Questa è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S'è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell'estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all'imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l'esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall'esterno e dall'interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall'ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell'ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull'America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d'accordo dentro e fuori dal paese.
di Alessandra Daniele
- Presidente, è arrivato il furgone.
L'anziano capo di Stato sospirò, osservando con aria triste i commessi del Quirinale scaricare le casse coi decreti da firmare.
- Aumentano ogni giorno...
- Ma no, Presidente, oggi sono solo una dozzina di casse - disse il segretario - su, inserisca la mano nell'autosig, che io carico il serbatoio.
Il segretario aprì la prima cassa, e cominciò a stipare mucchi di fogli A4 in quella che sembrava una voluminosa fotocopiatrice. Il Presidente infilò la mano in un intrico di forcelle e anelli metallici inserito sul ripiano della sua scrivania. Il dispositivo scattò, bloccandogli le dita nella posizione dello scrivano. Il segretario ci inserì una penna.
- Cominciamo con questi, che sono i più urgenti.
di Walter Catalano
Gianfranco Manfredi autore storico del fantastico italiano, passato attraverso tutte le possibili forme della narrazione – la canzone, il cinema, il romanzo (di più recente pubblicazione: Ho freddo 2008 e Ultimi Vampiri Extended Version 2009, entrambi per Gargoyle), i comics (Magico Vento e la miniserie Volto Nascosto, oltre a vari episodi di Tex e Dylan Dog per Bonelli) – ci ha gentilmente concesso un’intervista in cui affronta principalmente il tema della relazione fra letteratura e immaginazione.
Per prima cosa una tua definizione di fantastico: un elemento che ha caratterizzato tutta la tua opera fin dall’inizio. A questo proposito mi torna in mente una dichiarazione di Fellini: “L’unico vero realista è il visionario”. Direi possa applicarsi anche a te. Ricordo una tua vecchia canzone “Zombie di tutto il mondo unitevi”: già allora sembrava una enunciazione programmatica, mettere insieme Marx e Romero…Più tardi anche il tuo primo romanzo Magia Rossa pareva muoversi sulla stessa linea: i fantasmi dei caduti delle repressioni di Bava Beccaris e quelli della strage di Piazza Fontana. Una ghost story molto politica, molto attenta alla realtà sociale. Il revenant come ritorno del rimosso anche in senso politico. E’ una lettura limitativa la mia ?
di Marilù Oliva
A un anno dalla pubblicazione di Cien años de soledad e dei suoi trionfi di vendita e di consensi, Márquez salpò l’oceano per trasferirsi da Città del Messico alla Barcellona del regime franchista ed è qui che diede vita al romanzo che lo tormentava. Mai un libro fu atteso, in America Latina, con tanta ansietà come El otoño del patriarca (L’autunno del patriarca), più volte anticipato prima che acquisisse concretezza, quando era solo un’immagine sullo sfondo delle nebulose artistiche dello scrittore. Come Márquez affermò in una conversazione pubblica tenutasi a Lima nel 1967 con Mario Vargas Llosa, stava già allora «preparando la historia de un dictator imaginario, es decir, la historia de un dictator que se supone es latinoamericano… tiene 128 años de edad, que tiene tanto tempo de estar en el poder que ya no recuerda cuándo llegó… está completamente solo en un enorme palacio, por cuyos salones se pasean las vacas.»
di Valerio Evangelisti

[Questa breve tesimonianza di vita vissuta, già apparsa su A Rivista anarchica, è tratta dal volumetto La rivoluzione è una suora che si spoglia, BSF Edizioni, Pisa, 2009, pp.122, € 12,00; raccolta di testimonianze, a cura della pisana Biblioteca Franco Serantini, di undici scrittori (Abbate, Bertante, Cacucci, Cardinale, Colagrande, Evangelisti, Maggiani, Nori, Philopat, Tassinari, Vighi) che nella loro vita hanno incrociato il movimento anarchico, o per adesione o per affinità.) (V.E.)
In ricordo di Gianni Donati
Nel 1968, dopo avere letto il libro L’anarchia di George Woodcock, fondai nel mio liceo, assieme a due compagni di scuola, il circolo anarchico Bandiera Nera. Per metà si trattò di uno scherzo, per metà no. Distribuimmo un volantino in cinque copie, realizzate con la carta carbone, appendemmo una bandiera nera con la A cerchiata a una finestra della scuola, componemmo persino un inno. Ne ricordo un verso solo: “Un vessillo rosso e nero / Pianterem sul mondo intero / Privilegi, tirannia / Faran posto all’anarchia”.
di Danilo Arona
Ecco come Il Re Stephen King definisce lo Shining nel libro omonimo:
“Sembra che di tutte le brutte cose che sono accadute qui in varie occasioni ne sia rimasto in giro qualche frammento, come ritagli di unghie o la lanugine che qualche persona poco scrupolosa si è accontentata di spazzare sotto una sedia”. Tre righe che Kubrick condensò così nel suo celeberrimo film ispirato a Una splendida festa di morte in questo modo: “Sai, è come quando restano nella macchina dei toast delle tracce bruciacchiate”.
