2822, 8/5/2003) e
La notte di Babbo Natale (Giallo Mondadori n.2863, 2/12/2004) quando ormai era troppo tardi e il lettore poteva solo cercarli per bancarelle. E' merito dell'editore Marsilio se quel ciclo si è interrotto e oggi possiamo recensire senza frustrazioni
In fondo agli occhi del gatto (Le Farfalle Marsilio, traduzione di Maruzza Loria, € 13).
Le opere di Quadruppani sono narrazioni filosofiche forsennate, meditazioni sul male e la sua “necessità”, vagabondaggi esilarati tra le macerie delle lotte di classe novecentesche. Qui seguiamo, minuto per minuto, la fuga di Michel, cinquantenne disoccupato che la polizia sospetta dell'omicidio del suo miglior amico. Vengono alla mente alcuni classici (cinematografici prima ancora che letterari), da Le Samourai di Jean-Pierre Melville (ma qui il tono è molto più scanzonato) a Fuori orario di Scorsese, passando per Tutto in una notte di John Landis e un altro film che menzionerò tra poco.
di Girolamo De Michele
Prem Shankar Jha, Il caos prossimo venturo. Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni, introduzione di E. Hobsbawm, trad. di Andrea Grechi e Andrea Spilla, Neri Pozza, Vicenza, 2007, pp. 677, € 25,00.
La pubblicazione del grande saggio dell’economista indiano Prem Shankar Jha Il caos prossimo venturo merita attenzione per più di un motivo. In primo luogo, perché consente di focalizzare l’attenzione degli analisti occidentali, inguaribilmente onfalocentrici, sull’alto livello della produzione culturare orientale. È interessante vedere come alcuni fondamenti dell’economia e della storiografia (Arrighi, Polanyi, Braudel , Schumpeter, esplicitamente richiamati dall’autore sin dalle prime pagine) siano tutt’ora attuali, forse perché capaci di visioni globali che sfuggivano alla centralità dell’ombellico occidentale.
di Girolamo De Michele
Su Gianni Biondillo e Il giovane sbirro vedi le recensioni di Daniela Bandini su Carmilla e di Wu Ming 1 su Nandropausa
Potrebbe sembrare ad un critico disattento che con Il giovane sbirro Gianni Biondillo sia giunto alla terza (o quarta?) puntata del ciclo di Michele Ferraro (tutte edite da Guanda), poliziotto milanese con ascendenze meridionali e residenza a Quarto Oggiaro, un passato da rockettaro (tutti dati presenti nella biografia dell’autore) e un matrimonio fallito alle spalle. Potrebbe: e allora Biondillo sarebbe l’ennesimo caso di giallo seriale condito con una spruzzata di folklore locale e una miscela agrodolce, un punto d’amaro e mezzo di dolce, che fa dire del poliziesco tutto il male possibile a tanta critica blasonata. Bene: se simili critici esistono, peggio per loro.
di Paolo Persichetti
Solo pochi decenni fa l’amnistia era considerata ancora una parola di Sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libertà del movimento operaio. Convogliava un’idea di società tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell’importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equità nell’applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie.
di Lucio Angelini
Vibrisselibri è una casa editrice “anfibia” sorta nel giugno 2006: cerca il nuovo e l’insolito attraverso una rigorosa (e gratuita!) opera di scouting, ne pubblica on line i frutti migliori, rendendoli leggibili e scaricabili (sempre gratuitamente) secondo la formula del copy-left) e proponendoli poi agli editori tradizionali per un’eventuale versione cartacea. Il sito è www.vibrisselibri.net.
Vibrisselibri è figlia di una febbre di mezza estate di Giulio Mozzi, che intendeva soprattutto lottare editorialmente contro la cosiddetta “logica del profitto”, dando visibilità a testi letterari ritenuti interessanti indipendentemente dalla “speranza di lucro” loro attribuita. Volontariato culturale bello e buono, da parte di tutti gli aderenti all’iniziativa: una sessantina di persone circa.
di Gianluca Bifolchi (da Tlaxcala)
[Di norma, nei limiti del possibile, Carmilla evita di pubblicare contributi che non siano originali. Una delle possibili eccezioni è la rilevante importanza del testo, degno di essere fatto conoscere. E' il caso, secondo noi, di questa recensione di Gianluca Bifolchi, apparsa su Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica. Anche il sito e il suo progetto meritano di essere pubblicizzati.] (V.E.)
Furio Colombo, La fine di Israele, Il Saggiatore, 2007, pp. 127, € 10,00.
La ragione per cui Furio Colombo ha scritto La fine di Israele è chiarita nell’introduzione, dove l’autore ricorda una manifestazione di solidarietà a Israele tenutasi un anno fa al Portico d’Ottavia, il vecchio ghetto ebraico di Roma, nell’infuriare della guerra in Libano tra Israele ed Hezbollah. Colombo, che ovviamente vi prese parte, ricorda con amarezza il cortese ed educato apprezzamento della comunità ebraica verso i leader di sinistra presenti e i tripudi e le ovazioni riservati invece a Fini, Schifani, Cicchitto e compagnia bella.
Nel 1986 esce il primo numero di Watchmen, scritto da Alan Moore e illustrato da Dave Gibbons, e il mondo dei supereroi cambia per sempre. Soprattutto perché Watchmen, ripubblicato in un bel volume da Planeta-De Agostini, ribalta la facciata dei supereroi, e ancora di più perché non si tratta di un “fumetto” nell’accezione più pop del termine. L’universo in cui si muovono Nite Owl (Gufo Notturno), Rorscharch, il Dottor Manhattan, il Comico e Spettro di Seta è una distopia della nostra società, un affresco che parte in maniera filologica con i testi di storia dagli anni ’30 e prende un’inaspettata deviazione nel ’59 (anno in cui tra l’altro fu pubblicato Tempo fuori luogo – o Tempo fuor di sesto, per rispettare la citazione shakespeariana del titolo originale Time Out of Joint – di Phiip K. Dick), anno di nascita, o per meglio dire di rinascita, del 37enne fisico nucleare Jonathan Osterman che in seguito a un incidente di laboratorio in cui viene disintegrato in una camera fotonica ritorna nella forma di una coscienza superiore e viene battezzato dal governo degli Stati Uniti (Nixon in carica) come Dottor Manhattan.
di Danilo Arona
AA.VV., Anime nere, a cura di Alan D. Altieri, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2007, pp. 406, € 9,40.
Leggo qua e là in rete che Anime nere, antologia da poco uscita nella Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori a cura di Sergio "Alan" Altieri, sarebbe la risposta editoriale a un precedente lavoro di gruppo siglato Baldini & Castoldi e intitolato Incubi. Nulla di più fuorviante: Incubi, curato da Raul Montanari, possiede una sua specificità di definizione richiamata anche nel sottotitolo ("Nuovo horror italiano"), mentre Anime nere semplicemente non ce l'ha né si preoccupa di averla. L'accostamento in scala cronologica è puramente casuale e basterebbero a confermarlo le presenze in Anime nere di autori come Nerozzi, la Vallorani, già nella squadra di Incubi, e dello stesso Montanari.
di Alberto Prunetti
“Don Zauker esorcista”, di Emiliano Pagani e Daniele Caluri, ed. Il Vernacoliere, 10 euro
“_Santità, la verità è che da quando la Germania ha perso i mondiali, non siete più lo stesso!”
“_Casomai non sono più lo stesso da quando la Germania ha perso la guerra!”
Eccola qui una delle tante battute contro Ratzinghe nel più irriverente fumetto degli ultimi anni: “Don Zauker, esorcista”, di Emiliano Pagani e Daniele Caluri. A chi non li conoscesse - oltre a duemila paternostro di penitenza, convertibili in un campari soda pagabile nel più vicino circoletto - consiglio imperativamente di sfogliare i numeri degli ultimi due anni del Vernacoliere, il leggendario foglio satirico livornese.
Affresco straordinario dell’Italia di oggi
di Elisabetta Mondello*
Va riletto l’ultimo romanzo di Ammaniti per apprezzarlo quanto merita. Per capire che Come Dio comanda libro attesissimo a cinque anni da Io non ho paura, risponde bene alla pesante sfida affrontata dall’autore: confrontarsi col suo stesso successo. Lo si sapeva rinchiuso, immerso nella scrittura, oppresso dal peso di chiudere il romanzo. Ma Come Dio comanda rifiuta paragoni con l’opera precedente fin dalla struttura che abbandona la misura breve, per imboccare la via più complessa di una macchina narrativa che necessita di 500 pagine per risolversi.
LETIZIA MURATORI- LA VITA IN COMUNE - EINAUDI STILE LIBERO BIG - € 15.50
Mi conforta quanto, sull'ultimo numero di Nandropausa, Wu Ming 1 ha scritto di questo libro perturbante: "Ne scriverò ancora, di questo romanzo. Mi ha colto di sorpresa. [...] Sono uscito dal romanzo lievemente febbricitante, felice di aver fatto quest'esperienza. [...] Davvero non mi aspettavo un libro così, sono spiazzato. Lo lascerò decantare e, in qualche modo, ci ritornerò sopra". Poiché è quanto accaduto a me, alla prima lettura de La vita in comune di Letizia Muratori: una prima lettura, mesi fa, che mi diede il vibratile capogiro, la convinzione di trovarmi di fronte a un'opera fuori dell'ordinario e per questo importante, nell'impossibilità di individuare quale elemento straordinario ne determinasse il carattere vertiginoso; infine la seconda lettura, che ho voluto praticare analiticamente, cercando di trarre quanto si può trarre da una miniera senza fondo di oro da scoprire, senza avere la minima idea di come si faccia il minatore. Ecco la prima conclusione: La vita in comune è leggibile da chiunque, con molteplici prospettive, però, e una unificante - non si tratta di un romanzo italiano. Questo, qui e ora, è per me un elevatissimo pregio.
