PERCHÉ IL BRASILE HA ACCOLTO IL "MOSTRO"
di Carmilla
Questa nuova versione delle nostre FAQ sul caso Battisti, già lette da centinaia di migliaia di utenti e tradotte in molte lingue, cadono in un momento di isteria collettiva mai visto in Italia dai tempi di Piazza Fontana e della colpevolizzazione di Pietro Valpreda. Battisti si trova da quasi due anni, mentre scriviamo, in un carcere brasiliano. Ha ottenuto asilo politico in Brasile, concesso dal ministro della giustizia Tarso Genro e ripetutamente avvallato dal presidente Lula. La stampa italiana, a fronte di un’opinione pubblica sostanzialmente indifferente, si è scatenata con toni da linciaggio. Battisti è tornato a essere il mostro, l’assassino per vocazione, il serial killer. Il Brasile è stato dipinto (per esempio da Francesco Merlo, su La Repubblica del 15 gennaio) come una democrazia da operetta, abitato da una popolazione quasi scimmiesca. Persino il presidente Napolitano, che non brilla per attivismo, si è mobilitato a sostegno della richiesta di estradizione del criminale del secolo. Seguito ovviamente dal PD di Walter Veltroni, in perfetta armonia con le componenti più reazionarie del governo e delle presunte “opposizioni”.
Redazionale
Ci risiamo. Il governo israeliano non rinuncia a celebrare la fine del 2008 e il capodanno con il solito, sanguinosissimo massacro. I governi occidentali, e molti di quelli arabi, avvallano il “festeggiamento” con tonnellate di menzogne, pari, per efficacia distruttiva, ai carichi di bombe.
Hamas ha violato la tregua, Hamas lancia razzi sui villaggi israeliani oltre confine, Hamas è un gruppo terroristico. Tutto vero, a parte la prima proposizione e l’ultima. Hamas ha rotto la tregua dopo che gli israeliani l’avevano violata, uccidendo in solo un mese e mezzo circa venticinque palestinesi. Per non parlare del feroce embargo (viveri, medicine, combustibili, energia elettrica ecc.), di cui l’Unione Europea si è resa complice, che ha fatto di quasi due milioni di persone – persone, non islamici o altro – un ostaggio di carne, su cui sperimentare ogni sorta di sopruso.
di Valerio Evangelisti
Una premessa alla seconda parte
La prima parte di questo intervento ha suscitato varie reazioni, per lo più positive. Non è però mancato qualche commentatore che ha approfittato del pezzo per attaccarmi, in genere aggrappandosi a cose che con l’articolo non avevano nulla a che vedere. Il caso più clamoroso, per poca intelligenza, è quello di un tizio che si è valso del sottotitolo – “Il crack finanziario spiegato al popolo” – per accusarmi di volermi atteggiare a intellettualino che parla ai classici “poveri ignoranti”. Non ha colto l’intenzione ironica, né l’avvertimento che la trattazione dell’argomento sarebbe stata di stile colloquiale.
A parte i casi palesi di imbecillità, c’è stato anche chi, prendendo a pretesto una mia frase volutamente paradossale – sugli Stati Uniti che “non producono un cazzo” – ha voluto elencarmi tutta una serie di beni che gli Usa invece producono, dalle sigarette Marlboro, agli aerei, alle biotecnologie.
di Valerio Evangelisti
1. Le rovine di Buffalo
L’anno scorso, 2007, mi trovai a viaggiare per il nord degli Stati Uniti, proveniente dal Canada, in compagnia di un amico, docente universitario a Toronto. Rimanemmo molto colpiti da ciò che vedevamo. Villaggi in rovina, quasi disabitati. Accampamenti di roulottes. Una città famosa, Buffalo, ridotta a un fantasma. Alle 18 del pomeriggio le vie erano quasi completamente deserte, a parte qualche barbone di colore, dal ventre prominente e con la bottiglia in mano. Donne obese che trascinavano la loro borsa fino alla fermata dell’autobus. Attorno, grattacieli di tipo newyorkese con una metà dei vetri rotti. La stessa Camera di Commercio, concepita a mo’ di monumento, necessitava di riparazioni. Quello che la guida proponeva come “quartiere dei divertimenti” era una sfilza di immobili cadenti e di porte sbarrate. Unica presunta attrattiva un caffè Starbuck con due tavolini all’aperto. Non c’era altro.
di Giuseppe Genna
[Le opinioni qui espresse sono da considerarsi di responsabilità oggettiva solo e unicamente dello scrivente e non includono alcun coinvolgimento editoriale di chiunque altro scriva su questo blog. gg]
Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po' troppo il gomito (col gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili. Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono forcaioli in attesa di incrementare l'intensità con cui il passato non è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire (centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico dell'a-politica...), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe riformare la Giustizia, ma finché c'è Berlusconi non lo si può fare.
E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo Stato.
di Franco Ricciardiello
La semplificazione non è una scorciatoia per rappresentare un’idea in maniera sintetica: è un processo di riduzione che elimina tutte le sfumature, per arrivare a un contrasto bianco/nero, uno/zero, inutile per una vera comprensione. La semplificazione riduce la capacità di pensiero. Per tentare una comprensione del mondo, la complessità è indispensabile: abbiamo bisogno di una mappa efficace per descrivere un territorio di complicazione tale da risultare irriducibile. La semplificazione imbarbarisce il senso estetico, la percezione della complessità invece ne favorisce lo sviluppo.
Sono gravissime le affermazioni che compaiono sul numero in edicola di Famiglia Cristiana. Gravissime, ma previste con ampio anticipo. Ecco alcuni stralci: «È ora di sgretolare il mito della 194, un tabù intoccabile in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione»; «L'aborto è un fatto di rilevanza pubblica e politica. Oggi in Parlamento ci sono i numeri per sgretolare il 'mito della 194'. Si tratta di una maggioranza trasversale che, in primo luogo, fa appello ai politici cattolici»; «la 194 ha la colpa di aver sicuramente contribuito, lo dicono i numeri, all'inverno demografico».
E' un attacco mai portato prima, nemmeno sotto la lunghissima inaccettabile epifania del cardinale Ruini, a una delle conquiste civili più importanti della storia d'Italia. Attacco a cui ciò che rimane del progressismo italiano dovrebbe rispondere: sia per calcolo politico (poiché questo è il principio guida, ormai, dell'ex sinistra) sia per dare un volto definitivo al Paese. Si tratta di organizzare un referendum confermativo sulla 194. Parte da Carmilla la proposta: se questa prende piede (il che consideriamo improbabile), la nazione non si sa bene se potrà essercene grata.
di Valerio Evangelisti
[Questo intervento coinvolge solo chi lo firma. Altri redattori di Carmilla, con cui non è stato discusso, hanno forse punti di vista e opinioni divergenti.]
Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.
La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.
Abbiamo appreso da meno di un'ora della morte di Sbancor.
Era - e per quel che ci riguarda rimane - collaboratore di Carmilla, autore di libri ("Diario di guerra", 2000, e "American Nightmare", 2003), mediattivista e militante anarchico, esperto di economia e finanza, persona appassionata. Suoi interventi sono apparsi, oltre che su questo sito, su Rekombinant, Indymedia e Giap.
Sbancor è per noi la voce sferica e baritonale che, mesi prima dell'11 Settembre 2001, diede forma a una previsione: la guerra contro l'Afghanistan.
Da allora, non abbiamo mai sottovalutato un suo giudizio, una sua intuizione, finanche una sua battuta.
Risalgono al 2002 questi suoi "aforismi sul movimento":
Muovendosi cambia. Solo a questa condizione un movimento produce un mutamento.Il movimento è la sottrazione dell'intelligenza all'organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L'intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nihilismo.
Fermare questo ciclo del "samsara" è il "mantra" dei mutamenti. L'unico soggetto che appartiene a questo scenario è "l'io sono tutti i nomi della Storia" di Nietzsche.
La persona che adottava lo pseudonimo non desiderava fosse usato il suo vero nome.
Certamente nei prossimi giorni potrete leggerlo, su qualche giornale o nei ricordi di chi gli ha voluto bene.
Ma per ora, per oggi, qui su Carmilla, noi lo chiameremo soltanto "Sbancor".
L'amore che mi ha dato alla luce lo riporto alla mia Origine senza perdita, fluttuo sopra chi vomita
esaltato dalla mia assenza di morte, esaltato da quest'assenza di fine che gioco ai dadi e seppellisco
vieni poeta taci mangia il mio verbo, e assaggia la mia bocca nel tuo orecchio.
(Allen Ginsberg, The End)
• A Sbancor
• Su "l'Unità": Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione
• Su "Liberazione": Sbancor, la nostra "talpa" che aveva previsto l'11 settembre
• Tutti gli interventi di e su Sbancor apparsi su Carmilla.
• Su Rekombinant: Bifo su Sbancor
• Il "Diario di guerra" di Sbancor on line su DeriveApprodi
di Valerio Evangelisti
Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Dunque, nell'avanguardia della decadenza italiana, nella culla della sua dissoluzione, cioè nella Milano che guida il mostro lombardo, ci si prepara a "nuovi limiti all'aborto terapeutico, vietato dopo la 21esima settimana (o, tutt'al più, dalla 22esima e 3 giorni). Non solo: l'interruzione di gravidanza per motivi di salute della donna vincolata al via libera di un'équipe di specialisti (tra cui, eventualmente, anche uno psichiatra). E il divieto dell'aborto selettivo in una gravidanza gemellare in assenza di reali problemi fisici o psichici della paziente" (così il Corsera di oggi).
Una Regione che è stata occupata nei ruoli chiave da Comunione e Liberazione, con particolare metodica nei settori della sanità e dell'educazione, annuncia cosa sta per scatenarsi nel Paese: la revisione dall'alto della legge 194, una conquista di civiltà che, secondo il cardinale Ruini, siccome data trent'anni, dovrebbe "essere rivista". Rivista: si tratta infatti del più pernicioso revisionismo. Poiché il referendum sulla Repubblica data cinquantun anni, a maggior ragione andrebbe rivisto. Si torni alla monarchia...
C'è poco da ridere, in realtà: è la vigilia di un abominio, che si sta preparando con scientezza da anni e che si realizza nella fase di più grave crisi civile, sociale, politica e di ideali di tutta la storia democratica italiana. Sia chiaro: a confronto di quanto sta accadendo in questi anni, qualunque scossa pregressa alle fondamenta del Sistema italiano ha l'intensità di una carezza rispetto a quella di un sisma del decimo grado.
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Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