Proviamo allora a pensare non a una Casa-Cosa-Albergo in cui lo Shining si raggruma, si regala una forma e fa danni, ma piuttosto a una Casa-Cosa-Pianeta in qualche modo regolata secondo le teorie (Cwaddingtron e Sheldrake) dei campi morfogenetici che, riducendo all'osso, sostengono l'esistenza di una memoria della natura e che i sistemi della medesima siano organizzati non solo dalle leggi conosciute della fisica, ma appunto da sistemi invisibili detti “morfogenetici”.
di Dziga Cacace
351 - Il tempo delle mele di Claude Pinoteau, Francia 1980
Lunedì di Pasquetta casalingo e poltrone. Si decide di elevare il tasso intellettuale del week end e tra una puntata e l’altra di Friends ci scappa questo cult della nostra infanzia. La tredicenne Vic (Sophie Marceau, una bambina) sta crescendo e i primi dilemmi d’amore vanno di pari passo con la crisi affettiva dei genitori. Ma tutto si risolverà e l’innocente flirtino per Matthieu – uno sfigato peloso che all’epoca invidiai e odiai visceralmente - troverà coronamento in casti baci, prima che la volubile e zoccoletta Vic non capisca che vuole subito un altro ragazzo, più grande, più bello, più indipendente. (E con la moto, con i soldi e che tornerà a casa quando cazzo vuole etc.: quante volte voi uomini di genere maschile avete dovuto subire la stessa umiliazione?).
Antifascisti veronesi
All'alba del 17 novembre 2009, la Digos ha arrestato due antifascisti a Verona. L'accusa è d'aver aggredito con “premeditazione” un noto fascista di Forza Nuova, che anni prima era stato l'autore del vigliacco accoltellamento dei due antifascisti, aggrediti, con un'altra trentina di “coraggiosi” camerati, a Volto S. Luca, mentre erano in compagnia di tre ragazze. Uno dei due riportò centocinquanta punti di sutura per l'accoltellamento e addirittura una delle ragazze fu pestata brutalmente in dieci contro lei sola. A distanza di anni, dopo un processo farsa, in cui avvocati dell'accusa e della difesa con la compiacenza del P.M., pensavano solo alla spartizione di denaro da spillare agli accusati e ai compagni, l'accoltellatore non fece neppure un'ora di galera. A oggi non ha subito alcun processo e i complici, oltre una trentina, non furono mai identificati dalla Digos e mai fu chiesta l’identificazione dalla procura.
di Fabrizio Lorusso
Questo reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/
di Alessandra Daniele
- Buonasera, benvenuti alla prima Tribuna Elettorale di questa importante tornata amministrativa - il conduttore accennò un sorriso cortese - Ricordo ai telespettatori che, secondo le nuove norme per la tutela della privacy, solo il simbolo del partito apparirà sulla scheda, mentre i candidati resteranno rigorosamente anonimi, anche in questa sede. Alla mia destra, col cappuccio nero, il candidato del PDL-VFAC, Partito Della Libertà, della Vittoria, della Felicità, dell'Amore, e del Cuore. Alla mia sinistra, con la testa da coniglio di peluche, il candidato del PD, Partito Disponibile. La parola ai giornalisti.
di Marilù Oliva
L’uomo pelato si mise una mano sulla pancia e si sporse in avanti. Sembrava un inchino, ma era una risata esplosa col corpo:
«Uahahahah! L’avresti mai detto?? Uahahaha, per colpa di una firma non si possono candidare, che idioti! Aahhua....Uaahhaaaaa!!!! »
L’uomo magro si piegò in due, sbatté la mano sul tavolo a più riprese e rise a crepapelle:
«Ehhhehhh!!! Non sanno neanche presentare il documento di candidatura, ehehehe!!!!!»
Si rialzò per prendere fiato: «E adesso voglio pure scendere in piazza!!! Ehahahaeeehe!»
L’altro fece un gridolino strozzato dal riso «Uhh, che pauraahahahahaha!!!!!»
di Valerio Cuccaroni
Geraldina Colotti, La guardia è stanca, Ed. Cattedrale, Ancona, 2010, pp. 109, € 13,50
A cinque anni di distanza dal suo ultimo libro, Certificato di esistenza in vita, raccolta di racconti pubblicata da Bompiani, con La guardia è stanca Geraldina Colotti torna a interrogare, in versi stavolta («versi ciechi / di rabbia che consuma»), le coscienze dei lettori, sempre più incupite da «questo grigio tempo bastardo / che teme la vita».