SILVIA BRE - MARMO - EINAUDI - € 10
E', questa, una recensione per me particolarmente importante e atipica, poiché mi costringe a entrare personalmente, con dati esistenziali ed emotivi, il che oggidì sembra essere rifiutato dalla critica ufficiale. Poiché però si tratta di discutere un libro di poesia, ci sarebbe da chiedersi quale critica ufficiale si occupa oggi seriamente di poesia.
Semplicemente potrei dire che Marmo di Silvia Bre è uno dei libri in versi più importanti degli ultimi vent'anni della nostra letteratura poetica. Tuttavia non è così semplice dirlo, e non perché io debba argomentare il sintetico giudizio con chissà quali supporti teorici o metrici, ma perché vengono in questo libro impegnate tutte le potenze che lirica ed epica, al giorno d'oggi, sono possibili, e vengono esse rivitalizzate in connessione con la potenza veritativa che la letteratura ha sempre esercitato, in ogni tempo e in ogni dove.
GIANCARLO DE CATALDO, NELLE MANI GIUSTE, EINAUDI STILE LIBERO BIG, € 15.80
Dobbiamo a Giancarlo De Cataldo due atti letterari che sono fondamentali per il nostro comparto narrativo, storico e politico. Il primo, celebratissimo con una legittimità che ricompone saldamente il rapporto tra narrazione e critica, è stato Romanzo criminale [qui la recensione su Carmilla], la saga epica che esplode intorno alla Banda della Magliana, mettendo in luce e in ombra quella Italian Connection che sembra non abbandonare mai le quinte di questo martoriato Paese. Romanzo criminale è, al momento, il romanzo italiano dei Settanta/Ottanta e lo è con una potenza di racconto devastante, già canonizzata. Se fosse questo soltanto il debito di gratitudine che dobbiamo a De Cataldo, già sarebbe sufficiente. Invece gliene dobbiamo un altro che, a prescindere dall'esito letterario (di cui discuto più sotto), è a mio parere fondamentale: Nelle mani giuste affronta il soggetto più difficile, imprendibile e scivoloso che uno scrittore italiano possa mettersi in testa di romanzare - cioè il passaggio post-Muro e la stagione delle bombe agli Uffizi, al PAC di Milano, alle chiese di Roma, oltre che l'attentato a Costanzo, nel '93. Nell'occhio del ciclone De Cataldo finisce la stagione tricolore più ambigua e vergognosa: la transizione dell'Italia che si autodefinisce Seconda Repubblica e Paese trasformato. Ci finisce, cioè, la merda autentica - quella che si nasconde, tirando lo sciacquo senza nemmeno osservarla.
di Serge Quadruppani (traduzione di Maruzza Loria)
[Avevamo già anticipato un brano del romanzo di Paolo Pozzi Insurrezione, Derive/Approdi, 2007, pp. 208, € 14,00. Ora proponiamo una recensione completa di questo libro straordinario e sincero.] (V.E.)
Un romanzo di Paolo Pozzi, Insurrezione, ambientato nel '77: è la sua storia, la storia di un'intera generazione. Alcuni non si sono riconosciuti nella copertina con le cifre dell'anno disegnate come una P38. Ma è l'ora di aprire il dibattito. Nel numero 1977, che costituisce la sola illustrazione della copertina del libro, due pistole sostituiscono le ultime due cifre. Pare che molti dei reali protagonisti di Insurrezione , attori del movimento autonomo milanese degli anni 70, non si siano affatto riconosciuti nella copertina. Ricondurre quel periodo a un'esplosione di violenza non è forse oggi la visione dominante, tipica dell'amnesia italiana contemporanea, socialmente prodotta e coltivata?
di Saverio Fattori

Claudio Morici, Actarus, la vera storia di un pilota di robot, Meridiano Zero, 2007, pp. 224, € 13,00.
Actarus è un combattente un po’ suonato, non mangia libri di cibernetica, insalate di matematica, è dedito alla Peroni, ne ingurgita ettolitri, solo così riesce ad attutire gli sgarbi di una vita eroica ma altamente stressante. Ogni giorno, puntata dopo puntata, un format crudele lo condanna a guidare un robot e a sconfiggere le forze del male. Certo, è soddisfacente, la gente chiede autografi, i bambini raccolgono figurine, ma la responsabilità è sfibrante.
Va’, distruggi il male, va’.
di Daniela Bandini
Giancarlo Liviano D'Arcangelo, Andai, dentro la notte illuminata, Pequod, 2007, pp. 220, € 15,00.
Questo romanzo è di una spettacolare attualità. E’ di pochi giorni fa la faccenda del reality rivelatosi una bufala a scopo educativo-propagandistico che metteva in palio un unico rene per il concorrente scelto dal pubblico, salvando la vita a lui solo e condannando gli altri all’attesa di un trapianto che nella maggioranza dei casi non avviene mai. Bella trovata, quindi. Se non fosse che continuamente i vincoli morali che ci aspettiamo invalicabili finiscono per essere travalicati da un’indifferenza, o meglio da un’apatica rassegnazione, che permette al nostro impulso di assuefazione di adattarsi e richiedere immediatamente dosi sempre più massicce. Ovvero, se è stato pensato, si farà, prima o poi.
Igino Domanin - Apologia della barbarie. Considerazioni ostili sulla condizione umana in tempo di guerra - Bompiani Agone - 8 euro
Aprire oggi una collana di saggistica teorica in una grande casa editrice è un'impresa. L'impresa è riuscita ad Antonio Scurati, che ha inaugurato presso Bompiani Agone, una serie di testi che sono mirati a "chiamare a raccolta una nuova generazione di intellettuali; proporre una saggistica agile, di intervento, di critica e di proposta sui grandi temi della contemporaneità; e a riproporre l'idea che la cultura abbia uno spazio autonomo - riproporre cioè il prestigio dell'intellettuale, e il suo ruolo sociale di voce pubblica, ma riportandolo nella zona bruciante di contatto con la realtà, al punto nevralgico dove si misura il valore affermativo della cultura". Tra questi saggi, mi soffermo sull'Apologia della barbarie di Domanin, narratore e filosofo che conosco da diciott'anni, perché qui, in un testo che conta 94 pagine, viene compiuto un gesto filosofico, politico e stilistico che introduce una discontinuità fondamentale con l'esistente: apre la crepa, la manifesta, e si tratta di una crepa a cui molti intellettuali e scrittori da tempo stanno lavorando, privi di un supporto teorico accertato, che devono strapparsi da soli, amplificando le proprie competenze.
di Tommaso De Lorenzis
Carlo Lucarelli, Il mistero a piccole dosi. Scritti e interviste, Datanews, 2007, pp. 167, € 14,00.
In un articolo apparso di recente su «l’Unità», Giancarlo de Cataldo ha scritto che Lontano da Manaus (La Nuova Frontiera, 2007) del portoghese Francisco José Viegas è uno di quei romanzi che «dimostrano, se ancora ve ne fosse necessità, quanto siano sterili certe polemiche letterarie sui “generi”». Attraverso un’appassionata disamina della struttura dell’opera, scopriamo come l’autore riesca a forzare le regole del giallo alludendo all’«altrove del noir». Lontano da Manaus è, in definitiva, «uno spazio narrativo che si [tiene] ben alla larga dai recinti. Soprattutto da quelli definitori». Così, «alla fine, non t’importa più chiederti che razza di libro tu abbia letto. È un bel libro, e con un sottofondo di fado o di morna e un buon sigaro cubano si apprezza ancora di più».
di Alberto Prunetti
Caravane 55, di Valérie Mitteaux e Anna Pitoun, documentario, Francia, 2003, 52 minuti
Achères, Yvelines, Francia. Salcuta Filan, una giovane rom, vive con i suoi due figli in un accampamento poco distante dalla città, assieme a una trentina di famiglie. Ma il governo di Sarkozy considera i rom una minaccia e ordina la loro espulsione. Non importa verso dove: l’importante è fare terra bruciata intorno al popolo rom. Il 5 marzo 2003 il prefetto ordina l’espulsione di Salcuta, la smobilitazione del campo e la distruzione delle roulotte. Salcuta va a parlare con le maestre dei suoi bambini. Inizia il passaparola informale. La popolazione di Achères si prepara a resistere.
di Daniela Bandini
Francesco Abate, Massimo Carlotto, Mi fido di te, Einaudi, 2007, pp.175, €14,00.
Da farci un film. Ciascuno di noi conosce un vero bastardo, una persona concreta dotata di fisionomia propria, oppure ne ha solamente letto le gesta, immaginandone i lineamenti. Uno che vorremmo pigliare a cazzotti fino a vederlo stremato, implorandoci invano perdono. Ebbene, probabilmente Gigi Vianello, colui al quale siamo così riconoscenti di esistere, se non altro perché al suo confronto i nostri peccati appaiono drasticamente ridimensionati, risulterebbe in pole position nella graduatoria del vecchio gioco della torre. “Chi butteresti giù per primo?”
di Adriano Padua

Paolo Cossi, La storia di Mara, Lavieri Editore, 2006, pp. 120. € 15,00.
