di Alessandro Defilippi *
E poi si dice che le sincronicità non esistano. Poche settimane fa mi è accaduto di vedere il mio ultimo libro (
Le perdute tracce degli dei, Passigli) esposto, in una libreria di Savona, tra i romanzi storici. In un primo momento mi sono stupito, avendolo sempre considerato, come gli altri che lo hanno preceduto, un romanzo di genere fantastico. Superata la bava d'indignazione che coglie sempre gli scrittori, soprattutto quelli che vendono poche copie, ho pensato che un libro che si svolgeva nell'Africa Orientale Italiana dopotutto aveva qualche diritto a stare lì, e me ne sono stato buono. Hai visto mai che qualcuno lo acquisti? Lo stesso giorno ho scoperto che altri due autori, molto più noti di me, avevano pubblicato libri collegati alle colonie italiane: Carlo Lucarelli con
L'ottava vibrazione e Enrico Brizzi con
L'inattesa piega degli eventi. Terza coincidenza o sincronicità, mi sono imbattuto, in questo sito, nel
saggio di Wu Ming 1, del quale avevo già sentito parlare, sul New Italian Epic.
di Mauro Trotta (da il manifesto, 7 agosto 2008)
Ancora un libro sembra essere alla base della prova narrativa solista di uno dei componenti del collettivo di scrittura Wu Ming. Se, infatti, in Guerra agli umani di Wu Ming 2, il protagonista era mosso alla propria scelta di vita da Walden ovvero vita nei boschi di H. D. Thoreau, in Stella del mattino, romanzo di esordio di Wu Ming 4, tutto prende le mosse dall'arrivo a Oxford di T. E. Lawrence, il leggendario «Lawrence d'Arabia», artefice della rivolta araba contro i Turchi, per scrivere il memoriale delle sue imprese, quello che poi diverrà I sette pilastri della saggezza.
Salamanca 1486. Cristoforo Colombo, davanti al Real Consejo, «presenta la hipótesis de que es posible "buscar el Levante por el Poniente"», suscitando lo scandalo dei dotti. Non solo non esiste alcuna possibilità di raggiungere il Cipango, ma la stessa grande navigazione è un assurdo: a fronte delle misure di Eratostene (peraltro sottovalutate da Colombo) non esistono più i grandi navigatori di un tempo. La navigazione è possibile solo all'interno del conosciuto, ogni mappa essendo già stata disegnata dai cartografi accademici. Colombo parte lo stesso, e torna con evidenze empiriche che dimostrano che la navigazione dalle Canarie al Cipango è fattibile.
I dotti reagiscono con livore. Alcuni rifiutano persino di discuterne - «¡es una tontería!», dichiarano sdegnati. Altri meditano, e dopo ampie consultazioni stabiliscono una linea di condotta: «América existe, es verdad, pero es malo que exista»; la sua scoperta non rappresenta «alguna novedad» rispetto a quanto già si sapeva. E comunque, se a dettare le rotte non sono più i cartografi ufficiali, ma personaggi come questo Cristóbal Cólon, «¿donde iremos a parar?». Così, sintetizzando, Milo Temesvar raccontava, nel suo classico (anche se mai tradotto) The Pathmos Sellers la situazione culturale del suo tempo [1]. Solo del suo tempo?
La specificità letteraria del cambiamento: New Italian Epic, Connettivismo e tempi che corrono
di Giovanni De Matteo, Fernando Fazzari
e Domenico Mastrapasqua (*)
Viviamo tempi cupi. Anche se forse "i bei tempi non ci sono mai stati" (cosa che Nessuno riusciva a mettersi in testa quando Jack Beauregard cercava di spiegarglielo), la sensazione del peggioramento è acuita dall'accelerazione degli eventi. Perché viviamo sì tempi bui, ma si tratta anche di tempi veloci, sempre più veloci.
