di Giuseppe Genna
[Le opinioni qui espresse sono da considerarsi di responsabilità oggettiva solo e unicamente dello scrivente e non includono alcun coinvolgimento editoriale di chiunque altro scriva su questo blog. gg]
Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po' troppo il gomito (col gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili. Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono forcaioli in attesa di incrementare l'intensità con cui il passato non è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire (centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico dell'a-politica...), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe riformare la Giustizia, ma finché c'è Berlusconi non lo si può fare.
E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo Stato.
di Franco Ricciardiello
La semplificazione non è una scorciatoia per rappresentare un’idea in maniera sintetica: è un processo di riduzione che elimina tutte le sfumature, per arrivare a un contrasto bianco/nero, uno/zero, inutile per una vera comprensione. La semplificazione riduce la capacità di pensiero. Per tentare una comprensione del mondo, la complessità è indispensabile: abbiamo bisogno di una mappa efficace per descrivere un territorio di complicazione tale da risultare irriducibile. La semplificazione imbarbarisce il senso estetico, la percezione della complessità invece ne favorisce lo sviluppo.
Sono gravissime le affermazioni che compaiono sul numero in edicola di Famiglia Cristiana. Gravissime, ma previste con ampio anticipo. Ecco alcuni stralci: «È ora di sgretolare il mito della 194, un tabù intoccabile in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione»; «L'aborto è un fatto di rilevanza pubblica e politica. Oggi in Parlamento ci sono i numeri per sgretolare il 'mito della 194'. Si tratta di una maggioranza trasversale che, in primo luogo, fa appello ai politici cattolici»; «la 194 ha la colpa di aver sicuramente contribuito, lo dicono i numeri, all'inverno demografico».
E' un attacco mai portato prima, nemmeno sotto la lunghissima inaccettabile epifania del cardinale Ruini, a una delle conquiste civili più importanti della storia d'Italia. Attacco a cui ciò che rimane del progressismo italiano dovrebbe rispondere: sia per calcolo politico (poiché questo è il principio guida, ormai, dell'ex sinistra) sia per dare un volto definitivo al Paese. Si tratta di organizzare un referendum confermativo sulla 194. Parte da Carmilla la proposta: se questa prende piede (il che consideriamo improbabile), la nazione non si sa bene se potrà essercene grata.
di Valerio Evangelisti
[Questo intervento coinvolge solo chi lo firma. Altri redattori di Carmilla, con cui non è stato discusso, hanno forse punti di vista e opinioni divergenti.]
Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.
La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.
Abbiamo appreso da meno di un'ora della morte di Sbancor.
Era - e per quel che ci riguarda rimane - collaboratore di Carmilla, autore di libri ("Diario di guerra", 2000, e "American Nightmare", 2003), mediattivista e militante anarchico, esperto di economia e finanza, persona appassionata. Suoi interventi sono apparsi, oltre che su questo sito, su Rekombinant, Indymedia e Giap.
Sbancor è per noi la voce sferica e baritonale che, mesi prima dell'11 Settembre 2001, diede forma a una previsione: la guerra contro l'Afghanistan.
Da allora, non abbiamo mai sottovalutato un suo giudizio, una sua intuizione, finanche una sua battuta.
Risalgono al 2002 questi suoi "aforismi sul movimento":
Muovendosi cambia. Solo a questa condizione un movimento produce un mutamento.Il movimento è la sottrazione dell'intelligenza all'organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L'intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nihilismo.
Fermare questo ciclo del "samsara" è il "mantra" dei mutamenti. L'unico soggetto che appartiene a questo scenario è "l'io sono tutti i nomi della Storia" di Nietzsche.
La persona che adottava lo pseudonimo non desiderava fosse usato il suo vero nome.
Certamente nei prossimi giorni potrete leggerlo, su qualche giornale o nei ricordi di chi gli ha voluto bene.
Ma per ora, per oggi, qui su Carmilla, noi lo chiameremo soltanto "Sbancor".
L'amore che mi ha dato alla luce lo riporto alla mia Origine senza perdita, fluttuo sopra chi vomita
esaltato dalla mia assenza di morte, esaltato da quest'assenza di fine che gioco ai dadi e seppellisco
vieni poeta taci mangia il mio verbo, e assaggia la mia bocca nel tuo orecchio.
(Allen Ginsberg, The End)
• A Sbancor
• Su "l'Unità": Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione
• Su "Liberazione": Sbancor, la nostra "talpa" che aveva previsto l'11 settembre
• Tutti gli interventi di e su Sbancor apparsi su Carmilla.
• Su Rekombinant: Bifo su Sbancor
• Il "Diario di guerra" di Sbancor on line su DeriveApprodi
di Valerio Evangelisti
Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Dunque, nell'avanguardia della decadenza italiana, nella culla della sua dissoluzione, cioè nella Milano che guida il mostro lombardo, ci si prepara a "nuovi limiti all'aborto terapeutico, vietato dopo la 21esima settimana (o, tutt'al più, dalla 22esima e 3 giorni). Non solo: l'interruzione di gravidanza per motivi di salute della donna vincolata al via libera di un'équipe di specialisti (tra cui, eventualmente, anche uno psichiatra). E il divieto dell'aborto selettivo in una gravidanza gemellare in assenza di reali problemi fisici o psichici della paziente" (così il Corsera di oggi).