La storia di Mara non è soltanto la storia di Mara Nanni, fiancheggiatrice delle Brigate Rosse romane, arrestata nel 1979 e poi condannata all’ergastolo (pena successivamente ridotta a 15 anni in terzo grado). La storia di Mara è anche un’opera dell’autore Paolo Cossi, che, oltre a dare corpo con stile multiforme alle parole della protagonista, ripercorre con le sue tavole molte delle immagini degli anni di piombo, alcune ben impresse nella mente di tutti (come le immagini fotografiche degli uomini della scorta di Aldo Moro massacrati o di Piazza Fontana), altre solo immaginabili (come il volo di Pinelli dalla questura di Milano), ma qui concrete grazie alle peculiari caratteristiche del linguaggio scelto, quello del racconto a fumetti.
di Saverio Fattori 
Francesco Fagioli: Un certo senso (Marsilio X, pp. 240, € 14,00)
L’uomo è l’animale diventato pazzo: egli vive nella pura follia, fino a ora, più di quanto chiunque abbia potuto immaginare. Così l’ho trovato. [Friedrich Nietzsche]
Altro che anni Ottanta. Altro che presente devastante, cronaca che si incancrenisce. Siamo distratti, confusi da troppe stimolazioni pirotecniche. Ci fottono con due pezzi di vetro colorato e calze di nylon.
Francesco Fagioli ci richiama all’ordine.
Il NEMICO è ovunque perché è dentro di noi. Mimetizzato bene, ma inamovibile. Si può manifestare per mezzo di UNO SCARICO FOGNARIO INTASATO che ci ammorba con i suoi rigurgiti, distruggendoci la vita, modificandone ritmi e abitudini. Ci fa dormire in macchina, ci fa abbandonare dalla fidanzata. Non resta che una moderata indignazione e molli cortesie nei riguardi di chi avrebbe l’onere di porvi rimedio. Ai termini di legge.
di Daniela Bandini
Gianni Biondillo, Il giovane sbirro, Guanda, 2007, pp. 343, € 13,60.
Gianni Biondillo è un autore a mio avviso straordinario. Accompagnati da lui si può percorrere l’attualità più stringente con approfondimenti inusuali ma affrontati con eleganza, squarci di verità su patologie lucidissime nella loro follia.
In questo romanzo Biondillo si avvale del giovane futuro ispettore Ferraro, una sorta di prologo del personaggio, per proporci una serie di delitti “classici”. Di quei delitti che fanno parlare i benpensanti, nei quali amano crogiolarsi i moralizzatori in preda alla tentazione di sostituire la cronaca con la smisurata amoralità del perbenismo refrattario a qualunque ricerca delle cause.
di Massimo Cappitti
Gaspare De Caro - Roberto De Caro, La Sinistra in guerra, Edizioni Colibrì, Milano 2007, pp. 288, € 12,00.
Si potrebbe, semplificando, interpretare la storia italiana ma non solo italiana degli ultimi decenni come il progetto tenacemente perseguito di chiudere definitivamente i conti e così liquidare la tensione rivoluzionaria alla radicale trasformazione dell’esistente che ha attraversato il ’900 fino agli anni ’70. Prova di questa cancellazione è, tra le altre, la centralità assunta dal tema dell’ordine inteso nelle sue molteplici declinazioni: ordine politico, sociale, economico, culturale. Dio, patria, famiglia tornano, pertanto, a far valere le proprie pretese mentre, da più parti, si afferma la necessità di autorità forti o si auspica la ricostituzione di gerarchie sociali nitide, perentorie e, soprattutto, indiscutibili.
H.P. Lovecraft, Il caso di Charles Dexter Ward, BUR, trad. M. Crepax, prefazione di V. Evangelisti, € 8.60
TUTTI I LIBRI DI H.P. LOVECRAFT
È uscito in Bur lo scorso aprile
Il caso di Charles Dexter Ward di H. P. Lovecraft, con una bella e ampia prefazione di Valerio Evangelisti. Lo scrittore americano, contemporaneo di innovatori della forma-romanzo come John Dos Passos, Faulkner ed Hemingway, fu un autentico antimodernista i cui echi letterari spaziano da Polidori a Poe, passando per Stoker e la struttura diaristica del romanzo del terrore.
Un libro straordinario, che evoca orrori “impossibili” e paure ancestrali descrivendone solo l’aura immonda, per usare uno degli aggettivi più amati (e abusati) dall’inventore dell’immaginario
Necronomicon, il più terribile dei libri proibiti...
Luce Giard, allieva, collaboratrice e responsabile dell’edizione critica delle opere di Michel de Certeau (1925-1986), inizia la presentazione di questa raccolta da lei curata dicendo che «niente sembrava predisporre Michel de Certeau a sentirsi in sintonia con gli eventi del maggio 1968» (Presentazione, in Michel de Certeau, La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007 (1994), p. 9). Che di profonda sintonia si tratti è detto in poche righe che mostrano la pienezza dell’ascolto che questo raffinatissimo intellettuale gesuita storico antropologo teologo psicanalista, tra i fondatori dell’Ecole freudienne de Paris di Jacques Lacan seppe dare di quella breve intensa fase di vita sociale e politica, ascolto tanto più vivo di quello di molti che lo vissero e teorizzarono.
di Saverio Fattori
Michele Governatori, La città scomparsa, Barbera Editore, Siena 2006, pp. 191, € 16,00.
Il grande sogno di un paese grottesco, un imprenditore cialtrone che si fa figura commovente, schiacciato da soci più cinici e accorti.
La pianificazione ardita di una Cortina del centro Italia, facile da raggiungere da Roma, che fallisce miseramente, marcendo in un amalgama di cemento e amianto.
Una seconda casa per una borghesia piccola piccola, che del verde non ha ancora capito bene che farsene, ma che inizia a fare propri i simboli di una confusa scalata sociale.
di Saverio Fattori
Federico Platania, Buon lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato, Fernandel editore, 2006, pp. 155, € 13,00.
In anni in cui il lavoro precario si impone come emergenza sociale, Platania ci ricorda che l’altra faccia della luna è sempre cupa, il lavoro fisso rimane un baratro oscuro e profondo che tiene in ostaggio anima e cervello.
Platania butta dodici piccole perle in questo baratro che restituisce mormorii strozzati di pc in accensione, suonerie di telefonini inopportuni, lo FTAC di una cimice che sbatte contro un neon. Il TLAC della macchinetta del caffè che ha deposto il bicchierino, i ronzii di radioline fuori frequenza, le frasi sconnesse di colleghi di ufficio devitalizzati, in bilico tra cameratismo e arroganza.
di Daniela Bandini
[Nessun lettore di Carmilla si perda questo straordinario romanzo del valenciano Juan Miguel Aguilera, autore di punta, in Europa, del genere storico-fantastico. L'auspicio è che anche i precedenti romanzi di Aguilera siano presto tradotti in italiano.] (V.E.)
Juan Miguel Aguilera, Il sonno della ragione, Barbera editore, Siena 2007, pp. 404, € 16,90.
Ne Il sonno della ragione ci stupisce quanto sia palese la dimostrazione secondo cui è solo con l’intelligenza emotiva e interpersonale che riusciamo a decifrare la realtà e la storia. Dell’uomo e del suo faticoso curriculum biografico, gli aspetti che determinano la personalità, lo spunto verso il quale ci conducono gli eventi e il loro epilogo biografico comunque glorioso. Ogni vita, ogni scelta ci appaiono sottili trame di un tessuto che si definisce pian piano come su un telaio, nel quale il disegno ultimo ispira armonia, per quanto raccapricciante sia il ritratto finale.
di Massimo Cappitti
Scrive Spinoza nella Prefazione al Trattato teologico-politico che «se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse sempre loro favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione». La condizione umana, però, è segnata da difficoltà che gli uomini «non sanno in alcun modo risolvere», cosicché, affetti dalle passioni tristi della speranza e del timore, si affidano alle credenze più insensate e a «strane interpretazioni dei fatti naturali come se la natura nella sua totalità fosse pazza come loro».
Da questa disponibilità a credere ai più «assurdi misteri» sono derivate, pertanto, la necessità di «rivestire la religione di un esteriore cerimoniale che la rendesse superiore ad ogni circostanza e la facesse oggetto di una zelantissima e continua osservanza da parte di tutti» e, insieme, il potere sacerdotale teso a limitare, se non addirittura ad impedire, il libero uso della ragione.
Pierfrancesco Majorino - L'eterno giovedì - Baldini Castoldi Dalai - € 16
Dopo l'esordio folgorante di Dopo i lampi vengono gli abeti, Pierfrancesco Majorino non stabilizza per nulla, anzi dissesta al parossismo, la sua forza prosastica: una narrazione memoriale e politica, fantastica e realistica, una capacità di fare deflagrare bombe lessicali, una prosodia e un ritmo trascinanti, nel raccontare una vicenda che copre più di un secolo - tutto il Novecento, fino agli anni Sessanta del nuovo millennio. E' un a ricerca della memoria del passato e (per dirla con Bion) del futuro, Proust in quarto smontato e rimontato con personalissima visionarietà, compressa come il carburo nei barattoli che esplodevano durante la guerra. Uno scavalcamento reciproco tra passato e futuro, che soltanto apparentemente si configura come saga familiare: è la storia e il modo in cui alla storia può guardare la narrazione contemporanea.