Giornalista de «il manifesto», responsabile dell'edizione italiana del mensile «Le Monde diplomatique», reduce da 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, Colotti è una di quelle scrittrici italiane di cui è impossibile trascurare la biografia, sebbene questa non oscuri mai l'opera, grazie a quel raro dono della leggerezza che permette all'autrice di evitare accuratamente le paludi dell'autobiografismo.
Rosa Matteucci, Tutta mio padre, Bompiani, Milano, 2010, pp. 286, euro 17,50.
Rosa Matteucci si impone con il suo ultimo romanzo come una scrittrice matura, in un libro ambizioso in cui si dispiegano le sue genuine qualità letterarie. Un’ampia narrazione familiare che racconta un mondo, una città (Orvieto), e una famiglia che è di quelle che segnano per sempre il carattere e il destino di una persona.
Quanto a stile la Matteucci ha optato per un racconto di genere bizzarro e picaresco. E una lingua barocca e scoppiettante, quasi una performance rutilante di invenzioni e di exploit a getto continuo connota tutta la narrazione - e infatti qualcuno ha parlato di gaddismo.
Doveva essere un giorno di sole. La polvere che solitamente le incrostava le narici si era come dissolta, forse per influsso di qualche polline che se ne andava in giro impunemente. Si alzò senza fatica, quella mattina. Si fece il caffè, con poco zucchero e senza pensare girò la manopola della radio: stranamente aveva voglia di sentire cosa succedeva nel mondo. Non ci capì molto, parlavano di morti, sempre di morti, gracchiavano nomi di corvi-ministro e ripetevano messaggi di allerta generale. Girò nuovamente la manopola e zittì quello oggetto che un tempo aveva amato. Indossò lo spolverino grigio e la sciarpa anti-tarlo e si richiuse la porta alle spalle. Il corridoio 57A era uno dei più lunghi e tortuosi, ma proprio per questo uno dei più sicuri, lo aveva stabilito già all’epoca del primo grande scossone.
di Fiorenzo Albani
Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones per scusarmi pubblicamente con lui per i ritardi di questo progetto editoriale - e i miei ingiustificati silenzi - e per far sapere a tutti che, alla fine, Mamma Jones è arrivata in libreria.
Ripubblicare l’Autobiografia di Mamma Jones in italiano è, dal punto di vista editoriale, una piccola scommessa, perché il libro parla di temi argomenti oggi poco praticati nel dibattico politico e culturale del nostro: lavoro duro, sfruttamento, lotte operaie. Quando il libro venne pubblicato per la prima volta in Italia, nel 1977, il nostro paese viveva ancora la stagione dei grandi scontri sociali iniziati nel 1967.
di Valerio Evangelisti
[Questo articolo è apparso nel n. 6 della rivista Loop, uscito in edicola e in libreria il 29 gennaio e dedicato quasi per intero al centenario della rivoluzione messicana del 1910.]
Nella percezione corrente, quella messicana fu una rivoluzione democratica e non socialista. I nomi dei suoi eroi più noti – Francisco Madero, Pancho Villa, Emiliano Zapata – in effetti non sono riconducibili immediatamente al socialismo, con la parziale eccezione di Zapata, autore di un progetto avanzato di riforma agraria. L’ideologia dominante era detta “liberalismo”, sia pure con accezioni diverse a seconda dei protagonisti (lo stesso Porfirio Díaz si definiva liberale).
Invece un ulteriore “liberale”influenzò gli eventi e, al di là delle definizioni, fu socialista e addirittura anarchico. Alludo a Ricardo Flores Magón, nome ignoto ai più al di fuori del Messico.
di Alessandra Daniele
Minzolinea diretta con le notizie - i titoli
Berlusconi ribadisce ''magistrati terroristi Talebani. Non si fanno saltare in aria? Possiamo pensarci noi''.
Elezioni, via al televoto: ogni centomila sms in omaggio una ricarica e un senatore del PDL in bikini.
Happy Mills, la retrodatazione lo scagiona completamente: l'avvocato Mills non è ancora nato.
Terremoto in Cile: Bertolaso offre la sua competenza sull'America Latina.
Passiamo al primo servizio:


... Condotta per quasi trecento pagine con scanzonata baldanza la storia tocca vertici di autentico, a volte irresistibile, divertimento. Che culmina nelle pagine dedicate alla vita quotidiana della famiglia posta al centro del racconto...
di V. Evangelisti