[La scintilla è partita un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Qui, la possibilità di aderire all'appello. Di seguito, il testo.]
di Valerio Evangelisti
L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!
• FIRMA LA PETIZIONE CONTRO L'ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA
E' davvero curioso e tipicamente italiano che il premier Romano Prodi, cattolicissimo, commenti così l'arresto di Marina Petrella [a sinistra in foto di repertorio], ex Br rifugiatasi in Francia con l'assicurazione che garantiva, fino al caso Battisti, la cosiddetta "dottrina Mitterrand": "Grande soddisfazione per la brillante operazione. L'arresto - ha aggiunto il premier - dimostra l'importanza della cooperazione internazionale in tema di lotta alla criminalità e al terrorismo. Confidiamo che la richiesta di estradizione già avanzata negli anni scorsi possa essere presto soddisfatta. Con questo arresto - ha concluso Prodi - siamo certi si potrà cercare di fare luce su uno dei periodi più bui, tragici e assurdi della nostra storia repubblicana". Cominciasse lui a fare luce su quel periodo, visto che ci sta immerso da quasi trent'anni: il cattolicissimo premier stava infatti seduto a un tavolino a fare una seduta spiritica, quando emerse il nome "Gradoli" - e si andò a cercare Moro a Gradoli, non in via Gradoli a Roma, covo delle Br. Un bell'atto di occultismo: della notizia che poteva salvare la vita al presidente Dc. In realtà, visto che non possiamo non dirci cattolici e ai medium non crediamo, una bufala: da dove Prodi seppe di "Gradoli"?
E' soltanto un rilievo superficiale, a fronte della gravità di quanto sta accadendo in queste ore. Iniziamo da questo: Marina Petrella non è una terrorista.
di Girolamo De Michele
«Lo sai chi ha ucciso Davey Moore? Io lo so, ma tu lo sai?», si chiede in una vecchia canzone Bob Dylan. Non l’arbitro che non ha fermato l’incontro, non gli spettatori che incitavano l’avversario, non l’impresario che ha organizzato l’incontro né lo scommettitore che ci ha lucrato sopra, non il giornalista né quel povero cristo dell’avversario, immigrato sfuggito alla fame grazie alla boxe. Nessuno, dunque. Ma allora chi ha ucciso Davey Moore? E come si permette il signor Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, di affermare: io so chi ha ucciso Davey Moore?
Due lavoratori, Angelo di Mugnano e Cristian di Bolzano, muoiono nei rispettivi cantieri. Due dei tanti: quattro al giorno dicono le cifre ufficiali, che non tengono conto dei lavoratori irregolari trasportati fuori dai cantieri dopo morti e buttati in un fosso, o caricati su una vecchia auto gettata contro un albero. Chi uccide quattro o cinque lavoratori al giorno?
di Sbancor
L’unico modo per sbarazzarsi di un leader è evitare che lo diventi. Eppure Veltroni lo è diventato per “ovazione”. Un sondaggio telematico di “La Repubblica”, la cui significatività veniva smentita dallo stesso giornale che lo ha investito come futuro leader del futuro Partito Democratico. Egli ha pronunziato un discorso. L’opinione pubblica ha plaudito.
“Bene, Bravo, Grazie!” ( Petrolini)
Il fatto che io abbia letto il discorso di Veltroni solo attraverso il sito di Babsi Jones la dice lunga sulla mia attenzione attuale alla politica italiana. A questo Paese servirebbero più Babsi e meno Veltroni, più Genna e meno D’Alema, più Wu Ming e meno Bertinotti. Il Magister (Valerio Evangelisti), poi, lo metterei a Capo dell’”Intelligence”. Ma ho paura che non sia così semplice.
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro
[In omaggio a Walter Veltroni, uomo del giorno, e per una migliore conoscenza del personaggio, ripubblichiamo una lettera inviata il 5 settembre 2001 a la Repubblica, a commento di un articolo del sindaco di Roma. La lettera, a firma Roberto De Caro, non pubblicata dal quotidiano, apparve sul n. 8, ottobre-dicembre 2001, del trimestrale Hortus Musicus.]
Egregio Direttore,
se ritiene lecito e utile che un comune cittadino intervenga a proposito delle dichiarazioni di un politico, La pregherei di ospitare questa mia lettera in virtù del diritto di replica.
Nell’articolo del 5 settembre, Se il mondo si arrende alla legge della violenza, Walter Veltroni elenca alcuni dei più recenti episodi di intolleranza, tra i quali la vicenda della nave norvegese Tampa, carica di fuoriusciti afghani, cui è stato negato asilo dalle autorità australiane in palese violazione di tutte le convenzioni internazionali sull’assistenza umanitaria e i diritti dei profughi.
di Sbancor
Mi arrendo. Se solo tre parlamentari italiani hanno votato contro le missioni militari all’estero, probabilmente a me a tutti coloro che ritengono la pace un “bene indisponibile” non resta che la via dell’esilio. Il 23 gennaio il sondaggio IPR svolto per Repubblica dava il 56% degli italiani favorevoli al ritiro dall’Afghanistan. Il 20 febbraio eravamo al 54%. L’8 marzo il 70% è favorevole a restare, diviso fra un 50% che subordina il ritiro alle decisioni Nato e un 20% che dice al massimo per un altro anno. Se il Governo non va verso i sondaggi, i sondaggi andranno verso il Governo.
Pare che il Molto Onorevole Massimo D’Alema abbia detto a Bruxelles, a proposito dei morti afghani degli ultimi giorni: “Sono morti molti civili innocenti e questo richiede una riflessione molto seria perché le cose possono andare meglio. Ad esempio non uccidere civili potrebbe contribuire”. Inorridito mi accorgo che mai potrò superare l’inarrivabile humour noir del nostro Ministro degli Esteri.
di Valerio Evangelisti