Una Regione che è stata occupata nei ruoli chiave da Comunione e Liberazione, con particolare metodica nei settori della sanità e dell'educazione, annuncia cosa sta per scatenarsi nel Paese: la revisione dall'alto della legge 194, una conquista di civiltà che, secondo il cardinale Ruini, siccome data trent'anni, dovrebbe "essere rivista". Rivista: si tratta infatti del più pernicioso revisionismo. Poiché il referendum sulla Repubblica data cinquantun anni, a maggior ragione andrebbe rivisto. Si torni alla monarchia...
C'è poco da ridere, in realtà: è la vigilia di un abominio, che si sta preparando con scientezza da anni e che si realizza nella fase di più grave crisi civile, sociale, politica e di ideali di tutta la storia democratica italiana. Sia chiaro: a confronto di quanto sta accadendo in questi anni, qualunque scossa pregressa alle fondamenta del Sistema italiano ha l'intensità di una carezza rispetto a quella di un sisma del decimo grado.
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Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

[La scintilla è partita un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Qui, la possibilità di aderire all'appello. Di seguito, il testo.]
di Valerio Evangelisti
L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!
• FIRMA LA PETIZIONE CONTRO L'ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA
E' davvero curioso e tipicamente italiano che il premier Romano Prodi, cattolicissimo, commenti così l'arresto di Marina Petrella [a sinistra in foto di repertorio], ex Br rifugiatasi in Francia con l'assicurazione che garantiva, fino al caso Battisti, la cosiddetta "dottrina Mitterrand": "Grande soddisfazione per la brillante operazione. L'arresto - ha aggiunto il premier - dimostra l'importanza della cooperazione internazionale in tema di lotta alla criminalità e al terrorismo. Confidiamo che la richiesta di estradizione già avanzata negli anni scorsi possa essere presto soddisfatta. Con questo arresto - ha concluso Prodi - siamo certi si potrà cercare di fare luce su uno dei periodi più bui, tragici e assurdi della nostra storia repubblicana". Cominciasse lui a fare luce su quel periodo, visto che ci sta immerso da quasi trent'anni: il cattolicissimo premier stava infatti seduto a un tavolino a fare una seduta spiritica, quando emerse il nome "Gradoli" - e si andò a cercare Moro a Gradoli, non in via Gradoli a Roma, covo delle Br. Un bell'atto di occultismo: della notizia che poteva salvare la vita al presidente Dc. In realtà, visto che non possiamo non dirci cattolici e ai medium non crediamo, una bufala: da dove Prodi seppe di "Gradoli"?
E' soltanto un rilievo superficiale, a fronte della gravità di quanto sta accadendo in queste ore. Iniziamo da questo: Marina Petrella non è una terrorista.
di Girolamo De Michele
«Lo sai chi ha ucciso Davey Moore? Io lo so, ma tu lo sai?», si chiede in una vecchia canzone Bob Dylan. Non l’arbitro che non ha fermato l’incontro, non gli spettatori che incitavano l’avversario, non l’impresario che ha organizzato l’incontro né lo scommettitore che ci ha lucrato sopra, non il giornalista né quel povero cristo dell’avversario, immigrato sfuggito alla fame grazie alla boxe. Nessuno, dunque. Ma allora chi ha ucciso Davey Moore? E come si permette il signor Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, di affermare: io so chi ha ucciso Davey Moore?
Due lavoratori, Angelo di Mugnano e Cristian di Bolzano, muoiono nei rispettivi cantieri. Due dei tanti: quattro al giorno dicono le cifre ufficiali, che non tengono conto dei lavoratori irregolari trasportati fuori dai cantieri dopo morti e buttati in un fosso, o caricati su una vecchia auto gettata contro un albero. Chi uccide quattro o cinque lavoratori al giorno?
di Sbancor
L’unico modo per sbarazzarsi di un leader è evitare che lo diventi. Eppure Veltroni lo è diventato per “ovazione”. Un sondaggio telematico di “La Repubblica”, la cui significatività veniva smentita dallo stesso giornale che lo ha investito come futuro leader del futuro Partito Democratico. Egli ha pronunziato un discorso. L’opinione pubblica ha plaudito.
“Bene, Bravo, Grazie!” ( Petrolini)
Il fatto che io abbia letto il discorso di Veltroni solo attraverso il sito di Babsi Jones la dice lunga sulla mia attenzione attuale alla politica italiana. A questo Paese servirebbero più Babsi e meno Veltroni, più Genna e meno D’Alema, più Wu Ming e meno Bertinotti. Il Magister (Valerio Evangelisti), poi, lo metterei a Capo dell’”Intelligence”. Ma ho paura che non sia così semplice.
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro
[In omaggio a Walter Veltroni, uomo del giorno, e per una migliore conoscenza del personaggio, ripubblichiamo una lettera inviata il 5 settembre 2001 a la Repubblica, a commento di un articolo del sindaco di Roma. La lettera, a firma Roberto De Caro, non pubblicata dal quotidiano, apparve sul n. 8, ottobre-dicembre 2001, del trimestrale Hortus Musicus.]
Egregio Direttore,
se ritiene lecito e utile che un comune cittadino intervenga a proposito delle dichiarazioni di un politico, La pregherei di ospitare questa mia lettera in virtù del diritto di replica.