La rincorsa degli eventi viaggia ormai su ritmi tanto elevati da sfuggire quasi alla nostra percezione. Con i sensi annebbiati e confusi, la comprensione si fa vaga, difficoltosa. Per reazione istintiva, emerge l'impressione ingannevole di essere invece cristallizzati in un fotogramma immobile. E qualcuno vorrebbe magari darcela ancora a bere, insieme alla favola della fine della storia. Niente di più sbagliato. Niente di più rischioso: il film rischia di terminare prima che allo spettatore sia concesso di cogliere la chiave giusta per leggerne l'epilogo e, a quel punto, sarà troppo tardi per azzardare anche solo un tentativo di risposta all'estinzione.
Eracle indossa la pelle del leone di Nemea. La belva, figlia di Tifone ed Echidna, era invulnerabile. La sua pelle non poteva essere perforata da alcuna arma. Da tempo terrorizzava e uccideva la popolazione dell'Argolide, sbranava pecore e mucche, riempiva l'aria coi suoi ruggiti. Affrontarlo fu la prima delle dodici fatiche di Eracle. Nella lotta l'eroe perse un dito, ma alla fine riuscì a strangolare la belva, e da quel momento ne indossò la pelle come armatura. L'immagine ricalca quella realizzata da Giorgio Ferrero per Astronavi sulla preistoria di Peter Kolosimo (Sugar, Milano 1972), a sua volta ispirata a un reperto trovato a Vulci, presso Tarquinia.
di Mauro Gervasini*
[In appendice, a cura di Carmilla, link a discussioni NIE in corso sulla rete e non solo]
Seguendo da lettori il dibattito sulla Nuova epica italiana inaugurato da Wu Ming 1 e proseguito da altre voci, i cinefili non possono che provare invidia nei confronti degli appassionati di letteratura. Naturalmente le due condizioni possono coincidere, come nel caso di chi scrive, ma da attenti osservatori della “cosa” cinematografica italiana non possiamo che dolerci della mancanza di una tendenza simile in campo filmico. E la delusione si estende pensando che a parte le solite, rare eccezioni, persino la produzione nordamericana, da sempre abituata a elaborare in termini di immaginario gli archetipi dell’avventura e del mito, pare avere perso qualunque respiro epico. George Lucas, con la seconda trilogia (che poi sarebbe la prima) di Star Wars, ha dimostrato come sia possibile rincoglionirsi inseguendo chimere tecnologiche (il digitale, la computer graphic, il blue screen) e dimenticandosi della definizione di personaggi e avventure. Steven Spielberg (e ancora Lucas) con l’ultimo, sciagurato Indiana Jones, ha rincarato la dose confermando come il principio dell’immersione (postmoderna) nell’azione, sostituendo l’immedesimazione dell’avventura classica, possa generare mostri. Una prova? Guardate Casablanca di Curtiz e La maledizione del teschio di cristallo in rapida successione: il primo vi apparirà di una modernità, di un fascino e di una “autenticità” impressionanti. Il secondo, invece, paccottiglia spacciata per antica, e movimentata quanto basta per non far attecchire la polvere.
di Gregorio Magini e Vanni Santoni*
[In appendice, a cura di Carmilla, link a discussioni NIE in corso sulla rete]
Non c'è fine, ma aggiunta: il trascinato
conseguire di giorni ulteriori e ore,
mentre l'emozione prende a sé gli anni
di emozione privi, vissuti fra i detriti
di quel che si credeva più affidabile -
e perciò più adatto all'abbandono.
T. S. Eliot, Four Quartets, "The Dry Salvages", II
Il senso di urgenza – tanto nel male dell'emergenza montata ad arte che induce alla paura, quanto nel bene del grido d'allarme che sprona all'azione – è sempre contagioso. Nella frenesia dell'ora o mai più, prendiamo le mosse dal recente saggio di Wu Ming 1,
New Italian Epic, per esplorarne rapidissimamente la portata, e saltare subito a suoi possibili sviluppi.
Essendo il ricorso a una modalità epica della narrazione il tratto caratterizzante di questa nuova epica italiana, riteniamo utile un'indagine sulla natura e la genetica di questa epicità [1].
di Letizia Muratori
[Letizia Muratori è una delle più importanti autrici italiane contemporanee. Ha pubblicato per Einaudi Stile Libero i romanzi Tu non c'entri e La vita in comune. Per Adelphi sta per uscire La casa madre, chiasmo tra due racconti lunghi su cui si ragionerà in Carmilla. La recensione di Muratori allo splendido "oggetto narrativo" di Giacopini è condotta utilizzando alcuni parametri del memorandum sul
New Italian Epic, enunciati da WM1. gg]
Documentare vite alternative, fare storia alternativa.