Sabato 3 marzo un sacrosanto corteo di varie migliaia di persone si è mosso in direzione del CPT (centro di permanenza temporanea) di Bologna, per chiederne la chiusura. E' stato violentemente caricato, di sicuro si preparano denunce a carico di alcuni dei manifestanti. Prevedibile il plauso di chi vuole che l'ordine, nella città ex rossa (oggi color cacca), sia mantenuto a tutti i costi.
Ma quale "ordine"? Quello di carceri vergognose riservate a innocenti, colpevoli di fuggire dalla sorte di miseria e guerra cui il potere mondiale "liberale" ha condannato i loro paesi, e continenti interi?
Se tacere di fronte a un simile scandalo significa "legalità", vuole dire che "legalità" è una parolaccia.
di Tito Pulsinelli
Tra gli abbonati vitalizi alle fesserie, si pavoneggiano quelli che estraggono spavaldi dal taschino, come si trattasse di un asso pigliatutto, l’etichetta adesiva multiuso dell’ »antiamericanismo ». E te la appiccicano addosso come un’arma impropria. Come un minaccioso prologo di ogni discussione, su qualsiasi argomento, inerente quel Paese che confina a nord con il Canada e a sud con il Messico.
Per non essere marchiati a fuoco da questa stigmate – come nuovi bufali della prateria globale - bisogna accettare senza fiatare guerre d’aggressione di vecchio stampo coloniale, o basi militari più grandi delle città che le ospitano.
di Valerio Evangelisti

Apprendo dai giornali che presto, su iniziativa del ministro Mastella, sarà reato passibile di detenzione negare la Shoah, e cioè lo sterminio intenzionale degli ebrei da parte del Terzo Reich. Così ci conformeremmo alle legislazioni di altri paesi europei, tipo Francia, Austria e Germania. Potremo finalmente mandare in galera i “negazionisti” (che si definiscono “revisionisti”, nel tentativo di agganciarsi a Nolte o a De Felice) locali.
Mai, secondo me, legge più assurda, idiota e pericolosa – sì, pericolosa! – fu concepita. Fa il paio con la Legge Mancino, che tentò di vietare in via giuridica le organizzazioni di estrema destra. Oggi esse proliferano, agganciate al centrodestra. Non è da profeti immaginare una proliferazione ulteriore, quando lo stesso bando riguarderà le idee.
Il pianeta ha una voce e l'America la sta ignorando. Quest'ignoranza trascinerà il globo, entro il 2050, a un mutamento climatico che definire impazzito sarà un eufemismo di cui la specie non potrà permettersi il lusso: il collasso bioclimatico non aprirà un'èra di eufemismi o tantomeno di lussi.
Il mondo ha una voce e l'America la sta ignorando. Quest'ignoranza trascinerà il Medioriente in una situazione ancora più caotica sul piano etnico, civile, militare - e questo accadrà tra al massimo 60 giorni, se l'entusiasmo con cui George W. Bush ha accolto la sentenza a morte di Saddam Hussein troverà un appoggio nella decisione della Corte d'Appello, che già tutti sappiamo essere un fantoccio angloamericano.
Lo Stallo a cui si accenna ha tutte le valenze emicraniche che il leggendario finale di partita impone come uno spettro doloroso a ogni scacchista. Lo Stallo sarebbe una svolta d'epoca, ma non lo è, perché la palude in cui ha luogo non subirà alcun salto evolutivo verso il meglio - anzi, lo Stallo è per paradosso dinamico, è cioè il lento, costante, quasi mirabolante a voler essere patafisici, slittamento all'indietro delle forze comunitarie, intellettive e politiche di un Paese diventato non solo marginale, ma pernicioso. Lo Stallo è una figura impossibile come l'Ircocervo (e l'impossibile esiste): non è stasi, è il ritorno a una situazione pretraumatica indefinita, poiché l'Italia è il Paese in cui sta avvenendo lo Stallo, ed è una nazione in cui il trauma si protrae da decenni. Ne isolo alcuni sintomi.
di Giuseppe Genna
Il Paese di Merda si conferma tale. Dicotomizzato nell'esasperazione, trascinato a un voto di massa paradossale, tale perché, in una nazione in cui il 7% della popolazione soltanto è in grado di acquistare e leggere un libro all'anno, il voto di massa fa venire a galla la sugna della sottocultura a cui Berlusconi, coerentemente, si è appellato fino alla fine, spingendo per la più larga partecipazione al voto. Una nazione divisa e polarizzata è, secondo l'interpretazione contemporaneista all'anglossassone, l'unica e la migliore democrazia possibile. Non è così.
Intanto, il primo dato: l'era del Berlusconi solo al comando è finita. L'uomo cuoiato potrà tentare dilazione o metamorfosi, ma la sconfitta di oggi è un discrimine definitivo nella storia italiana.
di Giuseppe Genna
Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.
di Valerio Evangelisti
La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Non perché questo monopolista industriale passato alla politica sia individualmente all’origine del fenomeno, ma perché ha saputo farsene il catalizzatore nella penisola, e radunarne in un’unica compagine – almeno per un certo tempo – le diverse espressioni. Ciò malgrado l’assenza di un pensiero univoco e di una cultura unificante, sostituiti da tutta una gamma di atteggiamenti e di prese di posizione contingenti, a brevissimo respiro.
di Giuseppe Genna
Per arrivare a Parigi (non soltanto alle banlieu, ma proprio al centro della capitale francese) parto dalla Val di Susa. Ecco un'agenzia di stampa emanata questo pomeriggio: 'Duro il commento del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Pietro Lunardi, a proposito delle proteste degli abitanti della Val di Susa contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità: ''Non ci impressionano le fiaccolate di gente che non ha di meglio da fare per spendere il tempo'', ha detto Lunardi'. La protesta dei comitati NO-TAV non ha nulla a che spartire con la rivolta violenta delle banlieu parigine (ora estesasi anche al centrocittà e in altri capoluoghi). Il tono dell'osservazione del ministro della Repubblica Italiana ha invece molto a che vedere con una delle principali cause scatenanti della rivolta delle periferie di Parigi: ed è l'arroganza di un ministro, Nicolas Sarkozy, che rappresenta la rabbiosa pervicacia all'odio di un governo, quello di centrodestra in Francia, che dolorosamente ci è già capitato su Carmilla di denunciare nella persona del ministro della Giustizia, Perben, ai tempi del "caso Battisti".
di Giuseppe Genna
Ci siamo. Ciò che era preconizzabile, si appresta a realizzarsi anche in questa desolata landa che altrove abbiamo ciclicamente definito un Paese di merda. Dunque sulla scorta delle analisi delle intelligence occidentali tutte, risultando inevitabile un attentato in Italia delle dimensioni di quelli consumati a Madrid e Londra, si alza qui da noi un coro di voci interessanti a chiedere l'applicazione di leggi speciali e, addirittura, dello stato di guerra. I coristi più acuti sono l'eterno ex ministro ed ex presidente Francesco Cossiga e il per nulla eterno ministro Roberto Calderoli. Voci stonate? Non tanto, secondo l'estensore di questo intervento. Bisognava pensarci prima. E' proprio il caso di ufficializzare lo stato di guerra, se questo popolo, che si affligge perché può andare sul bagnasciuga riccionese solo con le cambiali, ancora non si è accorto che in guerra ci siamo, e attivamente, dal 2001. Abbiamo soldati in Afghanistan e divisioni in Iraq, a seguito delle scriteriate reazioni dell'amministrazione Bush ai massacri dell'11 settembre. Non so se ve ne siete accorti: siamo davvero in guerra.
di Giuseppe Genna
L'esito del referendum è un'ulteriore prova che, al di là delle convinzioni delle singole persone, noi viviamo in un Paese di merda. Questa è una nazione che non capisce un cazzo in massa, snobba i minimali della strumentazione democratica, se ne fotte di problemi fondamentali quali ricerca scientifica e statuti della vita. E' un Paese il cui Sud persiste nel fare da zavorra elettorale di fronte ai momenti politicamente decisivi e il cui Nord è capitanato da idioti sfatti dal benessere crasso e da ragiunatt che chiedono il ritorno alla lira ma sognano la Cermhania. Questo è uno Stivale bucato, la portaerei nel Mediterraneo ormai in secca, una landa in cui si affittano le spiagge e, se non si affittano, è tutto un Riminiriccione identico alle spiagge affittate. E' una provincia vaticana che pensa che spettrali e ossuti ominidi, con la zucchetta color porpora in testa, ancora abbiano ragioni civili da esprimere. E' la melma dell'occidente e una disgrazia che l'oriente non si augura, quest'avanguardia del provincialismo e dello scazzo, che si sente invasa dalle scarpe cinesi ed è manipolata da lesbiche roche che nel tivvì spacciano spazzatura per realtà. Mi vergogno profondamente di viverci, in questa merda, a poche ore dall'esito dei referendum.
di Valerio Evangelisti
Perdonatemi, non posso trattenere il mio entusiasmo. Con una partecipazione al voto del tutto imprevista, i cittadini francesi hanno espresso un NO secco e corale alla Costituzione europea. Il fatto è che, di fronte a un referendum, hanno potuto conoscere qual era la posta in gioco. Cosa che non è avvenuta in altri paesi, come l'Italia, in cui parlamenti riempiti da una classe politica dedita all'autoperpetuazione hanno votato a larga maggioranza un documento di cui non si sapeva nulla.
Comunque la si metta, si tratta dela prima ribellione europea - e non in un paese secondario - contro l'ideologia chiamata neoliberismo. Già messa in questione, anche nelle piazze, in America Latina e in altre parti del mondo.