Nell’articolo del 5 settembre, Se il mondo si arrende alla legge della violenza, Walter Veltroni elenca alcuni dei più recenti episodi di intolleranza, tra i quali la vicenda della nave norvegese Tampa, carica di fuoriusciti afghani, cui è stato negato asilo dalle autorità australiane in palese violazione di tutte le convenzioni internazionali sull’assistenza umanitaria e i diritti dei profughi.
di Sbancor
Mi arrendo. Se solo tre parlamentari italiani hanno votato contro le missioni militari all’estero, probabilmente a me a tutti coloro che ritengono la pace un “bene indisponibile” non resta che la via dell’esilio. Il 23 gennaio il sondaggio IPR svolto per Repubblica dava il 56% degli italiani favorevoli al ritiro dall’Afghanistan. Il 20 febbraio eravamo al 54%. L’8 marzo il 70% è favorevole a restare, diviso fra un 50% che subordina il ritiro alle decisioni Nato e un 20% che dice al massimo per un altro anno. Se il Governo non va verso i sondaggi, i sondaggi andranno verso il Governo.
Pare che il Molto Onorevole Massimo D’Alema abbia detto a Bruxelles, a proposito dei morti afghani degli ultimi giorni: “Sono morti molti civili innocenti e questo richiede una riflessione molto seria perché le cose possono andare meglio. Ad esempio non uccidere civili potrebbe contribuire”. Inorridito mi accorgo che mai potrò superare l’inarrivabile humour noir del nostro Ministro degli Esteri.
di Valerio Evangelisti

Sabato 3 marzo un sacrosanto corteo di varie migliaia di persone si è mosso in direzione del CPT (centro di permanenza temporanea) di Bologna, per chiederne la chiusura. E' stato violentemente caricato, di sicuro si preparano denunce a carico di alcuni dei manifestanti. Prevedibile il plauso di chi vuole che l'ordine, nella città ex rossa (oggi color cacca), sia mantenuto a tutti i costi.
Ma quale "ordine"? Quello di carceri vergognose riservate a innocenti, colpevoli di fuggire dalla sorte di miseria e guerra cui il potere mondiale "liberale" ha condannato i loro paesi, e continenti interi?
Se tacere di fronte a un simile scandalo significa "legalità", vuole dire che "legalità" è una parolaccia.
di Tito Pulsinelli
Tra gli abbonati vitalizi alle fesserie, si pavoneggiano quelli che estraggono spavaldi dal taschino, come si trattasse di un asso pigliatutto, l’etichetta adesiva multiuso dell’ »antiamericanismo ». E te la appiccicano addosso come un’arma impropria. Come un minaccioso prologo di ogni discussione, su qualsiasi argomento, inerente quel Paese che confina a nord con il Canada e a sud con il Messico.
Per non essere marchiati a fuoco da questa stigmate – come nuovi bufali della prateria globale - bisogna accettare senza fiatare guerre d’aggressione di vecchio stampo coloniale, o basi militari più grandi delle città che le ospitano.
di Valerio Evangelisti

Apprendo dai giornali che presto, su iniziativa del ministro Mastella, sarà reato passibile di detenzione negare la Shoah, e cioè lo sterminio intenzionale degli ebrei da parte del Terzo Reich. Così ci conformeremmo alle legislazioni di altri paesi europei, tipo Francia, Austria e Germania. Potremo finalmente mandare in galera i “negazionisti” (che si definiscono “revisionisti”, nel tentativo di agganciarsi a Nolte o a De Felice) locali.
Mai, secondo me, legge più assurda, idiota e pericolosa – sì, pericolosa! – fu concepita. Fa il paio con la Legge Mancino, che tentò di vietare in via giuridica le organizzazioni di estrema destra. Oggi esse proliferano, agganciate al centrodestra. Non è da profeti immaginare una proliferazione ulteriore, quando lo stesso bando riguarderà le idee.
Il pianeta ha una voce e l'America la sta ignorando. Quest'ignoranza trascinerà il globo, entro il 2050, a un mutamento climatico che definire impazzito sarà un eufemismo di cui la specie non potrà permettersi il lusso: il collasso bioclimatico non aprirà un'èra di eufemismi o tantomeno di lussi.
Il mondo ha una voce e l'America la sta ignorando. Quest'ignoranza trascinerà il Medioriente in una situazione ancora più caotica sul piano etnico, civile, militare - e questo accadrà tra al massimo 60 giorni, se l'entusiasmo con cui George W. Bush ha accolto la sentenza a morte di Saddam Hussein troverà un appoggio nella decisione della Corte d'Appello, che già tutti sappiamo essere un fantoccio angloamericano.