Nel saggio New Italian Epic Wu Ming 1 segnala tre esempi di mockbiopic, cioè biografie deviate e alternative rispetto ai fatti storici: Il signor figlio di Alessandro Zaccuri,
L'uomo che volle essere Perón di Giovanni
Maria Bellu [clicca per leggere la recensione di Giancarlo De Cataldo, N.d.R.] e Havana Glam di Wu Ming 5. Ovvero
Leopardi a Londra dopo il 1837, Perón sardo, e David
Bowie simpatizzante comunista.Su necessità e importanza del lavoro di WM1 tornerò al più presto e con l'attenzione che merita. Al momento ne approfitto per ragionare su
di Giancarlo De Cataldo
Giovanni Maria Bellu, L'uomo che volle essere Perón, Bompiani, pp. 356, € 19,00.
[Parlando di questo libro in
una multi-recensione apparsa su Repubblica on line l'8 maggio, Dario Olivero scriveva:
"Si parla molto in questi giorni di un nuovo filone della letteratura italiana che è stato chiamato New Italian Epic, tanto difficile da definire quanto forse immediato da intercettare quando si incontra. Ecco un esempio."
Su L'Unità del 20 maggio, lo scrittore Giancarlo De Cataldo recensiva la stessa opera, aggiungendo prospettiva a quell'osservazione.]
Questo è un gran bel libro. Contiene tre storie. La più antica comincia in Sardegna cent'anni fa. E' la storia di un ragazzo di Mamoiada di nome Giovanni Piras che s'imbarca sul piroscafo dei sogni e se ne va in Argentina in cerca di fortuna. La seconda comincia anch’essa in Sardegna, non si sa bene quando nè come nè perché, e nemmeno se sia una vera storia o non, piuttosto, una leggenda. E' la storia di come l'emigrante Giovanni Piras sia diventato Juan Domingo Perón, a lungo signore e padrone dell'Argentina. La terza e ultima storia comincia quando il Giornalista, l'io narrante di questa seducente avventura, sente parlare per la prima volta della faccenda Piras/Perón.
E' la storia delle storie, quella che affascìna le altre due sotto il segno del rapporto fra un giovane esploratore della vita, con la sua carica di rabbia, speranza e utopia, e il suo anziano padre, il Vecchio, con il suo fardello di sconfitte, delusioni, rassegnazioni.
[Intervento inviato al Convegno Internazionale
"Quale memoria per il noir italiano? Un'indagine pluridisciplinare", Louvain-la-neuve (Lovanio), Belgio, 15-16 maggio 2008. Una versione ridotta di questo testo è apparsa sul quotidiano "Liberazione" il 15 maggio.]
1. Nel quarto libro dell’Odissea [vv. 351-570] viene narrato l’incontro tra Proteo, dio multiforme capace di divenire «ogni cosa che in terra si muova, e acqua e fuoco che prodigioso fiammeggia», e Menelao, che istruito da Eidotea riesce ad afferrarlo e tenerlo finché il vecchio dio, stremato, gli rivela quale dio lo perseguita impedendogli il ritorno, quali sacrifici fare per placarlo, attraverso quale via fare ritorno a casa.
Ottenute le informazioni necessarie, Menelao chiede, e ottiene, la verità sul destino degli altri eroi greci ritornati da Troia – giacché «gli dèi sanno tutto»: apprende così della tragica fine di Aiace e Agamennone, e dell’esilio di Odisseo «nella dimora della ninfa Calipso».
...farla finita con la commedia postmoderna
di Alessandro Bertante*
[Articolo apparso sul quotidiano Liberazione dell'8 maggio 2008]
Da circa una ventina di giorni è scaricabile sul sito dei Wu Ming un breve saggio di Wu Ming 1 (Roberto Bui) intitolato "New Italian Epic". Titolo evocativo per una riflessione culturale che parte da lontano, dal settembre 2001 di fronte agli aerei schiantatisi sulle Twin Towers, sebbene sia stata formulata in occasione di una recente conferenza dello stesso Bui al Mit di Boston. Il testo fa il punto su quella che è stata individuata da Bui, ma anche da Carlo Lucarelli su Repubblica, come la nuova tendenza della narrativa italiana degli ultimi cinque anni.