Joseph Ratzinger è un uomo che ha sempre riservato sorprese. In questi ultimi anni lo conosciamo quale custode inflessibile dell'ortodossia non solo della dottrina, ma anche della morale cattolica. Sempre censore, sempre disposto a intervenire contro i movimenti del divenire che interpreta quali storture eretiche. Ma non è sempre stato così. Senza Ratzinger non disporremmo né di Kung né di Boff. I cattolici, di fatto, non dispongono più di Boff: ed è colpa di Ratzinger. Maestro e interlocutore di questi due fondamentali teologi contemporanei, Ratzinger si è progressivamente trasformato nel loro più acerrimo avversario e nel loro fustigatore curiale. Eppure fu l'autore del documento che ribaltò le sorti del Concilio Vaticano II, letto dal cardinale Frings.
Luci e ombre (più le seconde che le prime) contrastano il profilo del nuovo pontefice, Benedetto XVI.
di Giuseppe Genna
Mentre scrivo il Papa è grave.
Siccome scrivo da sempre, il Papa è grave da sempre? No. La Chiesa è grave, il Papa si è aggravato soltanto negli ultimi anni. Da giorni, settimane e mesi è un rincorrersi di bollettini, di speciali, di CNN news, di reportage condotti grazie ai depositi storici del profluvio di immagini con cui questo Pontefice ha identificato il proprio mandato.
Prescindo, perciò, proprio in ragione di questa identificazione religiosa di sé e della Chiesa con le immagini di sé e della Chiesa, da una valutazione geriatrica di quanto accade a questo pover'uomo, devastato da un male che conosco bene e che non auguro a nessuno. Prescindo altresì dalle valutazioni storiche (il Papa che sconfigge il comunismo, il Papa che se la piglia poi col capitalismo), materia di altro tipo di geriatri, che sono gli storiografi tutti.
Affronto invece un tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo e l'esito di questo dono - cioè il martirio mediatizzato a cui il Papa si è sottoposto nel dare un lungo congedo alla sua storia e a quella di tutti noi.
Le prime notizie parlavano di fatalità. Poi è spuntato l'ossimoro "fuoco amico". Infine è subentrata una stanchezza perfino nei più ardui profittatori politici di quello che doveva essere un annuncio senza macchia: la liberazione di Giuliana Sgrena. Al tg3 si vedeva, nelle immagini di tripudio registrate al congresso di Rifondazione Comunista, l'attonito delegato interrotto dall'irrompere della insperata notizia: era lo scrittore Aldo Nove. Nel giro di pochissimo tempo, l'inversione a U dei sentimenti: la giornalista del Manifesto ferita al polmone, il mediatore del Sismi morto, altri due agenti feriti, di cui uno in gravi condizioni. Cade Nicola Calipari, per liberare Giuliana Sgrena. Si sa: la liberazione di un ostaggio è un momento delicato, può accadere di tutto. Di tutto: anche che quelli che stanno portando la pace e la democrazia si mettano a sparare a un checkpoint sull'auto che porta in salvo una donna tenuta sequestrata per un mese.
E' la tragica metafora di quel che accade in Iraq.
di Giuseppe Genna
Non so se ve ne siete accorti, ma so che se non ve ne siete accorti siete come il Dustin Hoffman di Rain Man: autistici sganciati dalla realtà. E' in atto da settimane un'esplosione di nucleo psicotico collettivo, che condiziona le semivite degli italiani, compulsivamente dediti ad accogliere in se stessi il messaggio di un ministro che vieta il fumo e si propone di "misurare la pancia agli italiani". Sono vicende grottesche che fanno il paio con le adunate di puberi paraciellini neoconservatori in Usa, milioni di giovani che ritengono significativo sacrificare l'imene e il prepuzio in un momento opportuno e prestabilito dell'esistenza.
Un'ideologia neopuritana si segnala in atto, nell'occidente che si autoproclama liberale, un movimento ben noto agli annali delle tragedie storiche: sostituzione della forza morale (cioè della potenza dei possibili umani) con un sistema morale, nello specifico di carattere igienico. Quando ciò succede, si stanno preparando olocausti. Tranquilli, però: non è il caso di oggi - l'olocausto non si sta annunciando, lo stanno già perpetrando un po' ovunque, tranne che sotto casa vostra.
Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un moloch ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate.
Il siparietto sta per raggiungere l'acme. Emilio Fede, al solito abbronzato ma con quel fondo lividamente disneyano che conferisce la pelle stracotta, vive del conforto del golfino in cachemire, azzurrino. Per minuti e minuti, alle sue spalle, un fotoposter di Romano Prodi effigiava l'ex presidente della Commissione Europea con una boccuccia a culo di gallina. Quell'immagine è stata scelta. Fede, fino a quel momento, aveva tirato bordate contro la battuta di Prodi sui mercenari di Forza Italia - battuta peraltro filologicamente corretta, visto che il premier aveva annunciato che avrebbe inviato due giovani in ogni regione, pagandoli, per sistemare le cose nelle sedi locali del partito. Da Prodi faccione, si passa ai lumini natalizi. Tra Fede e la sua collaboratrice al computer inizia un dialogo da Operette Illeopardiane. Il dialogo dipinge l'Italia. L'Italia, Paese Delle Meraviglie. La Merda fatta Zucchero. La Pillola non va giù, resta sullo stomaco.
di Giuseppe Genna
Non esiste differenza tra il regime tecnocratico che ha deciso di creare un continente unico (quello che già esisteva, cioè il Vecchio) e il regime fondamentalista che ha deciso di distruggere un continente differenziato (cioè l'ultimo arrivato tra i continenti: il Nuovo, sezione nord). I grandi innovatori sono conservatori: neocon, appunto, i reazionari che propalano il nuovo che è vecchio. Neocon è, risaputamente, la maggioranza dell'Amministrazione Bush e, soprattutto, la quasi totalità dell'esercito ideologico che ne ha ispirato la matrice filosofica. Al potere ci sono sempre andati, i filosofi. Soltanto di una specie, però, tranne rare e numinose eccezioni. La specie dei divoratori, la razza rettile di chi conserva lo status quo oppure ne decide l'evoluzione secondo determinate traiettorie.
Qualcosa si muove anche in Europa - ed è lo stesso tipo di "nuovo", l'evoluzione del reazionariato, il tecnocratismo eletto a norma di potere e di vita. Di rientro dall'Olanda, ecco lo specchio fedele e simbolico di un Paese che sta crollando grazie ai sofismi disumani che provengono da Bruxelles, dove vipere neocon si aggrovigliano e sibilano i loro devastanti precetti.
Siete olandesi e avete un bambino da mandare all'asilo? 1.000 euro al mese.
Siete olandesi e vi tagliate un tendine con il coltello? Andate sì al pronto soccorso, ma a quello tedesco, oltreconfine.
di Giuseppe Genna
L'altra sera, come sempre in tv, precisamente a Ballarò, è andata in onda tutta l'indegnità della politica italiana, nella sua più goffa imitazione di sistema con cui una comunità democratica si autogestisce. Si attendeva l'atterraggio dell'aereo che riportava in Italia, dopo tre settimane di pura angoscia, Simona Pari e Simona Torretta, e i politici erano su piccolo schermo a intascare meriti più o meno benemeriti. In qualità di analisti alcuni, di diretti protagonisti della vicenda altri. In particolare il sottosegretario Mantovano, militante in An, con calma ed 'erre' arrotata plaudeva alla compostezza delle parti suppostamente ideologiche: un'unità nazionale ridicola strappata al culmine di una storia tragica. Insieme a lui, nell'arena catodica: Rutelli, che poi è scappato dicendo "scusate, sono invitato a Ciampino, devo accogliere le ragazze", Diliberto accusato di essere un amante dell'URSS dal già piduista Cicchitto, il giornalista Zucconi, il giornalista esperto in quartieri di Baghdad Buongiorno. Alti momenti di teatrino con morale finale: che non c'è la morale, basta il morale purché sia alto.
di Giuseppe Genna
Se confermata, la fuga dello scrittore Cesare Battisti dalla Francia catapulta l'uomo direttamente nella leggenda e aggiunge un capitolo di pura letteratura civile ed epica alla nostra storia nazionale, lasciando però un marchio indelebile sulla delenda storia continentale, per i motivi che vedremo.
Andiamo con ordine. Cesare Battisti, che doveva sottostare all'obbligo di firma al commissariato del IX Arrondissement parigino ogni sabato, non si è presentato né ieri né - finora - oggi. Si attendeva il verdetto sul ricorso in Cassazione, avanzato dai due storici avvocati di Battisti, dopo l'incredibile sentenza favorevole all'estradizione verso l'Italia, che con nonchalance giuridica la Corte francese aveva comminato lo scorso 30 giugno all'italiano, sollevando ondate di protesta da parte degli strenui difensori della parola data da François Mitterrand. Nessuno si attendeva una soluzione tanto repentina e sconvolgente (sul piano storico), nemmeno gli amici più intimi di Cesare Battisti.
Con una mossa tanto inaspettata, Cesare Battisti sacrifica la sua vita emotiva (a Parigi lascia due figlie, l'attuale compagna, l'ex moglie a lui molto attaccata) per scegliere, come ha detto Oreste Scalzone, "il verde della vita contro il grigio della sottomissione". Questo sul piano personale. Su un ben diverso piano, Battisti in fuga ricopre di ridicolo (un tragico ridicolo) il governo italiano e l'istituzione francese, oltre che tutti gli orgiasti della diffamazione mediatica che lo hanno dipinto come un mostro. Così facendo, l'autore de L'ultimo sparo impedisce in maniera abissale la più vergognosa azione di freezing criminale sulla storia italiana degli ultimi trent'anni e sulla memoria collettiva di un'intera nazione.
Fedele alla sua unica ossessione, che è la letteratura, cioè la leggenda, Battisti vi si tuffa a corpo vivo. Ecco perché.
Dal centro di irradiazione primitiva del tumore è arrivata forse la cura. O forse no. Stona, in effetti, con qualunque presa di coscienza di cosa ci riserverà il prossimo biennio, questa ubriacatura euforica, questo saldo di fine stagione di completi azzurrati, questo facile corrugarsi delle fronti degli ex fascisti: un'Italia da operetta, al solito. C'è poco da stare allegri, i pericoli più seri per la tenuta democratica del Paese arriveranno a breve. Che il voto per la provincia di Milano sia assurto a emblema della sconfitta definitiva di Berlusconi è indicativo dello stato da avanspettacolo a cui si è ridotta in Italia l'analisi politica. Se un effetto ha avuto questa tornata elettorale, è quello di avere comunicato ufficialmente al magnate brianzolo che rischia sul serio di perdere la nazione. Vale a dire: l'unico effetto plausibile di queste europee ed amministrative è fare invelenire le colombe e non rendere candidi i serpenti. Il peggio sta per arrivare.
di Giuseppe Genna
"Finisce un incubo italiano, rischia di incominciarne un altro". L'incipit dell'editoriale di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, farebbe ben sperare. L'incubo che finisce, si dice uno, è quello degli ostaggi liberati in Iraq; l'incubo che incomincia, continua a dirsi quell'uno, è l'esplosione mediatica e l'indegna speculazione politica relative a tale liberazione. Uno fa male a ben sperare: Ezio Mauro, infatti, scambia un incubo per un altro. Ecco quello che intende dire: "Nel giorno della liberazione degli ostaggi, che sono vivi, e tornano finalmente dalle loro famiglie, il Paese deve fare ancora una volta i conti con il terrorismo interno, pronto a manifestarsi a quattro giorni dal voto europeo. Una bomba esplosa ieri sera a Bologna, sotto il palco del comizio del vicepresidente del Consiglio Fini, riapre una stagione buia e terribile di sfida alla democrazia, con sei feriti e la democrazia come bersaglio". Ah, la bomba carta contro Fini, a Bologna.