Lo Stallo a cui si accenna ha tutte le valenze emicraniche che il leggendario finale di partita impone come uno spettro doloroso a ogni scacchista. Lo Stallo sarebbe una svolta d'epoca, ma non lo è, perché la palude in cui ha luogo non subirà alcun salto evolutivo verso il meglio - anzi, lo Stallo è per paradosso dinamico, è cioè il lento, costante, quasi mirabolante a voler essere patafisici, slittamento all'indietro delle forze comunitarie, intellettive e politiche di un Paese diventato non solo marginale, ma pernicioso. Lo Stallo è una figura impossibile come l'Ircocervo (e l'impossibile esiste): non è stasi, è il ritorno a una situazione pretraumatica indefinita, poiché l'Italia è il Paese in cui sta avvenendo lo Stallo, ed è una nazione in cui il trauma si protrae da decenni. Ne isolo alcuni sintomi.
di Giuseppe Genna
Il Paese di Merda si conferma tale. Dicotomizzato nell'esasperazione, trascinato a un voto di massa paradossale, tale perché, in una nazione in cui il 7% della popolazione soltanto è in grado di acquistare e leggere un libro all'anno, il voto di massa fa venire a galla la sugna della sottocultura a cui Berlusconi, coerentemente, si è appellato fino alla fine, spingendo per la più larga partecipazione al voto. Una nazione divisa e polarizzata è, secondo l'interpretazione contemporaneista all'anglossassone, l'unica e la migliore democrazia possibile. Non è così.
Intanto, il primo dato: l'era del Berlusconi solo al comando è finita. L'uomo cuoiato potrà tentare dilazione o metamorfosi, ma la sconfitta di oggi è un discrimine definitivo nella storia italiana.
di Giuseppe Genna
Non so se questa dichiarazione di voto rappresenti la totalità della vasta comunità che fa Carmilla. Ancora meno sono certo che una dichiarazione di voto qui esplicitata possa mutare di qualche preferenza l'andamento delle elezioni legislative di domenica e lunedì. Ma qui sta il punto, la democrazia è esattamente questo perno centrale e minuscolo, attorno a cui ruota l'intera piattaforma sociale. Perno la cui materia è metallica: è purissima responsabilità. Con i metalli si fabbricano astronavi o coltelli. Perfino coi coltelli si taglia il pane o si uccide. E' un momento individuale e collettivo allo stesso tempo, delicatissimo - e di tale delicatezza, da scrittore e intellettuale, vorrei parlare.
Cominciando con la dichiarazione che voterò Unione e invito chiunque a farlo.
di Valerio Evangelisti
La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Non perché questo monopolista industriale passato alla politica sia individualmente all’origine del fenomeno, ma perché ha saputo farsene il catalizzatore nella penisola, e radunarne in un’unica compagine – almeno per un certo tempo – le diverse espressioni. Ciò malgrado l’assenza di un pensiero univoco e di una cultura unificante, sostituiti da tutta una gamma di atteggiamenti e di prese di posizione contingenti, a brevissimo respiro.
di Giuseppe Genna
Per arrivare a Parigi (non soltanto alle banlieu, ma proprio al centro della capitale francese) parto dalla Val di Susa. Ecco un'agenzia di stampa emanata questo pomeriggio: 'Duro il commento del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Pietro Lunardi, a proposito delle proteste degli abitanti della Val di Susa contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità: ''Non ci impressionano le fiaccolate di gente che non ha di meglio da fare per spendere il tempo'', ha detto Lunardi'. La protesta dei comitati NO-TAV non ha nulla a che spartire con la rivolta violenta delle banlieu parigine (ora estesasi anche al centrocittà e in altri capoluoghi). Il tono dell'osservazione del ministro della Repubblica Italiana ha invece molto a che vedere con una delle principali cause scatenanti della rivolta delle periferie di Parigi: ed è l'arroganza di un ministro, Nicolas Sarkozy, che rappresenta la rabbiosa pervicacia all'odio di un governo, quello di centrodestra in Francia, che dolorosamente ci è già capitato su Carmilla di denunciare nella persona del ministro della Giustizia, Perben, ai tempi del "caso Battisti".
di Giuseppe Genna
Ci siamo. Ciò che era preconizzabile, si appresta a realizzarsi anche in questa desolata landa che altrove abbiamo ciclicamente definito un Paese di merda. Dunque sulla scorta delle analisi delle intelligence occidentali tutte, risultando inevitabile un attentato in Italia delle dimensioni di quelli consumati a Madrid e Londra, si alza qui da noi un coro di voci interessanti a chiedere l'applicazione di leggi speciali e, addirittura, dello stato di guerra. I coristi più acuti sono l'eterno ex ministro ed ex presidente Francesco Cossiga e il per nulla eterno ministro Roberto Calderoli. Voci stonate? Non tanto, secondo l'estensore di questo intervento. Bisognava pensarci prima. E' proprio il caso di ufficializzare lo stato di guerra, se questo popolo, che si affligge perché può andare sul bagnasciuga riccionese solo con le cambiali, ancora non si è accorto che in guerra ci siamo, e attivamente, dal 2001. Abbiamo soldati in Afghanistan e divisioni in Iraq, a seguito delle scriteriate reazioni dell'amministrazione Bush ai massacri dell'11 settembre. Non so se ve ne siete accorti: siamo davvero in guerra.