Che sta succedendo quindi? Esiste davvero un movimento coeso e inedito, nonché chiaramente identificabile, che possa dare il segno di una discontinuità tematica e stilistica con il recente passato? Secondo me esiste, ma la questione non è semplice, né riconducibile a una sola scuola o a un preciso comune sentire.
Nel suo scritto, già scaricato da oltre undicimila persone (**), Bui compie un percorso teorico di grande interesse, proponendo una chiave interpretativa globale nei confronti di "opere letterarie" - e non di autori - che coinvolge, solo per citarne alcuni, scrittori come gli stessi Wu Ming, Evangelisti, Saviano, Genna, Scurati, Lucarelli, Guarnieri, De Cataldo, Balocchi, Muratori ma anche Camilleri e Carlotto. Il punto di partenza sono gli anni Novanta, «il decennio più avido della storia» secondo Joseph Stiglitz, e il «più illuso, megalomane e barocco», nell'analisi certo condivisibile di Bui.
[Una riflessione sul saggio
New Italian Epic, sul libro
Stella del Mattino di Wu Ming 4, su
Blackswift e la Reality Fiction; insomma una riflessione su quello che vogliamo fare con i miti. Dal blog nero.noblogs.org]
Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 "New Italian Epic", ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in "New Italian Epic". Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati - nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se fosse necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un'epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un'epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
[Questo intervento di Valerio Evangelisti compare su L'Unità di oggi, martedì 6 maggio 2008, accompagnato a una recensione del romanzo di Massimo Carlotto Cristiani di Allah scritta da Michele De Mieri, in cui si fa
esplicito riferimento alla poetica di cui stiamo discutendo. In calce a questo post riportiamo anche l'articolo di Carlo Lucarelli apparso su Repubblica di sabato 3 maggio.]
Wu Ming 1, prima con una serie di conferenze tenute al MIT di Boston e in altre università americane, poi con un saggio che sta avendo ampia circolazione in rete ("New Italian Epic"), sta contribuendo a dare forma e identità a scrittori che avevano un'oscura percezione di qualcosa che li legava, senza peraltro sapere cosa fosse esattamente. Scrittori di generazioni diverse, apparsi a partire dalla metà degli anni Novanta, spesso gratificati da un successo di pubblico (e, talora, di critica) apparentemente inspiegabile, nell'epoca in cui si teorizzava la fine del romanzo e in cui il post-moderno, nel riesumarne il cadavere, lo faceva per coprirlo d'ironia - dunque, in sostanza, per affrettarne il seppellimento.
Qualche nome e qualche titolo fatti da Wu Ming 1? Giancarlo De Cataldo con Romanzo criminale e Nelle mani giuste, Giuseppe Genna con Grande Madre Rossa, Dies Irae e Hitler, Antonio Scurati con Una storia romantica, chi scrive con il suo "ciclo del metallo", gli stessi Wu Ming / Luther Blissett con Q, 54, Manituana, Roberto Saviano con Gomorra (oggetto narrativo di collocazione incerta, nelle sue forme di reportage iperrealista, da troppi ascritto per abbaglio al filone giornalistico), Carlo Lucarelli con L'ottava vibrazione, Girolamo De Michele con Scirocco, ecc. E poi Zaccuri, Philopat, Babsi Jones, Helena Janeczek, il Camilleri de La presa di Macallè, il Carlotto di Cristiani di Allah, e decine d'altri.
Caro Wu Ming 1,
probabilmente avresti potuto sviluppare le tue riflessioni in un lungo saggio teorico, ma preferisci parlarne in modo concreto, più vicino alla tua esperienza di narratore. Ed è forse questo che ti permette di riscoprire una delle funzioni più importanti della critica letteraria, quella che parte dall'idea che tra opera e pubblico sussista un décalage, ossia che si possa interporre un po' di scrittura tra letteratura e lettore ogni qualvolta essi non si trovano l'una di faccia all'altro.