di Giuseppe Genna
Non si sa dire se sia ironia, degrado mentale o soltanto cinismo disumano a parlare per bocca liftata della jena sola al comando, che rubizza sentenzia sulla fase più tragica della guerra in cui ha spinto il Paese mentre taglia la fetta della torta di merda insieme all'allenatore e ai miliardari di sua proprietà. Silvio Berlusconi è festante per tutto: tra una settimana vola da Bush jr, e quindi è còlto dall'euforia del maggiordomo quando viene complimentato dal padrone; inoltre ha vinto lo scudetto, e si gode la ribalta politico/sportiva, uno degli esiti più comici della sua strategia di controllo sociale. Vuole il caso che muoia un soldato, a migliaia chilometri di lì, uno che non prende i miliardi di Shevchenko, accanto a cui il Padrone gongola, ma che è carne in qualche modo predestinata da Lui alla tragica e ovvia morte a cui il milite è andato incontro. Privo di pudore, tra champagne e fuochi artificiali quanto la sua faccia, il premier sentenzia: che i soldati nostri siano orgogliosi. Il cielo di Milano fibrilla di petardi, il cielo iraqeno di colpi di mortaio. Ma per Lui è tutto uguale, un unico campo di letame sopra cui il magnate sogna di fare il magnaccia - per portarsi a casa briciole di servile potere.
di Wu Ming 1
"Non posso nascondere la mia amarezza vedendo riemergere certe accuse alla magistratura italiana che, come disse allora Pertini, tanto contribuì a fermare il terrorismo, rispettando la costituzione e le regole del processo."
Armando Spataro, La Repubblica, 8 marzo 2004
"Di fronte ad una situazione d'emergenza [...] Parlamento e Governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il preciso ed indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita legislazione d'emergenza."
Sentenza 15/1982 della Corte costituzionale.
Dopo la messa in libertà vigilata di Cesare Battisti, in quel di Parigi, i media italiani si sono scatenati, rovesciando sull'opinione pubblica tutto il metallo fuso per anni negli altiforni del rancore, della vendetta, dell'ossessione securitaria.
E' impossibile fare un resoconto di tutte le distorsioni e le falsità scritte e trasmesse nell'ultima settimana. Non c'è articolo, per quanto breve, che non ne contenga decine. Persino i dettagli apparentemente insignificanti sono sbagliati.
Episodi e personaggi che nulla c'entrano col caso in oggetto vengono gettati nel calderone per intorbidire la brodazza, scatenare il panico morale, impedire a ogni costo l'uso della ragione.
Un killeraggio mediatico come non se ne vedevano da parecchio tempo, al quale è faticosissimo opporre argomenti ed elementi concreti, ricostruzioni storiche minimamente approfondite.
Eppure non si può rinunciare a esercitare la ragione, non ci si può chinare e coprire la testa con le mani in attesa che passi la burrasca. Fosse anche un'impresa disperata, occorre esercitare la ragione contro il fanatismo.
di Valerio Evangelisti, a nome di tutta la redazione