di Giuseppe Genna
L'esito del referendum è un'ulteriore prova che, al di là delle convinzioni delle singole persone, noi viviamo in un Paese di merda. Questa è una nazione che non capisce un cazzo in massa, snobba i minimali della strumentazione democratica, se ne fotte di problemi fondamentali quali ricerca scientifica e statuti della vita. E' un Paese il cui Sud persiste nel fare da zavorra elettorale di fronte ai momenti politicamente decisivi e il cui Nord è capitanato da idioti sfatti dal benessere crasso e da ragiunatt che chiedono il ritorno alla lira ma sognano la Cermhania. Questo è uno Stivale bucato, la portaerei nel Mediterraneo ormai in secca, una landa in cui si affittano le spiagge e, se non si affittano, è tutto un Riminiriccione identico alle spiagge affittate. E' una provincia vaticana che pensa che spettrali e ossuti ominidi, con la zucchetta color porpora in testa, ancora abbiano ragioni civili da esprimere. E' la melma dell'occidente e una disgrazia che l'oriente non si augura, quest'avanguardia del provincialismo e dello scazzo, che si sente invasa dalle scarpe cinesi ed è manipolata da lesbiche roche che nel tivvì spacciano spazzatura per realtà. Mi vergogno profondamente di viverci, in questa merda, a poche ore dall'esito dei referendum.
di Valerio Evangelisti
Perdonatemi, non posso trattenere il mio entusiasmo. Con una partecipazione al voto del tutto imprevista, i cittadini francesi hanno espresso un NO secco e corale alla Costituzione europea. Il fatto è che, di fronte a un referendum, hanno potuto conoscere qual era la posta in gioco. Cosa che non è avvenuta in altri paesi, come l'Italia, in cui parlamenti riempiti da una classe politica dedita all'autoperpetuazione hanno votato a larga maggioranza un documento di cui non si sapeva nulla.
Comunque la si metta, si tratta dela prima ribellione europea - e non in un paese secondario - contro l'ideologia chiamata neoliberismo. Già messa in questione, anche nelle piazze, in America Latina e in altre parti del mondo.

Joseph Ratzinger è un uomo che ha sempre riservato sorprese. In questi ultimi anni lo conosciamo quale custode inflessibile dell'ortodossia non solo della dottrina, ma anche della morale cattolica. Sempre censore, sempre disposto a intervenire contro i movimenti del divenire che interpreta quali storture eretiche. Ma non è sempre stato così. Senza Ratzinger non disporremmo né di Kung né di Boff. I cattolici, di fatto, non dispongono più di Boff: ed è colpa di Ratzinger. Maestro e interlocutore di questi due fondamentali teologi contemporanei, Ratzinger si è progressivamente trasformato nel loro più acerrimo avversario e nel loro fustigatore curiale. Eppure fu l'autore del documento che ribaltò le sorti del Concilio Vaticano II, letto dal cardinale Frings.
Luci e ombre (più le seconde che le prime) contrastano il profilo del nuovo pontefice, Benedetto XVI.
di Giuseppe Genna
Mentre scrivo il Papa è grave.
Siccome scrivo da sempre, il Papa è grave da sempre? No. La Chiesa è grave, il Papa si è aggravato soltanto negli ultimi anni. Da giorni, settimane e mesi è un rincorrersi di bollettini, di speciali, di CNN news, di reportage condotti grazie ai depositi storici del profluvio di immagini con cui questo Pontefice ha identificato il proprio mandato.
Prescindo, perciò, proprio in ragione di questa identificazione religiosa di sé e della Chiesa con le immagini di sé e della Chiesa, da una valutazione geriatrica di quanto accade a questo pover'uomo, devastato da un male che conosco bene e che non auguro a nessuno. Prescindo altresì dalle valutazioni storiche (il Papa che sconfigge il comunismo, il Papa che se la piglia poi col capitalismo), materia di altro tipo di geriatri, che sono gli storiografi tutti.
Affronto invece un tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo e l'esito di questo dono - cioè il martirio mediatizzato a cui il Papa si è sottoposto nel dare un lungo congedo alla sua storia e a quella di tutti noi.
Le prime notizie parlavano di fatalità. Poi è spuntato l'ossimoro "fuoco amico". Infine è subentrata una stanchezza perfino nei più ardui profittatori politici di quello che doveva essere un annuncio senza macchia: la liberazione di Giuliana Sgrena. Al tg3 si vedeva, nelle immagini di tripudio registrate al congresso di Rifondazione Comunista, l'attonito delegato interrotto dall'irrompere della insperata notizia: era lo scrittore Aldo Nove. Nel giro di pochissimo tempo, l'inversione a U dei sentimenti: la giornalista del Manifesto ferita al polmone, il mediatore del Sismi morto, altri due agenti feriti, di cui uno in gravi condizioni. Cade Nicola Calipari, per liberare Giuliana Sgrena. Si sa: la liberazione di un ostaggio è un momento delicato, può accadere di tutto. Di tutto: anche che quelli che stanno portando la pace e la democrazia si mettano a sparare a un checkpoint sull'auto che porta in salvo una donna tenuta sequestrata per un mese.
E' la tragica metafora di quel che accade in Iraq.
di Giuseppe Genna
Non so se ve ne siete accorti, ma so che se non ve ne siete accorti siete come il Dustin Hoffman di Rain Man: autistici sganciati dalla realtà. E' in atto da settimane un'esplosione di nucleo psicotico collettivo, che condiziona le semivite degli italiani, compulsivamente dediti ad accogliere in se stessi il messaggio di un ministro che vieta il fumo e si propone di "misurare la pancia agli italiani". Sono vicende grottesche che fanno il paio con le adunate di puberi paraciellini neoconservatori in Usa, milioni di giovani che ritengono significativo sacrificare l'imene e il prepuzio in un momento opportuno e prestabilito dell'esistenza.