E' ormai piuttosto chiaro come il termine "postmoderno" sia divenuto una sorta di valigia concettuale dentro cui stipare, forzatamente, un po' di tutto. Tu parti da questa evidenza, non hai neppure bisogno di spiegarla. Se rivolgi un'accusa al postmodernismo è di aver considerato una specifica forma di capitalismo non un prodotto storico, passibile di critica e superamento, ma superamento stesso della storia, sostituto molle di quella vecchia struttura ontologica che era la metafisica.
Ma, ed è qui che la tua critica acquista forza, se la perdita del "riferimento cartesiano" non ci ha traghettato in un mondo più libero e felice, non ha neppure compromesso la possibilità di stabilire un rapporto critico con la realtà. A te non basta enunciarlo lo vuoi dimostrare, vuoi provare che la capacità della letteratura di produrre significati socialmente condivisi non è stata completamente erosa.
di Claudia Boscolo*
L'importante saggio di Wu Ming 1
New Italian Epic traccia un confine fra gli autori appartenenti all'area postmoderna da un lato, e gli UNO (Unidentified Narrative Objects) dall'altro. Le tirature di UNO come Gomorra di Roberto Saviano e del romanzo Manituana dei Wu Ming forniscono un dato molto chiaro riguardo il gusto del pubblico, e la presa che il senso epico di queste ampie narrazioni esercita sul lettore contemporaneo. Come sottolinea giustamente WM1, la cesura storica si identifica in due eventi drammatici che hanno aperto il secolo, i fatti di Genova da una prospettiva italiana, e il 9/11 in un contesto internazionale. Ma la riflessione stilistica dei Wu Ming sui contenuti e sui modi della narrazione si è articolata negli ultimi anni attraverso percorsi paralleli, apparente scollegati, che alla fine hanno trovato una cifra comune nella denominazione di New Italian Epic. Nessun altro termine potrebbe prestarsi meglio a raccogliere oggetti narrativi di varia natura, ma uniti almeno da un elemento comune: il senso epico che emanano.
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Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro
di Wu Ming 1
[Questo saggio è frutto di una lunga e partecipata discussione, e si basa su molte letture e una vasta mole di appunti.
Ho proposto l'espressione "nuova narrazione epica italiana" durante Up Close & Personal, workshop sulla narrativa italiana contemporanea tenutosi a Montréal il 28 e 29 marzo scorsi, organizzato da Francesco Borghesi ed Eugenio Bolongaro per il Department of Italian Studies della McGill University. La necessità di esprimersi in inglese ha subito asciugato il meme: "New Italian Epic"(*).
Sotto questo nome-ombrello ho raggruppato, in base a letture comparate, molti libri usciti in Italia negli ultimi 10-15 anni. Si tratta di una produzione molto eterogenea ma, intersecando vari insiemi e sotto-insiemi, si possono individuare diverse caratteristiche condivise. Tutte insieme puntano a un profondo denominatore comune, che sta nella natura dell'allegoria.
Ho rafforzato e riproposto il concetto e l'analisi nei giorni successivi, in due conferenze tenute negli USA (al Middlebury College, Vermont, e al MIT di Boston). Tornato in Italia, mi sono confrontato coi miei colleghi di collettivo e poi con altri scrittori, via mail e di persona.
Cosa possono mai avere in comune Gomorra e Romanzo criminale, Q e Dies irae, Maruzza Musumeci e Sappiano le mie parole di sangue, Cibo e L'ottava vibrazione, Cristiani di Allah e Noi saremo tutto...?
La discussione ha prodotto molte risposte, e ulteriori spunti.
Ho letto nuove cose, preso altri appunti, e mi sono messo di buona lena a scrivere un testo il più possibile chiaro, organico e - spero - utile al dibattito.
Una sorta di "abstract" di questo saggio (impreciso e tagliato con l'accetta, per ovvie esigenze di spazio e contesto) è apparso su "La Repubblica".
Qui, in anteprima assoluta, troverete il saggio vero e proprio, scaricabile in vari formati. Sono circa 80.000 battute, con note in fondo al testo.
Buon corpo-a-corpo.]