Recensione di Enzo Verrengia
E’ uscito il volume di Vittorio Catani L’essenza del futuro (Perseo Libri S.r.l., pagg. 655, euro 30). L’opera, che contiene 63 fra racconti lunghi, medi, brevi e brevissimi, è una sorta di “Meridiano” della fantascienza, diviso in dodici sezioni tematiche e propone una porzione rappresentativa della scrittura di questo autore, già funzionario di banca in veste ufficiale ma “fantascientista” nel tempo libero, “sulla breccia” da 45 anni: pubblicò infatti il suo primo racconto nel 1962 sulla rivista “Galaxy”.
Presentiamo una recensione di Enzo Verrengia per Carmillaonline. Il libro è reperibile presso il sito della casa editrice http://www.perseolibri.it/ o presso http://www.delosstore.it
«Catani è tra i pochi autori che io conosca capace di portare fino alle estreme conseguenze le proprie idee. Come si dice,
lo scrittore pugliese è tra i pochi che non hanno mai paura di avere coraggio.» Un riconoscimento etico risolto in paradosso. Così, fra l’altro, scrive Ugo Malaguti nell’introduzione a L’essenza del futuro, monumentale antologia dedicata a Vittorio Catani nella collana “Narratori europei di science fiction” della Perseo Libri. Un notevole risultato - volume con copertina rigida, impressioni in oro, sovracopertina, illustrazioni interne in b/n - che compendia una vita dedicata in buona parte a questo genere narrativo. Ma anche una vita per gli ideali... o forse “ideologia” è parola troppo obsoleta dopo muri caduti, accorpamenti politici e liofilizzazione d’impronta Usa dei modelli di convivenza?
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro
Centochiodi è l’ultimo film di Ermanno Olmi. Il regista ha infatti dichiarato che non ne girerà più, esprimendo l’esigenza di dedicarsi d’ora in avanti al documentario. Fosse pure solo per questo, varrebbe la pena di parlarne, anche se Centochiodi è opera zoppicante, incerta, a tratti dolorosamente sbrigativa, assai lontana dal commovente rigore narrativo dell’Albero degli zoccoli o dal respiro epico del Mestiere delle armi. A conti fatti, un brutto congedo.
[Romanzo del quale Carmilla ha tessuto le lodi, il libro di Flavio Santi è degno di una pratica che sempre più la nostra rivista adotterà: tornare a ragionare sul testo e sull'autore, indipendentemente dalla durata commerciale del libro in libreria. E' una risposta che intendiamo fornire alla sciaguratissima abitudine, ormai invalsa presso i grandi editori, di non depositare in catalogo alcune delle opere migliori di questi anni - problema a cui la Rete fornirà prossimamente un'adeguata risposta. gg]
FLAVIO SANTI, L'ETERNA NOTTE DEI BOSCONERO, RIZZOLI 24/7, € 16
Goethe, nel suo Viaggio in Italia, aveva descritto tutte le meraviglie della penisola incontrate durante la sua permanenza (1786-1788).
Ma c’è un capitolo che il genio tedesco non ha mai avuto il coraggio di raccontare, qualcosa di inaccettabile che solo in punto di morte, solo negli ultimi istanti di solitaria lucidità, la coscienza lo ha spinto ad affidare al giudizio dell’umanità.
Ne L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 280 pp.) Flavio Santi descrive l’arrivo di Goethe a Palermo, l’impatto potentissimo con il sistema dell’isola, il mistero insondabile della manifestazione del diabolico.
di Paolo Persichetti
Prima di assumere una valenza negativa e diventare sinonimo di sostenitore delle tesi negazioniste (o riduzioniste), che contestano la veridicità storica delle camere a gas e più in generale dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, il concetto di revisionismo ha potuto vantare importanti galloni di nobiltà. Paradossalmente i primi revisionisti sono stati, sul finire dell’800, proprio gli avversari dell’antisemitismo moderno, ovvero i sostenitori della revisione del processo che aveva portato alla condanna del capitano Dreyfus.
di Wu Ming 2
Da "L'Unità" del 16 marzo 2007
"Datemi una storia e vi racconterò il mondo": se fosse lecito liofilizzare in una frase l'intento di un intero romanzo, un motto archimedico potrebbe descrivere bene
La strategia dell'Ariete, uscito in questi giorni per Mondadori Strade Blu e firmato dall'ensemble narrativo Kai Zen.
Una trama carsica, che tra risorgive e inghiottitoi, scorre impetuosa dall'Egitto di Cheope fino ai nostri giorni, passando per la Cina degli Anni Venti, il buen retiro nazista in Sudamerica, gli Stati Uniti del presidente Eisenhower.
La fonte che alimenta il fiume sono le vicissitudini di una società tanto segreta quanto ambigua, che nel corso dei secoli ha tramandato e sottratto all'estinzione la più potente arma batteriologica che l'uomo abbia mai padroneggiato. Una rete talmente estesa da risultare invisibile, una compagnia di burattinai che da sempre, con alterne fortune, muove i fili del mondo.
A chi si addentrerà nelle Grotte dell’Ariete, consiglio di non fissare lo sguardo sui flutti. L'intreccio del romanzo è fatto apposta per essere trasparente, per consentire alla scialuppa del lettore di avventurarsi senza sforzo tra stalattiti e concrezioni. La magia è tutt'intorno, non in basso. La storia è la leva di Archimede: fa emergere la Storia e permette di esplorarla.
[
Minimum Fax, Roma, 2007, ISBN 88-7521-121-3
Traduzione di Elena Brambilla, con un saggio di Luca Briasco]
di Wu Ming 1
La citazione è d'obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n'è fregato niente mai».
Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autobiography.
Se si parla di accoglienza, De Gregori non stende certo il tappeto rosso all'edizione italiana (Garzanti, 1975). In realtà il cantautore non ce l'ha con Davis, ma ricorre alla sua icona - sovraesposta, inflazionata - per render conto di una distanza, un periodo di smarrimento e alienazione.
Canzone desolata, solcata da tragitti di fantasmi, Informazioni di Vincent racconta le notti bianche di un giovane derelitto, "scaricato" dalle passioni, perso alle appartenenze, forse un naufrago urbano post-movimento, o meglio, post-"gruppettaro". «Tu conosci mica qualcuno / che è disposto a chiamarmi fratello / senza avermi letto la mano?». La risacca collettiva non è ancora iniziata, ma il disincanto è già qui. Procura ancora angoscia l'idea di cedere al pensiero dominante («E stasera ho tradito gli affetti: / ho affittato i miei occhi a una banda di ladri / Vedo quel che vedono loro»), ma la rivoluzione, d'un tratto, non fornisce alcun appiglio.
Ferruccio Parazzoli, Quanto so di Anna, Mondadori SIS, euro 17.50
Siamo in un periodo in cui ciò che si chiamò una volta "extratesto" (cioè la realtà che entra in relazione con un testo) svolge un suo ruolo centrale. E' la critica neoapocalittica di certuni che provano fitte adorniane all'addome, gonfiori epatici al solo sentire la parola "marketing", se usata in relazione alla letteratura. Un titolo, in qualche modo, oggi, è extratestuale. E che titolo zuccherino, madamitico è quello che
Ferruccio Parazzoli ha dato al suo ultimo romanzo,
Quanto so di Anna? Un titolo che acchiappa molto le signore. E c'è anche una donna nuda in copertina! Soltanto che è di schiena. Se, quindi, si entra nel testo, siamo catapultati in una sorta di riassunto in action di tutta la tradizione del romanzo borghese e psicologista: il Novecento in 300 pagine. Uno stile qui proustiano, là alla Mann, altrove flaubertiano. Senza dimenticare Tolstoj, Dostoevskij... Ed ecco il miracolo: cucù, il romanzo non c'è più!
di Riccardo Capecchi
Chiara Cretella, Annunciazione in metropolitana, Fazi, 2007, pp. 159, € 14,50.
Tu non sei più vicina a Dio di noi;
ne siamo tutti lontani
R.M.Rilke, Annunciazione
Annunciazione in metropolitana è il secondo romanzo di una scrittrice, Chiara Cretella, capace di condensare parola poetica e impegno politico in un lirismo crudele (perché crudo e nudo e vero). Non solo: è una trasmutazione, una metamorfosi. Una rinascita - e ogni nascita o nuovo esordio ha una sua annunciazione. Ma quella di Leanna, protagonista del romanzo, già dal titolo si differenzia, pratica uno strappo rispetto alla tradizione delle pie madonne - è sotterranea, buia, metropolitana appunto. Underground, si è tentati di dire, ma con tutt’altro spessore.
di Francesco Lato
Malcolm Braly, Ora d'aria, Tropea, 2006, pp. 319, € 17,50
Esiste, negli Stati Uniti, una cospicua tradizione di quella che potremmo chiamare letteratura carceraria, ovvero non solo scritta da detenuti, ma soprattutto scritta dentro le prigioni. Tralasciando gli scritti di carattere politico come quelli di George Jackson e i libri autobiografici – e palesemente intesi ad attirare l’attenzione sul proprio caso – come furono quelli, un tempo popolari e riproposti di recente, di Caryl Chessman, e volendo occuparci di vera e propria fiction, troviamo una nutrita pattuglia di scrittori, alcuni molto noti, da Chester Himes a Edward Bunker.
Ci sono libri in grado di aprire uno squarcio sul mondo e di fornire un’arma per affrontarlo.