Oggi noi tutti di Carmilla On Line eravamo così emozionati da non riuscire a parlare. Si era appena sciolta una tensione durata un giorno intero, punto estremo di quell’angoscia che si trascinava ormai da un mese: da quando il nostro amico Cesare Battisti era stato arrestato.
La notizia, appena pervenuta dalla Francia, era che il tribunale di Parigi aveva deciso per Cesare la libertà provvisoria, contro tutte le pressioni esercitate dal governo francese e, attraverso questo, da quello italiano. Solo la sera prima il ministro della giustizia Dominique Perben (cognome pochissimo adeguato a chi lo porta) aveva approfittato di un canale televisivo per vomitare su Cesare tutte le ignominie raccolte dal giornale-immondezzaio Le Figaro (autore, per mano del suo redattore Guillaume Perrault, di deliranti invenzioni su un Battisti che minaccia di morte i vicini di casa, che fugge dal carcere pugnalando un secondino, che finisce le proprie vittime con un colpo alla nuca, ecc.). L’intento di Perben era quello di influenzare la magistratura, che pure già a fine 2003 non aveva ritenuto di dare seguito a una precedente proposta di estradizione.
Quanto sta succedendo in queste ore, in questi giorni a Cesare Battisti è, e lo è con esattezza scientifica, quanto sta accadendo in questi anni all'Italia e all'Europa: la minaccia realizzata della violazione del diritto in nome di una dottrina superindividuale e astratta, elettorale e ipocrita, che mostra il suo vero volto quando si attiva per maciullare idee e corpi. A rischio di apparire generalista e massimalista, affermo: c'è una continuità - che nemmeno più è inquietante - tra il caso Battisti, la deriva del Vecchio Continente e l'orrore perpetrato in Afghanistan e Iraq. Si tratta di un medesimo ente saturnino, vòlto con sistematica predeterminazione a divorare non i figli suoi, ma i figli dell'uomo. La nonchalance con cui oggi, in Europa, si censurano le idee in tv e sui giornali, si sistemano i conti in un ok corral indecente e amorale, si scatenano conflitti preventivi e si compiono alla luce del sole crimini patenti - questo è il paesaggio che chi si ritiene ancora umano è chiamato oggi a modificare con forza e fatica. I nodi vengono al pettine: e sono nodi di capelli di un cuoio strappato a viva forza dai crani di chi pensa, di chi tenta di ricordare e di ridiscutere il passato per aprire il futuro. Sono enormi le conseguenze implicite che sprigionano dalla scelta del governo italiano di domandare l'estradizione di Battisti: costringono tutti noi a verificare con mano chi sono le persone che si schierano - non, questa volta, per una battaglia armata, ma per una battaglia di idee. Battaglia che, come si nota in questi ultimi anni, non è che comporti meno sangue delle precedenti. Il prezzo della lotta per il pacifismo, i diritti dell'uomo e la libertà, che sia condotta con la potenza delle idee e dei sentimenti oppure con altri supporti, è un prezzo amaro e pesante. Eppure ciò non toglie che lo tsunami di speranza in Movimento che si sta scatenando finisca per travolgere chi vi si oppone: dimostra la storia dell'uomo che quando si spalanca una crepa ideale, una frattura da cui il bene può scaturire, per una legge superfisica il bene emerge. Da anni, questo è il punto, si sta rifacendo la Rivoluzione Francese: ed è una Rivoluzione Francese planetaria. Sorprenderebbe se fosse la Francia la prima nazione a sfilarsi da una simile Rivoluzione Francese.
di Giuseppe Genna
"Una sola volta mi sono sentito in imbarazzo durante i giorni del G8 nel confronto con gli altri, ed è quando ci siamo confrontati sulla percentuale di aiuto ai paesi poveri" disse il Boss del Paese. Non si vergognò, dunque, Berlusconi, quando osservò bello comodo, seduto davanti alla tv, il tragico esito della sua personale strategia della tensione: il cadavere di Carlo Giuliani sul selciato di quella piazza genovese. Avrei non soltanto la possibilità, ma addirittura l'obbligo di satireggiare contro quest'uomo che dispone di pietà e amore per il bene comune in quantità inversamente proporzionale a quella di altri beni che possiede. Però, non è il caso. Ora si presenta davvero un'ulteriore ammenda alla sua storia personale ambigua e sulfurea: gli è data la possibilità di imbarazzarsi per ciò di cui non si imbarazzò. In parole povere: i 93 no global arrestati il 21 luglio 2001 dopo l'irruzione della polizia nella scuola Diaz sono stati prosciolti dall'accusa di associazione a delinquere perchè "non sono emersi a loro carico elementi che facciano presumere la sussistenza di rapporti associativi con chi devastò e saccheggiò la città".
di Giuseppe Genna
Non ce l'hanno fatta. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il Lodo Schifani, la leggina ad hoc per garantire l'immunità alle cinque più alte cariche dello Stato, di cui soltanto una ha problemi processuali e indovinate quale carica è. Scomposte le reazioni del cosiddetto Centrodestra: cosiddetto, perché in questo caso trattasi di forzitalioti che siedono in Parlamento e uno si chiede legittimamente se Forza Italia sia una creatura di Centrodestra o di Marte. Il coro è unanime: la Corte Costituzionale è politicizzata, l'avvocato Taormina ha addirittura masticato un "Maledetti comunisti!" che, ormai, sembra un tormentone dei due vecchietti del Muppet Show. Da un punto di vista prettamente spettacolare è molto bello osservare l'ipersudorazione biliare di quelli che hanno usato la querela preventiva come Bush Jr ha utilizzato il previo conflitto - e come Bush ora si trovano impantanati nel loro Iraq giustizialista, prede delle trappole della distorsione legale. La quale distorsione non è: si è trattato di un atto di giustizia sana, del buonsenso eletto a norma civile, dell'eliminazione dei privilegi a cui ambiva nemmeno una casta di cinque supercittadini, ma di uno solo: lui.
di Giuseppe Genna
Si sa che l'aglio spaventa i vampiri, ma che il Deaglio spaventasse i Cattanei non era cosa nota. Questo signore qui a fianco si chiama Cattaneo, come un filosofo di tanto tempo fa, peraltro a più riprese invocato quale padre spirituale dalla Lega, che dello spirito arriva semmai a utilizzi per conserva di ciliegie o uvette. Questo signore Cattaneo, con la Lega, ha anch'egli rapporti: è il direttore generale della Rai berlusconiana, infatti, e sta lì col consenso di Bossi. Altri, in Rai, hanno rapporti con filosofanze varie: Fabrizio Del Noce, ex inviato in ascottino a Baghdad durante la guerra in Iraq e diventato direttore del tg1 durante la guerra in Iraq (dieci anni dopo), è figlio del pensatore cattolico Augusto. Come il cattivo frutto discenda dalla buona pianta è questione anch'essa filosofica, che ha impegnato induismi, cristianismi, buddhismi e manicheismi da sempre. Come da una fiera di paese (la Fiera di Milano) ci troviamo ad avere un direttore Rai del genere, invece, è questione più spicciola, meno elevata. Ce lo ritroviamo per il suo berlusconismo.
Che le cifre oscillino tra il milione e il milione e mezzo, poco importa. A San Giovanni si è tenuto un rito sacro e laico al tempo stesso: il popolo è sceso in piazza. Non la Gente: il popolo. Sembra una categoria ottocentesca e infatti lo è: stiamo vivendo una stagione che non ricorda affatto i Settanta, bensì altri Settanta, quelli dell'Ottocento. La lotta di classe, che non è più una lotta di classe ma di tutte le classi contro una minoritarissima distorta e criminale visione del mondo, non ricorda l'operaismo appena trascorso, ma il protosindacalismo diffuso, orizzontale, inarrestabile. Sintomatica la reazione di Fini, di fronte a un'impressionante manifestazione di dissenso su pensioni e riforma del lavoro: "Non cederemo alla voce della piazza". Tranquilli: prima o poi chiederà perdono anche di questo sproposito.
Il giorno prima il Nano dixit che è arrivato il momento di abbattere il rigore del diritto internazionale: è il momento in cui la democrazia si esporta con le bombe. Non l'ha detto a L'Occhio o a Reporter, l'ha detto al New York Times. I giornalisti del NYT, che hanno presente il Texas ma non la Brianza, sono rimasti di stucco: non sanno di cosa è capace un brianzolo. Tu gli dài un dito e lui si prende la nazione; tu gli dài un microfono e lui brevetta tutto lo spettro delle onde radio.
Ieri un uomo solo al comando; oggi il gruppone l'ha travolto. Morì anche Fausto Coppi: iniziò proprio così.
di Valerio Evangelisti

Non c’è tanto da dire.
Immagino che le famiglie dei soldati e dei civili francesi uccisi in Algeria, negli anni '50 e '60 del sanguinoso secolo XX, piangessero i loro cari, a buon diritto. Del resto, moltissime di quelle vittime non avevano nessuna colpa. Erano andate a difendere l'ordinamento coloniale perché comandate, perché lo giudicavano naturale, perché qualcuno le aveva convinte che fosse un dovere. Erano rimaste stritolate da un meccanismo allestito da altri. Personaggi cinici che i campi di battaglia e le zone a rischio li conoscevano solo da carte geografiche irte di bandierine.
di Valerio Evangelisti