Un'ideologia neopuritana si segnala in atto, nell'occidente che si autoproclama liberale, un movimento ben noto agli annali delle tragedie storiche: sostituzione della forza morale (cioè della potenza dei possibili umani) con un sistema morale, nello specifico di carattere igienico. Quando ciò succede, si stanno preparando olocausti. Tranquilli, però: non è il caso di oggi - l'olocausto non si sta annunciando, lo stanno già perpetrando un po' ovunque, tranne che sotto casa vostra.
Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un moloch ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate.
Il siparietto sta per raggiungere l'acme. Emilio Fede, al solito abbronzato ma con quel fondo lividamente disneyano che conferisce la pelle stracotta, vive del conforto del golfino in cachemire, azzurrino. Per minuti e minuti, alle sue spalle, un fotoposter di Romano Prodi effigiava l'ex presidente della Commissione Europea con una boccuccia a culo di gallina. Quell'immagine è stata scelta. Fede, fino a quel momento, aveva tirato bordate contro la battuta di Prodi sui mercenari di Forza Italia - battuta peraltro filologicamente corretta, visto che il premier aveva annunciato che avrebbe inviato due giovani in ogni regione, pagandoli, per sistemare le cose nelle sedi locali del partito. Da Prodi faccione, si passa ai lumini natalizi. Tra Fede e la sua collaboratrice al computer inizia un dialogo da Operette Illeopardiane. Il dialogo dipinge l'Italia. L'Italia, Paese Delle Meraviglie. La Merda fatta Zucchero. La Pillola non va giù, resta sullo stomaco.
di Giuseppe Genna
Non esiste differenza tra il regime tecnocratico che ha deciso di creare un continente unico (quello che già esisteva, cioè il Vecchio) e il regime fondamentalista che ha deciso di distruggere un continente differenziato (cioè l'ultimo arrivato tra i continenti: il Nuovo, sezione nord). I grandi innovatori sono conservatori: neocon, appunto, i reazionari che propalano il nuovo che è vecchio. Neocon è, risaputamente, la maggioranza dell'Amministrazione Bush e, soprattutto, la quasi totalità dell'esercito ideologico che ne ha ispirato la matrice filosofica. Al potere ci sono sempre andati, i filosofi. Soltanto di una specie, però, tranne rare e numinose eccezioni. La specie dei divoratori, la razza rettile di chi conserva lo status quo oppure ne decide l'evoluzione secondo determinate traiettorie.
Qualcosa si muove anche in Europa - ed è lo stesso tipo di "nuovo", l'evoluzione del reazionariato, il tecnocratismo eletto a norma di potere e di vita. Di rientro dall'Olanda, ecco lo specchio fedele e simbolico di un Paese che sta crollando grazie ai sofismi disumani che provengono da Bruxelles, dove vipere neocon si aggrovigliano e sibilano i loro devastanti precetti.
Siete olandesi e avete un bambino da mandare all'asilo? 1.000 euro al mese.
Siete olandesi e vi tagliate un tendine con il coltello? Andate sì al pronto soccorso, ma a quello tedesco, oltreconfine.
di Giuseppe Genna
L'altra sera, come sempre in tv, precisamente a Ballarò, è andata in onda tutta l'indegnità della politica italiana, nella sua più goffa imitazione di sistema con cui una comunità democratica si autogestisce. Si attendeva l'atterraggio dell'aereo che riportava in Italia, dopo tre settimane di pura angoscia, Simona Pari e Simona Torretta, e i politici erano su piccolo schermo a intascare meriti più o meno benemeriti. In qualità di analisti alcuni, di diretti protagonisti della vicenda altri. In particolare il sottosegretario Mantovano, militante in An, con calma ed 'erre' arrotata plaudeva alla compostezza delle parti suppostamente ideologiche: un'unità nazionale ridicola strappata al culmine di una storia tragica. Insieme a lui, nell'arena catodica: Rutelli, che poi è scappato dicendo "scusate, sono invitato a Ciampino, devo accogliere le ragazze", Diliberto accusato di essere un amante dell'URSS dal già piduista Cicchitto, il giornalista Zucconi, il giornalista esperto in quartieri di Baghdad Buongiorno. Alti momenti di teatrino con morale finale: che non c'è la morale, basta il morale purché sia alto.
di Giuseppe Genna
Se confermata, la fuga dello scrittore Cesare Battisti dalla Francia catapulta l'uomo direttamente nella leggenda e aggiunge un capitolo di pura letteratura civile ed epica alla nostra storia nazionale, lasciando però un marchio indelebile sulla delenda storia continentale, per i motivi che vedremo.
Andiamo con ordine. Cesare Battisti, che doveva sottostare all'obbligo di firma al commissariato del IX Arrondissement parigino ogni sabato, non si è presentato né ieri né - finora - oggi. Si attendeva il verdetto sul ricorso in Cassazione, avanzato dai due storici avvocati di Battisti, dopo l'incredibile sentenza favorevole all'estradizione verso l'Italia, che con nonchalance giuridica la Corte francese aveva comminato lo scorso 30 giugno all'italiano, sollevando ondate di protesta da parte degli strenui difensori della parola data da François Mitterrand. Nessuno si attendeva una soluzione tanto repentina e sconvolgente (sul piano storico), nemmeno gli amici più intimi di Cesare Battisti.