Come un’onda che scende e che sale è uno di questi. È il risultato del poderoso lavoro che ha occupato William T. Vollmann per diciassette anni e ha dato luogo a un’opera in sei volumi, ora editi in Italia in una versione ridotta dall’autore (Mondadori Strade Blu, traduzione G. Pannofino, € 22). Nel libro si ritrova la caratteristica attenzione di Vollmann per tutte quelle forme di vita altamente marginali e sacrificabili che lottano sanguinosamente per guadagnarsi un diritto alla sopravvivenza. Un tipo di umanità infima e impercettibile che così tanto assomiglia agli insetti di You Bright and Risen Angels, abitanti di territori estremi e devastati in cui l’autore compie periodicamente le sue sconvolgenti incursioni.
di Daniela Bandini
Giacomo Cacciatore, Figlio di vetro, Einaudi Stile Libero, 2006, pp. 168, € 14,00.
Figlio di Vetro. Vetro di tutte le sfumature, di tutti i riflessi di tutte le deformazioni che un viso assume quando si riflette in esso. Vetro, fragile e malleabile, dai candidi bagliori accesi di Murano ai bottiglioni impolverati nelle vecchie cantine coperti di polvere e muffa. Un figlio di vetro sarà un’immagine speculare e storpiata, un accanito e rafforzato riemergere e rituffarsi nel passato, schegge di se stesso sparse nella via e nei luoghi incantati dell’infanzia, cocci aguzzi sui quali ferirsi. Come il profumo della pasticceria, di quando bambino andava con suo padre in quel luogo incantato di Palermo, un profumo che andava oltre l’aroma intenso di crema e ricotta, un perdersi, un estro nel quale bearsi nell’inconsapevole benessere di chi ancora ignora che quel benessere rassicurante e protettivo ha radici lontanissime e un equilibrio pericolosamente precario.
di Alberto Prunetti
Con la rassegna "Con la penna tra i denti" mi propongo di segnalare alcune opere che ho incontrato nei miei percorsi di lettura. Lo scopo, com'è tipico in testi del genere, è quello di allargare la cerchia delle persone che possono entrare in rotta di collisione coi libri che si reputano appassionanti. Non mi interessa che il libro sia acquistato: i libri vengono scambiati, chiesti in prestito, riprodotti o – come ogni merce – rubati. In fondo leggere un libro è anche compiere un furto: è appropriarsene, farne carne propria attraverso quella ruminazione che chiamiamo lettura. E parlando di furti, il primo libro che segnalo è decisamente fuori dalle righe: L'istinto di morte di Jacques Mesrine (coedizione di Nautilus e El Paso, traduzione di R. Moretto, con la collaborazione di A. Chersi, I. de Caria, Striknine e P. Marangon)
di Cristina Rosati
Oscar Marchisio, Jadel Andreetto, Bologna Operaia. Inchiesta fra i metalmeccanici, ed. Socialmente, 2007, € 15,00.
Il modo migliore per dare un volto a ciò che si vuol descrivere è lasciare la parola al soggetto interessato. Nel libro Bologna Operaia, inchiesta fra i metalmeccanici sono i lavoratori a raccontarsi, in questo modo l’ideologia non trova spazio e l’analisi resta il più possibile legata ai fenomeni, alla realtà così come si manifesta. Eppure quello che colpisce l’attenzione e che scavalca le settanta interviste realizzate in tredici fabbriche bolognesi è quello che è tenuto fuori, il non detto. Non si possono descrivere solo con le parole i volti dei soggetti intervistati, la propria vita prima e dopo il tempo della fabbrica, e soprattutto non si può parlare con chi non ha nessuna intenzione di risponderti.
di Girolamo De Michele
qui il sito di Monica Viola
«Eravamo troppi. Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici». Si presenta così la voce narrante di Monica Viola, protagonista di
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone: una voce che inanellerà storie, brevi schegge narrative legate dal filo di un'autobiografia in costruzione. Perché Monica l'identità non l'ha: subisce quella assegnatale. Monica è la bambina fratta, violata nella sua infanzia all'interno della propria famiglia: non la sola, ma di questo e di altro non bisogna parlare, perché «il verbo fatto carne aveva tolto i peccati dal mondo, non bisognava rimetterceli».
Uscito in sordina nel novembre del 2006,
I semi di Marizai (Fanucci, € 14), non ha lasciato tracce: la stampa non fiata, i blog tacciono. Strano, perché l’ultimo romanzo di Claudio Asciuti, critico e scrittore eterodosso ben noto nel mondo della SF, contiene un tasso di provocatorietà, degno di suscitare almeno uno straccio di polemica. Eppure i professionisti della nostrana litigiosità, sempre pronti a schiamazzare con lo zelo invettivale delle massaie frodate ai saldi, stavolta non si attivano. Sia chiaro, in un mercato editoriale intasato di «novità», pronte a invecchiare nel giro di una notte non stupisce che i libri evaporino, resta comunque qualche perplessità a proposito di un silenzio così fermo. Banale, o addirittura volgare, adombrare tacite censure su un libro cosiddetto «scomodo», tanto più che l’aggettivo è ormai universalmente impiegato per connotare, a posteriori, romanzi o saggi di successo. Quello di Asciuti è semmai un libro politicamente irritante e difficilmente classificabile.
di Michele Corleone
Paolo Roversi, La mano sinistra del diavolo, Ugo Mursia editore, 2006, pp. 312, € 15,00
La mano sinistra del diavolo è la seconda incursione nella narrativa di genere noir dello scrittore suzzarese, ma milanese d’adozione, Paolo Roversi, dopo Blue Tango uscito per Stampalternativa nel 2006.
Ai consueti contenuti di natura sociale si affianca adesso il tema della memoria che da un tempo lontano ritorna inesorabile, avvolgendo l’intreccio del noir in un’aura di emozioni e inquietante mistero: il ritrovamento di un arto mozzato che cosa potrebbe mai avere a che fare con il funerale di un vecchio partigiano che apre il romanzo?
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

[Da un paio di stagioni è assiduamente presente sulle nostre scene teatrali una assai apprezzata messa in scena del Padre di August Strindberg. Lo spettacolo è prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione Nuova Scena - Arena del Sole - Teatro Stabile di Bologna, per la regia di Massimo Castri. Contrariamente all’opinione del colto Pubblico e dell’inclita Guarnigione, a noi sembra che questa interpretazione di un testo di per sé almeno meritevole di rispetto artistico quando difetti la comprensione storica esprima in modo esemplare la peculiare istanza politica della dominante cultura dell’Effimero: un progetto ultratrentennale di depotenziamento e mortificazione di ogni forma di critica radicale dell’esistente, nella chiave cinicamente paternalistica di una «cultura per il Popolo». Con significativa assiduità tale programma devasta i grandi testi del teatro classico, moderno e contemporaneo.]
di Gioacchino Toni

Eraldo Baldini, Massimo Cotto, Le notti gotiche, Aliberti editore, 2007, pp. 217, €. 14,00
Le notti gotiche, come tradizione della collana “due thriller per due autori”, propone due differenti racconti ad opera di altrettanti scrittori. In questo caso si tratta di due veri e propri romanzi, perfettamente in grado di reggere la pubblicazione distinta.
Il libro si apre con Le notti lunghe di uno dei maggiori interpreti del Noir italiano, il romagnolo Eraldo Baldini, autore di romanzi come: Mal’aria (Frassinelli, 1998), Gotico rurale (Frassinelli, 2000), Bambine (Sperling&Kupfer, 2002), Bambini, ragni e altri predatori (Einaudi, 2003), Come il lupo (Einaudi, 2006) ecc.
Se un nuovo romanzo di Philip Roth appare in libreria, l'evento è assicurato. Tuttavia non è assicurata la tenuta qualitativa dell'opera a confronto con le aspettative. Intendiamoci: Roth è tra i tre o quattro migliori scrittori viventi al mondo, ma la sua discontinuità è ormai da considerarsi una norma. Da
Portnoy a
Everyman (Einaudi, traduzione di V. Mantovani, € 13.50), l'ultimo nato che il suo genio ha partorito, sono tanti gli interludi, i momenti in cui lo scrittore americano ha ripreso fiato, per lanciarsi poi in variazioni consistenti ed travolgenti, trasformazioni personali che hanno trasformato la letteratura contemporanea. Roth ha il pregio e il difetto di affiliare: esiste un partito di "rothiani", con i quali personalmente vado solo saltuariamente d'accordo. Prendiamo il caso de
L'animale morente: a mio parere uno dei libri fondamentali usciti nell'ultima decade, e attaccato da fidatissimi partigiani di Roth. I quali hanno disdegnato anche
Il complotto contro l'America, qui trovandomi d'accordo. I medesimi dicevano che
La macchia umana, un romanzo per me memorabile, non era all'altezza di
Sabbath o della
Pastorale (di quest'ultimo titolo non ho imbarazzo a dire che per me vale Underworld di DeLillo). Con Everyman ci si troverà allibiti, "rothiani" e non: questa è la quintessenza di Roth, il negativo del motivo per cui il suo racconto vitalista ha conquistato lettori carnali e desiderosi di una libido letteraria che facesse fremere la carne fuori dalla letteratura stessa.
di Girolamo De Michele 
La riedizione delle Conversazioni di Gilles Deleuze con l'allieva Claire Parnet (Ombre Corte, 2007), arricchita da una post-fazione di Toni Negri (in realtà la recensione dello stesso alla prima edizione) viene a colmare una grave lacuna negli scaffali delle librerie, e fornisce l'occasione per un bilancio sul pensiero di Deleuze e su uno dei suoi libri più importanti. Provocatoriamente, vorrei dire: forse il più importante. Deleuze è – chi lo ha letto lo sa bene – un pensatore plurale. E quando unisce la sua pluralità a un autore dotato della stessa pluralità, come è avvenuto con Félix Guattari, la sua capacità di divagare apparentemente senza un filo argomentativo, tessendo una rete – o meglio: un rizoma – viene esaltata. È così che avviene il piccolo miracolo filosofico di un pensiero che sa farsi mondo, ripiegandosi e dispiegandosi continuamente.
di Daniela Bandini

Massimo Giacon, Tiziano Scarpa, Amami, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2007, pp. 132, € 8,00.