Il presente editoriale non impegna tutta la redazione, ma riflette soltanto le idee dell'autore. E' stato scritto originariamente quale contributo a una pubblicazione scientifica dell'università di Grenoble, coordinata dal professor Christophe Mileschi.
Ho l’impressione che insistere troppo sugli aspetti pagliacceschi di Silvio Berlusconi, come fa gran parte della stampa internazionale, distragga dalla sostanza della sua azione di governo. Non vi è dubbio che si tratti di un personaggio dalla volgarità innata, simile per atteggiamenti e per cultura a certi commessi viaggiatori di vecchio stampo. Non vi è dubbio, altresì, che buona parte della sua attività sia volta a stravolgere le istituzioni in senso autocratico, oppure a porlo al riparo dai guai giudiziari che lo sovrastano. Tuttavia è bene mettere in chiaro alcune cose. Non è un fascista. Non è un mafioso. Non è un Pulcinella (questo ruolo lo attribuirei piuttosto a una gran parte dei collaboratori che si è scelto, capaci di lasciare increduli per la loro stupidità). E’, se vogliamo, molto peggio di tutto ciò.
di Valerio Evangelisti

La principale ragione per cui i Lunari, anche se disarmati o quasi, riuscirono ad avere la meglio su truppe bene addestrate ed equipaggiate è che un Terrestre appena sbarcato sulla Luna non sa cavarsela tanto bene. A causa della gravità lunare, un sesto di quella a cui è abituato, le reazioni istintive, che lo hanno accompagnato per tutta la vita, diventano proprio il suo peggiore nemico. Senza rendersene conto, spara troppo in alto, si sente instabile, non può correre agevolmente; i piedi gli scivolano via di sotto.
R.A. Heinlein, La luna è una severa maestra, 1965
L’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale costruì la propria identità alla luce di quel fenomeno occorso ovunque denominato Resistenza: vocabolo che indicava lotta popolare al fascismo, sì, ma anche all’occupazione armata del suolo nazionale e - non sempre però spesso - alle disparità sociali. In conseguenza di quelle radici, i paesi europei si liberarono, chi prima chi dopo e non senza contraddizioni anche gravi, del colonialismo. Sintesi stessa di tirannide e di disuguaglianza, non a caso era stato il retaggio dello Stato liberale pre-bellico che il fascismo aveva con più entusiasmo fatto proprio, fino a fondare su esso buona parte della propria mistica.
Per decenni il termine “colonialismo” rimase una parolaccia, e il resistere a un’occupazione straniera fu considerato un merito e un’espressione di dignità. Non mancarono certo le violazioni di quei principi, tuttavia si cercò di tenerle nascoste o di dare loro altro nome per via ideologica. Nessun capo di Stato, nessun governo europeo od occidentale si sarebbe permesso di sostenere pubblicamente la liceità di un’invasione armata, anche quando ne conduceva o tentava di fatto. Allorché l’Urss invase l’Ungheria o la Cecoslovacchia col pretesto di riportarvi l’ordine, si gridò giustamente alla barbarie totalitaria, e persino molti partiti comunisti sottoposti al condizionamento sovietico presero le distanze o conobbero gravi crisi interne. Per Panama e Grenada, invase dagli Stati Uniti con largo spargimento di sangue, si invocarono alibi pittoreschi. Il tabù dell’imperialismo o, peggio, del colonialismo, era ormai penetrato in tutte le coscienze; per violarlo era necessario nascondere o mentire.

Alle elementari la mia generazione e' stata vittima di un processo di condizionamento visivo. A un certo punto, la maestra annunciava che si sarebbe scesi dall'aula per assistere a una nuova, oceanica proiezione de La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani - senza alcuna possibilita' che un Fantozzi qualunque salisse sul palco a riscuotere i fatidici novantadue minuti di applausi per avere dichiarato che il film era una cagata pazzesca. In effetti non lo era, uno arriva ad apprezzare certe cose soltanto quando la sua cabeza inizia a ricordare quella striata e volpina di Aldo Moro. E' quindi con effettivo disdoro che vi propongo un analogo dei Taviani: una reiterata, morbosa, infinitamente dilatata proiezione del drammone di questo decennio - ma, vedremo, e' un dramma che dura da molto di piu' che dieci anni e che si radica nella pubblicazione per una ristretta schiatta di lettori del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. E' un fotoromanzo che ha ben poco della fiction e molto della decadenza civile di un'intera nazione. E', di nuovo, il Caso Berlusconi - ovvero la storia di una gang di criminali pronti a delinquere su scala devastantemente senza precedenti nella storia italiana, e capaci di raggiungere i colli piu' alti del potere grazie alla meta' esatta di una popolazione ridotta all'idiozia grazie alla realizzazione del suddetto Piano. Le motivazioni della sentenza Previti: preparatevi a una visione a cui gia' avete assistito, ma non per questo meno educativa del solito.
Affermare che è soltanto indecente sarebbe indecente. Ciò che il supposto premier italiano, autentica supposta per l'Europa, ha affermato durante la sessione plenaria dell'Europarlamento è ben più che indecente: è criminale. Possiamo arguire che l'esportazione del modello antistituzionale brianzolo, di cui Berlusconi è la punta di zircone, sia un indice dell'inciviltà dei tempi. Invece è molto di più. La delicatissima fase che l'Europa sta attraversando è una miscela che lascia da tempo attoniti gli studiosi di politica internazionale: 25 paesi che non si somigliano in nulla aderiscono a un progetto continentale che ha per padri fondatori, al posto di Benjamin Franklin e George Washington, due zizzi come Giscard d'Estaing e Giuliano Amato. Il tutto mentre appare inevitabile il progressivo distacco dagli USA. In questa congiuntura delicatissima, Silvio Berlusconi ha deciso di svolgere un ruolo chiaro e senza compromessi: quello di curatore degli interessi in Europa dell'amministrazione Bush. E, da bravo maggiordomo, per rovinare la cena ha deciso di versare la minestra bollente addosso all'ospite più sgradito.

Ci risiamo. Quel gioiello white trash che è l'Amministrazione Bush jr manifesta un'arsura di gola che sembra inestinguibile: ha sete di sangue, ha appena finito di sorseggiare plasma al popolo irakeno e ancora vuole bere. La congrega funebre che pretende di governare ogni respiro di qualunque essere vivente sul pianeta a partire da laccate scrivanie in quel di Washington è molto ghiotta di globuli rossi e ha scoperto che succhiare sangue è facile come bere coca da un distributore automatico: vai, metti la monetina, pigi il pulsantino illuminato, esce il prodotto rinfrescante, godi per un po' e poi via: nuova monetina, ancora il pulsante, ancora bibita d'élite di massa. In questo caso, il pulsante luminoso irradia un colore paradossale: l'arancione. Una tinta che in qualunque tradizione metafisica denota l'aspirazione alla pace, possibilmente mentale, plausibilmente civile planetaria e universale. Non per la metafisica americana: qui l'arancione significa pericolo - di bombe, attentati, assalti all'arma chimica. La massa beota americana ci casca una volta di più: il governo Bush ha innalzato la soglia di pericolo accedendo al livello arancione, gli americani tremano come popcorn in bollore. E' il preludio funesto a una nuova puntata della loro soap opera preferita: una soap tragica e realissima, intrisa di sangue altrui.
di Valerio Evangelisti

Una bambina irachena rimasta senza occhi per un bombardamento americano, intervistata giorni fa da un operatore della tv francese, chiedeva al pilota che le aveva tolto la vista come avrebbe fatto lui al suo posto, impossibilitato a guidare aerei, o anche solo a vederli, per il resto della sua vita. La domanda era ingenua e adeguata all’età della piccola. Rivelava un modo di vedere le cose ancora improntato a una qualche specie di etica. La bimba cieca e sofferente non poteva sapere che, se mai la domanda avesse raggiunto il suo torturatore, questi le avrebbe riso in faccia. O le avrebbe detto, con vago compatimento, che lo aveva fatto per la libertà di lei e dell’Iraq. O ancora che lui stava vendicando le vittime dell’11 settembre. Oppure che un sacrificio in vite e corpi umani era indispensabile per affermare nel mondo la democrazia, ovvero il potere degli Stati Uniti d’America, che della democrazia sono la più perfetta incarnazione (assieme a un’appendice dai contorni fumosi e cangianti chiamata Occidente).
di Valerio Evangelisti