Con una mossa tanto inaspettata, Cesare Battisti sacrifica la sua vita emotiva (a Parigi lascia due figlie, l'attuale compagna, l'ex moglie a lui molto attaccata) per scegliere, come ha detto Oreste Scalzone, "il verde della vita contro il grigio della sottomissione". Questo sul piano personale. Su un ben diverso piano, Battisti in fuga ricopre di ridicolo (un tragico ridicolo) il governo italiano e l'istituzione francese, oltre che tutti gli orgiasti della diffamazione mediatica che lo hanno dipinto come un mostro. Così facendo, l'autore de L'ultimo sparo impedisce in maniera abissale la più vergognosa azione di freezing criminale sulla storia italiana degli ultimi trent'anni e sulla memoria collettiva di un'intera nazione.
Fedele alla sua unica ossessione, che è la letteratura, cioè la leggenda, Battisti vi si tuffa a corpo vivo. Ecco perché.
Dal centro di irradiazione primitiva del tumore è arrivata forse la cura. O forse no. Stona, in effetti, con qualunque presa di coscienza di cosa ci riserverà il prossimo biennio, questa ubriacatura euforica, questo saldo di fine stagione di completi azzurrati, questo facile corrugarsi delle fronti degli ex fascisti: un'Italia da operetta, al solito. C'è poco da stare allegri, i pericoli più seri per la tenuta democratica del Paese arriveranno a breve. Che il voto per la provincia di Milano sia assurto a emblema della sconfitta definitiva di Berlusconi è indicativo dello stato da avanspettacolo a cui si è ridotta in Italia l'analisi politica. Se un effetto ha avuto questa tornata elettorale, è quello di avere comunicato ufficialmente al magnate brianzolo che rischia sul serio di perdere la nazione. Vale a dire: l'unico effetto plausibile di queste europee ed amministrative è fare invelenire le colombe e non rendere candidi i serpenti. Il peggio sta per arrivare.
di Giuseppe Genna
"Finisce un incubo italiano, rischia di incominciarne un altro". L'incipit dell'editoriale di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, farebbe ben sperare. L'incubo che finisce, si dice uno, è quello degli ostaggi liberati in Iraq; l'incubo che incomincia, continua a dirsi quell'uno, è l'esplosione mediatica e l'indegna speculazione politica relative a tale liberazione. Uno fa male a ben sperare: Ezio Mauro, infatti, scambia un incubo per un altro. Ecco quello che intende dire: "Nel giorno della liberazione degli ostaggi, che sono vivi, e tornano finalmente dalle loro famiglie, il Paese deve fare ancora una volta i conti con il terrorismo interno, pronto a manifestarsi a quattro giorni dal voto europeo. Una bomba esplosa ieri sera a Bologna, sotto il palco del comizio del vicepresidente del Consiglio Fini, riapre una stagione buia e terribile di sfida alla democrazia, con sei feriti e la democrazia come bersaglio". Ah, la bomba carta contro Fini, a Bologna.

di Giuseppe Genna
Non si sa dire se sia ironia, degrado mentale o soltanto cinismo disumano a parlare per bocca liftata della jena sola al comando, che rubizza sentenzia sulla fase più tragica della guerra in cui ha spinto il Paese mentre taglia la fetta della torta di merda insieme all'allenatore e ai miliardari di sua proprietà. Silvio Berlusconi è festante per tutto: tra una settimana vola da Bush jr, e quindi è còlto dall'euforia del maggiordomo quando viene complimentato dal padrone; inoltre ha vinto lo scudetto, e si gode la ribalta politico/sportiva, uno degli esiti più comici della sua strategia di controllo sociale. Vuole il caso che muoia un soldato, a migliaia chilometri di lì, uno che non prende i miliardi di Shevchenko, accanto a cui il Padrone gongola, ma che è carne in qualche modo predestinata da Lui alla tragica e ovvia morte a cui il milite è andato incontro. Privo di pudore, tra champagne e fuochi artificiali quanto la sua faccia, il premier sentenzia: che i soldati nostri siano orgogliosi. Il cielo di Milano fibrilla di petardi, il cielo iraqeno di colpi di mortaio. Ma per Lui è tutto uguale, un unico campo di letame sopra cui il magnate sogna di fare il magnaccia - per portarsi a casa briciole di servile potere.
di Wu Ming 1
"Non posso nascondere la mia amarezza vedendo riemergere certe accuse alla magistratura italiana che, come disse allora Pertini, tanto contribuì a fermare il terrorismo, rispettando la costituzione e le regole del processo."
Armando Spataro, La Repubblica, 8 marzo 2004
"Di fronte ad una situazione d'emergenza [...] Parlamento e Governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il preciso ed indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita legislazione d'emergenza."
Sentenza 15/1982 della Corte costituzionale.
Dopo la messa in libertà vigilata di Cesare Battisti, in quel di Parigi, i media italiani si sono scatenati, rovesciando sull'opinione pubblica tutto il metallo fuso per anni negli altiforni del rancore, della vendetta, dell'ossessione securitaria.
E' impossibile fare un resoconto di tutte le distorsioni e le falsità scritte e trasmesse nell'ultima settimana. Non c'è articolo, per quanto breve, che non ne contenga decine. Persino i dettagli apparentemente insignificanti sono sbagliati.