Amami è una geniale raccolta di profili psicologici impietosamente tracciati dal fumettista e illustratore Massimo Giacon, su testo di Tiziano Scarpa. La trama è assolutamente intrigante. Poniamo il caso che vi troviate o abbiate a che fare con una situazione che non prevede le solite rapide scorciatoie antidepressive a base di nutella o margaritas e decidiate di affidarvi a uno specialista. Ciò che di sicuro vi spaventerà maggiormente è la non certezze della pena che una psicoterapia vi propone, ovvero sapere da dove si comincia ma non intravederne mai la fine. E la prospettiva di pagare, se vi va bene, un mutuo ultradecennale a tassi di interesse variabile.
di Girolamo De Michele
In appendice: Intervista a Irvine Welsh (da Pulp n. 65, genn./febbr. 2007)
L'ultimo romanzo di Irvine Welsh The Bedroom Secrets of the Master Chefs (I segreti erotici dei grandi chef, Guanda 2006) chiude un ciclo, e permette un bilancio sull'opera di questo straordinario scrittore scozzese, da molti identificato col solo Trainspotting. In precedenza Welsh aveva incrociato i personaggi di Trainspotting, Colla e Porno, componendo una sorta di trittico edimburghese che in qualche modo si differenzia dai pur notevoli Il lercio e Tolleranza zero: c'è nel trittico concluso da Porno un'attitudine particolare, un Edinburgh-Mood che fa della città scozzese un'allegoria della metropoli post-moderna.
di Valerio Evangelisti
Gordiano Lupi, Almeno il pane, Fidel. Cuba quotidiana nel periodo speciale, Stampa Alternativa, 2006, pp. 194, € 10,00
Dico subito che il libro che vado a recensire è comunque utile e ben scritto, al di là di alcune osservazioni che mi permetterò. Si tratta di un reportage su Cuba nelle forme di una guida per eventuali visitatori dell’isola. In effetti, vi vengono presi in considerazione molti aspetti della vita dei cubani, dalla religione all’alimentazione, dalla cultura all’ “arte di arrangiarsi” del popolo minuto, con dovizia di informazioni. Gordiano Lupi ha percorso più volte Cuba in lungo e in largo, tanto da avere sposato una donna cubana (che a quanto pare, dopo l’uscita di questo libro, si è vista negare il visto per il ritorno).
Se fosse uscito un mese fa, sotto Natale,
Il signor figlio di Alessandro Zaccuri (Mondadori SIS, € 17.00) sarebbe risultato, a mio parere, il romanzo più bello del 2006. Non sostengo il più importante, ma certamente il più bello. E' uno di quei casi in cui la letteratura travolge se stessa, esce da se stessa e obbliga il lettore a un'attività immaginifica prodigiosa, realmente spettacolare. Mentre quasi tutti i libri, oggi, sono passibili di diventare film, a causa della loro linearità, della leggibilità scialba che pure, magari, sorregge temi e sovrastrutture importanti, Il signor figlio esibisce una struttura, degli snodi, un sapere e una fantasmagoria - insomma un'umanità totale che è irriducibile al racconto cinematografico per quello che è diventato. Ho scritto che si tratta di un romanzo e ho volutamente sbagliato: questo è un coacervo studiatissimo di scatole cinesi in cui la centrale, la più piccola, contiene tutte le altre, compresa l'esterna. E, elemento non trascurabile, quella di Zaccuri è la lingua più bella della letteratura degli ultimi anni. Ed esiste un motivo preciso per cui lo è.
Giorgio Bona, Erano voci, pref. A. De Filippi, ed. Il Molo, Viareggio, 2006, pp. 162, € 10,00
Erano voci è un romanzo nel quale l’autore riversa la saggezza antica dell’introspezione, l’amore, la pazienza, l’arte del dosare pause ed emozioni, e la convinzione che ogni storia personale abbia inizio e fine da una descrizione assolutamente soggettiva e non condivisibile da altri esseri umani. Un romanzo che consiglio vivamente a chi si sente affogare nel narcisismo dei dialoghi intessuti per sfoggiare cultura e non certo per introiettare, anche se momentaneamente, ciò che offre l’interlocutore.
La professione di Giorgio Bona, traduttore di poesie, fiabe e narrazioni dall’inglese e dal russo, ha certamente raffinato la sua sensibilità. Erano voci è il libro del viaggio, dell’antica arte del viaggiare, della riscoperta del percorso vero, cioè quella linea che non è unire la distanza da A a B, ma una fitta rete di accadimenti emotivi e riflessivi che portano allo stupore e all’innamoramento verso il nuovo, o il vecchio rivisitato.
di Valerio Evangelisti

Stefano Di Lauro, ÒperÉ, ed. Besa, 2006, pp. 180, € 13,00
I romanzi e i racconti ambientati “dentro” i videogiochi, o in cui questi ultimi interagiscono con la realtà (ammesso che una realtà ci sia), cominciano a essere numerosi. E’ segno dell’imporsi di un medium che, sugli adepti, ha un impatto almeno pari a quello del cinema, e può rivelarsi persino più pervasivo.
Sta di fatto che il tema, nel suo proliferare, rischia di condurre alla noia. Per evitare il pericolo, occorrono nuove idee, nuovi approfondimenti e, perché no, nuovi linguaggi. Il primo romanzo di Stefano Di Lauro, regista e autore teatrale, riporta splendide vittorie su tutti e tre i fronti.
ÒperÉ è una rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice, ma è molto più di questo. Nello specifico, Orfeo è un trombettista jazz che inizia un videogioco pieno di insidie alla ricerca di una donna, Euridice, che vorrebbe strappare ai pixel e portare alla vita reale. Si immerge così in un mondo piovoso dominato da squallidi ipermercati e dall’odore stagnante di benzina, retto dalle feroci regole del profitto. In pratica un inferno. (Piacerebbe molto, mi sia consentita la boutade, al ministro Bersani).
[E' uscito in tutte le librerie Mindfulness. Al di là del pensiero, attraverso il pensiero (di Zindel V. Segal, Mark G. Williams, John D. Teasdale, prefazione di Fabio Giommi, Bollati-Boringhieri, con 2 CD audio allegati, 37 euro).
E' un testo in un certo senso rivoluzionario, che porta all'acme l'approccio di cura corpo/mente elaborato da John Kabat-Zinn, docente alla facoltà di medicina all'Università del Massachusettes. Pubblichiamo la sua presentazione del libro. Per informazioni sulla pratica clinica della Mindfulness, contattare il sito dell'A.I.M.]
Considero un evento di grandissima importanza l'uscita di questo libro, che mette in insieme per la prima volta, in una sintesi innovativa, quelle che abitualmente si definiscono le pratiche di meditazione orientale con le prospettive che ne scaturiscono (in questo caso, la meditazione di mindfulness), e le epistemologie e le pratiche della psicologia occidentale (in questo caso la terapia cognitiva). Questo nuovo modello terapeutico è stato messo a punto allo scopo di alleviare la sofferenza umana, e specialmente la sofferenza emozionale di chi vive la depressione. Tuttavia le implicazioni di questo lavoro vanno oltre la depressione e forniscono aperture teoriche e cliniche potenzialmente utilizzabili per un'ampia serie di disturbi affittivi.
di Daniela Bandini
Alexander McCall Smith, Amici, amanti, cioccolato, Guanda, 2006, pp. 262, € 14,50
Il personaggio della protagonista, Isabel Dalhouie, lo si ritrova in una serie di romanzi di questo autore, e ha ottenuto un grandissimo successo. In quest'opera impariamo a familiarizzare con Isabel: sui 45 anni, laureata in filosofia, direttrice della “Rivista di etica applicata”, impregnata della sua Scozia e delle sue atmosfere come un bar dell’aroma del caffè. Colta, economicamente benestante, eticamente ineccepibile, benefattrice senza ostentazione, amante della musica e deliziosa conversatrice, Isabel è quel tipo di persona di cui ti innamori sapendo che il semplice contatto con lei, l'immergersi nell’alone che lascia dietro di sé per stile, eleganza e coerenza, sono già un motivo più che sufficiente per ringraziare il giorno in cui il destino vi ha messi sulla stessa strada.
Texto disponible también en ESPAÑOL |
di Wu Ming 1, articolo apparso su L'Unità il 31/12/2006
L'odierna letteratura popolare, discendente diretta e mutante del feuilleton, ci propone strutture, linguaggi e personaggi sempre più complessi, anche in opere che scalano le classifiche con facilità e non-chalance. E' il caso dell'ultimo best seller di Stephen King,
La storia di Lisey (Sperling & Kupfer, 2006, pp. 619, €18).