Ormai lo spettacolo di questa guerra tardo-coloniale non è solo orrendo. E’ turpe. Le vittime predilette dell’esercito invasore sono i bambini. Riempiono le corsie d’ospedale, cadono a grappoli ai posti di controllo dell’armata occupante, piangono nei sotterranei in cui sono rintanati durante i bombardamenti, esibiscono le loro minuscole membra sotto muri crollati. Calcinacci impastati di sangue rivelano manine tese e piccoli crani sfondati.
Perché “vittime predilette”? Perché non poteva che essere così, una volta fatta la scelta, di fronte a un’avanzata a rilento sensibile tanto alle intemperie che alle imboscate, di bombardare a tappeto le città. Un assedio medievale in piena regola, barbarico e infernale. Si distrugge e si incendia finché il nemico non chiederà la resa. Si è perfettamente consapevoli che ciò costerà la vita ai più deboli, ai più poveri, ai più giovani, ai più vecchi. Si sa che chi resisterà meglio saranno i militari, con i loro bunker e le loro corazze.
di Valerio Evangelisti
Se fosse possibile astrarsi, prendere le distanze, bloccare ogni reazione emotiva, lo spettacolo che i mezzi di comunicazione ci mettono sotto gli occhi ogni giorno sfiorerebbe la demenzialità. L’esercito più potente e armato della terra che sfreccia nel deserto di un paese che dovrebbe liberare, e che di continuo deve arrestare la propria corsa di fronte a ostacoli che non aveva messo in conto: da città che, sebbene martoriate dalle bombe, non cadono affatto, a imboscate tese alla retroguardia, a postazioni tenute da pochi cecchini, fino a un vecchietto con lo schioppo che riesce ad abbattere un elicottero.
Come stordito da una realtà incoerente con i propri piani, quell’esercito si esibisce allora in una sarabanda assurda di azioni autolesive: i suoi velivoli precipitano da soli sulla sabbia o in mare, i suoi soldati si fanno esplodere a vicenda, i suoi missili colpiscono bersagli amici. E’ come quando un disagio profondo si esprime in un’eruzione cutanea, o in comportamenti incontrollati rivolti contro se stessi.
di Valerio Evangelisti

“L’intera città di Tetelmünde ardeva; fiaccola grandiosa, accesa dal furore ancestrale degli ossessi nei quali improvvisamente rinasceva, reclamando i suoi diritti, il primo istinto dell’uomo: la distruzione.”
Prima o poi bisognerà riconoscere ne I Proscritti, di Ernst von Salomon (di recente riproposto da Baldini & Castoldi in una bella edizione economica, curata da Marco Revelli), uno dei capolavori della letteratura del ‘900. Ciò al di là della sostanza raccapricciante del romanzo (la trista epopea dei Freikorps tedeschi dopo la prima guerra mondiale e la loro marcia di morte, dalle terre del Baltico fino all’omicidio di Rathenau), del suo sorvolare sui peggiori crimini di parte propria (peraltro lasciati onestamente intuire) per sottolineare quelli altrui e del fatto che sia tuttora testo di culto di un’estrema destra ancor più raccapricciante. Cupissimo, ossessivo, potente, il libro rende bene la voluptas necandidi un’armata che non ha altro referente ideale che se stessa (con valori quali l’onore astratto e il cameratismo virile), e altro scopo che l’eccidio sistematico di chi la contrasti. Un’orda barbarica, dunque, protesa alla distruzione propria e altrui; ma anche un paradigma quasi archetipico applicabile a ogni guerra priva di vero movente.
di Valerio Evangelisti
Chiunque non sopporti lo spettacolo osceno di una violenza annunciata con freddo cinismo, centellinata di giorno in giorno, descritta con abbondanza di cartine dai quotidiani, fatta oggetto di fredde e disinvolte dissertazioni da parte di analisti di dubbia neutralità, vive con angoscia i giorni che mancano all’eccidio voluto da George W. Bush e dalla pletora dei suoi servi.
L’indegnità della messinscena allestita per giustificare un massacro ha pochi precedenti nella storia. “Saddam Hussein deve disarmare”, ci viene ripetuto da quasi un anno; e, nello stesso tempo, non ci si perita di nascondere che, disarmo o non disarmo, l’esito sarà lo stesso, poiché la distruzione dell’Iraq era già stata decisa prima che cominciasse il goffo allestimento dei pretesti per farlo.
L’andazzo sarebbe quello di una farsa, se non vi fossero in ballo decine di migliaia di vite umane, ostaggio di brutali intenzioni di conquista e giocate come le carte di una partita a briscola. Ma forse persino questo potrebbe essere tollerato se presentato per ciò che è: una selvaggia esibizione di crudeltà, in linea con un’etica che, dai tempi della frontiera fino alle 300 esecuzioni di quest’anno nelle carceri del Texas, non giudica riprovevole in sé l’omicidio. Ciò che è davvero intollerabile è che Hannibal the Cannibal si mascheri da Robin Hood, e accumuli alibi preventivi per giustificare l’eccidio che progetta.
GLI ARTISTI E GLI SCRITTORI DELL'IMMAGINARIO DICONO NO
ALLA GUERRA “ANTITERRORISTA” CONTRO L’IRAQ
Questa petizione europea degli artisti e degli scrittori dell’immaginario ricalca un appello diffuso di recente negli Stati Uniti da numerosi autori di lingua inglese, tra cui Terry Bisson, Eileen Datlow, Jeffrey Ford, Karen Joy Fowler, James Patrick Kelly, John Kessel, Lisa Goldstein, Kelly Link, Ursula K. Le Guin, Michael Moorcock ecc. Autori della petizione sono Douglas Lain (USA) e Tim Jones (Nuova Zelanda).
Gli artisti e gli scrittori che volessero aderirvi possono scrivere alla redazione di Carmilla On Line (gli indirizzi sono a fondo pagina) oppure farlo direttamente usando il modulo presente nel sito della rivista francese Galaxies.
TESTO DELLA PETIZIONE
Nella società, l’artista ha la possibilità e l’obbligo morale di combattere la menzogna e la deformazione dei fatti. E’ questa capacità di mettere in luce la verità, per quanto dura essa sia, a definire l’artista.
di Valerio Evangelisti
Cosa si può ancora dire, che già non sia stato detto, contro l’omicidio di massa che George W. Bush e i suoi complici Blair, Berlusconi, Aznar ecc. stanno preparando? Le parole servono a poco, le analisi sono state fatte tutte. Dopo, ognuno ha scelto il suo campo tra quelli possibili, che poi si riducono a quattro soli:
1) Gli assassini;
2) Gli assassini a determinate condizioni;
3) Gli assassini ipocriti;
4) Chi rifiuta di farsi partecipe, direttamente o indirettamente, di un delitto.
di Giuseppe Genna
Ian McEwan scrive su openDemocracy: "I falchi possiedono la mia mente e le colombe il mio cuore". Non so se parlo a nome di tutti i redattori di Carmilla, però mi sento di affermare: i falchi possiedono la mia plica anale, le colombe tutto il resto - viscere comprese. Non è questione di fegato: ci vuole ben poco fegato per andare a bombardare un popolo povero disponendo dell'arsenale più potente che sia esistito nella storia del sistema solare. E' questione di cervello: qui o si è umani fino in fondo, oppure no. E, come tutti sappiamo, George Bush jr sta all'umano come un dildo in latex alla poesia.
di Giuseppe Genna
Questo articolo è stato censurato da L'Indice dei libri - oppure, finora, non è mai stato pubblicato, il che è una forma di censura non meno aspra. Era stato scritto su richiesta della redazione medesima che edita la rivista letteraria. Se lo si legge, si capisce perché tale articola non abbia mai visto la tipografia de L'Indice.
Giovanni Raboni, sul Corriere della Sera in edicola il 6 gennaio (2002, ndr), ha steso una celebrazione mitologica di Victor Hugo: zeppa di errori, di valutazioni discutibili, di imbarazzanti omissioni. Il signor Giovanni Raboni è, in questo caso, il Potere che parla (lo è anche in altri casi, ma mi interessa questo in particolare).


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Confidiamo che una lettura pacata di quanto segue faccia sorgere, in chi è in buona fede, molti dubbi sull’effettiva colpevolezza di Battisti. Comunque, il punto non è nemmeno se Battisti sia innocente. Quel che ci preme è denunciare le distorsioni che la cosiddetta “emergenza” provocò, negli anni Settanta, nelle procedure processuali italiane, fondate, come ai tempi dell’Inquisizione, su “pentimenti” veri o fasulli.

di V. Evangelisti
Lo scempio dell'impiccagione di Saddam è una variabile storica, mentre l'ostinato rifiuto di Bush ad allinearsi al protocollo di Kyoto non lo è: mette a repentaglio l'intera specie. Lui che governa il 5% della popolazione mondiale ha la potestà sul 25% del totale planetario delle emissioni nocive all'atmosfera...
di G. Genna
di Giuseppe Genna
di Giuseppe Genna
di Valerio Evangelisti
di Giuseppe Genna