Episodi e personaggi che nulla c'entrano col caso in oggetto vengono gettati nel calderone per intorbidire la brodazza, scatenare il panico morale, impedire a ogni costo l'uso della ragione.
Un killeraggio mediatico come non se ne vedevano da parecchio tempo, al quale è faticosissimo opporre argomenti ed elementi concreti, ricostruzioni storiche minimamente approfondite.
Eppure non si può rinunciare a esercitare la ragione, non ci si può chinare e coprire la testa con le mani in attesa che passi la burrasca. Fosse anche un'impresa disperata, occorre esercitare la ragione contro il fanatismo.
di Valerio Evangelisti, a nome di tutta la redazione

Oggi noi tutti di Carmilla On Line eravamo così emozionati da non riuscire a parlare. Si era appena sciolta una tensione durata un giorno intero, punto estremo di quell’angoscia che si trascinava ormai da un mese: da quando il nostro amico Cesare Battisti era stato arrestato.
La notizia, appena pervenuta dalla Francia, era che il tribunale di Parigi aveva deciso per Cesare la libertà provvisoria, contro tutte le pressioni esercitate dal governo francese e, attraverso questo, da quello italiano. Solo la sera prima il ministro della giustizia Dominique Perben (cognome pochissimo adeguato a chi lo porta) aveva approfittato di un canale televisivo per vomitare su Cesare tutte le ignominie raccolte dal giornale-immondezzaio Le Figaro (autore, per mano del suo redattore Guillaume Perrault, di deliranti invenzioni su un Battisti che minaccia di morte i vicini di casa, che fugge dal carcere pugnalando un secondino, che finisce le proprie vittime con un colpo alla nuca, ecc.). L’intento di Perben era quello di influenzare la magistratura, che pure già a fine 2003 non aveva ritenuto di dare seguito a una precedente proposta di estradizione.
Quanto sta succedendo in queste ore, in questi giorni a Cesare Battisti è, e lo è con esattezza scientifica, quanto sta accadendo in questi anni all'Italia e all'Europa: la minaccia realizzata della violazione del diritto in nome di una dottrina superindividuale e astratta, elettorale e ipocrita, che mostra il suo vero volto quando si attiva per maciullare idee e corpi. A rischio di apparire generalista e massimalista, affermo: c'è una continuità - che nemmeno più è inquietante - tra il caso Battisti, la deriva del Vecchio Continente e l'orrore perpetrato in Afghanistan e Iraq. Si tratta di un medesimo ente saturnino, vòlto con sistematica predeterminazione a divorare non i figli suoi, ma i figli dell'uomo. La nonchalance con cui oggi, in Europa, si censurano le idee in tv e sui giornali, si sistemano i conti in un ok corral indecente e amorale, si scatenano conflitti preventivi e si compiono alla luce del sole crimini patenti - questo è il paesaggio che chi si ritiene ancora umano è chiamato oggi a modificare con forza e fatica. I nodi vengono al pettine: e sono nodi di capelli di un cuoio strappato a viva forza dai crani di chi pensa, di chi tenta di ricordare e di ridiscutere il passato per aprire il futuro. Sono enormi le conseguenze implicite che sprigionano dalla scelta del governo italiano di domandare l'estradizione di Battisti: costringono tutti noi a verificare con mano chi sono le persone che si schierano - non, questa volta, per una battaglia armata, ma per una battaglia di idee. Battaglia che, come si nota in questi ultimi anni, non è che comporti meno sangue delle precedenti. Il prezzo della lotta per il pacifismo, i diritti dell'uomo e la libertà, che sia condotta con la potenza delle idee e dei sentimenti oppure con altri supporti, è un prezzo amaro e pesante. Eppure ciò non toglie che lo tsunami di speranza in Movimento che si sta scatenando finisca per travolgere chi vi si oppone: dimostra la storia dell'uomo che quando si spalanca una crepa ideale, una frattura da cui il bene può scaturire, per una legge superfisica il bene emerge. Da anni, questo è il punto, si sta rifacendo la Rivoluzione Francese: ed è una Rivoluzione Francese planetaria. Sorprenderebbe se fosse la Francia la prima nazione a sfilarsi da una simile Rivoluzione Francese.
di Giuseppe Genna
"Una sola volta mi sono sentito in imbarazzo durante i giorni del G8 nel confronto con gli altri, ed è quando ci siamo confrontati sulla percentuale di aiuto ai paesi poveri" disse il Boss del Paese. Non si vergognò, dunque, Berlusconi, quando osservò bello comodo, seduto davanti alla tv, il tragico esito della sua personale strategia della tensione: il cadavere di Carlo Giuliani sul selciato di quella piazza genovese. Avrei non soltanto la possibilità, ma addirittura l'obbligo di satireggiare contro quest'uomo che dispone di pietà e amore per il bene comune in quantità inversamente proporzionale a quella di altri beni che possiede. Però, non è il caso. Ora si presenta davvero un'ulteriore ammenda alla sua storia personale ambigua e sulfurea: gli è data la possibilità di imbarazzarsi per ciò di cui non si imbarazzò. In parole povere: i 93 no global arrestati il 21 luglio 2001 dopo l'irruzione della polizia nella scuola Diaz sono stati prosciolti dall'acc


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