Zoom out: in realtà è tutta la cultura pop a essere sempre più complessa e articolata, e a richiedere a chi la fruisce un maggiore lavoro cognitivo. Un cinespettatore ibernato trent'anni fa e svegliato oggi sarebbe molto turbato non soltanto da pellicole come Syriana, The Prestige o Il ladro di orchidee, ma anche da prodotti di penultima generazione come Fight Club o I soliti sospetti. Li troverebbe astrusi, ansiogeni, impossibili da seguire. E stiamo parlando di cinema narrativo, film “di cassetta”, non di Godard.
di Chiara Cretella
Amélie Nothomb, Antichrista, Voland, 2004, pp. 128, € 13,00
[Il 31 ottobre Carmilla ha proposto l'incipit di Antichrista di Amélie Nothomb, seguito da un commento molto elogiativo sull'autrice tratto da La Stampa. La nostra "vecchia" collaboratrice Chiara Cretella ci manda una recensione di diverso tono, che pubblichiamo volentieri.] (V.E.)
TUTTI I LIBRI DI AMÉLIE NOTHOMB
Blanche è un’adolescente introversa, sempre immersa nei sogni della letteratura, incapace di gestire i rapporti con i suoi coetanei. Il suo unico piacere è la lettura, ed in essa s’immerge per sfuggire alle inquietudini che le lancia il suo corpo: «La lettura non è un piacere sostitutivo. Vista dall’esterno, la mia esistenza era scheletrica; vista dall’interno ispirava quello che ispirano gli appartamenti il cui unico mobilio è una biblioteca sontuosamente stracolma di libri: l’ammirazione gelosa per chi non si sovraccarica del superfluo e trabocca del necessario». Ma un giorno, a scuola, Blanche è avvicinata da Christa, una bellissima ragazza che tutti i suoi compagni adorano.
TUTTI I LIBRI DI THOMAS PYNCHON
Apparso nelle librerie americane in prossimità del Giorno del Ringraziamento, dopo un'attesa protrattasi per quasi un decennio, il nuovo Pynchon non ha certo ricevuto una calorosa accoglienza. Com'era prevedibile, tra i più veementi stroncatori si è prontamente distinta l'acidula Kakutani che pure aveva apprezzato il precedente Mason & Dixon. Per il critico del New York Times il libro «sembra l'imitazione di un romanzo di Pynchon scritta da un suo accanito quanto grossolano fan sotto l'effetto di qualche stupefacente». Pareri dello stesso tenore sono stati espressi da una nutrita schiera di detrattori. Chi lo ha definito un libro senza capo né coda; chi un Moby Dick senza capitano Achab né balena; chi ha ipotizzato che nemmeno Pynchon capisce quel che scrive.
di Gioacchino Toni

Blues per l’uomo bianco di James Baldwin e Paura di Richard Wright consentono a Vincenzo Ruggiero di affrontare il modo in cui l’analisi criminologica affronta le minoranze etniche, denunciando chiaramente la sproporzione esistente tra gli studi che affrontano tali comunità in quanto “produttrici di reati”, rispetto al loro ruolo di vittime. La pièce teatrale Blues per l’uomo bianco di James Baldwin mette in scena l’assassinio di un afroamericano da parte di un bianco in una città rigidamente divisa in due mondi paralleli e distinti: Whitetown e Blacktown. L’opera di Baldwin ha il merito di indagare la mentalità che porta all’omicidio e all’assoluzione del colpevole che, appunto, non è percepito dalla comunità bianca in quanto tale.
di Gioacchino Toni

Vincenzo Ruggiero, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, Il Saggiatore, Milano 2005, pp. 253, € 17,00.
Crimini dell’immaginazione non è un testo di critica letteraria, bensì un libro scritto da un sociologo che legge la letteratura classica sociologicamente, forte della convinzione che la finzione possa essere più importante della sociologia, in quanto «la finzione possiede la parola e la parola conquista le idee». Dopo una serie di conferenze e articoli in cui Ruggiero ha fatto ricorso a testi letterari e artistici al fine di spiegare determinati concetti sociologici, si è sviluppata in lui l’idea di stendere tale testo. Precedentemete l’autore aveva, ad esempio, fatto ricorso alle stampe di Giovan Battista Piranesi, alle sue “prigioni della mente", per spiegare l’essenza immateriale del carcere contemporaneo, oppure ad alcuni scritti di Daniel Defoe per ragionare sulla differenza tra “affari appropriati” e “affari non appropriati” e sulla “legittimità morale” degli affari.
di Daniela Bandini

Sara Gran, La voce dentro, Longanesi, 2006, pp. 165, € 13,00
Questo romanzo di successo di una giovane scrittrice americana ha avuto importantissime segnalazioni e recensioni, è pubblicato in ben dodici paesi del mondo, e leggendolo con attenzione ho colto la palese causa del suo successo: l’identificazione. Chiunque potrebbe aderire a questo affascinante questionario che riporto, anche solo per dare un tono un più, una valorizzazione in più, forse anche uno scopo in più, o magari l’unico, alla sua vita. Una grigia esistenza di miseri conflitti, intrisa di invidie e crisi di autostima può mutarsi in una “possessione”. Se rispondi di sì ad almeno 4 domande su 10 c’è la possibilità che tu sia posseduto, da 0 a 3 probabilmente non lo sei, da 6 a 10 ne hai la certezza. Sei pronto per il test?
di Chiara Cretella

Saverio Fattori, Chi ha ucciso i Talk Talk? Falsa autobiografia autorizzata di Marco Orea Malià, Gaffi, Roma, 2006, pp. 196, € 8,00.
Il primo romanzo di Saverio Fattori, Alienazioni padane, è stato come uno schiaffo in faccia per il giovanilismo modaiolo imperante nell’ultimo decennio. Se Tondelli raccomandava di parlare di sé questo non doveva andare nel senso di una estetizzazione soliloquiante delle proprie paranoie. È ciò che Fattori non ha mai fatto, neanche quando ha raccontato di se stesso. Perché diverso è l’approccio alla letteratura, un approccio carnale, sofferto, una voce usata per dichiarare la scomodità di una situazione personale che può e deve divenire pubblica. È la sconfitta di una generazione che “non è uscita viva dagli anni Ottanta”, un decennio fatto di rimozione storica, musica elettronica e ombretto rosa per le Star dei primi video musicali.
TUTTI I LIBRI DI SANDRONE DAZIERI
Impara: Viacard. Impara: controllo elettronico della velocità. Impara: infotraffico. Impara: posta elettronica/e-mail, spam. Impara: parlamento europeo. Impara: transgender, ADSL, badante, girotondino, Millennium bug, mobbing, posta prioritaria, telelavoro, diversamente abile, print on demand, Tv via satellite, GPRS, antrace, migrante, G8, Carlo Giuliani. Impara: prione. Impara: influenza aviaria.
Immaginate di svegliarvi dopo quattordici anni di black-out, con l’ultimo ricordo peraltro non particolarmente gradevole, risalente al 1991. Vedrete che le prime 25 parole appena lette, per voi non rappresentano assolutamente nulla. Quando sentiamo qualcuno dire: “Ah! Mi sembra ieri!” provate a fargli questo test elementare. Semmai poi, con molto tatto, convincete il poveretto che non si può confondere la piattezza della propria vita con l’immobilità della storia. Eppure, anche chi non afferra i cambiamenti strutturali intorno a noi non ha tutti i torti: mai, nella vicenda della civiltà, mutamenti così significativi hanno inciso in maniera così astratta e incongruente nella vita quotidiana delle persone.
Le rinnovate Edizioni ShaKe (di cui a giorni sarà on line il nuovo sito) pubblicano tre nuove uscite, di cui una si può definire storica, e storica non soltanto per il refresh della grafica di una colonna portante dell'underground italiano. La traduzione di High Priest di Timothy Leary è un'operazione fondamentale per la saggistica contemporanea, a 50 anni dalla prima edizione (vi fu una significativa revisione nel 1995 - ma di ciò, oltre). Il Gran Sacerdote, splendida traduzione (a opera di Attilio Trentini) del titolo di Leary, che conserva tutta l'(auto)ironia che questo geniale pioniere occidentale dello spirito e della materia intendeva irradiare, è un classico della contemporaneità, di cui si pativa l'assenza sugli scaffali delle librerie italiane.
Questo elzeviro, pubblicato su Liberazione, esce senza firma per l'adesione del giornale e dell'autore allo sciopero delle firme. In appendice, i link ai più recenti interventi su Carmilla sul genere (g.d.m.).
All'interno del libretto Sul banco dei cattivi in cui quattro critici uniti da non si sa cosa criticano sei autori che nulla hanno in comune, Filippo La Porta ha riproposto la sua avversione per il giallo: trentamila battute per metterci una pietra sopra, o forse per segnalare l'impotenza del Critico contro l'onda montante del «Genere Unico – correlativo del Pensiero Unico» (come può uno scoglio arginare il mare?), con un'ammicatina alla tesi della "dittatura del realismo thrilleristico" di Scarpa (che però viene criticato da Berardinelli nel saggio seguente). Provo a spiegare perché La Porta non convince.
TUTTI I LIBRI DI MASSIMO CARLOTTO
L’ultimo libro di Massimo Carlotto (La terra della mia anima, e/o, pp. 158. euro 15) narra la vita dell’amico Beniamino Rossini conosciuto durante il comune soggiorno in carcere e presentato, indirettamente, ai lettori come compagno fedele dell’Alligatore in una lunga e fortunata serie di romanzi.
L’idea di questo libro nasce dalla grave malattia che ha colpito Rossini; da qui l’idea di lasciare una traccia scritta di una vita passata, tra mille contraddizioni, come avviene del resto in ogni vita reale, da comunista e da malavitoso.
FLAVIO SANTI, L'ETERNA NOTTE DEI BOSCONERO, RIZZOLI 24/7, € 16
Impressionante e appassionante. Complesso come un labirinto catacombale di quell'ormai dimenticato successo popolare che fu I Beati Paoli di Luigi Natoli (da poco riedito), eppure capace di mesmerizzazione del lettore, con colpi di scena che non sono tali, poiché sono lenti rovesciamenti totali, sismatici, della narrazione - una narrazione incastonata in una narrazione incastonata a sua volta in una narrazione: qualcosa che da anni stiamo vedendo allargarsi nel panorama letterario e che con L'eterna notte dei Bosconero raggiunge apici di altissima levatura, anche grazie a uno stile inarrivabile, che dovrebbe mettere a tacere gli adepti della maniera Gadda, perché qui ci troviamo, senza peso per chi legge, all'incrocio più alto degli ultimi anni tra prosodia prosastica e poetica. Insomma, Flavio Santi [già intervistato su Carmilla da Danilo Arona], con questo suo "neogotico", sfonda le barriere del suono fin qui ascoltato negli ultimi vent'anni, invera una poetica che in diversi scrittori italiani sta ottenendo i risultati migliori: i più potenti perché i più veritativi.
Non avevo mai letto un libro di Antonio Pascale. E avevo fatto male, malissimo. Di Pascale avevo esperito soltanto una curatela: quella del primo Best Off, l'annuario edito da minimum fax. Ora, a lettura terminata di questo romanzo breve che è S'è fatta ora (minimum fax, € 9.50), suppongo che andrò a prendermi tutti i precedenti titoli di Pascale e me li leggerò, compatibilmente con gli allucinanti tempi che mi impongono fatiche e fibrillazioni di un certo peso. Perché è vero che Pascale è uno dei migliori prosatori italiani e perché il suo procedere apparentemente calmo, digressivo per aneddoti che vengono minuziosamente spalancati, la sua scrittura così calda e così feroce al tempo stesso, questo elemento fabulistico insomma, chiudono un buco che nella narrativa italiana contemporanea rimaneva aperto: quello della funzione Lodoli, per stare al secolo scorso: funzione che andava aggiornata.
Qualcosa si sta muovendo, tra Orione e la Terra. Il genere fantascientifico è finalmente pronto a uscire da se stesso, a venare l'alabastrina purezza dei prodotti da Parnaso o, al contrario, l'irritante gravità delle migliori narrative odierne, che sono quelle sporche. Come è accaduto con La possibilità di un'isola di Michel Houellebecq (qui la recensione di Carmilla): cinquanta pagine di finale che sono sì ascrivibili alla fantascienza, ma una SF fuoriuscita dalle sue gabbie, che fa esplodere la sua autentica vocazione: il massimalismo epico, l'estremunzione delle questioni intimiste in vista della deflagrazione delle questioni intime in quanto universali. Il risultato raggiunto da Houellebecq, a cui potremmo accostare l'operazione fantasy del Bret Easton Ellis di Lunar Park (basta il titolo...), è la via maestra per una letteratura del presente che si erge a interprete delle istanze archetipali, una volta traslati gli stilemi abusati dal genere. Una conferma arriva dall'ultimo, insospettabile autore di questa eterogenea schiatta, composta da cervelli e polsi di elevatissima qualità: Cormac McCarthy reinterpreta in The Road il suo western secco e criosotico e utilizza una fantascienza che, come in Houellebecq, è polverosa. Su questa polvere, che la fantascienza deposita attraverso i capolavori della narrativa contemporanea, ci sarà da spendere qualche parola. Intanto ecco la recensione, apparsa il 7 ottobre sul manifesto a firma Tommaso Pincio. [gg]
Gomorra di Roberto Saviano e L’impero di Cindia di Federico Rampini. Due testi a confronto che analizzano realtà apparentemente distanti ma accomunate dalla velocità come criterio di produzione e distribuzione.
C’è un paradosso, noto come “dei due gelatai”, di solito usato come critica ai sistemi politici bipolari. In una spiaggia ci sono due gelatai, che devono decidere dove installarsi. Logica e interesse dei bagnanti vuole che i due si posizionino a un quarto di distanza dalle due estremità, affinché ogni bagnante sia equidistante da uno dei due. Che invece si posizioneranno al centro della spiaggia per contendersi la porzione centrale dei bagnanti, giacché quelli lontani dal centro non hanno altra scelta che alzarsi e percorrere una distanza doppia, se vogliono un gelato.
di Danilo Arona
L'uscita di un'antologia gotica per i tipi di una casa editrice di rango quale la milanese Sylvestre Bonnard sarebbe già di per sé un notevolissimo evento ancor prima di addentrarci nei (molti) meriti dell'operazione. Ma l'evento svela i caratteri dell'eccezionalità quando, nel percorrere le 340 fitte pagine del tomo, scopriamo il rigore filologico, l'amore e l'assoluta conoscenza del genere trattato e l'unicità della "intenzione". Non ci dovremmo aspettare di meno, dato che il curatore dell'antologia è un grandissimo scrittore che si chiama Ramsey Campbell, mentre la "intenzione" è un collettivo omaggio al caposcuola della ghost story di Albione, Montague Rhodes James, sempre presente in ogni pagina seppur letterariamente assente. Un'operazione simile, giusto per fare un esempio alla lontana, a quei leggendari Miti di Chtulhu, curati da August Derleth, in cui tutti i contemporanei e i continuatori di Lovecraft si cimentavano con la mitologia aliena creata dal maestro di Providence, per un volume di rara bellezza edito da Fanucci oltre trent'anni fa.
di Michele Petrino

Alfred Bester, L'uomo disintegrato, Mondadori, Urania Collezione n. 42, luglio 2006, € 4,90.
Un fertile filone dei comics americani viene denominato what if e tratta di storie che si svolgono al di fuori delle ferree continuity cui sono imbrigliati i vari personaggi, dopo decenni di avventure. In particolare, i what if partono da un “e se…” ovvero da un’ipotesi: cosa succederebbe se fosse successo questo o quest’altro…
Ci si può facilmente rendere conto di come il filone lasci aperte molte strade narrative, ma occorre fare una precisazione: tali meccanismi, così diffusi nei fumetti, sono in realtà tipici della sscience fiction. Anzi probabilmente il copyright spetta proprio alla sf, che tutta si basa sui proprio su ipotesi e alternative.
Il libro che mi accingo a recensire non è né bello né fondamentale: è significativo e per questo andrebbe letto. Esso sussume, in maniera molto più rigorosa, la valenza politica che ha assunto, in the long running, Il Codice Da Vinci di Dan Brown che, non appartenendo alla letteratura, sferra un attacco all'Opus Dei che nessun romanzo è stato in grado di portare, a dimostrazione che il bestselling - o il genere - mantiene possibilità etiche che i detrattori della letteratura da mercato non intercettano. Nel caso di Rocha e del suo La morte del Papa, se stiamo alle dichiarazioni dell'autore, la fiction ce l'ha messa lui, ma i documenti e le verità (criptati all'interno della gabbia romanzesca) ce li ha messi l'agente segreto che ha materialmente ucciso Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, a 33 giorni dall'elezione al non tanto ambìto (da lui) soglio pontificio.
Una bufala? Non del tutto, perché Rocha è troppo preciso. Il disvelamento finale del mistero Luciani? No: perché in tal caso doveva scrivere un saggio e presentare i documenti.
di Daniela Bandini

Robert Silverberg, L'amore al tempo dei morti, Fazi, Roma, 2006, pp. 206, € 11,50
Il tempo dei morti potrebbe essere una macabra sintesi - se non fosse l’unica vera risposta - del dialogo fasullo che sembra prendere corpo in questi giorni sull’eutanasia. Come ben spiega Silverberg, non vi è nulla di più incomunicabile della percezione soggettiva che è sociale, culturale e ipertrofica di un essere pensante che deve parlare di se stesso in una collocazione inesistente, quale l’annullamento dello stato fisico e psichico sul quale si regge la traballante impalcatura di ogni certezza.
Per visualizzare lo scenario di un ipotetico suicidio terapeutico, Silverberg ipotizza un futuro, persino ottimista, dove ci è data la possibilità, grazie alle straordinarie scoperte scientifiche, di raggiungere traguardi biblici in quanto ad aspettativa di vita: sui 150, 180 anni, e anche di più. Si può quindi scegliere di morire, sul serio, senza dietro-front: un’opportunità altruistica, per lasciare che altri possano nascere e prendere il posto, fisico, occupato da noi.
di Alberto Prunetti
Antonio Rabinad, La suora anarchica, (traduzione di Luca Rossomando), Edizioni Spartaco, 2006, euro 14, pp. 211
La suora anarchica è la traduzione italiana del romanzo di Antonio Rabinad pubblicato in Spagna nel 1981 col titolo di La monja libertaria e ristampato nel 1996 dopo il successo della trasposizione cinematografica, una pellicola intitolata Libertarias. Il libro racconta le vicende di Juana, una giovane suora di clausura a cui la rivoluzione ha tolto il convento. Siamo nel luglio 1936, e la risposta popolare al pronunciamiento fascista sfonda le porte di chiese e caserme. Suor Juana, in fuga dall’orto sacro, si rifugia casualmente nel più profano dei recinti: un bordello. Breve rifugio, perché un gruppo di donne anarchiche, appartenenti all’organizzazione Mujeres Libres, farà presto irruzione nella casa: il bordello è chiuso e le ragazze si ritrovano per strade drappeggiate di bandiere rosse e nere e chiese in fiamme. Così Juana diventerà una miliziana anarchica, in un crescendo di eventi drammatici che mescolano iconoclastia e millenarismo.




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